TERESIO BOSCO - DON BOSCO

Una biografia nuova

Presentazione.

Da molto tempo mancava una nuova vita di don Bosco. Chi voleva conoscere la figura, il pensiero e l'opera del santo torinese doveva ricorrere ad opere scritte quasi tutte mezzo secolo fa, e le cui ripetute edizioni e traduzioni in molte lingue, mentre da una parte testimoniavano l'immutato interesse verso il santo, dall'altra parte stentavano ad evidenziare le ragioni che lo rendevano attuale, e per cui ancora va crescendo e dilatandosi a suo riguardo l'interesse degli uomini del nostro tempo.

L'attualitaĢ€ di don Bosco eĢ€ dimostrata anche dal continuo diffondersi delle sue opere e della venerazione per lui nella pietaĢ€ popolare.

Recentemente, abbandonate le rievocazioni un po' di maniera della storia sociale e politica dell'Italia durante la quale lui eĢ€ vissuto, era naturale che si facessero nuovi studi e ricerche anche sui rapporti che egli ebbe con molti dei protagonisti di quelle vicende per averne un'immagine piuĢ€ sicura.

Tenendo conto di questi studi, don Teresio Bosco, mentre attualizza il santo e il suo messaggio e dimostra la validitaĢ€ del suo sistema educativo e pastorale, lo colloca nella prospettiva storica del suo tempo, per comprenderlo meglio.

Pagina dopo pagina il lettore vede emergere le dimensioni non caduche di questa grande figura che si accordano felicemente al rinnovamento conciliare e permangono nei cambiamenti culturali propri del nostro tempo e acquistano prospettive di futuro. Basterebbe pensare, per convincersene, al tipo di apostolato che il santo ha scelto per seĢ e per la sua famiglia spirituale: infatti, in un tempo in cui la gioventuĢ€ non faceva stato neĢ per la Chiesa, neĢ per la societaĢ€, in cui i ceti popolari venivano mantenuti ai margini delle attivitaĢ€ sociali e politiche, e nella stessa Chiesa i laici non riuscivano a venire considerati come insostituibili collaboratori dell'evangelizzazione del popolo di Dio, don Bosco volgeva di preferenza la sua attenzione proprio a queste categorie di persone.

Si eĢ€ molto parlato di umanesimo cristiano di Don Bosco, specialmente studiando il suo sistema educativo; oggi con papa Wojtyla noi possiamo dire che don Bosco, sacerdote di Cristo, aveva intuito che nel Vangelo insieme con la proposta della salvezza eterna dell'uomo ci sono anche i germi del pieno sviluppo terreno, della sua libertaĢ€, della sua dignitaĢ€, dei suoi diritti, e che quindi educando nel giovane il buon cristiano e l'onesto cittadino, si preparano uomini per la giustizia e per la pace e i collaboratori laici dell'evangelizzazione.

L'autore con la soda conoscenza storica e culturale con cui si eĢ€ preparato alla sua fatica puoĢ€ rispondere con serietaĢ€ agli interrogativi che uomini moderni si pongono di fronte a certe scelte sociali e politiche fatte da don Bosco a cui toccoĢ€ di vivere in un periodo cruciale della storia d'Italia, dell'Europa e del Mondo.

Naturalmente c'eĢ€ una parte della vita e della vicenda terrena di don Bosco che sfugge ai parametri della conoscenza storica e si spiega solo con la presenza di carismi soprannaturali dei quali, come lui, erano coscienti i suoi contemporanei. EĢ€ questo un elemento da non perdere di vista per una piena comprensione di don Bosco; neĢ si deve dimenticare il posto che occupa Maria Ausiliatrice nella sua vocazione e nella sua opera.

Leggendo questo libro scritto nello stile a cui gli uomini d'oggi sono stati abituati dal diffondersi della stampa - di cui don Bosco fu apostolo - e degli strumenti di comunicazione sociale, si ha la sorpresa di incontrarsi con fatti e detti di fronte a cui il lettore d'oggi torna a commuoversi come si commuovevano coloro che ne furono i testimoni oculari.

Egli, don Bosco, traducendo in termini semplici e comprensibili - come aveva fatto con luiĢ€ mamma Margherita - i valori del Vangelo, costruiva nei suoi giovani anche l'uomo capace di vivere nel suo tempo e di preparare il futuro.

Rileggendone oggi in questo volume la storia, commovendosi davanti agli episodi umanissimi di cui eĢ€ composta, comprendendone per il linguaggio facile in cui eĢ€ scritta il significato, si capisce percheĢ don Bosco dopo un secolo di eventi tanto straordinari, eĢ€ ancora

cosiĢ€ vivo come se fosse un uomo del nostro tempo, e le sue intenzioni hanno ancora la prospettiva della profezia e dell'avvenire.

don Giovanni Raineri.

Questo libro, come e percheĢ

All'inizio del 1978 don Giovanni Raineri del Consiglio superiore dei Salesiani e la direzione della Editrice Elle Di Ci mi sollecitarono a scrivere una vita di don Bosco che avesse queste caratteristiche: popolare e piacevole nella forma, dignitosa e seria nella sostanza.

Partivano entrambi da una considerazione preoccupante: negli ultimi quindici anni gli scritti su don Bosco andavano sempre piuĢ€ dividendosi in due settori:

- libri che continuavano a narrare i fatti piuĢ€ belli della vita di don Bosco “per i ragazzi e il popolino”, senza tener conto degli studi storici generali sul tempo di don Bosco neĢ degli specifici sulla sua figura; questi libri, molto diffusi, hanno certo il pregio della divulgazione, ma finiscono per svilire la figura gigantesca di don Bosco a “roba da ragazzi”, a “materiale da fumetto”;

- libri che studiavano aspetti fondamentali di don Bosco e del suo tempo “dando per scontati e conosciuti” gli avvenimenti, le narrazioni, i fatti, su cui si soffermavano unicamente per “smitizzare” certi particolari episodi che risultavano fondati su testimonianze dubbie o fantasiose.

Tra “bella favola” e “studi critici”, don Bosco correva contemporaneamente il rischio di essere poco conosciuto e di apparire una figura imbottita di dubbie leggende.

Questo libro tenta una terza strada.

Narra la vita di don Bosco, non daĢ€ nulla per scontato, e tiene conto di tutto cioĢ€ che sta alla base della vicenda bella, avventurosa, drammatica del prete santo di Valdocco.

Tiene conto quindi:

- delle testimonianze autografe di don Bosco, cioeĢ€ delle tante pagine scritte dalla sua stessa mano, e conservate nell'Archivio Salesiano (in particolare del manoscritto Memorie per l'oratorio di san Francesco di Sales: 180 pagine del quaderno scritte da don Bosco nel 1873, e pubblicate a cura di don Ceria soltanto nel 1946);

- della massa smisurata di testimonianze di suoi allievi e collaboratori, in buona parte giurate ai processi per la beatificazione di don Bosco (molte delle quali sono confluite nei 19 volumi delle Memorie biografiche compilate da don Lemoyne, don Amadei e don Ceria);

- degli studi seri su don Bosco fatti negli ultimi vent'anni (Stella, Desramaut, Wirth, Valentini, Molineris) che precisano, inquadrano, completano, qualche volta sfrondano, ma assolutamente non demoliscono neĢ privano del loro valore le testimonianze su cui si fonda saldamente la narrazione della vicenda di don Bosco;

- degli studi importanti che sono stati fatti sulla storia della societaĢ€, dello stato e della Chiesa nel 1800.

Ho avuto la fortuna di scrivere la parte centrale di questo libro accanto a don Pietro Stella e don Eugenio Valentini, che hanno avuto la bontaĢ€ di leggere e correggere il dattiloscritto man mano che veniva composto. Ho pure potuto discutere con loro alcuni punti fondamentali (come il capitolo 26), ricevendone suggerimenti preziosi. Il dattiloscritto eĢ€ stato poi riletto da don Carlo Fiore che mi ha consigliato sulla sistemazione definitiva.

Ringrazio cordialmente questi confratelli, pur non intendendo assolutamente scaricare sulle loro spalle eventuali inesattezze o opinioni discutibili.

Questo libro potraĢ€ essere giudicato in modi diversi, tutti legittimi. Posso solo garantire che a me eĢ€ costato una grossa fatica e un grosso impegno.

Auguro che esso sia per tutti un incontro gioioso e impegnativo con don Bosco, e per molti cioĢ€ che eĢ€ stato per me: un aiuto a ritornare alla “terra santa” di Valdocco, al clima in cui vissero don Bosco, don Rua, don Cagliero, Domenico Savio, Giuseppe Buzzetti, quando sotto gli occhi della Madonna germinavano nella semplicitaĢ€ e nella povertaĢ€ le grandi intuizioni, i grandi orientamenti e le grandi realizzazioni dell'opera salesiana.

T. B.

1.

EMIGRANTE DI 12 ANNI.

Quella sera, in cucina, insieme con il pane si masticarono parole amare. Parole che fanno male. Antonio vide Giovanni con il solito libro accanto al piatto, e alzoĢ€ la voce:

- Io quel libro lo butto nel fuoco.
Margherita, la mamma, cercoĢ€ il solito compromesso:

- Giovanni lavora come gli altri. Se poi vuole leggere, cosa te ne importa?

- Me ne importa percheĢ questa baracca sono io a tenerla in piedi. Mi rompo la schiena sulla terra, io. E non voglio mantenere nessun signorino. Non andraĢ€ a stare comodo lasciando noi a mangiare polenta.

Giovanni reagiĢ€ con violenza. Le parole non gli mancavano, e non era nato per porgere l'altra guancia. Antonio alzoĢ€ le mani.

Giuseppe guardava spaventato. Margherita cercoĢ€ di mettersi in mezzo, ma probabilmente Giovanni fu pestato, come e piuĢ€ di altre volte. I suoi dodici anni non potevano far fronte ai diciannove di Antonio.

A letto Giovanni pianse, piuĢ€ di rabbia che di dolore. E poco lontano da lui pianse anche sua madre, che quella notte forse non dormiĢ€.

Al mattino Margherita aveva deciso. Disse a Giovanni le parole piuĢ€ tristi della sua vita: - EĢ€ meglio che tu vada via di casa. Antonio non puoĢ€ proprio vederti. Un giorno o l'altro

potrebbe farti del male. - E dove vado?

Giovanni aveva la morte nel cuore, e anche Margherita. Gli indicoĢ€ alcune fattorie nella zona di Moriondo e di Moncucco.

- Mi conoscono. Qualcuno ti daraĢ€ da lavorare, almeno per un po'. Poi si vedraĢ€.Un fagotto e la nebbia.

In quella giornata gli preparoĢ€ un piccolo fagotto con alcune camicie i suoi due libri, una pagnotta di pane. Era febbraio. C'era neve e ghiaccio sulla strada e sulle colline intorno.

Giovanni partiĢ€ il mattino dopo. Mamma Margherita rimase a guardarlo sulla porta, ad agitare la mano, fincheĢ la nebbia non inghiottiĢ€ il suo piccolo emigrante.

TentoĢ€ presso le “cascine” indicate dalla madre. Gli dissero che lavoro per un ragazzo non ne avevano. Nel pomeriggio aveva terminato la pagnotta e la speranza. Ormai poteva tentare soltanto dai Moglia. “Chiedi del signor Luigi”, gli aveva detto la madre.

Si fermoĢ€ sul portone che dava nell'aia. Un vecchio lo stava chiudendo. Lo guardoĢ€:
- Che cerchi, ragazzo?
- Da lavorare.
- Bravo. Lavora. Addio -. E continuoĢ€ a tirare il pesante portone per sprangarlo.

Giovanni radunoĢ€ gli ultimi brandelli di coraggio: - Ma io devo vedere il signor Luigi.

EntroĢ€. La famiglia Moglia era vicino al portico a mondare i vimini per le vigne. Luigi Moglia, un giovane contadino di 28 anni, lo guardoĢ€ meravigliato.

- Cerco il signor Luigi Moglia.
- Sono io.
- Mi manda mia madre. Mi ha detto di venire da voi a fare il garzone di stalla.
- Ma percheĢ ti manda fuori casa cosiĢ€ piccolo? Chi eĢ€ tua madre?
- Margherita Bosco. Mio fratello Antonio mi maltratta, e allora lei mi ha detto di venire

a cercare un posto come garzone.
- Ma povero ragazzo, siamo d'inverno, e i ragazzi di stalla noi li prendiamo solo alla

fine di marzo. Abbi pazienza, torna a casa.
Giovanni si sentiĢ€ avvilito e stanco. ScoppioĢ€ in un pianto disperato.
- Accettatemi, per caritaĢ€. Non datemi nessuna paga, ma non rimandatemi a casa. Ecco

- disse con la forza della disperazione -, io mi siedo qui per terra e non vado piuĢ€ via. Fate cioĢ€ che volete di me, ma io non vado piuĢ€ via -. E piangendo si mise a raccogliere i vimini sparsi e a mondarli.

La signora Dorotea, una fiorente donna di 25 anni, si inteneriĢ€ davanti a quel ragazzo:

- Prendilo, Luigi. Proviamo almeno per qualche giorno. Anche Teresa, una ragazza di 15 anni, provoĢ€ pena per lui. Era la

sorella minore del padrone, incaricata di badare alle mucche. Disse:

- Io sono abbastanza grande per venire in campagna con voi. Per la stalla questo ragazzo andrebbe benissimo.

Giovanni Bosco comincioĢ€ cosiĢ€, nel febbraio 1827, la vita del ragazzo di stalla. I Moglia erano una famiglia di contadini benestanti, anche se lavoravano tutti da sole a sole. Lavoravano la terra, cioeĢ€ vigneti e campi. Accudivano buoi e mucche. Pregavano insieme. Alla sera, attorno al focolare, la famiglia si riuniva per la recita del Rosario. Alla domenica, il signor Luigi guidava tutti alla “Messa grande”, celebrata a Moncucco dal prevosto don Francesco Cottino.

Il mestiere di Giovanni, ragazzo di stalla, non era una cosa umiliante, neĢ eccezionale. Nelle “cascine” intorno, alla fine di marzo, si sarebbero trovati decine di “garzoni” come lui. Era la strada normale per tanti ragazzi di famiglie povere. Alla festa dell'Annunziata (25 marzo), i padroni passavano nelle borgate o andavano sui mercati ad assoldare i ragazzi- lavoratori per l'annata. Lavoratori stagionali e “alla pari”: otto mesi di lavoro sodo (aprile- novembre) e in cambio cibo, alloggio e 15 lire per i vestiti.

Il garzone Giovanni Bosco, peroĢ€, era diverso dagli altri. Era eccezionalmente giovane (gli mancavano 6 mesi a compiere 12 anni), e specialmente portava in seĢ un sogno. Un sogno vero, fatto di notte a occhi chiusi. Lo raccontoĢ€ lui stesso.

Un sogno che marchia il futuro.

“A 9 anni ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente tutta la vita. Nel sogno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli che giocavano. Alcuni ridevano, non pochi bestemmiavano. All'udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo a loro, adoperando pugni e parole per farli tacere.

In quel momento apparve un Uomo venerando, nobilmente vestito. Il volto era cosiĢ€ luminoso che non potevo fissarlo. Mi chiamoĢ€ per nome e mi disse:

- Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la caritaĢ€ dovrai acquistare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a parlare loro sulla bruttezza del peccato e sulla preziositaĢ€ della virtuĢ€.

Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e

ignorante. In quel momento i ragazzi, cessando le risse e gli schiamazzi, si raccolsero tutti intorno a Colui che parlava. Quasi senza sapere cosa dicessi:

Chi siete voi - domandai - che mi comandate cose impossibili?
- Proprio percheĢ queste cose ti sembrano impossibili, dovrai renderle possibili con

l'obbedienza e acquistando la scienza.
- Come potroĢ€ acquistare la scienza?
- Io ti daroĢ€ la Maestra. Sotto la sua guida potrai diventare sapiente.
- Ma chi siete voi?
- Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti insegnoĢ€ a salutare tre volte al giorno. Il mio

nome domandalo a mia Madre.
In quel momento vidi accanto a lui una Donna di maestoso aspetto, vestita di un manto

che splendeva come il sole. Scorgendomi confuso, mi fece cenno di avvicinarmi, mi prese con bontaĢ€ per mano:

- Guarda! - mi disse. Guardando mi accorsi che quei fanciulli erano tutti scomparsi, al loro posto vidi una moltitudine di capretti, di cani, di gatti, di orsi e di parecchi altri animali.

- Ecco il tuo campo, ecco dove dovrai lavorare. Renditi umile, forte e robusto: e cioĢ€ che in questo momento vedi succedere di questi animali tu lo farai per i miei figli.

Volsi allora lo sguardo, ed ecco: invece di animali feroci apparvero altrettanti mansueti agnelli, che saltellando correvano e belavano, come per far festa intorno a quell'Uomo e a quella Signora.

A quel punto, sempre nel sogno, mi misi a piangere, e pregai quella Donna a voler parlare in modo chiaro, percheĢ io non sapevo cosa volesse significare.

Allora Essa mi pose la mano sul capo e mi disse: - A suo tempo tutto comprenderai.

Aveva appena dette queste parole che un rumore mi sveglioĢ€, e ogni cosa disparve. Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che facevano male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti da quei monelli.

Al mattino ho raccontato il sogno prima ai miei fratelli, che si misero a ridere, poi a mia madre e alla nonna. Ognuno dava la sua interpretazione: " Diventerai un pecoraio ", disse Giuseppe. " Un capo di briganti ", malignoĢ€ Antonio. Mia madre: " ChissaĢ€ che non abbia a diventare prete ". Ma la nonna diede la sentenza definitiva: " Non bisogna badare ai sogni ".

Io ero del parere della nonna. Tuttavia non riuscii mai a togliermelo dalla mente”.

Tutti gli anni che seguirono furono segnati profondamente da quel sogno. Mamma Margherita aveva capito (e presto lo capiĢ€ anche Giovanni) che esso indicava una strada.

180 pagine per ricordare

A 58 anni, quasi nessuno ricorda cioĢ€ che gli eĢ€ capitato cinque anni prima. Ma quasi tutti ricordano, come si trattasse dell'altro ieri, i loro nove, undici, quindici anni. Si sente ancora sui ginocchi la corteccia ruvida degli alberi su cui si arrampicava. Sembra di aver toccato ieri il pelo caldo del cane che ci caracollava accanto in corse frenetiche.

A 58 anni, per ordine del Papa, don Bosco scrisse la storia dei suoi primi decenni. Con quella sua memoria cosiĢ€ simile a una cinepresa (poco “logica” e molto “visiva”) riempiĢ€ tre grossi quaderni (180 pagine). Con le date fece un po' di pasticcio, ma episodi, ricordi, particolari hanno una freschezza vivissima.

Alla undicesima riga annotoĢ€: “Io scrivo per i miei carissimi figli Salesiani, con proibizione di dare pubblicitaĢ€ a queste cose sia prima sia dopo la mia morte”. Queste parole le sottolineoĢ€.

I Salesiani gli disobbedirono 73 anni dopo, chiudendo un lungo e dibattuto problema di coscienza. Per questo, oggi, su quei quaderni di Memorie possiamo seguire le vicende del ragazzo-contadino Giovanni Bosco anche nei particolari piuĢ€ minuti.

2.

LA PICCOLA E LA GRANDE TRAGEDIA.

“Il nome di mia madre era Margherita Occhiena di Capriglio; Francesco quello di mio padre. Erano contadini, che con il lavoro e con la parsimonia si guadagnavano onestamente il pane della vita”.

Giovanni Bosco vide la luce il 16 agosto 1815. Sua madre lo chiamoĢ€ Giuanin, un diminutivo familiare in ogni parte del Piemonte.

Il suo primo ricordo eĢ€ la morte del padre. Francesco Bosco aveva comprato una casetta e qualche fazzoletto di terreno. Ma per mantenere le cinque persone che gli erano in casa doveva anche prestare la sua opera presso un vicino, proprietario benestante.

Una sera di maggio, ritornando dal lavoro bagnato di sudore, commise l'imprudenza di entrare nella cantina del padrone. Qualche ora dopo gli venne addosso una febbre violenta, probabilmente una polmonite doppia. In quattro giorni fu stroncato. Aveva 33 anni.

“Non avevo ancora due anni - racconta don Bosco - quando mi moriĢ€ il padre e non ne ricordo nemmeno il volto. Ricordo solo le parole di mia madre: " Eccoti senza padre, Giuanin ". Tutti uscivano dalla camera del defunto, ma io mi ostinavo a rimanere. " Vieni, Giuanin ", insisteva mia madre dolcemente. " Se non viene papaĢ€, non voglio venire neppure io ", rispondevo. " Su vieni, piccolo, il padre non ce l'hai piuĢ€ ". E con queste parole la santa donna, scoppiando in singhiozzi, mi portava via. Io piangevo percheĢ lei piangeva. A quell'etaĢ€, che cosa puoĢ€ capire un bambino? Ma quella frase " Eccoti senza padre ", mi eĢ€ rimasta sempre in mente. EĢ€ il primo fatto della mia vita di cui tengo memoria”.

Una stagione stregata.

Il secondo ricordo di Giovanni eĢ€ quello della fame sofferta in quello stesso anno.

I Becchi, la piccola localitaĢ€ dov'era la casa della famiglia Bosco, erano dieci case sparse su un'altura, immerse in una campagna ondulata e vastissima. Vigne e boschi. Facevano

parte della frazione di Morialdo, a cinque chilometri dal capoluogo comunale, Castelnuovo d'Asti.

Nel 1817 le colline del Monferrato (Castelnuovo eĢ€ nella fascia settentrionale della regione monferrina) furono colpite insieme a tutto il Piemonte da una carestia dura. Brinate in primavera, poi una lunghissima siccitaĢ€. I raccolti andarono perduti.

Nei paesi ci fu la fame, la fame vera, quella che faceva trovare i mendicanti morti nei fossi, con la bocca piena d'erba.

Un documento del tempo descrive Torino, la capitale del Piemonte, invasa da una migrazione biblica: file di gente smunta e cenciosa abbandonavano le campagne; dalle valli e dalle colline calavano verso la cittaĢ€ gruppi di famiglie, che si accampavano davanti alle chiese e ai palazzi a stendere la mano.

Margherita si trovoĢ€ sulle braccia la famiglia proprio in quella stagione stregata. In casa aveva la suocera (anziana madre di Francesco) inchiodata dalla paralisi su una poltrona, Antonio (9 anni) figlio di un matrimonio precedente di Francesco, e i suoi due bambini Giuseppe e Giovanni (4 e 2 anni). Contadina analfabeta, manifestoĢ€ in quei mesi la sua dote migliore, l'energia del carattere.

“Mia madre diede nutrimento alla famiglia fincheĢ ne ebbe - racconta don Bosco -. Poi diede una somma di denaro a un vicino, Bernardo Cavallo, percheĢ andasse in cerca di cibo. AndoĢ€ su vari mercati, ma anche a prezzi esorbitanti non poteĢ€ provvedere nulla. Giunse dopo due giorni, di sera, aspettatissimo. Quando restituiĢ€ il denaro dicendo che non aveva trovato niente, il terrore ci invase. GiaĢ€ quel giorno non avevamo mangiato. Mia madre, senza sgomentarsi, prese a parlare: " Francesco, morendo, mi disse di avere confidenza in Dio. Inginocchiamoci e preghiamo ".

Dopo una breve preghiera si alzoĢ€ e disse: " Nei casi estremi si devono usare mezzi estremi ". Con l'aiuto di Bernardo Cavallo andoĢ€ nella stalla, uccise un vitellino, ne fece cuocere una parte e ci sfamoĢ€. Eravamo sfiniti. Nei giorni seguenti fece venire da paesi lontani dei cereali, a carissimo prezzo”.

Nelle famiglie piemontesi di campagna, fino a non molte decine di anni fa, uccidere il vitello era un atto di disperazione. Il vitellino

che ingrossava nella stalla era l'investimento che poteva permettere, con la sua vendita al mercato, il superamento di una congiuntura difficile, per esempio di una malattia. Ucciderlo, voleva dire privarsi dell'estrema riserva della famiglia.

Un avvenimento che avrebbe cambiato la faccia al mondo.

Morte, fame, precarietaĢ€. Primi ricordi di un bambino che diventeraĢ€ padre di tanti orfani, e daraĢ€ pane nelle sue case a moltissimi ragazzi poveri.

La piccola tragedia della famiglia Bosco, su una collina sperduta, si aggiungeva alla grande tragedia che come una bufera aveva sconvolto l'Europa e l'Italia in quegli ultimi decenni.

Ventott'anni prima (1789) a Parigi era scoppiata la rivoluzione francese, un avvenimento che avrebbe cambiato la faccia al mondo. Non intendiamo evidentemente tracciarne la storia, ma ci pare di dover accennare ad alcuni aspetti degli avvenimenti, che ebbero profonda incidenza anche sulla vita di Giovanni Bosco.

L'aria, in tutta l'Europa, era diventata di colpo satura di novitaĢ€ e di aspettativa. Anche in Italia rimbalzavano gli echi di formidabili cambiamenti. Dopo secoli di societaĢ€ pietrificata nel dominio assoluto del re e dei nobili, la Francia esplodeva. La borghesia e il popolo reclamavano i loro diritti, la cessazione dei privilegi della nobiltaĢ€ e dell'alto clero. Le parole “libertaĢ€” e “uguaglianza” non erano piuĢ€ sussurrate, ma gridate alla luce del sole.

Venivano proclamati i “diritti dell'uomo” e la “sovranitaĢ€ del popolo”. “Gli uomini sono nati e restano liberi e uguali nei loro diritti. Questi diritti sono la libertaĢ€, la proprietaĢ€, la sicurezza e la resistenza all'oppressione. La fonte di ogni sovranitaĢ€ sta essenzialmente nella nazione” (Preambolo alla Costituzione del 1791). Per l'affermazione di questi diritti (non piuĢ€ per quelli dinastici di un re) le armate francesi combattevano contro le altre nazioni d'Europa.

Come in ogni epoca di cambiamenti radicali, peroĢ€, si mescolavano decisioni formidabili e giustissime a violenze faziose e ingiustificate.

I grandi borghesi che guidavano la rivoluzione, fecero riconoscere il diritto di voto soltanto per i proprietari. “L'intervento nelle decisioni governative del popolo privo di

istruzione e di autocontrollo - dichiararono - conduce facilmente a eccessi”.
La rivoluzione, quindi, aboliva tutti i privilegi, ma si arrestava davanti a quello della

ricchezza. I borghesi ottenevano la libertaĢ€, ma i poveri restavano poveri.
D'altra parte, la “rivoluzione parallela” che veniva condotta in quello stesso tempo dai

ceti popolari e contadini, sembrava dar loro ragione.
Icontadini francesi muovevano all'assalto dei castelli dei nobili e li bruciavano.

Contemporaneamente (erano anni di tremenda carestia) impedivano con mezzi violenti la circolazione dei cereali, e ingaggiavano vere battaglie contro i gruppi di affamati che vagavano disperati in cerca di cibo.

Il popolo di Parigi si accendeva in fiammate insurrezionali violente e improvvise. Il re Luigi XVI fu assediato da gente che lo costrinse a mettersi in testa il berretto dei rivoluzionari e a bere alla salute della nazione. Venti giorni dopo fu trascinato in prigione con la sua famiglia.

Dall'agosto del 1792 al luglio del 1794, la “rivoluzione parallela” prese il potere. I borghesi furono sostituiti alla testa della nazione dai “rappresentanti popolari”, che cercarono di trasformare la “rivoluzione della libertaĢ€” in “rivoluzione dell'uguaglianza”.

Alcuni esiti furono, purtroppo, disastrosi.

In settembre, reparti armati del popolo invasero le prigioni colme di aristocratici e di presunti cospiratori, e massacrarono piuĢ€ di mille persone.

Nel gennaio del 1793 il re fu riconosciuto colpevole di tradimento e ghigliottinato.

Nello stesso 1793 inizioĢ€ il “periodo del terrore”. Si attribuiĢ€ il reato di tradimento a tutte le persone “sospette” di essere nemiche della rivoluzione. In ottobre, i condannati alla ghigliottina furono 177, nel luglio dell'anno seguente 1.285. I “nemici della rivoluzione” venivano liquidati in maniera spiccia, senza nemmeno una parvenza di processo.

Nello stesso tempo si procedeva a una massiccia “scristianizzazione”: proibizione del culto cristiano, chiusura delle chiese, distruzione dei simboli cristiani, persecuzione dei preti, sostituzione del “culto della Ragione” a quello di Dio (con avvilenti mascherate nella stessa cattedrale di Parigi).

L'Europa guardava allibita. I fatti di Parigi in quei mesi sembravano manifestazioni di demenza collettiva. Anche le persone piuĢ€ progressiste, che all'inizio avevano simpatizzato con la rivoluzione, erano sconvolte.

Quando, negli anni futuri, si parleraĢ€ con paura di “rivoluzione”, si penseraĢ€ al periodo del terrore parigino. Con il termine di

spregiativo di “rivoluzione democratica” si intenderaĢ€ indicare il “popolaccio scatenato nel disordine e nella violenza”.

Un generale di 27 anni: Napoleone.

Nel luglio del 1794 il terrore e la “dittatura popolare” finirono con la condanna a morte dei suoi stessi capi: i fanatici “giacobini” Robespierre, Saint Just, Couthon.

La rivoluzione tornoĢ€ ad essere “borghese”. La nuova Costituzione (varata nel 1795) riconobbe il diritto di voto unicamente a 30.000 persone (Parigi aveva 600.000 abitanti). La direzione del Paese veniva attribuita solo al ceto ristretto dei grandi proprietari. E presto si sarebbe verificata un'“involuzione”: il regime repubblicano si sarebbe trasformato addirittura in un'“impero”.

1796. Un'armata della rivoluzione giunge in Italia guidata da un generale di 27 anni, Napoleone Bonaparte. Nella Valle Padana batte in battaglie sanguinose gli Austriaci. I soldati francesi parlano di fraternitaĢ€, uguaglianza, libertaĢ€. Nonostante le ombre del terrore, queste parole accendono entusiasmi enormi tra le giovani generazioni. Il regno di Sardegna (Piemonte-Savoia-Sardegna) eĢ€ sconvolto. Il re parte per l'esilio.

Ma Napoleone eĢ€ un genio inquieto. PiuĢ€ che il trionfo della rivoluzione insegue luminosi e sanguigni traguardi di gloria militare.

Le tragiche vicende dell'Italia di quegli anni, oggi le studiano i ragazzini di terza media. Nel 1799 Napoleone eĢ€ in Egitto, e gli Austro-Russi invadono nuovamente l'Italia del nord: sui piccoli cavalli della steppa, i cosacchi (barbe lunghe e folte, picche minacciose) rientrano nelle cittaĢ€. Napoleone ritorna, ed eĢ€ di nuovo guerra, che semina miseria anche nelle ricche campagne della Valle Padana.

Poi Napoleone torchia denari e soldati da ogni regione d'Italia: gli servono per la

guerriglia della Spagna e la spedizione in Russia. Egli invade questo lontano e misterioso Paese alla testa del piuĢ€ grande esercito di tutti i tempi. Nel rigido inverno di Mosca, il grande crollo e la disastrosa ritirata. Napoleone si vede morire accanto 600.000 uomini. Tra essi 25.000 italiani. 20.000 sono stati uccisi in Spagna.

Dal 16 al 19 ottobre 1813, nella piana di Lipsia, la gigantesca “battaglia delle nazioni” segna la fine del grande Impero francese, e (nella mente di molti) il seppellimento degli ideali della Rivoluzione.

Ancora una volta, giuĢ€ dalle Alpi e attraverso l'Isonzo, calano verso la pianura padana Austriaci, Tedeschi e Croati. Tutti proclamano di venire a “liberare l'Italia”, ma come tutti i “liberatori” nessuno li ha chiamati, e si autopagano depredando campagne e cittaĢ€. Dopo l'ultimo sussulto dei “cento giorni” e la battaglia di Waterloo, Napoleone finisce i suoi giorni in un isolotto dell'Atlantico.

L'Europa e l'Italia sono stanche, seminate di rovine e di orfani. Le campagne sono state spogliate dalla guerra, spopolate dalle “leve” che requisivano a forza i giovani per portarli a morire su lontani campi di battaglia.

La gente, che ha gridato per anni “libertaĢ€”, cerca ora soltanto la pace.

EĢ€ nel contesto di questa grande tragedia di popoli che la famiglia Bosco vive, nel 1817, la sua piccola ma intensa tragedia.

Il re rimette indietro di 15 anni l'orologio.

Giovanni Bosco sapraĢ€ dai libri di storia di essere nato all'inizio di una nuova epoca, chiamata “restaurazione”. Era iniziata il 1° novembre 1814, con l'apertura a Vienna del Congresso delle nazioni vincitrici, e nella maggior parte dell'Italia sarebbe durata fino al 1847, cioeĢ€ fino all'inizio del Risorgimento.

La restaurazione eĢ€ un'epoca di grossi equivoci. I re detronizzati dalla rivoluzione e da Napoleone tornano, per volontaĢ€ del Congresso, alle loro regge, e pretendono, con alcuni tratti di penna, di cancellare venticinque anni di storia.

L'Italia, alla festa di Vienna, eĢ€ stata divisa come una torta in otto fette: il Regno di Sardegna (comprende Piemonte, Sardegna, Savoia, Nizza, e gli eĢ€ stata assegnata come “giunta” la repubblica di Genova), il Regno Lombardo-Veneto (strettamente sottoposto all’Austria), il Ducato di Modena, quello di Parma e Piacenza, il Granducato di Toscana, il Principato di Lucca, gli Stati Pontifici, il Regno delle Due Sicilie.

Vittorio Emanuele I rientra a Torino. EĢ€ a bordo del carrozzone di gala, circondato dai nobili vestiti all'uso antico, con parrucca incipriata e codino.

La gente per le strade acclama il re. Specialmente la gente che vive nelle campagne vuole la pace piuĢ€ di ogni altra cosa. Ma le parrucche incipriate dei nobili la vogliono garantire ricostruendo “tutto come prima”. Ignorano le realtaĢ€ nuove, positive, che pur

tra le sanguinose campagne di Napoleone sono nate e si sono irrobustite in Italia.

La storia ha camminato, e niente puoĢ€ farla tornare indietro. La borghesia si eĢ€ affermata come la classe nuova. Il commercio e gli uomini viaggiano sulla solida rete stradale costruita dagli ingegneri napoleonici.

Per centinaia d'anni la grande massa della popolazione italiana eĢ€ nata, vissuta, morta nello stesso podere, nel medesimo villaggio, pietrificata nelle sue piccole autarchie, nelle sue usanze secolari. Le armate napoleoniche hanno rotto questa inerzia. L'emigrazione interna, anche se provocata spesso da cause tragiche, eĢ€ diventata un fenomeno di massa.

Sulle diligenze viaggiano anche giornali e libri. Pochi sanno leggere, ma la curiositaĢ€ eĢ€ ormai una qualitaĢ€ diffusa. I pochi lettori comunicano notizie, gli orizzonti si allargano. Francesco IV di Modena denunceraĢ€ al congresso di Lubiana (1821): “La libertaĢ€ di stampa, la diffusione delle scuole, il libero passo accordato a tutti d'imparare a leggere e a scrivere: ecco i cattivi semi da cui germogliano le rivoluzioni”.

In Piemonte l'agricoltura prenderaĢ€ presto uno sviluppo nuovo, rigoglioso. Si sono distrutte le ultime foreste nelle zone piane e sulle colline. Nuove vaste zone sono diventate coltivabili. Si stanno piantando migliaia di gelsi, che permetteranno un rapido sviluppo alla coltura del baco da seta.

Presto sorgeranno ovunque manifatture, opifici, “martinetti”. L'industria si articoleraĢ€, i prezzi si stabilizzeranno.

Vittorio Emanuele I, il giorno dopo il suo ritorno, abolisce le leggi degli ultimi quindici anni e rimette in vigore quelle pre-napoleoniche. Nobili e alto clero riacquistano tutti i loro

privilegi. La borghesia perde di colpo molti dei suoi sudati diritti.
Conseguenze: mentre il re rimette indietro di 15 anni il suo orologio, gli intellettuali

borghesi (come Silvio Pellico) emigrano a Milano; la gioventuĢ€ delle migliori famiglie fa la fronda, entra nelle societaĢ€ segrete, e punta le sue speranze su un giovanissimo principe di casa Savoia-Carignano, Carlo Alberto, che pare sensibile ai tempi nuovi.

Gli echi di queste vicende arrivano molto smorzati sulle colline del Monferrato, dove Giovanni Bosco vive gli anni poveri e sereni della sua infanzia.

3.

GLI ANNI DEL FOCOLARE.

Margherita, quando suo marito moriĢ€, aveva 29 anni. Piuttosto giovane per il peso da portare. Ma non spese molti giorni nel compiangere se stessa. Si rimboccoĢ€ le maniche e comincioĢ€ a lavorare.

In casa c'erano i piatti da lavare, la cucina da rigovernare, l'acqua da andare ad attingere, le camere da riassettare. Questo nei momenti “liberi”, percheĢ nelle ore “buone” c'erano campagna e stalla da mandare avanti.

Come altre sode contadine dei suoi paesi, falciava l'erba, arava, seminava, mieteva il grano, ne faceva covoni, li trasportava sull'aia, trebbiava. Rincalzava le viti con la zappa, pensava alla vendemmia e alla svinatura.

Aveva le mani sciupate dal lavoro, ma sapeva accarezzare dolcemente i suoi bambini. PercheĢ era una lavoratrice, ma soprattutto era mamma dei suoi figli.

Li tiroĢ€ su con dolcezza e fermezza. Cent'anni dopo, gli psicologi scriveranno che il bambino, per crescere bene alla vita, ha bisogno dell'amore esigente del padre, e di quello sereno e gioioso della madre. E diranno che essere orfani significa correre il rischio di squilibrarsi affettivamente su un versante solo: nella mollezza senza nerbo per i figli di mamma, nella ariditaĢ€ ansiosa per i figli di papaĢ€.

Mamma Margherita trovoĢ€ in se stessa un istintivo equilibrio, che le fece unire e alternare la fermezza calma e la gioia rasserenante. Don Bosco, nel suo stile educativo, dovraĢ€ molto a sua madre.

Una persona grande.

“Alla base e al vertice della sua pedagogia istintiva - scrive l'Auffray - Margherita Occhiena aveva posto il senso religioso della vita”.

Dio ti vede era una delle sue parole piuĢ€ frequenti. Lasciava andare i bambini a scorrazzare nei prati vicini, e mentre partivano diceva: “Ricordatevi che Dio vi vede”. Se li vedeva in preda a piccoli rancori, o sul punto di inventare una bugia per cavarsi d'impiccio: “Ricordatevi che Dio vede anche i vostri pensieri”.

Ma non era un Dio-carabiniere quello che lei scolpiva nella mente dei suoi piccoli. Se la notte era bella e il cielo stellato, mentre stavano a prendere il fresco sulla soglia diceva: “EĢ€ Dio che ha creato il mondo e ha messo lassuĢ€ tante stelle”. Quando i prati erano pieni di fiori, mormorava: “Quante cose belle ha fatto il Signore per noi”. Dopo la mietitura, dopo la vendemmia, mentre tiravano il fiato dopo la fatica del raccolto, diceva: “Ringraziamo il Signore. EĢ€ stato buono con noi. Ci ha dato il pane quotidiano”.

Anche dopo il temporale e la grandine che aveva rovinato tutto, la mamma invitava a riflettere: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Lui sa il percheĢ. Se siamo stati cattivi, ricordiamoci che con Dio non si burla”.

Accanto alla mamma, ai fratelli, ai vicini, Giovanni imparoĢ€ cosiĢ€ a vedere un'altra persona, Dio. Una persona grande. Invisibile ma presente dappertutto. Nel cielo, nelle campagne, nella faccia dei poveri, nella voce della coscienza che diceva: “Hai fatto bene, hai

fatto male”. Una persona in cui sua madre aveva una confidenza illimitata e indiscutibile. Era padre buono e provvidente, dava il pane quotidiano, a volte permetteva certe cose (la morte del papaĢ€, la grandine sulla vigna) difficili da capire: ma “Lui” sapeva il percheĢ, e questo doveva bastare.

La lippa e il sangue.

Giovanni aveva quattro anni, quando sua madre gli assegnoĢ€ le prime tre o quattro verghe di canapa macerata da sfilacciare. Un lavoro da poco, ma un lavoro. ComincioĢ€ in questa maniera a dare il suo piccolo contributo alla famiglia, che viveva per il lavoro di tutti.

PiuĢ€ tardi si uniĢ€ ai fratelli nel fare i servizi di casa: andare a far legna, accendere il fuoco soffiando delicatamente sulle braci custodite sotto la cenere (per risparmiare le cannucce intinte nello zolfo), attingere acqua, sbucciare legumi, spazzare le stanze, pulire la stalla, portare al pascolo le mucche, sorvegliare la cottura del pane al forno.

Ma subito dopo i piccoli lavori (controllati dalla mamma), via a giocare. Lo spazio non occorre cercarlo: attorno ci sono prati a vista d'occhio. Gli amici aspettano: ragazzetti forti, vivaci, a volte

rozzi e sboccati. Vanno a scovare tane di talpe, nidi di uccelli, a disputare partite interminabili.

Uno dei giochi piuĢ€ animati eĢ€ la “lippa”, un base-ball primitivo. Un pomeriggio Giovannino rientra a casa innanzitempo, con la faccia che gronda sangue. Il cilindro di legno della “lippa” lo ha colpito violentemente su una guancia. Margherita eĢ€ preoccupata, e mentre lo medica:

- Un giorno o l'altro mi torni con un occhio rovinato. PercheĢ vai con quei ragazzi? Lo sai che qualcuno eĢ€ un poco di buono.

- Se eĢ€ per farvi piacere, non ci androĢ€ piuĢ€. Ma vedete, mamma, quando ci sono io stanno piuĢ€ buoni. Certe parole non le dicono.

Margherita lo lascia andare.
Il coraggio cresce piuĢ€ in fretta della statura.
Giovanni ha cinque anni, Giuseppe sette. Margherita li ha mandati a pascolare un

piccolo branco di tacchini. Mentre gli animali danno la caccia ai grilli, i fratelli giocano. A un tratto, contando sulle dita, Giuseppe grida che manca un tacchino.

Cercano affannati. Niente. Un tacchino eĢ€ un affare grosso, non puoĢ€ sparire cosiĢ€. Girando attorno a una siepe, Giovanni scopre un uomo. Pensa di colpo: “L'ha rubato lui”. Chiama Giuseppe e si avvicina risoluto:

- Restituiteci il tacchino.
Il forestiero li guarda meravigliato:

- Un tacchino? E chi l'ha visto?

- L'avete rubato voi. Tiratelo fuori. Altrimenti grideremo “al ladro” e vi prenderanno a bastonate.

Due bambini si possono far correre con quattro sculaccioni. Ma la risolutezza di questi due lo mette a disagio. Ci sono contadini che lavorano poco lontano, e se si mettono a urlare, puoĢ€ capitare di tutto. Va a tirare fuori dalla siepe un sacco, e cava il tacchino.

- Volevo soltanto farvi uno scherzo.

- Non eĢ€ uno scherzo da galantuomo - rimbeccano i piccoli mentre se ne va. Alla sera, come sempre, rendiconto alla madre.

- Avete corso un bel rischio.
- E percheĢ?
- Prima di tutto non eravate sicuri che fosse lui.

- Ma non c'era nessun altro liĢ€ vicino.

- Questo non basta per chiamare uno ladro. E poi voi siete piccoli, e lui un uomo. Se vi avesse fatto del male?

- Allora dovevamo lasciarci prendere il tacchino?

- Avere coraggio non eĢ€ male. Ma meglio perdere un tacchino che venire conciati per le feste.

- Uhm - mormora Giovannino pensoso -. SaraĢ€ come dite voi, mamma. Ma era un tacchino bello grosso.

Una verga nell'angolo.

Margherita era una mamma dolcissima, ma energica e forte. I figli sapevano che quando diceva no era no. Non c'erano capricci che le facessero cambiar parere.

In un angolo della cucina c'era “la verga”: un bastoncino flessibile. Non l'usoĢ€ mai, ma non la tolse mai da quell'angolo.

Un giorno Giovanni ne combinoĢ€ una grossa. Forse, preso dalla fretta di andare a giocare, lascioĢ€ aperta la conigliera e tutti i conigli scapparono per i prati. Una fatica nera riprenderli tutti.

Rientrati stanchi in cucina, Margherita indicoĢ€ l'angolo:
- Giovanni, vammi a prendere quella verga. Il bambino si ritrasse verso la porta: - Che cosa volete farne?
- Portamela e vedrai.

Il tono era deciso. Giovanni la prese, e porgendogliela da lontano: - Voi volete adoperarla sulle mie spalle.
- E percheĢ no, se me ne combini di cosiĢ€ grosse?
- Mamma, non lo faroĢ€ piuĢ€. La madre sorrideva, e anche lui.

In una giornata di sole rovente, Giovanni e Giuseppe tornano dalla vigna con una sete da svenire. Margherita va al pozzo, tira su un secchio d'acqua fresca, e con la mestola di rame daĢ€ da bere prima a Giuseppe.

Giovanni allunga il musetto. EĢ€ offeso di quella preferenza. Quando la mamma porge da bere anche a lui, fa segno che non ne vuole piuĢ€. Margherita non dice niente. Porta il secchio in cucina e chiude la porta. Un istante, e dentro arriva Giovanni:

- Mamma.
- Cosa c'eĢ€?
- Date da bere anche a me?
- Credevo non avessi piuĢ€ sete.

- Perdono, mamma.
- CosiĢ€ va bene -, e porge anche a lui la mestola sgocciolante.

Otto anni. Giovannino eĢ€ un fanciullo fiorente, dalla risata squillante. Piccolotto e solido, occhi neri, capelli ricciuti e folti come la lana di un agnello. Ha il gusto dell'avventura e del rischio. Non si lamenta mai delle sbucciature alle ginocchia.

EĢ€ giaĢ€ riuscito ad arrampicarsi su qualche albero, a caccia di nidi di uccelli. Una volta gli eĢ€ andata male. Un nido di cinciallegre era molto profondo dentro una fessura del tronco. Ha ficcato giuĢ€ il braccio fin oltre il gomito, ma poi non eĢ€ piuĢ€ riuscito a tirarlo indietro. Ha provato e riprovato, ma in quella specie di morsa il braccio gli si eĢ€ gonfiato. Giuseppe, che lo guardava di sotto, ha dovuto correre a chiamare la mamma. Margherita eĢ€ andata con una scaletta, ma non c'eĢ€ riuscita nemmeno lei. Ha dovuto andare a cercare un contadino con uno scalpello. Giovanni, intanto, aveva i goccioloni alla fronte, e Giuseppe gli gridava di sotto (con piuĢ€ paura di lui): “Tieniti forte che adesso arrivano!”.

Il contadino ha avvolto il braccio del ragazzino nel grembiule di Margherita, poi ha cominciato a scalpellare. Sono bastati sette o otto colpi, e il braccio eĢ€ scivolato fuori.

Margherita non ha avuto il coraggio di sgridarlo. Era mortificato come un cagnolino sotto la pioggia. Gli ha soltanto detto:

- Non combinarmene sempre una nuova. Il diavolo in soffitta.

Una sera d'autunno, Giovannino si trova con la mamma presso i nonni a Capriglio. Durante la cena la numerosa famiglia eĢ€ attorno alla tavola, avvolta nel buio appena rotto dal lume a olio. Ed ecco un rumore sospetto sulle teste. Si ripete una, due, tre volte. Tutti guardano in su, trattenendo il fiato. Una pausa di silenzio, poi di nuovo, dal soffitto, il rumore misterioso, seguito da uno strascico lungo e sordo. Le donne si fanno il segno della croce, i bambini si stringono alle mamme.

Una vecchia comincia a raccontare con parole circospette come, in tempi passati, sul solaio si sentivano rumori prolungati, gemiti, urli spaventosi. “Era il diavolo. E adesso eĢ€ tornato”, mormora segnandosi.

Giovanni rompe il silenzio dicendo tranquillo:
- Io credo che sia la faina, non il diavolo.
EĢ€ zittito come un impertinente. Ed ecco ancora il tonfo, lo strascichio lungo, lamentoso.

Il soffitto di legno, dove tutti guardano

impauriti, fa da pavimento a un lungo sottotetto, usato come granaio. Giovannino rompe ancora il silenzio balzando su dalla sedia e

dicendo:
- Andiamo a vedere.
- Sei matto! Margherita fermalo! Col diavolo non si scherza! Ma il ragazzo eĢ€ giaĢ€ in piedi,

prende una lanterna, l'accende, afferra un bastone. Margherita gli dice: - Non sarebbe meglio aspettare domani?
- Mamma, non avrete mica paura anche voi?
- No. Andiamo a vedere insieme.

Salgono la scala di legno. Anche gli altri si uniscono, reggendo lanterne e stringendo bastoni. Giovanni spinge la porta del solaio, alza la lanterna per vederci meglio. Ecco il grido soffocato di una donna:

- LaĢ€, in quell'angolo, guardate!

Tutti guardano: un cesto da grano capovolto ondeggia, si muove, avanza. Giovanni fa un passo avanti.

- No, attento! EĢ€ un cesto stregato!

Giovanni lo afferra con una mano e lo tira su. Una gallina grossa e arruffata, prigioniera liĢ€ sotto da chissaĢ€ quante ore, schizza via come una palla da fucile, schiamazzando.

Attorno a Giovanni, ora, ridono tutti come matti. Il diavolo era una gallina. Il cesto, leggero, era appoggiato al muro in equilibrio instabile. Siccome, imprigionati tra i vimini, rimanevano dei chicchi di frumento, la gallina era andata a beccarli, ma il cesto le si era rovesciato sopra, prendendola prigioniera. Stanca di star laĢ€ sotto e affamata, la povera bestia cercava di uscire spingendo in qua e in laĢ€ il cesto, che andava a sbattere contro gli altri oggetti del solaio provocando tonfi e lunghi strascichi sul pavimento.

La macchia d'olio si allargava.

Il giovediĢ€ di ogni settimana, Margherita va al mercato di Castelnuovo. Porta con seĢ due fagotti con i formaggi, i polli, le verdure da vendere. Torna con la tela, le candele, il sale, e qualche piccolo regalo per i figli, che quando il sole comincia a tramontare le vanno incontro, al galoppo giuĢ€ per il sentiero.

Un giovediĢ€, durante una tiratissima partita alla “lippa”, il piccolo cilindro di legno finisce sul tetto.

- Sull'armadio della cucina ce n'eĢ€ un altro - dice Giovanni -. Vado a prenderlo.

Parte di corsa. L'armadio peroĢ€ eĢ€ alto per lui, e deve montare su una sedia. Si alza sulla punta dei piedi, tende bene il braccio, e patatrac. Il vaso dell'olio che stava sull'armadio cade

sul pavimento, si rompe, l'olio si allarga sulle mattonelle rosse.
Giuseppe, non vedendo tornare il fratello, arriva lui pure al galoppo. Vede il disastro, si

porta la mano alla bocca:
- ChissaĢ€ la mamma, stasera.
Tentano di rimediare. Prendono la scopa. I cocci si fa in fretta a raccoglierli. Ma la

macchia d'olio eĢ€ sempre liĢ€, e si allarga come la paura.
Giovanni passa una mezz'ora in silenzio. Poi tira fuori di tasca il suo coltelluccio, va alla

siepe, taglia un bel ramo flessibile e si mette in un canto a lavorarlo. Intanto lavora anche con la mente: studia le parole che dovraĢ€ dire alla mamma.

Alla fine la corteccia del ramo eĢ€ tutta lavorata a fregi e disegnini.

Al tramonto, vanno incontro alla mamma. Giuseppe, incerto, rimane un po' indietro. Giovanni invece corre:

- Buona sera, mamma. Come state?
- Bene. E tu, sei stato buono?
- Uhm mamma, guardate - e le porge il ramo tutto fregiato.
- Cos'hai combinato?
- Questa volta merito proprio che mi picchiate. Per disgrazia, ho rotto il vaso dell'olio.

Le racconta tutto d'un fiato, e conclude:
- Vi ho portato una verga percheĢ le merito proprio. Prendetela, mamma.
E le porge il ramo guardandola di sotto in su, con quegli occhi mezzo pentiti e mezzo

furbi.
Margherita lo guarda qualche istante, poi scoppia in una risata. E ride anche Giovanni.

La mamma lo prende per mano e vanno verso casa.
- Lo sai che mi stai diventando un furbone, Giovanni? Mi dispiace per il vaso dell'olio,

ma sono contenta che non sei venuto a contarmi bugie. PeroĢ€ stai attento un'altra volta, percheĢ l'olio costa caro.

Ora si avvicina anche Giuseppe, che ha visto svanire la bufera di cui aveva paura. Giuseppe, 10 anni, sta crescendo mite e tranquillo. Non ha la vivacitaĢ€ e la turbolenza di Giovanni. EĢ€ paziente, tenace, ingegnoso. Vuole un bene dell'anima alla mamma e al fratellino, e ha un po' paura di Antonio.

“Sono la tua mamma, non la tua matrigna”.

Antonio ha sette anni piuĢ€ di Giovanni, e si sta rivelando un adolescente chiuso in se stesso, con manifestazioni di violenza e di grossolanitaĢ€.

A volte picchia selvaggiamente i fratellini, e Margherita deve correre a toglierglieli dalle mani. Probabilmente eĢ€ soltanto un ragazzo ipersensibile che le morti successive della madre e del padre hanno traumatizzato.

Prova verso Margherita un sentimento di amore-odio che lo fa passare da momenti di tenerezza a scatti impressionanti di ira. A volte, quando viene ripreso per i suoi capricci, si avanza contro di lei a braccia tese e pugni chiusi. Con voce alterata le grida: “Matrigna!”.

Margherita potrebbe ridestarlo con quattro robusti ceffoni (e le altre mamme, in questi tempi, non hanno molti scrupoli a farlo). Ma prova ripugnanza a picchiare. Non ha mai alzato le mani su di lui. Gli ripete solo con fermezza:

- Antonio, io sono la tua mamma, non la tua matrigna. Adesso calmati e ripensaci. Vedrai che hai torto a comportarti cosiĢ€.

Quando la rabbia sbolliva, Antonio le andava a chiedere scusa. Ma si riaccendeva facilmente, e Giuseppe e Giovanni provavano delle grandi paure a quelle scenate.

4.

TEMPO DI MARZO.

La vita della famiglia Bosco eĢ€ povera. Tra le poche case dei Becchi, quella dei Bosco eĢ€ la piuĢ€ povera di tutte. Una costruzione a un piano, che fa da abitazione, fienile e stalla.

In cucina ci sono i sacchi di granturco, e al di laĢ€ di una sottile parete ruminano due mucche. Al piano, le stanze da dormire, piccole e scure, proprio sotto il tetto.

PovertaĢ€ vera, ma non miseria, percheĢ si lavora da parte di tutti, e il lavoro del contadino rende poco ma rende. I muri sono nudi, peroĢ€ bianchi di calce. I sacchi di granturco sono pochi, ma vengono svuotati lentamente, e finiscono per bastare. Le mucche devono tirare il carro e l'aratro. Di latte ne danno quindi poco e magro. Quel poco peroĢ€ basta.

Per questo, i bambini di casa Bosco non sono sfiorati dalla tristezza, e nemmeno dall'aggressivitaĢ€. Anche nella povertaĢ€ si puoĢ€ essere felici, con pazienza.

Tra gli otto e i nove anni, Giovanni comincia a partecipare piuĢ€ attivamente al lavoro della famiglia, a condividerne la vita dura e austera.

Si lavora da sole a sole, e il sole d'estate si alza presto. “Uomo che dorme non piglia pesci”, diceva Margherita ai ragazzi destandoli all'alba. E forse Giovannino, imbambolato dal sonno, si saraĢ€ domandato molte volte dove fossero quei benedetti pesci.

La colazione del mattino eĢ€ puro e semplice nutrimento: una fetta di pane asciutto e acqua fresca. Giovanni impara a zappare, a falciare l'erba, a maneggiare la roncola, a mungere le mucche. Un vero contadino. I viaggi si fanno a piedi. La diligenza passa lontano, sullo stradale di Castelnuovo, e costa. Alla sera si va a dormire sul pagliericcio gonfio di foglie di granturco.

I piedi del povero.

Se c'era un malato grave nelle case vicine, venivano a svegliare Margherita. Sapevano che non si rifiutava di dare una mano. E lei destava uno dei figli, percheĢ l'accompagnasse. Diceva:

- Andiamo. C'eĢ€ da fare un'opera di caritaĢ€.

“Fare un'opera di caritaĢ€”. Con questa semplice espressione, a quei tempi, si mettevano insieme molti “valori” che oggi chiamiamo generositaĢ€, servizio, impegno per gli altri, amore concreto, altruismo.

“D'inverno - ricordava don Bosco - veniva spesso a bussare alla nostra porta un mendicante. Attorno c'era neve, e domandava di dormire sul fienile”. Margherita, prima di lasciarlo andare su, gli dava un piatto di brodo caldo. Poi gli guardava i piedi. Il piuĢ€ delle volte erano ridotti male. Gli zoccoli consumati lasciavano passare acqua e tutto. Lei non ne aveva un altro paio da regalare, ma gli avvolgeva i piedi in pezzi di panno, e li legava come poteva.

In una casa dei Becchi abitava Cecco. Era stato ricco, ma aveva sprecato tutto. I ragazzi gli davano la baia. Forse lo chiamavano “cicala”. Le mamme infatti lo indicavano ai bambini e contavano la storia della formica e della cicala: “Mentre noi lavoravamo come formiche, lui cantava, faceva baldoria. Era allegro come una cicala. E adesso vedi come eĢ€ ridotto. Impara”.

Quel vecchio si vergognava a chiedere l'elemosina, e sovente pativa la fame. Margherita, quando era notte, lasciava sul davanzale un pentolino di minestra calda. Cecco veniva a prendersela camminando nel buio.

Giovanni imparava. PiuĢ€ la caritaĢ€ che il risparmio. C'era un ragazzo che faceva il garzone in una cascina poco lontana. Si chiamava Secondo Matta. Al mattino il padrone gli dava una fetta di pane nero e gli metteva in mano la cavezza di due mucche. Doveva condurle al pascolo fino a mezzogiorno. Scendendo nella valle incontrava Giovanni che portava anche lui le mucche al pascolo, e aveva in mano una fetta di pane bianco. A quei tempi un pane cosiĢ€ era una raffinatezza. Un giorno Giovanni gli disse:

- Mi fai un favore?
- Volentieri.
- Vorrei che ci scambiassimo il pane. Il tuo dev'essere piuĢ€ buono del mio.

Secondo Matta ci credette, e per tre stagioni di seguito - eĢ€ lui che lo racconta - tutte le volte che s'incontravano, scambiavano il pane. Soltanto quando fu un uomo, il signor Matta ci pensoĢ€ su, e capiĢ€ che Giovanni Bosco era una brava persona.

Nel bosco i banditi.

Vicino alla casa c'era un bosco. PiuĢ€ di una volta, quando veniva la notte, alla porta di Margherita bussavano piccoli gruppi di “banditi”, braccati dalle guardie. Venivano a chiedere una scodella di minestra e un po' di paglia per dormire.

Margherita non si spaventava certo di queste visite. Era abituata. Durante il tempo di Napoleone, i giovani che scappavano alla “leva” erano numerosissimi. Negli ultimi anni raggiungevano il 70%, dicono gli storici. Vivevano nei boschi o sulle montagne, a gruppi. Si davano al brigantaggio per vivere, oppure si assoldavano nelle cascine fuori mano sotto falso nome. (Tra i “renitenti alla leva” di Napoleone, in Francia ci fu anche Giovanni Vianney, che faceva il contadino sotto il nome di Vincent: sarebbe diventato il santo Curato d'Ars).

CioĢ€ che dava apprensione era il fatto che dietro i banditi sovente spuntavano i carabinieri (istituiti proprio in quegli anni da Vittorio Emanuele I). Ma in casa Bosco vigeva una specie di tacito armistizio. Le guardie, stanche della salita, chiedevano a Margherita un bicchier d'acqua, e magari un dito di vino. I banditi, dal fienile, sentivano le voci e se ne andavano in silenzio. “BencheĢ molte volte sapessero chi stava in quel momento nascosto in casa - scrive Giovanni B. Lemoyne, il principale biografo di don Bosco, che ebbe con lui lunghissimi colloqui negli anni di Torino - dissimulavano, e non tentarono mai un imprigionamento”.

Giovannino guarda tutto, e cerca di capire. Dalla mamma ha saputo che “prima” erano i soldati del regime democratico che inseguivano le persone rimaste fedeli al re. Ora gli inseguitori sono diventati inseguiti. I carabinieri del re danno la caccia ai democratici. Presto le cose cambieranno ancora. I “pendagli da forca” (come in questi anni il marchese Michele di Cavour chiama i democratici) diventeranno ministri, capi della polizia, padroni della cosa pubblica. Gli inseguiti saranno altri.

Mamma Margherita, abituata a questi cambiamenti di fronte, offre una scodella di brodo e una fetta di pane a chiunque bussi alla sua porta, senza domandargli da che parte stia. Forse possiamo pensare che proprio questi avvenimenti fanno nascere in Giovanni Bosco la convinzione della “relativitaĢ€” della politica e dei partiti. Egli penseraĢ€ sempre alla politica come a una componente discutibile e variabile della vita. Di conseguenza attesteraĢ€ la sua vita su capisaldi ben piuĢ€ solidi: le anime da salvare, i giovani poveri da nutrire e educare. CioĢ€ che lui chiameraĢ€ “la politica del Padre Nostro”.

“Mia madre mi insegnoĢ€ a pregare”.

La caritaĢ€, ai Becchi, non si faceva per filantropia o per sentimento, ma per amor di Dio. Il Signore era di casa nella famiglia Bosco. Margherita era illetterata, ma sapeva a memoria lunghi tratti della Storia Sacra e del Vangelo. E credeva nella necessitaĢ€ di pregare, cioeĢ€ di parlare con Dio, per avere la forza di vivere e di fare del bene.

“FincheĢ ero piccolino - scrive don Bosco - mi insegnoĢ€ lei stessa le preghiere. Mi faceva mettere con i miei fratelli in ginocchio mattina e sera, e tutti insieme recitavamo le preghiere in comune”.

Il prete era lontano, e lei non aspettoĢ€ che trovasse il tempo per venire a insegnare il catechismo ai suoi bambini. Ecco alcune domande e risposte del Compendio della dottrina cristiana che Margherita aveva imparato da piccola, e che insegnoĢ€ a Giovanni, Giuseppe e Antonio:

“D. Che cosa deve fare un buon cristiano la mattina subito svegliato?
R. Il segno della Santa Croce.
D. Levato poi e vestito, che cosa deve fare un buon cristiano?
R. Mettersi in ginocchioni se puoĢ€, avanti qualche divota immagine, e rinnovando col

cuore l'Atto di fede nella presenza di Dio dire con divozione: Vi adoro, mio Dio.
D. Che cosa si deve fare prima del lavoro?
R. Offrire il travaglio a Dio”.
Una delle prime “pratiche religiose” a cui Giovannino partecipoĢ€ fu la recita del Rosario.

In quel tempo era la preghiera serale di tutti i cristiani. Ripetendo cinquanta volte l'Ave Maria, anche i contadini dei Becchi parlavano con la Madonna, piuĢ€ madre che regina. Per loro, dire

cinquanta volte le stesse parole, non era un controsenso: nella giornata avevano battuto la zappa centinaia di volte nei solchi, e sapevano che solo cosiĢ€ si ottiene un buon raccolto. Sgranando la corona, il pensiero andava ai figli, ai campi, alla vita, alla morte. Giovanni comincioĢ€ cosiĢ€ a parlare alla Madonna, e sapeva che lei lo guardava, lo ascoltava.

Nelle sue Memorie, don Bosco ricorda anche la sua prima confessione: “Fu mia madre a prepararmi. Mi accompagnoĢ€ in chiesa, si confessoĢ€ lei per prima, mi raccomandoĢ€ al confessore. Dopo mi aiutoĢ€ a fare il ringraziamento”.

Scuola nella stagione morta.

La prima classe elementare, Giovannino la frequentoĢ€ probabilmente a 9 anni, nell'inverno 1824-25. Allora le lezioni cominciavano il 3 novembre, e al 25 marzo erano giaĢ€ finite. Era la “stagione morta” della campagna. Prima e dopo, anche le deboli braccia dei ragazzini erano necessarie in casa e nei campi.

Siccome la scuola comunale di Castelnuovo era lontana cinque chilometri, suo primo maestro fu un contadino che sapeva leggere. Poi la zia Marianna Occhiena, sorella di Margherita e donna di servizio del prete-maestro di Capriglio, pregoĢ€ quel sacerdote di trovare un posto nella sua scuola per il nipotino.

Don Lacqua l'accontentoĢ€, e Giovanni rimase probabilmente ospite della zia per tre mesi. Lo stesso avvenne nell'inverno 1825-26. In quella stagione, peroĢ€, Antonio (diciassettenne) comincioĢ€ a fare la faccia dura.

- PercheĢ mandarlo ancora a scuola? Una volta che si sa leggere e fare la firma, ce n'eĢ€ d'avanzo. Prenda la zappa come l'ho presa io.

Margherita cercava di ragionarlo:

- PiuĢ€ gli anni passano, piuĢ€ l'istruzione diventa necessaria. Non vedi che persino i calzolai e i sarti vanno a scuola? Avere in casa uno che sa fare di conto, non saraĢ€ inutile.

Appena imparoĢ€ a leggere, i libri divennero la sua passione. Ne chiedeva qualcuno in prestito a don Lacqua, e molti pomeriggi dell’estate li passava all'ombra delle piante a divorare le pagine. Andando al pascolo, era disposto a badare anche alle mucche degli amici, purcheĢ lo lasciassero leggere in pace.

Ma non divenne un secchione. Gli piaceva leggere, ma gli piaceva sempre giocare e arrampicarsi sugli alberi.

Un pomeriggio insieme con gli amici avvistoĢ€ su un ramo di una grossa quercia un nido di cardellini. SaliĢ€ lungo il tronco, e vide che c'erano giaĢ€ i piccoli, pronti da mettere in gabbia. Il nido era proprio all'estremitaĢ€ di un ramo grosso e lungo, quasi parallelo al suolo.

Giovanni ci pensoĢ€ un poco sopra, poi dall'alto disse agli amici: “Vado”. Adagio adagio scivoloĢ€ sul ramo, che diventava sempre

piuĢ€ sottile e flessibile. AllungoĢ€ la mano, prese i quattro piccoli e se li pose in seno. Adesso si trattava di tornare indietro, lungo il ramo che si era piegato in avanti sotto il suo peso. StriscioĢ€ adagio, ma di colpo gli scivolarono i piedi. Si trovoĢ€ appeso solo per le mani, ad un'altezza paurosa. Con un colpo di reni riaggancioĢ€ il ramo anche con i piedi, ma poi non riusciĢ€ a fare piuĢ€ niente. Ogni sforzo per stendersi di nuovo sul ramo a faccia in giuĢ€, fu inutile. Aveva i goccioloni sulla fronte. Sotto, gli amici gridavano e saltavano, ma non combinavano

niente.
Quando le braccia non lo ressero piuĢ€, si lascioĢ€ cadere nel vuoto. BatteĢ un colpo

tremendo. Rimase tramortito per alcuni minuti. Poi riusciĢ€ a tirarsi seduto. - Ti sei fatto male?

- Speriamo di no - riusciĢ€ a sussurrare.
- E gli uccellini?
- Sono qui, vivi -. ApriĢ€ la camicia e li tiroĢ€ fuori. - Ma mi sono costati cari.

CercoĢ€ di incamminarsi verso casa, ma tremava in tutta la persona e dovette sedersi di nuovo. Quando riusciĢ€ a rientrare disse a Giuseppe:

- Sto male, ma non dire niente alla mamma.

La notte a letto gli fece bene, ma gli effetti di quel salto tremendo li sentiĢ€ per molti giorni.

Un merlo piccolo piccolo.

Gli uccelli erano la sua passione. Aveva preso dal nido un merlo piccolo piccolo e l'aveva allevato. Nella gabbia intrecciata con rami di salice gli insegnoĢ€ a zufolare. L'uccello imparoĢ€. Quando vedeva Giovanni lo salutava con il fischio modulato, saltava allegro tra le sbarre, lo fissava con l'occhietto nero-brillante. Un merlo simpatico.

Ma una mattina il merlo non gli mandoĢ€ il suo fischio. Un gatto aveva sfondato la gabbia e l'aveva divorato. Rimaneva un ciuffo di piume insanguinate. Giovanni si mise a piangere. Sua madre cercoĢ€ di calmarlo, dicendogli che di merli nei nidi ne avrebbe trovati ancora. Ma Giovanni continuoĢ€ a singhiozzare. Non gli importava niente degli altri merli. Era “quello liĢ€”, il suo piccolo amico, che era stato ucciso, che non avrebbe mai piuĢ€ visto.

Rimase triste alcuni giorni, e nessuno riusciva a farlo ritornare allegro. “Finalmente - racconta il Lemoyne - si fermoĢ€ a riflettere sulla nullitaĢ€ delle cose mondane, e piglioĢ€ una risoluzione superiore all'etaĢ€ sua: propose di non attaccare mai piuĢ€ il cuore a cosa terrena”. Le stesse parole le ripeteĢ€ alcuni anni dopo, alla morte del suo piuĢ€ caro amico, e molte altre volte.

Fa piacere costatare che questo fu il proposito che Giovanni Bosco non riusciĢ€ mai a osservare. Anche lui come noi, con il cuore di carne, che ha bisogno di amare le cose piccole e grandi. PiangeraĢ€ con il cuore in pezzi alla morte di don Calosso, di Luigi Comollo, alla vista dei primi ragazzi dietro le sbarre di una prigione. DiraĢ€ di chi faceva del male ai suoi ragazzi: “Se non fosse peccato, li strozzerei con le mie mani”. I suoi ragazzi testimonieranno di lui con un'insistenza quasi monotona: “Mi voleva bene”. Uno di loro, Luigi Orione, scriveraĢ€: “Camminerei sui carboni ardenti per vederlo ancora una volta, e dirgli grazie”.

L'ascetica del tempo insegnava che “attaccare il cuore alle creature” era male. Meglio non rischiare, amare poco. Quella piuĢ€ evangelica del Vaticano II ci diraĢ€ che, certo, non bisogna trasformare le creature in idoli, ma che Dio ci ha dato il cuore percheĢ amiamo senza paura. Il dio dei filosofi eĢ€ impassibile. Ma il Dio della Bibbia no: egli ama e si adira, soffre e piange, ha fremiti di gioia e sorrisi di tenerezza.

La sua terra.

A nove anni, il fanciullo comincia a uscire dal guscio caldo della sua famiglia, a guardarsi intorno. Anche Giovannino guardava, e scopriva la sua terra. Bella, ondulata, calma. Vi crescevano i gelsi, le viti, il granturco, la canapa. Vi pascolavano armenti e greggi. I boschi estesi e fitti erano macchie di verde intenso. I contadini che zappavano adagio sotto il sole erano uomini pazienti, tenaci. Gente fedele alla propria terra, in cui aveva piantato radici come gli alberi. Non avevano vergogna a cavarsi il cappello davanti al prete e a Dio, e quando chiudevano l'uscio della loro casa, in famiglia si sentivano dei re.

Giovanni Bosco fu un grande figlio di Dio, ma anche di questa terra. La vocazione gliela mandoĢ€ il Cielo, ma questo clima, quest' aria, il carattere di queste persone, l'hanno modellata e nutrita. Nella voce porteraĢ€ sempre la cadenza dialettale delle sue colline, e nell’anima l'impronta della sua gente.

5.

PICCOLO SALTIMBANCO.

I nove anni di Giovannino sono marchiati dal “grande sogno”: la moltitudine dei fanciulli, l'Uomo che lo ammonisce: “Non con le percosse ma con la mansuetudine”, la Donna che gli predice: “A suo tempo tutto comprenderai”.

Nonostante le prudenti parole della nonna, quella notte ha gettato una luce sul futuro. Il sogno dei nove anni - scrive Pietro Stella - condiziona tutto il modo di vivere e di pensare di Giovanni Bosco. E condiziona anche la condotta della madre nei mesi e negli anni che seguono. Anche per lei eĢ€ la manifestazione di una volontaĢ€ superiore, un chiaro segno della vocazione sacerdotale del figlio. Solo cosiĢ€ si puoĢ€ spiegare la sua tenacia nel condurre Giovannino per la via che lo avrebbe fatto salire all'altare.

Nel sogno, Giovanni ha visto un esercito di ragazzi, e gli eĢ€ stato ordinato di far loro del bene. PercheĢ non cominciare subito? Di ragazzi ne conosce giaĢ€ parecchi: i compagni di gioco, i piccoli garzoni che vivono nelle cascine sparse per la campagna. Molti sono bravi ragazzotti, ma altri sono volgari, bestemmiatori.

D'inverno, molte famiglie trascorrevano insieme la serata in una stalla grande, dove i buoi e le mucche funzionavano da termosifone. Mentre le donne filavano e gli uomini fumavano la pipa, Giovanni comincioĢ€ a leggere ai suoi amici i libri che gli prestava don Lacqua: Guerin Meschino, La storia di Bertoldo, I Reali di Francia. Ebbe un successo fulmineo. “Tutti mi volevano nella stalla - racconta -. Ai miei compagni si aggiungeva gente di ogni etaĢ€ e condizione. Tutti godevano di poter passare la serata ascoltando immobili il povero lettore ritto sopra una panca percheĢ tutti potessero vederlo”.

Il best-seller di quelle serate era I Reali di Francia. Narrava le avventure meravigliose e un po' macchinose di Carlomagno e dei suoi paladini: Orlando, Oliviero, il traditore Gano, il vescovo Tur

pino, le stragi della spada magica Durlindana. Scrive don Bosco: “Prima e dopo i miei racconti facevamo tutti il segno della Santa Croce con la recita dell'ave Maria”.

Le trombe sulla collina.

Nella bella stagione le cose cambiano. Le storie non fanno piuĢ€ presa. Per radunare i suoi amici, Giovanni capisce che deve fare qualcosa di “meraviglioso”. Ma cosa?

Le trombe dei saltimbanchi squillano sulla collina vicina. EĢ€ giorno di fiera. Giovanni ci va con la madre. Si compra, si vende, si discute, si imbroglia. E ci si diverte. La gente fa mucchio attorno ai prestigiatori e agli acrobati. Giochi di prestigio, esercizi di destrezza fanno rimanere a bocca aperta i contadini. Ecco cioĢ€ che potrebbe fare anche lui. Bisogna che si metta a studiare i segreti degli equilibristi e i trucchi dei prestigiatori.

I grandi spettacoli peroĢ€ si vedono solo alle feste patronali: gli equilibristi ballano sulla corda, i prestigiatori fanno il “gioco dei bussolotti” cioeĢ€ le prestidigitazioni piuĢ€ vistose: cavare colombi e conigli dai cappelli, far sparire una persona, tagliarla in due e poi farla riapparire integra. Molto ammirati sono anche i “cavadenti senza dolore”.

Ma per vedere questi spettacoli si paga il biglietto, due soldi. Dove prenderli? Margherita, consultata, risponde:

- Aggiustati come vuoi, ma non chiedermi denaro. Non ne ho.

Giovanni si aggiusta. Cattura uccelli e li vende, fabbrica cesti e gabbie e li contratta con gli ambulanti, raccoglie erbe medicinali e le porta allo speziale di Castelnuovo.

Riesce cosiĢ€ ad arrivare nelle prime file degli spettacoli. Osservando attentamente capisce l'equilibrio che sulla corda daĢ€ il bilanciere, nota il rapido movimento delle dita che nascondono il trucco. Riesce anche a scoprire imbrogli grossolani.

Togliere un dente cariato, a quel tempo, eĢ€ per tutti una tortura. Il primo anestetico saraĢ€ sperimentato in America solo nel 1846. Giovanni, durante una fiera del 1825, assiste alla “cavata di un dente senza dolore” attribuita a una polvere magica. Il contadino che si presta ha un molare che gli fa veramente male. Il prestigiatore, dopo aver intinto le dita nella polvere, tra il fragore di trombe e tamburi glielo estrae con un colpo secco di una chiave inglese che si eĢ€ fatto scivolare giuĢ€ dalla manica. Il contadino balza in piedi urlando, ma le

trombe fanno fracasso, e il prestigiatore lo abbraccia

fino a soffocarlo gridando: “Grazie! Grazie! L'esperimento eĢ€ riuscitissimo!”. Giovanni eĢ€ uno dei pochi che ha visto scivolare la chiave inglese, e se ne va ridendo.

A casa prova i primi giochi. “Mi esercitavo giorni e giorni fincheĢ non avessi imparato”. Per far sbucare i conigli dal cappello, per camminare sulla corda, ci vogliono mesi di esercizio, di costanza, di capitomboli. “PuoĢ€ darsi che non mi crediate - scrive don Bosco - ma a undici anni io facevo il gioco dei bussolotti, il salto mortale, camminavo sulle mani, marciavo e danzavo sulla corda”.

Spettacolo sul prato.

Una sera di domenica, in piena estate, Giovanni annuncia agli amici il suo primo spettacolo. Su un tappeto di sacchi distesi sull’erba, fa miracoli di equilibrio con barattoli e casseruole sospese sulla punta del naso. Fa spalancare la bocca a un piccolo spettatore, e ne tira fuori decine di pallottole colorate. Lavora con la bacchetta magica. E alla fine balza sulla corda e vi cammina tra gli applausi degli amici.

La voce passa di casa in casa. Il pubblico si ingrossa: piccoli e grandi, ragazze e ragazzi, persino persone anziane. Sono gli stessi che nelle stalle lo ascoltavano leggere I Reali di Francia. Ora lo vedono far scendere dal nasone di un contadino ingenuo una fontanella di monete, cambiare l'acqua in vino, moltiplicare le uova, aprire la borsa di una signora e farne volar via un colombo vivo. Ridono, gli battono le mani.

Anche il fratello Antonio andava a vedere i giochi - scrive il Lemoyne -, ma non si metteva mai nelle prime file. Si nascondeva dietro un albero, compariva e scompariva. A volte scherniva il piccolo saltimbanco:

- Ecco il pagliaccio, il poltrone! Io mi rompo le ossa nel campo, e lui fa il ciarlatano!

Giovanni soffriva. Qualche volta sospendeva lo spettacolo, per ricominciarlo duecento metri piuĢ€ in laĢ€, dove Antonio finiva per lasciarlo in pace. Era un ciarlatano “speciale” quel ragazzo. Prima del numero finale, tirava fuori di tasca il Rosario, s'inginocchiava e invitava tutti a pregare. Oppure ripeteva la predica sentita al mattino in parrocchia. Era l'offerta che domandava al suo pubblico, il biglietto che faceva pagare a piccoli e grandi. Nella vita, Giovanni Bosco saraĢ€ generosissimo nel dare la sua fatica, ma da buon piemon

tese chiederaĢ€ sempre un prezzo: non in denaro ma in impegno per Dio e per i ragazzi poveri.

Poi il brillante finale. Legava una fune a due alberi, vi saliva, camminava reggendo un rudimentale bilanciere, tra improvvisi silenzi e ovazioni frenetiche.

“Dopo alcune ore di queste ricreazioni - scrive -, quando io ero ben stanco, cessava ogni trastullo, facevasi breve preghiera, e ognuno se ne andava a casa”.

Prima Comunione.

La Pasqua, nel 1826, cadeva il 26 marzo. In quel giorno Giovanni fece la sua prima Comunione, nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo. Ecco come la ricorda:

“Mia madre mi stette vicino. Durante la quaresima mi aveva condotto a confessarmi. " Giovanni mio, mi disse, Dio ti prepara un gran dono; preparati bene. Confessa tutto, sii pentito, e prometti a Dio di farti piuĢ€ buono in avvenire ". Tutto promisi; se poi sia stato fedele, Dio lo sa.

Quel mattino mi accompagnoĢ€ alla sacra mensa, fece con me la preparazione e il ringraziamento. In quella giornata non volle che mi occupassi di alcun lavoro materiale, ma che m'impegnassi a leggere e a pregare. Mi ripeteĢ€ piuĢ€ volte:

" Per te eĢ€ stato un gran giorno. Dio ha preso possesso del tuo cuore. Ora promettigli di

fare quanto puoi per conservarti buono sino alla fine della vita. In avvenire va' sovente a comunicarti; di' sempre tutto in confessione; sii sempre ubbidiente; va' volentieri al catechismo e alle prediche; ma per amore del Signore fuggi come la peste coloro che fanno discorsi cattivi ".

Procurai di mettere in pratica gli avvisi di mia madre: e mi pare che da quel giorno vi sia stato qualche miglioramento nella mia vita, specialmente nell'ubbidienza e nella sottomissione agli altri, al che provavo grande ripugnanza”.

L'inverno piuĢ€ nero della vita.

L'inverno che seguiĢ€ fu per Giovannino il piuĢ€ nero della vita.

Era morta la nonna (madre di Francesco), e Antonio, 18 anni, era sempre piuĢ€ “lontano” dalla famiglia. I suoi quarti d'ora di violenza divennero piuĢ€ frequenti.

Negli ultimi giorni di ottobre, Margherita accennoĢ€ alla possibilitaĢ€ di mandare ancora per un anno Giovanni alla scuola di don

Lacqua. Avrebbe potuto imparare i primi elementi del latino. Antonio reagiĢ€ bruscamente:

- Che latino? Che bisogno di latino abbiamo in casa? Lavorare, lavorare!

Con ogni probabilitaĢ€, Margherita gli accennoĢ€ alla possibilitaĢ€ che Giovanni diventasse prete, ma Antonio dovette giudicarla un'utopia irrealizzabile. “Per fare un prete - si sentiraĢ€ dire tante volte Giovanni - ci vogliono diecimila lire”. Una somma spropositata, per una famiglia contadina di quei tempi.

Con la scusa di commissioni da fare alla zia Marianna e al nonno che viveva a Capriglio, Giovanni riusciĢ€ ad andare qualche volta da don Lacqua anche in quell'inverno 1826-27. Antonio peroĢ€ masticava amaro. E un giorno le cose precipitarono in guerra aperta. Lo racconta don Bosco stesso:

“Prima con mia madre, poi con mio fratello Giuseppe, Antonio disse in tono imperativo:

- Adesso basta. Voglio finirla con questa grammatica. Io sono venuto su grande e grosso e non ho mai veduto questi libri.

Dominato in quel momento dall'afflizione e dalla rabbia risposi quello che non avrei dovuto:

- Anche il nostro asino non eĢ€ mai andato a scuola, ed eĢ€ piuĢ€ grosso di te.

A quelle parole saltoĢ€ sulle furie, e a stento potei scappare a una pioggia di busse e di schiaffi. Mia madre era afflittissima, io piangevo”.

Le cose andarono avanti ancora qualche giorno, tra tensioni sempre piuĢ€ astiose. Antonio era un testone, Giovanni non voleva lasciarsi mettere i piedi sul collo e reagiva vivacemente. Poi, per un libro che Giovanni aveva messo sulla tavola accanto al suo piatto, scoppioĢ€ la scenata che abbiamo raccontato all'inizio di queste pagine. Giovanni non riusciĢ€ a scappare e fu pestato dal fratello.

La mattina dopo, Margherita gli disse quelle parole tristissime: “EĢ€ meglio che tu vada via di casa”.

In una giornata nebbiosa di febbraio, Giovanni arrivoĢ€ alla cascina Moglia, e fu accettato come garzone per il suo pianto sconsolato.

6.
TRE ANNI IN CASCINA E UNO IN CANONICA.

Erano passati alcuni giorni. Luigi Moglia disse a Dorotea:
- Non abbiamo fatto un affare cattivo a prendere quel ragazzo.
Giovanni Bosco si era messo a lavorare con impegno, e si dimostrava volenteroso e

obbediente. La sua incombenza era quella di badare alla stalla. Il lavoro piuĢ€ pesante

consisteva nel rifare ogni mattina il “letto” di paglia fresca alle mucche, portando via il letame con il tridente e la carriola. Poi strigliare gli animali, portarli all'abbeveratoio, salire sul fienile e gettare nelle mangiatoie il fieno per la giornata, mungere il latte.

Evidentemente, Giovanni non doveva eseguire da solo tutto questo lavoro: era alle dipendenze del “vaccaro” che gli affidava i lavori piuĢ€ adatti a un ragazzo.

Anche nel pregare, alla sera, Giovanni si dimostroĢ€ un bravo ragazzo, e la signora Dorotea lo invitoĢ€ qualche volta a guidare la recita del Rosario.

Per dormire, i Moglia gli avevano assegnato una stanzuccia chiara e un buon letto. PiuĢ€ di quanto aveva ai Becchi, dove doveva dividere la stanza con Giuseppe, e forse anche con Antonio. Dopo le prime sere, Giovanni si azzardoĢ€ ad accendere un mozzicone di candela, e a leggere per un'oretta uno dei libri che don Lacqua gli aveva imprestato. Nessuno gli disse niente, e lui continuoĢ€.

Alla sera del sabato, domandoĢ€ al padrone il permesso di andare la mattina dopo per tempo a Moncucco. TornoĢ€ per la colazione, e alle dieci accompagnoĢ€ il signor Luigi e tutta la famiglia alla “Messa grande”.

Siccome anche nei sabati seguenti chiese quello strano permesso, Dorotea volle vedere dove andava il ragazzo: davanti a sua madre era lei la responsabile. Si recoĢ€ a Moncucco prima dell'alba, e dalla casa di una sua amica vide Giovanni arrivare ed entrare in chiesa.

LiĢ€ lo vide accostarsi al confessionale del parroco, ascoltare la prima Messa e fare la Comunione.

In quel tempo la Comunione si faceva molto di rado. Durante la “Messa grande” (alla quale partecipava tutta la gente del paese) non si distribuiva nemmeno. Chi voleva comunicarsi doveva partecipare alla “Messa bassa” che il parroco celebrava molto presto.

Dorotea, riaccompagnandolo a casa, gli disse: “D'ora innanzi, quando vuoi venire alla Messa bassa, fai pure. Non star nemmeno a domandare il permesso”.

Confessandosi dal parroco don Cottino, Giovanni gli confidoĢ€ il suo desiderio di diventare sacerdote, e anche le sue difficoltaĢ€. Don Cottino lo incoraggioĢ€ a confessarsi e a ricevere l'Eucaristia tutte le settimane, a pregare lungo la giornata, e a confidare nel Signore: se Lui voleva, le difficoltaĢ€ si sarebbero risolte. Lo esortoĢ€ anche a non interrompere del tutto lo studio: se in seguito fosse stato compatibile con il suo lavoro, gli avrebbe dato volentieri qualche lezione di latino. Intanto poteva imprestargli qualche libro.

Due grani e quattro spighe.

Il vecchio Giuseppe, zio del padrone, tornava un giorno dalla campagna tutto sudato e con la zappa in spalla. Era mezzogiorno, e sul campanile di Moncucco suonava la campana. Il vecchio, stanco, si sedette sul fieno a tirare il fiato. Poco lontano, vide Giovanni anche lui sul fieno, ma inginocchiato: recitava l'Angelus, come mamma Margherita l'aveva abituato mattino mezzogiorno e sera.

Mezzo per ridere e mezzo sul serio, Giuseppe brontoloĢ€:

- Ma bravo! Noi padroni ci logoriamo la vita dal mattino alla sera e non ne possiamo piuĢ€. E il garzone se la prende calma e prega in santa pace.

Giovanni, anche lui mezzo serio e mezzo per burla, rispose:
- Quando c'eĢ€ da lavorare, barba Giuseppe, sapete che non mi tiro indietro. Ma mia

madre mi ha insegnato che quando si prega, da due grani nascono quattro spighe; se invece non si prega, da quattro grani nascono due spighe sole. EĢ€ meglio quindi che preghiate un poco anche voi.

- Salute! - concluse il vecchio -. Adesso abbiamo anche il parroco in casa.
Con l'arrivo della bella stagione, al garzone toccava portare le mucche al pascolo: badare che non sbandassero nei prati degli altri, che non mangiassero erba troppo bagnata,

che non si scornassero.

Seduto all'ombra degli alberi, mentre gli animali brucavano l'erba intorno, Giovanni trovoĢ€ un po' di tempo per i suoi libri. Luigi Moglia non si lamentava, ma scuoteva la testa:

- PercheĢ leggi tanto?
- Voglio diventare prete.
- E non sai che per studiare, oggi, ci vogliono nove-diecimila lire? Dove le trovi? - Se Dio vuole, qualcuno ci penseraĢ€.

Nei prati, a giocare, a volte viene anche Anna, la prima figlia dei Moglia. Ha 8 anni. Vede Giovanni che legge il libro, invece di guardare i suoi giochi, e s'indispettisce:

- Piantala di leggere, Giovanni.
- Ma io diventeroĢ€ prete, e dovroĢ€ predicare e confessare.
- SiĢ€, prete - lo canzona la bimba -. Tu diventerai un vaccaro.

Giovanni un giorno le risponde:
- Tu Anna adesso mi prendi in giro, ma un giorno verrai a confessarti da me.
(La signora Anna si sposoĢ€ e abitoĢ€ a lungo a Moriondo. RaccontoĢ€ molte volte questo

episodio ai propri figli. Quattro o cinque volte all'anno si recava a Valdocco, a confessarsi da don Bosco. E lui l'accoglieva con gioia, come una sorella).

Quando tornoĢ€ l'inverno, i padroni gli permisero di andare qualche volta a scuola da don Cottino. Ma furono poche lezioni, e cosiĢ€ distanti l'una dall'altra che si dimostrarono inconcludenti.

L'amicizia del parroco, invece, gli facilitoĢ€ l'amicizia con i ragazzi di Moncucco. La sala d'ingresso della canonica, che nei giorni feriali funzionava da scuola, alla domenica si trasformava in un piccolo oratorio. Giovanni Bosco faceva i giochi di prestigio, leggeva le pagine piuĢ€ avventurose della Storia Sacra, faceva pregare i suoi piccoli amici.

Quando il tempo era brutto e non si poteva andare fino a Moncucco, alcuni delle cascine lo raggiungevano nella casa dei Moglia. Giovanni li portava sul fienile, li faceva divertire, spiegava loro il catechismo.

Alla cascina Moglia, Giovanni trascorse tre anni quasi completi: dal febbraio 1827 al novembre 1829. Anni perduti per i suoi studi. Furono anche inutili per la missione a cui Dio lo chiamava?

Pietro Stella ricorda un episodio a prima vista insignificante: “La signora Dorotea e il cognato Giovanni, un giorno lo trovarono inginocchiato che teneva un libro fra le mani, gli occhi chiusi, la

faccia rivolta al cielo, e dovettero scuoterlo, tanto era assorto nella sua riflessione”. E argomenta: “Furono dunque anni non inutili, nei quali si radicoĢ€ piuĢ€ profondo in Giovanni il senso di Dio e della contemplazione. PoteĢ€ introdursi nel colloquio con Dio durante il lavoro dei campi. Anni che si possono definire di attesa assorta e supplichevole, da Dio e dagli uomini”.

Nel 1827, a Milano, Alessandro Manzoni pubblicoĢ€ la prima edizione dei Promessi Sposi. Nel 1828, a Recanati, Giacomo Leopardi inizioĢ€ a comporre i grandi Idilli. Nel 1829, a Parigi, Gioacchino Rossini mise in scena il suo capolavoro, Guglielmo Teli. In questi tre anni, Giovanni Bosco striglioĢ€ le mucche in una sperduta cascina del Monferrato. Ma comincioĢ€ a parlare con Dio.

Zio Michele.

La permanenza di Giovanni alla cascina dei Moglia era una spina nel cuore di mamma Margherita. Si sfogoĢ€ probabilmente con suo fratello Michele, che verso lo scadere dei contratti rurali (11 novembre) andoĢ€ a parlare con il nipote. Lo trovoĢ€ che faceva uscire le mucche dalla stalla.

- Allora, Giovanni, sei contento di stare qui o no?

- No. Mi trattano bene, ma io voglio studiare. Gli anni passano, ne ho giaĢ€ compiuti quattordici, e sono sempre allo stesso punto.

- Allora riporta le bestie nella stalla e torna ai Becchi. Io parlo con i tuoi padroni, poi devo andare al mercato di Chieri. Ma questa sera passo a casa tua e aggiustiamo tutto.

Giovanni rifece il suo fagotto, salutoĢ€ la signora Dorotea, il signor Stefano, barba Giuseppe, Teresa, Anna. Erano diventati amici, lo sarebbero stati per tutta la vita.

Riprese la strada dei Becchi. Quando arrivoĢ€, mamma Margherita lo vide da lontano e gli andoĢ€ frettolosamente incontro:

- In casa c'eĢ€ Antonio. Abbi pazienza, nasconditi fincheĢ non arriva lo zio Michele. Se Antonio ti vede, sospetta un complotto, e Dio sa cosa potrebbe succedere.

Giovanni scantonoĢ€ dietro una siepe e andoĢ€ a sedersi vicino a un fosso. Dunque non era ancora finita. Bisognava prepararsi a combattere ancora.

Lo zio arrivoĢ€ a notte fatta, raccolse il nipote intirizzito e lo condusse in casa. Ci fu tensione, ma non guerra. Antonio aveva compiuto 21 anni e si preparava a mettere su famiglia. Ricevute garanzie che il mantenimento e gli studi di Giovanni non sarebbero gravati su di lui, non ebbe obiezioni.

Michele si mise in contatto con i parroci di Castelnuovo e di Buttigliera, per vedere di collocare presso di loro il nipote studente, ma trovoĢ€ grosse difficoltaĢ€. La soluzione arrivoĢ€ del tutto impensata.

Quattro soldi per una predica.

Nel settembre di quel 1829, a Morialdo era venuto a stabilirsi come cappellano don Giovanni Melchiorre Calosso, sacerdote sui 70 anni, che per la salute malferma aveva rinunciato anni prima alla parrocchia di Bruino. Era un prete venerando, carico di anni e di esperienza pastorale.

In novembre ci fu una “missione predicata” nel paese di Buttigliera. Ci andoĢ€ anche Giovanni, e anche don Calosso. Tornando a casa, il vecchio prete notoĢ€ tra la gente quel ragazzotto quattordicenne, che camminava tutto solo.

- Di dove sei, figlio mio?
- Dei Becchi. Sono stato alla predica dei missionari.
- ChissaĢ€ cos'hai capito con tutte quelle citazioni in latino - e scosse la testa bianca

sorridendo -. Forse tua mamma ti avrebbe potuto fare una predica piuĢ€ opportuna.
- EĢ€ vero, mia madre mi fa sovente delle buone prediche. Ma mi pare di aver capito

anche i missionari.
- Su, se mi dici quattro parole della predica di oggi, ti do quattro soldi.

Giovanni attaccoĢ€ tranquillo e recitoĢ€ al cappellano l'intera predica, come se leggesse un libro.

Don Calosso non lascioĢ€ trasparire l'emozione, e domandoĢ€:
- Come ti chiami?
- Giovanni Bosco. Mio padre eĢ€ morto quando ero ancora bambino.
- Che scuola hai fatto?
- Ho imparato a leggere e a scrivere da don Lacqua, a Capriglio. Mi piacerebbe

studiare ancora, ma il mio fratello piuĢ€ grande non ne vuole sapere, e i parroci di Castelnuovo e di Buttigliera non hanno tempo per aiutarmi.

- E percheĢ vorresti studiare?
- Per diventare prete.
- Di' a tua mamma che venga a trovarmi a Morialdo. Forse potroĢ€ darti una mano io,

anche se sono vecchio.
Margherita, seduta davanti al tavolo di don Calosso, si sentiĢ€ dire: - Vostro figlio eĢ€ un prodigio di memoria. Bisogna che si metta

a studiare subito, senza perdere altro tempo. Io sono vecchio, ma tutto quello che potroĢ€ ancora fare lo faroĢ€.

Si misero d'accordo che Giovanni avrebbe studiato presso il cappellano, non distante dai Becchi. A casa sarebbe andato solo a dormire. Nei momenti di punta del lavoro agricolo, tuttavia, avrebbe aiutato i suoi.

Giovanni raggiunse di colpo cioĢ€ che gli era mancato per tanto tempo: confidenza

paterna, senso di sicurezza, fiducia.
“Mi misi subito nelle mani di don Calosso - scrisse -. Gli feci conoscere tutto me stesso,

gli manifestai ogni parola, ogni pensiero. Conobbi allora che voglia dire avere una guida stabile, un amico fedele dell'anima, di cui fino a quel tempo ero stato privo. Fra le altre cose, mi proibiĢ€ una penitenza che ero solito fare, non adatta alla mia etaĢ€. Mi incoraggioĢ€ a frequentare la confessione e la comunione, e mi insegnoĢ€ a fare ogni giorno una breve meditazione, o meglio un po' di lettura spirituale”.

“Con lui moriva ogni speranza”.

Intorno al settembre 1830 (forse per annullare ogni residua tensione con Antonio) andoĢ€ a stabilirsi presso don Calosso anche per la notte. Tornava solo una volta alla settimana per il cambio di biancheria.

Gli studi progredivano rapidamente e bene. Don Bosco ricordava questi giorni con parole di entusiasmo: “Nessuno puoĢ€ immaginare la mia contentezza. Amavo don Calosso come un padre, lo servivo volentieri in tutte le cose. Quell'uomo di Dio mi portava tanto affetto che piuĢ€ volte mi disse: " Non darti pena per l'avvenire. FincheĢ vivroĢ€, non ti lasceroĢ€ mancare niente. E se muoio, provvedere a te ugualmente ". Ero pienamente felice, quando un disastro troncoĢ€ il corso di tutte le mie speranze”.

Una mattina del novembre 1830, mentre Giovanni eĢ€ a casa a cambiare il fagotto della biancheria, arriva una persona ad avvertirlo che don Calosso si eĢ€ sentito male.

“Non corsi, ma volai”, ricorda don Bosco. Era stato colpito da infarto. Riconobbe Giovanni, ma non riusciĢ€ a parlargli. Gli in

dico la chiave di un cassetto, facendo segno di non consegnarla a nessuno.
E fu tutto. Al ragazzo non rimase che piangere disperatamente sul cadavere del suo

secondo padre. “Con lui moriva ogni mia speranza”.
Dai tetti in giuĢ€, di speranze ce n'era ancora una: la chiave. Nel cassetto c'erano seimila

lire. Dai cenni di don Calosso risultava evidente che erano per lui, per il suo avvenire. Glielo confermavano alcuni che avevano assistito il morente. Qualche altro sosteneva, invece, che i gesti di un moribondo non vogliono dire niente: solo un regolare testamento daĢ€ o toglie diritti.

I nipoti di don Calosso, quando giunsero, si comportarono da persone oneste. Si informarono, poi dissero a Giovanni:

- Pare che lo zio volesse lasciare a te questo denaro. Prendi tutto quello che vuoi. Giovanni ci pensoĢ€ un poco sopra, poi concluse:
- Non voglio niente.
Nelle sue Memorie, don Bosco riassume queste vicende con una frase sola: “Vennero

gli eredi di don Calosso, e loro consegnai la chiave e ogni altra cosa”. EĢ€ un gesto sbrigativo che tronca ogni calcolo. Da prete, prenderaĢ€ come sua parola d'ordine una frase della Bibbia ugualmente sbrigativa: “Da mihi animas, coetera tolle”. “Dammi le anime, il resto non mi interessa”.

Ora Giovanni era di nuovo solo. Aveva 15 anni, e si trovava senza maestro, senza denaro, senza disegni per il futuro. “Piangevo inconsolabile”, scrive.

7.

LA STRADA VERSO CASTELNUOVO.

Eppure bisognava continuare.

Per prevenire ogni nuova opposizione di Antonio, Margherita decise di dividere l'asse patrimoniale con lui. C'era anche un buon motivo, che “copriva” la faccenda poco simpatica

agli occhi degli estranei. Antonio stava per sposarsi: il 21 marzo 1831 avrebbe condotto all'altare la castelnovese Anna Rosso.

I campi vennero divisi, la casa dei Becchi spartita: Antonio diventoĢ€ proprietario della metaĢ€ che guarda a levante (con la scaletta di legno che sale al primo piano); nell'altra metaĢ€ continuarono ad abitare Margherita, Giuseppe e Giovanni.

In dicembre, Giovanni si mette in strada. Va a frequentare le scuole pubbliche di Castelnuovo. Accanto alle elementari, il comune ha aperto un corso di lingua latina articolato in cinque classi. I pochi alunni di ogni classe, peroĢ€, si radunano in una saletta unica, e hanno un unico professore, don Emanuele Virano.

Il pranzo nel gavettino.

I cinque chilometri che separano i Becchi da Castelnuovo, all’inizio, sembrano un ostacolo superabile ai quindici anni gagliardi di Giovanni. Siccome la scuola si divide in due tempi, tre ore e mezza al mattino e tre ore al pomeriggio, il ragazzo parte al mattino con un pezzo di pane in mano, torna per pranzo, si rimette in strada nel pomeriggio e rientra alla sera. Quasi venti chilometri al giorno. Un ritmo pazzesco, che dopo pochi giorni (magari alla prima nevicata) viene prontamente modificato.

Zio Michele gli trova una semi-pensione presso un brav'uomo, Giovanni Roberto, sarto e musicista del paese. Presso di lui Giovanni consuma il pranzo, che si porta dietro ogni giorno nel “gavettino”.

Cinque chilometri al mattino e cinque alla sera, peroĢ€, non sono una cosa da ridere, specialmente d'inverno. Giovanni cammina con volontaĢ€, e quando il sentiero non eĢ€ un pantano per la pioggia o una pista gelata per la neve, come tutti i contadini si toglie le scarpe e se le butta a tracolla. Pioggia e vento, sole e polvere, sono suoi compagni per molti giorni.

Ma in certe sere di gennaio non se la sente di riprendere la strada tra la bufera, e chiede al signor Roberto di poter dormire nel sottoscala, magari saltando la cena.

Mamma Margherita capisce che per strada, in quell'inverno, suo figlio potrebbe lasciarci la salute, e viene a trattare con il sarto. Per una cifra ragionevole (pagabile anche in cereali e vino) il signor Roberto accetta Giovanni a pensione completa. Gli daraĢ€ una minestra calda a mezzogiorno e alla sera, e il sottoscala per dormire. Al pane penseraĢ€ la madre.

Essa stessa l'accompagna a Castelnuovo portando nella borsa le poche suppellettili necessarie a un ragazzotto di quindici anni. Raccomanda al signor Roberto di “dargli un'occhiata e magari una tirata d'orecchie”, e a Giovanni dice: “Sii devoto della Madonna, che ti faccia crescere bene”.

A scuola si trova con bambini di dieci, undici anni. La sua preparazione culturale, fino ad oggi, eĢ€ stata molto modesta. Se aggiungiamo la giubba sproporzionata e le scarpe rozze, eĢ€ facile capire come diventi bersaglio di scherzi e canzonature da parte dei compagni. Lo chiamano “il vaccaro dei Becchi”.

Giovanni, che era l'idolo dei ragazzi a Morialdo e a Moncucco, ci soffre. Ma ci daĢ€ dentro a studiare piuĢ€ che puoĢ€, aiutato e benvoluto dal maestro. Don Virano eĢ€ un uomo capace e gentile. Vedendo la sua buona volontaĢ€ lo prende da parte, e in poco tempo gli fa compiere rapidi progressi. Quando Giovanni scrive un componimento veramente buono sulla figura biblica di Eleazar, don Virano lo legge in classe, e conclude:

- Chi fa degli svolgimenti cosiĢ€, puoĢ€ anche permettersi di portare delle scarpe da vaccaro. PercheĢ cioĢ€ che conta nella vita non sono le scarpe, ma la testa.

Castelnuovo d'Asti sorge su un'altura a una ventina di chilometri da Torino. Sulla cima del colle ci sono dei ruderi di un castello. Proprio sul punto piuĢ€ alto c'eĢ€ la “chiesa del Castello”, dedicata alla Madonna. Giovanni vi sale parecchie volte, a pregare la Madonna “che lo faccia crescere bene”.

Gli abitanti del paese sono tremila, radunati in seicento famiglie.
Mamma Margherita viene ogni settimana dai Becchi. Porta a Giovanni due pani grossi e

rotondi, che dovranno bastargli per tutta la settimana. Glieli porta lei per “vedere da vicino” come vanno le faccende del figlio. Fa bene, percheĢ tra i compagni di scuola di Giovanni ci sono anche delle mezze canaglie, e mettersi su una cattiva strada per uno studente di quell'etaĢ€ eĢ€ una cosa facile.

Don Bosco racconta: “Quell'anno corsi qualche pericolo per alcuni compagni. Volevano portarmi a giocare ai soldi in tempo di scuola. E siccome dicevo di non aver denaro, mi dicevano: " EĢ€ tempo che ti svegli. Bisogna imparare a vivere. Ruba al tuo padrone, a tua madre ". Ricordo che risposi: " Mia madre mi vuole molto bene. Non voglio cominciare a darle dei dispiaceri "“.

La scuola, in quegli anni, ha un'intonazione rigidamente religiosa. La prima mezz'ora del mattino eĢ€ dedicata sempre al catechismo. All'istruzione cristiana eĢ€ pure dedicata la lezione serale del sabato, che termina con la recita delle Litanie della Madonna. I maestri devono dare ai loro alunni non solo la possibilitaĢ€, ma anche Ja comoditaĢ€ di assistere alla Messa ogni giorno, e di confessarsi una volta al mese.

“Ai Becchi crescono solo somari”.

In aprile, Giovanni eĢ€ a buon punto del suo ricupero scolastico, quando si verifica un avvenimento che avraĢ€ per lui conseguenze amare. Don Virano eĢ€ nominato parroco di Mondonio, e deve lasciare la scuola nelle mani di don Nicola Moglia.

Questo prete eĢ€ pio e caritatevole, ma ha 75 anni. Non riesce assolutamente a dominare le cinque classi che convivono nella sua scuola. Finisce che un giorno fa la sfuriata e mena la bacchetta, e nel resto della settimana tollera la baraonda.

Se la prende con i piuĢ€ grandi, come responsabili del continuo disordine. Dimostra un'antipatia particolare per il piuĢ€ grande di tutti, “il vaccaro dei Becchi”, anche se Giovanni patisce moltissimo di quell'indisciplina collettiva. Non perde occasione per mortificarlo:

- Cosa vuoi capire tu di latino? Ai Becchi crescono solo dei grossi somari. Ottimi somari, se volete, ma sempre somari. Va' per funghi, va' per nidiate: eĢ€ quello il tuo mestiere, non studiare latino.

I compagni, che per la stima di don Virano avevano cominciato a lasciarlo in pace, si scatenarono nuovamente. Giovanni passoĢ€ giorni di sconforto.

Ma una volta volle prendersi la rivincita.
Don Moglia aveva assegnato un compito in classe di latino. Giovanni, che doveva fare

la traduzione con quelli di prima, chiese al maestro di permettergli di tentare il lavoro di terza. Si offese:

- Cosa credi di essere? Torna subito al tuo compito, e cerca di non essere il solito somaro.

Ma Giovanni insistette, e don Moglia finiĢ€ per cedere:
- Fai un po' cioĢ€ che ti pare. Ma non credere che poi legga le tue asinate.
Il ragazzo mandoĢ€ giuĢ€ l'amaro e attaccoĢ€ la traduzione. Era difficilina, ma si sentiva di

farcela. ConsegnoĢ€ tra i primi. Il maestro prese la pagina e la mise in disparte. - La prego. Legga e mi dica gli errori che ho fatto.

- Vai al tuo posto e non seccarmi. Giovanni, gentile e testardo, non molloĢ€:

- Non le chiedo un grosso sacrificio, solo di leggerla.
Don Moglia lesse. La traduzione era buona, molto buona, tanto che gli fece perdere

nuovamente la pazienza:
- L'ho detto che sei un buono a nulla. Questo lavoro l'hai copiato dalla a alla zeta.
- E da chi l'avrei copiato? -. I suoi vicini stavano ancora mordendo la penna in cerca

delle ultime frasi.
- Questa eĢ€ un'impertinenza! - sbottoĢ€ il prete -. Fila al tuo posto, e ringrazia se non ti

caccio di scuola.
L'arteriosclerosi era micidiale anche a quei tempi, e pure i pregiudizi.

Gli ultimi mesi di quell'anno scolastico furono per Giovanni di avvilimento. Nelle sue Memorie, don Bosco non fa il nome di don Moglia. Aveva rispetto per i vecchi. Accenna solo a “uno che, incapace di tenere la disciplina, mandoĢ€ quasi al vento quanto nei precedenti mesi avevo imparato”.

La veste nera che “taglia fuori”.

Un'altra spina faceva soffrire Giovanni in quei mesi. Aveva conosciuto due preti splendidi, don Calosso e don Virano. Non gli andava giuĢ€ che tutti gli altri fossero diversi: “Mi capitava - scrive - di incontrare il mio curato sulla strada, accompagnato dal cappellano. Li salutavo da lontano; arrivato alla loro altezza, mi inchinavo dinanzi alla loro veste; ma essi tenevano le distanze e si

contentavano di rendermi garbatamente il saluto senza interrompere la loro passeggiata”.

Quella veste nera pareva “tagliarli fuori” dagli altri. Nei seminari, a quei tempi, si insegnava che quello era il contegno piuĢ€ adatto alle “persone di Chiesa”. Riserbo e gravitaĢ€. Distacco.

“Io ne provavo un gran dispiacere. E dicevo ai miei amici: " Se mai diventeroĢ€ prete, faroĢ€ tutto il contrario. AccosteroĢ€ i ragazzi, e diroĢ€ loro buone parole e buoni consigli "“.

Non puoĢ€ immaginare, Giovanni, che questa sua decisione opereraĢ€ nei prossimi 80 anni una rivoluzione silenziosa tra i preti. Nei seminari si accorgeranno che quel ragazzino aveva ragione, e educheranno le nuove leve dei preti non piuĢ€ alla gravitaĢ€ che “tiene le distanze”, ma alla bontaĢ€ sorridente che le abolisce.

A Morialdo, Giovanni passava il tempo libero dagli studi in serene chiacchierate con don Calosso. Il vecchio prete ricordava il suo passato, il ragazzo fantasticava sul proprio avvenire. Poi andava a spazzare la chiesa, a rimettere ordine in cucina, a rovistare curioso nella piccola biblioteca.

Qui a Castelnuovo, i preti non volevano parlare con lui. Come occupare il tempo libero? Il suo primo hobby fu la musica. Il signor Roberto era il capo- cantore della parrocchia, e aveva in casa una spinetta. Giovanni lo accompagnoĢ€ parecchie volte in cantoria, e con il suo

aiuto si esercitoĢ€ sulla tastiera della spinetta e poi su quella dell'organo.
Ma Roberto era prima di tutto il sarto del paese, e il secondo hobby di Giovanni fu di

sedergli accanto e imparare ad attaccare bottoni, fare orli, cucire fazzoletti, tagliare gileĢ€. Ci riusciĢ€ cosiĢ€ bene che il signor Roberto gli propose di piantare liĢ€ la scuola e di diventare suo aiutante.

In aprile don Moglia comincioĢ€ a prenderlo di punta, e la baraonda della scuola lo persuase che stava perdendo il tempo. D'intesa con la madre, andoĢ€ a lavorare per qualche ora al giorno da Evasio Savio, fabbro ferraio. ImparoĢ€ cosiĢ€ a maneggiare il martello e la lima, e a lavorare alla forgia.

Giovanni Bosco non pensava certo che quei mestieri gli sarebbero un giorno serviti per aprire laboratori al servizio dei ragazzi poveri della periferia torinese. In quel momento, l'unica sua preoccupazione era mettere da parte qualche soldo. Presto ne avrebbe avuto seriamente bisogno. Insieme a mamma Margherita aveva deciso di tentare, nell'anno seguente, un passo rischioso ma decisivo: le scuole di Chieri.

8.
“IO DEVO STUDIARE”

Quando fa fagotto e saluta il signor Roberto, Giovanni non ritorna ai Becchi. Va al Sussambrino, una cascina che suo fratello Giuseppe, insieme a Giuseppe Febraro, ha preso a mezzadria. Anche Margherita ha lasciato i Becchi insieme al figlio.

Giovanni dedica quei mesi estivi a studiare con intensitaĢ€. A Chieri non vuole trovarsi svantaggiato.

Ma non vuole nemmeno essere di peso eccessivo al fratello. Per questo lo aiuta nei lavori della campagna, su una forgia rudimentale ripara gli strumenti agricoli, porta al pascolo le mucche. Quest'ultimo lavoro gli permette di leggere e di studiare.

Rosa Febraro, figlia di Giuseppe, ricordava che Giovanni era sovente cosiĢ€ preso dai suoi libri, che le mucche se ne andavano per conto loro. Era lei, ragazzetta di dieci anni, a corrergli dietro nei campi, tra i solchi di granturco, e a riportarle allo studente prima che i padroni protestassero.

- Le tue mucche stavano mangiando la meliga.
- Grazie, Rosa -. Lei lo guardava a lungo, poi:
- Ma percheĢ le porti al pascolo se poi non le guardi? -¦ Devo studiare, Rosa, e ogni

tanto la mente mi scappa.
- EĢ€ vero che diventerai prete? - SiĢ€.

- Allora, se vuoi, le mucche te le guardo io. Tanto devo giaĢ€ guardare le mie. Giovanni la ringraziava, e si rituffava nelle pagine.

Un sogno che ritorna.

A Castelnuovo, Giovanni era diventato amico di un compagno di scuola, Giuseppe Turco. Il padre di Giuseppe era il padrone della

Renenta, un podere che confinava con il Sussambrino. Brav'uomo e bravo cristiano, quel contadino qualche volta gli passava accanto mentre studiava:

- Forza Giovanni, che stavolta ce la fai.

- Grazie, signor Turco. Lo spero proprio. Ho solo paura che mia madre non ce la faccia a pagare la pensione a Chieri.

- Ma c'eĢ€ il Signore, no? Se lui vuole, vedrai che ti spiana la strada.

- Speriamo. PeroĢ€ ho sempre paura.
Era un sorriso mesto, quello che portava sulla faccia. Difficile dargli torto, gliene erano

andate male troppe.
Ma un giorno, il signor Turco e suo figlio lo videro correre eccitato e felice:

- Buone notizie - disse -. Stanotte ho fatto un sogno. Ho visto che diventeroĢ€ prete e che mi occuperoĢ€ di tanti ragazzi.

- EĢ€ solo un sogno, peroĢ€ - osservoĢ€ perplesso il signor Turco.

- Voi non potete capire. A me basta cosiĢ€. Stavolta ce la faroĢ€ sul serio.
Nella notte gli si era spalancata ancora davanti la valle del sogno dei nove anni. Aveva rivisto il gregge, la Signora splendente che glielo voleva affidare. “Renditi umile, forte e

robusto - gli aveva ripetuto - e a suo tempo tutto comprenderai”.

Durante l'estate, il paese di Montafia celebrava la sua festa patronale. Non era lontano. Giovanni seppe che c'era l'albero della cuccagna, e che tra i premi avevano messo una borsa con venti lire.

- Mi farebbero proprio comodo - pensoĢ€. E andoĢ€ alla festa. Il palo era altissimo, liscio e unto con olio e grasso. I giovanotti

del paese guardavano il cerchio di ferro lassuĢ€ in alto, che lasciava ondeggiare pacchetti, salumi, bottiglie di vino, e la borsa. Ogni tanto qualcuno, tra le urla della gente, si sputava sulle mani e tentava la scalata. Partivano in quarta, ma a metaĢ€ erano spompati, e scivolavano giuĢ€ tra fischi e berci.

A un tratto, studiata bene la situazione, si fece sotto Giovanni. Si sputoĢ€ anche lui sulle mani e si avvinghioĢ€ al palo. ComincioĢ€ a salire lento e calmo. Ogni tanto si sedeva sui calcagni a prendere fiato. La gente gridava impaziente, aspettava che anche lui si arrendesse. Ma a Giovanni premevano troppo quei soldi. A Moncucco lavorava un anno per quindici lire, e liĢ€, a pochi metri dalla sua testa, ce n'erano venti. Era disposto a passare la giornata intera su quel palo, se occorreva.

Procedendo sempre con calma arrivoĢ€ dove l'albero si faceva sottile. Prese ancora fiato, poi le ultime bracciate. La gente, ora, guardava su in silenzio. Giovanni allungoĢ€ la mano, staccoĢ€ dal cerchio la borsa con le venti lire, se la pose tra i denti. Poi staccoĢ€ ancora un salame e un fazzoletto, e scivoloĢ€ giuĢ€.

La ripugnanza di stendere la mano.

Le venti lire dell'albero della cuccagna non potevano certo bastare per il trapianto a Chieri. Bisognava comprare abiti, scarpe, libri. Occorreva soprattutto pagare una pensione mensile. E la mezzadria del Sussambrino non era una miniera d'oro. In ottobre, Giovanni disse alla madre:

- Se siete contenta, prendo due sacchi e vado a fare una colletta tra le famiglie della borgata.

Era un sacrificio duro per il suo amor proprio. Don Bosco diventeraĢ€ il piuĢ€ grande “mendicante” del diciannovesimo secolo, ma gli costeraĢ€ sempre chiedere l'elemosina. In quell'ottobre vinse per la prima volta la ripugnanza a stendere la mano.

La frazione di Morialdo eĢ€ la somma di piccole borgate e di casolari sparsi. Giovanni giroĢ€ di casa in casa. Bussava alla porta. Diceva:

- Sono il figlio di Margherita Bosco. Vado a Chieri a studiare da prete. Mia madre eĢ€ povera. Se potete, aiutatemi.

Lo conoscevano tutti. Avevano assistito ai suoi giochi, l'avevano sentito recitare la predica, gli volevano bene. Ma pochi erano benestanti. Gli diedero delle uova, del granoturco, qualche misura di frumento.

Una coraggiosa donna dei Becchi che si recoĢ€ in quei giorni a Castelnuovo, andoĢ€ dritta dal parroco don Dassano. Gli disse che era una vergogna non aiutare negli studi un cosiĢ€ bravo ragazzo e lasciarlo andare a elemosinare di casa in casa.

Don Dassano non ne sapeva niente. Credeva che Giovanni in novembre avrebbe ripreso gli studi a Castelnuovo. Si informoĢ€, e conosciuta con esattezza la decisione, raccolse una piccola somma e la mandoĢ€ a Margherita. Le fece anche dire di venire a parlare con Lucia Matta, una vedova che stava trasferendosi a Chieri per assistere suo figlio studente.

Fu un consiglio buono. Margherita parloĢ€ con questa donna, e si misero d'accordo che Giovanni, a Chieri, avrebbe abitato con lei e con suo figlio. La pensione doveva essere di ventun lire al mese.

Margherita non poteva pagarla tutta in denaro, ma si obbligoĢ€ a fornire farina e vino, e Giovanni si impegnoĢ€ a fare da servitore in casa: portare l'acqua, preparare la legna per il fuoco e la stufa, stendere la biancheria.

Negli ultimi giorni di ottobre, Giovanni si presentoĢ€ al parroco di Castelnuovo per ottenere l'Admittatur. Per poter essere iscritto alle scuole pubbliche, ogni giovane doveva ottenere l'attestato di buona condotta dal parroco, che s'impegnava anche a vigilare sulle sue vacanze, e a segnalare la sua eventuale cattiva condotta.

Questa disposizione era stata emanata dal re Carlo Felice, che proprio in quell'anno era morto a Torino, dopo essere stato ribattezzato dai “liberali” Carlo Feroce.

La storia aveva camminato.

Mentre Giovanni Bosco aveva vissuto la sua difficile fanciullezza tra le colline di Castelnuovo, la storia aveva camminato. Non intendiamo (come giaĢ€ nelle pagine precedenti) fare un quadro esauriente della storia italiana. Ma ci pare indispensabile tracciarne alcune linee essenziali, percheĢ eĢ€ su questo sfondo che si svolge la vicenda personalissima di Giovanni Bosco. EĢ€ anche da questa storia che egli si nutre di impressioni, idee, sensibilitaĢ€.

Contro la restaurazione rigida e codina dei principi, negli anni 1815-20 si erano diffuse in tutta l'Italia le societaĢ€ segrete che preparavano ribellioni e rivoluzioni.

Nel gennaio del 1820, una scintilla si era sprigionata in Spagna. A Cadice, una rivolta

militare aveva costretto Ferdinando VII a mettere fine al suo assolutismo e a concedere una Costituzione: una legge cioeĢ€ che garantiva a ogni persona le principali libertaĢ€ e il diritto di voto. All'osservanza della Costituzione si obbligava anche il re mediante giuramento.

La scintilla fece scoppiare l'incendio in Italia sei mesi dopo. Un piccolo reparto di cavalleria, nel Regno delle due Sicilie, insorse al grido: “Viva la libertaĢ€ e la Costituzione”. Entro otto giorni, per non perdere il regno, Ferdinando di Napoli concesse la Costituzione di Cadice, e giuroĢ€ sul Vangelo di rispettarla.

Il 10 marzo 1821 (Giovanni Bosco aveva sei anni) la rivolta militare comincioĢ€ anche in Piemonte, agli ordini del conte Santorre di Santarosa. Alessandria ammainoĢ€ la bandiera azzurra dei Savoia e issoĢ€ sulla cittadella il tricolore (che ricordava la Rivoluzione Francese e i diritti dell'uomo da essa proclamati). Anche le guarnigioni

di Pinerolo e Vercelli si sollevarono. Da Fossano un colonnello marcioĢ€ su Torino alla testa di un reggimento.

Re Vittorio Emanuele si precipitoĢ€ atterrito da Moncalieri a Torino, radunoĢ€ il Consiglio della corona, e si sentiĢ€ suggerire di concedere la Costituzione per non perdere tutto. Stava per farlo, quando giunse notizia che l'Austria aveva deciso di intervenire in Italia “per ristabilire l'ordine”.

Sopraffatto dagli avvenimenti, Vittorio Emanuele rinuncioĢ€ al trono in favore del fratello Carlo Felice. E siccome in quel momento egli era a Modena da suo suocero, dichiaroĢ€ “reggente” il giovane principe Carlo Alberto (ventitreĢ anni).

“Riferite al Principe”.

Carlo Alberto era stato parecchie volte in contatto con Santarosa, ne apprezzava le idee, ma non aveva mai saputo decidersi per l'assolutismo o per i “liberali”. Si manifestava giaĢ€ in lui il carattere incerto che gli avrebbe meritato il titolo di “Re Tentenna”. Una cosa voleva a tutti i costi: conservare il suo diritto al trono, difendendolo sia dagli Austriaci sia dai liberali.

Davanti a una grande folla che sotto le finestre di palazzo Carignano reclamava la Costituzione (ma chissaĢ€ quanti sapevano cos'era), Carlo Alberto cedette. La sera del 13 marzo firmoĢ€ la Costituzione di Cadice, e due giorni dopo giuroĢ€ di rispettarla. CostituiĢ€ un nuovo governo, in cui Santarosa era ministro della guerra.

Quando Carlo Felice ricevette a Modena una lettera di Carlo Alberto che gli riferiva ogni cosa, andoĢ€ sulle furie. GridoĢ€ al cavaliere Costa, che gli aveva portato la lettera: «Riferite al Principe che, se nelle sue vene c'eĢ€ ancora una goccia del nostro sangue reale, parta subito per Novara, e attenda laĢ€ i miei ordini».

Carlo Alberto, in un primo tempo, sembroĢ€ deciso a resistere, ma da Napoli giunsero notizie catastrofiche: un esercito austriaco aveva sconfitto le truppe liberali, il Parlamento era sciolto, il regime costituzionale abbattuto. Il giovane principe si ritiroĢ€ a Novara. Di liĢ€ emanoĢ€ un proclama in cui rinunciava alla “reggenza” e invitava tutti a sottomettersi al Re. Subito dopo partiĢ€ per Firenze in esilio.

Il ritorno di Carlo Felice in Piemonte fu preceduto da un esercito austriaco, che sbaraglioĢ€ i volontari di Santarosa e “ristabiliĢ€ l'ordine”. Settanta capi della rivolta furono condannati a morte (sessantotto peroĢ€ erano giaĢ€ fuggiti in Svizzera e in Francia), trecento ufficiali e trecento funzionari civili furono epurati, le UniversitaĢ€ di

Torino e di Genova chiuse per un anno. “Tutti quelli che hanno studiato all'UniversitaĢ€ sono corrotti - scriveva Carlo Felice al fratello in esilio -. I cattivi sono tutte persone istruite, e i buoni sono tutti ignoranti”.

I “moti del 1821”, come vennero chiamati dai libri di storia, furono avvenimenti che coinvolsero unicamente la borghesia, i ceti medi della popolazione. Le masse dei contadini e gli operai rimasero del tutto indifferenti, qualche volta addirittura ostili. I ceti medi

(commercianti, piccoli imprenditori, piccoli industriali, funzionari civili e militari) con la “rivoluzione liberale” miravano a trasformarsi in gruppo di potere al posto della vecchia aristocrazia. Le riforme invocate (e sancite dalla Costituzione di Cadice) non erano neĢ popolari neĢ democratiche. Il diritto di voto veniva concesso soltanto a quelli che avevano una certa fetta di ricchezza: essi soli potevano mandare i loro rappresentanti al Parlamento, a difendere, evidentemente, i loro interessi. Come giaĢ€ la rivoluzione francese, la rivoluzione liberale voleva abolire tutti i privilegi eccetto uno: la ricchezza.

“Re per grazia di Dio e di nessun altro”.

Carlo Felice rientroĢ€ a Torino soltanto nell'ottobre del 1821. Ad accostarla oggi, questa figura eĢ€ curiosa e singolare. Non aveva mai desiderato essere re. Amava la vita ritirata e modesta ed era religiosissimo. AccettoĢ€ il trono unicamente come un “dovere di coscienza”.

Ma dal momento in cui l'accettoĢ€, fu conseguente fino in fondo alle sue idee di “rigido assolutismo”. Egli si sentiva re “per grazia di Dio e di nessun altro”, e intendeva governare il suo popolo come un padre severo deve governare una famiglia di figli scapestrati. Nessuna idea era piuĢ€ lontana dalla sua mentalitaĢ€ della “sovranitaĢ€ del popolo” (principio elaborato dagli illuministi del 1700 e proclamato dalla rivoluzione francese): il re era lui, non il popolo.

AffidoĢ€ il monopolio della pubblica istruzione al clero. Alla curia di Torino e ai vescovi affidoĢ€ la censura dei libri. Impose nelle scuole un regime severo, l'insegnamento quotidiano del catechismo, la preghiera prima e dopo le lezioni. Le scuole che Giovanni Bosco frequenteraĢ€ a Chieri (quattro anni alla scuola pubblica, sei anni al seminario), i libri che leggeraĢ€, gli orari che gli saranno imposti, le istituzioni in cui dovraĢ€ vivere, porteranno tutte il “marchio di fabbrica” di Carlo Felice.

Il re ricaccioĢ€ pure nel ghetto gli ebrei, togliendo loro i diritti riconosciuti dal Codice Napoleonico. ApprovoĢ€ regolamenti militari che stabilivano tra le altre cose: “Il soldato autore di grida o discorsi sediziosi andraĢ€ soggetto da cento sino a centoventi bastonate, in due volte con un giorno di riposo intermedio” (Regolamento dei Cacciatori Franchi). Volle che ogni condanna a morte fosse una “salutare ammonizione” a tutte le teste calde, e conseguentemente approvoĢ€ “l'applicazione delle tenaglie infuocate” al condannato che veniva portato al supplizio. Per questo particolare fu bollato con il soprannome di “Carlo Feroce”.

Carlo Felice non capiĢ€ mai quello che un anonimo manifesto (redatto da Brofferio e Durando) gli gridoĢ€ dai muri di Torino: “MaestaĢ€, i vostri sudditi non sono piuĢ€ cose, ma persone”. Per lui erano sudditi e basta, cioeĢ€ gente che doveva tenere sulla “retta via” con le maniere forti. Massimo D'Azeglio definiĢ€ i suoi dieci anni di regno con otto parole: un dispotismo pieno di rette e oneste intenzioni.

MoriĢ€ nell'aprile del 1831, lasciando il trono a quel Carlo Alberto che aveva continuato a chiamare “pollone degenere della nostra famiglia”. Aveva appena fatto in tempo a sentire le inquietanti notizie di Modena, Parma e Bologna: i liberali (come l'anno prima a Parigi) si erano nuovamente ribellati ai principi assoluti. L'Austria aveva dovuto mandare i suoi eserciti a schiacciare la rivolta comandata da un industriale, Ciro Menotti, e da un generale, Carlo Zucchi. Si temeva anche l'invasione della Savoia da parte di una legione di volontari raccolti a Lione, ma erano stati dispersi dalla polizia francese.

“Lungo e triste come una quaresima”.

Sul trono di Torino gli succede Carlo Alberto, 33 anni. Si eĢ€ rifatto un “nome pulito” davanti agli assolutisti e ai reazionari combattendo in Spagna contro i liberali, ed essi l'hanno ricambiato chiamandolo nei loro scritti “traditore” e “spergiuro”.

EĢ€ un uomo pallido e altissimo (2 metri e 4 centimetri), e il popolino piemontese lo dice “lungo e triste come una quaresima”. Per dimostrare a tutti che non eĢ€ piuĢ€ il principe che ha firmato la Costituzione, nel 1833 faraĢ€ fucilare sette mazziniani ad Alessandria e dodici a Genova, e ne condanneraĢ€ una settantina alla galera.

Ma il Piemonte e l'Italia, nonostante i tentativi di fermare la storia, sono cambiati. La borghesia eĢ€ diventata una classe veramente

importante, e se anche non capisce che cosa sia la « libertaĢ€ democratica », ha bisogno della « libertaĢ€ commerciale » per diffondere in tutta la penisola un maggior benessere.

In Piemonte si tracciano canali, si bonificano paludi, si disboscano le Langhe, si estende la coltura del gelso, della canapa, della vite. Si diffonde la coltivazione della patata, che finalmente metteraĢ€ fine alle carestie ricorrenti e terribili negli anni di siccitaĢ€. Si aprono una trentina di miniere di ferro, si sviluppa l'industria delle ceramiche. Bra diventa il centro della concia delle pelli, Cuneo eĢ€ il primo mercato europeo del bozzolo da seta. Appena Carlo Alberto abbassa i dazi della lana, il Biellese diventa sede di una industria laniera fiorente: si sviluppano le filande, nella regione entrano le prime pecore « merinos ».

Presto si avverte l'urgenza di sviluppare la rete stradale, di dare inizio alla costruzione delle ferrovie.

Pure la mentalitaĢ€ politica tende inesorabilmente a modificarsi.

Negli ultimi mesi del 1831, a Marsiglia, Mazzini fonda la « Giovane Italia ». Si diffonde l'idea di un'Italia « stato nazionale », individualitaĢ€ storica dotata di sue tradizioni culturali e popolari, con diritto alla libertaĢ€ e all'indipendenza. Gli italiani si rendono progressivamente conto che hanno un destino comune, e che devono diventare arbitri di questo destino, insieme o al posto dei re, che finora li hanno considerati un gregge di minorenni incapaci.

A Torino, nel 1832, Silvio Pellico pubblica Le mie prigioni, un libretto che scuote l'Italia e la fa ragionare in maniera diversa. L'Austria, che fino a quel tempo eĢ€ sembrata la custode dell'ordine e del buon vivere sociale, perde la faccia. Nelle pagine miti e meste dello scrittore saluzzese, che ha passato dieci anni nelle galere imperiali, il governo austriaco mostra il volto feroce della dittatura che reprime e tortura.

9.
ANNI VERDI A CHIERI.

4 novembre 1831. EĢ€ una tersa giornata dell'« estate di San Martino », e Giovanni Bosco, insieme al suo coetaneo Giovanni Filippello, fa a piedi il viaggio fino a Chieri. Lungo la strada Giovanni si confida con l'amico: parla dei prossimi studi, racconta le vicende passate, i tentativi fatti. A un tratto Filippello, un ragazzo semplice, gli dice:

- Vai solo ora a studiare in collegio, e sai giaĢ€ tante cose? Presto diventerai parroco! Giovanni diventa serio:
- ai che cosa vuol dire essere parroco? Ha degli obblighi gravissimi. Quando si alza da

pranzo o da cena, deve riflettere: io ho mangiato, ma i miei fedeli si sono sfamati? CioĢ€ che ha deve dividerlo con i poveri. Caro Filippello, io non accetteroĢ€ mai di essere parroco. Voglio consacrare tutta la mia vita ai giovani.

Mentre quei due ragazzi camminano parlando di fame e di poveri, a Lione, soltanto 250 chilometri in linea d'aria, sta iniziando la rivolta degli operai della seta. A migliaia scendono nelle strade contro la miseria dei salari e i disumani orari di lavoro, che raggiungono le 18 ore giornaliere. La rivolta si concluderaĢ€ dopo giorni di combattimento nelle strade, soffocata dalle truppe mandate dal governo francese. PiuĢ€ di mille vittime.

L'anno seguente la rivolta scoppieraĢ€ a Parigi, con il prezzo di ottocento morti. Nella primavera del 1834 gli operai lionesi e parigini si ribelleranno insieme al grido: « Vivere lavorando o morire combattendo ». Contro di loro si spareranno le cannonate.

Giovanni Bosco non puoĢ€ saperne nulla. Nemmeno una notizia, dai giornali sottoposti a rigida censura, trapela nel regno di Piemonte. In questi primi mesi, Giovanni sentiraĢ€ ogni tanto notizie di « moti liberali ». EĢ€ stata scoperta una congiura a Torino. Implicati

sono “I Cavalieri della libertaĢ€”, capeggiati da Brofferio e Bersani. Carlo Alberto la stronca con decisione: Bersani finisce per sette anni in fortezza a Fenestrelle. La “rivoluzione” di cui ogni tanto sente parlare sottovoce eĢ€ quella che vorrebbe portare l'Italia alla “Costituzione” e all'indipendenza dall'Austria. Presto si chiameraĢ€ “Risorgimento”.

Non ha invece il minimo sospetto di un'altra rivoluzione, piuĢ€ profonda, radicale, che sta trasformando l'Europa del Nord, e sta per entrare anche in Italia. EĢ€ la “rivoluzione industriale”, a cui eĢ€ legata la grave “questione operaia”. CominceraĢ€ a vederne i primi drammatici effetti fra dieci anni, quando entreraĢ€ in Torino.

Un pilastro in mezzo ai piccoli.

“La mia pensione - scrive don Bosco - era in casa di Lucia Matta, vedova con un solo figlio, che si recava in quella cittaĢ€ per assisterlo e vegliarlo”.

Margherita, che arrivoĢ€ a Chieri poco dopo Giovanni, si recoĢ€ con lui dalla signora Lucia. Un amico le aveva portato con il carretto due sacchi di grano.

- Qui c'eĢ€ mio figlio - disse -, e qui c'eĢ€ la pensione. Io ho fatto la mia parte, mio figlio faraĢ€ la sua, e spero che non sarete malcontenta di lui.

“La prima persona che conobbi fu don Placido Valimberti, di cara memoria. Mi diede buoni consigli, mi condusse dal prefetto delle scuole, mi presentoĢ€ ai professori. Siccome gli studi fatti fino allora erano un po' di tutto, che riuscivano quasi a niente, fui consigliato a mettermi nella sesta classe (parente lontana dell'attuale prima media).

Il maestro, padre Valeriano Pugnetti, mi usoĢ€ molta caritaĢ€. Mi accudiva nella scuola, mi invitava a casa sua, e mosso a compassione della mia etaĢ€ e dalla buona volontaĢ€, nulla risparmiava di quanto poteva giovarmi.

La mia etaĢ€ (16 anni compiuti) e la mia corporatura mi faceva comparire come un pilastro in mezzo ai piccoli compagni. Ansioso di togliermi da quella posizione, dopo due mesi di sesta, venni ammesso all'esame e promosso alla classe quinta (l'ordine era decrescente: dalla quinta si passava alla quarta, alla terza, ecc.).

Entrai volentieri nella nuova classe, percheĢ il professore era la cara persona di don Valimberti. Passati altri due mesi, essendo piuĢ€

volte riuscito il primo della classe, fui in via eccezionale ammesso a un altro esame e promosso alla quarta.

Per questa classe era professore Vincenzo Cima, uomo severo per la disciplina. Al vedersi comparire in classe a metaĢ€ anno un allievo alto e grosso come lui, in piena scuola disse scherzando:

- Costui, o eĢ€ una grossa talpa o un gran talento. Tutto sbalordito da quella severa presenza risposi:

- Qualcosa di mezzo. Sono un povero giovane che ha buona volontaĢ€ di fare il suo dovere e progredire negli studi.

Quelle parole gli piacquero, e con insolita affabilitaĢ€ soggiunse:

- Se avete buona volontaĢ€, voi siete in buone mani. Io non vi lasceroĢ€ inoperoso. Fatevi animo. Se incontrerete difficoltaĢ€, ditemelo subito, e vi aiuteroĢ€.

Lo ringraziai di cuore”.

“Quando un piccolo incidente.”

Chieri eĢ€ una cittadina a 10 chilometri da Torino. Si distende ai piedi della collina torinese, nel versante opposto a quello della capitale del Piemonte. Quando Giovanni vi arrivoĢ€, aveva 9.000 abitanti. Era una cittaĢ€ di conventi, di tessitori e di studenti.

I molti conventi ospitavano religiosi e religiose di svariati ordini: Domenicani, Filippini, Gesuiti, Francescani, Clarisse.

I tessitori numerosissimi lavoravano il cotone e la seta in una trentina di stabilimenti.

Gli studenti vi affluivano da ogni parte del Monferrato e dell’astigiano, e facevano vita grama. I corsi erano semigratuiti, ma non esistevano le borse di studio. Per pagare la

pensione molti affrontavano sacrifici eroici. Ricercatissimi erano i lavori per le ore dopo la scuola: mezzi impieghi presso scrivani, ore di pulizia nelle case dei benestanti, ripetizioni, pulizia di cavalli e carrozze. Per risparmiare, anche d'inverno si spegneva il fuoco, si studiava avvolti in coperte pesanti, i piedi negli zoccoli di legno.

Tra gli studenti poveri, sopportando quell'identica povertaĢ€, visse Giovanni Bosco. Ogni tanto, dal Sussambrino arrivava Margherita a chiedere notizie alla Lucia. La brava vedova gliele dava buone. Giovanni prestava i servizi di casa, era pio e studioso. Aiutava anche suo figlio, che aveva piuĢ€ anni di lui.

Il giovanotto non aveva voglia di studiare. Giovanni se lo fece amico, e riusciĢ€ a portarlo anche in chiesa a domandare perdono a Dio della sua pigrizia.

Giovanni cercava ogni occasione per contribuire alla pensione. Qualche soldo riusciĢ€ a guadagnarlo frequentando il laboratorio di un suo conoscente falegname. ImparoĢ€ a usare la pialla, lo scalpello, la raspa.

“Ero da circa due mesi nella quarta classe, quando un piccolo incidente fece parlare di me. Il professore di latino spiegava la vita di Agesilao scritta da Cornelio Nepote. Quel giorno avevo dimenticato il libro, e percheĢ il professore non se ne accorgesse, tenevo aperta davanti a me la grammatica. I compagni se ne accorsero. Uno comincioĢ€ a dare di gomito al vicino, un altro a ridere.

- Cosa c'eĢ€? - domandoĢ€ il professor Cima. E vedendo che molti guardavano me, mi comandoĢ€ di ripetere la sua spiegazione, leggendo il testo latino di Cornelio Nepote. Mi alzai in piedi tenendo la grammatica in mano, e riuscii a ripetere a memoria il testo latino e le spiegazioni. I compagni, istintivamente, mi batterono le mani.

Il professore andoĢ€ sulle furie: era la prima volta, gridava, che non riusciva a tenere la disciplina. Mi diede uno scappellotto, che riuscii a scansare. Poi, tenendo la mano sulla mia grammatica, si fece dire dai vicini la causa " di quel disordine ".

- Bosco non ha il Cornelio Nepote. Ha solo la grammatica, eppure ha letto e spiegato come se avesse in mano il Cornelio.

Il professore allora guardoĢ€ il libro su cui aveva poggiato la mano, e volle che continuassi ancora la " lettura " del Cornelio per due periodi. Poi mi disse:

- Vi perdono per la vostra felice memoria. Siete fortunato. Procurate solo di servirvene in bene”.

La memoria folgorante l'aveva dimostrata giaĢ€ a don Calosso. Ma qui a Chieri cominciarono a capitare anche cose strane. Una notte sognoĢ€ di fare un lavoro in classe di latino. Appena sveglio, scrisse il brano che ricordava benissimo, e lo tradusse con l'aiuto di un prete suo amico. In classe, il professore dettoĢ€ sul serio “quel” brano, e lui poteĢ€ consegnare la traduzione in un tempo brevissimo.

CapitoĢ€ anche un'altra volta, ma con complicazione. Giovanni consegnoĢ€ prestissimo, " troppo " presto. Il professore lesse, guardoĢ€ la brutta copia, e cadde dalle nuvole: su quella pagina sgualcita c'era anche la parte di compito che avrebbe voluto dare, ma che all'ultimo momento aveva saltato percheĢ gli pareva troppo lungo.

- Dove hai pescato questo brano?

- L'ho sognato.
Un sogno. Un avvenimento di poca importanza nella vita degli uomini. Ma nella vita di

Giovanni Bosco il “sogno” aveva giaĢ€

avuto un peso notevole. E piuĢ€ passeranno gli anni, piuĢ€ questa parola avraĢ€ importanza nella sua vicenda. EĢ€ una delle cose che lasciavano e lasciano perplessi. Chi nella cittadella di Valdocco sentiva don Bosco mormorare tranquillo: “Ho fatto un sogno”, tendeva le orecchie. In sogno, quel prete strano, leggeva i peccati dei suoi ragazzi, prevedeva la morte dei re, “indovinava” la carriera splendida di un moccioso che giocava a birille.

SocietaĢ€ dell'allegria.

“Nelle prime quattro classi - scrive don Bosco - ho dovuto imparare a mie spese a trattare con i compagni”.

Nonostante la severa vita cristiana imposta dalla scuola (ognuno doveva addirittura consegnare la “ricevuta” della confessione mensile) ce n'erano dei cattivi. “Uno fu cosiĢ€ sfacciato che mi consiglioĢ€ di rubare un oggetto di valore alla mia padrona”.

Giovanni, all'inizio, si sgancioĢ€ deciso da quei poveri ragazzi, per non finire come il topo tra le zampe del gatto. Ma presto i suoi successi scolastici lo misero in grado di avere con loro un rapporto diverso, di prestigio. PercheĢ non approfittarne per far loro del bene?

“I compagni che volevano tirarmi ai disordini, erano i piuĢ€ trascurati nello studio - ricorda, - e cosiĢ€ cominciarono a far ricorso a me percheĢ dessi loro una mano nei compiti”.

Li aiutoĢ€. EsageroĢ€ persino, passando sotto banco traduzioni complete. (All'esame finale del 1833 saraĢ€ beccato durante una di queste manovre, e potraĢ€ cavarsela solo grazie all'amicizia di un professore che gli faraĢ€ ripetere la traduzione di latino).

“Con questo mezzo mi procurai la benevolenza e l'affetto dei compagni. Cominciarono a venire a cercarmi durante le ricreazioni per il compito, poi per ascoltare i miei racconti, e poi anche senza nessun motivo”.

Insieme si stava bene. Formarono una specie di banda, e Giovanni la battezzoĢ€ “SocietaĢ€ dell'allegria”. Le diede un regolamento semplicissimo:

  1. Nessuna azione, nessun discorso che possa far arrossire un cristiano.

  2. Fare i propri doveri scolastici e religiosi.

  3. Essere allegri.

L'allegria saraĢ€ un chiodo fisso di don Bosco. Domenico Savio, il suo allievo prediletto, arriveraĢ€ a dire: “Noi facciamo consistere la santitaĢ€ nello stare molto allegri. Cerchiamo di evitare il peccato

che ci ruba la gioia dal cuore”. Per don Bosco l'allegria eĢ€ la profonda soddisfazione che nasce dal sapersi nelle mani di Dio, e quindi in buone mani. EĢ€ la parola povera con cui si indica un valore grande, la “speranza cristiana”.

“Nel 1832 tra i miei compagni ero diventato come il capitano di un piccolo esercito”. Giocavano con le piastrelle, le stampelle, i salti, le corse. Partite accese e allegrissime. Quand'erano stanchi, sopra un tavolino piazzato sull'erba verde, Giovanni faceva i giochi di prestigio.

“Facevo uscire da un piccolo bussolotto cento palle colorate, da un barattolo vuoto decine di uova. Raccoglievo pallottole sulla punta del naso degli spettatori, indovinavo i denari nelle tasche altrui, con un semplice tocco delle dita riducevo in polvere monete di qualsiasi metallo”.

Come giaĢ€ ai Becchi, tutta quell'allegria finiva in preghiera.

“Tutte le feste andavamo alla Chiesa di Sant'Antonio, dove i Gesuiti facevano uno stupendo catechismo, in cui raccontavano parecchi esempi che ricordo ancora”.

Quattro sfide al saltimbanco.

Una domenica, peroĢ€, nella chiesa di Sant'Antonio ci furono pochi ascoltatori. Era arrivato un saltimbanco che nel pomeriggio della domenica dava spettacoli di alta acrobazia, e sfidava i giovanotti piuĢ€ agili della cittaĢ€ nella corsa e nel salto. La gente accorreva.

Giovanni, seccato di essere stato piantato dai suoi, andoĢ€ a vedere. Era un vero atleta. Correva e saltava con la potenza di una macchina, e aveva intenzione di fermarsi in cittaĢ€ a lungo.

Giovanni radunoĢ€ i migliori dei suoi:
- Se quello continua a dare spettacolo al pomeriggio della domenica, la nostra SocietaĢ€

rischia di sfasciarsi. Bisognerebbe che qualcuno di quelli che lo sfidano lo battesse. Potrebbe venire a patti.

- E chi lo batte?

- Qualcuno si puoĢ€ trovare. Non eĢ€ poi la fine del mondo. Nella corsa, per esempio, io non mi sento per nulla inferiore a lui.

Giovanni aveva 17 anni e si sentiva gagliardo. Ma nelle Memorie aggiunge subito:

“Non avevo badato alla conseguenza di quelle mie parole. Un imprudente compagno riferiĢ€ la cosa al saltimbanco, ed eccomi impegnato in una sfida: uno studente contro un atleta professionista”.

Il luogo scelto per la prova fu il viale di Porta Torinese. Si trattava di attraversare di corsa tutta la cittaĢ€. La scommessa era di venti lire, una mesata di pensione. Giovanni non le aveva, ma gli amici della SocietaĢ€ le misero insieme. “Una moltitudine di gente assisteva”, ricorda don Bosco.

Al via, il saltimbanco prese un dieci metri di vantaggio. Era uno sprinter, mentre Giovanni era piuĢ€ mezzofondista. “Tosto riacquistai terreno, e lo lasciai talmente indietro che a metaĢ€ corsa si fermoĢ€ dandomi partita vinta”.

Tutto doveva essere finito, ma il saltimbanco chiese la rivincita. Era un punto d'onore concederla. “Ti sfido a saltare, mi disse. Ma voglio scommettere 40 lire. Accettammo”. Scelse il luogo: bisognava balzare al di laĢ€ di un piccolo corso d'acqua, che aveva la sponda rafforzata da un parapetto. Il saltimbanco spicca il volo e atterra con i piedi vicinissimi al parapetto. “PiuĢ€ in laĢ€ non si poteva andare - ricorda don Bosco -. Potevo perdere, ma non vincere la sfida. Tuttavia studiai un espediente. Feci il medesimo salto, ma, appoggiando le mani sul parapetto, prolungai il salto al di laĢ€”. Un rudimentale “salto con l'asta”, insomma. E vinse.

Il saltimbanco era seccato, per le lire e anche per la gente che cominciava a canzonarlo. “" Voglio ancora farti una sfida. Scegli qualunque gioco di destrezza ". Accettai. Scelsi la bacchetta magica, con la scommessa salita a lire 80. Presi una bacchetta, a una estremitaĢ€ posi un cappello, poi appoggiai l'altra estremitaĢ€ sulla palma della mano. La feci saltare sulla punta del dito mignolo, dell'anulare, del medio, dell'indice, del pollice; quindi sul dorso della mano, sul gomito, sulla spalla, sul mento, sulle labbra, sul naso, sulla fronte. Rifacendo lo stesso cammino, la bacchetta tornoĢ€ sulla palma della mano.

- Stavolta non perderoĢ€ - mi disse con sicurezza. Prese la medesima bacchetta e con meravigliosa destrezza la fece camminare fin sulle labbra. Ma aveva il naso troppo lungo, la bacchetta urtoĢ€ e dovette prenderla con la mano per non lasciarla cadere”.

A questo punto, Giovanni prova compassione per quell'uomo, che in fondo eĢ€ un bravo lavoratore. “Quel meschino vedeva il suo patrimonio andare a fondo, e quasi furioso esclamoĢ€: " Ho ancora cento franchi, e li scommetto su un'arrampicata. Chi metteraĢ€ i piedi piuĢ€ vicini alla punta di quell'albero (e indicoĢ€ un olmo vicino al viale) vinceraĢ€ ". Accettammo, e in certo modo eravamo contenti che egli vincesse, percheĢ non volevamo rovinarlo.

Toccava a lui fare il primo. SaliĢ€, e portoĢ€ i piedi tanto in alto che

se fosse salito una spanna in piuĢ€, l'albero si sarebbe piegato e lui sarebbe precipitato. Tutti dicevano che piuĢ€ in su era impossibile. ToccoĢ€ a me. Salii quasi esattamente dov'era arrivato. Allora, tenendomi con le mani all'albero, alzai il corpo in verticale, e portai i piedi circa un metro oltre l'altezza da lui raggiunta.

Sotto scoppiarono applausi. I miei amici si abbracciavano, saltavano di gioia. Il poveretto era invece triste fino a piangere. Allora gli abbiamo restituito il denaro, a una condizione, di venire a pagarci un pranzo all'albergo del Muletto”.

Don Bosco segna sul quaderno delle Memorie le lire che costoĢ€ quel pranzo collettivo, 25, e quelle che il saltimbanco poteĢ€ rimettersi in tasca, 215. E segna anche le parole che quell'atleta (dopo aver accettato di sgombrare la piazza) disse ai ragazzi: “Col ritornarmi questo denaro, voi impedite la mia rovina. Vi ringrazio. Vi ricorderoĢ€ con piacere, ma non faroĢ€ mai piuĢ€ scommesse con gli studenti”.

Per la prima volta Torino.

Da quella sfida la SocietaĢ€ dell'Allegria usciĢ€ forte e gloriosa. Nelle giornate di vacanza, i soci partivano verso le colline di Superga. Funghi, canzoni, panorami, e magari una puntata veloce fino a Torino, a vedere il “cavallo di marmo” sulla scala del Palazzo Reale. Quasi trenta

chilometri a piedi, tra andata e ritorno. Tornavano con un appetito gagliardo, e con le meraviglie della capitale da descrivere ai compagni piuĢ€ pigri.

EĢ€ in quelle gite che Giovanni Bosco vede per la prima volta Torino. La cittaĢ€ si sta ingrandendo. L'aumento della popolazione eĢ€ impressionante: quasi un terzo in piuĢ€ in dieci anni. Sale vertiginosamente il prezzo delle case e il costo degli affitti. Cresce drammaticamente la necessitaĢ€ di ospedali, ricoveri per anziani, asili e scuole per fanciulli.

Carlo Alberto propone di pensare concretamente all'istruzione popolare, ma il suo ministro degli Esteri Solaro della Margarita (cattolico ma rigidamente conservatore) non eĢ€ del parere: un'istruzione diffusa avrebbe suscitato tra il popolo «dei bisogni che non avrebbero potuto soddisfare, delle idee che li avrebbero resi inquieti, infelici, scontenti e ribelli».

Nella primavera in cui Giovanni Bosco e i suoi amici percorrono le colline di Torino, nella zona periferica della cittaĢ€ si trapianta il canonico Cottolengo, con trentacinque malati che sono stati rifiutati da tutti gli ospedali. EĢ€ il 27 aprile 1832. Nella zona di Valdocco il cano

nico ha affittato una casaccia uso osteria, ed eĢ€ arrivato con un asino, un carretto e due suore. Appende un cartello alla porta: «Piccola Casa della Divina Provvidenza». DiventeraĢ€ il miracolo di Torino. ArriveraĢ€ a ospitare diecimila malati incurabili, rifiutati da tutti.

In giugno, Giovanni Bosco sente per la prima volta il nome di Vincenzo Gioberti. EĢ€ un giovane sacerdote torinese, professore di filosofia all'UniversitaĢ€. EĢ€ stato arrestato percheĢ appartiene a un circolo segreto antimonarchico. Viene condannato all'esilio e accompagnato dalle guardie alla frontiera con la Francia. Dieci anni dopo pubblicheraĢ€ a Bruxelles un libro famoso, Il Primato morale e civile degli Italiani; diciott'anni dopo diventeraĢ€ Primo Ministro di Carlo Alberto.

Nel Palazzo Reale dove i soci dell'Allegria vanno a toccare il cavallo di marmo, il re distilla le prime riforme, con estrema lentezza, tra timori e scrupoli. La prima riforma viene da lui siglata nel maggio 1831: la tortura, questo disumano relitto delle etaĢ€ barbariche, viene abolita.

10.

LA STAGIONE DELL'AMICIZIA.

Nell'autunno del 1832, Giovanni Bosco inizioĢ€ la “terza grammatica”. Nei due anni seguenti proseguiĢ€ regolarmente frequentando le classi che venivano chiamate “umanitaĢ€” (1833-34) e “retorica” (1834-35).

Continuava a dimostrarsi un allievo eccellente, appassionato dei libri e di memoria felicissima. “In quel tempo - ricordava con una punta di rimpianto - non facevo distinzione tra leggere e studiare. Con facilitaĢ€ potevo ripetere la materia di un libro letto. L'attenzione a scuola mi bastava a imparare quanto era necessario. Essendo stato poi abituato da mia madre a dormire molto poco, potevo impiegare due terzi della notte a leggere libri, alla fiammella di una mia lucernetta. C'era un libraio ebreo, di nome Elia, che mi imprestava i classici italiani: un soldo per ogni volumetto. Ne leggevo quasi uno al giorno”.

Giovanni ha 18 anni, l'etaĢ€ delle amicizie profonde. Pur rimanendo il “capo di un piccolo esercito”, si forma un cerchio ristretto di amici intimi.

Il primo lo conobbe durante una gazzarra scolastica. GiaĢ€ allora non tutti i professori erano puntuali, e i primi minuti di molte lezioni si trasformavano in chiassate. Andava forte il gioco della cavallina. “I meno amanti dello studio - annota con ironia don Bosco - erano i piuĢ€ celebri campioni”. Un ragazzo giunto da poco, all'apparenza sui 15 anni, tra tutto quel trambusto prendeva tranquillamente posto nel banco e apriva i libri.

“Una volta gli va vicino un insolente, lo prende per un braccio: - Vieni a giocare anche tu.
- Non sono capace.

- Imparerai. Non farti spingere a calci.

- Se vuoi picchiarmi, fai pure. Ma io non vengo.
Il maleducato gli diede due schiaffoni che fecero eco in tutta la scuola. A quella vista mi

sentii bollire il sangue nelle vene. Aspetta

vo che l'offeso si vendicasse come di dovere, tanto piuĢ€ che era piuĢ€ forte. Invece niente. La faccia rossa e quasi livida, gli dice:

- Sei contento? Allora lasciami in pace. Io ti perdono”.

Giovanni rimase folgorato. Quello era un atto “eroico”. Volle sapere il nome di quel ragazzo: Luigi Comollo. “Da quel tempo l'ebbi sempre per intimo amico, e posso dire che da lui ho cominciato a imparare a vivere da cristiano”.

ScopriĢ€ sotto un'apparente fragilitaĢ€ una grande ricchezza spirituale. Istintivamente divenne il suo protettore contro i ragazzi grossolani e violenti.

La clava umana.

Un insegnante, un giorno, aveva il solito ritardo, e in classe si scatenoĢ€ la solita gazzarra. “Alcuni volevano picchiare Comollo e un altro bravo ragazzo, Antonio Candele Gridai di lasciarli in pace, ma non mi dettero retta. Cominciarono a volare insulti, e io:

- Chi dice ancora una parolaccia dovraĢ€ fare i conti con me.

I piuĢ€ alti e sfacciati fecero muro davanti a me, mentre due ceffoni volavano sulla faccia di Comollo. Persi il lume degli occhi, e non potendo avere tra mano un bastone o una sedia, con le mani strinsi uno di quei giovanotti per le spalle, e servendomene come di una clava cominciai a menare botte agli altri.

Quattro caddero a terra, gli altri se la diedero a gambe urlando.

In quel momento entroĢ€ il professore, e vedendo braccia e gambe sventolare in mezzo a uno schiamazzo dell'altro mondo, si mise a urlare e a menare schiaffi a destra e a sinistra.

Calmato un poco il temporale, si fece contare la causa di quel disordine, e quasi non credendoci volle che ripetessi la scena. Allora scoppioĢ€ a ridere, risero anche gli altri, e il professore dimenticoĢ€ di castigarci.

- Mio caro - mi disse Comollo appena poteĢ€ parlarmi da solo -, la tua forza mi spaventa. Dio non te l'ha data per massacrare i tuoi compagni. Egli vuole che perdoniamo, e che facciamo del bene a quelli che ci fanno del male”.

Giovanni ascolta, dietro Comollo va anche a confessarsi. PeroĢ€ la frase del Vangelo: “A chi ti percuote una guancia, porgi anche l'altra” non eĢ€ un comandamento che impareraĢ€ molto presto. Se lo imporraĢ€ a forza di volontaĢ€, ma non gli saraĢ€ mai congeniale. DovraĢ€ ripetersi molte volte le parole del sogno: “Non con le percosse, ma con la caritaĢ€ dovrai acquistare i tuoi amici”.

Una “soffiata” di spie.

Nei mesi estivi del 1833, Chieri vide all'improvviso arrivare squadroni di soldati. La vigilanza alle porte della cittaĢ€ fu raddoppiata. Ronde armate percorrevano le strade di giorno e di notte. Gli assembramenti furono vietati.

Una “soffiata” di spie aveva avvertito che i mazziniani stavano per scatenare una rivolta in Torino e in altre cittaĢ€ piemontesi. L'anno prima erano arrivate le prime notizie della “Giovane Italia” fondata dal Mazzini: si erano scoperte copie del giornale della setta in un baule a doppio fondo arrivato a Genova da Marsiglia. Ora il piano era di far scoppiare incendi in vari punti di Torino, suscitare tumulti popolari, assassinare la famiglia reale e proclamare la repubblica. (Si sapraĢ€ in seguito che Mazzini in persona aveva consegnato a Gallenga il pugnale che doveva assassinare Carlo Alberto).

La fuga di notizie e la rapida mobilitazione delle forze armate portoĢ€ all'arresto dei congiurati. Furono eseguite dodici condanne a morte. Un anno dopo, nella Savoia, i mazziniani ripeteranno il tentativo insurrezionale, con la partecipazione del generale Ramorino e di Garibaldi.

La censura, in quei mesi, raggiunse eccessi ridicoli: uno stock di berretti fu sequestrato percheĢ tra i colori c'erano il rosso e il blu, i colori del tricolore della rivoluzione francese.

Con la fine dell'anno 1832-33, il figlio di Lucia Matta ha terminato gli studi. Giovanni eĢ€ alla ricerca di una nuova pensione.

Un amico di famiglia, Giovanni Pianta, ha aperto un caffeĢ€ a Chieri, e gli offre il posto di barista. DovraĢ€ pulire il locale al mattino, prima di recarsi a lezione, e passare le ore serali al banco di mescita e poi nel salone del biliardo. In cambio, il signor Pianta, gli offre una minestra due volte al giorno e l'alloggio.

Giovanni accetta percheĢ non trova di meglio. Giornate di lavoro duro, di veglia fino a ora tarda presso il biliardo a marcare le puntate sulla lavagnetta.

Nel 1888 (quindi piuĢ€ di 50 anni dopo) il signor Pianta ricordava ancora: “Era impossibile trovare un giovane piuĢ€ buono di Giovanni Bosco. Tutte le mattine andava a servire la Messa nella chiesa di S. Antonio. In casa avevo la madre vecchia e malata, ed era ammirabile la caritaĢ€ che egli sapeva usarle”.

Molto meno ammirabile il trattamento che questo esoso signore riservava al suo giovane aiutante di 18 anni: gli faceva preparare caffeĢ€ e cioccolata, pasticceria e gelati, ma gli passava soltanto la

minestra. Toccava a mamma Margherita portargli dai Becchi pane e pietanza. L'alloggio che gli forniva era “uno stretto vano sopra un piccolo forno dove si cuocevano le paste dolci, e al quale si saliva per una scaletta. Per poco che si fosse allungato nel lettuccio, i suoi piedi sporgevano non solo dall'incomodo pagliericcio, ma dalla stessa apertura del vano”.

Giacomo Levi detto Giona.

Nella cittaĢ€ di Chieri vive un numeroso gruppo di Ebrei. Secondo le leggi di Carlo Felice, gli ebrei nelle cittaĢ€ dovevano abitare in un quartiere separato da quelli cristiani, il “ghetto”. Erano “tollerati”, cioeĢ€ considerati cittadini di serie B. Quei ragazzi ogni settimana provavano un grave disagio: nel giorno di sabato la loro legge vietava ogni lavoro, anche lo svolgimento dei compiti. Dovevano scegliere: o andare contro coscienza o rassegnarsi a brutti voti e alle beffe dei compagni.

Giovanni li aiutoĢ€ molte volte, facendo il compito del sabato al loro posto. Divenne molto amico di uno di essi, Giacomo-Levi, che i compagni chiamavano col nomignolo di “Giona”. Avevano una base comune: erano entrambi orfani di padre.

Don Bosco ricordava quell'amicizia con espressioni splendide, insolite in lui. “Di bellissimo aspetto, cantava con una voce rara, fra le piuĢ€ belle. Giocava assai bene al biliardo. Gli portavo grande affetto, ed egli era folle per amicizia verso di me. Ogni momento libero veniva a passarlo in camera mia. Ci trattenevamo a cantare, a suonare il piano, a leggere, a raccontare”.

EĢ€ un'amicizia ardente, luminosa, che manifesta in Giovanni Bosco un cuore per nulla impacciato o timoroso.

Un imprecisato “disordine con rissa che poteva avere tristi conseguenze” getta in crisi il giovane ebreo. Giovanni, non per proselitismo ma per affetto, offre all'amico il bene migliore che possiede: la fede. Gli impresta il suo catechismo. “Nello spazio di pochi mesi apprese le veritaĢ€ principali della fede. Ne era contentissimo, e ogni giorno diventava migliore nel parlare e nell'operare”.

Il dramma familiare (inevitabile) scoppia quando la madre ebrea scopre il catechismo cristiano nella stanza del figlio. Essa ha l'impressione di perdere anche lui, dopo aver perso il marito. Affronta Giovanni e gli dice con amarezza: “Voi me l'avete rovinato”.

Giovanni usa le parole migliori che possiede, ma non riesce a nulla. Minacciato dai parenti, dal rabbino, “Giona” deve allonta

narsi per qualche tempo dalla famiglia. Poi, poco per volta, ritorna il sereno. Il giorno 10 agosto, nel duomo di Chieri, il giovane ebreo eĢ€ battezzato. L'atto ufficiale, conservato negli archivi, attesta: “Io, Sebastiano Schioppo, teologo e canonico, per concessione del rev.mo e ill.mo Arcivescovo di Torino, ho battezzato solennemente il giovane ebreo Giacomo- Levi, di 18 anni, e gli ho posto il nome di Luigi”.

“Giona” rimase sempre amico affezionato di don Bosco. Ancora nel 1880 scendeva all'oratorio di Valdocco a fargli visita, e a ricordare insieme i “bei tempi” passati.

Le mele di Blanchard.

La minestra del signor Pianta non bastava certo a calmare l'appetito robusto del diciottenne Giovanni Bosco. In quegli anni patiĢ€ sovente la fame. Un giovanotto suo amico, Giuseppe Blanchard, molte volte se ne accorgeva, e andava da sua madre (venditrice di frutta) a riempirsi le tasche di mele o di castagne. La brava donna vedeva, e faceva finta di non vedere. PiuĢ€ di una volta, a tavola, Giuseppe spopoloĢ€ la fruttiera per la stessa ragione. Suo fratello Leandro un giorno levoĢ€ la voce:

- Tu mamma non vedi mai niente. Giuseppe ti porta via la frutta a chili, e tu non te n'accorgi nemmeno.

- Me ne accorgo benissimo - rispose la donna -. Ma so dove la porta. Quel Giovanni eĢ€ un bravo ragazzo, e la fame eĢ€ una cosa brutta alla sua etaĢ€.

Nonostante la fame, il soldino per affittare libri dall'ebreo Elia, Giovanni riusciva sempre a trovarlo, e di notte continuava a leggere. Se ne accorgeva anche il signor Pianta, che testimonioĢ€: “Sovente passava la notte intera studiando, e alla mattina lo trovavo ancora sotto il lume acceso a leggere e a studiare” (chissaĢ€ se era piuĢ€ impressionato dalla volontaĢ€ di quel ragazzo o dalla quantitaĢ€ di olio consumata dal lume?). Anche don Bosco ricordava quelle notti: “PiuĢ€ volte accadde che giungeva l'ora della levata mentre tenevo ancora tra le mani il libro cominciato la sera precedente”. Ma subito aggiungeva: “Tal cosa mi rovinoĢ€ seriamente la sanitaĢ€. Quindi io consiglieraĢ€ sempre di fare quel che si puoĢ€ e non di piuĢ€. Ho scoperto a mie spese che la notte eĢ€ fatta per il riposo”.

Non era un fenomeno, Giovanni Bosco. Era un adolescente pieno di volontaĢ€ e di impazienza. La pazienza e il senso del limite (come capita a tutti) li avrebbe imparati dalla vita.

11.

VENT'ANNI.

Marzo 1834. Giovanni Bosco, che si avvia a terminare l'anno di “umanitaĢ€”, presenta ai Francescani la domanda di essere accettato nel loro ordine.

Un compagno di scuola, Eugenio Nicco, gli porta la risposta:
- Sei atteso a Torino per l'esame, al convento di S. Maria degli Angeli.
Vi si reca a piedi. Nel registro di accettazione del convento si legge: “Il giovane

Giovanni Bosco di Castelnuovo viene accettato a pieni voti, avendo tutti i requisiti richiesti. 18 aprile 1834”.

Subito dopo, Giovanni prepara i documenti per entrare nel convento della Pace, in Chieri.

PercheĢ ha preso questa decisione?

Giovanni ha 19 anni, e si accorge che eĢ€ ormai il tempo di decidere per la vita. Ha faticato e sofferto percheĢ desidera diventare sacerdote. Ma in questi mesi ha dovuto guardare in faccia alcuni problemi drammatici.

I conti con la povertaĢ€.

Prima di tutto la povertaĢ€. Non si sente piuĢ€ di gravare sulle spalle di sua madre. Lo confida in quei giorni a Evasio Savio, un amico di Castelnuovo: “Come potrebbe mia madre aiutarmi ancora a proseguire negli studi?”. Ha parlato di questo problema con alcuni padri francescani, ed essi, che lo conoscono bene, gli hanno proposto immediatamente: “Vieni con noi”. Non ci saraĢ€ questione nemmeno per la somma che i novizi sono invitati a versare all'ingresso. Per Giovanni Bosco si faraĢ€ un'eccezione.

Ci sono anche altri problemi. Leggiamo nelle sue Memorie: “Consigliandomi con me stesso, pensavo: se mi faccio prete seco

lare, la mia vocazione corre serio pericolo di naufragio”. Non eĢ€ uno scrupolo, una paura vana. In quegli anni, scrive Pietro Stella, “fra le cose che maggiormente si temevano, c'era il professionalismo dei chierici, l'abbracciare la " carriera " ecclesiastica non per profondo spirito religioso, ma per ragioni umane, per assicurarsi un avvenire. Si intuiva quale grande male fosse per il sacerdozio l'inanitaĢ€ interiore, la superficialitaĢ€ di senso religioso”.

Un segno di questo pericolo poteva essere l'abbondanza eccessiva di giovani che intraprendevano la strada del sacerdozio: 250 seminaristi nel 1834 (Torino, Chieri, Bra), addirittura 358 interni e 207 esterni nel 1840 (Torino, Chieri, Bra e Giaveno). Don Bosco stesso ricorda che dei ventiquattro suoi compagni nel corso di retorica, venti si iscrissero ai corsi del seminario.

A un'entrata cosiĢ€ abbondante corrispondevano abbandoni numerosi e dolorosi. La via del seminario era giaĢ€ considerata in partenza, da molti, una “scorciatoia” per un posto di insegnamento o un impiego statale.

Per curare questa piaga, si tentava da parte dei vescovi di arginare sempre piuĢ€ il numero dei seminaristi “esterni”, che frequentavano il seminario per le lezioni scolastiche e le funzioni liturgiche, e portavano inevitabilmente tra gli interni un'aria di mondanitaĢ€.

La contadina con lo scialle nero.

Negli ultimi giorni di aprile, Giovanni si presenta al suo parroco per chiedergli i documenti necessari all'entrata in convento. Don Dassano lo guarda perplesso:

- Tu in convento? Ma ci hai pensato bene?

- Mi pare di siĢ€.
Alcuni giorni dopo, don Dassano sale alla cascina del Sussambrino. Parla con mamma

Margherita.
- Giovanni va a farsi frate francescano. Non ho niente in contrario, ma a me sembra

che vostro figlio sia molto piuĢ€ adatto a lavorare in una parrocchia. Sa parlare con la gente, attirare i ragazzi, farsi voler bene. E allora percheĢ andare a seppellirsi in un convento? E poi, Margherita, voglio parlarvi chiaro. Voi non siete ricca, e siete ormai avanti negli anni. Un figlio parroco, quando non potrete piuĢ€ lavorare, potraĢ€ darvi una mano, ma un figlio frate per voi saraĢ€ perso. Sono convinto che dovete distoglierlo da quest'idea, e mi pare di dirlo per vostro bene.

Mamma Margherita si mette lo scialle sulle spalle e scende a Chieri.
- Il parroco eĢ€ venuto a dirmi che vuoi entrare in convento. EĢ€ vero?
- SiĢ€ mamma. Spero non avrete nulla in contrario.
- Sentimi bene, Giovanni. Io voglio che tu ci pensi bene e con calma. Quando avrai

deciso, segui la tua strada senza guardare in faccia nessuno. La cosa piuĢ€ importante eĢ€ che tu faccia la volontaĢ€ del Signore. Il parroco vorrebbe che io ti facessi cambiare idea, percheĢ in avvenire potrei avere bisogno di te. Ma io ti dico: in queste cose tua madre non c'entra. Dio eĢ€ prima di tutto. Da te io non voglio niente, non mi aspetto niente. Io sono nata povera, sono

vissuta povera, e voglio morire povera. Anzi, te lo voglio dire subito: se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco, non metteroĢ€ mai piede in casa tua. Ricordalo bene.

Quell'anziana contadina con lo scialle nero aveva un tono forte nella voce, una energia grande nella faccia. Don Bosco quelle parole non le avrebbe dimenticate mai.

Giovanni stava ormai per concludere, quando si verificoĢ€ un imprevisto. “Pochi giorni prima della mia entrata ho fatto un sogno dei piuĢ€ strani. Mi pareva di vedere una moltitudine di frati con le vesti sdruscite indosso. Correvano in senso opposto l'uno dall'altro. Uno di loro mi venne vicino e mi disse: " Tu cerchi la pace, ma qui pace non troverai. Altro luogo, altra messe Dio ti prepara "“.

Un sogno, la solita “cosa da niente”. Eppure Giovanni ha dovuto prendere atto ormai che i sogni per lui sono cose importanti, anche se a volte scomode. Va dal suo confessore: “Gli esposi tutto, ma non volle udir parlare neĢ di sogni neĢ di frati. Mi rispose: " In queste faccende ognuno deve seguire le sue inclinazioni, e non i consigli degli altri. Devi quindi pensarci e decidere tu "“.

Che fare? RimandoĢ€ ogni decisione e continuoĢ€ la scuola pubblica. Ma non si poteva tramandare all'infinito. Un giorno si confidoĢ€ con Luigi Comollo, ed ebbe un consiglio classico per un santino come lui, tutto spiritualitaĢ€ fervida e disincarnata: fare una novena, scrivere una lettera a un suo zio parroco, e poi obbedire ciecamente.

“L'ultimo giorno della novena - ricorda don Bosco - in sua compagnia ho fatto la confessione e la comunione, poi udii una Messa e ne servii un'altra all'altare della Madonna delle Grazie. Tornati a casa, trovammo una lettera di don Comollo (lo zio di Luigi) che diceva: " Tutto considerato, io consiglierei il tuo compagno

di non entrare in convento. Vesta l'abito chiericale, e non abbia paura di perdere la vocazione. Con la ritiratezza e la pratiche di pietaĢ€ supereraĢ€ tutti gli ostacoli "“.

“PercheĢ non consulti don Cafasso?”

Vestire l'abito chiericale voleva dire diventare seminarista. Ma rimaneva il problema numero uno: e i soldi? A questo punto entroĢ€ in scena don Cinzano (che aveva sostituito don Dassano nella parrocchia di Castelnuovo). Informato delle sue difficoltaĢ€, andoĢ€ a bussare a denari presso due persone benestanti del paese. Insieme si autotassarono per la pensione dell'ultimo anno di scuola pubblica.

Giovanni peroĢ€ non era ancora del tutto soddisfatto. Fu il suo amico Evasio Savio a suggerirgli:

- Vai a Torino a consigliarti con don Cafasso. EĢ€ giovane, ma eĢ€ il piuĢ€ bravo prete che sia nato a Castelnuovo.

Aveva solo 23 anni, don Giuseppe Cafasso, ma era giaĢ€ considerato uno dei migliori “direttori d'anime”: da lui si recavano per consiglio molte persone inquiete o turbate. Viveva a Torino, nel Convitto Ecclesiastico, e mentre completava gli studi di specializzazione teologica, assisteva malati e carcerati.

Giovanni andoĢ€, e gli espose tutte le sue perplessitaĢ€. Con grande calma e senza esitazione, don Cafasso gli disse:

- Finite il vostro anno di retorica, e poi entrate in seminario. La divina Provvidenza vi faraĢ€ conoscere cioĢ€ che vuole da voi. Anche per il denaro state calmo: qualcuno provvedere.

In quest'incontro, Giovanni Bosco ha incontrato l'elemento equilibratore della sua vita. Il suo temperamento vulcanico lo faraĢ€ vivere tra sogni, progetti, perplessitaĢ€, successi, delusioni. Accanto a lui, calmo e rasserenante, don Cafasso saraĢ€ l'amico discreto, il consigliere saggio, il silenzioso benefattore.

Il seminario di Chieri era stato aperto solo nel 1829. L'arcivescovo di Torino, Colombano Chiaveroti, aveva voluto per i futuri preti un ambiente raccolto e quasi claustrale, lontano dal chiassoso mondo di Torino. Giovanni Bosco vi entreraĢ€ come “interno”, disposto cioeĢ€ a viverne tutta l'austeritaĢ€. CosiĢ€ l'ha consigliato don Cafasso, che ottiene dal teologo Guala la pensione gratuita per il primo anno.

L'esame per l'ammissione al seminario, Giovanni dovrebbe sostenerlo a Torino. Ma la cittaĢ€ eĢ€ minacciata dal colera (che arriva

quasi ogni anno a turbare la stagione calda). I viaggiatori sono sottoposti a quarantena. L'esame eĢ€ quindi ricevuto per delega a Chieri, e si conclude bene.

Le ultime vacanze scolastiche prima di indossare la talare dei chierici, Giovanni le trascorre al Sussambrino e a Castelnuovo, accanto al parroco. Scrive: “In quelle vacanze cessai di fare il ciarlatano, e mi diedi alle buone letture. Ho peroĢ€ continuato a occuparmi dei ragazzi, intrattenendoli con racconti, ricreazioni, canti. Molti, anche giaĢ€ grandi, non conoscevano le veritaĢ€ della fede. CosiĢ€ insegnavo loro il catechismo e le preghiere quotidiane. Era una specie di oratorio, una cinquantina di ragazzi che mi amavano e mi ubbidivano come se fossi stato loro padre”.

Il marchio di fabbrica.

16 agosto 1835. Giovanni Bosco compie vent'anni. Si eĢ€ fatto un uomo, tenace, intelligente, maturo. Sta per entrare negli anni decisivi della sua formazione sacerdotale, e porta con seĢ, come marchio di fabbrica, un solido carattere piemontese.

Henri Bosco, un francese di Provenza, lontano parente del Santo, ha tentato di delineare, in una bella pagina, i “tratti fortemente marcati e originali” del carattere piemontese. Sulla sua linea, ci proviamo anche noi.

Non eĢ€ brillante neĢ spiritoso. Non pensa in fretta. EĢ€ lento a comprendere, a riflettere, a rispondere. PercioĢ€ gli mancano lo slancio, il fuoco, l'esaltazione.

Come contropartita, eĢ€ solido e forte. SoliditaĢ€ fatta di resistenza, anzitutto. Sa sopportare a lungo e senza lamentarsi. Fatta di prudenza, anche. La vita dura gli ha insegnato che eĢ€ saggio pensarci su senza fretta.

EĢ€ nato positivo. Le idee originali non lo seducono: sa per istinto che hanno un alto tasso di mortalitaĢ€ infantile. Se ha qualche idea brillante, la indirizza subito al campo pratico. Vive nel concreto, nel reale. EĢ€ liĢ€ la sua forza.

Il reale eĢ€ molto spesso aspro e duro. Il piemontese vi oppone la pazienza. EĢ€ paziente di spirito, come eĢ€ paziente di cuore.

Ama e non rinnega. EĢ€ un uomo fedele. La fedeltaĢ€ eĢ€ il segno maggiore della perseveranza. Ne eĢ€ l'espressione piuĢ€ nobile e il prodotto piuĢ€ puro. Implica il coraggio.

Il piemontese eĢ€ coraggioso. Non ha la temeritaĢ€ delle teste calde. EĢ€ piuĢ€ soldato che guerriero. Ma sa combattere. Combatte bene, se

riamente, senza spirito di avventura, piuĢ€ volentieri per difendere che per attaccare. Questa vocazione difensiva gli viene dall'amore intenso che porta alla sua terra, ai suoi beni, alla sua famiglia, anche se i suoi beni sono poveri, se la terra eĢ€ esigente, se la famiglia

eĢ€ pesante da portare.
All'occasione emigra. Ma non si sradica mai dalla sua terra. C'eĢ€ in lui un fondo perenne

in cui tutte le sue virtuĢ€ di pazienza, di attaccamento, di soliditaĢ€, di buon senso pratico hanno la loro origine.

Dio sa quanto don Bosco abbia posseduto le virtuĢ€ proprie della sua razza, la resistenza, lo spirito pratico, la genialitaĢ€ del reale, la pazienza, persino la testardaggine.

Ma Dio, a questo giovane uomo che sta per entrare in seminario, ha dato anche il dono di un cuore che ama in grande. Un cuore che non si rassegna davanti ai giovani umiliati dall'ignoranza, alla gente tarlata dalla miseria, alle persone inaridite dalla mancanza di Dio. Io credo sia questo il “carisma”, il dono particolare che fu assegnato a don Bosco, e che dovette integrarsi, a volte in maniera drammatica e sconvolgente, con le qualitaĢ€ della sua terra.

Un cuore totale non conosce le mezze misure, affronta ciecamente le sfide del reale, trasforma la pazienza umana in cristiana impazienza. Ai suggerimenti spaventati del “buon senso” risponde con lo slancio. I santi ne hanno del buon senso, e molto, ma ce ne accorgiamo sempre dopo. Sembra pazzia, ed eĢ€ fede grande, in Dio e negli uomini. Non fede passiva, quella che attende tutto dal cielo, ma la fede della visione, dell'avventura, la fede che scatena l'offensiva.

Don Bosco eĢ€ stato animato da questa fede radicata nell'amore, le cui ragioni sono sragionevoli, percheĢ ragiona diversamente dall’intelligenza, dal “buon senso” terra-terra.

Per questo molti preti suoi conterranei, suoi fratelli sinceri di ministero, cresciuti accanto a lui nello stesso seminario, non lo capiranno.

La Chiesa riassumeraĢ€ tutto questo mettendo all'inizio della sua Messa le parole che la Bibbia dice di Abramo (un altro grande dell’umanitaĢ€ che mancoĢ€ clamorosamente di “buon senso”): “Dio gli ha dato una sapienza e una prudenza vastissima, e un cuore largo come le spiagge del mare”.

12.
IL SEMINARIO E I PUNTI NERI.

La “vestizione chiericale”, in quegli anni, eĢ€ un passo importante. Il giovane si toglie di dosso gli abiti che porta la gente comune, e indossa una sottana nera (la “talare”) che gli scende dalle spalle fino ai piedi. EĢ€ un segno per dire a tutti: “Intendo diventare prete, e vivere come deve vivere un prete”. Ci sono anche altri accessori che completano la divisa del chierico: il collare bianco di tela dura, la berretta nera con tre spicchi e un fiocco, il cappello rotondo a cupola. Il colore unico, di rigore, eĢ€ il nero.

“Io ho sempre avuto bisogno di tutti”, diraĢ€ un giorno don Bosco. Anche per la sua “vestizione” eĢ€ cosiĢ€: la talare, il cappello, le scarpe, la berretta, persino le calze nere gli vengono regalati dalla gente del suo paese.

25 ottobre. EĢ€ domenica. Nella chiesa di Castelnuovo c'eĢ€ piuĢ€ gente del solito: eĢ€ venuta dai Becchi, da Morialdo, dalle altre borgate intorno, percheĢ il parroco, prima della Messa grande, “vestiraĢ€ da prete” Giovanni Bosco, quel bravo giovanotto che tutti conoscono.

Giovanni si avvicina all'altare portando sul braccio la veste nera. Le parole del rito sono solenni.

“Quando il parroco don Cinzano mi comandoĢ€ di levarmi gli abiti secolareschi con le parole: " Il Signore ti svesta dell'uomo vecchio con le sue abitudini e i suoi modi di agire ", dissi nel mio cuore: " Quanta roba vecchia c'eĢ€ da togliere! Mio Dio, distruggete le mie cattive abitudini ". Quando, nel darmi il collare, aggiunse: " Il Signore ti vesta dell'uomo nuovo, creato secondo il cuore di Dio nella giustizia, nella veritaĢ€ e nella santitaĢ€ ", aggiunsi tra me: " Mio Dio, che io incominci davvero una vita nuova, secondo la vostra volontaĢ€. Maria, siate voi la mia salvezza».

Sette righe che rovesciano la vita.

Dopo la Messa, una sorpresa. Don Cinzano lo invita ad accompagnarlo alla borgata Bardella, dov'eĢ€ festa patronale.

“Andai per non fargli dispiacere, ma a malincuore. Non era cosa opportuna per me. Sembravo un burattino vestito di nuovo. Mi ero preparato per settimane a quel giorno, e mi trovai a un pranzo in mezzo a gente radunata per ridere, chiacchierare, mangiare, bere e divertirsi. Che cosa poteva avere in comune con uno che poche ore prima aveva vestito l'abito di santitaĢ€ per darsi tutto al Signore?

Nel ritorno a casa, il parroco mi domandoĢ€ percheĢ fossi cosiĢ€ pensieroso. Con tutta franchezza risposi che la funzione del mattino faceva a pugni con cioĢ€ che era venuto dopo. Aver visto preti fare i buffoni tra i commensali, quasi ubriachi, mi aveva disgustato. " Se sapessi di diventare un prete come quelli - aggiunsi - preferirei deporre subito quest'abito "“.

Il parroco capiĢ€ che il suo giovane chierico aveva ragione. Se la cavoĢ€ con due modesti luoghi comuni: “Il mondo eĢ€ fatto cosiĢ€, bisogna prenderlo com'eĢ€”, e: “Bisogna vedere il male per poi evitarlo”.

Nei quattro giorni che lo separavano dall'entrata in seminario, Giovanni si concentroĢ€ nel silenzio e nella riflessione, e scrisse sette propositi che segnavano un “rovesciamento” nel suo stile di vita. Eccoli.

  1. Non androĢ€ a vedere balli, teatri, spettacoli pubblici.

  2. Non faroĢ€ piuĢ€ il prestigiatore, il saltimbanco, non androĢ€ a caccia.

  3. SaroĢ€ temperante nel mangiare, nel bere, nel riposo.

  4. LeggeroĢ€ cose di religione.

  5. CombatteroĢ€ pensieri, discorsi, parole, letture contrarie alla castitaĢ€.

  6. FaroĢ€ ogni giorno un po' di meditazione e di lettura spirituale.

  7. RacconteroĢ€ ogni giorno fatti e pensieri che facciano del bene. “Sono andato

davanti a un'immagine della Beata Vergine, e ho fatto promessa formale di osservarli a costo di qualsiasi sacrificio”. Non ci riusciraĢ€ sempre, percheĢ anche lui eĢ€ fatto di carne e di nervi come noi. Ma il “colpo di timone” l'ha dato.

Il 30 ottobre, Giovanni doveva trovarsi in seminario. La sera prima, al Sussambrino, stava collocando dentro un piccolo baule il corredo che mamma Margherita gli aveva preparato. “Mia madre - scrive - mi teneva lo sguardo addosso come volesse dirmi qualcosa. Ad un tratto mi chiamoĢ€ in disparte e mi disse:

"Giovanni, tu hai vestito l'abito del sacerdote. Io provo tutta la consolazione che una madre puoĢ€ provare. Ricordati peroĢ€ che non eĢ€ l'abito che ti fa onore, ma la virtuĢ€. Se un giorno avrai dubbi sulla tua vocazione, per caritaĢ€, non disonorare quest'abito. Posalo subito. Preferisco avere per figlio un povero contadino, piuttosto che un prete trascurato nei suoi doveri. Quando sei nato, ti ho consacrato alla Madonna. Quando hai cominciato gli studi ti ho raccomandato di voler bene a questa nostra Madre. Ora ti raccomando di essere tutto suo, Giovanni ".

Quando terminoĢ€ queste parole, mia madre era commossa. Io piangevo.

" Madre - le risposi - vi ringrazio di tutto cioĢ€ che avete fatto per me. Queste vostre parole non le dimenticheroĢ€ mai ".

Al mattino per tempo mi recai a Chieri, e alla sera dello stesso giorno entravo in seminario”.

Dall'alto di un muro candido, una meridiana gli diede il primo saluto: sotto il quadrante delle ore era scritto: “Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae”, cioeĢ€: “Per chi soffre, le ore tardano a passare, ma sono veloci per chi ha il cuore contento”. Era un buon consiglio per un giovanotto che fra quelle mura si preparava a trascorrere sei anni filati.

In cappella, i chierici perfettamente allineati nei banchi, l'organo attaccoĢ€ le maestose note del Veni Creator. L'anno iniziava con i tre giorni di silenzio rigoroso degli Esercizi Spirituali.

Un orario di ferro.

Alla pagina 90 delle sue Memorie, don Bosco scrive: “I giorni del seminario sono presso a poco sempre gli stessi”. Una maniera molto chiara per dire che la difficoltaĢ€ piuĢ€ pesante dei primi mesi fu la monotonia.

L'orario delle giornate eĢ€ preciso, spacca il minuto. EĢ€ tutto segnato su un cartello appeso in qualche angolo, accanto a una campanella. Una filza di ore, mezz'ore, quarti d'ora. A ogni scadenza il “campanaro” s'avvicina alla campanella, la scuote. A quel tintinnio la comunitaĢ€ esce, entra, parla, si tuffa nel silenzio, studia, prega.

La prima cosa che insegnano quando si varca quella porta eĢ€ che la campana eĢ€ la voce di Dio.

Una giornata vissuta cosiĢ€ eĢ€ stimolante, puoĢ€ riuscire persino divertente. Ma bisogna provare a ripetere questa giornata per otto mesi di fila, per capire cos'eĢ€ la monotonia.

Le fasce orarie che dividevano la giornata al seminario di Chieri erano state fissate rigidamente da Carlo Felice per tutte le scuole del Regno. Non risparmiavano nemmeno i principi.

Possiamo farcene un'idea scorrendo l'orario che doveva seguire, nel Palazzo Reale di Torino, il principe ereditario Vittorio Emanuele, che in quel 1835 aveva 15 anni:

“Sveglia alle 5, Messa alle 7, scuola dalle 9 alle 12, pranzo, dalle 14 alle 19 e mezzo impegni scolastici, cena, alle 21 orazioni e riposo. La mattina della domenica due Messe: quella " bassa " prima della colazione nella cappella di Palazzo, quella " grande " dopo colazione in Duomo”.

In seminario, a differenza di Palazzo Reale, la Messa quotidiana era accompagnata dalla meditazione e dalla terza parte del Rosario. A mensa non si parlava, si seguiva la lettura della “Storia Ecclesiastica” del Bercastel scandita a turno dall'alto di un ambone.

La cucina era semplicissima. “Si mangia per vivere, non si vive per mangiare” era una delle massime piuĢ€ ripetute.

Il momento in cui questi giovanotti rallentavano la tensione era la ricreazione. Don Bosco ricorda appassionate partitacce alle carte. “Non ero un valente giocatore, tuttavia guadagnavo quasi sempre. Alla fine delle partite avevo le mani piene di soldi, ma al vedere i miei compagni tristi percheĢ li avevano perduti, diventavo piuĢ€ triste di loro. Inoltre, a forza di fissare la mente sulle carte, mentre studiavo o pregavo avevo sempre in mente il re di coppe e il fante di spade. Per questi motivi a metaĢ€ del secondo anno di filosofia decisi di smettere”.

La faccenda che lo decise a troncare netto fu una vincita forte. Il chierico che testardamente aveva continuato a chiedergli la rivincita era povero anche lui, e alla fine, spennato come un pollo, quasi si metteva a piangere. Giovanni provoĢ€ vergogna di se stesso, gli restituiĢ€ tutto cioĢ€ che aveva guadagnato, e con le carte mise punto fermo.

Anche con i suoi Salesiani, quanto al gioco delle carte, fu rigido. “Fa perdere un sacco di tempo, e noi il tempo dobbiamo dedicarlo ai ragazzi - diceva -. Quando non avroĢ€ piuĢ€ niente da fare, allora giocheroĢ€ alle carte”.

I punti neri del seminario.

Man mano che i giorni passano, Giovanni scopre nella vita del seminario dei “punti neri”.

Il primo eĢ€ lo stesso che lo disturbava a Castelnuovo: i superiori tengono le distanze. Per salvare il rispetto e la dignitaĢ€ si fanno vedere di raro. “Il rettore e gli altri superiori si andavano a visitare all'arrivo delle vacanze e quando si ripartiva. Nessuno andava a parlare con loro, se non per ricevere qualche sgridata. Se qualche superiore passava in mezzo ai seminaristi, era un fuggi-fuggi generale. Quante volte avrei voluto parlare con loro, chiedere consiglio”.

“Giovanni non chiedeva un'approvazione formale - commenta Pietro Stella -, chiedeva di piuĢ€: la benevolenza, cioeĢ€ la risposta all'affetto che egli nutriva verso di loro. Questo voler stabilire un' atmosfera di reciproco " piacere ", di sintonia e simpatia ben esprime il temperamento di don Bosco”. Per stabilire questa corrente di sintonia, don Bosco stima essenziale la “presenza fisica” degli educatori tra i giovani. Ne eĢ€ talmente persuaso che ne faraĢ€ un elemento essenziale del suo sistema educativo.

Il secondo “punto nero” lo vede in alcuni compagni. C'erano “molti chierici di specchiata virtuĢ€”, ma ce n'erano “anche dei pericolosi”, che facevano “cattivissimi discorsi”, e che introducevano in seminario “libri empi e osceni”.

Un'altra amarezza Giovanni la provava per la proibizione della Comunione frequente. “La santa Comunione poteva farsi solamente la domenica o in altra speciale solennitaĢ€”. Per nutrirsi dell'Eucaristia durante la settimana “bisognava commettere una disobbedienza”.

Al mattino, mentre la lunga fila dei chierici silenziosi si dirigeva al refettorio per la colazione, qualcuno scantonava all'angolo, entrava nella chiesa di S. Filippo e chiedeva la Comunione, “pagando” con il digiuno fino a pranzo. “Con questo mezzo ho potuto frequentare

assai piuĢ€ la santa Comunione, che posso chiamare con ragione il piuĢ€ efficace nutrimento della mia vocazione”.

Boccata d'ossigeno al giovediĢ€.

C'era una giornata che rompeva per Giovanni la monotonia degli orari: il giovediĢ€. Nel pomeriggio di quel giorno - ricordavano

i suoi compagni - il portinaio suonava immancabilmente il campanello di chiamata e gridava:

- Bosch 'd Castelneuv!

Gli altri chierici, che cercavano ogni minimo appiglio per ridere un po', facevano eco gridando come tanti banditori:

- Bosch 'd Castelneuv! Bosco di Castelnuovo! Bois de ChaĢ€teau neuf!

Giovanni rideva per lo scherzo solito, e anche percheĢ sapeva chi l'aspettava: i soci della “SocietaĢ€ dell'Allegria” che volevano rivederlo e raccontargli le novitaĢ€, gli amici con cui aveva fatto il ginnasio, i ragazzetti che aveva divertito con i suoi giochi e i suoi racconti e desideravano riascoltarlo. “Erano moltissimi giovanetti - ricordava un suo compagno di camerata - che lo attorniavano festosi. Li intratteneva allegramente, parlava con tutti”. Dopo il chiasso, gli scherzi, le allegre risate, una puntata in cappella ai piedi della Madonna.

Il giovediĢ€ era la sua boccata d'ossigeno, la continuazione quasi clandestina del suo “chiodo fisso”, l'oratorio.

Agli amici piuĢ€ intimi, Giovanni parlava spesso di questo “oratorio”: sarebbe nato alla periferia di una grande cittaĢ€, avrebbe avuto cortili, edifici, folle di ragazzi. “Io non invento niente - diceva tranquillo -. Lo sogno ogni tanto, di notte”.

“Don Bosio, parroco di Levone Canavese, compagno di don Bosco nel seminario di Chieri - racconta il biografo don Lemoyne - venuto per la prima volta all'Oratorio nel 1890, arrivato in mezzo al cortile, circondato dai membri del Capitolo Superiore dei Salesiani, girando lo sguardo intorno e osservando i vari edifici, esclamoĢ€: " Di tutto cioĢ€ che vedo qui, nulla mi riesce nuovo. Don Bosco, in seminario, mi aveva giaĢ€ descritto tutto, come se avesse visto con i propri occhi cioĢ€ che narrava, e come io vedo adesso con mirabile esattezza "“.

Sogni e povertaĢ€, un binomio strano che accompagneraĢ€ ogni stagione di don Bosco. I sogni a spalancare la speranza su uno splendido futuro, la povertaĢ€ a mettere i bastoni tra le ruote del presente.

All'esame semestrale (gli esami in quei “bei tempi” sono tre ogni anno: trimestrale, semestrale, finale) c'eĢ€ un premio di sessanta lire per il chierico di ogni corso che ha i migliori voti nella condotta e nello studio. Giovanni punta i gomiti sui libri e ce la fa a strapparlo. RipeteraĢ€ l'impresa ogni anno: metaĢ€ pensione, comunque vadano le cose, eĢ€ assicurata.

E poi si daĢ€ da fare. “Chi aveva bisogno di farsi radere la barba,

di aggiustare la berretta, di cucire o rattoppare un abito, mi trovava sempre pronto”.

Tra i giovani ricchi.

Il colera si ripresenta ai bordi della stagione calda 1836. Torino ha di nuovo paura. I Gesuiti anticipano la partenza dei loro convittori dal collegio del Carmine per il castello di Montaldo, imponente villeggiatura. Cercano un fidato assistente di camerata che sia anche ripetitore di greco. Don Cafasso manda il chierico Bosco: “Potrai farti un po' di lire”.

Dal 1° luglio al 17 ottobre Giovanni vive per la prima volta fra giovani di famiglie distinte, a contatto con virtuĢ€ e vizi dei “figli di papaĢ€”. Confessa di aver provato “quanto sia difficile acquistare tra loro quell'ascendente che un prete deve avere per far loro del bene”. Si persuade che Dio lo chiama solo tra i ragazzi poveri. SaraĢ€ una delle sue convinzioni assolute: come non eĢ€ chiamato a educare le ragazze, in maniera identica non eĢ€ chiamato a educare i figli dei ricchi. Quasi trent'anni dopo, il 5 aprile 1864, a don Ruffino che gli parleraĢ€ di un

collegio per giovani nobili, risponderaĢ€ quasi con asprezza:
- Questo no, non saraĢ€ mai. CioĢ€ sarebbe la nostra rovina. Lo fu giaĢ€ per altri ordini

religiosi: avevano per scopo primo l'educazione della gioventuĢ€ povera, e l'abbandonarono per servire i nobili.

Il fascino di Luigi Comollo.

Ottobre 1836. Mentre Giovanni Bosco lascia il castello di Montaldo per trascorrere alcuni giorni tra le vigne del Sussambrino, Luigi Comollo veste l'abito chiericale. Alla fine del mese entra lui pure, con l'amico Giovanni, nel seminario di Chieri. Si ricostituisce una coppia fissa, un'amicizia solidissima.

Luigi ha due anni meno di Giovanni, ma torna a essere immediatamente il suo pungolo spirituale. “La mia ricreazione era non di rado da lui interrotta. Mi prendeva per una falda dell'abito, e dicendomi di accompagnarlo mi conduceva in cappella”.

LiĢ€ Comollo si sentiva di casa, e le sue ingenue effusioni non erano mai finite: visita al Santissimo, preghiere per gli agonizzanti, recita del Rosario, ufficio della Madonna, coroncina per le anime del Purgatorio.

Giovanni, come molti cristiani che lavorano e faticano per il Regno di Dio, sentiva un fascino profondo, quasi una nostalgia per quella pietaĢ€ di ardore puro, di semplice abbandono in Dio. Intuiva che nel modo di fare dell'amico c'era dell'esagerazione. Lo dice con molta delicatezza: “Non ho nemmeno provato a imitarlo nella mortificazione. Digiunava rigorosamente l'intera quaresima, digiunava il sabato, a volte pranzava a pane e acqua. Talvolta lasciava pietanza e vino, e si contentava del pane inzuppato nell'acqua, con il pretesto che gli faceva meglio alla salute”.

Noi possiamo dirlo chiaro, senza giri di parole: era una corsa volontaria all'esaurimento e alla morte. Un buon direttore spirituale non l'avrebbe lasciato correre cosiĢ€ al massacro. Quando Domenico Savio (vent'anni dopo) tenteraĢ€ diĢ€ avviarsi su una strada simile, don Bosco lo bloccheraĢ€ con decisione. Ma Giovanni, in questo momento, non puoĢ€ essere ancora quel prudente direttore di coscienze che diventeraĢ€. E l'ascetica disincarnata di Comollo, quel suo rifugiarsi in Dio quasi disprezzando ogni valore terreno, lo riempiono di ammirazione.

In lui vivraĢ€ perenne il fascino per il santino Luigi Comollo, per questa santitaĢ€ che si brucia rapida puntando direttamente al Cielo. Ma la sua strada verso Dio continueraĢ€ a essere un'altra, quella di una santitaĢ€ piuĢ€ incarnata e solida, realizzata nel contatto vivo con la realtaĢ€, con l'affetto e le necessitaĢ€ urgenti dei giovani, con i problemi assillanti e concreti che chiarificano e semplificano ogni teoria ascetica.

Chierico sperduto.

All'inizio di dicembre era entrato in seminario Giovanni Francesco Giacomelli, di Avigliana. Ha lasciato una testimonianza preziosa, in cui sembra fotografare il chierico Bosco del secondo anno di filosofia. La riportiamo condensandola.

“Entrato in seminario un mese dopo gli altri, non conoscevo nessuno, e nei primi giorni ero sperduto, smarrito nella solitudine. La prima volta che mi sedetti nella sala di studio, mi vidi davanti un chierico che mi pareva di etaĢ€ avanzata. Di bell'aspetto, con i capelli tutti ricciuti, era pallido e magro, sembrava sofferente. Era don Giovanni Bosco. Fu lui che si avvicinoĢ€ a me la prima volta che mi vide solo dopo il pranzo, e mi tenne compagnia tutto il tempo della ricreazione. Mi usoĢ€ molte gentilezze. Tre le altre, ricordo che, avendo una berretta sproporzionatamente alta, vari compagni mi prendevano in giro. Giovanni in quattro e quattr'otto me l'aggiustoĢ€.

In quell'anno c'erano due chierici che si chiamavano Bosco. Quasi per distinguersi, il primo (che poi divenne direttore delle Rosine in Torino) disse: " Mi sun Bosch 'd pucciu " (legno di nespolo, durissimo, impossibile da piegare). Giovanni disse invece: " Mi sun Bosch 'd sales " (legno di salice, tenero e flessibile). Non era un bigotto, era invece molto inclinato

alla collera, ed era evidente la grande e continua violenza che faceva per contenersi. Amava immensamente i giovani, il suo piacere era trovarsi in mezzo a loro”.

13.

DI PROFESSIONE PRETE.

24 giugno, festa di San Giovanni Battista. Per Giovanni Bosco eĢ€ il giorno onomastico e l'inizio delle lunghe vacanze estive, quattro mesi.

Infila la strada bianca che da Chieri conduce a Castelnuovo, poi il sentiero che sale al Sussambrino. Dodici chilometri, una bella camminata. La cascina del fratello gli daĢ€ il benvenuto con il “chicchirichiĢ€” dei galli e il sorriso timido di una splendida nipotina.

Giuseppe ha messo su famiglia ormai da anni. Ha sposato nel 1833 (appena ventenne) Maria Calosso, una ragazza di Castelnuovo.

La prima bimba che ha visto la luce, Margherita, eĢ€ vissuta solo tre mesi. Nella primavera del 1835 eĢ€ nata Filomena, una bimbetta tranquilla, che guarda incantata lo zio Giovanni che lavora con la pialla, il tornio, la forgia, che taglia e cucisce abiti, e le confeziona bellissime bamboline di pezza.

Con il falcetto a mietere il grano.

Sulle viti stanno prendendo forma i teneri grappoli verdi, il grano giaĢ€ biondeggia sui campi. Giovanni, quando smette di lavorare nel suo rudimentale laboratorio, impugna il falcetto ed entra nella lunga fila dei mietitori. Il sudore gli gronda dalla fronte, sotto il largo cappello di paglia.

Prova una gioia intensa in questa attivitaĢ€ all'aria aperta, dopo gli otto mesi di quasi prigionia tra i banchi della scuola.

Un giorno, tra i filari della vigna, vede sfrecciare una lepre. Istintivamente corre in casa, stacca dal chiodo il fucile di Giuseppe. Gli sembra questione di un minuto l'inseguimento, invece la lepre fugge veloce. Testardo, non la vuole mollare.

“Di campo in campo, di vigna in vigna, finii per attraversare valli e arrampicarmi su colline. Ci vollero ore. Finalmente l'animale fu a tiro, e lo centrai con una fucilata. La povera bestiola cadde, e provai una grande tristezza nel vederla morire. Alcuni amici mi avevano seguito, e si congratularono per il bel colpo. Ma io mi guardai: ero in maniche di camicia, senza sottana, con un cappello di paglia, dopo una corsa di cinque chilometri fatta con un fucile in mano. Ne fui mortificatissimo”.

Tornato a casa, andoĢ€ a rileggersi sul taccuino i propositi fatti alla vestizione. Lesse al numero due: “Non faroĢ€ il prestigiatore, il saltimbanco, non androĢ€ a caccia”. Disse: “Signore, perdonatemi”.

Il suo divertimento tornoĢ€ a essere lo stare con i ragazzi. “Molti toccavano i 16-17 anni, e non sapevano niente della fede. Provai molto piacere a fare loro catechismo. A ragazzetti di tutte le etaĢ€ insegnavo a leggere e a scrivere. La scuola era gratuita, ma le condizioni che mettevo erano assiduitaĢ€, attenzione, e confessione mensile”.

Gli “schemi mentali”.

3 novembre 1837. In seminario, Giovanni inizia la teologia. EĢ€ la “scienza che studia Dio”, ed eĢ€ lo studio fondamentale per gli aspiranti al sacerdozio. In quel tempo occupava cinque anni, e comprendeva come materie principali la dogmatica (lo studio delle veritaĢ€ cristiane), la morale (la legge che il cristiano deve osservare), la Sacra Scrittura (la parola di Dio), la storia ecclesiastica (storia della Chiesa dalle origini del cristianesimo all'etaĢ€ contemporanea).

Lo studio della teologia eĢ€ di grande importanza nella vita di ogni prete. Durante questi anni di giovinezza e di grande disponibilitaĢ€, si pone quell'ossatura di idee, di valutazioni, che formano la “mentalitaĢ€”. Lungo la vita, il prete la affineraĢ€, la modificheraĢ€ anche, sotto l'urgenza di fatti nuovi, ma difficilmente la cambieraĢ€. La sua maniera di vedere, di giudicare le cose, avranno la radice in quella “piattaforma ideologica” che la teologia gli ha dato. EĢ€ liĢ€ che eĢ€ diventato “di professione prete”.

Anche per Giovanni Bosco gli anni di teologia furono estremamente importanti. Sebbene aiutato da doni straordinari, egli fu figlio del suo tempo, e specialmente della Chiesa del suo tempo.

EĢ€ molto importante, per capire don Bosco, conoscere gli “schemi ideologici” che gli studi, i libri, e anche la direzione spirituale e

la predicazione, posero alla base della sua mentalitaĢ€. Pietro Stella, nel volume 1° di Don Bosco nella storia della religiositaĢ€ cattolica, dedica venti pagine (59-78) a questo argomento. Le dimensioni di questo nostro lavoro ci permettono soltanto di citare alcune affermazioni molto illuminanti:

“La teologia dogmatica di allora, poneva ogni cosa sotto la luce del conto da rendere al giudice divino, nell'attesa della vita o della morte eterna. Abituava a considerare ogni cosa nel valore che aveva per l'eternitaĢ€, tutto come ragione di premio o di condanna”.

“La teologia morale incentrava ogni cosa nel rapporto tra legge divina e libertaĢ€, educava a considerare il proprio agire come responsabile adeguazione alla legge divina”.

“L'oratoria sacra per i seminaristi contribuiva ad alimentare lo stato di angoscia che poteva germinare in anime religiose sensibilissime. Argomentava delle grandi e difficili obbligazioni che il sacerdozio imponeva, dei pericoli grandissimi che provenivano dal sacro ministero (pericoli di mondo, di donne, di dissipazioni di ogni genere), del conto rigoroso che il divino sovrano avrebbe richiesto ai suoi ministri”.

Notiamo di passaggio che, spinto da questo genere di predicazione, Giovanni Bosco puoĢ€ avere esagerato in qualche momento nell'autocontrollo e in forme alienanti di ascesi. Sono esperienze passeggere che molti seminaristi dei tempi passati (seminari chiusi e asettici) hanno provato.

Valutare il proprio tempo.

Crediamo pure assai importante, per comprendere don Bosco, delineare i tratti essenziali della “mentalitaĢ€ storica” che egli assorbiĢ€ in quegli anni: come egli fu avviato a vedere, a valutare “il tempo” che stava vivendo, quell'epoca cosiĢ€ importante che passeraĢ€ ai libri di storia col nome di “Risorgimento”. Solo comprendendo questa “mentalitaĢ€ storica” eĢ€ possibile capire come don Bosco pensava il futuro della Chiesa e del mondo.

Si partiva definendo “fallimentari” le esperienze della rivoluzione francese e dell'impero napoleonico. “La piuĢ€ terribile delle rivoluzioni”, “l'iniquitaĢ€ abbondoĢ€ anche tra noi”, “la rete eĢ€ stata spezzata, e noi siamo liberati!”. La restaurazione dei troni eĢ€ “opera solo delle mani di Dio”. Sono frasi che abbondano nelle lettere pastorali e nei sermoni del tempo.

Il “fallimento” era visto nel passaggio dalla proclamazione dei grandi principi (libertaĢ€, uguaglianza) al “terrore” della rivoluzione e alla dittatura napoleonica. Questo significava che il principio illuminista (adottato dalla rivoluzione francese) della “ragione come unica via alla veritaĢ€ e al bene”, portava a disastrose conseguenze.

Veniva percioĢ€ rivalutata la “dimensione religiosa”, non riducibile entro i limiti della ragione umana. Veniva rivalutata l'autoritaĢ€ del re, moderata solo dall'osservanza delle leggi divine: con la sua illuminata saggezza doveva imbrigliare le forze rivoluzionarie sempre in agguato, che portavano al disordine e alla violenza.

Queste rivalutazioni erano ambigue. Potevano portare a un cristianesimo autoritario, a

un'alleanza tra trono e altare incapace di capire che “libertaĢ€, uguaglianza e fraternitaĢ€” sono valori cristiani. Sono le ambiguitaĢ€ del “conservatorismo cattolico”, che dominoĢ€ quasi fino al 1848.

Sottobanco, anche negli ambienti ecclesiastici circolavano altre idee, quelle del “liberalismo cattolico”. Si riconosceva la validitaĢ€ dei grandi principi della rivoluzione. Si deprecavano la violenza giacobina e la dittatura di Napoleone. Si desiderava un sistema di poteri equilibrati: un re che tenesse a freno i rivoluzionari, ma anche una Costituzione che garantisse libertaĢ€ e uguaglianza. LibertaĢ€ e uguaglianza, tuttavia, venivano desiderate per tutti eccetto che per il “basso popolo”.

Tanto i liberali quanto i conservatori avevano un senso di paura per la “uguaglianza democratica”: come insegnava il “terrore”, essa si sarebbe inevitabilmente trasformata nella tirannia di un piccolo gruppo che avrebbe proclamato di governare “in nome del popolo”, producendo il caos.

Tra i piuĢ€ illustri cattolici liberali di questo tempo sono Antonio Rosmini e Alessandro Manzoni.

Giovanni Bosco assorbiĢ€ la mentalitaĢ€ storica del “conservatorismo cattolico”. Fu di idee conservatrici (anche se l'urgenza delle situazioni concrete lo porteraĢ€ a superare, e addirittura a rovesciare molti atteggiamenti dei conservatori). Non poteva essere diversamente: nel 1832, con l'enciclica Mirari vos, il papa Gregorio XVI aveva dichiarato che le “libertaĢ€ moderne” non erano accettabili dai cattolici. Riconoscendo, per esempio, la libertaĢ€ di coscienza - affermava il Papa - si metteva sullo stesso piano la veritaĢ€ cattolica e l'errore. Il testo dell'enciclica era nelle mani dei seminaristi, che ne dovevano fare oggetto di studio e di riflessione.

Dov'erano Cavour, Mazzini, Garibaldi?

Mentre Giovanni Bosco, a Chieri, assimila queste idee, a Torino Carlo Alberto eĢ€ il “campione” del conservatorismo cattolico. L'alleanza trono-altare eĢ€ fiorente. Il clero ha una posizione dominante nell'UniversitaĢ€: un rappresentante dell'Arcivescovo assiste a tutte le lauree. Nel 1834, nel cortile dell'Arsenale, il re ha inaugurato il monumento a Pietro Micca, il popolano che si eĢ€ sacrificato per salvare la sua cittaĢ€. Nel discorso, peroĢ€, non sono state esaltate le “virtuĢ€ del popolo”, ma il suddito semplice, ignorante, obbediente, pronto al sacrificio per il suo re.

In quel 1837, i protagonisti del Risorgimento (il periodo che daraĢ€ un grande scossone all'Italia e rimescoleraĢ€ tutte le carte, comprese le idee “conservatrici” e quelle “liberali”), sono ancora dispersi.

Giovanni Mastai-Ferretti, che nel 1846 saliraĢ€ alla cattedra papale con il nome di Pio IX, eĢ€ vescovo di Imola. Ha solo 45 anni, ed eĢ€ considerato un “vescovo spregiudicato” percheĢ deplora gli eccessi della polizia papale, ed eĢ€ amico del conte Pasolini, il liberale piuĢ€ in vista della sua cittaĢ€.

Camillo Cavour, 27 anni, dirige la tenuta agricola di Leri. Stivali e cappello di paglia, cammina instancabile dalla mattina alla sera per campi, pascoli, risaie. Era giovane sottotenente nella guarnigione di Genova nel 1831. Alla notizia dei moti rivoluzionari ha gridato: “Viva la repubblica!”. L'hanno scaraventato nella Valle d'Aosta, e lui ha lasciato l'esercito. Suo padre, vicario della cittaĢ€ di Torino e quindi capo della polizia, l'ha esiliato in campagna. Tra una vendemmia e un raccolto di riso ha girato l'Europa, ha ammirato il Parlamento di Parigi e di Londra. Ha anche incontrato i fuoriusciti italiani, e ha detto di loro: “Sono un branco di pazzi imbecilli e fanatici, di cui farei volentieri concime per le mie barbabietole”.

Mazzini, 32 anni, eĢ€ appena stato scacciato dalla Svizzera, da cui dirigeva le sue trame rivoluzionarie. Si eĢ€ sistemato in una casa di periferia a Londra. Scrive sui giornali per guadagnarsi il pane. Si fa crescere la barba, e gira solo e vestito di nero per le strade nebbiose della cittaĢ€.

Garibaldi, fuggito in America dopo la fallita rivoluzione mazziniana in Savoia, eĢ€ sbarcato in Brasile. Ha 30 anni e fa il corsaro nei mari del Sud, al servizio del “governo rivoluzionario” del Rio Grande. Fra poco vestiraĢ€ la sua “legione italiana” della leggendaria

camicia rossa, comprando sottocosto a Montevideo uno stock di grembiulotti destinati ai saladeros, cioeĢ€ ai macellai argentini.

Vittorio Emanuele, 17 anni, vive nel Palazzo Reale di Torino come in una rigida caserma. Deve accompagnare il padre alle feste e ai balli dell'aristocrazia, e stare in piedi al suo fianco per delle ore. Gli unici momenti di gioia prorompente li vive nelle scuderie. Parla un dialetto schietto e grossolano con gli stallieri, cavalca coraggioso e fanfarone, eĢ€ smanioso di azione e di aria libera.

Vicino e lontano, la storia degli uomini cammina. Avvenimenti piccoli e grandi si alternano, spingendo avanti la vicenda umana.

Nel 1836, Morse ha realizzato il telegrafo elettrico e il sistema di comunicazione con linee e punti. Fra pochi anni si diffonderaĢ€ nel mondo un utile rettangolino di carta: il telegramma. Prima soltanto alla portata dei governanti e dei grandi giornali, poi a disposizione di tutti.

Nel 1837, durante un'epidemia di colera, eĢ€ morto a Torre del Greco Giacomo Leopardi. Aveva solo 39 anni. In Inghilterra eĢ€ salita al trono la regina Vittoria: inizia il suo lunghissimo regno che vedraĢ€ l'Inghilterra diventare la prima nazione coloniale del mondo.

Nel 1838 muore il marchese Tancredi di Barolo ex-sindaco di Torino. La vedova decide di consacrare le sue ricchezze all'assistenza delle donne infelici. Nasce cosiĢ€ alla periferia di Torino, accanto al Cottolengo, l'opera di aiuto per le carcerate e le donne perdute.

Nel 1839 re Ferdinando II fa costruire la prima ferrovia italiana, Napoli-Granatello, e Jacques Deguerre costruisce la prima macchina fotografica. A questo umile inventore, anche don Bosco dovraĢ€ qualcosa: saraĢ€ uno dei primi santi di cui si potraĢ€ conservare l'immagine precisa, grazie a decine di fotografie.

14.
EĢ€ DIVENTATO “DON BOSCO”.

Vacanze 1838. Il “teologo” Giovanni Bosco eĢ€ invitato a fare la sua prima predica ad Alfiano, nella festa della Madonna del Rosario. Ricorda: “Il parroco, don Giuseppe Pelato, era persona di molta pietaĢ€ e dottrina, e lo pregai di dirmi il suo parere sulla mia predica. Mi rispose:

  • -  Molto bella, ordinata. Riuscirete un buon predicatore.

  • -  Ma la gente avraĢ€ capito?

  • -  Poco. Avremo capito mio fratello prete, io e pochissimi altri.

  • -  Eppure erano cose facili.

  • -  Sembrano facili a voi, ma per il popolo sono molto elevate. Ragionare sopra un

    tessuto di fatti della storia ecclesiastica e della storia sacra eĢ€ cosa bella, ma la gente non capisce.

    - Cosa fare allora?

    - Bisogna lasciare lo stile dei classici, parlare in dialetto, o anche in lingua italiana se volete, ma in maniera popolare, popolare, popolare. Invece di fare ragionamenti, raccontare esempi, fare paragoni semplici e pratici. Ricordatevi che la gente segue poco, e che le veritaĢ€ della fede bisogna spiegarle nella maniera piuĢ€ facile possibile”.

    Don Bosco scrive che quel consiglio fu uno dei piuĢ€ preziosi della sua vita. Gli serviĢ€ nelle prediche, nei catechismi, nello scrivere libri.

    Strano patto con l'aldilaĢ€.

    Novembre 1838. Giovanni Bosco inizia il secondo anno di teologia. SaraĢ€ tutto dominato da un avvenimento tragico e da un'impressione sconvolgente.

    GiaĢ€ durante l'ultimo mese di vacanza, Luigi Comollo gli ha det

to parole strane. Guardando i vigneti dall'alto di una collina ha mormorato:
- L'anno venturo spero di gustare un vino migliore.
- Che cosa vuoi dire? - Prima non ha voluto rispondere, poi:
- Da qualche tempo sento un desiderio cosiĢ€ vivo di andare in Paradiso, che mi pare

impossibile vivere ancora a lungo sulla terra.
Nei primi mesi dell'anno scolastico, si aggiunge un nuovo particolare, altrettanto

strano. Giovanni e Luigi hanno letto insieme un brano della biografia di un santo, e Giovanni ha commentato:

- Sarebbe bello che il primo tra noi due che muore, venisse a portare all'altro notizie del suo aldilaĢ€.

Luigi eĢ€ colpito dall'idea, e dice con intensitaĢ€:

- Allora facciamo un patto. Il primo che muore, se Dio lo permette, verraĢ€ a dire all'altro se eĢ€ in Paradiso. D'accordo?

Si stringono la mano.

Mattino del 25 marzo 1839. Mentre si recano in cappella, Luigi ferma Giovanni nel corridoio, e con volto serio gli dice:

- Per me eĢ€ finita. Mi sento male, e so che moriroĢ€. Giovanni cerca di gettare la cosa in scherzo:

- Ma va laĢ€ che stai benissimo. Ieri abbiamo passeggiato insieme per un'ora. Non fissarti con queste idee.

Invece eĢ€ davvero una cosa seria. Mentre sono in chiesa, Comollo sviene e dev'essere portato all'infermeria. La febbre eĢ€ subito alta e preoccupante.

Il 31 marzo eĢ€ Pasqua. A Luigi eĢ€ portata l'Eucaristia come Viatico. EĢ€ prostrato di forze. In un momento in cui solo Giovanni eĢ€ accanto a lui, gli prende la mano e mormora:

- Eccoci al momento in cui dobbiamo lasciarci, caro Giovanni. Pensavamo di diventare insieme sacerdoti, di aiutarci, consigliarci. Invece Dio non vuole cosiĢ€. Promettimi peroĢ€ che pregherai per me.

MoriĢ€ all'alba del 2 aprile, stringendo la mano di Giovanni. Non aveva ancora compiuto 22 anni.

Ed ecco il fatto stranissimo che si verificoĢ€ nelle seguenti quarantott'ore, com'eĢ€ riferito dalle parole di don Bosco:

“Nella notte tra il 3 e il 4 aprile ero a letto in un dormitorio di circa venti seminaristi. Verso le undici e mezzo, un cupo rumore si fa sentire nei corridoi. Sembrava che un grosso carro tirato da molti cavalli si andasse avvicinando alla porta del dormitorio. I seminaristi si svegliano, ma nessuno parla. Io ero impietrito dal terrore. Il rumore si avanza ancora. Si apre violentemente la porta. Fu allora

che si udiĢ€ la chiara voce del Comollo dire tre volte: " Bosco, io sono salvo! ". Poi il rumore cessoĢ€. I miei compagni erano balzati dal letto, alcuni si stringevano attorno al prefetto della camerata don Giuseppe Fiorito di Rivoli. Fu la prima volta che mi ricordo di aver avuto paura. Uno spavento tale che in quel momento avrei preferito morire. Quello spavento mi causoĢ€ una grave malattia che mi portoĢ€ vicino alla tomba”.

Don Lemoyne, che visse all'oratorio accanto a don Bosco dal 1883 al 1888, afferma: “Don Fiorito Giuseppe raccontoĢ€ molte volte quell'apparizione ai superiori dell'oratorio”.

Pane di miglio e barbera.

La “grave malattia” a cui accenna don Bosco, fu una forma seria di esaurimento depressivo, che si protrasse fino ai primi mesi del seguente anno scolastico. Il cibo gli ripugnava, ed era prostrato da un'ostinata insonnia. Dopo parecchi mesi il medico consiglioĢ€ riposo assoluto a letto. Vi rimase una trentina di giorni.

RiusciĢ€ a riprendersi in maniera curiosa, quasi incredibile. Sua madre, saputo che era a letto da parecchi giorni, arrivoĢ€ a trovarlo portando un grosso pane di miglio e una bottiglia di barbera vecchia. EĢ€ commovente questa popolana. Le hanno detto che suo figlio eĢ€ ammalato, e per i contadini la malattia eĢ€ una sola, la denutrizione. Anche la medicina eĢ€ una sola, nutrirsi bene. Sulle colline non si sa niente delle malattie dai nomi difficili e delle medicine sofisticate.

E Giovanni sta al gioco. Non vuole che sua madre si senta umiliata dal rifiuto dei suoi doni. Prende un boccone di pane, un sorso di vino vecchio. E quasi senza accorgersene va avanti. A sorsi e bocconi il pane eĢ€ mangiato, il vino bevuto. E alla fine arriva un sonno profondo “che duroĢ€ una notte e due giorni consecutivi”. Quando si sveglioĢ€, si sentiĢ€ guarito.

“Tremavo al pensiero di legarmi per tutta la vita”.

La ripresa fu cosiĢ€ vigorosa che al termine dell'anno “mi nacque il pensiero di tentare di guadagnare un anno di studio durante le vacanze. Il permesso, in quei tempi, si concedeva molto raramente. Mi presentai all'arcivescovo Fransoni, gli chiesi di studiare i trattati del quarto anno durante l'estate, cosiĢ€ da concludere il quinquennio teologico nell'anno scolastico 1840-41. La ragione che portai era la mia etaĢ€: avevo giaĢ€ compiuto 24 anni”.

L'arcivescovo vuole prima esaminare i risultati degli studi precedenti, e concede il favore a patto che prima di novembre Giovanni dia tutti gli esami prescritti, e riceva l'ordinazione al suddiaconato. Il teologo Cinzano, parroco di Castelnuovo, eĢ€ designato come esaminatore. In due mesi di studio intenso, Giovanni Bosco prepara e daĢ€ gli esami.

Il suddiaconato, in quel tempo, eĢ€ il passo decisivo nella vita di un chierico. Chi lo riceve, fa voto solenne di castitaĢ€ per tutta la vita. Da questo voto, la Chiesa non dispensava nessuno per nessun motivo.

Il chierico che si preparava a ricevere quest'ordine, era invitato a chiudersi nel silenzio per dieci giorni di Esercizi Spirituali. In essi faceva la confessione generale, cioeĢ€ un riesame totale di tutta la vita, per chiedere a se stesso e al confessore rappresentante di Dio se era in grado di impegnarsi per sempre.

Ricordando quei giorni, don Bosco scrisse: “Desideravo andare avanti, ma tremavo al pensiero di legarmi per tutta la vita”.

19 settembre 1840. Il vescovo invita Giovanni Bosco a pensare un'ultima volta all'importanza dell'ordine che sta per ricevere. Se eĢ€ deciso a consacrare la sua vita a Dio, faccia un passo avanti. Giovanni Bosco fa un semplice passo sul pavimento della chiesa. Con quel gesto lascia per sempre alle spalle ogni carriera profana.

“Il prete non va da solo in Paradiso”.

Novembre 1840. Inizia nel seminario di Chieri il quinto e ultimo anno di teologia.

29 marzo 1841. Riceve l'ordine del diaconato. EĢ€ l'ultimo traguardo prima del sacerdozio.

26 maggio. Il diacono Giovanni Bosco entra negli Esercizi Spirituali che lo devono preparare all'ordinazione sacerdotale. Su invito del direttore di spirito, medita a lungo in quei giorni le parole del salmo: “Chi saliraĢ€ al monte del Signore? Chi potraĢ€ abitare nel suo santuario? Colui che ha le mani e il cuore puro”. Guardando indietro nella sua vita, vede che quasi miracolosamente le sue mani, da quando Margherita gliele congiungeva nella prima preghiera, sono rimaste pure.

Su un quadernetto annota: “Il prete non va da solo al cielo, non va da solo all'inferno. Se fa bene, andraĢ€ al cielo con le anime da lui salvate con il suo buon esempio; se fa male, se daĢ€ scandalo, andraĢ€

alla perdizione con le anime dannate per suo scandalo. Quindi metteroĢ€ ogni impegno per osservare le seguenti risoluzioni”.

Seguono nove propositi fondamentali per la sua vita. In gran parte ripetono ed esplicitano i propositi fatti alla vestizione. Tre segnano invece un approfondimento caratteristico di quello che saraĢ€ lo “stile sacerdotale” di don Bosco. Eccoli:

- Occupare rigorosamente il tempo.
- Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre quando si tratta di salvare le anime. - La caritaĢ€ e la dolcezza di san Francesco di Sales mi guideranno in ogni cosa.

Sacerdote per sempre.

5 giugno 1841. Nella cappella dell'Arcivescovado, Giovanni Bosco vestito di camice bianco si prostra a terra davanti all'altare. Piovono dall'organo le austere note del gregoriano. I sacerdoti e i seminaristi presenti invocano a uno a uno i grandi santi della Chiesa: Pietro, Paolo, Benedetto, Bernardo, Francesco, Caterina, Ignazio.

Pallido per l'emozione e per gli ultimi giorni estenuanti, Giovanni si alza e si inginocchia ai piedi dell'arcivescovo. Luigi Fransoni gli pone le mani sul capo, e invoca lo Spirito Santo affincheĢ venga, e lo consacri sacerdote per sempre.

Alcuni minuti dopo, unendosi alla voce dell'arcivescovo, Giovanni Bosco inizia la sua prima concelebrazione. EĢ€ diventato don Bosco.

“La mia prima Messa - scriveraĢ€ con semplicitaĢ€ - l'ho celebrata nella chiesa di san Francesco d'Assisi, assistito da don Giuseppe Cafasso, mio insigne benefattore e direttore. Mi aspettavano ansiosamente al mio paese (era la festa della SS. TrinitaĢ€), dove da molti anni non si era avuta una prima Messa. Ma ho preferito celebrarla a Torino senza rumore, all'altare dell'Angelo Custode. Quello posso chiamarlo il piuĢ€ bel giorno della mia vita. Nel momento in cui si ricordano i defunti, ho ricordato i miei cari, i miei benefattori, specialmente don Calosso, che ho sempre considerato grande e insigne benefattore. EĢ€ pia credenza che il Signore conceda quella grazia che il nuovo sacerdote gli domanda celebrando la prima Messa. Io chiesi ardentemente l'efficacia della parola, per poter fare del bene alle anime”.

La sua seconda Messa, don Bosco volle dirla all'altare della Consolata, nel grande Santuario della Madonna in Torino. Levando gli

occhi la vide lassuĢ€, la Signora splendente come il sole, che diciassette anni prima gli aveva parlato in sogno. “Renditi umile, forte e robusto”, aveva detto. Don Bosco aveva cercato di farsi cosiĢ€. Ora cominciava il tempo in cui “tutto avrebbe compreso”.

Il giovediĢ€ seguente, festa del Corpus Domini (allora festa di precetto), don Bosco dice la Messa al suo paese.

Le campane hanno suonato e squillato a lungo. Tutta la gente eĢ€ ammucchiata nella grande chiesa. “Mi volevano bene - ricorderaĢ€ don Bosco -, e ognuno era contento insieme con me”.

I piccoletti sgranano gli occhi al sentire che quel prete era un piccolo saltimbanco.
I grandi lo ricordano compagno di giochi e di scuola.
Gli anziani, sulle colline intorno, lo hanno visto passare tante volte per la strada con i

piedi scalzi e i libri in mano.
Quella sera, mamma Margherita trova un momento per parlargli da solo a solo, e gli

dice: “Ora sei prete, sei piuĢ€ vicino a GesuĢ€. Io non ho letto i tuoi libri, ma ricordati che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a soffrire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ti ha detto la veritaĢ€. D'ora innanzi pensa soltanto alla salvezza delle anime, e non prenderti nessuna preoccupazione di me”.

15.
PRETE IN RODAGGIO
Che cosa faraĢ€ adesso don Bosco?

EĢ€ intelligente, ha voglia di lavorare, eĢ€ povero.

Gli vengono offerti tre incarichi. Una nobile famiglia di Genova lo chiede come istruttore dei figli. A quei tempi molte famiglie ricche, piuttosto di mandare i figli alle scuole pubbliche, preferivano mantenere nel proprio palazzo un maestro privato, con compiti di istruttore e di educatore. Quasi sempre richiedevano un sacerdote, che dava garanzia di serietaĢ€. I nobili genovesi fanno dire a don Bosco che l'onorario saraĢ€ di mille lire l'anno (un ottimo stipendio).

Gli abitanti della sua borgata lo pregano di accettare il posto libero di cappellano a Morialdo. Gli garantiscono che raddoppieranno lo stipendio consueto.

Il parroco di Castelnuovo, don Cinzano, gli propone di diventare suo viceparroco. Anche lui gli assicura una buona entrata.

Strano, tutti parlano a don Bosco di soldi, come se essere diventato prete fosse “il posto buono” finalmente raggiunto, da sfruttare economicamente. Solo mamma Margherita, la donna che ha sempre dovuto badare al centesimo per far quadrare il bilancio, gli ricorda: “Se diventi ricco, non metteroĢ€ mai piuĢ€ piede in casa tua”.

Per tagliar corto, don Bosco si reca a Torino da don Cafasso.
- Cosa devo fare?
- Non accettate niente. Venite qui nel Convitto ecclesiastico. Completerete la vostra

formazione sacerdotale.
Don Cafasso vede lungo. Ha capito che la “carica” umana e spirituale di don Bosco non

puoĢ€ esaurirsi in una famiglia o in un paese. Torino invece eĢ€ una cittaĢ€ che puoĢ€ esaurire lui. Quartieri nuovi, tempi nuovi, problemi nuovi. Don Cafasso dovraĢ€ solo stare attento a frenarlo.

Prima scoperta: la miseria delle periferie.

Il Convitto eĢ€ un ex-convento accanto alla chiesa di San Francesco di Assisi. In questo edificio il teologo Luigi Guala, aiutato da don Cafasso, prepara 45 giovani sacerdoti a diventare “preti del tempo e della societaĢ€ in cui dovranno vivere”.

La preparazione dura due anni (per don Bosco saranno in via eccezionale tre). La giornata dei giovani preti eĢ€ inquadrata da due conferenze al mattino e alla sera, la prima di don Guala, la seconda di don Cafasso. Nel resto della giornata, i preti sono mandati a esercitare il ministero nell'ambiente cittadino: ospedali, carceri, istituti di beneficenza, palazzi, case popolari e soffitte, prediche nelle chiese e catechismi ai giovani, assistenza ai malati e agli anziani.

Le conferenze non sono dedicate a presentare teorie teologiche, ma a inquadrare le esperienze quotidiane che i giovani preti vivono nel tessuto umano nella cittaĢ€. Oggi diremmo: si mandavano a fare sulla loro pelle un'analisi della situazione sociale ed ecclesiale, e poi si richiamavano a una riflessione guidata sulla propria azione pastorale. Don Bosco riassume tutto in cinque parole: “Si imparava ad essere preti”.

Don Cafasso eĢ€ un prete piccolo, esile, difettoso nella persona, ma di una attivitaĢ€ instancabile: insegnamento, predicazione, confessionale, carceri.

Dal 1841, don Cafasso diventa il “direttore spirituale” di don Bosco. Questo vuol dire: don Bosco si confessa da lui, gli chiede consiglio prima di ogni decisione importante, gli manifesta i propri progetti di vita e sta alla sua parola.

Fino a questo momento, don Bosco conosce soltanto la povertaĢ€ delle campagne. Non sa cosa sia la miseria delle periferie cittadine. Don Cafasso gli dice: “Andate, guardatevi intorno”.

“Fin dalle prime domeniche - testimonieraĢ€ Michele Rua - andoĢ€ per la cittaĢ€, per farsi un'idea sulle condizioni morali dei giovani”.

Ne rimase sconvolto. I sobborghi erano zone di fermento e di rivolta, cinture di desolazione. Adolescenti vagabondavano per le strade, disoccupati, intristiti, pronti al peggio.

“IncontroĢ€ un gran numero di giovani di ogni etaĢ€ - continua la testimonianza di don Rua - che andavano vagando per le vie e le piazze, specialmente nei dintorni della cittaĢ€, giocando, rissando, bestemmiando e facendo anche di peggio”.

Il mercato delle braccia giovani.

Accanto al mercato generale della cittaĢ€, scopriĢ€ un vero “mercato delle braccia giovani”. “La parte vicino a Porta Palazzo - scrive don Lemoyne - brulicava di merciai ambulanti, di venditori di zolfanelli, di lustrascarpe, spazzacamini, mozzi di stalla, spacciatori di foglietti, fasservizi ai negozianti sul mercato, tutti poveri fanciulli che vivacchiavano alla giornata”.

Don Bosco stesso, nelle Memorie, ricorda che i primi gruppi di ragazzi che poteĢ€ avvicinare erano “scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori e altri, che venivano da lontani paesi”.

Figli di famiglie disagiate, spesso disoccupate, erano alla ricerca di qualunque mestiere, pur di campare. Erano i primi “prodotti” dell'affollamento degli immigrati nelle “cinture nere” che da allora avrebbero circondato le cittaĢ€.

Li vedeva arrampicarsi sui palchi dei muratori, cercare un posto di garzone nelle botteghe, aggirarsi lanciando il richiamo dello spazzacamino. Li vedeva giocare ai soldi agli angoli delle strade con la faccia dura e decisa di chi eĢ€ disposto a tentare qualunque mezzo per farsi largo nella vita.

Se tentava di avvicinarli, si allontanavano diffidenti e sprezzanti. Non erano i ragazzi dei Becchi, non cercavano racconti o giochi di prestigio. Erano i “lupi”, gli animali selvaggi dei suoi sogni, anche se in fondo a quegli occhi vedeva piuĢ€ paura che ferocia.

La rivoluzione industriale.

Quei ragazzi per le strade di Torino sono un “effetto perverso” di un avvenimento che ha cominciato a sconvolgere il mondo, la “rivoluzione industriale”.

Nel 1769, a Glasgow in Inghilterra, il signor James Watt aveva brevettato la “macchina a vapore”. Era uno strumento che, sfruttando l'energia sviluppata dal calore, faceva muovere leve e cinghie di trasmissione. Una sola macchina di Watt (potenza 100 cavalli- vapore) sviluppava una forza pari a quella di 880 uomini. Impiegandola, una filanda poteva produrre tanto filo quanto avrebbero potuto produrne 200.000 uomini. Per badare ai filatoi che facevano tutto questo lavoro, bastavano 750 lavoratori, radunati sotto alcuni grandi capannoni.

Cominciarono cosiĢ€ a esistere la fabbrica e gli operai (chiamati

anche proletari). Prima la gente faceva il contadino, il commerciante, l'artigiano. Tra gli artigiani (lavoratori che utilizzavano strumenti di loro proprietaĢ€, in laboratori propri) c'erano i filatori, che lavoravano cotone e lana utilizzando la forza delle proprie braccia.

La produzione facilitata delle fabbriche, abbassa di colpo il prezzo dei tessuti e ne sviluppa enormemente il mercato. Nello stesso tempo si verifica un fortissimo aumento nell'utilizzazione del ferro (per la produzione di macchine, telai, ferrovie) e nell'estrazione del carbone fossile dalle miniere (che permette la propulsione delle macchine a vapore e la lavorazione del ferro).

Pure contemporanea eĢ€ la costruzione su larga scala di ferrovie, battelli a vapore e altri mezzi di trasporto.

Negli stessi anni, per la progressiva vittoria della medicina e dell'igiene sulle piuĢ€ micidiali epidemie come la peste e il vaiolo, la popolazione in Europa ha una crescita imponente: da 180 milioni nel 1800 a 260 milioni nel 1850.

L'allargamento prepotente delle fabbriche (cioeĢ€ dell'industria) mette in crisi gli artigiani. Una valanga di gente in cerca di lavoro si rovescia dalla campagna verso la cittaĢ€. Le fabbriche acquistano una fisionomia precisa: centri dove un alto numero di lavoratori compiono lo stesso lavoro alle dipendenze di un padrone.

Sorgono cosiĢ€ in Inghilterra le cittaĢ€ del carbone, le cittaĢ€ del ferro, le cittaĢ€ delle industrie tessili. EĢ€ la rivoluzione industriale. Nata in Inghilterra, passa rapidamente in Francia, Germania, Belgio, America.

Secondo Carlo M. Cipolla (Storia delle idee politiche, economiche, sociali, UTET, voi. V) essa eĢ€ uno dei due piuĢ€ grandi e radicali cambiamenti che si sono verificati nella storia

dell'uomo.
Il primo si verificoĢ€ nella notte dei tempi. Gli uomini erano un “insieme slegato di bande

di cacciatori piccoli, brutali e malvagi”. Con la “rivoluzione neolitica” si trasformarono in coltivatori di piante e allevatori di animali. “Tra il cacciatore del paleolitico e l'agricoltore del neolitico c'eĢ€ un abisso, la differenza eĢ€ quella tra lo stato selvaggio e quello della civiltaĢ€”. Questo primo cambiamento radicale della storia umana si sviluppoĢ€ nel corso di migliaia d'anni, gli uomini ebbero il tempo di un adattamento graduale.

La seconda grande rivoluzione, quella industriale, “invase il globo, sconvolse l'esistenza e travolse le strutture di tutte le societaĢ€ umane esistenti nel giro di sette o otto generazioni” (uguale centocinquanta, duecento anni). La mente umana fu posta davanti a problemi nuovi e vastissimi “con urgenza allucinante”.

L'immenso progresso regalato al mondo.

La rivoluzione industriale apriĢ€ le porte di un mondo completamente nuovo, di nuove e sconosciute fonti di energia: il carbone, il petrolio, la dinamite, l'elettricitaĢ€, l'atomo. “La scoperta di Watt fu seguita da tutta una serie di invenzioni analoghe” che permisero lo sfruttamento delle nuove energie, per la produzione e anche per la distruzione.

I risultati industriali furono enormi, impensabili, tanto che si puoĢ€ affermare: nel 1850 il passato non eĢ€ piuĢ€ solo passato, eĢ€ morto.

L'umanitaĢ€ si sviluppoĢ€ in maniera esplosiva: 750 milioni di persone nel 1750, un miliardo e duecento milioni nel 1850, due miliardi e mezzo nel 1950.

Il benessere che la rivoluzione industriale diffuse non era mai stato prima raggiunto. “In un paese pre-industriale metaĢ€ del reddito era assorbito dal vitto. Nelle frequenti carestie, tutto il reddito non bastava alla sopravvivenza. In un paese industrializzato la fame eĢ€ scomparsa, il vitto assorbe un quarto del reddito”.

Totali e drastici cambiamenti si verificarono nelle abitudini, idee, credenze, istruzione, famiglia. Problemi enormi furono posti alle nuove generazioni. Ricordiamo soltanto la crescita incontrollata della popolazione, le armi sempre piuĢ€ terribili, lo sgretolamento dello Stato tradizionale, l'inquinamento, l'emarginazione degli anziani.

Nonostante i formidabili problemi aperti, con la rivoluzione industriale l'umanitaĢ€ “ha vinto in larga misura la natura, ha superato le distanze, ha rotto molti di quei vincoli materiali che per millenni l'avevano condizionata” (Giacomo Martina).

Il pauroso costo umano.

Ma l'immenso progresso ebbe, specialmente nei primi cento anni, un pauroso costo umano. “Una esigua minoranza di straricchi impose una vera schiavituĢ€ a una moltitudine infinita di proletari” (Rerum novarum).

Nella nuova epoca dell'umanitaĢ€ c'eĢ€ un enorme “buco nero”: la questione operaia. Nelle cittaĢ€ industriali si forma una classe nuova, quella dei proletari, che non ha altre ricchezze al di fuori delle proprie braccia e dei propri figli. Le condizioni dei proletari sono spaventose.

Nel 1850 (citiamo da inchieste fatte da DolleĢans e VillermeĢ) metaĢ€ della popolazione inglese eĢ€ ormai ammassata nei centri cittadini. Le “case” degli operai sono per lo piuĢ€ cantine, in ognuna

delle quali si ammassa tutta la famiglia, senz'aria, senza luce, fetide per l'umiditaĢ€ e gli scoli. Nelle fabbriche nessuna misura igienica, nessun regolamento, tranne quello imposto dal padrone.

Il salario da fame permette un nutrimento assolutamente insufficiente. Cibo usuale sono le ortiche bollite. La disgregazione delle famiglie, la diffusione dell'alcoolismo, della prostituzione, della criminalitaĢ€, la diffusione di nuove malattie dipendenti da particolari lavorazioni o dalle condizioni in cui si svolgono (tubercolosi, silicosi) divengono fenomeni di

massa.
In fabbrica non vanno solo gli uomini e le donne. Ci vanno anche i bambini, e la loro

vita eĢ€ mutata in tormento. La fatica (stanno in piedi per tutte le ore di lavoro, sedersi eĢ€ proibito), il sonno, la stanchezza provocano frequenti disgrazie sul lavoro. D'altronde, la vita di questi piccoli sventurati eĢ€ molto breve.

“I bambini venivano raccolti a centinaia nei rioni popolari di Londra - scrive Margaretha Laski -. Portati alla stazione venivano stipati nei vagoni e spediti a lavorare nelle filande del Lancashire. Molti di essi camminavano appena. Il lavoro durava dodici e piuĢ€ ore al giorno. Il lavoro della tessitura lo facevano le macchine. E per badare a una macchina non occorreva un uomo, bastava un bambino. Cadevano dal sonno e dalla stanchezza nella solitudine delle fabbriche buie. La giornata lavorativa andava dall'alba al tramonto con un solo pasto, a mezzogiorno. Le malattie stroncavano i piccoli lavoratori”.

Negli anni intorno al 1850, il proletariato francese, belga, tedesco, si trova in condizioni identiche a quelle del proletariato inglese. Una famiglia di proletari puoĢ€ sopravvivere a stento. Non ha nemmeno un franco da spendere per il medico, le medicine, i vestiti. Una statistica rivela che a Nantes (Francia) 66 bambini su cento muoiono prima dei 5 anni. La durata media della vita di un operaio, tra il 1830 e il 1840, eĢ€ di 17-19 anni. Sono questi gli anni (come abbiamo ricordato) in cui gli operai di Lione e di Parigi insorgono al grido: “Vivere lavorando o morire combattendo”, e sono dispersi dalle cannonate.

Anche in Italia la strage degli innocenti.

In Italia la rivoluzione industriale arriva in ritardo, per mancanza di capitali e di materie prime. I primi stabilimenti tessili diventano “fabbriche” nel Lombardo-Veneto austriaco (lanificio Rossi a Schio nel 1817, Marzotto a Valdagno nel 1836). L'industria meccanica inizia a Milano nel 1846. La crescita industriale eĢ€ lenta e stentata.

Sulla vita negli stabilimenti tessili della Lombardia, Rodolfo Morando scrive: « Nei filatoi di seta, grandi stabilimenti che occupano dai 100 ai 200 individui, si verificava il massimo impiego dei fanciulli. Le mansioni cui venivano adibiti erano di tale indole macchinale da ridurre in breve tempo all'ebetismo quei poveri esseri. Il lavoro si protraeva nell'inverno per 13 ore, e nell'estate per 15 o 16. Nei filatoi mossi ad acqua era talvolta continuo, e i fanciulli vi si tenevano occupati per tutta la notte. Gli ambienti umidi e malsani, il levarsi di gran mattino, il lungo permanere in posizioni incomode, provocavano con la massima frequenza, come riferiva il medico della zona, indurimenti ghiandolari, scrofola, rachitismo e tumori freddi. Oltre 15.000 fanciulli, in Lombardia, consumavano cosiĢ€ il fiore della loro vita ».

A Torino, nel 1841, la rivoluzione industriale sta arrivando solo di riflesso. Il dazio del grano e della seta eĢ€ stato diminuito sensibilmente, e ha spinto i padroni a una coltivazione migliore per fronteggiare l'abbassamento dei prezzi. Nel 1839, Carlo Alberto ha approvato la costruzione della ferrovia Torino-Genova, ha ripreso in esame il progetto del « canale a conche » tra Genova e il Po. Nel 1841 Medail presenta il suo progetto per il traforo ferroviario del FreĢjus. L'anno dopo si costituisce l'Associazione agraria, e il re mette a disposizione il suo podere di Pollenzo per esperimenti di nuove e migliori coltivazioni.

La cittaĢ€ si sviluppa rapidamente. Nei dieci anni 1838-48, la popolazione passa da 117.000 a 137.000, con un aumento del 17 per cento. Il lavoro edilizio ha uno sviluppo vigoroso. In questi dieci anni vengono costruite 700 nuove case, in cui si affollano settemila nuove famiglie. Il movimento di immigrazione ha un ritmo sostenuto. ToccheraĢ€ la punta massima nel 1849-50, quando si parleraĢ€ di 50.000, o addirittura di 100.000 immigrati.

Arrivano famiglie povere o giovani soli dalla Val Sesia, dalle Valli di Lanzo, dal Monferrato, dalla Lombardia. Nei cantieri in costruzione don Bosco vede « fanciulli dagli otto ai dodici anni, lontani dal proprio paese, servire i muratori, passare le loro giornate su e giuĢ€ per i ponti malsicuri, al sole, al vento, salire le ripide scale a pioli carichi di calce, di mattoni, senza altro aiuto educativo che villani rabbuffi o percosse ».

Le famiglie operaie, alla sera, « salgono alle soffitte ». Sono gli unici appartamenti con fiĢ€tto sopportabile per gli stipendi degli operai. Don Bosco sale a vederle, e le trova « basse, strette, squallide

e luride. Servono da dormitorio, cucina, a volte stanza da lavoro per intere famiglie ».

Tirare i conti.

Bande di giovani vagano, soprattutto alla domenica, per le strade e lungo le rive del Po. Guardano le persone « profumate e festose » che passeggiano noncuranti della loro miseria.

Don Bosco tira rapidamente i conti. Quei ragazzi hanno bisogno di una scuola e di un lavoro che aprano loro un avvenire piuĢ€ sicuro; hanno bisogno di poter essere ragazzi, cioeĢ€ di scatenare la loro voglia di correre e di saltare in spazi verdi, senza intristire sui marciapiedi; hanno bisogno di incontrarsi con Dio, per scoprire e realizzare la loro dignitaĢ€. Non eĢ€ neĢ il solo neĢ il primo ad avere tirato conclusioni di questo genere. L'urgenza di aiutare le masse popolari eĢ€ sentita in questo momento addirittura da Carlo Alberto.

Il re eĢ€ principalmente preoccupato dall'« altra rivoluzione » che sta nell'aria, quella politica, che scoppieraĢ€ con fragore nel 1847-48, e che in Italia verraĢ€ chiamata « Risorgimento ». EĢ€ dibattuto tra le idee degli assolutisti (che egli ha giurato a Carlo Felice di difendere fino alla morte) e quelle dei liberali, che premono sempre piuĢ€ per la Costituzione e per l'unificazione dell'Italia.

Tenendo d'occhio l'Austria (la nemica di ogni concessione ai liberali) egli si sposta cautamente dalle posizioni assolutiste alle correnti piuĢ€ moderate dei liberali. Allaccia relazioni con Massimo D'Azeglio, Cesare Balbo, Giacomo Durando. Questo lungo cammino lo porteraĢ€ a diventare il protagonista del primo Risorgimento.

Ma il re eĢ€ ugualmente preoccupato delle condizioni sociali del suo regno, e appoggia ogni iniziativa di beneficenza e di istruzione popolare. Anche i preti e i politici, in questo tempo, sono divisi da tendenze favorevoli o contrarie alle idee liberali. Ma si trovano fianco a fianco sullo stesso campo di battaglia, contro la miseria materiale e morale della gente.

In questi anni Torino vede sorgere un ventaglio di scuole popolari per lavoratori. Nell'anno scolastico 1840-41 le scuole maschili della MendicitaĢ€ sono 10 con 927 alunni; le femminili 9 con 519 alunne. Nel 1845 verranno aperte per i lavoratori due scuole di meccanica e di chimica applicata. Nel 1846 « alle 8 scuole serali dei Fratelli delle Scuole Cristiane si presentano 700 operai », scrive Carlo Ignazio Giulio.

Don Bosco si sta invece concentrando sul problema dei giovani. Don Cafasso lo vede, e decide di provocarlo fino in fondo.

16.
“MI CHIAMO BARTOLOMEO GARELLI”.

I torinesi chiamano don Cafasso “il prete della forca”. PercheĢ scende nelle prigioni a consolare i detenuti. E se qualcuno viene condannato a morte, sale sulla carretta accanto a lui, e lo conforta fino al luogo del supplizio.

Le prigioni di Torino, in questo tempo, sono quattro: due per le donne e due per gli uomini. Queste ultime sono il correzionale (presso la chiesa dei Ss. Martiri) e le prigioni senatorie (un edificio quadrato in via San Domenico).

Mentre parte per una delle solite visite, un giorno don Cafasso invita don Bosco ad accompagnarlo.

I corridoi oscuri, le mura nere e umide, l'aspetto triste e squallido dei detenuti, lo turbano profondamente. Prova ribrezzo, e anche la sensazione di soffocare.

Ma cioĢ€ che gli procura un dolore vivo eĢ€ la vista di ragazzi dietro le sbarre. Scrive: “Vedere un numero grande di giovanetti, dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d'ingegno sveglio, vederli laĢ€ inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e materiale, fu cosa che mi fece inorridire”.

TornoĢ€ altre volte, con don Cafasso e anche da solo. CercoĢ€ diĢ€ parlare con loro non solo “facendo la lezione di catechismo” (che veniva vigilata dalle guardie), ma a tu per to. All'inizio le reazioni furono aspre. Dovette mandare giuĢ€ insulti pesanti. Ma a poco a poco qualcuno si mostroĢ€ meno diffidente, riusciĢ€ a parlare da amico ad amico.

Venne cosiĢ€ a conoscere le loro povere storie, il loro avvilimento, la rabbia che a volte li rendeva feroci. Il “delitto” piuĢ€ comune era che avevano rubato. Per fame, per desiderio di qualcosa oltre il sostentamento scarso, e anche per invidia della gente ricca che sfruttava il loro lavoro e li lasciava nella miseria.

La societaĢ€ non aveva saputo far niente per loro, e li rinchiudeva laĢ€ dentro.
Erano nutriti di pane nero e di acqua. Dovevano obbedire per forza ai secondini che

avevano paura e percioĢ€ picchiavano al minimo pretesto.
Erano rinchiusi in stanzoni collettivi, dove i piuĢ€ mascalzoni diventavano i maestri di vita. “Quello che piuĢ€ mi impressionava - scrive don Bosco - era che molti, quando uscivano,

erano decisi a fare una vita diversa, migliore”. Magari solo per la paura della prigione. “Ma dopo poco tempo finivano di nuovo liĢ€”.

CercoĢ€ di capirne la causa, e concluse: “PercheĢ sono abbandonati a se stessi”. Non avevano famiglia, o i parenti li respingevano percheĢ la prigione “li aveva disonorati per sempre”.

“Dicevo tra me stesso: questi ragazzi dovrebbero trovare fuori un amico che si prende cura di loro, che li assiste, li istruisce, li conduce in chiesa nei giorni festivi. Allora non tornerebbero piuĢ€ in prigione”.

Di giorno in giorno riesce a farsi qualche amico. Le sue “lezioni di catechismo dietro le sbarre” vengono ascoltate piuĢ€ volentieri. “Man mano che facevo loro sentire la dignitaĢ€ dell'uomo - scrive - provavano un piacere nel cuore, risolvevano di farsi piuĢ€ buoni”.

Ma sovente, quando torna, tutto eĢ€ distrutto. I volti sono tornati duri, le voci sarcastiche sibilano bestemmie. Don Bosco non sempre riesce a vincere l'avvilimento. Un giorno scoppia a piangere. C'eĢ€ un attimo di incertezza.

- PercheĢ quel prete piange? -, domanda qualcuno.
- PercheĢ ci vuole bene. Anche mia madre piangerebbe se mi vedesse qui dentro.

I parroci aspettano.

Uscendo, don Bosco ha preso una decisione incrollabile: “Bisogna impedire ad ogni costo che dei ragazzi cosiĢ€ giovani finiscano in prigione. Voglio essere il salvatore di questa gioventuĢ€”.

“Comunicai questo pensiero a don Cafasso - scrive - e con il suo consiglio cercai il modo di tradurlo in realtaĢ€”.

Altri preti a Torino stanno cercando soluzioni per i problemi dei giovani, e seguono strade diverse.

Le parrocchie sono quattordici in cittaĢ€ e due nei sobborghi. I parroci sentono il problema dei giovani, ma stanno ad aspettarli nelle sa

crestie e nelle chiese, per il catechismo serale, domenicale e quaresimale. Rimpiangono i «bei tempi» in cui i giovani immigrati arrivavano accompagnati da una lettera del parroco di origine al loro collega cittadino. Non si accorgono che sotto l'ondata della crescita popolare quegli schemi di comportamento sono saltati, quei «bei tempi» non torneranno piuĢ€.

Occorre inventare schemi nuovi, tentare vie diverse. I viceparroci che continuano a occuparsi di funerali e di battesimi dovrebbero tentare un apostolato volante tra botteghe, officine, mercati

A Milano, dove la rivoluzione industriale si fa sentire da anni il problema dei giovani sbandati eĢ€ stato giaĢ€ affrontato. Si puoĢ€ ormai vedere una rete di istituzioni adeguate ai tempi: gli “oratori” Nel 1850 l'annuario diocesano milanese elencheraĢ€ quindici oratori alcuni con

decenni di esperienza alle spalle. A Brescia, don Ludovico Pavoni ha iniziato il suo oratorio per ragazzi “poveri rozzi disprezzati” addirittura nel 1809.

A Torino, invece, il problema continua a rimanere problema. I parroci esitano. Ancora nel 1846, dopo che preti torinesi si sono recati a vedere le opere giovanili di Milano, concluderanno- “I parroci della cittaĢ€ di Torino, raccolti nelle loro conferenze trattarono sulla convenienza degli oratori. Ponderati i timori e le speranze non potendo ciascun parroco provvedere un oratorio nella rispettiva parrocchia, incoraggiano il sacerdote Giovanni Bosco a continuare (il suo oratorio) fincheĢ non sia presa altra deliberazione”

Mentre i parroci esitano, si muovono i preti giovani.

L'esperimento di don Cocchi.

Il primo eĢ€ don Giovanni Cocchi, un vivace sacerdote che viene dalla provincia, da Druent. EĢ€ stato ordinato sacerdote nel 1836 mentre dori Bosco era alla fine del primo anno di filosofia in seminario.

Al Moschino, una localitaĢ€ miserrima e malfamata in borgo Vanchiglia, fonda nel 1841 il primo oratorio di Torino (un tentativo l'ha giaĢ€ fatto nel 1840) e lo mette sotto la protezione dell'Angelo Custode. EĢ€ nella zona della parrocchia dell'Annunziata, verso il Po.

Don Cocchi eĢ€ un prete geniale e sensibile, ha le idee brillanti e i colpi di testa dell'iniziatore, non sempre la costanza e la vista lunga del realizzatore. E ha idee liberali, assume atteggiamenti di fronda rispetto alla linea politica del suo Arcivescovo e del Papa

Questo lo rende “sospetto”, anche se ha una caritaĢ€ operosa che scuote l'inerzia di tanti altri ecclesiastici.

Nel 1849-50 saraĢ€ tra gli animatori della “Associazione di caritaĢ€ a proĢ€ dei giovani orfani ed abbandonati”, piuĢ€ tardi del “Collegio degli Artigianelli”, dell'oratorio San Martino, della “Colonia agricola” di Moncucco, sempre a favore dei giovani e delle classi disagiate.

Altri preti, insieme a don Cocchi, si stanno gettando al lavoro pastorale tra i giovani. Sono preti “liberi” da impegni parrocchiali. Molti sono stati o sono nel Convitto ecclesiastico, affratellati dalle esperienze vive che affrontano insieme.

Don Cafasso stesso - ricorda don Bosco - “giaĢ€ da parecchi anni, in tempo estivo, faceva ogni domenica un catechismo ai garzoni muratori in una stanzetta annessa alla sacrestia della chiesa di S. Francesco di Assisi. La gravezza peroĢ€ delle sue occupazioni gli fece interrompere un esercizio a lui tanto caro”.

Anche don Bosco, come abbiamo detto, appena entrato al Convitto, si eĢ€ messo per le strade. Ha incontrato diffidenze e ostilitaĢ€, ma anche ragazzi che gli si sono affezionati. “Mi trovai una schiera di giovanetti che mi seguivano per i viali, le piazze, nella stessa sacrestia della chiesa del Convitto”.

Don Cafasso vuole affidargli la continuazione del suo catechismo ai piccoli muratori, ma dopo l'esperienza traumatizzante delle carceri don Bosco pensa a qualcosa di piuĢ€ consistente.

Vuole - come ha detto al Cafasso - realizzare un centro in cui i ragazzi abbandonati dalla famiglia trovino un amico, dove i giovani ex-carcerati sappiano di avere un aiuto e un sostegno. Un centro non legato a una parrocchia ma alla sua persona. E che non solo funzioni alla domenica per il catechismo, ma si prolunghi per tutta la settimana mediante l'amicizia, l'assistenza, gli incontri sul luogo di lavoro.

Un'Ave Maria per cominciare.

Il timido inizio di questa realizzazione (che contiene giaĢ€ quasi tutta l'originalitaĢ€ dell'oratorio di don Bosco) avviene nella mattinata dell'8 dicembre 1841. Nello stesso anno in cui don Cocchi ha fondato in Torino il primo oratorio. Trentacinque giorni dopo l'arrivo di don Bosco al Convitto.

EĢ€ lui stesso a descrivere la scena, con la squisitezza e la semplicitaĢ€ di una pagina antica:

“Il giorno solenne dell'Immacolata Concezione di Maria, ero in atto di vestirmi dei sacri paramenti per celebrare la santa Messa. Il chierico di sacrestia, Giuseppe Comotti, vedendo un giovanetto in un canto, lo invitoĢ€ a venirmi a servire la Messa.

- Non so - gli rispose mortificato.
- Vieni - replicoĢ€ l'altro -, voglio che tu serva Messa.
- Non so - ripeteĢ€ il giovanetto -, non l'ho mai servita.
- Bestione che sei! - disse il sacrestano furioso -. Se non sai servire Messa, percheĢ

vieni in sacrestia? -. CioĢ€ dicendo impugna la pertica dello spolverino e giuĢ€ colpi sulle spalle e sulla testa di quel poveretto.

Mentre l'altro se la dava a gambe:
- Che fate? - gridai ad alta voce -. PercheĢ lo picchiate?
- PercheĢ viene in sacrestia e non sa servir Messa.
- Avete fatto male.
- A lei che importa?
- EĢ€ un mio amico. Chiamatelo subito, ho bisogno di parlare con lui”.

Il ragazzo torna, mortificato. Ha i capelli rapati, la giacchetta sporca di calce. Un giovane immigrato. Probabilmente i suoi gli hanno detto: “Quando sarai a Torino, vai alla Messa”. Lui eĢ€ venuto, ma non se l'eĢ€ sentita di entrare nella chiesa tra la gente ben vestita. Ha provato a entrare nella sacrestia, come gli uomini e i giovanotti usano fare in tanti paesi di campagna.

“Gli domandai con amorevolezza:
- Hai giaĢ€ ascoltato la Messa?
-No. '
- Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti faraĢ€ piacere.

Me lo promise. Celebrata la Messa e fatto il ringraziamento, lo condussi in un coretto, e con faccia allegra gli parlai:

- Mio buon amico, come ti chiami? - Bartolomeo Garelli.
- Di che paese sei?
- Di Asti.

- Che mestiere fai? - Il muratore.
- EĢ€ vivo tuo papaĢ€? - No, eĢ€ morto.

- E tua mamma?
- EĢ€ morta anche lei.

- Quanti anni hai?
- Sedici.
- Sai leggere e scrivere?
- No.
- Sai cantare? - il giovinetto, asciugandosi gli occhi, mi fissoĢ€ in viso quasi meravigliato

e rispose: - No.
- Sai fischiare? - Bartolomeo si mise a ridere. Era cioĢ€ che volevo. Cominciavamo ad

essere amici.
- Hai fatto la prima Comunione?
- Non ancora.
- E ti sei giaĢ€ confessato?
- SiĢ€, quando ero piccolo.
- E vai al catechismo?
- Non oso. I ragazzi piuĢ€ piccoli mi prendono in giro.
- Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo? - Molto volentieri.
- Anche in questo posto?

- PurcheĢ non mi diano delle bastonate!

- Stai tranquillo, ora sei mio amico, e nessuno ti toccheraĢ€. Quando vuoi che cominciamo?

- Quando a lei piace. - Anche subito?
- Con piacere”.

Don Bosco s'inginocchia e recita un'Ave Maria. Quarantacinque anni dopo, ai suoi Salesiani, diraĢ€: “Tutte le benedizioni piovuteci dal cielo sono frutto di quella prima Ave Maria detta con fervore e con retta intenzione”.

Finita l'Ave Maria, don Bosco si fa il segno di croce “per cominciare”, ma si accorge che Bartolomeo non lo fa, o meglio fa un gesto che ricorda solo vagamente il segno della croce. Allora, con dolcezza, glielo insegna bene. E gli spiega in dialetto (sono astigiani tutti e due!) percheĢ chiamiamo Dio “Padre”. Alla fine gli dice:

- Vorrei che venissi anche domenica prossima, Bartolomeo. - Volentieri.
- Ma non venire solo. Porta con te dei tuoi amici.

Bartolomeo Garelli, muratorino di Asti, fu il primo ambasciatore di don Bosco tra i giovani lavoratori del suo quartiere. RaccontoĢ€ l'incontro con il prete simpatico “che sapeva fischiare anche lui”, e riferiĢ€ il suo invito.

Quattro giorni dopo era domenica. Nella sacrestia entrarono in nove. Non venivano “alla chiesa di San Francesco d'Assisi”, venivano “a cercare don Bosco”. L'oratorio era nato.

“Subito”: una parola come un marchio.

Nel dialogo con Bartolomeo Garelli c'eĢ€ la parola “subito”. Sembra una parola come tante altre. Invece eĢ€ come un granello, che quando lo semini ti daĢ€ una pianta.

In questo momento (1841), “subito” eĢ€ la parola d'ordine di tutto un gruppo di preti torinesi. Nella incertezza della prima rivoluzione industriale, nell'impossibilitaĢ€ di trovare belli e fatti piani e programmi di azione, questi preti gettano tutte le loro energie nel fare “subito” qualcosa per i giovani poveri, per la gente miserabile.

Ma questo “subito” rimarraĢ€ in modo particolare il marchio di don Bosco, e poi dei suoi Salesiani, che si specializzeranno come uomini del “pronto intervento” tra i ragazzi poveri.

Torneremo nelle pagine seguenti a dire qualcosa su don Bosco e la questione sociale. Ma ci preme far notare fin d'ora come don Bosco eĢ€ “tirato dentro l'azione” dall'urgenza, dall'impossibilitaĢ€ di aspettare.

“Fare qualcosa SUBITO”, percheĢ i giovani poveri non possono permettersi il lusso di aspettare le riforme, i piani organici, le rivoluzioni del sistema. Certo, il “subito” non basta. “Se incontri uno che muore di fame, invece di dargli un pesce, insegnagli a pescare”, si diraĢ€ giustamente. Ma eĢ€ anche vero il rovescio della frase: “Se incontri uno che muore di fame, dagli un pesce, percheĢ abbia tempo di imparare a pescare”. Non basta il “subito”, l'intervento immediato, ma non basta nemmeno “preparare un futuro diverso”, percheĢ intanto i poveri muoiono di miseria.

Don Bosco e i suoi primi Salesiani si calamiteranno sul “subito”, sul pronto intervento. Daranno ai giovani poveri catechismo, pane, istruzione professionale, mestiere protetto da un buon contratto di lavoro. E attenderanno che altri cattolici, in concorrenza con socialisti, comunisti, anarchici, preparino i piani per aggredire e trasformare lo Stato liberale, che ipocritamente “si astiene” dai conflitti di lavoro, cioeĢ€ lascia che i potenti facciano i prepotenti, e che i deboli vengano schiacciati.

17. L'ORATORIO DEI PICCOLI MURATORI.

Sul pulpito di S. Francesco un giovane prete predica con impegno. Presso un altare laterale, seduti sui gradini della balaustra, alcuni garzoni muratori dormono, uno appoggiato alla spalla dell’altro.

Don Bosco passa per la chiesa, tocca il primo sulla spalla. Tutti si svegliano imbarazzati. Lui sorride. Sottovoce domanda:

- PercheĢ dormite?
- Non capiamo niente - borbotta il piuĢ€ grande.
- Tanto quel prete liĢ€ non parla mica per noi - aggiunge il suo vicino. - Venite con me.

In punta di piedi li conduce in sacrestia. “Erano Carlo Buzzetti, Gioanni Gariboldi, Germano” ricordava con commozione don Bosco ai suoi primi Salesiani. Piccoli muratori lombardi che per trenta-quarant'anni gli sarebbero stati accanto, che tutti a Valdocco conoscevano. “Allora erano semplici garzoni, ora sono capimastri” (Memorie, p. 129).

In sacrestia arriva anche Bartolomeo e i suoi amici. Il numero s'ingrossa. Don Bosco li aiuta a pregare, fa una predichina tutta per loro, vivace, dialogata, effervescente di fatti e di notizie curiose. Poi prendono posto nei banchi della chiesa per ascoltare la Messa di don Bosco.

Ma la mattinata eĢ€ lunga, e dopo la Messa e la pagnotta della colazione i ragazzi hanno voglia di giocare. Le prime corse le fanno nel cortile del Convitto, un po' di sfroso. Quando passa un prete smettono subito.

Ma don Guala e don Cafasso capiscono. Danno un formale permesso che i ragazzi di don Bosco giochino “nel cortile annesso” ogni domenica. Quel permesso non lo ritirarono mai, per tre anni,

anche se quando lo diedero i ragazzi erano una quindicina, dopo tre mesi venticinque, nell'estate ottanta.

Significava rinunciare tutte le domeniche alla calma, al sonnellino pomeridiano. Ottanta ragazzi sotto le finestre sono un concerto, la prima volta, ma la decima volta fanno saltare i nervi a chiunque.

Immaginette ma anche pagnotte.

Don Bosco capisce che non deve tirare troppo la corda, e quando il tempo lo permette, nel pomeriggio porta i ragazzi a passeggio sulla collina, lungo i fiumi, ai santuari della Madonna.

Si propone, in quel primo inverno, di raccogliere soltanto i giovani “piuĢ€ pericolanti, e di preferenza quelli usciti dal carcere”. Ma nella sua vita, don Bosco non saraĢ€ mai capace di mandar via un ragazzo che chiede di stare con lui. E in brevissimo tempo la sua “truppa” ha la maggioranza formata da “scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori che venivano da paesi lontani”, e per varie ragioni nella stagione morta (dicembre-marzo) non hanno potuto tornare a casa.

Don Guala e don Cafasso, che spingono i loro giovani preti a fare esperienze simili a quelle di don Bosco (don Carpano e don Ponte, di sei anni piuĢ€ giovani di don Bosco, inizieranno presto a radunare i giovani spazzacamini della Valle d'Aosta), si prestano a confessare i ragazzi, vengono a chiacchierare con loro, li aiutano anche.

Don Bosco scrive un po' impacciato: “Mi davano volentieri immagini, foglietti, libretti, medaglie, piccole croci da regalare”. Ma i suoi muratorini e i suoi ex-carcerati hanno bisogni piuĢ€ urgenti dei foglietti e delle medaglie. Lo fa presente, e “mi diedero mezzi per vestire alcuni che erano in maggior bisogno, diedero pane ad altri per piuĢ€ settimane, fino a tanto che col lavoro potessero guadagnarsene da seĢ”.

Cercare un lavoro per chi non ne ha, ottenere condizioni migliori per chi eĢ€ giaĢ€ occupato, diventa un'occupazione fissa di don Bosco lungo la settimana. “Andavo a visitarli in mezzo ai loro lavori nelle officine, nei cantieri. Tal cosa produceva grande gioia ai miei giovanetti, che vedevano un amico prendersi cura di loro; faceva piacere anche ai loro padroni, che prendevano volentieri alle loro dipendenze giovani assistiti lungo la settimana e nei giorni

festivi”.

Gli ex-carcerati erano il problema piuĢ€ delicato. Cercava di “collocarli a lavorare presso qualche onesto padrone uno per uno”, li andava “a visitare lungo la settimana”. I risultati erano buoni: “Si davano a una vita onorata, dimenticavano il passato, diventavano buoni cristiani e onesti cittadini”.

Ogni sabato, don Bosco tornava nelle prigioni, a continuare il suo apostolato piuĢ€ difficile: “Mi recavo nelle carceri con le saccocce piene ora di tabacco, ora di frutti, ora di pagnottelle. Sempre con lo scopo di far del bene ai giovani che per disgrazia erano finiti laĢ€ dentro, rendermeli amici, e invogliarli a venire all'Oratorio quando fossero usciti dal luogo di punizione”.

Dodici battute musicali.

2 febbraio 1842. EĢ€ la festa della Purificazione di Maria (allora festa di precetto). Ai suoi venticinque ragazzi, don Bosco ha insegnato a cantare. “Senza musica - scrive - i nostri incontri festivi sarebbero stati un corpo senz'anima”. Cantano a squarciagola sui sentieri delle colline, ma hanno imparato anche a cantare con delicatezza una semplice lode alla Madonna, Lodate Maria.

Nella festa della Purificazione, durante la Messa, la gente guarda meravigliata quei 25 “barabbotti” che cantano bene, che fanno simpatia.

Quella brevissima lode mariana (dodici modeste battute musicali) scivoleraĢ€ di oratorio in oratorio, di scuola salesiana in scuola salesiana, e ancora oggi (1979) puoĢ€ essere ascoltata tra i ragazzi Khasi nel nord-India, tra le baracche delle squallide periferie di Brasilia e di CorumbaĢ€.

Fa sorridere il pensiero che quel primo, modestissimo successo musicale di don Bosco, eĢ€ quasi contemporaneo (appena 35 giorni di differenza) a un altro ben piuĢ€ consistente esito musicale: il 9 marzo, alla Scala di Milano, il giovane maestro Verdi mette in scena Nabucco, con il coro Va' pensiero che dilagheraĢ€ per tutta l'Europa.

Il ragazzino di Caronno.

Primavera. I muratorini che sono tornati ai loro paesi durante la stagione morta, arrivano nuovamente in cittaĢ€. La truppa di don Bosco aumenta di domenica in domenica. Da Caronno Ghiringhello (oggi Caronno Varesino) eĢ€ arrivato anche Giuseppe Buzzetti, il fratellino piuĢ€ piccolo di Carlo. Ha solo 10 anni. Si affeziona a don Bosco come un cucciolo. Non si staccheraĢ€ mai piuĢ€ da lui.

Dalla primavera del 1842 all'alba del 31 gennaio 1888, quando don Bosco moriraĢ€, Giuseppe Buzzetti gli saraĢ€ sempre accanto, testimone calmo e tranquillo di tutta la vicenda umana e divina del prete “che gli vuole bene”. Molti avvenimenti della vita di don Bosco sarebbero ormai classificati “leggende”, nel nostro tempo diffidente e smitizzatore, se non fossero stati visti dagli occhi semplici del muratorino di Caronno, che era sempre liĢ€, a due passi dal “suo” don Bosco.

“Se avessi soltanto un pezzo di pane”.

CioĢ€ che lega i ragazzi a don Bosco eĢ€ la sua bontaĢ€ cordiale, profonda. I ragazzi “sentono” questa bontaĢ€, e la vedono in atti concreti, in gesti toccanti. Ogni momento della giornata di don Bosco eĢ€ a loro disposizione.

Se hanno bisogno di imparare a leggere, a fare le quattro operazioni, don Bosco trova le ore o le persone adatte per far loro scuola.

Se hanno un cattivo padrone o sono disoccupati, si daĢ€ da fare, mette in moto gli amici

per trovare un posto, un padrone onesto e cristiano.
Anche se hanno bisogno urgente di denaro, sanno che don Bosco eĢ€ pronto a rovesciare

il suo borsellino nelle loro mani.
Se la loro giornata eĢ€ grigia, dura, gli dicono: “Venga a trovarmi”, e lui va. Entra

nell'officina, nei cantieri. Vederlo, parlargli, eĢ€ un momento di sollievo.
Una delle frasi che molti si sentono dire (e che custodiranno nella memoria come un

tesoro) eĢ€: “Ti voglio cosiĢ€ bene, che se un giorno avessi soltanto piuĢ€ un pezzo di pane, lo farei a metaĢ€ con te”.

Quando ha da rimproverare qualcuno, lo fa, ma non in presenza di altri, per non mortificarlo. Se fa una promessa, eĢ€ pronto a buttarsi nel fuoco per mantenerla.

In questi anni, molti preti si stanno impegnando nel fare del bene ai ragazzi poveri. Il loro atteggiamento ha una caratteristica comune, che possiamo chiamare “amorevolezza seria”. Basta leggere il regolamento del santo Ludovico Pavoni, i manuali educativi dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Si deve essere amorevoli con i ragazzi, ma non permettere che alzino troppo la voce, che abbiano un'allegria rumorosa. Occorre imporre silenzio, raccoglimento, altrimenti nel ragazzo si scatena la “bestiolina”.

L'amorevolezza di don Bosco ha una caratteristica diversa, eĢ€ “allegra”. GiaĢ€ fondatore della “SocietaĢ€ dell'allegria”, don Bosco

conosce il valore della gioia rumorosa, dello scatenamento allegro delle energie compresse in quella cartuccia esplosiva che chiamiamo giovinezza. Li invita lui stesso: “Giocate, saltate, fate chiasso. A me interessa che non facciate peccati”.

L'aria libera, il cortile dove si puoĢ€ correre a perdifiato, sono l'ambiente ideale per don Bosco. Assiste i suoi giovani, certo, percheĢ non facciano e non si facciano del male. Non eĢ€ peroĢ€ un'assistenza mortificante, ma stimolante. Egli intuisce che l'educatore non deve rimanere estraneo all'allegria dei ragazzi, deve parteciparvi, deve organizzarla quando non nasce spontanea, e impedire tutto cioĢ€ che puoĢ€ rovinarla.

E i ragazzi gli vogliono bene, gli si affezionano in maniera totale. Incontrarsi con lui eĢ€ un momento di festa.

In via Milano, presso Palazzo di CittaĢ€, incontra un ragazzo che torna da fare la spesa. Ha le mani ingombre da una bottiglia d'olio e da un bicchiere d'aceto, ma appena vede don Bosco gli corre incontro gridando: “Buongiorno, don Bosco!”. L'olio e l'aceto sbandano pericolosamente nei recipienti.

Don Bosco ride nel vederlo felice, e scherza con lui: “Scommetto che non sei capace a fare come faccio io”. E si mette a battere le mani una contro l'altra. Il ragazzino, nella festa dell’incontro, non capisce lo scherzo. Mette la bottiglia scivolosa sotto il braccio e batte le mani come puoĢ€ gridando: “Viva don Bosco!”.

Bicchiere e bottiglia schizzano via e vanno in pezzi. Rimane mortificato:
- Povero me, a casa la mamma mi picchia.
- Stai tranquillo, eĢ€ un male a cui rimediamo subito - gli dice don Bosco. Entrano in una

drogheria, e don Bosco compra olio e aceto.

“La presidenza al Papa, la spada a Carlo Alberto”.

Aprile 1842. Torino eĢ€ in festa. Vittorio Emanuele, il principe ereditario, sposa Adelaide figlia dell'arciduca austriaco Ranieri, vicereĢ del Lombardo-Veneto. Durante le feste, due avvenimenti eccezionali: sulla loggia di Palazzo Madama viene esposta la sacra Sindone; ai rivoluzionari del 1821 che sono ancora in esilio viene concessa l'amnistia.

EĢ€ un altro passo cauto di Carlo Alberto verso i liberali moderati. L'anno successivo (1843) a Bruxelles l'esule piemontese, V. Gioberti, pubblicheraĢ€ un libro che faraĢ€ molto rumore, Del Primato

morale e civile degli italiani. In quelle pagine sono contenute le principali idee di quel

riformismo moderato liberale che verraĢ€ chiamato “neoguelfismo”. La grandezza d'Italia - afferma Gioberti - eĢ€ congiunta inseparabilmente con la grandezza del Papato. L'indipendenza dell'Italia, quindi, si dovraĢ€ realizzare mediante la federazione degli Stati italiani sotto la presidenza del Papa. “La presidenza al Papa, la spada a Carlo Albero” diventeraĢ€ la parola d'ordine dei neo-guelfi.

Carlo Alberto se ne compiace, ma tiene l'occhio sospettoso verso l'Austria. A Torino un altro liberale moderato, Cesare Balbo, sta ultimando un altro libro che faraĢ€ a sua volta rumore, Le speranze d'Italia. Il re, in modo discreto, gli fa arrivare il suo compiacimento, ma anche il consiglio di farlo stampare a Parigi. Contemporaneamente invia una protesta ufficiale al governo francese di Luigi Filippo, percheĢ il generale Perrone “che qui da noi eĢ€ stato condannato all'impiccagione” ha ricevuto un alto comando a Lione. Perrone, liberale, rientreraĢ€ in Piemonte con tutti gli onori nel 1848. Dall'ottobre al novembre di quell'anno diventeraĢ€ addirittura Primo Ministro di Carlo Alberto. Don Bosco osserva tutto, e la sua diffidenza verso la politica si rafforza.

“Avete una veste troppo leggera”.

30 aprile 1842. A Chieri muore il canonico Cottolengo. Nella sua “Piccola Casa”, i malati incurabili sono parecchie centinaia. Qualche anno prima, il ministro delle Finanze l'aveva mandato a chiamare.

- Lei eĢ€ il direttore della Piccola Casa della Divina Provvidenza?
- No. Io sono un semplice manovale della Provvidenza.
- SaraĢ€. Ma dove prende i mezzi per mantenere tutti quei malati? - Gliel'ho giaĢ€ detto, dalla Provvidenza.

Quell'uomo, abituato a tenere i piedi saldamente per terra, ad esaminare entrate, uscite e bilanci, perse la pazienza:

- Ma il denaro, reverendo, i quattrini. Di dove li fa saltare fuori?

- E dagliela! Ma se gliel'ho giaĢ€ detto due volte. La Divina Provvidenza ci fornisce di tutto, non ci ha mai lasciato mancare niente. Io moriroĢ€, moriraĢ€ anche lei, signor ministro, ma la Provvidenza continueraĢ€ a pensare ai poveri della Piccola Casa.

Quando la salute del Cottolengo aveva cominciato a vacillare, lo stesso Carlo Alberto lo aveva fatto chiamare a Palazzo Reale.

- Signor canonico - gli disse con il suo fare piuttosto brusco -, vogliate considerare che anche voi siete soggetto alla legge inesorabile della morte. Che avverraĢ€ quel giorno delle centinaia di orfani, invalidi, incurabili che avete riunito nella vostra Casa?

Mentre il re parlava, il Cottolengo sbirciava dall'ampia finestra da cui si vedeva la piazza. Si sentiva il passo secco e cadenzato di alcuni soldati. Un plotone, appena arrivato, si stava schierando di fronte ad un altro.

- MaestaĢ€, cosa sta succedendo?

- EĢ€ il cambio della guardia. Il plotone che adesso eĢ€ arrivato prende il posto di quello che se ne va.

Il Cottolengo sorrise:

- Eccola liĢ€ la risposta alla vostra domanda. Anche nella Piccola Casa avverraĢ€ un semplice cambio di guardia. Il canonico Cottolengo se ne andraĢ€, e la Provvidenza manderaĢ€ un altro a prenderne il posto.

Fu realmente cosiĢ€. Alla sua morte gli successe il canonico Anglesio, e la Piccola Casa continuoĢ€ tranquillamente la sua vita, tra il mercato generale della cittaĢ€ e gli edifici della marchesa Barolo.

Don Bosco, in quei giorni, ricordoĢ€ il suo primo incontro con il Cottolengo. Era arrivato da poco a Torino, ed era andato a visitare la Piccola Casa. Il canonico gli aveva chiesto il nome, la provenienza, poi gli aveva detto con quel suo fare svagato e scherzoso:

- Avete la faccia da galantuomo. Venite a lavorare nella Piccola Casa. Il lavoro non vi mancheraĢ€.

Don Bosco vi si era recato molte volte, a confessare i malati, a passare qualche ora con i ragazzi invalidi. Un giorno il Cottolengo l'aveva ancora incontrato (era presente il giovane

Domenico Bosso), gli aveva preso tra le dita un lembo della veste nera, e palpandola aveva detto:

- EĢ€ troppo leggera. Procuratevene una molto piuĢ€ resistente, percheĢ molti ragazzi si appenderanno a questa veste.

Parlava tranquillamente di Dio.

Si appendevano sul serio. Man mano che i mesi passavano, i ragazzi dell'oratorio aumentavano. Avevano passato il numero di cento. Non avevano bisogno soltanto di pane e di lavoro, ma di fede, che nutre anche quando il pane eĢ€ scarso. E don Bosco, che

non era un filantropo ma un prete, si preoccupava di farli incontrare con Dio.
“Era per me una cosa singolare - scrive - lungo la settimana e specialmente nei giorni festivi, vedere il mio confessionale attorniato da quaranta o cinquanta giovani, che

attendevano anche lungo tempo per potersi confessare”.
Confessarsi non eĢ€ una cosa facile per i ragazzi. Don Bosco li aiutava suggerendo delle

norme semplicissime: “Se non sai come esprimerti, di' soltanto al confessore che ti aiuti. Il confessore ne ha abbastanza, ti faraĢ€ alcune domande e tutto saraĢ€ aggiustato”.

Al confessionale - scrive Pietro Stella - don Bosco si accostava con un vivissimo senso del peccato e della vita di grazia. Non soltanto come giudice, ma specialmente come padre, desideroso di accrescere nei ragazzi la vita della grazia. Negli anni del Convitto si consolidoĢ€ nella persuasione che non col rigore, ma con la bontaĢ€ avrebbe portato le anime a Dio.

Il coronamento naturale della confessione era la Comunione, alla quale molti dei suoi ragazzi si accostavano tutte le settimane.

Anche nella conversazione ordinaria, tra i giochi e le passeggiate, don Bosco parlava tranquillamente di Dio. Non faceva il minimo sforzo, con i suoi ragazzi, a scambiare battute allegre, raccontare barzellette, e parlare del Cielo. In un momento di grande gioia, guardava i suoi ragazzi e diceva:

- Che piacere quando saremo tutti in Paradiso!

Qualche volta si discuteva, e l'argomento magari scivolava sul bene, sul male, sulla vita, sull'aldilaĢ€. Qualcuno gli domandava:

- E io mi salveroĢ€? E lui:

- Vorrei vedere che andassi all'inferno! Credi che il Signore abbia creato il Paradiso per lasciarlo vuoto? Certo, arrampicarsi lassuĢ€ costa sacrificio, ma io voglio che lassuĢ€ ci ritroviamo tutti. Che festa faremo!

18.
LA MARCHESA E IL PADRE PICCOLO.

Estate 1844. I tre anni di Convitto per don Bosco sono trascorsi.

Don Cafasso scende nella periferia di Valdocco e va a trovare il teologo Borel, direttore spirituale del Rifugio fondato dalla marchesa Barolo.

- Vorrei mandare qui da voi un bravo prete. Dovreste procurargli una stanza e uno stipendio.

- Ma qui non c'eĢ€ nemmeno lavoro per me. Cosa posso fargli fare?

- Lasciatelo libero. Se vi preoccupa lo stipendio, lo pago io. Si chiama don Bosco, e al Convitto ha iniziato una specie di oratorio per ragazzi poveri. Se non gli troviamo un posto in cittaĢ€, l'Arcivescovo lo manderaĢ€ viceparroco in qualche paese, e i ragazzi di quell'oratorio torneranno in mezzo alla strada. Sarebbe un vero peccato.

- Allora d'accordo. Ne parlo alla marchesa.
Don Cafasso torna al Convitto e dice a don Bosco:
- Fate fagotto e andate al Rifugio. Lavorerete accanto al teologo Borel, e avrete tempo

per badare ai vostri ragazzi.

Il cilicio sotto le vesti raffinate.

La marchesa Giulia Francesca di Colbert aveva in quel tempo un posto di primissimo piano nella societaĢ€ torinese. Fuggita dalla Francia durante la rivoluzione, aveva sposato il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, che nel 1825 era stato sindaco di Torino.

Il marchese era morto nel 1838 lasciandola senza figli e con un immenso patrimonio. La marchesa, 53 anni, indossoĢ€ sotto le vesti raffinate il cilicio della penitenza, e si dedicoĢ€ completamente ai poveri. «Devo scontare tutti i privilegi degli avi, devo saldare i debiti

che hanno contratto con i miseri e con gli sfruttati», scrisse nelle sue Memorie.
PassoĢ€ per molti mesi tre ore giornaliere nelle carceri delle donne. SopportoĢ€ insulti, umiliazioni, qualche volta fu picchiata, per aiutare e istruire quelle povere donne. Alla fine ottenne dalle autoritaĢ€ di separare le prigioni femminili da quelle maschili. TrasportoĢ€ le

prigioniere in un edificio piuĢ€ salubre, fatto preparare da lei.
CreoĢ€ orfanotrofi e “famiglie” per ragazze operaie.
A Valdocco, accanto alla Piccola Casa del Cottolengo, costruiĢ€ il Rifugio, per le donne di

strada che volevano rifarsi una vita. Accanto, apriĢ€ la casa delle Maddalenine, per le ragazze pericolanti che avevano meno di quattordici anni.

In quel 1844 aveva fatto iniziare una terza costruzione, l'Ospedaletto di Santa Filomena, per le bambine ammalate o storpie.

Impegnata in prima persona tra queste opere di caritaĢ€, non cessoĢ€ di essere elegante, vivace. Nel suo salotto si davano convegno i piuĢ€ noti intellettuali del tempo. Silvio Pellico le faceva da segretario, e nel suo palazzo aveva scritto Le mie Prigioni. Camillo Cavour era suo amico e confidente. Gli scrittori Balzac e Lamartine le scrivevano tenendola informata sulle cose di Francia.

Il teologo Borel si incontroĢ€ con la marchesa:
- Ho trovato il direttore spirituale per il vostro Ospedaletto. Si chiama don Bosco e

viene dal Convitto.
- D'accordo, ma l'Ospedaletto eĢ€ ancora in costruzione. Ne riparliamo fra sei mesi.
- No, signora marchesa. Don Bosco o si prende subito o verraĢ€ mandato altrove. Don

Cafasso me l'ha raccomandato vivamente. Mi ha parlato di un oratorio fondato da questo prete. Dice che sarebbe un peccato lasciarlo andare in malora.

La marchesa volle altre informazioni. Poi, convinta, assegnoĢ€ a don Bosco 600 lire come stipendio annuo e una stanza accanto a quella del Borel, nelle vicinanze del Rifugio.

Anche don Bosco, nel primo incontro che ebbe con la marchesa, volle informazioni e garanzie. Accettava di prestare il suo ministero nel Rifugio, ma chiedeva di non essere obbligato ad abbandonare i suoi ragazzi. Chiedeva pure che i ragazzi che avessero voluto avvicinarlo durante la settimana, potessero recarsi da lui liberamente.

La marchesa, che toccava ormai i 60 anni ma conservava intatto il suo temperamento energico e schietto, fu contenta di quella franchezza. Concesse al giovane prete di radunare il suo oratorio nella fascia di terreno che costeggiava l'Ospedaletto in costruzione. Appe

na possibile gli avrebbe pure lasciato disporre, all'interno dell'edificio, di due camere: poteva attrezzarle come cappella.

La sistemazione c'era, ma era piuttosto approssimativa.

Gli agnelli si mutavano in pastori.

12 ottobre 1844, sabato. Don Bosco eĢ€ pensieroso. Il giorno dopo dovraĢ€ comunicare ai suoi ragazzi che l'oratorio si trasferisce nella periferia di Valdocco. “Ma l'incertezza del luogo,

dei mezzi, delle persone mi lasciavano col cuore inquieto - scrive -. In quella notte feci un nuovo sogno, che mi parve un'appendice di quello fatto ai Becchi, a nove anni”.

Vede ancora l'esercito di lupi. Vuole fuggire. Ma “una signora a foggia di pastorella mi feĢ' cenno di accompagnare quel gregge strano, mentre ella precedeva. Facemmo tre fermate. Ad ogni fermata molti di quegli animali si cangiavano in agnelli. Oppresso dalla stanchezza volevo sedermi, ma la pastorella mi invitoĢ€ a continuare il cammino. Ed eccoci in un vasto cortile, con porticato intorno, e all'estremitaĢ€ una chiesa. Il numero degli agnelli divenne grandissimo. Sopraggiunsero parecchi pastori per custodirli. Ma si fermavano poco. Allora successe una meraviglia. Molti agnelli si mutavano in pastorelli, che si prendevano cura degli altri. La pastorella mi invitoĢ€ a guardare a mezzodiĢ€. Guardando vidi un campo. " Guarda un'altra volta " mi disse. Vidi una stupenda ed alta chiesa. Nell'interno di quella chiesa era una fascia bianca, su cui a caratteri cubitali era scritto: Hic domus mea, inde gloria mea (Qui eĢ€ la mia casa, di qui usciraĢ€ la mia gloria)”.

Dopo altre dieci righe, don Bosco conclude: “Ci credevo poco. Ma capii le cose man mano che si verificarono. Anzi, questo sogno, insieme a un altro, mi serviĢ€ di programma nelle mie decisioni”.

L'altro sogno lo raccontoĢ€ a don Barberis e a don Lemoyne, che lo misero subito per scritto (si puoĢ€ leggere nel secondo volume delle Memorie biografiche, a p. 298). EĢ€ in gran parte una ripetizione variata del primo. Riferiamo quindi soltanto gli elementi caratteristici.

“Una Signora mi disse: " Guarda ". Vidi una chiesa piccola e bassa, un po' di cortile e giovani in gran numero. Essendo la chiesa divenuta angusta, ricorsi ancora a lei, ed essa mi fece vedere un'altra chiesa assai piuĢ€ grande, con una casa vicina. Mi vidi circondato da un numero immenso di giovani, e vidi una grandissima chiesa con molti edifici tutto intorno, e con un bel monumento nel mezzo”.

“Dov'eĢ€ don Bosco? Dov'eĢ€ l'oratorio?”

13 ottobre, domenica. Don Bosco annuncia ai suoi ragazzi il trasferimento dell'oratorio presso il Rifugio. C'eĢ€ un certo turbamento. Allora don Bosco azzarda, daĢ€ per scontato cioĢ€ che ha visto solo in sogno, e annuncia allegro che “colaĢ€ ci attendeva un vasto locale tutto per noi, per cantare, correre, saltare. Ne ebbero piacere. Ognuno attendeva impaziente di vedere le novitaĢ€”.

20 ottobre, domenica. Gruppi di ragazzi passano la cinta daziaria, scendono verso la zona bassa di Valdocco. Fino alla riva destra della Dora eĢ€ una distesa di prati e di campi, con casolari sparsi. La Piccola Casa del Cottolengo, il Rifugio della Barolo sono vicini a osterie e case rustiche, dove la gente vive tranquilla. I ragazzi non sanno dove andare, si mettono a bussare alle porte, a gridare:

- Don Bosco! Dov'eĢ€ don Bosco? Dov'eĢ€ l'oratorio?

La gente, che vede spesso da quelle parti bande di ragazzacci, pensa a un brutto scherzo, alza la voce:

- MaccheĢ oratorio, maccheĢ don Bosco! Via di qui! Alzate i tacchi o vi faremo correre con i forconi!

“Udendo gli schiamazzi, insieme al teologo Borel uscii di casa. CessoĢ€ ogni schiamazzo, ci corsero incontro”.

Posto per giocare e correre ce n'era da vendere. Ma un luogo raccolto per pregare, per confessare, per dire la Messa, non c'era proprio.

- Il vasto locale che vi ho promesso non eĢ€ ancora ultimato. Ma chi vuole, puoĢ€ salire in camera mia e in quella del teologo Borel.

Il risultato, per quella e per le altre domeniche fino a dicembre, fu quello delle acciughe nel barile. “Camera, corridoio, scala, tutto era ingombro di ragazzi. A confessare eravamo in due, ma quelli che volevano confessarsi erano duecento”. E chi tiene fermi, mentre aspettano, duecento ragazzi?

“Uno voleva accendere il fuoco, un altro spegnerlo. Uno metteva a posto la legna, un altro rovesciava l'acqua. Secchia, molle, paletta, brocca, catinella, sedie, scarpe, libri, tutto era sottosopra, percheĢ tutti volevano mettere in ordine”.

C'eĢ€ un po' di gioiosa esagerazione in queste righe di don Bosco, ma chi eĢ€ vissuto a

lungo tra i ragazzi sa che non c?eĢ€ “molta” esagerazione.
Sei domeniche cosiĢ€, con duecento giovani che a metaĢ€ mattina s'incolonnano dietro don

Bosco, come un piccolo esercito, per andare a Messa al Monte dei Cappuccini, o alla Consolata, o a Sassi.

Sovente li accompagna il teologo Borel, prete semplice e popolare, che la gente chiama per la sua statura “il padre piccolo”. EĢ€ un lavoratore instancabile. Ha preso sotto la sua ala il giovane don Bosco, e lo aiuta con un'amicizia affettuosa, spesso con il denaro della sua borsa.

Le prediche del “padre piccolo” sono graditissime ai ragazzi, percheĢ sono snocciolate nel dialetto saporito di Porta Palazzo, condite di proverbi, frizzi, frasi argute. Qualcuno ha detto a don Borel che bisognerebbe predicare in maniera piuĢ€ decorosa, e lui ha risposto: “Il mondo eĢ€ goffo, e quindi bisogna predicare goffamente”.

I fiocchi di neve crepitavano nel braciere.

8 dicembre. Le due camere attrezzate a cappella sono finalmente pronte. EĢ€ tempo, percheĢ dalla notte sta nevicando in maniera impressionante.

Al mattino la neve eĢ€ alta, e fa molto freddo. Viene portato in cappella un grosso braciere. Giuseppe Buzzetti ricordava che, passando all'aperto, i fiocchi di neve vi cadevano dentro crepitando.

I ragazzi vengono lo stesso. Trovano un piccolo altare, un piccolo tabernacolo, alcune panche. “Si celebroĢ€ la Messa - scrive con semplicitaĢ€ don Bosco -, parecchi giovani fecero la loro confessione e Comunione, e io piansi, percheĢ l'oratorio mi sembrava ormai stabile”.

Si sbaglia. DovraĢ€ piangere ancora una volta, non di gioia ma di tristezza, prima di trovare il luogo stabile e definitivo per l'oratorio.

Ma da questo 8 dicembre 1844, qualcosa di definitivo l'oratorio di don Bosco l'acquista: il nome. Si chiameraĢ€ “di san Francesco di Sales”. I motivi li ricorda don Bosco stesso: “PercheĢ la marchesa aveva fatto eseguire il dipinto di questo Santo nell'entrata del locale. E percheĢ quel nostro ministero esigeva grande calma e dolcezza: ci eravamo percioĢ€ messi sotto la protezione di san Francesco di Sales percheĢ ci ottenesse la sua straordinaria mansuetudine”.

Per alimentare l'allegria dei suoi ragazzi, don Bosco compra bocce, piastrelle, stampelle (non era ancora stato inventato il pallone!). Continua ad aiutare i piuĢ€ poveri con cibo, abiti, scarpe.

Ora che ha una stanza, pensa di dare un po' di istruzione ai piuĢ€ intelligenti di quei ragazzi. La sera, rubando un paio di ore al sonno, vengono da lui a gruppetti, col viso nero di fuliggine o bianco

di calce, con la mantellina sulle spalle per difendersi dal gran freddo, lieti di avere un po' di scuola.

Ma per libri, abiti, strumenti da gioco, ci vogliono soldi. Don Bosco si sente timido e impacciato. Gli ripugna presentarsi a una famiglia signorile per chiedere l'elemosina. EĢ€ don Borel che lo spinge:

- Se vuoi bene sul serio ai tuoi ragazzi, devi fare anche questo sacrificio.

E don Bosco lo fa. La prima famiglia ricca alla quale si rivolge (eĢ€ stata preparata da don Borei) eĢ€ quella del cavalier Gonella. Don Bosco si sente avvampare le guance quando tende le mani per ricevere le prime trecento lire.

Quarantadue anni dopo, quando pregheraĢ€ un direttore salesiano di andare a ritirare un'elemosina e si sentiraĢ€ rispondere che “gli manca la franchezza di don Bosco”, si faraĢ€ serio e diraĢ€:

- To non sai quanto mi eĢ€ costato chiedere la caritaĢ€.
Non perderaĢ€ mai questo impaccio, ma neppure rinunceraĢ€ mai alla sua dignitaĢ€. NeĢ

timido neĢ grossolano. Le famiglie signorili diranno di lui: - Sembrava che entrasse in casa un angelo.

Mentre pensava ai suoi ragazzi, don Bosco manteneva i suoi impegni. Era stato mandato liĢ€, e riceveva ospitalitaĢ€ e stipendio, per esercitare il ministero sacerdotale tra le donne infelici e le ragazze del Rifugio. Diceva chiaro che quella non era la sua missione, ma adempiva il suo dovere con serietaĢ€.

Ci permettiamo, di passaggio, un'osservazione. Don Bosco affermoĢ€ sempre che la sua missione era per i ragazzi e non per le ragazze. Ma questa “esclusivitaĢ€” non diventoĢ€ mai “misoginia”. AccettoĢ€ la collaborazione e la presenza delle donne con semplicitaĢ€, sempre: dalla ragazzina che gli custodiva le mucche al Sussambrino mentre lui studiava, all'opera preziosa delle “mamme” in Valdocco (la mamma sua, quella di don Rua, quella del canonico Gastaldi, “magna” Marianna sorella di mamma Margherita). La “stanza delle donne”, come veniva chiamata, era accanto all'infermeria dei ragazzi. Domenico Savio, nell'inverno 1857, si alzeraĢ€ con la febbre addosso e andraĢ€ a scaldarsi al focolare acceso da “magna” Marianna, pure lei malata. E la rimprovereraĢ€, con la sua intransigenza adolescenziale, di lamentarsi dei dolori “che le mandava Dio”. La misoginia, il fastidio che la presenza di qualunque donna avrebbe dato a don Bosco, eĢ€ stata a nostro avviso creata artificiosamente da qualche biografo, influenzato da ascetiche discutibili.

Fallimento a S. Pietro in Vincoli.

Nei primi mesi al Rifugio, probabilmente don Bosco pensoĢ€ di far cambiare parere alla marchesa: indurla a destinare l'edificio in costruzione non alle fanciulle malate ma ai giovani abbandonati. La marchesa aveva una speranza diametralmente opposta: che don Bosco, con il passare del tempo, abbandonasse i ragazzi, e si dedicasse alle sue opere a tempo pieno.

Fu un'illusione reciproca. Man mano che il tempo passava, il numero e il chiasso dei ragazzi aumentavano, qualche rosaio fu devastato dall'impeto dei giochi, qualche suora manifestoĢ€ la sua apprensione per la vicinanza di quei ragazzotti alle “maddalenine”. La marchesa divenne impaziente di veder partire l'oratorio.

Il problema era: dove andare? I sogni stimolavano la speranza di don Bosco, ma non erano carte topografiche precise.

Nella quaresima del 1845 si tentoĢ€ un'uscita parziale. Per il catechismo quotidiano (allora prescritto per tutti i ragazzi in quaresima e in avvento), le classi piuĢ€ grandi degli oratoriani si radunarono in S. Pietro in Vincoli. Era cosiĢ€ chiamata una chiesa dedicata al Crocifisso, con accanto un cimitero in cui da dieci anni non si seppelliva piuĢ€ nessuno. Il cimitero (visibile ancora oggi nella zona di Valdocco) aveva un atrio, un ampio cortile, ed era circondato da portici.

PoicheĢ le riunioni per il catechismo si svolsero molto bene, e il cappellano del cimitero, don Tesio, era suo amico, in maggio don Bosco gli chiese di ripetere l'esperimento in grande: trapiantare tutto l'oratorio nella chiesa e nel cortile di S. Pietro in Vincoli.

Domenica 25 maggio don Tesio doveva assentarsi da Torino, e gli rispose:
- Vieni con i tuoi ragazzi per il 25. CosiĢ€ mi sostituisci per la Messa.
Il cappellano commise probabilmente due errori. Credeva che l'oratorio di don Bosco

fosse formato solo da quei pochi ragazzi che aveva visto attenti e composti durante il catechismo quaresimale. Credeva inoltre che (come si stava verificando in altre opere per ragazzi) dopo la Messa e le funzioni di chiesa, i ragazzi se ne sarebbero tornati a casa loro, dopo aver magari consumato un panino nel cortile.

Le cose andarono ben diversamente. La donna di servizio del cappellano vide arrivare una truppa enorme di ragazzi, che affollarono tutta la chiesa. Dopo la Messa, tutti quei ragazzi afferrarono al volo la pagnotta della colazione e si scatenarono rumorosamente

nel cortile e sotto i porticati. La donna (che sotto i portici allevava alcune galline) restoĢ€

allibita, e subito dopo andoĢ€ sulle furie. Si mise a gridare, a rincorrere, a menare il manico della scopa, mentre le sue galline, spaventatissime, fuggivano rincorse dai ragazzi.

Nel suo inseguire, giunse vicino a don Bosco, e copriĢ€ anche lui di ingiurie. “Profanatore di luoghi sacri” fu forse la cosa piuĢ€ gentile che quella donna riusciĢ€ a dire.

Don Bosco capiĢ€ che la cosa migliore era andarsene. “Ho giudicato di far cessare la ricreazione. Ce ne partimmo con la speranza di ritrovarci con maggior quiete la domenica seguente”.

Un incidente banale, se non ci fosse una circostanza impressionante. Don Rua, al “processo informativo” su don Bosco, depose: “Mi raccontava tanti anni dopo un certo Melanotte di Lanzo, il quale si trovava presente a quella scena, che don Bosco senza scomporsi neĢ adirarsi a quelle ingiurie, si volse ai ragazzi e disse: " Poveretta! Ci ordina di andarcene, e lei stessa un'altra festa saraĢ€ giaĢ€ in sepoltura "“.

Quando don Tesio tornoĢ€, la donna gli fece una relazione cosiĢ€ catastrofica delle cose, che il cappellano (forse non osando ritirare di persona la parola data a don Bosco) scrisse al Municipio percheĢ proibisse ogni ricreazione all'interno del cimitero.

“Rincresce dirlo - scrive rammaricato don Bosco - ma quella fu l'ultima lettera di don Tesio”. Nella settimana morirono improvvisamente sia lui sia la sua donna di servizio.

19.

L'ORATORIO MIGRANTE.

Dopo l'infelice esperimento di S. Pietro in Vincoli, l'oratorio tornoĢ€ a riunirsi al Rifugio. La marchesa non disse nemmeno una parola in contrario. RicordoĢ€ tuttavia a don Bosco che il 10 agosto l'Ospedaletto sarebbe stato inaugurato. Da quel giorno, evidentemente, i suoi ragazzi avrebbero trovato le porte chiuse.

12 luglio 1845. Dal Municipio giunge a don Bosco una lettera. Per raccomandazione dell'Arcivescovo, gli viene concesso di “potersi servire della cappella dei MoliniĢ€ di cittaĢ€ per catechizzare i ragazzi, dal mezzogiorno fino alle ore tre del pomeriggio, con la proibizione ai medesimi d'introdursi nel secondo cortile del fabbricato”.

Una chiesa per tre ore pomeridiane di ogni domenica. Non era il Palazzo Reale, ma era sempre qualcosa per sopravvivere. “Prendemmo panche, inginocchiatoi, candelieri, alcune sedie, quadri e quadretti - ricordava don Bosco -, e ciascuno portando quell’oggetto di cui era capace, a guisa di popolare emigrazione, siamo andati a stabilire il nostro quartiere generale nel luogo sopra indicato”.

I Molini di cittaĢ€, chiamati dalla gente “Molassi”, erano situati nella grande piazza Emanuele Filiberto (Porta Palazzo), sulla destra per chi scende verso la Dora. Ancora oggi questa vasta piazza eĢ€ la sede del mercato variopinto e quotidiano della cittaĢ€, con file pigiate di bancherelle.

“I cavoli, o amati giovani”.

Don Bosco non era contento di questa nuova sistemazione, e non lo erano nemmeno i ragazzi. Scrive: “Non si poteva celebrar Messa, neĢ dare la benedizione alla sera. Quindi non poteva aver

luogo la Comunione, che eĢ€ l'elemento essenziale della nostra istituzione. La stessa ricreazione era molto disturbata: i ragazzi dovevano giocare sulla strada o sulla piazzetta davanti alla chiesa, per dove passavano carri e cavalli”. Conclude: “Non potendo avere di meglio, aspettavamo localitaĢ€ migliore”.

Aveva affittato una stanza al piano terreno dell'edificio, e dentro s'ingegnava a far catechismo e scuola.

Don Borel cercoĢ€ di rialzare il morale di tutti con una predica che divenne famosa. I

ragazzi la chiamarono “la predica dei cavoli”.
“I cavoli, o amati giovani, se non sono trapiantati non fanno bella e grossa testa -

comincioĢ€ il " padre piccolo " facendo ridere tutti -. CosiĢ€ eĢ€ del nostro oratorio. EĢ€ stato trasferito di luogo in luogo, ed ebbe sempre un notevole incremento”. Dopo aver tracciato la storia dell'oratorio concluse: “Rimarremo qui per molto tempo? Non preoccupiamoci. Fidiamoci del Signore. EĢ€ certo che egli ci benedice, ci aiuta e pensa a noi”.

Ma alcune domeniche dopo cominciarono le grane serie.

Dalla segreteria dei Molini partiĢ€ per il Municipio una lettera con un elenco di accuse gravi: i ragazzi arrecavano guasti alla chiesa, agli edifici, erano una “radunanza che poteva essere usata per una rivoluzione” (accusa assai pericolosa per quel tempo), e costituivano “un semenzaio di immoralitaĢ€”.

Per ordine del sindaco, giunse una commissione a vedere cosa succedeva. TrovoĢ€ cose normali: i ragazzi facevano chiasso, un muro era stato rigato dalla punta di un chiodo. Nessuna rivoluzione e nessuna immoralitaĢ€. Unico elemento di rilievo (era questa la causa vera della lettera): l'irritazione degli inquilini delle case intorno. I canti, gli schiamazzi, le partite rumorose rovinavano la tranquillitaĢ€ domenicale.

Don Bosco fu assai addolorato delle calunnie (che lasciano sempre il segno), molto meno delle decisioni che gli vennero comunicate. Il Municipio non ritirava il permesso dato, ma con il primo gennaio non avrebbe rinnovato la concessione. La lettera ufficiale di disdetta gli sarebbe stata inviata in novembre. Frattanto, cercasse di “essere ragionevole”.

Don Bosco cercoĢ€ di esserlo. Da quel momento la chiesa dei Molini gli serviĢ€ soltanto come punto di raduno. Conduceva i suoi ragazzi a giocare nei prati incolti lungo la Dora. Per pregare andavano alla Madonna del Pilone, a Sassi, alla Madonna di Campagna. “In queste chiese - scrive - celebravo la Messa, spiegavo il

Vangelo. Alla sera facevo un po' di catechismo, qualche racconto, cantavamo alcune lodi. Quindi giri e passeggiate fino all'ora di fare ritorno alle famiglie. Sembrava che questa critica posizione dovesse mandare in fumo ogni idea di oratorio, e invece aumentoĢ€ in modo straordinario i ragazzi”.

“Prendi, Michelino, prendi”.

Presso i Molini di cittaĢ€, in settembre, don Bosco fece uno degli incontri fondamentali della sua vita. I ragazzi si spingevano davanti a lui per ricevere una medaglia. In disparte c'era un ragazzetto pallido, 8 anni e una larga fascia nera al braccio sinistro. Da due mesi gli era morto il papaĢ€. Non gli andava di ficcarsi nel mucchio, di spingere per farsi largo. Le medaglie finirono, e lui rimase senza.

Allora don Bosco si avvicinoĢ€, e sorridendo gli disse:
- Prendi, Michelino, prendi.
Prendere che cosa? Quel prete strano, che vedeva quel giorno per la prima volta, non

gli dava niente. Soltanto gli tendeva la mano sinistra, e con la destra faceva finta di tagliarla in due. Il ragazzetto alzoĢ€ gli occhi interrogativi. E il prete gli disse:

- Noi due faremo tutto a metaĢ€.

Che cosa vide don Bosco in quel momento? Non lo disse mai, ma quel ragazzo diventeraĢ€ il suo braccio destro, il suo primo successore a capo della Congregazione Salesiana. Si chiamava Michele Rua, e non capiĢ€ quella frase, neĢ allora neĢ per molti anni in seguito.

Ma si affezionoĢ€ a don Bosco, quel prete accanto al quale ci si sentiva allegri e come pieni di calore.

Abitava alla Regia Fabbrica d'Armi, Michelino, dove suo papaĢ€ era stato impiegato. Quattro dei suoi fratelli erano morti giovanissimi, e lui era molto gracile. Per questo sua madre non lo lasciava andare molte volte all'oratorio. Ma incontroĢ€ ugualmente don Bosco dai Fratelli delle Scuole Cristiane, dove andoĢ€ a frequentare la terza elementare. RacconteraĢ€:

“Quando don Bosco veniva a dirci la Messa e a predicare, appena entrava in cappella pareva che una corrente elettrica passasse per tutti quei numerosi fanciulli. Saltavamo in piedi, uscivamo dai nostri posti, ci stringevamo attorno a lui. Ci voleva un gran tempo percheĢ egli potesse arrivare in sacrestia. I buoni Fratelli non potevano impedire quell'apparente

disordine. Quando venivano altri preti non capitava niente di simile”.

Libri strappati al sonno.
In ottobre c'eĢ€ un avvenimento importante. Viene pubblicata la Storia Ecclesiastica ad

uso delle scuole. EĢ€ il primo dei libri scolastici che don Bosco scriveraĢ€ per i suoi ragazzi, strappandoli al sonno, alla luce della lampada a petrolio, appuntandoli in fretta con una scrittura impossibile. La Storia Ecclesiastica non eĢ€ un'opera “scientifica”: nessuno dei libri di don Bosco lo saraĢ€. EĢ€ invece popolare, adatta alla mente semplice e alla cultura modesta dei suoi ragazzi. Parla dei Papi, dei fatti piuĢ€ luminosi della Chiesa, traccia il profilo dei Santi, descrive le opere di caritaĢ€ che nel popolo di Dio fiorirono in ogni tempo.

Ad essa seguiranno la Storia Sacra (1847), il Sistema metrico decimale (1849), la Storia d'Italia (1855).

Accanto ai libri scolastici, don Bosco troveraĢ€ il tempo di scrivere moltissimi altri libri e fascicoli: vite di santi, libri di lettura divertente, manuali di preghiere e di istruzione religiosa. Ognuno saraĢ€ non un capolavoro, ma un atto di amore per i suoi ragazzi, per la gente semplice, per la Chiesa. E parecchi saranno per lui fonte di guai: arriveranno a prenderlo a bastonate per fargli smettere di scrivere.

Tre stanze in casa Moretta.

In novembre arrivoĢ€ la lettera municipale, e arrivoĢ€ anche la brutta stagione. “Il clima - scrive - non era piuĢ€ adatto alle passeggiate e alle camminate fuori cittaĢ€. D'accordo col teologo Borel abbiamo preso in affitto tre stanze nella casa di don Moretta”.

Ora questa casa non c'eĢ€ piuĢ€. L'ultimo suo muro eĢ€ stato inglobato nella chiesa succursale della parrocchia di Maria Ausiliatrice, sulla destra di chi scende verso la grande basilica.

Nelle tre stanze di casa Moretta “passammo quattro mesi, allo stretto ma contenti di poter almeno raccogliere i ragazzi, istruirli, dar la comoditaĢ€ di confessarsi”.

Don Bosco ricordava sorridendo che in quelle stanze fu costretto a trasgredire il secondo dei suoi lontani propositi di seminario: per divertire i ragazzi in un luogo cosiĢ€ stretto, riprese a fare i giochi di prestigio. Non smise piuĢ€, percheĢ i risultati furono favolosi.

ComincioĢ€ pure, con l'aiuto del teologo Carpano, un corso regolare di scuole serali, ben diverso dalle ripetizioni volanti che aveva dato fino a quel momento.

L'istruzione popolare, le scuole serali, appartengono a quelle situazioni concrete in cui don Bosco scavalca le posizioni dei con

servatori, e si trova allineato con i liberali. All'Arcivescovo che se ne preoccupa, don Bosco dice “non essere il caso di guardare di dove la nuova iniziativa ricevesse ispirazione. Occorreva studiarne la natura, e se fosse buona, darle cristiana direzione, impedendo che venisse guastata dallo spirito antireligioso”.

Un grosso punto interrogativo sull'oratorio.

Dicembre. La salute di don Bosco ha un abbassamento preoccupante. EĢ€ cappellano dell'Ospedaletto, dove sono ricoverate ragazze malate dai 3 ai 12 anni. EĢ€ impegnato nelle carceri, nel Cottolengo, negli istituti educativi della cittaĢ€. Lavora nel suo oratorio, fa scuola serale, va a trovare i ragazzi sul posto di lavoro. E l'inverno 1845-46 si annuncia freddissimo.

L'inverno a Torino arriva tardi, magari, ma getta nelle vie strette spessi e grigi nevai, che forniscono alla cittaĢ€ mesi di freddo continuo e deprimente.

I polmoni di don Bosco, in quei mesi, dimostrano una preoccupante fragilitaĢ€. Il teologo Borel se ne accorge e ne avverte la marchesa Barolo. Essa daĢ€ a don Bosco cento lire per l'oratorio, e l'ordine di “cessare da ogni occupazione sino al perfetto ristabilimento”.

Don Bosco obbedisce troncando ogni impegno, eccetto quello dei suoi ragazzi. Il vantaggio che ne ricava non eĢ€ consistente, e presto dovraĢ€ rendersene conto.

Ma la preoccupazione della salute eĢ€ poca cosa, per ora, di fronte alle nubi nere che

cominciano ad addensarsi sull'oratorio. Scrive con amarezza: “Fu in questo tempo che si diffusero alcune voci assai strane. Alcuni chiamavano don Bosco rivoluzionario, altri lo volevano pazzo, oppure eretico”.

I primi a mettere un grosso punto interrogativo sulla sua opera sono i parroci della zona. Nella “conferenza” che tengono all'inizio del 1846, uno degli argomenti all'ordine del giorno eĢ€ il catechismo dei ragazzi. Il curato del Carmine ne approfitta per manifestare la sua perplessitaĢ€ sull'oratorio di don Bosco: i ragazzi si staccano dalle parrocchie, finiscono per non conoscere nemmeno il loro curato. Questo, si domanda, eĢ€ un bene o un male? Altri parroci sono come lui preoccupati.

“Non era una miserabile ambizione o gelosia - si affretta a dire don Bosco -. Desideravano sinceramente la salvezza delle anime”. Per chiarire la situazione, mandano due loro rappresentanti.

Don Bosco, nelle sue Memorie, ricostruisce quel dialogo (deve

averlo ripetuto tante volte in quegli anni: era un argomento vitale per la sua opera). Ne riportiamo le parti essenziali:

- Questo suo oratorio allontana i giovani dalle parrocchie. PercheĢ, don Bosco, non li manda laĢ€?

- PercheĢ la maggior parte di essi non conoscono neĢ parroco neĢ parrocchia: sono quasi tutti forestieri, venuti per trovare lavoro: valdostani, savoiardi, biellesi, novaresi, lombardi.

- PercheĢ non aiutarli a inserirsi nelle rispettive parrocchie?

- Non eĢ€ possibile. La diversitaĢ€ di linguaggio, l'incertezza del domicilio sono gravi ostacoli. Si potrebbe provare, a patto che ogni parroco venisse a raccogliersi i suoi, e li guidasse alla sua parrocchia. Ma anche cosiĢ€, la cosa rimarrebbe difficile: non pochi sono dissipati, discoli. Solo se presi con le ricreazioni, le passeggiate, accettano anche il catechismo e le preghiere. Ogni parrocchia dovrebbe avere un luogo determinato dove radunarli in piacevole ricreazione.

- Questo eĢ€ impossibile. Non abbiamo locali, e i sacerdoti sono impegnati in altre cose alla domenica.

La conclusione l'abbiamo giaĢ€ riferita. A don Bosco venne comunicata alcuni giorni dopo: “Non potendo provvedere ciascuno a un oratorio nella rispettiva parrocchia, i parroci incoraggiano il sacerdote Giovanni Bosco a continuare”.

Il primo punto interrogativo aveva avuto risposta. In primavera sarebbero arrivati gli altri, molto piuĢ€ minacciosi.

Un oratorio diverso

Si erano cosiĢ€ delineate le principali caratteristiche dell'oratorio di san Francesco di Sales. Don Bosco aveva attinto alle esperienze degli oratori milanesi, bresciani, a quelli romani di san Filippo Neri. Aveva camminato sulla linea tracciata a Torino da don Cocchi. Ma aveva marchiato l'opera specialmente con la sua personalitaĢ€. L'oratorio era diventato nelle sue mani un'opera originale, diversa da ogni altra.

Possiamo tentare un elenco (anche se incompleto e inadeguato) delle caratteristiche “boschiane”.

Gli oratori tradizionali erano “parrocchiali”. Don Bosco aveva creato un oratorio che superava l'istituzione della parrocchia, che diventava “la parrocchia dei giovani senza parrocchia”, come la chiameraĢ€ l'Arcivescovo Fransoni.

La presenza del prete era ispirata a una “amorevolezza seria”, che moderava l'allegria e diffidava del chiasso. Don Bosco inauguroĢ€

l'“amorevolezza allegra”, in cui era il prete stesso che alimentava i giochi chiassosi e lo scatenamento della gioia.

Gli oratori tradizionali erano esclusivamente “festivi”, e spesso riducevano l'incontro con i giovani a due-tre ore del pomeriggio domenicale. Don Bosco allarga l'incontro con i

ragazzi a tutto il giorno di festa, innanzitutto. Poi vi ingloba tutta la settimana con le scuole serali e gli incontri sul posto di lavoro.

I ragazzi che si recano a un oratorio normale, vanno a una parrocchia, si ritrovano in una chiesa ben determinata. Favoriti paradossalmente dalle migrazioni continue, i ragazzi dell'oratorio di san Francesco di Sales, vanno a cercare don Bosco, a passare la giornata con lui. Il centro dell'oratorio non eĢ€ l'istituzione parrocchia-chiesa, ma la persona di don Bosco, la sua presenza continua, stimolante. Il rapporto (diremmo con una frase di oggi) non eĢ€ istituzionale ma personale.

Gli altri oratori selezionano i ragazzi migliori. Sono i genitori che li presentano, che garantiscono della loro buona condotta. Don Bosco, siamo tentati di dire, seleziona a rovescio. Comincia dai giovani ex-carcerati che non sanno dove trovare un amico. Continua con i piccoli muratori che hanno la famiglia lontana. I ragazzi “abbandonati e pericolanti” rimangono il nucleo di questo oratorio con le porte sempre aperte a tutti. Evidentemente don Bosco dovette esigere dai suoi ragazzi un minimo di disponibilitaĢ€, di collaborazione. Non poteĢ€ assorbire i teppisti delle “cocche”, neĢ gli sbandati che non vollero mai entrare in una chiesa. Eppure don Bosco continuoĢ€ a guardare anche a loro, a guadagnarseli a uno a uno, o almeno a tentare, con successi e fallimenti.

Impiccagione ad Alessandria.

In quel 1846, un giovane di 22 anni che don Bosco si era fatto amico nelle carceri, fu condannato a morte insieme con suo padre. L'esecuzione sarebbe avvenuta ad Alessandria. Quando don Bosco, angosciato, andoĢ€ a trovarlo, il giovane si mise a piangere, e lo pregoĢ€ di accompagnarlo nell'ultimo viaggio. Don Bosco si sentiĢ€ mancare il coraggio, non ebbe la forza di promettere.

I condannati furono fatti partire.

Don Cafasso doveva raggiungerli con la carrozza postale per assisterli nelle ultime ore. Appena seppe che don Bosco aveva rifiutato, lo fece chiamare e lo sgridoĢ€:

- Ma non capite che eĢ€ una crudeltaĢ€? Preparatevi, partiamo insieme per Alessandria.

- Non ce la faroĢ€ mai a sopportare quello spettacolo. - Sbrigatevi, che il postale non ci aspetta.

Arrivarono ad Alessandria la vigilia dell'esecuzione. Il giovane, visto don Bosco entrare nella sua cella, gli gettoĢ€ le braccia al collo scoppiando a piangere. Don Bosco pianse anche lui. Passarono insieme l'ultima notte pregando e parlando di Dio.

Alle due del mattino gli diede l'assoluzione, celebroĢ€ per lui la Messa nella cella, gli diede la Comunione e fecero insieme il ringraziamento. La campana del duomo suonoĢ€ l'agonia. La porta della cella si apriĢ€, entrarono i gendarmi e il carnefice, che (come sempre avveniva) si inginocchioĢ€ a domandargli perdono. Poi gli legoĢ€ le mani e gli passoĢ€ il laccio al collo. Pochi minuti dopo, dal portone del carcere usciĢ€ il carro con il condannato. Accanto a lui don Bosco. Subito dietro veniva il carro con il padre, assistito da don Cafasso. Molta gente affollava silenziosa le strade. Quando in fondo apparve il palco con le forche preparate don Bosco impallidiĢ€ e svenne. Don Cafasso, che lo teneva d'occhio, fu lesto a far fermare i carri e a farlo scendere.

Il tragico corteo arrivoĢ€ al palco, e l'esecuzione fu compiuta. Quando don Bosco rinvenne tutto era finito. Rimase profondamente mortificato. MormoroĢ€ a don Cafasso:

- Mi dispiace per quel giovane. Aveva tanta fiducia in me.
- Avete fatto cioĢ€ che avete potuto. Il resto lasciatelo fare a Dio.

Marzo 1846. Don Moretta, un bravo prete, si reca da don Bosco.

Ha in mano un fascio di lettere. “Gli inquilini - scrive don Bosco - sbalorditi dagli schiamazzi, dal continuo rumore dell'andare e venire dei miei ragazzi, dichiaravano che se ne sarebbero andati tutti se non cessavamo immediatamente la nostre riunioni”.

Ebbe un impulso di ribellione. Possibile che nessuno potesse sopportare i giovani? Quegli adulti non erano stati ragazzi anche loro? Non sapeva dove andare; ma fortunatamente stava arrivando la primavera, e non era piuĢ€ urgente stare al coperto.

I dialoghi di don Bosco – nota.

Da parte di qualche lettore della prima edizione di questo libro, mi eĢ€ stato fatto gentilmente osservare che “i dialoghi frequenti sono una drammatizzazione che daĢ€ vivacitaĢ€ al testo ma nuoce alla storicitaĢ€, percheĢ sono una ricostruzione arbitraria”.

Rispondo che i frequenti dialoghi non li ho inventati, neĢ mi sembrano “ricostruzioni arbitrarie”. Ecco il percheĢ:

1. Le «Memorie» autografe di don Bosco, pubblicate nel 1946, occupano 238 pagine stampate. Di esse ben 106 contengono dialoghi, molti dei quali lunghi e particolareggiati. Era la maniera propria di raccontare di don Bosco.

2. La “Vita di Mamma Margherita” scritta da don Lemoyne vivente don Bosco, eĢ€ per metaĢ€ composta di dialoghi. L'autore scrive: “Per cioĢ€ che riguarda mamma Margherita, lo scrivente seppe quanto qui descrive dalla bocca stessa di don Bosco, avendo goduta la fortuna di avere con lui per sei e piuĢ€ anni giornalmente tutte le sere familiari colloqui; interrogandolo talora di cioĢ€ che aveva detto anni precedenti e che fedelmente avevo messo in carta, stupivo nell'udirmi ripetere le stesse cose e le medesime parole di sua madre e con tale esattezza da sembrare che leggesse in un libro. Lo stesso posso assicurare di tanti altri fatti, che ebbe la bontaĢ€ di confidarmi e dei quali io feci tesoro per i miei confratelli”. Don Bosco corresse lui stesso quel volumetto: “piangendo di commozione”, dicono i testimoni.

3. Don Lemoyne pubblicoĢ€ i primi 9 volumi (7700 pagine complessive) delle Memorie Biografiche, che narrano la storia di don Bosco fino al 1870. Nella prefazione al I volume afferma: “Le narrazioni, i dialoghi, ogni cosa che ho creduto degna di memoria, non sono che la fedele esposizione letterale di quanto i testimoni ci esposero». E nella prefazione al volume Vili: “Teniamo a ripetere che quanto abbiamo espresso ed esprimiamo eĢ€ la narratone fedele di quanto accadde. Centinaia sono i testimoni della vita... moltissimi dei quali lasciarono scritto cioĢ€ che videro di lui (don Bosco) e udirono dalla sua bocca. Persino i dialoghi conservati e trasmessici sono quali si svolsero alla loro presenza”. La pubblicazione dei 9 volumi avvenne mentre erano vivi i principali protagonisti di quei dialoghi (da don Rua a don Cagliero). Le bozze furono riviste da don Paolo Albera (il “Paolino” che dal 1858 visse accanto a don Bosco). Presentando ai Salesiani il IX volume (don Lemoyne era morto mentre si procedeva alla stampa) don Albera scriveva: “Se tutti potessero conoscere quale diligenza don Lemoyne poneva nel raccogliere tali Memorie e con quanto affetto egli spendeva le sue giornate a tale lavoro, le apprezzerebbero sempre meglio” (“Atti del Capitolo Superiore”, 24.4.1917).

4. Don Bonetti, vivente don Bosco, raccontoĢ€ sul Bollettino Salesiano la “Storia dell'Oratorio”, ricchissima di dialoghi. Ogni puntata era rivista da don Bosco. Ci teneva tanto don Bosco a questa revisione, che anche durante il viaggio in Spagna (1886) si faceva spedire le bozze, e le rimandava con le sue osservazioni. Don Ceria, compilatore degli ultimi 9 volumi delle Memorie Biografiche, nella prefazione al volume XII conferma la maniera tipica di raccontare di don Bosco: “Il beato don Bosco, narrando cose occorsegli, soleva ridire botte e risposte, secondocheĢ la memoria glie ne somministrava il ricordo. Don Lemoyne poi e altri, che udivano e ne prendevano nota, le riproducevano tali e quali”.

Questi “dialoghi di don Bosco” li ho trovati nelle fonti sopra ricordate, e mi pare di averli riportati con rispetto. Solo ho ritoccato l'italiano ottocentesco dove mi sembrava opportuno, e spesso li ho condensati.

20.
AGONIA SUL PRATO RISURREZIONE SOTTO LA TETTOIA.

RiusciĢ€ ad affittare un prato circondato da una siepe. Non era lontano da casa Moretta,

per andarci bastavano cinquanta passi.
Chi cammina oggi per via Maria Ausiliatrice, sulla destra, all'angolo con via Cigna, vede

un grande caseggiato che occupa una striscia di terreno accanto all'Editrice SEI. LiĢ€ era il prato dei fratelli Filippi.

C'era una specie di capannone nel mezzo, dove si custodivano gli attrezzi dei giochi. Attorno, ogni domenica si rincorrevano e si sbizzarrivano trecento ragazzi. In un angolo, seduto su una panca, don Bosco confessava.

Verso le dieci rullava un tamburo militare, e i giovani si incolonnavano. Poi squillava una tromba e si partiva: verso la Consolata, o il Monte dei Cappuccini. LaĢ€ don Bosco diceva la Messa, distribuiva la Comunione, e poi la colazione.

Un ragazzo appena arrivato dal paese, Paolo C, garzone muratore, un giorno si uniĢ€ alla turba dei ragazzi che andavano al Monte dei Cappuccini. Ecco il suo racconto:

“Venne celebrata la Messa, molti fecero la santa Comunione, poi andarono tutti nel cortile del convento per fare la colazione. Credetti di non averne diritto, e mi ritirai aspettando di unirmi a loro nel ritorno. Ma don Bosco mi vide e mi avvicinoĢ€:

- Come ti chiami?
- Paolino.
- Hai preso la colazione?
- No, signore, percheĢ non mi sono confessato neĢ comunicato.
- Ma non occorre neĢ confessarsi neĢ comunicarsi per avere la colazione. - Che cosa occorre?

- Avere appetito -. Mi portoĢ€ vicino al cesto e mi diede in abbondanza pane e frutta. Discesi con lui, e nel prato giocai fino a notte.

Da quel momento, per molti anni, non abbandonai l'oratorio e il caro don Bosco, che mi fece tanto del bene”.

Una sera di festa, mentre i ragazzi giocavano, don Bosco vide al di laĢ€ della siepe un ragazzo sui 15 anni. Lo chiamoĢ€:

- Vieni dentro. Da dove vieni? Come ti chiami? Il ragazzo non rispondeva. E don Bosco:

- Ma cos'hai? Ti senti male?
EsitoĢ€ ancora. Poi, quasi schiodando le labbra, disse solo:
- Ho fame.
Il cesto era vuoto. Don Bosco mandoĢ€ a prendere del pane da una famiglia vicina, e lo

lascioĢ€ mangiare in pace. Poi fu il ragazzo stesso a parlare, come per togliersi un peso dal cuore:

- Faccio il sellaio, ma il padrone mi ha licenziato percheĢ non so lavorare bene. La mia famiglia eĢ€ rimasta al paese. Stanotte ho dormito sui gradini del duomo, e stamattina per la fame volevo rubare. PeroĢ€ avevo paura. Ho provato a chiedere l'elemosina, ma mi dicevano: “Sano e robusto come sei, vai a lavorare”. Poi ho sentito gridare dei ragazzi qui, e mi sono avvicinato.

- Senti, per stasera e stanotte ci penseroĢ€ io. Domani andiamo da un bravo padrone, e vedrai che ti prenderaĢ€. Se poi vuoi venire ancora qui nei giorni di festa, mi farai un piacere.

- Ci verroĢ€ volentieri.

Nei mesi di prato Filippi, le “voci strane” che si diffondevano su don Bosco si condensarono in tre seri pericoli: opposizione dell’autoritaĢ€ civile, convinzione che don Bosco fosse un pazzo (con conseguente abbandono dei principali collaboratori), prospettiva di chiudere tutto in seguito ad un ultimo licenziamento.

Il marchese e le guardie.

Quelli erano anni di rivoluzioni, e trecento giovani che entravano per la porta della cittaĢ€ incolonnati a suono di tromba e di tamburo impensierivano il capo della polizia. “Non si trattava di soli fanciulli - scrive don Lemoyne - ma anche di giovanotti robusti, audaci, che non mancavano di portare con seĢ l'indivisibile coltello”.

Il marchese Michele di Cavour (padre di Camillo e di Gustavo), vicario della cittaĢ€ e quindi capo della polizia, fece chiamare don

Bosco. Il colloquio si mosse dapprima con accenni diplomatici, poi venne ai ferri corti. Don Bosco si sentiĢ€ imporre bruscamente di limitare il numero dei giovani, di evitare di farli entrare incolonnati in cittaĢ€, di escludere i piuĢ€ grandi come i piuĢ€ pericolosi. RifiutoĢ€. Allora Cavour si mise a gridare:

- Ma cosa importa a lei di questi mascalzoni? Li lasci nelle loro case. Non si prenda di queste responsabilitaĢ€, o saranno guai per tutti!

- Io insegno catechismo a dei poveri ragazzi - rispose tenace don Bosco - e questo non puoĢ€ portare guai a nessuno. Del resto, faccio tutto con il permesso dell'Arcivescovo.

- L'Arcivescovo sa queste cose? Ma bene! Allora parleroĢ€ io con Fransoni, e saraĢ€ lui a troncare queste sciocchezze.

Monsignor Fransoni non troncoĢ€ niente, anzi difese don Bosco.

Da quel giorno, ai margini del prato dove i ragazzi giocavano, cominciarono a far la ronda le guardie della questura. Don Bosco ci scherzava su, ma comincioĢ€ a vivere sulle spine: se avessero pescato una minima irregolaritaĢ€, per il suo oratorio era finita. Cavour era una potenza.

Don Bosco eĢ€ pazzo?

Senza volerlo, fu don Bosco stesso a fornire il pretesto percheĢ si diffondesse la voce che era diventato matto. Per confortare i suoi ragazzi mentre dovevano trasbordare da un cimitero a un mulino, da una casupola a un prato, don Bosco comincioĢ€ a raccontare i suoi sogni.

Parlava di un oratorio vasto e spazioso, di chiese, case, scuole, laboratori, ragazzi a migliaia, preti a loro totale disposizione. Tutte cose che facevano a pugni con la realtaĢ€ precaria di ogni giorno.

I ragazzi sono le uniche persone capaci di sognare a occhi aperti, e a don Bosco credevano. Ripetevano a casa, sul posto di lavoro, i racconti di don Bosco. Naturale che la gente comune dicesse: “Poveretto, dev'essergli venuta una fissazione. In mezzo a quello schiamazzo continuo, finiraĢ€ al manicomio”.

Non era una malignitaĢ€ messa in giro da qualcuno, ma una voce diffusa. Ricordava Michele Rua: “Avevo appena servito Messa alla Fabbrica d'Armi e mi preparavo ad uscire, quando il cappellano mi domandoĢ€: " Dove vai? “ " Da don Bosco, eĢ€ domenica ". " Non lo sai? EĢ€ ammalato, di una malattia che difficilmente guarisce ". La notizia mi andoĢ€ dritta al cuore, procurandomi una pena

indicibile. Se avessi sentito che era ammalato mio padre, non avrei provato pena piuĢ€ grande. Corsi all'oratorio, ma con meraviglia trovai don Bosco sorridente come le altre volte. " Si eĢ€ tanto infatuato dei giovani che gli ha dato di volta il cervello ": era questa la malattia di cui si andava dicendo in quei giorni a Torino”.

Don Borel, il collaboratore e amico fraterno, cercoĢ€ di impedire a don Bosco di raccontare i suoi sogni:

- To parli di una chiesa, di una casa, di un recinto per la ricreazione. Ma dove sono queste cose?

- Non lo so, ma esistono, percheĢ io le vedo - mormoroĢ€ don Bosco.
Un giorno, in camera sua, dopo un inutile tentativo di “farlo ragionare”, don Borel

scoppioĢ€ a piangere. UsciĢ€ dicendo: “Povero mio don Bosco, eĢ€ proprio andato”.
Pare che anche la Curia abbia mandato un osservatore a verificare il grado di equilibrio di don Bosco. A questo punto, due suoi cari amici, don Vincenzo Ponzati e don Luigi Nasi, si

misero d'accordo per tirare fuori don Bosco da quella situazione penosa.
Probabilmente combinarono per una visita medica e un esame accurato presso

l'ospedale psichiatrico, a cui avrebbe potuto seguire la cura necessaria (nella situazione medica di allora: molto simile a quella che oggi si pratica ancora nei villaggi interni dell'Africa).

Una sera don Bosco stava facendo catechismo ad alcuni ragazzi, quando arrivoĢ€ una carrozza chiusa. Scesero don Ponzati e don Nasi, e lo invitarono a fare con loro una passeggiata.

- Sei stanco. Un po' d'aria ti faraĢ€ bene.
- Volentieri. Prendo il cappello e sono con voi. Uno dei due amici apre lo sportello: - Sali -. Ma don Bosco ha ormai fiutato la trappola:
- Dopo di voi, grazie.

Dopo qualche insistenza, per non guastare la faccenda, i due accettano di salire per primi. Ma appena dentro, con mossa rapida, don Bosco chiude lo sportello e ordina al cocchiere:

- Al manicomio, presto! Questi due vi sono aspettati.

Il manicomio, o ospedale psichiatrico, era poco distante. Gli infermieri, avvisati, aspettavano un prete. Ne videro arrivare due. Dovette intervenire il cappellano del manicomio per liberare i malcapitati.

Lo scherzo era stato pesante, a pensarci bene piuĢ€ da parte di don Bosco che da parte dei suoi due amici. Don Ponzati e don Nasi, liĢ€ per liĢ€, ne furono seccatissimi. PiuĢ€ tardi, tornarono ad essere

amici di don Bosco. Don Nasi, specialmente, diventeraĢ€ l'animatore della musica nell'oratorio.

Intanto, peroĢ€, don Bosco viene abbandonato da tutti. Scrive con amarezza: “Tutti si tenevano lontani da me. I miei collaboratori mi lasciarono solo in mezzo a circa quattrocento ragazzi”.

EĢ€ il momento in cui il “buon senso” crolla, si arrende. In don Bosco o c'eĢ€ il santo o c'eĢ€ il pazzo. Difficile indovinare. EĢ€ la ripetizione variata del momento in cui Francesco d'Assisi ha gettato i vestiti in faccia a suo padre, e se n'eĢ€ andato nudo dicendo: “Ora posso dire Padre nostro che sei nei cieli”; del momento in cui il Cottolengo ha buttato gli ultimi soldi dalla finestra dicendo soddisfatto: “Ora si vedraĢ€ se la Piccola Casa eĢ€ opera mia o opera di Dio”. Chi puoĢ€ accusare dei piccoli uomini, afferrati alla prudenza e al buon senso, di averli creduti pazzi?

La situazione era talmente strana, che don Bosco stesso arrivoĢ€ a dubitare dei suoi sogni. In una conferenza tenuta il 10 maggio 1864, e subito riassunta per scritto dal diacono Bonetti, don Bosco narroĢ€ che in quei giorni vide in sogno una casa non lontana dal prato, che sarebbe stata per lui e per i suoi giovani. La mattina dopo disse senz'altro a don Borei: “Adesso la casa c'eĢ€”. Il teologo lo invitoĢ€ ad andarla a vedere. AndoĢ€: era una casa in cui abitavano donne di condotta equivoca. Mortificato, don Bosco esclamoĢ€: “Allora, sono illusioni diaboliche!”. E arrossiĢ€ di se stesso. Ma il sogno tornoĢ€ altre due volte, e don Bosco pregoĢ€ piangendo: “Signore, illuminatemi, tiratemi fuori da questi imbrogli”. Il sogno tuttavia tornoĢ€ una quarta volta, e una voce gli disse: “Non temere. A Dio tutto eĢ€ possibile”.

Agonia sul prato.

In quei giorni, sul prato, arrivarono i padroni (li aveva mandati il marchese?). Si curvarono sulle zolle calpestate senza pietaĢ€ da ottocento zoccoli e scarponi. Chiamarono don Bosco:

- Ma qui si fa un deserto!
- Di questo passo il nostro prato diventeraĢ€ una strada in terra battuta.
- Abbia pazienza, caro abate, ma cosiĢ€ non si puoĢ€ continuare. La dispensiamo dal

pagare il fitto, ma dobbiamo licenziarla.
Gli diedero quindici giorni di tempo per sgombrare. Per don Bosco fu un colpo di

fulmine. Alle vicende umilianti di quei giorni, si aggiungeva la preoccupazione di trovare subito

un altro prato. Questa volta peroĢ€ non trovoĢ€ niente: chi affitta a un pazzo?
Il 5 aprile 1846, ultima domenica nel prato Filippi, fu per don Bosco uno dei giorni piuĢ€

amari della vita.
AndoĢ€ con i ragazzi alla Madonna di Campagna. Durante la Messa parloĢ€, ma non se la

sentiĢ€ di fare battute allegre, non parloĢ€ di cavoli da trapiantare. Disse che li guardava come si guardano gli uccelli a cui qualcuno vuole distruggere il nido. Li invitoĢ€ a pregare la Madonna: nonostante tutto, erano nelle sue mani.

A mezzogiorno fece un estremo tentativo dai Filippi. Non ottenne niente. Doveva proprio dare addio ai suoi ragazzi?

“In sulla sera di quel giorno - scrisse - rimirai la moltitudine dei ragazzi che giocavano. Ero solo, sfinito di forze, la salute malandata. Ritiratomi in disparte, mi posi a passeggiare da solo e non riuscii a trattenere le lacrime: " Mio Dio, esclamai, ditemi quello che devo fare.

L'oscuro ceppo da cui eĢ€ nato tutto.

Fu in quel momento che arrivoĢ€ non un arcangelo, ma un ometto balbuziente: Pancrazio Soave, fabbricante di soda e di detersivi.

- EĢ€ vero che lei cerca un luogo per fare un laboratorio?
- Non un laboratorio, ma un oratorio.
- Non so che differenza ci sia, ma insomma il posto c'eĢ€. Venga a vederlo. EĢ€ proprietaĢ€

del signor Francesco Pinardi, persona onesta.
Don Bosco, sempre in quella zona chiamata Valdocco, percorse in diagonale circa

duecento metri, e si trovoĢ€ davanti “una casupola di un solo piano, con scala e balcone di legno tarlato, attorniata da orti, prati, campi”. A poca distanza c'era la “casa equivoca” che aveva visto in sogno. “Io volevo salire le scale, ma il Pinardi e il Soave mi dissero: " No, il luogo destinato a lei eĢ€ qui dietro ". Era una tettoia”.

I pellegrini che attraversano il cortile a fianco della Basilica di Maria Ausiliatrice, la vedono ancora laĢ€ in fondo, rannicchiata in un angolo di edifici: oscuro, piccolo ceppo da cui si eĢ€ sviluppata tutta l'opera gigantesca di don Bosco. C'eĢ€ scritto a grossi caratteri “Cappella Pinardi”. PercheĢ adesso eĢ€ una cappellina ricca di fregi e di dipinti. La ricostruirono cosiĢ€ i Salesiani nel 1929.

Ma quando don Bosco arrivoĢ€ quel 5 aprile 1846, era soltanto una povera tettoia, bassa, appoggiata sul lato nord della casa Pi

nardi. Un muretto tutto intorno la trasformava in una specie di baracca. Era stata costruita da poco, ed era servita come laboratorio di un cappellaio e magazzino delle lavandaie (liĢ€ accanto scorreva un canale che andava a gettarsi nella Dora, poco lontana). Misurava metri 15 per 6, e aveva accanto due vani piuĢ€ piccoli. Don Bosco fu sul punto di rifiutarla.

- Troppo bassa, non mi serve.

- La faroĢ€ aggiustare come vuole - disse Pinardi -. ScaveroĢ€, faroĢ€ gradini, cambieroĢ€ pavimento. Ma ci tengo che faccia qui il suo laboratorio.

- Non un laboratorio, ma un oratorio - ripeteĢ€ don Bosco -, una piccola chiesa per radunarvi i ragazzi.

L'equivoco del Pinardi eĢ€ comprensibile: in vicinanza dei fiumi, in quel tempo, si costruivano numerosi laboratori, officine. Rimase un attimo perplesso, ma subito disse:

- Meglio ancora. Io sono un cantore, verroĢ€ a darle una mano. PorteroĢ€ due sedie: una per me e una per mia moglie.

Don Bosco era ancora incerto. Poi disse:

- Se mi garantite di abbassare il terreno di 50 cm io l'accetto. Non volle piuĢ€ affittare a mesi. PagoĢ€ trecentoventi lire per un

anno (piuĢ€ della metaĢ€ del suo stipendio all'Ospedaletto). Poteva disporre della tettoia e

della striscia di terra intorno, dove far giocare i ragazzi.
TornoĢ€ di corsa tra i suoi giovani e gridoĢ€:
- Allegri, figlioli! Abbiamo trovato l'oratorio! Avremo chiesa, scuola e cortile per saltare

e giocare. Domenica ci andremo. EĢ€ laĢ€, in casa Pinardi!
Era domenica delle Palme. La domenica seguente era Pasqua di Risurrezione.

Quando squillarono le campane.

Francesco Pinardi fu di parola. Vennero subito i muratori, scavarono, rinforzarono i muri e il tetto. I falegnami rifecero il pavimento stendendo un palchetto di legno. Un lavoro impossibile in sei giorni, se si dimentica che la giornata lavorativa era di dodici quattordici ore. Sabato sera l'edificio era rimesso a nuovo.

Sull'altarino della cappella don Bosco collocoĢ€ i candelieri, la croce, la lampada e un piccolo quadro di san Francesco di Sales.

Il 12 aprile fu la grande giornata. Nel mattino di Pasqua, tutte le campane della cittaĢ€ squillarono a festa. Presso la tettoia Pinardi

non c'era nessuna campana, ma c'era l'affetto di don Bosco che chiamava i suoi ragazzi nella “bassa” di Valdocco.

Arrivarono a ondate. Stiparono la chiesina, la striscia di terreno accanto, i prati intorno. In un silenzio raccolto assistettero alla benedizione della cappella e alla Messa che subito dopo don Bosco celebroĢ€ per loro. Poi, afferrando al volo la pagnotta, sciamarono sui prati, e la gioia esplose: la gioia di avere, finalmente, una casa “tutta per loro”.

21.
IL MIRACOLO DEI PICCOLI MURATORI.

In cinque pagine delle sue Memorie, don Bosco ricorda l'“orario tipo” che si seguiĢ€ per anni nell'oratorio di Valdocco. Impegnato, fin troppo diremmo. Credo che pochi, oggi, oserebbero proporre ai ragazzi di un oratorio festivo un orario di quel tipo.

“Di buon mattino si apriva la chiesa, e si cominciavano le confessioni, che duravano fino all'ora di Messa. Essa era fissata alle otto, ma per accontentare tutti quelli che desideravano confessarsi, era sovente differita alle nove”.

La Messa, la Comunione, la spiegazione del Vangelo (che dopo qualche domenica fu sostituita dal racconto a puntate della Storia Sacra). “Alla predica teneva dietro la scuola, che durava fino a mezzogiorno”.

All'una pomeridiana (don Bosco quindi si concedeva al massimo un'oretta per il pranzo e per tirare il fiato) cominciava la ricreazione: bocce, stampelle, fucili e spade di legno, attrezzi di ginnastica. Alle due e mezzo si iniziava il catechismo. Seguiva il Rosario, fincheĢ i giovani non furono in grado di cantare i Vespri. Quindi breve predica, canto delle Litanie e benedizione eucaristica.

“Usciti dalla chiesa, cominciava il tempo libero”. Qualcuno continuava la scuola di catechismo, frequentava canto o lettura. La maggior parte giocava, correndo e saltando fino a sera.

“Io mi serviva di quelle smodate ricreazioni per avvicinare ogni ragazzo. Con una parola all'orecchio, a uno raccomandavo maggior obbedienza, all'altro maggior puntualitaĢ€ al catechismo, a un terzo suggerivo di venirsi a confessare, e cosiĢ€ via”.

Faceva il prete.

Don Bosco giocava, faceva anche il saltimbanco (lo dice espressamente), ma faceva specialmente il prete. Sapeva essere gentil

mente deciso, quando occorreva. Racconta, per dimostrarlo, “uno dei tanti fatti”.
Un ragazzo, piuĢ€ volte da lui invitato a fare Pasqua, prometteva ma non manteneva mai. Un pomeriggio, mentre giocava con grande foga, don Bosco lo fermoĢ€, pregandolo di

accompagnarlo in sacrestia per un affare.
“Voleva venire com'era, in maniche di camicia. " No, gli dissi, mettiti la giubbetta e

vieni ". Giunti in sacrestia gli dissi:
- Inginocchiati a questo inginocchiatoio. - Che vuole da me?
- Confessarti.

- Non sono preparato.
- Lo so. Preparati e poi ti confesseroĢ€.
- Ha fatto bene a prendermi cosiĢ€, altrimenti non mi sarei mai deciso.

Mentre recitavo il Breviario, si preparoĢ€ un poco. Poi fece bene la sua confessione e il ringraziamento. D'allora in poi fu costante nel compiere i suoi doveri di religione”.

Addio al rondoĢ€.

Sul fare della notte, ancora tutti in cappella per le preghiere della sera, che si chiudevano con un canto. Poi, davanti alla tettoia, la scena allegra e commovente della partenza.

“Usciti di chiesa - scrive don Bosco - ciascuno dava mille volte la buona sera, senza staccarsi dagli altri compagni. Io avevo un bel dire: " Andate a casa, che si fa notte e i parenti vi attendono ". Era inutile. Bisognava che li lasciassi radunare, mentre sei dei piuĢ€ robusti facevano con le loro braccia una specie di sedia sopra cui, come sopra un trono, era giocoforza che io mi ponessi a sedere. Messisi quindi in ordine di piuĢ€ file, portando sopra quel palco di braccia don Bosco, procedevano cantando, ridendo e schiamazzando fino al rondoĢ€ (l'incrocio di corso Regina, allora chiamato S. Massimo, con altre strade). ColaĢ€ si cantavano ancora alcune lodi. Fattosi poi profondo silenzio io potevo augurare a tutti buona sera e buona settimana. Tutti, con quanto avevano di voce, rispondevano: buona sera! In quel momento io venivo deposto dal mio trono. Ognuno andava in seno alla propria famiglia, mentre alcuni dei piuĢ€ grandicelli mi accompagnavano fino a casa, mezzo morto di stanchezza”.

Molti di quei ragazzi gli avevano sussurrato: “Don Bosco, non mi lasci solo durante la settimana. Venga a trovarmi”. E dal lunediĢ€, i muratori nei cantieri di Torino assistevano a uno spettacolo strano: un prete si rimboccava la veste e saliva sui palchi, tra secchie di calce e pile di mattoni. Compiuto il suo ministero all'Ospedaletto, nelle carceri, nelle scuole della cittaĢ€, don Bosco saliva lassuĢ€ a trovare i suoi ragazzi.

Era una festa per loro. La “famiglia” dove tornavano alla sera, in tanti casi, non era quella di papaĢ€ e mamma, rimasti al paese, ma quella di uno zio, di un parente o di un compaesano. A volte era addirittura quella del padrone, che li aveva avuti in “affidamento” dai genitori. C'era poco calore per quei ragazzi. Era quindi una festa incontrare un amico “vero”, che voleva loro bene e li aiutava.

Proprio percheĢ voleva loro bene, don Bosco si fermava a fare quattro chiacchiere con il padrone. Voleva sapere qual era la loro paga, il tempo di riposo, la possibilitaĢ€ di santificare la festa. SaraĢ€ tra i primi ad esigere regolari contratti per i suoi giovani apprendisti, e a vigilare percheĢ i padroni li osservino.

Incontrava i suoi amici, e ne cercava degli altri. “Visitava le fabbriche - testimonieraĢ€ don Rua - dove c'erano numerosi apprendisti, e tutti li invitava al suo oratorio. Si rivolgeva specialmente ai giovani forestieri”.

Don Bosco sputa sangue.

Don Bosco peroĢ€ era solo un uomo, e le forze di un uomo hanno un limite. Dopo gli stress della primavera, ai primi calori la sua salute comincioĢ€ a sbandare paurosamente.

La marchesa di Barolo, che lo stimava molto, all'inizio di maggio lo chiamoĢ€. Era presente il teologo Borel. Gli mise davanti la somma enorme di cinquemila lire (otto anni di stipendio), e gli disse imperiosamente:

- Lei adesso prende questi soldi e se ne va. Dove vuole, in assoluto riposo -. Don Bosco rispose:

- La ringrazio. Lei eĢ€ molto caritatevole. Io peroĢ€ non mi sono fatto prete per curare la mia salute.

- Ma nemmeno per ammazzarsi. Ho saputo che lei sputa sangue. I suoi polmoni vanno a pezzi. Quanto crede di poter andare avanti cosiĢ€? La smetta di andare nelle carceri, al Cottolengo. E soprattutto lasci per un bel po' di tempo i suoi ragazzi. Il teologo Borel ci penseraĢ€ lui.

Don Bosco vide in questo invito un ennesimo tentativo di allontanarlo dai ragazzi. ReagiĢ€ bruscamente:

- Questo non lo accetteroĢ€ mai. La marchesa perse la pazienza:
- Se non vuol cedere con le buone, dovroĢ€ usare le cattive. Lei ha bisogno del mio

stipendio per tirare avanti. E allora sa cosa le dico? O lei lascia il suo oratorio e va a riposarsi, o io la licenzio.

- Va bene. Lei puoĢ€ trovare molti sacerdoti da mettere al mio posto. Ma i miei ragazzi non hanno nessuno. Non posso abbandonarli.

Don Bosco dice delle parole eroiche, ma ha torto. La marchesa sembra torturarlo, e invece ha ragione. I prossimi mesi lo dimostreranno. Don Bosco eĢ€ un sacerdote santo, ma giovane (31 anni) e caparbio: non ha ancora acquistato il senso del limite. La marchesa, 61 anni, si dimostra piuĢ€ saggia di lui. Ed eĢ€ una santa donna, se dopo questa sfuriata “si mise in ginocchio davanti a don Bosco chiedendogli di essere benedetta” (secondo la testimonianza di don Giacomelli che aggiunge: “CosiĢ€ non usava con me”).

In una lettera che subito dopo consegna a don Borel (con l'intenzione evidente di farla arrivare a don Bosco), la marchesa riassume cosiĢ€ la sua posizione:

“1. Approvo e lodo l'opera dell'istruzione ai ragazzi (anche se non la vedo opportuna nelle vicinanze delle mie opere per ragazze pericolanti).

2. Siccome credo in coscienza che il petto di don Bosco ha bisogno di un riposo assoluto, non gli continueroĢ€ il piccolo stipendio se non a condizione che si allontani da Torino il tempo sufficiente per rimettersi in salute. Questo mi preme molto percheĢ lo stimo molto”.

Se don Bosco rifiuta, fra tre mesi gli troveraĢ€ un sostituto come cappellano dell'Ospedaletto. Intanto, per vie traverse, gli fa arrivare l'offerta di 800 lire.

Don Bosco sputava sangue sul serio, aveva con ogni probabilitaĢ€ un'infiltrazione tubercolare ai polmoni. Eppure pensava all'avvenire. Il 5 giugno 1846 affittoĢ€ tre stanze al piano superiore della casa Pinardi, per quindici 'are complessive al mese.

In questo tempo, anche il marchese di Cavour si faceva risentire. Ogni domenica spediva mezza dozzina di guardie a sorvegliare don Bosco. Nel 1877, don Bosco diraĢ€ a don Barberis: “Mi rincresce tanto non aver avuto una macchina fotografica. Sarebbe bello poter rivedere quelle centinaia di giovani che pendevano dalle mie labbra,

e sei guardie civiche in divisa, ritte a due a due, impalate in tre diversi punti della chiesa, che con le braccia conserte ascoltavano anch'esse la predica. Mi servivano tanto bene per assistere i giovani, anche se erano liĢ€ per assistere me! Qualcuno col rovescio della mano si asciugava furtivamente le lacrime. Sarebbe bello averle fotografate in ginocchio fra i giovani, attorno al mio confessionale, ad aspettare il loro turno. PercheĢ le prediche io le facevo piuĢ€ per loro che per i giovani: parlavo del peccato, della morte, del giudizio, dell'inferno”.

“Signore, non fatelo morire”.

Prima domenica di luglio 1846. Dopo la massacrante giornata passata all'oratorio in un caldo torrido, mentre torna alla sua stanza presso il Rifugio, don Bosco sviene. Lo portano al suo letto di peso. “Tosse, infiammazione violenta, perdite continue di sangue”. Parole che con ogni probabilitaĢ€ equivalgono a “pleurite con febbre alta, emottisi”. Complesso di malattie gravissime per quel tempo, e per quel malato che giaĢ€ ha avuto sbocchi di sangue.

“In pochi giorni fui giudicato all'estremo della vita”. Gli viene dato il Viatico e l'Unzione degli infermi. Sui palchi dei piccoli muratori, nelle officine dei giovani meccanici, la notizia si diffonde rapida: “Don Bosco muore”.

In quelle sere, alla cameretta del Rifugio dove don Bosco agonizza, arrivano gruppi di poveri ragazzi spauriti. Hanno ancora gli abiti imbrattati dal lavoro, la faccia bianca di calce. Non hanno cenato per correre a Valdocco. Piangono, pregano:

- Signore, non fatelo morire.

Il medico ha proibito ogni visita, e l'infermiere (messo subito accanto a don Bosco dalla marchesa) impedisce a tutti di entrare nella camera del malato. I ragazzi si disperano:

- Me lo lasci solo vedere.
- Non lo faroĢ€ parlare.
- Io ho solo da dirgli una parola, una sola.
- Se don Bosco sapesse che sono qui, mi farebbe entrare certamente.

Otto giorni don Bosco rimase fra la vita e la morte. Ci furono dei ragazzi che in quegli otto giorni, al lavoro sotto il sole rovente, non toccarono un sorso d'acqua, per strappare al Cielo la sua guarigione. Nel Santuario della Consolata, i piccoli muratori si diedero il turno giorno e notte. C'era sempre qualcuno in ginocchio davanti

alla Madonna. A volte gli occhi si chiudevano per il gran sonno (venivano da 12 ore di lavoro), ma resistevano percheĢ don Bosco non doveva morire.

Alcuni, con la generositaĢ€ incosciente dei ragazzi, promisero alla Madonna di recitare il Rosario per tutta la vita, altri di digiunare a pane e acqua per un anno.

Sabato, don Bosco ebbe la crisi piuĢ€ grave. Non aveva piuĢ€ forze, e il minimo sforzo gli provocava uno sbocco di sangue. Nella notte, molti temettero la fine. Ma non venne.

Venne invece la ripresa, la “grazia”, strappata alla Madonna da quei ragazzi che non potevano rimanere senza padre.

Una domenica verso la fine di luglio, nel pomeriggio, appoggiandosi a un bastone, don Bosco s'incamminoĢ€ verso l'oratorio. I ragazzi gli volarono incontro. I piuĢ€ grandi lo costrinsero a sedersi sopra un seggiolone, lo alzarono sulle loro spalle, e lo portarono in trionfo fino al cortile. Cantavano e piangevano, i piccoli amici di don Bosco, e piangeva anche lui.

Entrarono nella cappellina, e ringraziarono insieme il Signore. Nel silenzio che si fece teso, don Bosco riusciĢ€ a dire poche parole:

- La mia vita la devo a voi. Ma siatene certi: d'ora innanzi la spenderoĢ€ tutta per voi.

Per me, sono le parole piuĢ€ grandi che don Bosco disse nella sua vita. Sono il “voto solenne” con cui si consacroĢ€ per sempre ai giovani e solo a loro. Le altre parole grandissime (vera continuazione di queste) le diraĢ€ sul letto di morte: “Dite ai miei ragazzi che li aspetto tutti in Paradiso”.

Le pochissime forze di cui poteva disporre quel giorno, don Bosco le spese per parlare a uno a uno con i ragazzi, “per cambiare in cose possibili i voti e le promesse che non pochi avevano fatto senza la dovuta riflessione quando io ero in pericolo di vita”. Un gesto delicatissimo.

I medici prescrissero una lunga convalescenza di assoluto riposo, e don Bosco saliĢ€ ai Becchi, nella casa di suo fratello e di sua madre. Ma promise ai ragazzi:

- Al cadere delle foglie saroĢ€ di nuovo qui, in mezzo a voi.
“O la borsa o la vita”.
CompiĢ€ il viaggio cavalcando un asino. Fece tappa a Castelnuovo percheĢ “ben crollato

dal somarello”, e arrivoĢ€ ai Becchi verso sera.

Sull'aia, a dargli il “bentornato” c'era la gioia rumorosa dei nipotini. I figli di Antonio, che s'era costruito una piccola casa di fronte a quella che abitavano da ragazzi, erano cinque: Francesco 14 anni, Margherita 12, Teresa 9, Giovanni 6, e Francesca, una bimbetta vivace di appena 3 anni. Anche Giuseppe, di fronte alla casa paterna, aveva costruito una sua casa, e vi abitava con mamma Margherita e con quattro figli: Filomena che aveva ormai 11 anni, Rosa Domenica 8, Francesco 5, e Luigi che vagiva ancora in culla.

Don Bosco eĢ€ ospitato da Giuseppe. L'aria delle sue colline, l'affetto silenzioso della mamma, le passeggiate sempre piuĢ€ lunghe che fa verso sera tra i filari dove l'uva comincia a tingersi di rosso, gli ridanno vita e forze.

Ogni tanto scrive a don Borel per avere notizie dei suoi ragazzi. Ringrazia “don Pacchiotti, don Bosio, il teologo Vola, don Trivero”, che vanno a dare una mano.

Nel mese di agosto, in una passeggiata, arriva fino a Capriglio. Sta tornando attraverso un boschetto, quando una voce dura gli intima:

- O la borsa o la vita.
Don Bosco eĢ€ spaventato. Risponde:

- Sono don Bosco, denari non ne ho -. Guarda quell'uomo che eĢ€ sbucato tra le piante brandendo un falcetto, e con voce diversa continua:

- Cortese, sei tu che vuoi togliermi la vita?
Ha scoperto in quel volto coperto dalla barba un giovanotto che gli era diventato amico

nelle prigioni di Torino. Anche il giovanotto lo riconosce, e vorrebbe sprofondare.
- Don Bosco, perdonatemi. Sono un disgraziato -. Gli racconta a pezzi e bocconi una storia amara e solita. Dimesso dalla prigione, a casa sua non l'hanno piuĢ€ voluto. “Anche mia madre mi voltoĢ€ le spalle. Mi disse che ero il disonore della famiglia”. Lavoro, nemmeno

parlarne. Appena sapevano che era stato in prigione, gli chiudevano la porta in faccia.
Prima di arrivare ai Becchi, don Bosco l'ha confessato, e gli ha detto: “Adesso vieni con

me”. Lo presenta ai suoi familiari:
- Ho trovato questo bravo amico. Stasera ceneraĢ€ con noi.
Alla mattina, dopo la Messa, gli daĢ€ una lettera che lo raccomanda a un parroco e ad

alcuni bravi padroni di Torino, lo abbraccia.
Ottobre. Nelle lunghe camminate solitarie, don Bosco ha costruito lentamente il suo

progetto per il futuro immediato. Tornando

a Torino, andraĢ€ ad abitare nelle stanze affittate da Pinardi. LiĢ€, poco per volta, daraĢ€ ospitalitaĢ€ ai ragazzi che non hanno famiglia.

Quel luogo, peroĢ€, non eĢ€ adatto per un prete solo. Poco lontano c'eĢ€ la “casa equivoca”, cioeĢ€ la casa Bellezza con l'osteria “Giardiniera”, dove gli ubriachi cantano fino a notte alta. Dovrebbe abitare insieme a una persona che lo garantisca dai sospetti e dalle malignitaĢ€, che a girare fanno presto.

Ha pensato a sua madre. Ma come fare a dirglielo? Margherita ha 58 anni, e ai Becchi eĢ€ una regina. Come sradicarla dalla sua casa, dai suoi nipotini, dalle abitudini serene di ogni giorno? Forse don Bosco si sente incoraggiato dalla triste stagione che si sta profilando per le campagne. I raccolti del 1846 sono stati cattivi, e per il 1847 si prevedono piuĢ€ cattivi ancora.

- Mamma - le dice una sera prendendo il coraggio a due mani -, percheĢ non venite a passare qualche tempo con me? Ho affittato tre stanze a Valdocco, e presto ospiteroĢ€ dei ragazzi abbandonati. Un giorno mi avete detto che se diventavo ricco non sareste mai venuta a casa mia. Ora invece sono povero e carico di debiti, e abitare da solo in quel quartiere eĢ€ rischioso per un prete.

Quella donna anziana rimane pensosa. EĢ€ una proposta che non si aspettava. Don Bosco insiste con dolcezza:

- Non verreste a fare da mamma ai miei ragazzi?
- Se credi che questa sia la volontaĢ€ del Signore - mormora -, vengo.

Forestieri senza niente.

3 novembre, martediĢ€. Le foglie cadevano al vento d'autunno, e don Bosco ripartiĢ€ per Torino. Portava sotto il braccio un messale e il breviario. Accanto a lui camminava mamma Margherita. Al braccio aveva un canestro con un po' di biancheria e di cibo.

Don Bosco aveva comunicato per lettera le sue decisioni a don Borel, e il “padre piccolo” era stato tanto gentile da trasportare le poche masserizie di don Bosco dalla stanza del Rifugio alle camere di casa Pinardi.

I due pellegrini fecero la lunga strada a piedi. Quando giunsero al rondoĢ€, un sacerdote amico di don Bosco li riconobbe, e venne a salutarli. Li vide impolverati e stanchi.

- Bentornato, caro don Bosco. Come va la salute?
- Sono guarito, grazie. Ho portato con me mia madre. - Ma percheĢ siete venuti a piedi?

- PercheĢ manchiamo di questi - e sorridendo fece scorrere il pollice sull'indice. - E dove andate ad abitare?
- Qui, in casa Pinardi.
- Ma come farete a vivere senza risorse?

- Non lo so, ma la Provvidenza ci penseraĢ€.

- Sei sempre il solito - mormoroĢ€ il bravo prete scuotendo il capo. TiroĢ€ fuori di tasca l'orologio (allora era un oggetto prezioso e raro) e glielo porse:

- Vorrei essere ricco per aiutarti. Faccio solo quello che posso. Margherita entroĢ€ per prima nella sua nuova casa: tre stanzette

nude e squallide, con due letti, due sedie e qualche casseruola. Sorrise, e disse al figlio:

- Ai Becchi, ogni giorno dovevo darmi da fare per mettere in ordine, pulire i mobili, lavare le pentole. Qui potroĢ€ riposare molto di piuĢ€.

Ripresero fiato, poi si misero tranquilli a lavorare. Mentre Margherita preparava un po' di cena, don Bosco appese alla parete un Crocifisso e un quadretto della Madonna, poi preparoĢ€ i letti per la notte. E insieme, madre e figlio, si misero a cantare. La canzone diceva:

Guai al mondo - se ci sente
forestieri - senza niente.
Un ragazzo, Stefano Castagno, li sentiĢ€ e la notizia corse di bocca in bocca tra i giovani

di Valdocco:
- Don Bosco eĢ€ tornato!

22

UNA POLVERIERA PROSSIMA AD ESPLODERE.

La domenica seguente, 8 novembre, fu festa grande. Don Bosco dovette sedere in poltrona in mezzo al prato, con i giovani che facevano cerchio intorno, e sentire i loro canti e i loro auguri.

Molti di quei ragazzi erano andati a trovarlo ai Becchi, e l'avevano forzato ad anticipare il ritorno, ponendogli la scherzosa alternativa: “O lei torna a Valdocco, o noi trapiantiamo l'oratorio qui”.

Don Cafasso si era opposto a un ritorno cosiĢ€ anticipato rispetto ai consigli del medico. Gli aveva addirittura fatto dire una parola dall'Arcivescovo. “Mi fu consentito di tornare all'Oratorio - scrive don Bosco - con l'obbligo per due anni di non predicare”. Ma subito confessa: “Ho disubbidito”.

Le stanze illuminate piene di ragazzi.

La prima preoccupazione di don Bosco fu quella di riprendere e di allargare le scuole serali: “Ho preso a pigione un'altra camera. Facevamo scuola in cucina, in camera mia, in sacrestia, in coro, nella chiesa. Fra gli allievi c'erano anche fior di monelli, che guastavano o mettevano sottosopra tutto. Alcuni mesi dopo riuscii ad affittare altre due camere”.

Testimoni del tempo ricordano: “Era uno spettacolo vedere alla sera le stanze illuminate, piene di ragazzi e giovani. In piedi dinnanzi ai cartelloni, con un libro in mano, nei banchi intenti a scrivere, seduti per terra a scarabocchiare sui quaderni le lettere grandi”.

Don Carpano, don Nasi, don Trivero, don Pacchiotti sono tornati ad aiutarlo. La faccenda della “fissazione” si eĢ€ spenta durante la malattia e la lunga convalescenza. Se don Bosco ha un'idea fissa, si eĢ€ dimostrato capace di sputare sangue per realizzarla.

Con la marchesa di Barolo eĢ€ rimasta un poco di ruggine. EĢ€ inevitabile, quando entrambi possono dire: “Visto che avevo ragione?”. La marchesa ha visto puntualmente avverarsi le sue previsioni: don Bosco eĢ€ crollato e ha rischiato di morire, il lungo riposo ha dovuto prenderselo come convalescenza, e l'oratorio ha continuato a marciare sotto la guida di don Borel. Ma anche don Bosco sente di aver avuto ragione nel non abbandonare l'oratorio a nessun costo. A ogni modo, eĢ€ impossibile che in questo stato di salute don Bosco possa riprendere il suo lavoro all'Ospedaletto. CosiĢ€ il loro mutuo impegno, scaduto tacitamente in agosto, non viene piuĢ€ rinnovato. Don Bosco si recheraĢ€ solo saltuariamente a predicare tra le ragazze ammalate. La marchesa non gli fa piuĢ€ recapitare lo stipendio, ma attraverso don Borel e don Cafasso gli faraĢ€ arrivare generose offerte “per i suoi monellacci”, fino all'anno della sua morte, 1864.

Ma queste sono piccole cose di fronte alle vicende gravi che sono ormai nell'aria. L'unica cosa veramente importante eĢ€ che don Bosco abbia dato stabilitaĢ€ al suo oratorio e riacquistato la salute prima dello scoppio del grande temporale politico.

Papa Mastai-Ferretti prende il nome di “Pio IX”

Nei primi mesi di quel 1846, il celebre giornalista De Boni scriveva a Torino: “Sono annoiato di passeggiare per i quadrati di questa cittaĢ€ quadrata, dove tutti parlano sommesso, tutti camminano pian pianino. Disprezzo il ghiaccio polare che si accumula qui a montagne, queste strade diritte come sono obliqui gli uomini, codesto prudente liberalismo che sente prediche nella domenica, e ogni venerdiĢ€ recita il rosario del progresso cattolico del conte Balbo, che Dio lo benedica”.

Come profeta, De Boni manifesta poche doti. Torino eĢ€ una polveriera ormai prossima a esplodere. Il conte Balbo rappresenta quel liberalismo moderato, che a distanza non di anni ma di mesi agiraĢ€ come un terremoto in tutta l'Italia.

Nel giugno di quell'anno eĢ€ eletto papa il cardinale Mastai Ferretti, vescovo “spregiudicato” di Imola. Prende il nome di “Pio IX”. EĢ€ un uomo piissimo e semplice. Non eĢ€ un politico, neĢ eĢ€ favorevole alle idee dei liberali. Ha invece un profondo senso di umanitaĢ€: per questo mette in atto rapidamente alcune riforme attese da anni nello Stato Pontificio, che vengono scambiate per “riforme liberali”, con tutti gli equivoci conseguenti.

Pochi giorni dopo la sua elezione (17 luglio), nonostante il pa

rere contrario di molti cardinali, concede una larga amnistia politica. Molti detenuti, colpevoli soltanto di aver partecipato a “moti liberali”, vengono rimessi in libertaĢ€.

Per “capire” i detenuti, si reca sovente in incognito nella prigione di Castel Sant'Angelo, parla con loro, gettando il panico tra i direttori del carcere. Per “sentire” le lamentele della gente, visita con lo stesso sistema gli ospedali.

Nei mesi seguenti mette un freno ai soprusi della polizia, e manifesta la ferma volontaĢ€ che l'invadente diplomazia austriaca rispetti maggiormente l'indipendenza della Santa Sede.

Nella primavera del 1847 concede una certa libertaĢ€ di stampa, istituisce una Consulta di

Stato con partecipazione di laici designati dal basso (qualcosa che fa pensare vagamente a un Parlamento). Permette la formazione di una Guardia Civica (milizia popolare).

Nell'atmosfera di fervida attesa creata dal “Primato” di Gioberti, Pio IX sembra ai liberali il Pontefice “neoguelfo” tanto atteso. Si esalta Papa Mastai come colui che realizzeraĢ€ l'unitaĢ€ e l'indipendenza italiana in un'atmosfera liberale. Divampano gli entusiasmi. Dovunque si rechi, Pio IX non puoĢ€ salvarsi da sfilate, omaggi, fiaccolate.

Non sono soltanto i liberali a “capire cosiĢ€” Pio IX. Anche persone socialisteggianti ed esponenti della “sinistra democratica” gridano al miracolo. Anche Metternich, il potente Cancelliere austriaco che eĢ€ il carabiniere dell'assolutismo e del conservatorismo, esclama desolato: “Tutto mi sarei aspettato, ma non un papa liberale”.

Pio IX non eĢ€ un papa liberale, eppure per quasi due anni verraĢ€ forzato dagli eventi e dalle circostanze a svolgere un ruolo che si presta all'equivoco.

Nell'estate del 1847, per garantirsi contro il “papa liberale”, Metternich fa occupare da un presidio austriaco la cittaĢ€ pontificia di Ferrara. I liberali interpretano questa mossa come la definitiva rottura tra Santa Sede e Austria, la scintilla della imminente guerra di indipendenza. Carlo Alberto offre il suo esercito al Papa, dall’America Garibaldi mette a disposizione di Pio IX la sua legione di volontari, da Londra Mazzini gli scrive una lettera con parole infiammate.

Pio IX diventa cosiĢ€ la bandiera della libertaĢ€ nazionale. Non ha mai pensato di provocare una guerra, ma viene scavalcato dagli eventi. La guerra d'indipendenza, giustificata nel suo nome, eĢ€ ormai nell'aria.

L'urto di don Bosco con i “preti patrioti”.

Dopo Roma, Torino eĢ€ il centro delle manifestazioni a favore di Pio IX e dei suoi gesti “liberali”.

L'arcivescovo Fransoni, che eĢ€ un rigido conservatore, rimane perplesso per gli sviluppi della situazione. Ha forti sospetti sulla “strumentalizzazione” del nuovo Papa da parte dei liberali. Altri vescovi piemontesi invece (quelli di Fossano, Pinerolo, Biella), sono decisamente ed entusiasticamente schierati con il “nuovo corso liberale della Chiesa”. Nel 1848 quasi tutti i vescovi piemontesi e sardi scriveranno lettere pastorali patriottiche.

“Anche don Bosco - scrive Pietro Stella -, attorno al 1848 deve aver preso parte alle comuni speranze d'Italia nella forma neoguelfa, che appariva rispettosa per il Papa e per le antiche dinastie governanti”. Nella seconda edizione della Storia Ecclesiastica apparsa all'inizio del 1848, chiama il teorico del liberalismo neoguelfo “il grande Gioberti”.

“Ma non dovette essere un sentimento di lunga durata”, se questo apprezzamento scompare nell'edizione successiva. “Presto dovette venire l'urto con i preti patrioti, e si sarebbe scavato irrimediabilmente un solco tra lui, don Cocchi, don Trivero e don Ponte”.

Quest'urto si verificoĢ€ probabilmente quando comincioĢ€ ad apparire che molti liberali volevano solo “servirsi” del Papa per i loro fini politici, e specialmente dopo l'allocuzione del 29 aprile 1848, con cui Pio IX chiariĢ€ definitivamente l'equivoco.

Sassaiole rabbiose.

Intanto, accanto alla “storia grande”, nella bassa di Valdocco si svolge la storia umile di tutti i giorni: la fatica oscura per il bene dei ragazzi, la lotta silenziosa con i debiti.

Don Bosco, che eĢ€ riuscito nel dicembre del 1846 a subaffittare da Pancrazio Soave tutte le stanze della casa Pinardi e il terreno circostante (710 lire all'anno), fa riparare il muretto tutto intorno al prato dei giochi, e costruire alle due estremitaĢ€ un portone e un cancello. CosiĢ€ la “ciurmaglia invereconda” che alla domenica invade l'albergo della Giardiniera e altre case all'intorno, non potraĢ€ piuĢ€ infiltrarsi nel cortile a importunare i ragazzi.

Una parte del prato (dove oggi eĢ€ un negozietto di oggetti religiosi), don Bosco lo trasforma in orto. I ragazzi lo chiamano “l'orto di mamma Margherita”. Tra spese per affitti e per aiutare i giovani,

i soldi per la cucina sono sempre scarsi. E quella donna di campagna cerca di risparmiare coltivando lattughe e patate.

Nei prati intorno, alla domenica, si ritrovano bande di giovinastri. Giocano ai soldi, bevono vino comprato a bottiglioni alla Giardiniera, bestemmiano, insultano i ragazzi che entrano all'oratorio. Don Bosco li avvicina, con pazienza. EĢ€ capace di sedersi tra loro per fare la partita a carte. Poco per volta riesce ad attirarne parecchi. PiuĢ€ di una volta, peroĢ€, mentre spiega il catechismo all'aperto, i suoi ragazzi devono scappare in cappella investiti da rabbiose sassaiole.

Sapeva molto bene, don Bosco, che i cinquecento ragazzi che radunava nel suo oratorio erano poca cosa rispetto ai giovani che vagavano per la cittaĢ€, senza fede e sovente senza pane.

Borgo Vanchiglia, non molto lontano da Valdocco, era infestato dalla “cocche”, bande di teppisti che davano filo da torcere ai carabinieri, vivevano scippando borse e fagotti alla gente che tornava dal mercato, e spesso si scontravano tra loro in sassaiole paurose e tragiche, che potevano finire a colpi di coltello.

Passando da quelle parti, don Bosco si getta qualche volta in mezzo ai combattenti, cercando di disperderli “a scapaccioni e a pugni”. Si eĢ€ ricevuto in faccia una zoccolata. “Non con le percosse”, gli eĢ€ stato detto nel sogno, ma anche i sogni hanno le loro eccezioni.

Un prete ladro.

Una delle tattiche che don Bosco usa per portare bravi ragazzi all'oratorio, eĢ€ entrare in una bottega dove lavorano dei giovani, e affrontare il padrone:

- Mi farebbe un piacere?
- Se posso, reverendo.
- SiĢ€ che lo puoĢ€. Alla domenica mi mandi questi ragazzi all'oratorio di Valdocco.

Potranno imparare un po' di catechismo e farsi buoni.
- Ne hanno proprio bisogno di farsi buoni. Qualcuno eĢ€ poltrone, insolente.
- Ma no. Hanno una faccia da galantuomini, non vede? Allora intesi: domenica vi

aspetto all'oratorio. Giocheremo insieme e ci divertiremo.
Con un altro tipo di giovani, la tattica era diversa. Mentre don Borel badava all'oratorio,

lui girava per le piazze e le strade della

periferia. Mazzi di giovani giocavano a soldi sui marciapiedi. Mentre le carte giravano, i soldi (a volte fino a quindici, venti lire) erano raccolti al centro, su un fazzoletto.

Don Bosco studiava bene la situazione, poi con una mossa rapida afferrava il fazzoletto e se la dava a gambe. I giovani, sbalorditi, balzavano in piedi e gli correvano dietro gridando:

- I soldi! Ci restituisca i soldi!

Avevano visto di tutto, quei poveri ragazzi, eccetto un prete ladro. Don Bosco continuava a correre verso l'oratorio, e intanto gridava:

- V li do se mi prendete. Su, correte!

Infilava il portone dell'oratorio, poi quello della cappella, e i giovani dietro. A quell'ora, sul pulpito, c'era don Carpano o don Borel che predicava tra una massa fitta di ragazzi. E cominciava la scena.

Don Bosco si fingeva un negoziante di passaggio, alzava il fazzoletto che aveva ancora in mano e gridava:

- Torroni! Torroni! Chi compra torroni? Il predicatore fingeva di perdere le staffe:

- Fuori di qui, mascalzone! Non siamo in piazza!
- Ma io devo vendere torroni, e qui ci sono tanti ragazzi. Nessuno fa un'offerta?
Il dialogo era in dialetto, i ragazzi ridevano a crepapelle, i nuovi arrivati a sentire quel

battibecco rimanevano interdetti: ma dove erano capitati?
Intanto i due “dialoganti” continuavano a battute allegre, a frizzi vivaci, e portavano la

disputa sul gioco dei denari, sulla bestemmia, sulla gioia di vivere nell'amicizia con il Signore. Finiva che anche quelli arrivati dietro don Bosco si mettevano a ridere, a interessarsi degli

argomenti.
Alla fine si attaccava il canto delle litanie. Quelli, stringendo da vicino don Bosco:

- Allora, i soldi ce li daĢ€?

- Ancora un momento, dopo la benedizione.
Quando uscivano in cortile, restituiva il denaro, aggiungeva la merenda, e si faceva

promettere che “a giocare sarebbero venuti qui, d'ora innanzi”. E molti ci stavano.

I canti e gli urli degli ubriachi

Stefano Castagno, un ragazzo di quel tempo, testimoniava: “Don Bosco era sempre il primo nei giochi, l'anima delle ricrea

zioni. Non so come facesse, ma si trovava in ogni angolo del cortile, in mezzo a ogni gruppo di giovani. Con la persona e con l'occhio ci seguiva tutti. Noi eravamo scarmigliati, talvolta sudici, importuni, capricciosi. Ed egli provava gusto a stare con i piuĢ€ miseri. Per i piuĢ€ piccoli aveva un affetto da mamma. Spesso si bisticciava, ci si pestava. E lui a dividerci. Alzava la mano come per percuoterci, ma non ci picchiava mai, ci tirava via a forza prendendoci per le braccia”.

Giuseppe Buzzetti ricordava: “Conobbi centinaia di ragazzi che venivano all'oratorio privi di istruzione e di sentimenti religiosi, e che cambiarono condotta in brevissimo tempo. Si affezionavano talmente al nostro oratorio che non se ne staccavano piuĢ€, e si accostavano alla confessione e alla Comunione tutte le domeniche”.

CioĢ€ che disturbava, specialmente d'estate, era la “Giardiniera”, cioeĢ€ la bettola frequentatissima di casa Bellezza. Dalla cappellina, quando si dovevano tenere porte e finestre aperte, si sentivano i canti e gli urli degli ubriachi. A volte delle risse furibonde coprivano la voce del predicatore. Qualche volta don Bosco fu costretto a scendere dal pulpito. Deposta cotta e stola entrava nella taverna, minacciando di chiamare i carabinieri.

Si faceva sempre piuĢ€ urgente il problema dei collaboratori. Don Borel, don Carpano e gli altri preti, alla domenica erano spesso impegnati altrove. Dove trovare persone per l'assistenza, i catechismi, e specialmente per le scuole serali?

Don Bosco ricordoĢ€ che nel sogno “parecchi agnelli si mutavano in pastori”. ComincioĢ€ a cercare i collaboratori tra i suoi stessi ragazzi, se li fabbricoĢ€. Scelse tra i piuĢ€ grandi i giovani migliori, fece loro una scuola a parte. “Quei maestrini - scrive don Lemoyne -, otto o dieci all'inizio, fecero un'ottima prova, non solo, ma alcuni di essi divennero poi sacerdoti eccellenti”.

Vennero a dargli una mano anche alcuni bravi laici della cittaĢ€: un orafo, due chincaglieri, un droghiere, un sensale, un falegname.

23.
“SONO ORFANO, VENGO DALLA VALSESIA”.

Dell'inverno 1846-47, don Bosco ricorda un episodio drammatico.

Un ragazzo, 14 anni, che da tempo frequentava l'oratorio, si sentiĢ€ intimare dal padre (che alla sera si ubriacava regolarmente) di non recarsi piuĢ€ da don Bosco. Il ragazzo fece finta di niente e continuoĢ€. L'uomo, un bottegaio, si inviperiĢ€. MinaccioĢ€ di spaccargli la testa se non obbediva.

Una sera tardi di domenica, il ragazzo tornoĢ€ dall'oratorio, e trovoĢ€ il padre ubriaco fradicio che l'aspettava con in mano un'accetta. L'alzoĢ€ su di lui gridando:

- Sei andato da don Bosco!
Il ragazzo, preso dallo spavento, scappoĢ€ via. L'uomo si mise a corrergli dietro gridando: - Se ti prendo ti ammazzo!

L'albero e la nebbia.

Anche la madre, che aveva assistito alla scena, si mise a correre dietro al marito per disarmarlo. Il ragazzo, con la velocitaĢ€ dei suoi 14 anni, giunse all'oratorio con un buon vantaggio sul padre, ma trovoĢ€ il portone chiuso. BussoĢ€ disperato, poi, sfinito, non sentendo nessuno che venisse ad aprire, si arrampicoĢ€ su un grande gelso liĢ€ accanto. Non c'erano foglie a nasconderlo, ma era una notte nebbiosa.

Ansimando arrivoĢ€ l'ubriaco con l'accetta. PicchioĢ€ pesantemente al portone. Margherita, che per caso dalla finestra aveva visto il ragazzo salire sul gelso, corse ad aprire dopo aver dato una voce a don Bosco. Appena socchiuso il portone, l'uomo corse difilato alla scala, saliĢ€ nella camera di don Bosco gridando minaccioso:

- Dov'eĢ€ mio figlio? - Don Bosco lo affrontoĢ€ risoluto:
- Qui vostro figlio non c'eĢ€.
- SiĢ€ che c'eĢ€ -. SpalancoĢ€ armadi e porte. - Lo troveroĢ€ e lo ammazzeroĢ€.
- Signore - intervenne con energia don Bosco -, ho detto che qui non c'eĢ€. Ma anche se

ci fosse, questa eĢ€ casa mia, e non avete nessun diritto di entrarvi. O uscite o faccio chiamare i carabinieri.

- Non s'affanni, revereĢ€ndo, ci vado subito io dai carabinieri, e dovraĢ€ restituirmi mio figlio.

- Benissimo, andiamoci insieme. Ho giusto alcune cosette da dire a quei signori sul vostro comportamento, e questa eĢ€ proprio l'occasione buona.

L'uomo aveva qualche faccenda da nascondere, e batteĢ in ritirata borbottando minacce. Don Bosco, con sua madre, andoĢ€ allora verso il gelso, e sottovoce chiamoĢ€ il ragazzo. Non rispose. Disse piuĢ€ forte:

- Scendi, caro. Non c'eĢ€ piuĢ€ nessuno -. Niente. Temettero una disgrazia. Don Bosco saliĢ€ con una scala, lo vide con gli occhi sbarrati, lo scosse. Come destandosi da un brutto incubo, il ragazzo si mise a gridare, ad agitarsi con furia. MancoĢ€ poco che rotolassero tutti e due dall'albero. Don Bosco dovette afferrarlo stretto, mentre gli mormorava:

- Non c'eĢ€ tuo padre. Sono io, don Bosco. Non aver paura. Poco per volta si calmoĢ€ e si mise a piangere quietamente. Don

Bosco riusciĢ€ a farlo scendere e ad entrare in cucina. Mamma Margherita gli preparoĢ€ qualcosa di caldo, e don Bosco distese un pagliericcio percheĢ dormisse davanti al fuoco. Il giorno dopo, per salvarlo dalla rabbia del padre, lo mandoĢ€ da un bravo padrone in una borgata vicina. PoteĢ rientrare in casa solo dopo qualche tempo.

Fu quell'episodio, forse, a rendere piuĢ€ viva una ferita che don Bosco portava nel cuore. Alcuni dei suoi ragazzi, alla sera, non sapevano dove andare a dormire. Finivano sotto i ponti, o negli squallidi dormitori pubblici. Da tempo pensava di prendere in casa sua i piuĢ€ abbandonati.

Fece il primo esperimento una sera dell'aprile 1847. La casa Pinardi, sulla destra di chi guarda, finiva con un piccolo fienile (ora c'eĢ€ un passaggio che daĢ€ sul grande cortile posteriore). LiĢ€ don Bosco mise a dormire mezza dozzina di giovanotti. Fu un fiasco.

La mattina dopo, gli ospiti erano spariti portandosi via le coperte che aveva loro prestato Margherita.

Don Bosco ritentoĢ€ l'esperimento pochi giorni dopo, e andoĢ€ peggio: gli portarono via anche il fieno e la paglia.

Ma non si scoraggioĢ€.
Un ragazzo bagnato e intirizzito.

Una sera di maggio. Piove a catinelle. Don Bosco e sua madre hanno appena terminato la cena, quando qualcuno bussa al portone. (Seguiamo il filo del racconto sulle pagine scritte da don Bosco). EĢ€ un ragazzo bagnato e intirizzito, sui 15 anni.

- Sono orfano. Vengo dalla Valsesia. Faccio il muratore, ma non ho ancora trovato lavoro. Ho freddo e non so dove andare.

- Entra - gli dice don Bosco -. Mettiti vicino al fuoco, che cosiĢ€ bagnato ti prenderai un accidente.

Mamma Margherita gli prepara un po' di cena. Poi gli domanda: - E adesso, dove andrai?

- Non lo so. Avevo tre lire quando sono arrivato a Torino, ma le ho spese tutte -. Silenziosamente si mette a piangere. - Per favore, non mandatemi via.

Margherita pensa alle coperte che hanno preso il volo.
- Potrei anche tenerti, ma chi mi garantisce che non mi porterai via le pentole?
- Oh no, signora. Sono povero, ma non ho mai rubato. Don Bosco eĢ€ giaĢ€ uscito sotto la

pioggia a raccogliere alcuni
mattoni. Li porta dentro e fa quattro colonnine su cui distende alcune assi. Poi va a

togliere dal suo letto il pagliericcio e lo mette liĢ€ sopra.
- Dormirai qui, caro. E rimarrai fincheĢ ne avrai bisogno. Don Bosco non ti manderaĢ€ mai

via.
“La mia buona madre lo invitoĢ€ a recitare le preghiere.

- Non le so -, rispose.

- Le reciterai con noi - gli disse. E cosiĢ€ fu. Di poi fecegli un sermoncino sulla necessitaĢ€ del lavoro, della fedeltaĢ€ e della religione”.

I Salesiani hanno affettuosamente visto in questo sermoncino di mamma Margherita la prima “buona notte” (una breve parola del capo della casa) con cui si eĢ€ soliti chiudere la giornata nelle case salesiane, e che don Bosco giudicava “chiave della moralitaĢ€, del buon andamento e del successo”.

Mamma Margherita peroĢ€ non fu molto persuasa dell'efficacia delle sue parole, se don Bosco aggiunge subito: “AffincheĢ poi ogni cosa fosse assicurata, venne chiusa a chiave la cucina, neĢ piuĢ€ si apriĢ€ fino al mattino”.

Era il primo orfano che entrava nella casa di don Bosco. Alla fine dell'anno saranno sette. Diventeranno migliaia.

Il secondo fu un ragazzo dodicenne “di famiglia civile”. Don Bosco lo incontroĢ€ sul viale San Massimo (oggi corso Regina Margherita). Piangeva con la testa appoggiata a un olmo. Non aveva piuĢ€ padre. La madre gli era morta il giorno prima, e il padrone di casa l'aveva messo fuori, prendendosi le masserizie per rifarsi del fitto non pagato. Don Bosco lo condusse da mamma Margherita e gli trovoĢ€ un posto presso un negozio come commesso. RiusciĢ€ a farsi una buona posizione, e rimase sempre amico del suo benefattore.

Il terzo fu Giuseppe Buzzetti, il muratorino di Caronno Ghiringhello. Fu don Bosco stesso a invitarlo. Una domenica sera, mentre salutava gli altri, lo trattenne per mano.

- Verresti a stare con me?
- Volentieri.
- Allora ne parleroĢ€ con Carlo -. Il fratello maggiore, che da sei anni frequentava

l'oratorio, fu d'accordo. Giuseppe, 15 anni, continuoĢ€ a fare il muratore in cittaĢ€, ma la casa di mamma Margherita divenne la sua casa.

Il piccolo barbiere tremava come una foglia.

Poi arriva Carlo Gastini. Un giorno del 1843 don Bosco era entrato in una barbieria. Si era avvicinato il piccolo garzone per insaponarlo.

- Come ti chiami? Quanti anni hai?
- Carlino. Ho undici anni.
- Bravo Carlino, fammi una bella insaponata. E tuo papaĢ€ come sta? - EĢ€ morto. Ho soltanto mia mamma.

- Oh poverino, mi dispiace -. Il ragazzo aveva finito l'insaponatura -. E ora su, da bravo, prendi il rasoio e radimi la barba.

Accorse il padrone allarmato:
- Reverendo, per caritaĢ€! Il ragazzo non ci sa fare. Lui insapona soltanto.

- Ma una volta o l'altra deve ben incominciare a radere, no? E allora tanto vale che incominci su di me. Forza, Carlino.

Carlino taglioĢ€ quella barba tremando come una foglia. Quando con il rasoio comincioĢ€ a girare attorno al mento, sudava. Qualche raschiatura forte, qualche taglietto, ma arrivoĢ€ alla fine.

- Bravo Carlino! - sorrise don Bosco -. E ora che siamo amici, voglio che venga a trovarmi qualche volta.

Gastini comincioĢ€ a frequentare l'oratorio, e divenne amicissimo di don Bosco. Nell'estate di quell'anno, don Bosco lo trovoĢ€ vicino alla barbieria che piangeva.

- Cosa ti eĢ€ capitato?

- EĢ€ morta mia mamma, e il padrone mi ha licenziato. Mio fratello piuĢ€ grande eĢ€ soldato. E adesso dove vado?

- Vieni con me -. Mentre scendevano a Valdocco, Carlo Gastini sentiĢ€ la frase che tanti ragazzi avrebbero sentito, e che lui non dimenticoĢ€ mai: “Vedi, io sono un povero prete. Ma anche quando avroĢ€ soltanto piuĢ€ un pezzo di pane, lo faroĢ€ a metaĢ€ con te”.

Mamma Margherita preparoĢ€ un altro letto. Carlino rimase piuĢ€ di cinquant'anni all'oratorio. Allegro, vivace, diventoĢ€ il presentatore brillante di ogni festa. Le sue scenette facevano ridere tutti. Ma quando parlava di don Bosco, piangeva come un ragazzo. Diceva: “Mi voleva bene”. Cantava un ritornello che tutti sapevano ormai a memoria, e che diceva:

“Io devo vivere - per settantanni,
a me lo disse - papaĢ€ Giovanni”.
Era una delle tante “profezie” che tra il serio e lo scherzoso don Bosco faceva ai suoi

ragazzi. Carlo Gastini moriĢ€ il 28 gennaio 1902. Aveva settant'anni e un giorno.

Per quei primi ragazzi che vivevano con lui, don Bosco trasformoĢ€ due camere vicine in dormitorio. Otto letti, un crocifisso, un'immagine della Madonna, un cartello con la scritta: “Dio ti vede”.

Al mattino, di buon'ora, don Bosco diceva Messa e i ragazzi l'ascoltavano dicendo le orazioni del mattino e il rosario. Poi, una pagnotta in tasca, si recavano a lavorare in cittaĢ€. Ritornavano per il pranzo, e poi per la cena. La minestra era sempre abbondante. Il secondo variava con le verdure dell'orto della “mamma” e i soldi del borsellino di don Bosco.

I soldi. In quei primi mesi cominciarono a diventare un problema drammatico per don Bosco. Continueranno a esserlo fino alla

fine della vita. La sua prima collaboratrice non fu una contessa, ma sua madre. Quella povera contadina si fece mandare dai Becchi il corredo da sposa, l'anello, gli orecchini, la collana, che fino allora aveva custodito gelosamente. Non li aveva mai piuĢ€ portati dalla morte di suo marito. Li vendette per sfamare i primi ragazzi.

La capocciata dell'Arcivescovo.

Quell'abbozzo di prima casa salesiana fu chiamata da don Bosco “casa annessa all'oratorio di san Francesco di Sales”. “Titolo significativo - rileva Morand Wirth -. Esso mostra che nel pensiero del fondatore l'oratorio conservava il suo carattere di privilegio”.

Nel maggio di quell'anno, tra gli oratoriani, don Bosco fondoĢ€ la “Compagnia di san Luigi”. Chi vi entrava, assumeva tre impegni: buon esempio, evitare i discorsi cattivi, frequentare i sacramenti. La “Compagnia” divenne in breve un gruppo di giovani impegnati

ad aiutarsi a vicenda nel divenire migliori.

Un mese dopo, il 21 giugno, fu celebrata con solennitaĢ€ la prima festa di san Luigi, un santino che don Bosco presenteraĢ€ sempre ai suoi giovani come modello di purezza. Venne l'Arcivescovo, che diede la cresima a chi non l'aveva ancora ricevuta.

“Fu in quell'occasione - ricorda don Bosco - che l'Arcivescovo, nell'atto che gli si pose la mitria sul capo, non riflettendo che non era in duomo, alzoĢ€ in fretta il capo, e con quella urtoĢ€ nel soffitto della cappellina. Ridemmo, lui e tutti i presenti”. Mons. Fransoni mormoroĢ€: “Bisogna usare rispetto ai ragazzi di don Bosco, e predicare loro a capo scoperto”.

Un altro particolare (per lui molto importante) ricorda don Bosco: “Finita la funzione della Cresima, si fece una specie di verbale, in cui si notava chi aveva amministrato quel sacramento, nome e cognome del padrino, data del luogo e del giorno: quindi si raccolsero i biglietti, che ripartiti secondo le varie parrocchie, vennero portati alla curia ecclesiastica percheĢ li trasmettesse al rispettivo parroco”.

Con questo gesto, l'Arcivescovo approvoĢ€ praticamente l'oratorio come “parrocchia dei giovani abbandonati”, e confermoĢ€ il suo appoggio a don Bosco davanti ai parroci della cittaĢ€, sempre esitanti nei suoi confronti.

Nel settembre di quell'anno, don Bosco comproĢ€ la prima statuetta della Madonna. Gli costoĢ€ 27 lire. EĢ€ ancora laĢ€, nella cappella Pinardi. Chi entra la scorge nella penombra, sulla destra. I suoi ragazzi la portavano in processione nei dintorni, quando si celebravano le “grandi feste” della Madonna. I “dintorni” erano alcune case, la bettola della “Giardiniera” con i soliti ubriachi rumorosi, due piccoli canali per irrigare i campi e gli orti, una viuzza fiancheggiata di gelsi (via della Giardiniera) che attraversava in diagonale l'attuale cortile a fianco della Basilica di Maria Ausiliatrice.

Coccarde tricolori al pontificale.

Le forze liberali, in questi mesi del 1847, premono su Carlo Alberto percheĢ dia il via a un programma di riforme. Ma il re tiene d'occhio l'Austria, e non vuole lasciarsi prendere la mano. Fa un passo avanti e uno indietro, piuĢ€ incerto che mai.

In settembre il maestro Novara (lavorando in via Rosa Rossa 10, ora via XX settembre 68) mette in musica un inno. Gliel'ha spedito da Genova Goffredo' Mameli. Non ne viene fuori un capolavoro, ma quelle poche righe di note, con il titolo “Fratelli d'Italia”, diventeranno l'inno del Risorgimento italiano.

1° ottobre. A sera, nel giardino dei Ripari, si raduna una grande folla di torinesi per applaudire il papa e il re. Al ritorno, la folla viene dispersa brutalmente dalla polizia. EĢ€ un ordine del re.

Nello stesso mese, Carlo Alberto licenzia il conte Solaro della Margarita, da 12 anni ministro degli Esteri, che impersona la politica conservatrice e filo austriaca.

Le dimostrazioni popolari al grido di «viva Pio IX», nei giorni seguenti, sono disperse dalla polizia. Il re fa sapere che «sta pensando a grandi riforme, ma vuole che il popolo rimanga quieto».

29 ottobre. Viene presentato un disegno di legge che conferisce ai comuni larga libertaĢ€ amministrativa. I consigli saranno eletti dalla base. Elettori non saranno peroĢ€ tutti i cittadini, ma solo i proprietari che pagano le tasse, gli insegnanti e coloro che detengono cariche pubbliche. In tutto, il 2% della popolazione. Viene inoltre concessa, con qualche cautela, la libertaĢ€ di stampa.

1° novembre. Carlo Alberto parte per Genova. Lo accompagnano fino alla strada per Moncalieri 50.000 persone che cantano e agitano bandiere.

Nello stesso mese, Carlo Alberto, Leopoldo di Toscana e Pio IX firmano i preliminari della “Lega italica”, cioeĢ€ dell'unione doga

nale fra i tre stati. Sembra un chiaro avvio verso la “federazione degli Stati italiani” profetizzata da Gioberti.

4 dicembre. Carlo Alberto ritorna da Genova. Tutta la cittaĢ€ di Torino va ad accoglierlo con entusiasmo. Anche i seminaristi chiedono all'Arcivescovo di partecipare alla manifestazione. Mons. Fransoni, ostile a ogni novitaĢ€ liberale, nega il permesso. Ottanta chierici lasciano ugualmente il seminario e si mescolano alla folla.

La sfida all'Arcivescovo si spinge fino alla provocazione. Durante la sua Messa di Natale, in duomo, i seminaristi si schierano in presbiterio con la coccarda tricolore sul petto. La conclusione saraĢ€ la chiusura del seminario nei primi mesi del 1848.

Un bel fuoco in sacrestia.

In quel dicembre, don Bosco non si lascioĢ€ paralizzare dai grandi avvenimenti. ContinuoĢ€ a lavorare con umiltaĢ€. I ragazzi dell'oratorio erano ormai molte centinaia, don Lemoyne dice 800. Venivano anche da borghi molto lontani. Don Bosco, don Borel, don Carpano si consultarono e si trovarono d'accordo. Occorreva aprire un secondo oratorio nella parte sud della cittaĢ€.

Il viale che oggi si chiama “corso Vittorio” era allora costeggiato da povere casupole abitate da lavandaie. Festoni di biancheria stesa al sole e al vento davano un tono di vivacitaĢ€ paesana a quella periferia di Torino chiamata “Porta Nuova”. I cittadini “bene” vi venivano a passeggiare nel pomeriggio della domenica, e turbe di ragazzi sfaccendati vi giocavano alla guerra.

D'accordo con l'Arcivescovo, don Bosco affittoĢ€ dalla signora Vaglienti una casetta, una tettoia e un prato “presso il ponte di ferro” per 450 lire l'anno. Poi diede cosiĢ€ l'annuncio ai suoi ragazzi:

“Miei cari, quando le api si sono moltiplicate troppo in un alveare, una parte vola ad abitare altrove. E noi le imiteremo. Apriremo un secondo oratorio, faremo una seconda famiglia. Quelli di voi che stanno nelle parti meridionali della cittaĢ€ non dovranno piuĢ€ fare troppa strada: dalla festa dell'Immacolata potranno recarsi all'oratorio san Luigi, a Porta Nuova, presso il ponte di ferro”.

Don Borel benedisse il nuovo oratorio l'8 dicembre 1847. In quel freddissimo inverno ne divenne direttore don Carpano. Vi si recava a piedi, con una fascina di legna sotto il mantello, per accendere un bel fuoco in sacrestia e riscaldarsi con i primi ragazzi.

24.
LA FEBBRE DEL 1848.

Nel 1848 le nazioni europee saltarono come depositi di munizioni.

Le fiamme della rivoluzione si estesero soprattutto alle cittaĢ€: Parigi (23-24 febbraio), Vienna (13 marzo), Berlino (15 marzo), Budapest (15 marzo), Venezia (17 marzo), Milano (18 marzo).

Alle barricate cittadine tennero dietro guerre e battaglie. In un paio di mesi tutta l'Europa fu in fiamme.

Ci fu un'esplosione cosiĢ€ generale, che il 3 aprile lo zar Nicola di Russia si chiedeva allibito: “Che cosa rimane ancora in piedi in Europa?”. E qualunque caotico rimescolamento di cose, nel linguaggio comune, verraĢ€ da allora chiamato “un quarantotto”.

Come al solito, non intendiamo tracciare un quadro completo della storia italiana ed europea, ma accennare agli avvenimenti essenziali che ebbero profonda influenza sulla vicenda di don Bosco, specialmente agli avvenimenti di Torino e del Piemonte, che condizionarono il suo atteggiamento e le sue scelte.

Sulle barricate il liberale, il patriota, l'operaio.
Non si puoĢ€ comprendere il movimento tellurico del 1848 se non si tengono presenti tre

elementi principali che si intrecciarono: le correnti liberali che si battevano per instaurare sistemi costituzionali e rappresentativi al posto dell'assolutismo; l'aspirazione delle singole nazioni all'indipendenza, contro l'impero austriaco; i movimenti operai che si battevano per una maggiore giustizia sociale.

A dirla in maniera semplice: sulle barricate delle varie cittaĢ€ europee combattevano fianco a fianco il liberale che voleva la Costituzione, il patriota che esigeva l'indipendenza della sua patria dallo straniero, l'operaio che si batteva contro il padrone che lo faceva lavorare 12-14 ore al giorno.

Il movimento operaio si batteĢ specialmente a Parigi. Con le barricate del 24 febbraio nei quartieri dell'est diede il via al 48. Ottenne una vittoria fulminea. Abbattuta la monarchia di Luigi Filippo, si videro borghesi e operai fraternizzare attorno agli alberi della libertaĢ€ benedetti dai preti. Fu proclamato il diritto al lavoro, la giornata lavorativa ridotta a 10 ore, si aprirono le “fabbriche sociali”.

Ma quattro mesi dopo (in seguito a gravi errori degli operai e all'intolleranza della borghesia) ci fu una repressione altrettanto fulminea. Parigi, in cui si erano coagulati 140.000 operai, fu presa d'assalto dal generale Cavaignac in quattro giorni di lotta furibonda (23-26 giugno). Repressione terribile, giornata lavorativa riportata a 12 ore.

SaraĢ€ questa repressione a indurre gli operai ad abbandonare i “socialismi umanitari” e ad abbracciare il “marxismo”, piuĢ€ duro, piuĢ€ spietato (Marx ha scritto il Manifesto dei comunisti nel gennaio di quest'anno).

In Italia il movimento operaio ha combattenti solo sulle barricate di Milano. Tutto il '48 italiano eĢ€ invece dominato dai liberali che esigono dai re assoluti la Costituzione, e dai patrioti che predicano la guerra d'indipendenza contro l'Austria. L'Austria occupa territorialmente la Lombardia e il Veneto, e tiene sotto pesante tutela tutti gli altri stati.

Le fasi del 1848 italiano sono tre: le Costituzioni, le insurrezioni popolari contro l'Austria, la prima guerra d'indipendenza guidata da Carlo Alberto.

La Costituzione si chiameraĢ€ “Statuto”.

A Torino, il 1848 comincia con il pensiero alla guerra, che si sente vicina. Tutti parlano di politica: critiche, progetti, proclami. La grande novitaĢ€ sono i “liberi” giornali politici, che si moltiplicano di mese in mese in conseguenza della libertaĢ€ di stampa, ed esercitano un'importante funzione di guida sull'opinione pubblica.

Giovane direttore del Risorgimento (uscito il 15 dicembre 1847) eĢ€ Camillo Benso di Cavour, punta vivace dei liberali. Il 1° gennaio esce La Concordia, della sinistra democratica e populista, diretto da Valerio. Il 26 gennaio inizia le pubblicazioni l'Opinione di Durando, in giugno usciraĢ€ l'irruente e sbracata Gazzetta del Popolo di Botero, in luglio il Conciliatore diretto dal canonico Gastaldi, futuro arcivescovo di Torino, e l'Armonia di Gustavo Cavour, fratello di Camillo, di netta ispirazione cattolica.

30 gennaio. Sono giunte notizie che a Napoli re Ferdinando ha concesso la Costituzione, e che a Milano i cittadini stanno boicottando gli Austriaci. Il “Corpo Decurionale” di Torino si reca da Carlo Alberto e gli chiede la Costituzione.

Dopo giornate angosciose, Carlo Alberto pensa di abdicare. Non si sente di infrangere il giuramento fatto 25 anni prima a Carlo Felice. Ma il principe ereditario Vittorio Emanuele eĢ€ vivamente contrario: il padre, che finora non gli ha lasciato mettere nemmeno un dito negli affari di stato, non puoĢ€ lasciarlo solo in piena burrasca.

7 febbraio. Carlo Alberto riunisce il Consiglio straordinario della Corona, e si dichiara disposto a esaminare uno schema di Costituzione (chiamata “Statuto”) in cui sia rispettata la religione e l'onore della monarchia. Ma invita i Decurioni a tenere le piazze libere dalla folla: non ammetteraĢ€ imposizioni.

10 febbraio. Pio IX, a Roma, invia un proclama al popolo che eĢ€ in piena effervescenza.

Invita tutti a “non chiedere riforme che egli non potrebbe concedere”, e conclude: “Benedite, gran Dio, l'Italia, e conservatele il dono preziosissimo della fede”. I capi dell'opinione pubblica, decisi ormai a fare di Pio IX uno strumento per la guerra contro l'Austria, dimenticano “le riforme non possibili” e “il dono della fede”, e rilanciano in tutta Italia solo le parole “Benedite, gran Dio, l'Italia”.

Questa invocazione diventa la bandiera liberale e lo squillo di guerra. Pio IX, che tenta invano di chiarire l'equivoco, ci rimane male. EĢ€ forse a questo punto che don Bosco comincia a dubitare del movimento neoguelfo e a prendere le distanze dai liberali.

Nei giorni seguenti giungono a Torino le notizie della Costituzione concessa a Firenze (17 febbraio) e dello scoppio della rivoluzione a Parigi (23 febbraio).

Per il giorno 27 si decide di organizzare una grande “festa di ringraziamento per la promessa dello Statuto”. La vastissima piazza Vittorio saraĢ€ affollata di delegazioni fatte affluire da ogni parte del Piemonte, Liguria, Sardegna, Savoia. Tutte le organizzazioni di Torino sono sollecitate ad intervenire in massa. Lo stesso marchese Roberto D'Azeglio scende a Valdocco, a invitare don Bosco con tutti i suoi ragazzi.

Testa a testa don Bosco e il marchese.

Nelle Memorie scritte di suo pugno, don Bosco ricostruisce il dialogo con il marchese. Con ogni probabilitaĢ€, quelle non sono le

battute esatte (fu scritto a 25 anni di distanza). Ma crediamo sia un dialogo estremamente importante, percheĢ don Bosco (che ci riflette sopra a tanti anni di distanza) ci fa capire quale fu fin da quel tempo il suo atteggiamento verso la politica. Lo riportiamo percioĢ€ in tutte le parti essenziali.

“Un posto stava preparato per noi in piazza Vittorio, accanto a tutti gli istituti di qualsiasi nome, scopo e condizione. Che fare? Rifiutare era un dichiararmi nemico dell'Italia; accondiscendere, valeva l'accettazione di principi che io giudicavo di funeste conseguenze.

- Sappia la cittaĢ€ (diceva il d'Azeglio) che la vostra opera non eĢ€ contraria alle moderne istituzioni. CioĢ€ vi faraĢ€ del bene: aumenteranno le offerte; il Municipio, io stesso largheggeremo in vostro favore.

- Signor marchese, eĢ€ mio fermo sistema tenermi estraneo a ogni cosa che si riferisca alla politica. Non mai proĢ€, non mai contro.

- Che cosa dunque volete fare?

- Fare quel po' di bene che posso ai giovanetti abbandonati, adoperando tutte le forze percheĢ diventino buoni cristiani in faccia alla religione, e onesti cittadini in mezzo alla civile societaĢ€.

- Voi vi sbagliate. Se persisterete in questo principio, sarete abbandonato da tutti”. Don Bosco eĢ€ convinto esattamente del contrario: sarebbe stato abbandonato se si fosse messo dentro la politica, specialmente se avesse mostrato di condividere gli atteggiamenti

liberali. E continua, quasi cocciuto:
“Invitatemi a qualche cosa dove il prete eserciti la caritaĢ€, e voi mi vedrete pronto a

sacrificare vita e sostanze. Ma io voglio essere ora e sempre estraneo alla politica”.

Le bande anticlericali si scatenano.

Il corteo verso piazza Vittorio fu imponente: 50.000 persone sfilarono per le vie davanti al re a cavallo. L'arcivescovo si era rifiutato di celebrare la Messa e di cantare il “Te Deum” nella chiesa della Gran Madre che campeggia su piazza Vittorio. Permise solo che si desse la benedizione eucaristica.

I chierici del seminario, contro l'arcivescovo, sfilarono nel corteo con la coccarda tricolore. Subito dopo, come risposta, il seminario venne chiuso.

Queste decisioni sono forse la goccia che fa traboccare il vaso dell'anticlericalismo.
La sera del 2 marzo, squadre di teppisti prendono d'assalto le case dei Gesuiti presso la

chiesa dei Martiri e del Carmine. Fracassano vetri e sfondano porte.
Il giorno dopo, gli stessi manipoli circondano minacciosamente la casa delle suore

chiamate “Dame del Sacro Cuore”. Quasi ininterrottamente rinnovano l'assedio per sette giorni, sempre allontanati dalle guardie.

Nei giorni immediatamente seguenti, Gesuiti e Dame lasciano la cittaĢ€.
Le squadre anticlericali continuano le chiassate. Sotto le finestre del Convitto urlano: “Morte a don Guala!”. Si tenta di prendere d'assalto il palazzo della marchesa di Barolo

percheĢ si eĢ€ diffusa la voce che ospita quindici Gesuiti.
4 marzo. Davanti al Consiglio della Corona, Carlo Alberto firma lo Statuto. Cessa il

potere assoluto del re. Comincia il regime parlamentare.
Paradossalmente, Torino non risponde con manifestazioni di entusiasmo. Continuano e

si moltiplicano, invece, tumulti rabbiosi contro l'arcivescovo, i preti e i sostenitori dell'assolutismo.

8 marzo. Per riportare ordine in cittaĢ€, si organizza la Guardia Nazionale. Le iscrizioni sono aperte in piazza San Carlo: in poche ore si iscrivono 500 cittadini.

Milano insorge e sollecita aiuti.

Nei giorni seguenti esplodono notizie enormi. Vienna eĢ€ insorta e l'imperatore ha licenziato Metternich (13 marzo). Pio IX ha concesso la Costituzione (14 marzo). Rivoluzioni a Berlino e Budapest (15 marzo). Poi le due piuĢ€ fragorose: Venezia eĢ€ insorta contro gli Austriaci (17 marzo), Milano ha iniziato la rivolta contro le truppe austriache di Radetzky (18 marzo).

Cesare Balbo (l'autore delle Speranze d'Italia) eĢ€ nominato da Carlo Alberto primo Ministro. Parte per Roma, come rappresentante del Piemonte presso il Papa, l'abate Antonio Rosmini.

Il 19 marzo giunge da Milano il conte Arese, che porta notizie e proposte. Nel “comitato centrale” della rivoluzione c'eĢ€ una forte corrente repubblicana contraria a Carlo Alberto, ma eĢ€ prevalsa la corrente di Gabrio Casati, amico del Piemonte. Egli manda a sollecitare l'aiuto militare di Carlo Alberto.

Il Consiglio dei ministri, con il re, esamina la situazione. Che fare? Viene deciso innanzitutto di inviare truppe sulla frontiera per proteggerla da eventuali infiltrazioni austriache. Una brigata della Guardia del Re parte per il Ticino.

A Milano, intanto, si continua a combattere. Il giorno 20, il generale Radetsky, comandante in capo delle truppe imperiali, propone un armistizio. Viene rifiutato. Il giorno 22 Porta Tosa eĢ€ conquistata dagli uomini di Luciano Manara. Gli austriaci abbandonano Milano.

Anche a Venezia gli Austriaci sono stati scacciati. Daniele Manin, liberato dal carcere, eĢ€ acclamato presidente della Repubblica di San Marco.

La folla per le strade di Torino grida: “Guerra! Guerra!”.

23 marzo. Arrivano in serata i rappresentanti di Milano vittoriosa. Chiedono un intervento immediato dell'esercito, prima che gli Austriaci tornino all'assalto della cittaĢ€. Pongono due condizioni: l'adozione del “tricolore italiano” al posto della bandiera azzurra dei Savoia, e il rinvio dell'entrata dell'esercito piemontese in Milano a vittoria conseguita.

Guerra all'Austria.

Il Consiglio dei ministri decide l'intervento. Carlo Alberto accetta. La guerra all'Austria viene dichiarata. Il re appare alla loggia del Palazzo Reale su Piazza Castello, e agitando il tricolore saluta la folla che grida: “Guerra all'Austria!”.

A un amico, quella notte, Carlo Alberto confida: “Se non si proclamava la guerra, perdevo lo Stato, era la rivoluzione. Ora che eĢ€ proclamata, se non vinciamo rischio il trono. Ma a questo sono preparato”.

Il generale Passalacqua riceve l'ordine di varcare il Ticino inalberando il tricolore con lo scudo dei Savoia in campo bianco.

24 marzo. In duomo, l'arcivescovo presiede una funzione solenne, presenti il re e il

principe ereditario. All'uscita, mons. Fransoni eĢ€ fischiato e insultato.
Nella notte, Carlo Alberto con il figlio parte per il fronte alla testa di 60.000 uomini. Una

folla immensa si accalca in via Po e in piazza Vittorio per salutarlo. Sembra una festa bella, imponente.

Ma la guerra eĢ€ un'altra cosa. Nei giorni seguenti lasciano Torino tutti i reggimenti. Sono requisiti tutti i cavalli per l'artiglieria e

i carriaggi. La cittaĢ€, senza carrozze, eĢ€ immersa in un silenzio strano, percorso da un filo di paura.

Alla sera, sotto le finestre dell'arcivescovo, si rinnovano i tumulti. Il ministro degli Interni gli fa sapere che sarebbe gradita una sua “assenza dalla cittaĢ€” per qualche tempo. Il 29 marzo mons. Fransoni parte per la Svizzera.

Il Vicario generale, che lo sostituisce, indice pubbliche preghiere per i combattenti. Raccomanda ai parroci di aiutare le famiglie dei richiamati alle armi. Autorizza i contadini a lavorare la domenica i campi dei compaesani partiti per la guerra.

Le autoritaĢ€ politiche procedono a “provvedimenti dolorosi ma necessari”. I maggiori funzionari dello Stato che vengono considerati “reazionari” (fino a pochi mesi fa erano i “fedelissimi” del re!) vengono allontanati dalle cariche pubbliche. Persino il governatore di Torino, maresciallo La Tour, viene congedato.

Battaglie vere e battaglie finte a Valdocco.

Anche i ragazzi respirano la guerra. Nei prati attorno a Valdocco si accendono vere battaglie tra le “cocche” di Vanchiglia, di Borgo Dora, di Porta Susa. Non sono feste. Ragazzotti armati di bastoni, coltelli, pietre, se le danno di santa ragione. Don Bosco esce sovente di casa per chiamare i carabinieri, e gettarsi con loro tra quegli scalmanati.

Un giorno, a poca distanza da lui, vede un quindicenne affondare il coltello nel ventre di un altro ragazzo. Lo portano d'urgenza all'ospedale. Muore mentre borbotta: “Me la pagherai!”.

Don Bosco ricorda con amarezza: “Quelle sfide non finivano mai”. Qualche volta le due bande si uniscono nello scagliare pietre contro la casa del prete, e i sassi grandinano sulle tegole e nelle finestre, facendo tremare di paura Giuseppe Buzzetti e gli altri giovani ospiti.

Per attirare i ragazzi all'oratorio, don Bosco sfruttoĢ€ questo clima di guerra inventando un gioco nuovo. Un suo amico, Giuseppe Brosio, era stato bersagliere. Venendo a Valdocco indossava la divisa militare, che in quei mesi suscitava entusiasmo e rispetto. Don Bosco gli suggeriĢ€ di formare tra i ragazzi un reggimento in miniatura, insegnare manovre e azioni di battaglia.

Brosio accettoĢ€. Ottenne dal governo duecento fucili di vecchio tipo, con la canna sostituita da un bastone. PortoĢ€ la tromba e comincioĢ€ le esercitazioni. Marce, contromarce, cariche alla baionetta,

ritirate, assalti. Il “reggimento” dava spettacoli applauditissimi, e prestava servizio d'ordine anche in chiesa.

Nel pomeriggio di una domenica, mentre molta gente attirata dagli squilli della tromba assisteva entusiasta alle manovre, in un contrassalto avvenne il disastro. L'esercito “sconfitto”, in piena rotta, finiĢ€ nell'orto di Margherita, e incalzato dai vincitori imbaldanziti pestoĢ€ lattughe, prezzemoli e pomodori.

La “mamma”, che assisteva al disastro, ne fu molto avvilita.

- Varda, varda GioĢ€anin lo ca l’an fait - mormoroĢ€ al figlio liĢ€ accanto -, a Pan guastarne tilt (Guarda, guarda Giovanni cosa mi hanno fatto, mi hanno guastato tutto).

“Lasciami tornare a casa”.

Fu probabilmente la sera dopo che Margherita non se la sentiĢ€ piuĢ€. I ragazzi erano andati a dormire, e lei come al solito aveva davanti un mucchietto di roba da aggiustare: le lasciavano in fondo al letto la camicia strappata, i calzoni sdrusciti, le calze con i buchi. E lei doveva affrettarsi accanto al lume ad olio, percheĢ al mattino non avevano altro da indossare. Don Bosco, liĢ€ vicino, la aiutava mettendo le toppe ai gomiti delle giacchette e aggiustando le scarpe.

- Giovanni - mormoroĢ€ a un tratto -, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi. Lavoro dal mattino alla sera, sono una povera vecchia, e quei ragazzacci mi rovinano sempre tutto. Non ce la faccio proprio piuĢ€.

Don Bosco non contoĢ€ una barzelletta “per tirarla su”. Non disse nemmeno una parola: non ce n'era nessuna capace di consolare quella povera donna. Fece solo un gesto: le indicoĢ€ il Crocifisso appeso alla parete. E quella vecchia contadina capiĢ€. ChinoĢ€ la testa sulle calze con i buchi, sulle camicie strappate, e continuoĢ€ a cucire.

Non domandoĢ€ mai piuĢ€ di tornare a casa. ConsumeraĢ€ i suoi ultimi anni tra quei ragazzi fracassoni, maleducati, ma che avevano bisogno di una mamma. AlzeraĢ€ soltanto qualche volta di piuĢ€ gli occhi al Crocifisso, per prenderne forza, povera vecchia stanca.

Guerra italiana in Lombardia.

26 marzo. Dalle notizie che arrivano sembra che stiano fulmineamente realizzandosi i sogni neoguelfi. Ad appoggiare l'esercito di Carlo Alberto “per la liberazione dell'Italia”, dagli Stati Pon

tifici partono 17.000 soldati con il generale Durando, dalla Toscana 7.000 volontari con il Montanelli, Parma e Modena con plebisciti dichiarano di volersi unire al Piemonte.

6 aprile. Trascinato lui pure dall'entusiasmo collettivo, Ferdinando di Napoli dichiara guerra all'Austria, e affida un corpo di spedizione di 16.000 uomini al generale Guglielmo Pepe. La guerra che si combatte in Lombardia eĢ€ “guerra italiana”.

Notizie liete arrivano a Torino. L'esercito vince le sue prime battaglie a Mozambano e Goito (8-9 aprile), Garibaldi eĢ€ partito dall'America con la sua “Legione italiana” (15 aprile).

Il 27 aprile si tengono in Piemonte le prime elezioni politiche per eleggere 204 deputati. Gioberti eĢ€ eletto a Torino, Cavour eĢ€ bocciato.

30 aprile. Gioberti arriva dall'esilio accolto in trionfo. Si crede l'uomo della Provvidenza. La Camera del deputati prende sede nel salone da ballo di Palazzo Carignano, il Senato nella grande sala degli Svizzeri di Palazzo Madama. Gioberti eĢ€ acclamato presidente della Camera.

La “sinistra democratica” eĢ€ capeggiata dai demagoghi Valerio e Brofferio, e da Urbano Rattazzi. Inizia attaccando Carlo Alberto, chiamandolo “traditore”. Chiede la revisione dei processi del 21 e del 31. I giornali della sinistra sono violenti. Atteggiamenti almeno inopportuni in piena guerra.

La Corte eĢ€ spaventata, la regina Adelaide (figlia di un arciduca austriaco) brucia la corrispondenza privata. Carlo Alberto, al campo, eĢ€ irritatissimo.

Ma sugli entusiasmi e sulle irritazioni degli italiani, sta arrivando una doccia gelata.

25.

IL CROLLO DELLE SPERANZE.

Il 27 aprile eĢ€ arrivato a Roma il conte Rignon, inviato di Carlo Alberto. Chiede a Pio IX appoggio materiale e morale alla guerra. Il Papa gli risponde che quello materiale l'ha giaĢ€ dato, inviando Durando e 17.000 soldati sul Po. Quanto a quello morale, ci deve pensare: “Se potessi ancora firmare Mastai, prenderei la penna e in pochi minuti sarebbe fatta, percheĢ anch'io sono italiano. Ma debbo firmare Pio IX, e il capo della Chiesa deve essere ministro di

pace, e non di guerra”.
Ci pensa due giorni. Due giorni che sono stati passati al microscopio dagli storici, senza

molti risultati. Pare che durante quelle 48 ore rapporti dall'Austria e dalla Germania abbiano segnalato masse cattoliche in rivolta contro la Santa Sede, e il pericolo di uno scisma.

La fine dell'equivoco.

29 aprile. In un discorso ai Cardinali, Pio IX dichiara che le sue riforme sono state provocate non da intenzioni “liberali”, ma da sentimenti umani e cristiani. Il proposito di una “guerra contro i Germani” lo turba profondamente. Egli chiede a Dio non guerra ma concordia e pace. Dichiara pure che non potraĢ€ diventare “il presidente di una certa nuova repubblica da costituirsi con tutti i popoli d'Italia”.

Con queste parole il Papa pone fine all'equivoco, spintosi fin troppo in laĢ€ per i clamori liberali che l'hanno strumentalizzato e anche per alcune sue incertezze. Sebbene rifiuti solo la presidenza di una “repubblica” e non di una “federazione di monarchie”, le sue parole sono un colpo mortale al sogno neoguelfo.

Subito dopo, Pio IX invia una lettera all'Imperatore d'Austria. Chiede che alle terre italiane sia permesso di riunirsi pacificamente

in un'unica nazione. EĢ€ una mossa coerente con la sua volontaĢ€ pacifica, ma pecca di ingenuitaĢ€. Non serve a niente.

Come fulminea eĢ€ stata la fiammata, fulmineo eĢ€ il capovolgimento della situazione. Gravi scompigli si verificano sul teatro della guerra e in varie capitali italiane. Leopoldo di Toscana e Ferdinando di Napoli richiamano le loro truppe. Il re di Napoli va piuĢ€ in laĢ€: con un colpo di stato che provoca tragici scontri tra dimostranti e forza pubblica, scioglie il Parlamento (15 maggio).

Forze napoletane al comando di Pepe, e papali al comando di Durando, restano con Carlo Alberto come truppe volontarie, affiancate dagli universitari toscani.

Il 30 maggio eĢ€ l'ultima giornata radiosa per Torino. Arriva la bella notizia della vittoria di Goito e della resa di Peschiera. Le strade si imbandierano, le finestre s'illuminano. Si grida: “Viva Carlo Alberto re d'Italia!”.

Subito dopo cominciano i giorni amari. Radetzky espugna Vicenza, occupa Padova, Treviso e Mestre.

La guerra comincia a pesare sulla vita di Torino. Gli affari ristagnano, non c'eĢ€ denaro in circolazione, molti negozi sono chiusi, numerosi i disoccupati. Si verificano scioperi di calzolai e sarti, proteste per i salari troppo bassi.

A tutto questo si unisce la voce allarmante che la capitale verraĢ€ trasferita a Milano. Una Torino senza Corte, senza uffici amministrativi, vuol dire una cittaĢ€ semi-disoccupata. Anche i proprietari di case, che hanno costruito a piuĢ€ non posso negli ultimi anni e sono complessivamente gravati di un'ipoteca di 637 milioni, sono alla paura.

Gavettino e rancio all'oratorio.

In questo clima di povertaĢ€ diffusa, anche all'oratorio di Valdocco si tira cinghia. Quando i piccoli lavoratori che vivono con don Bosco tornano a mezzogiorno, si presentano in cucina con il gavettino a ritirare “il rancio”. La pentola che bolle sul fuoco contiene riso e patate, pasta e fagioli, o un intruglio “nutriente” consigliato per il tempo di guerra: castagne secche fatte bollire con farina di polenta.

La minestra la distribuisce don Bosco, che la condisce con parole scherzose: “Fa' onore al cuoco”, “Mangiane molta che devi crescere”, “Ti vorrei dare un pezzo di carne, ma non ne ho. Se peroĢ€ un giorno troviamo una mucca senza padrone, facciamo festa grande”.

La frutta eĢ€ spesso una mela. Non una mela ciascuno, ma “una” di numero. Don Bosco

la butta in aria con allegria, e chi la piglia la piglia.
Il bar, per tutti, eĢ€ la pompa che “butta acqua abbondante, freschissima e salubre”. Sulla tavola, mentre mangiano, sale schiamazzando qualche gallina di mamma

Margherita, a beccare la sua parte di briciole.
Il pane “non lo passa il convento”. Don Bosco daĢ€ a ciascuno, ogni sera, 25 centesimi

percheĢ se lo comprino. Motivo: i gusti e la salute sono diversi. Chi ha stomaco buono e gusti facili, compra galletta da soldato: glie ne viene una quantitaĢ€ notevole. Altri preferiscono pane normale, pasta dura o pasta molle.

Dopo pranzo (e dopo cena che eĢ€ una copia-carbone del pranzo), ognuno lava il suo gavettino, e si mette in tasca il cucchiaio.

Chi ha appetito gagliardo, prima di pranzo va a raccogliere nell'orto di mamma Margherita un po' di lattuga, e con l'olio e l'aceto comprato con i suoi risparmi, si fa l'insalata. Tempi duri. Ogni ragazzo tira sul centesimo per risparmiare qualcosa. L'arte di

arrangiarsi eĢ€ molto diffusa. Un ragazzo arriva a vendere il suo pagliericcio per quaranta centesimi (ma don Bosco lo blocca in tempo). Per risparmiare anche i centesimi del parrucchiere, eĢ€ mamma Margherita che taglia i capelli ai ragazzi. “Il taglio fatto con le forbici mi lascioĢ€ con parecchi scalini - ricordava il dottor Federico Cigna -. Me ne lamentai, e la santa donna rispose: " Questi scalini ti faranno andare in Paradiso".

Non avere da sfamare per bene i propri ragazzi (anche se si cercano parole allegre) eĢ€ una grossa pena. Eppure per don Bosco non fu la pena piuĢ€ grossa in quei mesi.

La fedeltaĢ€ al Papa e i suoi guai.

Dopo il discorso di Pio IX “non dovettero mancare momenti di tensione grave tra i preti di prima linea nell'opera della gioventuĢ€: don Cocchi e don Ponte da una parte, don Bosco dall'altra - scrive Pietro Stella -. Ma in tutti doveva esserci vivo senso del momento delicato che attraversava la Chiesa torinese. In quel momento specialmente, i preti patrioti sentirono imprescindibile per il successo della religione, seguire il " popolo " nelle sue aspirazioni unitarie”.

Don Bosco invece giudicoĢ€ indispensabile, prima di tutto, la fedeltaĢ€ al Papa. (Ai ragazzi che fino allora avevano gridato: “Viva Pio IX!”, disse di gridare: “Viva il Papa!”). E si rafforzoĢ€ nei forti dubbi che giaĢ€ nutriva sull'azione dei liberali.

Oggi, a piuĢ€ di un secolo di distanza, sappiamo dagli storici che l'unitaĢ€ d'Italia fu una grande conquista, ma che non fu certo realizzata nel migliore dei modi. Il Risorgimento fu fenomeno di borghesia e di ceti medi. Il popolo vi partecipoĢ€ solo in alcune cittaĢ€. La grande massa contadina che costituiva il settanta per cento della popolazione, vi rimase estranea, se non addirittura avversa.

Don Bosco era un contadino, e sentiva un'istintiva avversione per questi “movimenti” pilotati da avvocati astuti e da politici intriganti, in cui il " popolo vero " veniva chiamato soltanto a dare il proprio sangue sui campi di battaglia. La guerra, per lui, era un castigo di Dio e una rovina per la povera gente, nient'altro.

Forse, nel guardare cosiĢ€ le cose, don Bosco mostroĢ€ di avere dei limiti. Ma dimostroĢ€ anche di vedere lontano. Specialmente nell'orientare la sua opera nascente, scelse la strada (fedeltaĢ€ al Papa, nessun legame con partiti) che permise al suo modesto oratorio di trasformarsi in una Congregazione mondiale. Fare la storia sui “se” eĢ€ giocare al lotto, ma siamo convinti che se don Bosco fosse sceso in strada con i suoi ragazzi a sventolare il tricolore, oggi parleremmo di lui come di un buon viceparroco della periferia torinese.

L'essersi arroccato nella fedeltaĢ€ al Papa, liĢ€ per liĢ€ portoĢ€ a don Bosco molti guai. Due preti che lavoravano nell'oratorio san Luigi, nonostante la sua proibizione, portarono i giovani con bandiere e coccarde alle dimostrazioni politiche, e trasformarono le prediche in fervorosi comizi. Don Bosco dovette litigare con loro.

A Valdocco successe di peggio. Un aiutante di don Bosco fece un sermone in cui “libertaĢ€, emancipazione, indipendenza” risuonarono per tutta la durata del discorso. “Io ero in sacrestia - scrive don Bosco -, impaziente di poter porre fine al disordine. Ma il predicatore, data appena la benedizione, invitoĢ€ preti e giovani ad associarsi a lui, e intonando a tutta gola

inni nazionali, facendo freneticamente sventolare le bandiere, andarono difilato intorno al Monte dei Cappuccini. ColaĢ€ fu fatta formale promessa di non intervenire all'oratorio se non ricevuti con forme nazionali”.

L'oratorio di Valdocco rimase per parecchie domeniche quasi deserto, scrive don Lemoyne. Da 500 giovani a meno di un centinaio.

“Nessuno dei preti tentoĢ€ di tornare. I giovanetti, invece, chiesero scusa, asserendo di essere stati ingannati, e promisero obbedienza e disciplina. Ma io rimasi solo - scrive don Bosco con amarezza -. Quasi cinquecento giovani, unico saltuario aiuto quello del teologo Borel. Non so, con quel ritmo sfibrante di lavoro, come

abbia potuto reggere”. Don Lemoyne annota che i piuĢ€ grandi non tornarono, e che da quel momento l'etaĢ€ media dei ragazzi fu assai minore di prima.

Notizie drammatiche.

La seconda metaĢ€ del 1848 fu un susseguirsi di notizie drammatiche. In giugno furono stroncate con i cannoni le insurrezioni di Praga e Parigi. Dal 23 al 26 luglio, sulle alture di Custoza, si ebbe l'urto decisivo tra Austriaci e Piemontesi. La sconfitta di Carlo Alberto fu cosiĢ€ grave che non si poteĢ€ nemmeno organizzare la difesa di Milano.

La notizia, giunta a Torino il 29 luglio, provocoĢ€ gravi tumulti. La Guardia Nazionale dovette occupare Piazza Castello. Il 1° agosto si ordinoĢ€ la mobilitazione di 56 battaglioni della Guardia Nazionale. Una commissione presieduta da Roberto D'Azeglio assunse l'incarico di conservare l'ordine.

Itumulti continuarono lontano dal centro della cittaĢ€. Venivano prese di mira specialmente le case dei nobili e quelle dei preti.

Il 6 agosto, Gioberti corse al Quartier Generale del re, a scongiurarlo di non firmare l'armistizio. Ma Carlo Alberto, convinto che l'esercito non fosse piuĢ€ in grado di combattere, il 9 agosto diede ordine al generale Salasco di firmarlo. Era il riconoscimento della sconfitta, la fine delle speranze.

A Torino i politici si scatenarono contro l'inettitudine dei capi, i raggiri dei preti. Invitarono seccamente a inchieste parlamentari, alla punizione dei colpevoli. La capitale era piena di agitazione. “Fu necessario - scrive Francesco Cognasso - prendere misure drastiche: cambio di governo, vietare la vendita dei giornali per le vie, l'affissione di manifesti politici, il riunirsi a discutere in piazza”.

Fucilata in cappella Pinardi.

Di quei mesi, don Bosco scrive: “Si giudicava ben fatto ogni sfregio contro il prete e contro la religione. Io fui piuĢ€ volte assalito in casa e per strada. Un giorno, mentre facevo catechismo, una palla di archibugio (= vecchio fucile) entroĢ€ per una finestra, mi foroĢ€ la veste tra il braccio e le coste, e andoĢ€ a fare un largo squarcio nel muro”. Si trovava nella cappella Pinardi, e i ragazzi furono terrorizzati dal colpo improvviso. ToccoĢ€ a don Bosco (piuttosto scosso dalla fucilata che l'aveva mancato per un pelo) rincuorarli con parole scherzose:

- EĢ€ uno scherzo un po' pesante. Mi dispiace per la veste, che eĢ€ l'unica che ho. Ma la Madonna ci vuole bene.

Un ragazzo raccolse il proiettile conficcato nel muro: era una rozza pallottola di ferro.

“Un'altra volta, mentre io ero in mezzo a una moltitudine di ragazzi, in pieno giorno un tale mi assaliĢ€ con un lungo coltello alla mano. E fu un miracolo se, correndo a precipizio, potei ritirarmi e salvarmi in camera. Il teologo Borel scampoĢ€ pure per miracolo a una pistolettata”.

Molti giornali alimentavano l'odio contro i preti. Uscirono grossi titoli anche contro don Bosco: “La rivoluzione scoperta a Valdocco”, “Il prete di Valdocco e i nemici della patria”.

Lavorare per fare dei preti diversi.

Questo anticlericalismo rabbioso non soltanto addoloroĢ€ don Bosco, ma lo fece pensare. “Uno spirito di vertigine - scrive - si levava contro gli Ordini e le Congregazioni ecclesiastiche, e in generale contro il clero e tutte le autoritaĢ€ della Chiesa. Questo grido di furore e di disprezzo per la religione allontanava la gioventuĢ€ dalla moralitaĢ€, dalla pietaĢ€, e quindi dalla vocazione allo stato ecclesiastico”.

Il pericolo piuĢ€ grave don Bosco lo vede proprio qui: l'inaridirsi delle vocazioni sacerdotali. Invece di consumare il tempo nel lamentarsi dei tempi tristi, don Bosco si pone chiaramente il problema: “Cosa posso fare per aiutare le vocazioni?”.

Gli pare che il popolo sia contro i preti non percheĢ non partecipino alle guerre d'indipendenza, ma percheĢ gran parte del clero “non eĢ€ del popolo”. Le vocazioni provengono da famiglie nobili e signorili, o almeno benestanti. I protagonisti dell'epoca nuova che si sta iniziando (ben al di laĢ€ del Risorgimento) sono invece i lavoratori.

Se questa eĢ€ la causa, la soluzione del problema eĢ€ ben diversa dal partecipare alla battaglia di Novara (come tenteraĢ€ di fare don Cocchi).

“In quei tempi - scrive - Dio fece conoscere in maniera chiara un nuovo genere di milizia che egli voleva scegliere: non piuĢ€ tra le famiglie agiate. Quelli che maneggiavano la zappa o il martello dovevano essere scelti a prendere posto nelle file che si avviavano allo stato ecclesiastico”. Un clero proletario.

Con i mezzi modesti di cui dispone, don Bosco si mette subito a lavorare su questa linea.

Tra le centinaia di giovani che vengono all'oratorio, ne sceglie tredici, e li invita a fare un piccolo corso di Esercizi Spirituali. I ragazzi sono ospiti di don Bosco per tutta la giornata. Solo alla sera “non essendoci letti per tutti, una parte va a dormire presso la propria famiglia”.

In quei giorni, don Bosco si impegna per “studiare, conoscere, scegliere alcuni individui” che diano speranza di vocazione. “La calma di quei giorni - annota il Lemoyne -, faceva contrasto con l'agitazione grandissima che regnava in cittaĢ€”.

Tra questi tredici, nell'anno seguente sceglieraĢ€ i quattro migliori e proseguiraĢ€ l'esperimento.

“CosiĢ€ - scrive - andavasi consolidando l'umile nostro oratorio, mentre si compivano gravi avvenimenti che dovevano mutare l'aspetto alla politica d'Italia e forse del mondo”.

Notizie tragiche da Roma

18 agosto. A Torino rientrano i primi reggimenti sconfitti. L'aria non eĢ€ certo festosa, ma la gente accoglie con simpatia quei soldati stanchi e impolverati.

15 settembre. Rientra a Torino il re. Accoglienze fredde e tristi. Voci strane circolano per la cittaĢ€: stanno arrivando truppe francesi con cui si riprenderaĢ€ la guerra, il re sta per abdicare, sta per scoppiare la rivoluzione.

11 ottobre. Carlo Alberto nomina primo Ministro il generale Perrone, l'ex condannato all'impiccagione del 21. Un altro “condannato a morte» del 1834, Giuseppe Garibaldi, sta tentando azioni corsare contro gli Austriaci sul Lago Maggiore. Le agitazioni alla Camera (dove la sinistra vuole la ripresa della guerra) e in cittaĢ€ continuano. “I genovesi della brigata Savoia - scrive il Cognasso - alla sera abbandonavano i quartieri e venivano a tumultuare in Piazza Castello: Viva il re! Viva la repubblica! Viva la pace! Viva la guerra! Siamo male alloggiati! Siamo male nutriti!”.

A metaĢ€ novembre arrivano tragiche notizie da Roma. Pellegrino Rossi, il moderato Primo Ministro di Pio IX, eĢ€ stato assassinato dalla folla. La “piazza” impone al Papa di convocare una Costituente e di partecipare alla guerra contro l'Austria.

Una folla di scalmanati gira per le strade di Torino gridando: “Abbasso Pio IX! Abbasso i ministri retrogradi! Viva l'uccisore di Pellegrino Rossi! Guerra! Guerra!”.

Comincia a diffondersi la paura. Paura che cominci la rivoluzione, che si ripeta il “terrore” giacobino.

Mentre novembre finisce, da Roma giunge la notizia che Pio IX eĢ€ fuggito. Ha finto di cedere alla piazza e poi, travestito da semplice prete, si eĢ€ rifugiato nel regno di Napoli, a Gaeta.

Carlo Alberto, sotto la spinta dei circoli democratici e delle dimostrazioni di piazza, accetta le dimissioni di Perrone e nomina primo Ministro Gioberti. Il 30 dicembre scioglie la Camera e indice nuove elezioni.

Il 1848, iniziato nell'entusiasmo delle speranze, tramonta in Italia nelle nebbie dell'incertezza. Nelle altre nazioni eĢ€ finito sotto il fuoco e il ferro della repressione. Dopo Parigi e Praga, anche Vienna eĢ€ stata espugnata in ottobre dai cannoni di un generale. Il Parlamento di Berlino eĢ€ stato soppresso in dicembre.

Due segni di speranza a Valdocco.

Nella bassa di Valdocco, dove la nebbia s'infittisce con l'arrivo dell'inverno, don Bosco accoglie con umiltaĢ€ due segni di speranza.

Per la prima volta un suo ragazzo veste l'abito chiericale. Si chiama Ascanio Savio, eĢ€ un suo compaesano. Ha frequentato l'oratorio da quando la sede era presso il Rifugio. Ora dovrebbe entrare in seminario, ma quello di Torino eĢ€ chiuso e quello di Chieri sta per chiudere. La Curia arcivescovile gli permette di compiere la cerimonia della vestizione presso il Cottolengo, e poi di restare all'oratorio per aiutare don Bosco.

Non vi rimarraĢ€ per sempre. Dopo quattro anni entreraĢ€ in seminario e saraĢ€ prete diocesano. Ma diraĢ€ di don Bosco: “Lo amavo come se fosse mio padre”. E don Bosco scriveraĢ€ di lui: “Gli affidai subito una parte dell'assistenza, dei catechismi e la direzione di varie altre cose. Cominciai cosiĢ€ a essere un poco sollevato”. Il primo agnello divenuto pastore.

Il secondo avvenimento fu di carattere completamente diverso.

Nell'oratorio si celebrava una festa solenne. Parecchie centinaia di giovani si erano preparati a fare la Comunione. Don Bosco celebroĢ€ la Messa convinto che nel tabernacolo ci fosse la solita pisside piena di ostie consacrate. Invece la pisside era praticamente vuota. Giuseppe Buzzetti, incaricato della sacrestia (di che cosa non era incaricato quel ragazzo?) si era dimenticato di preparare un'altra pisside, e si accorse della dimenticanza solo dopo la consacrazione, cioeĢ€ troppo tardi.

Don Bosco, quando i ragazzi cominciarono ad assieparsi per ricevere l'Eucaristia, si accorse con pena che avrebbe dovuto rimandarli tutti al loro posto. Non potendo rassegnarsi, comincioĢ€ a distribuire quelle pochissime ostie che erano sul fondo della pisside.

Ed ecco che, con grande meraviglia sua e del povero Buzzetti che teneva il piattello, le ostie non diminuirono. Bastarono per tutti.

Fu Giuseppe Buzzetti, sbalordito, a contare il fatto ai suoi compagni. Ancora nel 1864 lo raccontoĢ€ ai primi Salesiani. Don Bosco, presente e serio in volto, lo confermoĢ€: “SiĢ€, vi erano poche particole nella pisside, e cioĢ€ nonostante potei comunicare tutti coloro che si accostarono alla sacra mensa, e non erano pochi. Ero commosso, ma tranquillo. Pensavo: eĢ€ un miracolo piuĢ€ grande quello della consacrazione che quello della moltiplicazione. Ma di tutto sia benedetto il Signore”.

Mentre l'Italia era scossa da avvenimenti clamorosi, in un angolo sperduto della periferia torinese il Signore moltiplicava silenziosamente la sua presenza tra i ragazzi di un povero prete. Un segno misterioso ma anche luminosissimo.

26.

DON BOSCO, LA POLITICA, LA QUESTIONE SOCIALE.

La politica del Padre Nostro.

Nel 1848 don Bosco ha avuto il suo primo urto drammatico con la politica, e ha scelto una linea che lasceraĢ€ in ereditaĢ€ ai suoi primi Salesiani.

La riassumeraĢ€ molti anni dopo dicendo a mons. Bonomelli, vescovo di Cremona: “Io mi accorsi che se volevo fare un po' di bene, dovevo mettere da parte ogni politica. Me ne sono sempre guardato, e cosiĢ€ ho potuto fare qualche cosa, e non ho trovato ostacoli, anzi ho avuto aiuti anche laĢ€ dove meno me l'aspettavo”.

Dopo aver riflettuto a lungo sull'atteggiamento di don Bosco non solo durante le vicende del 1848, ma in tanti altri momenti gravidi di politica e di grossa politica, ci pare di poterlo schematizzare cosiĢ€.

Primo. Don Bosco eĢ€ convinto della “relativitaĢ€” della politica delle parti, dei partiti. La considera una componente assai variabile della vita (Perrone diventa Primo Ministro di quel re che voleva mandarlo al capestro; La Tour fedelissimo di Carlo Alberto viene congedato dallo stesso percheĢ “non piuĢ€ fidato”). Afferma con risolutezza: “Nessun partito mi avraĢ€ mai”. Di conseguenza, si attesta su capisaldi ben piuĢ€ solidi che la destra e la sinistra: le anime da salvare, i giovani poveri da nutrire e educare. EĢ€ cioĢ€ che lui chiama “la politica del Padre Nostro”.

Secondo. Qualche studioso ha fatto osservare che don Bosco, pur professandosi fuori della politica, di politica ne fa parecchia e quasi sempre dalla parte dei conservatori, degli austriacanti. A noi questa osservazione pare in buona parte vera, se alla parola “austriacante” non si daĢ€ un senso deteriore, ma si vuole soltanto affermare che don Bosco guardoĢ€ molte volte con simpatia l'Austria. Era stato formato nel seminario (come giaĢ€ abbiamo fatto notare) al conservatorismo e a guardare l'Austria come protettrice del Papa. E questo non su libri di politica, ma su encicliche e discorsi del Papa.

Era quindi naturale che avesse questo atteggiamento. Probabilmente non lo considerava nemmeno un atteggiamento politico, ma una questione di fede, o almeno di fedeltaĢ€ al Papa. Esattamente come intorno al 1948 molti cattolici guardarono con simpatia gli Stati Uniti: non percheĢ condividessero la loro politica o il loro razzismo contro i negri, ma percheĢ vedevano negli USA l'unica difesa della “civiltaĢ€ cristiana” contro l'Unione Sovietica di Stalin.

Don Bosco conosceva inoltre molti liberali e democratici torinesi, non mitizzati come li presentano oggi i libri di storia, ma com'erano nella realtaĢ€ della cronaca quotidiana, furbi, intriganti, di dubbia rettitudine (si pensi a un figuro come Brofferio).

Terzo. A volte, nonostante la volontaĢ€ di fare “la politica del Padre Nostro”, eĢ€ inevitabile che una persona come don Bosco debba pronunciarsi, schierarsi. In questi casi don Bosco si schiera con il Papa. Adotta cioeĢ€ l'opinione del Papa.

Nella cronaca di don Bonetti (7 luglio 1862) si leggono queste sue parole: “Quest'oggi mi sono trovato in una casa dove ero circondato da una schiera di democratici. Dopo aver parlato di diverse cose indifferenti, il discorso cadde sulle cose politiche del giorno. Quei liberaloni volevano sapere che cosa pensasse don Bosco dell’andata dei Piemontesi a Roma (siamo a 8 anni da Porta Pia). Risposi recisamente: io sono col Papa, sono cattolico, obbedisco al Papa ciecamente. Se il Papa dicesse ai Piemontesi " Venite a Roma ", allora io pure direi " Andate ". Se il Papa dice che l'andata dei Piemontesi a Roma eĢ€ un furto, allora io dico lo stesso. Se vogliamo essere cattolici, dobbiamo pensare, credere, come pensa e crede il Papa”.

Prima ancora di ragionarci su, prima ancora di far intervenire la sua mentalitaĢ€, don Bosco eĢ€ con il Papa. Nel 1847-48 don Bosco simpatizza per un certo tempo con i neoguelfi: non percheĢ persuaso che questo sia il meglio, ma percheĢ gli pare che questo sia l'atteggiamento del Papa. Dopo l'allocuzione del 29 aprile 1848 torna a essere conservatore, non percheĢ quella eĢ€ la sua mentalitaĢ€, ma percheĢ questo eĢ€ il pensiero del Papa. Se il Papa cambia, cambia anche lui, senza pensarci due volte. “Se il Papa dicesse ai Piemontesi " Venite a Roma ", allora io pure”.

Don Bosco e la questione sociale.

Nel 1848, Karl Marx ha pubblicato il Manifesto dei Comunisti. EĢ€ l'inizio di una rivoluzione meno clamorosa delle insurrezioni

quarantottesche, che andraĢ€ peroĢ€ molto piuĢ€ lontano e in profonditaĢ€. Quella comunista eĢ€ una presa di posizione radicale e violenta nella “questione sociale” che agita ormai da decenni le nazioni del nord-Europa. EĢ€ una denuncia drastica delle classi sfruttatrici, e l'appello alla rivoluzione violenta per “rovesciare il sistema” fondato sull'ingiustizia.

Quale fu l'atteggiamento di don Bosco nei confronti della “questione sociale”? Pietro Stella afferma: “Non pare che egli si ponga il problema delle classi in trasformazione. Non pare che avverta la vasta portata del fenomeno pauperista in ordine a rivolgimenti sociali”.

Se con questo si vuole affermare che don Bosco non ebbe una visione “scientifica” della situazione economico-sociale, neĢ la espresse nei termini tecnici (capitale, forza-lavoro), d'accordo. Non siamo invece d'accordo se si vuole vedere in don Bosco un uomo che non capiĢ€ il suo tempo, che si lascioĢ€ guidare soltanto dai “buoni sentimenti”.

Don Lemoyne, che ebbe per molti anni le sue confidenze, afferma: “Egli fu tra quelli che avevano capito fin dall'inizio, e lo disse mille volte, che il movimento rivoluzionario non era un turbine passeggero, percheĢ non tutte le promesse fatte al popolo erano disoneste, e molte rispondevano alle aspirazioni universali, vive dei proletari. Desideravano d'ottenere eguaglianza comune a tutti, senza distinzioni di classi, maggior giustizia e miglioramento delle proprie sorti. Per altra parte egli vedeva come le ricchezze incominciassero a divenire monopolio di capitalisti senza viscere di pietaĢ€, e i padroni, all'operaio isolato e senza difesa, imponessero patti ingiusti sia riguardo al salario sia rispetto alla durata del lavoro”.

Don Bosco si trovoĢ€ sullo spartiacque di due etaĢ€ del mondo, e quindi anche della Chiesa.

Nei secoli che precedettero immediatamente la rivoluzione industriale, gli artigiani erano riuniti in “corporazioni”: societaĢ€ rigide, di sapore medievale, ma che esercitavano una certa difesa verso i lavoratori. I poveri erano molti. Mai peroĢ€ il loro numero fu paragonabile alle masse imponenti e miserabili dei proletari, abbandonate a se stesse, create dalle fabbriche nel primo secolo della rivoluzione industriale. Il modello di intervento della Chiesa a favore della povera gente, in quei secoli, era la “beneficenza organizzata” di san Vincenzo de' Paoli (1581-1660).

Nella nuova etaĢ€ industriale le “corporazioni” sono finite tra i ferri vecchi (anche per il trionfo dei principi del liberalismo), e le

masse dei lavoratori proletari hanno l'unica libertaĢ€ di farsi opprimere da padroni potentissimi. Il liberalismo impedisce diligentemente che si formino nuove strutture che, sulla linea delle antiche corporazioni, difendano i diritti degli operai.

Nell'impossibilitaĢ€ di trovare belli e fatti piani e programmi di azione - dicevamo nelle pagine precedenti -, nelle incertezze che sempre esistono all'inizio di un nuovo periodo storico, molti uomini della Chiesa impegnarono tutte le loro energie nel fare “subito” qualcosa per la gente miserabile, rispolverando i metodi di beneficenza di san Vincenzo (le “conferenze” fondate a Parigi da Ozanam in aiuto dei proletari prendono proprio questo nome).

Si capiĢ€ presto, tuttavia, che la beneficenza non poteva bastare. Anche nella forma nuova e socialmente avanzata di scuole professionali, di laboratori didattici, rimaneva insufficiente. Occorreva battersi per la giustizia sociale, per istituzioni e leggi che garantissero i diritti dei lavoratori. Il cammino fu lungo, per incomprensioni negli ambienti della gerarchia e per le fortissime resistenze degli Stati liberali.

Don Bosco (erano i primissimi anni della rivoluzione industriale italiana) si gettoĢ€ nella situazione nuova certamente portato dall'urgenza di cioĢ€ che vedeva e dalla sua grande disponibilitaĢ€ a lavorare per i ragazzi poveri. La strategia del subito, dell'intervento immediato

(percheĢ, ripetiamo, i poveri non possono permettersi il lusso di aspettare le riforme e i piani organici), diventa il marchio di don Bosco e dei suoi primi Salesiani. Catechismo, pane, istruzione professionale, mestiere protetto da un buon contratto, diventano il programma “urgente” che i figli di don Bosco realizzano per i giovani proletari.

Ma questa scelta - ci pare - non fu soltanto istintiva. Con il passare degli anni, la situazione si chiariĢ€ sempre maggiormente, e don Bosco prese sempre piuĢ€ coscienza del tempo che era chiamato a vivere e della sua missione: della grandezza e dei limiti di essa.

Che significa “mettere da parte ogni politica”?

Torniamo un attimo all'affermazione fatta (molti anni dopo il 1848) da don Bosco a monsignor Bonomelli: “Mi accorsi che se volevo fare un po' di bene, dovevo mettere da parte ogni politica”.

Che senso ha in quel momento la parola “politica” per don Bosco? Solo “schieramento di partiti”? A noi pare di no.

La parola “politica”, in quel tempo coinvolge anche l'atteggiamento verso la “questione sociale”: essere a favore o contro il libero mercato, l'intervento dello Stato nelle questioni del lavoro, lo sciopero, le societaĢ€ operaie socialiste, le cooperative ispirate da Owen, i sindacati, la legislazione sociale richiesta in Germania dal vescovo Ketteler.

“Lasciar da parte ogni politica” significa anche non lasciarsi tirare dentro il dibattito sociale (che in quel momento eĢ€ giaĢ€ parte notevole del programma dei partiti politici). Quando viene chiesto a don Bosco che ne pensa di Mazzini, non puoĢ€ ignorare che questo scomodo repubblicano eĢ€ il capo delle “societaĢ€ operaie dei lavoratori italiani” e fa parte della prima Internazionale fondata (1864) da Karl Marx. “Politica” eĢ€ quella di Solaro della Margarita e di Cavour, ma eĢ€ anche quella dei rivoluzionari socialisti, del socialista mazziniano Pisacane che sbarca nel Sud (1857) per “sollevare le plebi oppresse”. L'atteggiamento concreto di don Bosco eĢ€ “non lasciarsi trascinare in questi dibattiti”. Questo atteggiamento lo impone anche ai suoi Salesiani.

A noi non pare quindi che don Bosco “non si ponga il problema delle classi in trasformazione”. Non se l'eĢ€ posto subito neĢ “scientificamente”, ma le parole dette al Bonomelli e ripetute mille volte ai suoi Salesiani, attestano che il problema concreto l'ha sentito e l'ha risolto. In una certa sua maniera, discutibile fin che si vuole, ma lo ha sentito e risolto. Immergersi nel dibattito sociale significava schierarsi “per” qualcuno, e quindi “contro” qualcun altro. Farsi conoscere come “prete sociale” significava tagliarsi immediatamente fuori da ogni aiuto dei borghesi e dei benestanti. Egli invece aveva bisogno di aiuti, subito, da ogni parte, percheĢ i giovani poveri non li voleva rimandare in mezzo alla strada.

Con questi aiuti egli fa del bene, tanto, concreto, ai poveri.

Uno schema semplice, elementare.

Adotta uno schema semplice, elementare, per far ragionare i ricchi e i benestanti che lo devono aiutare: “I poveri corrono rischio di essere travolti dalla rivoluzione, percheĢ la miseria eĢ€ intollerabile. Questa situazione eĢ€ indegna di un popolo cristiano. I ricchi devono mettere le loro sostanze a disposizione dei poveri. Se non lo fanno, non sono cristiani. I poveri, spinti dalla miseria, pretenderanno di dividere la ricchezza " puntando il coltello alla gola ". Scateneranno cioeĢ€ la " rivoluzione " che porteraĢ€ disordine e violenza come il " terrore " giacobino. Tutto questo saraĢ€ stato provo

cato dalla insensibilitaĢ€ dei ricchi che non hanno voluto aiutarli ad uscire dalla miseria”. Rifacendoci alla parabola evangelica, don Bosco eĢ€ il “buon samaritano” che, incontrando

il ferito dai banditi, lo tira su dal fosso, lo porta all'ospedale, lo fa curare a sue spese. Non eĢ€ il politico che corre a organizzare un piano legislativo per la repressione del banditismo.

Egli capisce con il passare degli anni che il “subito” non basta che l'azione della beneficenza ha dei limiti precisi. Ma egli sa di non essere solo nella Chiesa, e dichiara piuĢ€ volte ai suoi Salesiani “Certo nel mondo vi devono essere anche di quelli che s'interessano delle cose politiche, per dare consigli, per segnalare pericoli o per altro; ma questo compito non eĢ€ per noi poveretti”; “Nella Chiesa non mancano coloro che sanno trattare valentemente queste ardue e pericolose questioni, e in un esercito vi sono quelli destinati a combattere, e quelli destinati ai bagagli e agli altri uffici ugualmente necessari per cooperare alla vittoria”.

La scelta dell'intervento urgente, del non lasciarsi trascinare nel dibattito sociale per poter essere aiutato da ogni parte, puoĢ€ certo essere discussa. Non possono invece essere discussi i risultati di questa scelta: un vero miracolo di bene per i giovani poveri, riconosciuto anche da chi aveva idee diverse, anche da chi (uscito dalle sue case “di beneficenza”) si batteraĢ€ per i poveri con schemi diversi.

(Due soli esempi. Sandro Pertini, ex allievo delle scuole salesiane di Varazze, socialista non-credente, che diventeraĢ€ Presidente della Repubblica Italiana, scriveva al suo insegnante don Borella: “Oggi comprendo che l'amore senza limiti che io sento per tutti gli oppressi, i miseri, ha cominciato a sorgere in me vivendo accanto a voi. La mirabile vita del vostro Santo mi ha iniziato a questo amore”. Lo storico Giacomo Martina afferma che i Salesiani della prima generazione, quando arrivavano in certe cittadine romagnole abitate da rossi e mangiapreti, sembravano destinati a un fallimento sicuro. E invece attaccavano con l'oratorio e la banda musicale, e dopo poco tempo erano amici di tutti. “Sono preti diversi”, dicevano).

E se la sua scelta fosse stata diversa?

Una cosa pare certa: se la scelta di don Bosco fosse stata quella di buttarsi nel dibattito sociale, di scuole e laboratori ne avrebbe

potuto aprire pochi. E forse oggi la sua scelta sarebbe piuĢ€ discutibile ancora. Lo affermoĢ€ lui stesso il 24 giugno 1883: “A che proĢ€ entrare in politica? Con tutti i nostri sforzi che cosa potremo noi ottenere? Nient'altro che di renderci forse impossibile di proseguire la nostra opera di caritaĢ€”.

Schematizzando al massimo la situazione, potremmo dire che “in teoria” davanti a don Bosco venne delineandosi un dilemma:

- o battersi contro gli effetti delle ingiustizie sociali (aiutare i ragazzi poveri, domandando e accettando l'aiuto di chiunque per fondare scuole e laboratori);

- o battersi contro la causa delle ingiustizie sociali (inventare forme di denuncia pubblica, di associazioni per giovani lavoratori, rifiutare la collaborazione e la beneficenza delle persone coinvolte in un sistema politico-economico basato sullo sfruttamento), con la prospettiva evidente di inaridire le fonti della beneficenza e di abbandonare al proprio destino i ragazzi poveri.

Nel primo caso salvava i giovani dai pericoli immediati, ma rischiava di essere “strumentalizzato” dal sistema, di allevare cioeĢ€ dei lavoratori obbedienti e docili che non avrebbero disturbato i potenti.

Nel secondo caso sollecitava il “sistema” a cambiare, ma rischiava di non poter andare incontro alle necessitaĢ€ immediate, impellenti dei poveri.

La scelta (non solo per don Bosco, ma per molti uomini della Chiesa in quel tempo) era drammatica: comunque ci si schierasse, non si faceva “tutto” quello che si doveva fare.

Don Bosco imboccoĢ€, sotto l'urgenza del momento, la prima strada. Quando ne avvertiĢ€ i limiti, si sentiĢ€ garantito dall'azione totale della Chiesa: “Lasciamo ad altri ordini religiosi piuĢ€ ferrati di noi le denunce e l'azione politica. Noi andiamo dritti ai poveri”.

Concludendo ci pare di poter affermare che se nella Chiesa ci sono molti carismi, molti doni cioeĢ€ dati agli individui per il bene della comunitaĢ€, don Bosco ebbe quello dell'intervento urgente a favore dei ragazzi poveri. Diverso, ma non contrapposto, a quelli piuĢ€ squisitamente sociali di mons. Ketteler (1811-77), di Toniolo (1845-1918), di don Sturzo (1871-1959). Per questo, il prete piemontese puoĢ€ stare benissimo accanto a loro. Quattro carismi diversi

nell'ambito della Chiesa, vissuti con onestaĢ€ e limpidezza, e proprio per questo ricchi di frutti autentici per il popolo di Dio.

27.
1849, ANNO SPINOSO E STERILE.

“L'anno 1849 fu spinoso, sterile - scrive don Bosco -, sebbene sia costato grandi fatiche ed enormi sacrifici”.

ComincioĢ€ per lui con una triste notizia familiare. Il 18 gennaio moriĢ€ quasi all'improvviso suo fratello Antonio. Aveva solo 41 anni. Negli ultimi tempi veniva sovente all'oratorio, a trovare mamma Margherita e il fratello. Parlavano dei raccolti scarsi, delle tasse pesanti con cui il governo spremeva i contadini per finanziare la guerra. Portava notizie dei sette figli che Dio gli aveva mandato. Il penultimo, Nicolao, era andato in Cielo dopo poche ore di vita, ma gli altri sembravano crescere bene.

Gli anni, la vita, avevano riaccostato i fratelli. Il tempo in cui tra loro c'era stato del ghiaccio sembrava tanto lontano.

Il 1° febbraio, Carlo Alberto inauguroĢ€ la Camera uscita dalle elezioni. La forte maggioranza della sinistra lo ascoltoĢ€ in un silenzio ostile. Per le strade si prese a gridare: “Viva la guerra! Abbasso i preti! Viva la repubblica!”. Sui giornali, caricature oscene di Pio IX “traditore d'Italia”. Sul giornale Il Fischietto anche don Bosco fu attaccato con umorismo pesante. Veniva chiamato “il Santo”, “il taumaturgo di Valdocco”.

Bande di teppisti ripresero le sassaiole contro la casa Pinardi (che don Bosco aveva affittato completamente).

Per uscire, don Bosco si faceva accompagnare da Brosio “il bersagliere”, che ricordava: “Quando passavamo sul corso che ora si chiama Regina Margherita, una turba di piccoli barabba insultava sempre don Bosco, gridavano ingiurie poco decenti o cantavano canzonacce schifose. Un giorno avrei voluto prenderli a sberle. Don Bosco invece si fermoĢ€, riusciĢ€ ad avvicinarne qualcuno, comproĢ€ della frutta da una venditrice che aveva il banco liĢ€ vicino, e la regaloĢ€ a quei suoi " amici ", come li chiamava”.

“L'Amico della GioventuĢ€”, fallimento.

Don Bosco era preoccupato del male che facevano anche tra i giovani i giornali antireligiosi. Si vendevano per le strade, venivano incollati ai muri. I giornali cattolici erano pochi, e mancavano di quella grinta che conquista la gente.

Aveva tante preoccupazioni, don Bosco, ma nel febbraio di quell'anno aggiunse anche quella di fondare, diffondere e dirigere un giornale. Lo chiamoĢ€ L'Amico della GioventuĢ€. Usciva tre volte alla settimana. Lo preparava con l'aiuto di don Carpano e di don Chiaves. Lo stampava presso la tipografia SpeiraniĢ€-FerreroĢ€.

Fu un piccolo fallimento. Abbonati, per il primo trimestre, 137. Per il secondo trimestre, 116. Furono pubblicati, in tutto, 61 numeri.

Don Bosco dovette pagare alla tipografia 272 lire di passivo. Ma non se ne pentiĢ€ mai. Aveva tentato di fare del bene. Si era scontrato, per la prima volta, con la “tranquilla incoscienza” dei buoni. La stampa cattolica, in Italia, se la sta trascinando dietro come una catena pesante da piuĢ€ di cent'anni.

Ancora la guerra.

Torino, intanto, respira di nuovo aria di guerra.

20 febbraio. Gioberti daĢ€ le dimissioni. Lo sostituisce, alla testa del governo, il ministro della guerra Chiodo. La sinistra democratica, padrona della situazione, spinge per la ripresa della guerra. Il 2 marzo la Camera presenta una petizione al re: “I deputati del popolo vi

esortano a rompere gli indugi e a dichiarare la guerra. Noi confidiamo nelle vostre armi”.
12 marzo. Viene “denunciato” l'armistizio. La guerra scatteraĢ€ allo scadere degli otto giorni. 75.000 uomini raggiungono la frontiera. Il re parte per Alessandria. Ma fra i soldati, questa volta, non c'eĢ€ entusiasmo. Il reggimento Savoia si rifiuta di marciare. Ci sono

disertori. Alcuni vengono fucilati.
In Lombardia, Radetzky lancia ai suoi soldati la nuova parola d'ordine: “A Torino!”.
23 marzo. Su un fronte di 4 chilometri divampa la “battaglia di Novara”. La Bicocca,

centro dei violenti corpo a corpo, eĢ€ perduta e ripresa piuĢ€ volte. Episodi di autentico eroismo. In un contrassalto alla baionetta muore il generale Passalacqua. Il generale Perrone, ex- primo Ministro, colpito a morte, si fa portare a braccia davanti al re per salutarlo. Alla sera, peroĢ€, tutto eĢ€ finito. Le artiglierie di Radetzky, piuĢ€ potenti, hanno liquidato la partita. Il gene

rale Durando racconteraĢ€ che piuĢ€ volte ha dovuto prendere Carlo Alberto per un braccio e tirarlo via dalla mischia.

La battaglia e la guerra sono perdute. Nella notte eĢ€ il caos. Da Novara a Oleggio a Momo eĢ€ tutto un intasamento di carriaggi abbandonati. I soldati sbandati camminano per le strade senza comandi, senza armi. Gridano: “A casa! Paghi Pio IX, paghino i ricchi, paghi chi vuole la guerra, noi andiamo a casa!”.

All'una di notte Carlo Alberto abdica. Con un pastrano da viaggio gettato sulle spalle, esce da Novara in un calesse, e tra quel caos parte per l'esilio.

Per quattro ore si cerca tra i bivacchi delle truppe il nuovo re. Radetzky, all'annuncio dell'abdicazione, ha concesso sei ore di tregua.

Il giovane e frastornato Vittorio Emanuele, barba arruffata, occhi pesti dalla stanchezza, incontra il maresciallo austriaco nel cortile di un cascinale. Chiede che non gli mettano sulle spalle condizioni impossibili, altrimenti dovraĢ€ andarsene anche lui, e lasciare il Piemonte in mano ai rivoluzionari. Quando se ne va, il vecchio soldato austriaco (82 anni) mormora al generale Hess: “Povero ragazzo!”.

Ultimo frammento di libertaĢ€.

Ma il piuĢ€ povero di tutti, in quel momento, eĢ€ il Paese. A Torino la situazione eĢ€ tesa. Quando si viene a sapere che gli Austriaci esigono 200 milioni di risarcimento bellico e occuperanno Alessandria, l'opposizione “democratica” si scatena. Si parla apertamente di repubblica,. Si chiede la ripresa della guerra ad oltranza. Genova insorge.

Il giovane re piomba a Torino. Ha voglia di “cacciar via a pedate” tutti i deputati, ma ci ripensa. Genova eĢ€ ripresa con il cannone. Viene nominato primo Ministro Massimo D'Azeglio. La pace viene firmata soltanto il 6 agosto. Dopo un tira e molla molto drammatico, gli Austriaci accettano di abbandonare tutti i territori occupati, compresa Alessandria, e di ridurre il risarcimento a 75 milioni.

Del grande incendio del 1848 rimangono poche braci. I combattenti che si erano trovati fianco a fianco sulle barricate di primavera, sono stati quasi tutti sconfitti. I patrioti che esigevano l'indipendenza sono stati messi a tacere dalle artiglierie austriache. Gli operai sono tornati alla dura giornata di 12 ore. Le Costituzioni

liberali sono state abrogate quasi dovunque. Solo in Piemonte lo Statuto eĢ€ rimasto. Eppure questo frammento di libertaĢ€ si riveleraĢ€ estremamente importante: attorno al Piemonte si coaguleraĢ€ l'Italia. Anche gli altri semi di libertaĢ€ e di uguaglianza, che sembrano

dispersi nell'alluvione della repressione, germoglieranno con il lento passare degli anni.

Naufragio dei “preti patrioti”.

A Novara eĢ€ avvenuto anche il naufragio dei “preti patrioti” piemontesi. Persuaso di “seguire il popolo”, don Cocchi ha condotto una grossa squadra di giovanotti dell'oratorio di

Vanchiglia per prendere parte alla battaglia di Novara. Giunti a Vercelli, i 200 giovanotti non vengono riconosciuti come soldati dal capo divisione. Non sanno dove trovare viveri e passare la notte. Avvenuta intanto la rotta dei Piemontesi, ritornano a Torino, rientrando in cittaĢ€ di notte, mezzi morti dalla stanchezza. EĢ€ una disfatta per l'opera dell’intraprendente prete di Druent.

L'oratorio di Vanchiglia rimane chiuso per qualche mese. Don Cocchi vive nascosto. TorneraĢ€ alla ribalta in ottobre, lanciando insieme ad altri due preti il progetto di un ospizio di beneficenza per i piccoli artigiani. InizieraĢ€ di qui il grande “Istituto degli Artigianelli”. Tacitamente si viene cosiĢ€ a riconoscere che la linea “non politica” di don Bosco eĢ€ quella giusta.

33 lire per il Papa.

Decine di migliaia di profughi, in questi mesi, vengono a infittire la popolazione di Torino. La vita eĢ€ difficile. I prezzi dei fitti sono altissimi, i salari assai bassi. Un profugo francese socialista, Coeurderoy, parla di miseria gravissima nei quartieri popolari. Manca un'industria vivace. Il denaro in circolazione eĢ€ rastrellato dalle fortissime tasse. La mano d'opera continua a essere abbondante sul mercato, anche se nuove case si costruiscono ininterrottamente e sono affittate prima ancora di essere finite.

Pio IX, intanto, continua a essere in esilio a Gaeta. Il marchese Gustavo Cavour e il canonico Valinotti indicono a Torino una questua sotto il nome di “obolo di San Pietro”. Anche i ragazzi dell’oratorio vi partecipano. Unendo i loro centesimi, alla fine di marzo consegnano al Comitato 33 lire, insieme a una lettera di auguri per il Papa.

Il 2 maggio giunge a don Bosco una lettera dal Nunzio pontificio: “Una dolce emozione si eĢ€ destata nell'animo del Santo Padre all'affettuosa e candida offerta dei poveri artigianelli, e alle parole di devozione con cui vollero accompagnarla. La prego percioĢ€ di far loro conoscere quanto mai sia stata gradita questa offerta, preziosissima percheĢ data dal povero”.

Il Papa ricambioĢ€ con un mazzo di 720 corone del Rosario, che poterono giungere a Torino solo il 21 aprile 1850.

Due piccoli cuori “per grazia ricevuta”.

24 giugno, festa di san Giovanni Battista. EĢ€ l'onomastico di don Bosco. Carlo Gastini e Felice Reviglio, nonostante i tempi difficili, decidono di fare un regalino a don Bosco. Da mesi si sono messi d'accordo in segreto. Hanno risparmiato sul pane e conservato gelosamente le piccole mance. Ma cosa comprare con i prezzi alti che si leggono nelle vetrine dei negozi? Alla fine decidono: due piccoli cuori d'argento, di quelli che la gente acquista per portarli alla Madonna “per grazia ricevuta”. Una scelta strana, ma geniale, e anche commovente.

Alla vigilia della festa, quando tutti sono andati a dormire, vanno a bussare alla porta di don Bosco e glie li offrono, arrossendo fino alla punta delle orecchie.

“Il domani da tutti i compagni si seppe di quel dono - scrive don Lemoyne - e non senza un po' di gelosia”.

Quattro ragazzi e un fazzoletto bianco.

Gastini e Reviglio sono due ragazzi che don Bosco tiene d'occhio. Nel 1848 hanno fatto gli Esercizi Spirituali insieme ad altri undici. Quest'anno li rifanno insieme a sessantanove, divisi in due turni.

L'idea fissa di don Bosco eĢ€ sempre quella di “studiare, conoscere, scegliere alcuni individui” che diano speranza di vocazione sacerdotale.

Al termine degli Esercizi, chiama Giuseppe Buzzetti, Giacomo Bellia, Carlo Gastini e Felice Reviglio. Dice loro:

- Ho bisogno di qualcuno che mi dia una mano nell'oratorio. Che ne direste voi?
- Aiutarla come?
- Prima di tutto riprendendo a studiare. Una scuola veloce, che comprenda anche il

latino. Poi, se Dio vorraĢ€, potrete diventare preti.

I quattro si guardano in faccia. Accettano.
Don Bosco mette una sola condizione. Tira fuori il fazzoletto bianco e lo stropiccia tra le

mani:
- Vi chiedo di essere nelle mie mani come questo fazzoletto: obbedienti in tutto.
Tra i quattro, solo Bellia ha frequentato tutte le elementari. Don Bosco, in agosto, li

mette nelle mani del teologo Chiaves per una energica cura d'italiano. In settembre li porta con seĢ ai Becchi, ospiti di Giuseppe, e attacca le lezioni di latino.

Tornano a Torino in ottobre. In tempo per partecipare ai grandiosi funerali che la cittaĢ€ intera dedica a Carlo Alberto, morto a Oporto.

Il battaglione di borgo Vanchiglia.

In quello stesso ottobre, d'intesa con don Cocchi e con l'approvazione scritta dell'arcivescovo, don Bosco riapre l'oratorio dell’Angelo Custode in borgo Vanchiglia. Due tettoie, due camere, un camerone adattato a cappella: 900 lire di affitto all'anno. Va a dirigerlo don Carpano, che lascia l'oratorio san Luigi a don Ponte.

In borgo Vanchiglia continuano le feroci battaglie delle cocche. Don Bosco manda in aiuto a don Carpano il “bersagliere” Brosio, che anche laĢ€ fonda un bellicoso “battaglione”, pronto a giocare ma anche a picchiare sul serio.

“Una festa - racconta Brosio - comparvero quaranta barabba, armati di pietre, bastoni e coltelli, per entrare nell'interno dell’oratorio. Il direttore si prese tanta paura che tremava come una foglia. Io, vedendo che erano risoluti di menare le mani, chiusi la porta, radunai i giovani piuĢ€ grandi e distribuii i fucili di legno. Divisi i giovani in squadriglie, con l'ordine che se attaccavano, a un mio segnale contrattaccassero da tutte le parti contemporaneamente, e giuĢ€ legnate senza misericordia. Radunati i piuĢ€ piccoli, che piangevano di paura, li nascosi in chiesa, e andai di guardia alla porta d'entrata, che gli assalitori tentavano di gettare in terra con urtoni poderosi. Qualcuno, frattanto, era andato ad avvisare i soldati di cavalleria, che accorsero con le sciabole sguainate”.

Quella volta andoĢ€ bene.

Il 18 novembre, ad abitare con don Bosco viene don Giacomelli, giaĢ€ suo compagno di seminario a Chieri. RimarraĢ€ a Valdocco due anni. Con il suo aiuto e quello del chierico Ascanio Savio, don

Bosco puoĢ€ aumentare il numero dei ragazzi ospitati, i “convittori”, che salgono cosiĢ€ a 30.

Saranno 36 nel 1852, 76 nel 1853, 115 nel 1854. Nel 1860 saranno 470, e 600 nel 1861. La punta massima saraĢ€ quella di 800.

La vita di quei ragazzi continua a essere estremamente povera. D'inverno si gela in chiesa e altrove, esclusa la cucina e una stanza dove viene accesa una stufa a legna. Il materasso di lana o di crine eĢ€ un lusso di pochi. La maggior parte dorme sul saccone di foglie secche o di paglia. I pochi soldi della comunitaĢ€, don Bosco li ha affidati a Giuseppe Buzzetti, che nel 1849 ha 17 anni, e si stupisce di quella totale fiducia.

La domenica, questi ragazzi “convittori” partecipano integralmente alla vita dei cinquecento ragazzi che invadono l'oratorio, ai giochi, alle passeggiate.

20 novembre. Vittorio Emanuele, con il proclama di Moncalieri, scioglie di nuovo le camere e chiama i 90.000 elettori a nuove elezioni. Con parole dure rimprovera la “sinistra democratica” di avere rovinato la nazione, e invita gli elettori a mandare alla Camera persone piuĢ€ moderate.

Le elezioni si svolgono il 9 dicembre, all'inizio di un inverno che si annuncia freddo e

desolato. I nuovi deputati approvano in silenzio il trattato di pace. “Non era una pace - scrive il Cognasso -, era un armistizio di dieci anni. Dieci anni da trascorrere lavorando silenziosamente”.

Quattro soldi di polenta.

Nell'ultimo scorcio del 1849, mentre - dicono le cronache - molta gente nella cintura di Torino patisce la fame, la storia di don Bosco registra alcuni avvenimenti misteriosi. Potremmo chiamarli (se la parola non fosse troppo grossa) “i miracoli poveri che un prete ottiene per la povera gente”.

Il primo lo racconta Giuseppe Brosio “il bersagliere”, in una lettera a don Bonetti.

“Un giorno, mentre ero nella camera di don Bosco, si presenta un uomo a domandare l'elemosina. RaccontoĢ€ che aveva cinque figli che da un giorno intero non mangiavano. Don Bosco si frugoĢ€ nelle tasche. TrovoĢ€ solo quattro soldi (venti centesimi), e glieli diede con la sua benedizione.

Rimasti soli, don Bosco mi disse che gli rincresceva non aver

avuto altro denaro: se avesse avuto cento lire gliele avrebbe date. Gli dissi:
- E come fa a sapere che le ha detto la veritaĢ€? Se fosse uno scroccone?
- No, eĢ€ sincero e leale. Ti dico di piuĢ€: eĢ€ laborioso e molto affezionato alla sua famiglia. - Come fa a saperlo?

Allora don Bosco mi prese per mano, mi guardoĢ€ fisso in faccia, e sottovoce mi disse: - - Gli ho letto nel cuore.

- Oh bella! Ma allora lei vede anche i miei peccati?

- SiĢ€, ne sento l'odore - mi rispose ridendo. E devo dire che mi leggeva proprio nel cuore. Se mi dimenticavo qualcosa in confessione, mi poneva sotto gli occhi la cosa precisa quale era. E io abitavo a un chilometro lontano da lui. Un giorno avevo fatto un'opera di caritaĢ€ che mi era costata un grande sacrificio, e questo era segreto a tutti. Andai all'oratorio, e don Bosco, appena mi vide, mi prese per mano e disse: " Che bella cosa ti sei preparato per il Paradiso! ". " Che cosa ho fatto? ", gli domandai. E lui mi disse punto per punto tutto cioĢ€ che avevo fatto.

Qualche tempo dopo, per Torino, incontrai l'uomo a cui don Bosco aveva dato i quattro soldi. Mi riconobbe, mi fermoĢ€ e mi disse che con quei soldi era andato a comprare della farina per la polenta, e che lui e tutta la famiglia ne avevano mangiato a sazietaĢ€. E mi ripeteva:

- In famiglia, noi lo chiamiamo " il prete del miracolo della polenta " percheĢ, con quattro soldi, di farina ce n'era scarsa per due persone, e invece ne mangiammo in sette”.

“Lo chiamai per nome: Carlo!”

Il secondo lo riferisce per scritto, in francese, la marchesa Maria Passati nata De Maistre. Dichiara: “Ho sentito questo racconto dalla bocca stessa di don Bosco, e ho cercato di scriverlo con la massima fedeltaĢ€.

Un giorno qualcuno venne a cercare don Bosco per un giovane che frequentava ordinariamente l'oratorio, e che pareva gravemente ammalato. Don Bosco era assente, e non tornoĢ€ a Torino che due giorni dopo. PoteĢ€ recarsi dal malato solo il giorno seguente, verso le quattro del pomeriggio.

Arrivando alla casa dove abitava, vide il drappo nero alla porta, con il nome del giovane che veniva a trovare. Tuttavia saliĢ€, per

vedere e consolare i poveri genitori. Li trovoĢ€ in lacrime. Gli raccontarono che il loro figlio era morto nella mattinata. Don Bosco domandoĢ€ allora se poteva salire alla stanza dov'era il corpo del defunto, per rivederlo ancora una volta. Uno della famiglia lo accompagnoĢ€.

- Entrando nella camera - ha affermato don Bosco -, mi venne il pensiero che non fosse morto, mi avvicinai al letto e lo chiamai per nome: " Carlo! ". Allora egli apriĢ€ gli occhi e mi salutoĢ€ con un sorriso stupito. " Oh, don Bosco - disse ad alta voce - mi avete svegliato da un brutto sogno! ".

In quel momento, alcune persone che erano nella stanza fuggirono spaventate, lanciando grida e rovesciando i candelieri. Don Bosco si affrettoĢ€ a strappare il lenzuolo nel quale era stato avvolto il giovane, che continuoĢ€ a parlare cosiĢ€:

" Mi pareva di essere spinto in una caverna lunga, oscura, e cosiĢ€ stretta che potevo appena respirare. Al fondo vedevo come uno spazio piuĢ€ largo e piuĢ€ chiaro, dove molte anime venivano giudicate. La mia angoscia e il mio terrore crescevano sempre piuĢ€, percheĢ vedevo un gran numero di condannati. Ed ecco che era arrivato il mio turno, e stavo per essere giudicato come loro, terrorizzato percheĢ avevo fatto male la mia ultima confessione, quando voi mi avete svegliato! ".

Frattanto il padre e la madre di Carlo erano accorsi alla notizia che il loro figlio era vivo. Il giovane li salutoĢ€ cordialmente, ma disse loro di non sperare nella sua guarigione. Dopo averli abbracciati, domandoĢ€ di essere lasciato solo con don Bosco.

Gli raccontoĢ€ che aveva avuto la disgrazia di cadere in un peccato che aveva creduto mortale, e che sentendosi molto male l'aveva mandato a cercare con la ferma intenzione di confessarsi. Ma non l'avevano trovato. Avevano chiamato un altro prete che non conosceva, e a lui non aveva avuto il coraggio di confessare quel peccato. Dio gli aveva appena fatto vedere che aveva meritato l'inferno con quella confessione sacrilega.

Si confessoĢ€ con molto dolore, e dopo aver ricevuto la grazia dell'assoluzione, chiuse gli occhi e spiroĢ€ dolcemente”.

Un cesto di castagne che non si svuota mai.

Il terzo avvenimento lo riferiĢ€ Giuseppe Buzzetti, e lo confermoĢ€ per scritto Carlo Tomatis, che fu tra i primi ragazzi ospiti di don Bosco.

Nel giorno dei morti, don Bosco aveva portato tutti i ragazzi dell'oratorio festivo a visitare il cimitero e a pregare. Per quando fossero tornati, aveva promesso le castagne cotte. Ne aveva fatto comprare tre grossi sacchi.

Mamma Margherita peroĢ€ non aveva capito le sue intenzioni, e ne aveva fatto cuocere soltanto tre o quattro chili.

Giuseppe Buzzetti, il giovanissimo “economo”, arrivato a casa prima degli altri, vide la faccenda e disse:

- Don Bosco ci resteraĢ€ male. Bisogna avvertirlo subito.

Ma nel trambusto del ritorno di tutta la truppa affamata, Buzzetti non riusciĢ€ a spiegarsi. Don Bosco prese dalle sue mani la piccola cesta e comincioĢ€ a distribuire castagne con il grosso mestolo bucherellato. Nella baraonda Buzzetti gli gridava:

- Non cosiĢ€! Non ne abbiamo per tutti!
- Ma ce ne sono tre sacchi in cucina.
- No, queste sole, queste sole! -, cercava di dirgli Buzzetti mentre i ragazzi urlavano e

premevano a ondate. Don Bosco rimase interdetto.
- Io peroĢ€ le ho promesse a tutti. Continuiamo cosiĢ€ fin quando ce ne saraĢ€.

ContinuoĢ€ a distribuirne un mestolo colmo a ciascuno. Buzzetti guardava nervoso le poche manciate rimaste in fondo al cesto, e la fila che sembrava sempre piuĢ€ lunga. Qualcun altro comincioĢ€ a guardare insieme a lui. A un tratto si fece quasi silenzio. Centinaia di occhi fissavano sgranati quel cesto che non si svuotava mai.

Bastarono per tutti. E forse per la prima volta, quella sera, i ragazzi con le mani piene di povere castagne gridarono: “Don Bosco eĢ€ un santo!”.

28.

UNA CASA E UNA CHIESA.

Negli ultimi mesi del 1849 don Bosco inoltroĢ€ una petizione al Ministero dell'Interno per avere un sussidio per il suo oratorio.

In un pomeriggio domenicale del gennaio 1850 una commissione di tre senatori, Sclopis, Pallavicini e Collegno, scese a Valdocco per visitare l'opera e farne relazione al Senato e al Ministro.

L'impressione fu molto positiva. Videro cinquecento ragazzi giocare nei cortili e nei prati, li videro pregare ammassati nella cappella e dintorni, s'informarono minutamente dell'Ospizio dove erano ricoverati trenta convittori.

Il conte Sclopis interrogoĢ€ a caso un ragazzo, Giuseppe Vanzino. Seppe che era di Varese, faceva lo scalpellino, era orfano di padre. RiusciĢ€ anche a sapere, tra uno scoppio di lacrime del ragazzo, che sua madre era in prigione.

- Alla sera dove vai a dormire? - chiese il conte un po' impacciato.

- Fino a qualche giorno fa dormivo in casa del padrone, ma adesso don Bosco mi ha preso in casa sua.

La relazione al Senato la fece Pallavicini. EĢ€ registrata negli Atti Ufficiali del 1° marzo. Dice: “L'istituzione del distinto e zelante sacerdote Giovanni Bosco manifestasi eminentemente religiosa, morale, proficua. Danno gravissimo sarebbe per la cittaĢ€ se dovesse interrompersi o perdersi per mancanza di soccorsi. La nostra Commissione invia istanza al Ministero dell'Interno percheĢ voglia venire efficacemente in soccorso di un'Opera siĢ€ utile e vantaggiosa”.

In lire, quelle parole fruttarono a don Bosco tre biglietti da cento dal Senato e due biglietti da mille dal Ministro, Urbano Rattazzi.

Ma non furono le lire (ben accette e benedette) il frutto maggiore. In Piemonte stava per scoppiare il lungo e tormentato bistic

cioĢ€ tra Stato e Chiesa. La visita e la relazione dei tre senatori, che don Bosco aveva sollecitato, avrebbero permesso all'oratorio di superare senza eccessivi danni il grosso temporale.

L'arcivescovo arrestato.

Nel dicembre 1849 mille ecclesiastici e diecimila cittadini torinesi firmarono una petizione al primo Ministro D'Azeglio in cui si chiedeva il ritorno dell'arcivescovo Fransoni, ancora in esilio a Ginevra.

Ci fu un tira e molla tra il re, i ministri, l'arcivescovo di Genova, ma nel marzo 1850 mons. Fransoni poteĢ€ rientrare a Torino.

Erano giorni “roventi”. Alla Camera e al Senato si discuteva il progetto legge presentato dal ministro della Giustizia Siccardi. Si intendeva abolire alcuni antichi privilegi ecclesiastici: il foro ecclesiastico (i vescovi e i preti accusati di delitti comuni non sarebbero piuĢ€ stati giudicati da tribunali ecclesiastici, ma dai tribunali pubblici), il diritto d'asilo (fino allora la polizia non poteva arrestare persone accusate di delitti se esse si rifugiavano in una chiesa o in un convento), la possibilitaĢ€ di accrescere i beni della Chiesa.

Il 9 marzo la legge Siccardi fu approvata dalla Camera e l'8 aprile dal Senato. Il 9 fu sanzionata dal re. In cittaĢ€ si scatenarono le bande anticlericali. Si improvvisarono cortei con gente che urlava: “Abbasso i preti! Viva Siccardi!”. Il punto di convegno fu il palazzo arcivescovile. Dapprima furono solo grida e insulti: “A morte Fransoni! Via il delegato pontificio!”. Poi si aggiunsero i sassi: i vetri delle finestre furono fracassati, si tentoĢ€ di sfondare il portone d'ingresso. Dovettero accorrere gli squadroni della cavalleria con le sciabole sguainate.

Le reazioni del clero furono immediate. Pio IX, con una lettera del cardinale Antonelli, protestoĢ€ vivacemente. Il Nunzio pontificio chiese il passaporto e lascioĢ€ il Piemonte. Il giorno 18, l'arcivescovo spediĢ€ a tutti i parroci una circolare segreta: vietava a ogni prete di comparire davanti a un tribunale pubblico senza il suo personale permesso.

21 aprile. La polizia fa irruzione nella tipografia Botta (dov'eĢ€ stata stampata la

circolare), negli uffici postali, nel palazzo arcivescovile. La circolare eĢ€ sequestrata e giudicata “istigazione alla ribellione”. Citato davanti al tribunale civile e rifiutatosi di comparire, mons. Fransoni eĢ€ condannato a 500 lire di multa e a un mese

di carcere. Il 4 maggio, all'una pomeridiana, viene arrestato e tradotto nella cittadella militare.

Torino vive momenti di tensione grave. L'opposizione cattolica eĢ€ molto forte, anche se poco rappresentata in Parlamento (per cui vota sempre il 2% della popolazione). Il maggiore conte Viallardi, guardiano della cittadella, accoglie l'arcivescovo scoppiando a piangere, il comandante generale Imperar gli cede il proprio quartiere. Numerose delegazioni chiedono al re di far visita al prigioniero. Anche don Bosco vi si reca, e manda varie delegazioni dei suoi ragazzi.

Alla fine di luglio, la fune tra il governo e l'arcivescovo torna a tendersi. Pietro Derossi di Santarosa, ministro dell'Agricoltura, si ammala gravemente. Chiede i sacramenti. Il parroco, della congregazione dei Serviti, riceve dall'arcivescovo l'ordine di esigere dal malato pubblica ritrattazione dell'approvazione data alle leggi Siccardi. Santarosa rifiuta, e muore il 5 agosto senza Viatico.

Nelle vie di Torino si rinnovano i tumulti. I Serviti sono espulsi. Il ministro della Guerra, Alfonso La Marmora, chiede a mons. Fransoni di rinunciare all'arcivescovado. Davanti al suo rifiuto, il 7 agosto lo fa arrestare dai carabinieri e internare nella fortezza di Fenestrelle, presso il confine francese. Di qui l'arcivescovo il 28 settembre saraĢ€ bandito dallo Stato.

Squadracce prendono d'assalto i conventi della cittaĢ€. Oblati, Barnabiti, Domenicani devono barricarsi nelle loro case. Il 14 agosto un certo Volpato si presenta a Valdocco e avverte don Bosco che in serata verraĢ€ preso d'assalto anche l'oratorio. Meglio che se ne vada subito con i ragazzi.

Don Bosco ci-pensa, poi decide di restare. Alle 16 la colonna dei dimostranti sta scendendo verso la periferia. Ma tra quella gente (attesta don Lemoyne) c'eĢ€ uno a cui don Bosco ha fatto del bene. Ferma i primi gruppi e dice:

- Facciamo male ad assalire l'oratorio. Troveremo soltanto dei ragazzi poveri e un prete che daĢ€ loro da vivere. Don Bosco eĢ€ uno del popolo come noi. Lasciamolo in pace.

Si discute, poi la colonna prende un'altra strada.

La seconda quadretta.

Sotto il grande temporale, don Bosco continua a lavorare in silenzio. Reviglio, Bellia, Buzzetti e Gastini continuano la “scuola veloce”, e sono ormai quasi pronti all'esame per vestire l'abito chiericale. Michelino Rua, nell'estate 1850, ha finito le elementari

dai Fratelli delle Scuole Cristiane, e don Bosco non lo perde d'occhio. Un giorno lo chiama in disparte:

- Che cosa hai intenzione di fare il prossimo anno?

- Mia mamma ha parlato con il direttore della Fabbrica d'Armi. Mi accettano a lavorare negli uffici, e cosiĢ€ potroĢ€ aiutare la famiglia.

- Anch'io ho parlato con qualcuno. I tuoi insegnanti mi hanno detto che il Signore ti ha dato una bella intelligenza, e che sarebbe un peccato se non continuassi a studiare. Te la sentiresti?

- Certo. Ma mia madre eĢ€ povera, il papaĢ€ non ce l'ho piuĢ€. Dove vuole che vada a prendere i soldi per la scuola?

- A questo ci penso io. Tu chiedi soltanto a tua madre se ti lascia cominciare la scuola di latino.

La signora Giovanna Maria fissoĢ€ a lungo il suo ragazzo alto e pallido. Lo sentiĢ€ parlare con entusiasmo di don Bosco, e rispose:

- Io sono contenta, Michelino. Ma la tua salute reggeraĢ€? Il Signore s'eĢ€ giaĢ€ preso con seĢ quattro dei tuoi fratelli, e tu sei ancora piuĢ€ gracile di loro. Di' a don Bosco che non ti tenga

troppo sui libri.
Siccome Michelino abitava a pochi passi dall'oratorio e aveva veramente poca salute,

don Bosco lo lascioĢ€ ancora a casa sua per due anni. Ma nel novembre comincioĢ€ a mandarlo alla scuola privata del professore Giuseppe Bonzanino. Alla sera, gli faceva lui stesso ripetizione di aritmetica e sistema metrico decimale. Accanto a Rua c'erano i giovani Angelo Savio, Francesia e Anfossi, la seconda quadretta che don Bosco sperava di portare fino al sacerdozio.

Alla domenica, mentre Buzzetti e gli altri davano una mano a don Bosco, Michele Rua e Angelo Savio partivano per gli oratori di Vanchiglia e Porta Nuova, dove aiutavano nell'assistenza e nel fare catechismo.

2 febbraio 1851. Dopo quattordici mesi di “scuola di fuoco”, i suoi primi quattro ragazzi hanno superato brillantemente l'esame presso la Curia torinese. Buzzetti, Gastini, Bellia, Reviglio ricevono l'abito chiericale all'oratorio. Don Bosco eĢ€ raggiante. Gli pare che i primi agnelli, finalmente, stiano diventando pastori. Si inganna: di quei quattro ragazzi (che il giorno dopo cominciano la scuola di filosofia) solo Bellia e Reviglio diventeranno preti, ma non si fermeranno all'oratorio, Gastini presto si scoraggeraĢ€ e lasceraĢ€ gli studi. Buzzetti rimarraĢ€ con don Bosco, ma senza diventare prete. La prima speranza che si realizzeraĢ€ in pieno eĢ€ quel ragazzo alto e pallido che continua a vivere con sua madre, Michelino Rua.

30.000 lire e un po' di capogiro.

Dopo la vestizione dei primi quattro “chierichetti”, don Bosco pensoĢ€ alla casa. Non poteva vivere in un luogo non suo, che dall’oggi al domani poteva essere venduto a estranei. Una domenica pomeriggio, mentre don Borel predicava, affrontoĢ€ Francesco Pinardi:

- Se mi fa un prezzo onesto, compro tutta la sua casa.
- E io il prezzo onesto ce lo faccio. Mi dica la sua offerta.
- L'ho fatta stimare da un galantuomo, l'ingegnere Spezia. Nello stato attuale mi dice

che vale dalle 26 alle 28.000 lire. Io gliene offro 30.000.
- Pagamento in contanti e tutto in una volta?
- Va bene.
- Mi stringa la mano, fra quindici giorni firmiamo lo strumento.

Don Bosco strinse la mano, e sentiĢ€ un po' di capogiro: 30.000 lire di allora corrispondevano a piuĢ€ di 50 milioni di oggi. Dove trovare tutti quei soldi in quindici giorni? Ecco cosa scrive con semplicitaĢ€ don Bosco:

“ComincioĢ€ allora un bel tratto della divina Provvidenza. Quella sera stessa don Cafasso, cosa insolita nei giorni festivi, mi viene a far visita, e mi dice che una pia persona, contessa Casazza-Riccardi, l'aveva incaricato di darmi diecimila lire da spendersi in quello che avrei giudicato della maggior gloria di Dio. Il giorno dopo giunge un religioso rosminiano, che mi porta a prestito lire 20 mila”. Il prestito era al 4%, e l'abate Rosmini non insistette mai per avere neĢ l'interesse neĢ il capitale. “Le tre mila lire di spese accessorie furono aggiunte dal cav. Cotta, nella cui banca venne stipulato lo strumento”.

Era il 19 febbraio 1851. Difficile non vederci la mano della Provvidenza, e piuĢ€ difficile ancora, per don Bosco, non andare avanti per la stessa strada.

La Porziuncola salesiana.

Una sera di quello stesso mese, mentre con mamma Margherita aggiustava gli abiti dei ragazzi che dormivano, mormoroĢ€ quasi tra seĢ:

- E ora voglio innalzare una bella chiesa in onore di san Francesco di Sales. A Margherita caddero di mano ago e filo:

- Una chiesa! Ma dove prenderai il denaro? Non riusciamo quasi a dare pane e vestiti a questi poveretti, e tu parli di una nuova chiesa. Io spero che ci penserai due volte, e che te

l'intenderai bene con il Signore, prima di imbarcarti in una faccenda del genere. - Mamma, se voi aveste del denaro, me lo dareste?
- Sicuro, ma non ho piuĢ€ niente.
- E Dio che eĢ€ piuĢ€ buono e piuĢ€ generoso di voi volete che non me lo dia?

Come si faceva a “ragionare” con un figlio cosiĢ€?

D'altra parte, don Bosco aveva tutte le giustificazioni: la cappella Pinardi era stata ingrandita, ma i ragazzi non ci stavano nemmeno fosse stata a tre piani. Inoltre “siccome per entrarvi bisognava discendere due gradini - scrive don Bosco -, d'inverno e in tempo piovoso eravamo allagati, mentre di estate eravamo soffocati dal caldo e dal tanfo eccessivo”.

Il disegno lo fece eseguire dal cavalier Blanchier, impresario fu Federico Bocca.
- L'avverto - gli disse ridendo don Bosco - che qualche volta non avroĢ€ il denaro per

pagarla.
- E allora andremo piuĢ€ adagio nei lavori.
- No no. Voglio invece che andiamo in fretta, e che tra un anno la chiesa sia finita.

Federico Bocca si strinse nelle spalle:
- E allora andremo in fretta. Ma lei vada in fretta anche con le lire.
“Scavate le fondamenta - ricorda don Bosco -, fu fatta la benedizione della pietra

fondamentale il 20 luglio 1851”. La collocoĢ€ il cav. Giuseppe Cotta, uno dei piuĢ€ grandi benefattori di don Bosco. Il componimentino di ringraziamento lo lesse Michele Rua, 14 anni. Il discorso fu tenuto da un celebre oratore, padre BarreraĢ€. In genere si esagera sempre in queste circostanze: si cercano immagini ad effetto. BarreraĢ€ piazzoĢ€ anche lui la sua bella immagine, ma non riusciĢ€ ad esagerare. Disse: “Questa pietra eĢ€ il granello di senapa. CresceraĢ€ come un albero, presso il quale molti ragazzi verranno a rifugiarsi”.

I soldi furono il grande rompicapo. Don Bosco bussoĢ€ a tutte le porte conosciute e a molte altre, ma riusciĢ€ a mettere insieme un massimo di 35.000 lire. Ne mancavano altre 30.000.

Il vescovo di Biella, mons. Losana, diramoĢ€ una circolare a tutti i suoi parroci. RicordoĢ€ “tutti i garzoni muratori biellesi” aiutati

dall'oratorio. Chiese una speciale colletta domenicale. Don Bosco ci sperava molto, ma il frutto fu magro: mille lire.

Anche i ragazzi gli davano una mano come potevano. Don Giovanni Turchi ricordava: “Le mura della nuova chiesa erano all'altezza dei finestroni, e io pure coi compagni attesi a sporgere mattoni sino sopra i ponti”.

Per radunare quelle benedette 30.000 lire mancanti, don Bosco si gettoĢ€ per la prima volta nell'avventura di una lotteria pubblica. Ricordava: “Si raccolsero tremila trecento doni. Il Papa, il Re, la Regina Madre e la Regina Consorte si segnalarono con le loro offerte”. I premi furono esposti pubblicamente in una vasta sala dietro la chiesa di S. Domenico. L'elenco dei premi fu illustrato da un voluminoso deĢpliant.

Lo spaccio dei biglietti costoĢ€ molte umiliazioni a don Bosco. Ma la somma ricavata fu veramente notevole: 26.000 lire nette. D'ora innanzi, quando si troveraĢ€ al verde, don Bosco penseraĢ€ a una lotteria. Nelle ultime lettere della sua vita, scritte con mano ormai tremante, raccomanderaĢ€ ancora di “accettare un blocchetto di biglietti per la mia lotteria”.

La chiesa fu consacrata il 20 giugno 1852. Essa sorge ancora all'estremitaĢ€ della casa Pinardi, un po' umiliata dalla grandezza della Basilica di Maria Ausiliatrice che arriva fino a tre metri dalla sua porta. EĢ€ la “Porziuncola” salesiana. Tra queste mura per 16 anni (dal giugno 1852 al giugno 1868) batteĢ il cuore dell'opera di don Bosco.

Il giovanissimo san Domenico Savio veniva qui a pregare. Davanti all'altarino della Madonna, sulla destra, si consacroĢ€ a lei. In questa chiesa approdarono Michele Magone, il monello di Carmagnola, e Francesco Besucco, il ragazzino dell'ArgenteraĢ€ che nel 1863 rinnovoĢ€ la bontaĢ€ eroica di Domenico Savio.

Qui disse la sua prima Messa don Michele Rua. Per quattro anni frequentoĢ€ questa chiesa, e piuĢ€ volte al giorno, mamma Margherita, sempre piuĢ€ vecchia e stanca. Trovava qui la forza di ricominciare ogni giorno a lavorare per i ragazzi poveri.

Il diavolo, forse.

“Con la nuova chiesa - annota don Bosco - si dava provvedimento a quei giovanetti che desideravano intervenire alle sacre funzioni, e anche alle scuole serali e diurne (la cappella Pinardi, la chiesa e la sacrestia nuova venivano usate lungo il giorno come aule

scolastiche). Ma come provvedere alla moltitudine di poveri fanciulli che ogni momento chiedevano di essere ricoverati?”. Conclude tranquillo: “In quel momento di supremo bisogno fu presa la deliberazione di fabbricare un nuovo braccio di casa”.

Si era in autunno inoltrato, ma si procedette a tutta forza, e presto si giunse al tetto. Ma allora comincioĢ€ il brutto tempo. “L'acqua diluvioĢ€ piuĢ€ giorni e piuĢ€ notti, e scorrendo e colando rose la calcina fresca, restando cosiĢ€ le mura di soli mattoni e ciottoli lavati. Era circa la mezzanotte del 2 dicembre - scrive sempre don Bosco - quando si ode un rumore violento, che si fa piuĢ€ intenso e spaventoso. Erano le mura che cadevano rovinosamente”.

Ai ragazzi esterrefatti, don Bosco disse:
- EĢ€ uno scherzo del diavolo. Ma con l'aiuto di Dio e della Madonna ricostruiremo tutto.
Il diavolo avraĢ€ fatto la parte sua, ma l'economo don Giraudi che poteĢ€ esaminare i resti

di quei muri afferma che erano imbottiti di pietra e di sabbia di fiume. La calce era magrissima. Don Bosco tirava da sparagnino sui prezzi, e l'impresario qualcosa voleva ancora guadagnarci.

Il danno di don Bosco fu di 10.000 lire. I lavori poterono essere ripresi solo a primavera, e l'edificio compiuto nell'ottobre 1853. “Essendo nel massimo bisogno di locali - scrisse don Bosco - siamo tosto volati a occuparlo. Scuole, refettorio, dormitorio poterono regolarsi e stabilizzarsi, e il numero degli allievi fu portato a 65”.

29.

E DIO MANDOĢ€ UN CANE.

Il 17 febbraio e il 29 marzo 1848, Carlo Alberto aveva concesso “paritaĢ€ di diritti civili” ai protestanti e agli ebrei, che fino allora erano stati soltanto “tollerati”.

I cattolici pensavano che, ottenuta la paritaĢ€ di diritti, i protestanti se ne sarebbero stati tranquilli e quieti. Si accorsero invece, con apprensione, che la setta dei Valdesi era pronta a scatenare una vera campagna di proselitismo.

Fece uscire tre giornali: La buona Novella, La Luce Evangelica, Il rogantino piemontese. EditoĢ€ e diffuse a prezzi popolari libri di propaganda. OrganizzoĢ€ cicli di conferenze.

Era il primo impatto secco con il “pluralismo”. I cattolici piemontesi s'indignarono, ma non seppero fare molto di piuĢ€. “Fidandosi delle leggi civili che fino allora li avevano protetti e difesi - scrive don Bosco - possedevano soltanto qualche giornale, qualche opera di cultura. Nessun periodico, nessun libro da mettere nelle mani della gente semplice”.

I vescovi piemontesi si riunirono nel 1849 a Villanovetta (Cuneo). “Indignarsi non serve a nulla - conclusero -. Bisogna reagire, impegnarsi nella stampa e nella predicazione”.

Frutti concreti delle riunioni furono la pubblicazione della Collezione dei buoni libri (settembre 1849), del giornale La Campana (marzo 1850) e delle Letture Cattoliche (marzo 1853).

Queste ultime (una serie di libretti agili) furono ideate da don Bosco, e furono appoggiate specialmente dal vescovo di Ivrea. Il Programma spiegava l'intenzione degli editori:

“1. I libri saranno di stile semplice, dicitura popolare, e conterranno materia che riguarda esclusivamente la cattolica Religione.

2. Ogni mese si pubblicheraĢ€ un fascicolo da 100 a 108 pagine. Abbonamento annuo lire

1,80”.

Non dialogo ma muro contro muro.

I primi sei libretti furono scritti da don Bosco. Uscirono dal marzo all'agosto del 1853, ed ebbero come titolo generale: Il Cattolico Istruito nella sua Religione.

Don Bosco ricordava sorridendo che per quei primi sei fascicoli stentoĢ€ a trovare un vescovo che desse l'“approvazione ecclesiastica”. Il Vicario generale di Torino gli disse: “Io non mi sento di mettere la mia firma liĢ€ sotto. Lei sfida e prende di fronte i nemici”. Don Bosco li aveva scritti con la stessa decisione con cui si va alla battaglia. Non sapeva nemmeno cosa fosse il “dialogo”. Il suo stile era “muro contro muro”. Bisognava salvare i giovani e la gente per la Chiesa, per Dio, per la vita eterna, e quindi bisognava lottare, battersi. Opporsi con tutti i mezzi “al torrente che tenta di travolgere nelle sue onde corrotte la SocietaĢ€ e la Religione”.

Ricordando il fallimento dell'Amico della GioventuĢ€, don Bosco aveva una certa apprensione. Invece le Letture Cattoliche furono accolte con consensi vastissimi, il numero di lettori fu straordinario. “Ma di qui appunto cominciarono le are dei protestanti”.

A Valdocco scesero i pastori valdesi Bert e Meille, l'evangelico Pugno. Cercavano di persuadere don Bosco a interrompere le Letture, o almeno a moderare i toni. Ma non ottennero nulla.

“Una domenica sera del mese di gennaio mi furono annunciati due signori. Entrarono e si complimentarono:

- Voi, signor Teologo, avete un gran dono: quello di farvi capire e leggere dal popolo. Dovreste dedicarvi a esporre la storia, la geografia, la fisica. Dovreste invece mettere da parte le Letture Cattoliche: sono argomenti fritti e rifritti.

- In opere di cultura, questi argomenti sono stati giaĢ€ trattati, eĢ€ vero. Ma nessuno li ha svolti per il popolo.

- Noi siamo pronti a finanziarvi se iniziate un'opera di storia (mi porsero quattro biglietti da mille) e interrompete questo lavoro inutile.

- Se eĢ€ un lavoro inutile, percheĢ spendere denaro per farmi smettere? Vedete, facendomi prete mi sono consacrato al bene della Chiesa e della povera gente, e intendo continuare, anche scrivendo e stampando le Letture Cattoliche.

Il tono cambioĢ€. Le voci si fecero minacciose:

- Voi fate male. Se uscite di casa, sarete sicuro di rientrare? Mi alzai. Aprii l'uscio della camera:

- Buzzetti, dissi, conduci questi signori fino al cancello”.

Vino e castagne.

Uscendo, quei “signori” avevano borbottato: “Ci rivedremo”. Don Bosco, nell'ultimo capitolo delle sue Memorie, racconta come “si fecero rivedere”, e annota: “Sembrava ci fosse una trama personale contro di me”. Riportiamo il suo racconto, condensandolo dove ci sembra necessario.

“Una sera, mentre facevo scuola, due uomini vennero a chiamarmi in fretta: all'osteria del Cuor d'Oro (via Cottolengo 34) c'era un moribondo. Ci andai, ma volli essere accompagnato da alcuni dei giovani piuĢ€ grandi, nonostante cercassero di dissuadermi.

Giunti al Cuor d'Oro mi condussero in una stanza a pian terreno, dove parecchi buontemponi stavano mangiando castagne. Vollero che mi servissi e mangiassi con loro. Rifiutai.

- Almeno berraĢ€ un bicchiere del nostro vino. Un sorso non le faraĢ€ certamente male.

Versarono vino per tutti, ma giunti a me, uno si recoĢ€ maldestramente a prendere una bottiglia diversa. Presi il bicchiere, dissi " Salute ", e lo riposi sulla tavola.

- Non faccia questo, eĢ€ un dispiacere.
- EĢ€ un insulto.
- Ma io non ho voglia di bere -. Allora si fecero minacciosi:

- Bisogna che beva a qualunque costo! -. Uno mi bloccoĢ€ la spalla sinistra, un altro, la spalla destra -. Deve bere per amore o per forza.

- Se volete assolutamente che beva, lasciatemi almeno libere le braccia - dissi scrollandomeli di dosso -. E siccome io non posso bere, lo daroĢ€ a uno dei miei ragazzi, che berraĢ€ al mio posto -. Pronunciando queste parole, feci un lungo passo verso l'uscio, lo spalancai e invitai i giovani a entrare”.

Davanti a quei giovanottoni cambiarono tono. Si scusarono, dissero che il malato si sarebbe confessato il giorno dopo. “Una persona amica fece indagini, e mi riferiĢ€ che un tale aveva pagato loro una cena a patto che mi avessero costretto a bere del vino che aveva preparato per me”.

“Dovevano farmi la festa”.

“Sembrano favole gli attentati che racconto, ma purtroppo sono veri, ed ebbero moltissimi testimoni.

Una domenica sera di settembre fui chiamato in fretta in casa Sardi, vicino al Rifugio, per confessare una malata in fin di vita. Invitai parecchi dei piuĢ€ grandi ad accompagnarmi: ormai sospettavo di tutto. Lasciai alcuni giovani ai piedi della scala; Giuseppe Buzzetti e Giacinto Arnaud mi accompagnarono fino al pianerottolo, a poca distanza dall'uscio dell'ammalata.

Entrai, e vidi una donna ansante, come se stesse per mandare l'ultimo respiro. Invitai quattro persone liĢ€ presenti ad allontanarsi per confessarla.

- Prima di confessarmi - strilloĢ€ la vecchia - voglio che quel briccone mi domandi scusa. - Io non ti ho fatto niente!
- Silenzio! - gridoĢ€ un altro alzandosi in piedi. Successe una litigata furibonda, e prima

che riuscissi a capire di che cosa si trattava, qualcuno spense i lumi, e una pioggia di bastonate si abbatteĢ nella mia direzione. Feci appena in tempo ad afferrare una sedia, ad alzarla a protezione della testa e a precipitarmi verso la porta. Le bastonate, che dovevano farmi la festa, fracassarono la sedia. Solo una mi colpiĢ€ il pollice della mano sinistra, portandomi via l'unghia con mezza falange. In mezzo ai miei giovani tornai a casa”.

“Sembra - annota don Bosco - che ogni cosa fosse ordita per farmi desistere dal calunniare i protestanti”.

Il “Grigio”.

“I frequenti brutti scherzi a cui ero fatto segno mi consigliarono a non camminare da solo nell'andare e venire dalla cittaĢ€ di Torino (allora tra l'oratorio e la cittaĢ€ c'era un lungo tratto di campagna ingombro di cespugli e acacie).

Una sera oscura venivo a casa soletto, non senza un po' di panico, quando mi vedo accanto un grosso cane che a primo aspetto mi spaventoĢ€; ma facendo moine come se fossi il suo padrone, ci siamo tosto messi in buona relazione, e mi accompagnoĢ€ fino all'oratorio. CioĢ€ succedette molte altre volte. Posso dire che il “Grigio” ('l Gris, lo chiamoĢ€ don Bosco in piemontese) mi ha reso importanti servigi. VerroĢ€ esponendo quanto eĢ€ pura veritaĢ€.

Sul finire del novembre 1854, una sera nebbiosa e piovosa, venivo solo dalla cittaĢ€. Ad un tratto mi accorgo che due uomini cam

minavano a poca distanza davanti a me. Acceleravano o rallentavano a seconda che io acceleravo o rallentavo. Tentai di tornare indietro, ma era troppo tardi: con due balzi, in silenzio, mi gettarono un mantello sulla testa. Tentai di non lasciarmi avviluppare, volevo gridare, ma non ci riuscii. In quel momento apparve il Grigio. Urlando si lancioĢ€ con le zampe contro la faccia di uno, poi azzannoĢ€ l'altro.

- Chiami questo cane! - si misero a gridare.

- Lo chiamo se mi lasciate in pace.

- Lo chiami subito! - implorarono.
Il Grigio continuava a urlare come un lupo arrabbiato. Andarono via lesti, e il Grigio,

standomi al fianco, mi accompagnoĢ€ fino a casa.
Tutte le sere che non ero accompagnato, entrato tra gli alberi, vedevo spuntare il

Grigio. I giovani dell'oratorio lo videro molte volte entrare in cortile. Una volta, spaventati, due ragazzi lo vollero prendere a sassate, ma Giuseppe Buzzetti intervenne:

- Lasciatelo stare, eĢ€ il cane di don Bosco.

Allora si misero ad accarezzarlo, e lo accompagnarono in refettorio, dove stavo facendo cena con alcuni chierici e mia madre. Lo guardarono sbigottiti:

- Non temete, io dissi, eĢ€ il mio Grigio, lasciatelo venire. Difatti, compiendo un largo giro intorno alla tavola, mi venne

vicino tutto festoso. Gli offrii minestra, pane e pietanza, ma rifiutoĢ€ tutto. AppoggioĢ€ la testa sulla mia tovaglia, come volesse darmi la buona sera, quindi si lascioĢ€ accompagnare dai giovani sulla porta. Mi ricordo che quella sera ero venuto a casa tardi, e un amico mi aveva portato nella sua carrozza”.

Carlo Tomatis, che in quegli anni frequentava da studente l'oratorio, testimonioĢ€: “Era un cane di aspetto veramente formidabile. Molte volte mamma Margherita vedendolo esclamava: " Oh la brutta bestiaccia ". Aveva una figura quasi di lupo, muso allungato, orecchie dritte, pelo grigio, altezza un metro”.

Una sera - testimonioĢ€ Michele Rua che vide il Grigio due volte - don Bosco doveva uscire per degli affari urgenti, ma trovoĢ€ il Grigio sdraiato sulla soglia. CercoĢ€ di allontanarlo, di scavalcarlo. Ma sempre il cane ringhiava e lo respingeva indietro. Mamma Margherita, che ormai lo conosceva, disse a suo figlio:

- Se t' veuli nen scouteme mi, scouta almen ‘l can; seurt nen (Se non vuoi ascoltare me, ascolta almeno il cane; non uscire).

Il giorno dopo, don Bosco seppe che un mal intenzionato armato di pistola lo stava attendendo a una svolta.

Il pensiero di scoprire la provenienza di quel cane venne piuĢ€ volte a don Bosco. Ma non riusciĢ€ a trovare niente. Ancora nel 1872 la baronessa Azelia Fassati gli domandoĢ€ cosa pensasse di quel cane, e don Bosco sorridendo rispose:

- Dire che sia un angelo farebbe ridere. Ma neppure si puoĢ€ dire che sia un cane ordinario.

Dormire dal calzolaio.

Di giorno, don Bosco lavorava per i suoi ragazzi, girava a cercare offerte, confessava e predicava in molti istituti della cittaĢ€. Alla notte strappava molte ore per aggiustare abiti e scarpe, per scrivere i suoi libri. Il sonno si ammucchiava, a volte lo assaliva a tradimento.

Dopo pranzo, ricordava Giovanni Cagliero, qualche volta si addormentava di colpo, seduto sulla sedia, la testa reclinata sul petto. Allora i presenti, zitti zitti, se ne andavano in punta di piedi per non destarlo.

Per lui, quella era l'ora piuĢ€ pesante della giornata, e allora usciva, andava a fare le commissioni in cittaĢ€, visitava i benefattori per chiedere aiuti. “Camminando mi tengo sveglio”, diceva sorridendo. Ma non sempre ci riusciva.

Un pomeriggio si trovoĢ€ sulla piazzetta davanti alla Consolata, con un sonno tale che non ricordava piuĢ€ dov'era neĢ dove andava. C'era una bottega da calzolaio, liĢ€ vicino. Don Bosco entroĢ€, e chiese al proprietario di lasciarlo dormire su una sedia per qualche minuto.

- Venga, venga, reverendo. Mi dispiace che la disturberoĢ€ con il martello.

- No, non mi disturberaĢ€.
Si sedette accanto a un deschetto, e dormiĢ€ dalle quattordici e trenta alle diciassette.

Quando si destoĢ€, si guardoĢ€ in giro, vide l'ora:
- Oh povero me! PercheĢ non mi ha svegliato?
- Caro lei - rispose il brav'uomo -, dormiva cosiĢ€ bene che svegliarlo sarebbe stata una

brutta azione. Vorrei dormire io cosiĢ€!

30.

MEZZA DOZZINA DI LABORATORI.

Nell'archivio della Congregazione Salesiana si conservano due documenti rari: un contratto di “apprendizzaggio” in carta semplice, datato novembre 1851; e un secondo contratto, pure «di apprendizzaggio”, in carta bollata da centesimi 40, con data 8 febbraio 1852. Entrambi sono firmati dal datore di lavoro, dall'apprendista e da don Bosco.

Ecco le parti essenziali del primo:

“In virtuĢ€ della presente privata scrittura fatta nella Casa dell’oratorio di san Francesco di Sales si eĢ€ convenuto:

1. Il sig. Carlo Aimino riceve come apprendizzo nell'arte sua di vetraio il giovane Giuseppe Bordone nativo di Biella, promette e si obbliga di insegnargli la medesima nello spazio di tre anni, e dargli durante il corso di apprendizzaggio le necessarie istruzioni e le migliori regole riguardanti l'arte sua e insieme gli opportuni avvisi relativi alla sua buona condotta, con correggerlo, nel caso di qualche mancamento, con parole e non altrimenti; e si obbliga pure di occuparlo continuamente in lavori relativi all'arte sua e non estranei ad essa, con cura che non eccedano le sue forze.

2. Lo stesso mastro dovraĢ€ lasciare per intero liberi tutti i giorni festivi dell'anno all'apprendizzo.

3. Lo stesso mastro si obbliga di corrispondere giornalmente all'apprendizzo il primo anno lire una, il secondo lire una e cinquanta, il terzo lire due; gli si concedono ciaschedun anno 15 giorni di vacanza.

5. Il giovane Giuseppe Bordone promette di prestare durante tutto il tempo dell'apprendizzaggio il suo servizio al mastro suo padrone con prontezza, assiduitaĢ€ e attenzione; di essere docile, rispettoso e obbediente.

7. Il Direttore dell'oratorio promette di prestare la sua assistenza per il buon esito della condotta dell'apprendizzo”.

Il dito su molte piaghe.

In questa scrittura don Bosco mette il dito su molte piaghe. Alcuni padroni usavano i giovani apprendisti come servitori e sguatteri. Egli li obbliga a impiegarli solo nel loro mestiere. I padroni picchiavano, e don Bosco esige che le correzioni siano fatte solo a parole. Si preoccupa della salute, del riposo festivo e delle ferie annuali. Ed esige uno stipendio “progressivo”, poicheĢ il terzo anno di apprendistato era in pratica un anno di vero lavoro.

Il secondo contratto, accanto al bollo con lo scudo regio, porta la seguente intestazione: “Convenzione tra il sig. Giuseppe Bertolino mastro minusiere dimorante in Torino, e il giovane Giuseppe Odasso natio di MondoviĢ€, con intervento del rev.do sacerdote Giovanni Bosco, e con l'assistenza e fideiussione del padre del detto giovane Vincenzo Odasso, natio di Garessio, domiciliato in questa capitale”.

Il testo eĢ€ quasi una copia-carbone del primo. C'eĢ€ solo una particolaritaĢ€ rilevante. Don Bosco impegna il datore di lavoro a comportarsi non da “padrone” ma da “padre”. Si legge nell'articolo 1:

“Il sig. Bertolino Giuseppe mastro minusiere... si obbliga di dare al giovane Giuseppe Odasso nel corso del suo apprendimento... relativamente alla sua condotta morale e civile quegli opportuni salutari avvisi che darebbe un buon padre al proprio figlio; correggerlo amorevolmente in caso di qualche suo mancamento, sempre peroĢ€ con semplici parole di ammonizione e non mai con atto alcuno di maltrattamento”.

Don Bosco non fu l'inventore dei contratti di apprendistato. L'Opera della mendicitaĢ€ istruita (fondata nel 1774) stipulava questi contratti da tempo. Ma i due contratti firmati da don Bosco rimangono tra i piuĢ€ antichi conservati a Torino. Ci eĢ€ lecito forse pensare (almeno fincheĢ nuovi documenti lo smentiranno) che oltre all'Opera di mendicitaĢ€ e a don Bosco, quasi nessuno si preoccupava della difesa degli apprendisti.

Non ci pensavano i genitori, quasi sempre poveri e ignoranti. Non ci pensavano le autoritaĢ€ civili che, in linea con le dottrine

liberali, lasciavano che i giovani fossero sfruttati secondo le leggi della “libera concorrenza”.

Isolato e indifeso nelle mani del padrone.

All'inizio la “casa dell'oratorio” (che don Bosco chiama ospizio, e che noi adeguandoci ai termini di oggi chiameremo convitto) accoglie specialmente giovani lavoratori. Dopo il primo ragazzo della Val Sesia, approdato nella cucina di mamma Margherita sotto la pioggia, dopo Buzzetti e Gastini, ogni anno ne arrivano decine. Chi si ferma tre anni, chi due mesi, chi tutta la vita. Solo a partire dal 1856 gli studenti formeranno la maggioranza dei convittori.

La preferenza data ai giovani lavoratori eĢ€ motivata dalla loro condizione misera. Gli editti reali del 1844, che hanno abolito le corporazioni, hanno abbandonato l'operaio, specialmente il giovane operaio, isolato e indifeso nelle mani del padrone. Carlo Alberto ha concesso a stento la formazione di “societaĢ€ di assistenza”, e i liberali sono contrari anche a queste.

Don Bosco colloca i suoi ragazzi a padrone, li difende con buoni contratti, li va a visitare in bottega ogni settimana come “garante davanti alla famiglia”. Se il padrone non rispetta i patti, ritira l'apprendista.

Nel 1853, terminata la costruzione del nuovo edificio, decide di iniziare nella sua stessa casa i primi laboratori. I motivi sono due: “il malcostume e l'irreligione” che i ragazzi incontrano tra gli operai adulti delle botteghe, e l'aiuto che laboratori interni di calzolai, sarti, tipografi? potranno apportare all'oratorio.

Due deschetti per cominciare.

Nell'autunno del 1853 don Bosco inizioĢ€ i laboratori dei calzolai e dei sarti. Quello dei calzolai fu piazzato nel locale strettissimo che ora funziona come mini-sacrestia della cappella Pinardi, accanto al campanile: due deschetti e quattro seggioline. Fu don Bosco il primo maestro: si sedette al deschetto e martelloĢ€ una suola davanti a quattro ragazzini. Poi insegnoĢ€ a maneggiare la lesina e lo spago impeciato. Pochi giorni dopo cedette il posto di “maestro” a Domenico Goffi, il portinaio dell'oratorio.

I sarti furono collocati nella stanza della cucina, mentre pentole e fornelli venivano trasferiti nell'edificio nuovo. I primi maestri dei

sarti furono mamma Margherita e ancora don Bosco, che insegnoĢ€ a cucire e a tagliare come aveva imparato a Castelnuovo da Giovanni Roberto.

Nei primi mesi del 1854, quasi scherzando, apriĢ€ il terzo laboratorio: la legatoria dei libri. Nessuno dei suoi ragazzi conosceva questo mestiere. Un giorno, attorniato dai ragazzi, distese sopra un tavolo i fogli stampati di un suo ultimo libretto, Gli Angeli Custodi. Poi puntoĢ€ il dito su un ragazzo:

- Tu farai il legatore!
- Io? Ma non so nemmeno cosa sia.
- Facile. Vieni qua. Vedi? Questi fogli grandi si chiamano “segnature”. Bisogna piegarli

in metaĢ€, poi ancora in metaĢ€, poi ancora in metaĢ€, e ancora una volta in metaĢ€. Dai, proviamo.

Con l'aiuto degli altri ragazzi che stavano attorno al tavolo, tutti i fogli furono piegati. Don Bosco mise le segnature piegate una sopra l'altra:

- Ecco, il libro eĢ€ fatto. Adesso bisogna cucirlo -. Fu chiamata in aiuto mamma Margherita, e con un ago robusto e qualche bucatura di dita si riusciĢ€ nell'impresa. Un pizzico di farina bianca mescolata con acqua fu la colla per attaccare la copertina.

Mancava solo l'ultima operazione: la rifilatura dei bordi del libro. Come fare? Attorno al tavolo, i ragazzi davano consigli vari: usare le forbici, il coltello, la raspa. Don Bosco andoĢ€ in cucina, prese la mezzaluna d'acciaio che serve a tritare cipolle e prezzemolo, e con alcuni colpi netti rifiloĢ€ i bordi. I ragazzi ridevano, rideva anche don Bosco. Ma il laboratorio era “inaugurato”, e fu sistemato in una stanza dell'edificio nuovo.

Un anno per avere la tipografia.

Verso la fine del 1856 si inizioĢ€ il quarto laboratorio, la falegnameria. Fu subito una cosa seria: un bel gruppo di ragazzi fu ritirato dalle officine della cittaĢ€ e piazzato in una vasta sala provvista di banchi, ferri del mestiere, magazzino di legnami. Il primo maestro fu il signor Corio.

Il quinto laboratorio, il piuĢ€ desiderato, fu la tipografia. Don Bosco dovette armeggiare quasi un anno per ottenere l'autorizzazione prefettizia. Venne accordata il 31 dicembre 1861. IncomincioĢ€ sotto la guida del capo d'arte Andrea Giardino e con l'assistenza di Giuseppe Buzzetti.

Non conosciamo esattamente il giorno in cui la tipografia inizioĢ€ a funzionare, ma dell'avvenimento dettero notizia ai loro benefattori gli stessi giovani lavoratori, con una circolare stampata.

Il primo libro stampato dalla “Tipografia dell'oratorio di san Francesco di Sales” fu un libretto del canonico C. Schmid: Teofilo, ossia il giovane romito, ameno racconto. UsciĢ€ come fascicolo delle Letture Cattoliche nel maggio 1862. Da allora, le Letture Cattoliche vennero sempre stampate nella “Tipografia dell'oratorio”, salvo poche eccezioni.

Gli inizi furono modesti: due “ruote” fatte girare dai ragazzi con la forza delle braccia. Ma, ancora vivente don Bosco, quella tipografia divenne grandiosa e moderna, tanto da competere con le migliori della cittaĢ€: quattro torchi, dodici macchine mosse a energia, stereotipia, fonderia di caratteri, calcografia.

Nel 1862 don Bosco apriĢ€ il suo sesto e ultimo laboratorio, l'officina dei fabbri ferrai, antenata degli attuali laboratori di meccanica.

Quattro strade per trovare quella giusta.

Per far funzionare i laboratori, don Bosco trovoĢ€ molte difficoltaĢ€, e sperimentoĢ€ in tempi successivi formule diverse.

All'inizio assunse maestri d'arte con salario normale. Conseguenza: essi si preoccupavano del lavoro ma non del progresso degli allievi e del buon andamento del laboratorio.

Seconda formula. Ai maestri d'arte eĢ€ affidata l'intera responsabilitaĢ€, con la briga di trovarsi il lavoro come se fossero i padroni. Conseguenza: i ragazzi vengono trattati da manovali e sottratti all'autoritaĢ€ del direttore.

Terzo tentativo. Don Bosco assume la completa responsabilitaĢ€ morale e amministrativa dei laboratori, lasciando ai capi d'arte solo la formazione professionale degli apprendisti. Ancora una conseguenza negativa: temendo di essere soppiantati dagli allievi migliori, i capi insegnano poco, li lasciano poltrire.

La formula esatta don Bosco la trovoĢ€ quando riusciĢ€ a formare dei capi laboratorio legati totalmente a lui: i coadiutori salesiani, religiosi come i chierici e i preti, ma dedicati alle scuole professionali.

“Chi non eĢ€ totalmente povero eĢ€ fuori posto in questa Casa”.

Il convitto dell'oratorio non doveva essere una “fabbrica di operai”, ma una vera casa di educazione. Per questo, durante l'anno

scolastico 1854-55, don Bosco inaugura un primo “regolamento”, che delinea la fisionomia dell'Opera per i giovani artigiani (dei giovani studenti si tratta in un'appendice del regolamento).

Il giovane artigiano che viene accettato deve avere dai dodici ai diciotto anni di etaĢ€, essere “orfano di padre e di madre e totalmente povero e abbandonato. Se ha fratelli o zii che possano assumerne l'educazione, eĢ€ fuori dello scopo di questa Casa”.

Il regolamento presenta ai ragazzi “le persone cui ciascun figlio dovraĢ€ essere sottomesso, e che vengono considerate come superiori della Casa”. Esse sono il Rettore (responsabile dei doveri di ciascuno e della moralitaĢ€ dei figli della Casa), il Prefetto o economo, il Catechista o direttore spirituale (ha il compito di provvedere ai bisogni spirituali dei giovani), l'Assistente (distribuisce il pane, assiste a tavola, nei laboratori, nei dormitori).

Raccomanda come virtuĢ€ fondamentali la pietaĢ€ verso Dio, il lavoro, l'obbedienza ai superiori, l'amore ai compagni, la modestia. DaĢ€ norme sul contegno in casa e fuori casa. Elenca “tre mali sommamente da fuggirsi”: la bestemmia, la disonestaĢ€, il furto.

L'orario prevedeva una levata mattiniera, la Messa con le preghiere e il rosario, la colazione e il lavoro. Ci si ritrovava tutti per il pranzo e la grande ricreazione pomeridiana. Poi si riprendeva il lavoro. In serata erano previsti esercizi scolastici. La giornata terminava con le preghiere della sera e brevi parole di don Bosco a tutta la famiglia: la “buona notte”.

I giovani venivano sollecitati a partecipare ogni mese a un breve ritiro spirituale (Esercizio di Buona Morte), e ogni anno a un breve corso di Esercizi Spirituali.

In campo religioso, don Bosco fu sempre meno esigente con i giovani lavoratori che con gli studenti. Ma vedendo tra essi ragazzi di notevole spiritualitaĢ€, nel 1859 favoriraĢ€ il sorgere della “Compagnia di san Giuseppe”: un gruppo che doveva riunire i migliori, e impegnarli a un approfondimento della vita cristiana e apostolica.

31.

STUDENTI IN CAPPOTTO MILITARE.

1° novembre 1851. Don Bosco arriva al suo paese, Castelnuovo d'Asti. Deve fare in chiesa, sul tardi, la predica per la commemorazione dei defunti.

Tra i chierichetti c'eĢ€ un ragazzino che lo accompagna sul pulpito, e che rimane a guardarlo fisso per tutto il tempo della predica. Tornati in sacrestia, don Bosco vede che continua a guardarlo in silenzio. Lo chiama:

- Sembra che tu abbia qualcosa da dirmi, non eĢ€ cosiĢ€?
- Sissignore. Io voglio venire a Torino con lei per studiare e farmi prete.
- Bene. Allora di' a tua mamma di venire dopo cena nella casa del parroco.

Quel ragazzo si chiama Giovanni Cagliero, ed eĢ€ orfano di padre. La mamma arriva con Giovanni dopo cena:

- Dunque - scherza don Bosco - eĢ€ vero Teresa che volete vendermi vostro figlio?

- Ah no! - risponde ridendo la donna -. Qui da noi si vendono i vitellini. I ragazzi si regalano.

- Meglio ancora. Preparategli un po' di biancheria, e domani me lo porto con me.
Il giorno dopo, all'alba, Giovanni Cagliero era in chiesa. ServiĢ€ Messa a don Bosco, fece

colazione con lui, bacioĢ€ la mamma, e con il suo fagottino sotto il braccio disse impaziente: - Allora, don Bosco, andiamo?

“A dormire nel canestro dei grissini”.
Fecero il lungo cammino a piedi. Giovanni lo fece in pratica due volte, percheĢ mentre

parlava con don Bosco correva avanti,

inseguiva i passeri nei prati, saltava i fossi. Ricordava Cagliero: “Don Bosco durante quel viaggio mi fece mille domande, e io gli diedi mille risposte. Da quel momento non ebbi mai piuĢ€ nessun segreto con lui. Sentendo le mie marachelle, scherzando mi diceva che adesso avrei dovuto diventare piuĢ€ buono. Finalmente giungemmo a Torino.

Era la sera del 2 novembre, ed eravamo stanchi. Don Bosco mi presentoĢ€ a mamma Margherita dicendo:

- Mamma, ti ho portato un ragazzetto di Castelnuovo. Margherita rispose:
- Oh siĢ€, tu non fai altro che cercare ragazzi, e io non so piuĢ€ dove metterli.
- Questo qui eĢ€ cosiĢ€ piccolo - scherzoĢ€ don Bosco - che lo metteremo a dormire nel

canestro dei grissini. Con una corda lo tireremo su, sotto la trave, come una gabbia di canarini.

Mamma Margherita si mise a ridere e mi cercoĢ€ un posto. Non c'era davvero un angolo libero, e per quella sera dovetti dormire ai piedi del letto di un mio compagno.

Il giorno dopo vidi quanta povertaĢ€ c'era in quella casa. I nostri dormitori, a pian terreno, erano stretti, e avevano per pavimento un selciato di pietre da strada. In cucina c'erano poche scodelle di stagno con i rispettivi cucchiai. Forchette, coltelli, tovaglioli li vedemmo molti anni dopo. Il refettorio era una tettoia. Don Bosco ci serviva a pranzo, ci aiutava a tenere in ordine il dormitorio, puliva e rappezzava i nostri abiti, e faceva tutti i piuĢ€ umili servizi.

Facevamo vita comune in tutto. PiuĢ€ che in un collegio, ci sentivamo in una famiglia, sotto la direzione di un padre che ci voleva bene, e che si preoccupava solo del nostro bene spirituale e materiale”.

Giovanni Cagliero dimostroĢ€ fin dai primi giorni ingegno vivace e umore allegro. Aveva una voglia di giocare che straripava.

Michele Rua continuava a vivere con sua mamma, ma al mattino si metteva a capo del piccolo gruppo di studenti, e insieme andavano dal professor Bonzanino. Per incarico di don Bosco, Rua doveva funzionare da “assistente”, badare che nessuno marinasse la scuola. Raramente Michele riusciĢ€ a “mettere le briglie” a Cagliero. Appena fuori dell'oratorio, Giovanni cambiava strada, di corsa raggiungeva Porta Palazzo e si fermava incantato davanti ai ciarlatani, ai baracconi. Poi via, sempre di corsa, alla scuola. Quando gli altri arrivavano era giaĢ€ alla porta, sudato ma felice. Michele lo guardava storto:

- PercheĢ non vieni con noi?
- PercheĢ a me piace fare un'altra strada, che male c'eĢ€?
- Devi essere obbediente.
- E non lo sono? Devo venire a scuola, e vengo. Devo essere puntuale, e lo sono. Cosa

interessa a te se mi piace vedere i ciarlatani?
Sarebbe diventato il primo vescovo e cardinale salesiano. Accanto a don Rua sarebbe

stato una delle colonne piuĢ€ solide della Congregazione Salesiana. Ma come temperamento, Rua e Cagliero sarebbero sempre rimasti diversissimi: diligente, costante, riflessivo Michele; estroverso, entusiasta, esuberante Giovanni. Entrambi pronti a gettarsi nel fuoco per don Bosco.

“Attraverserai il Mar Rosso e il deserto”.

22 settembre 1852. Michele Rua entra definitivamente come alunno interno nell'oratorio. Il giorno dopo, con don Bosco, mamma Margherita e ventisei compagni, parte a piedi per i Becchi. Don Bosco predicheraĢ€ la novena del Rosario a Castelnuovo, e i ragazzi saranno ospiti di suo fratello Giuseppe.

Prima di partire, don Bosco ha chiamato Michele e gli ha detto:
- Per il prossimo anno ho bisogno che mi dia una mano sul serio a tirare avanti la

baracca. Il 3 ottobre saraĢ€ la festa della Madonna del Rosario. Ai Becchi verraĢ€ il parroco di Castelnuovo, e nella cappellina ti faraĢ€ indossare l'abito nero dei chierici. Tornando all'oratorio sarai assistente e insegnante dei tuoi compagni. Sei d'accordo?

- D'accordo.

La sera della festa - ricordava don Rua - sulla carrozza che li riportava a Torino, don Bosco ruppe il silenzio dicendogli:

- Mio caro Rua, adesso tu cominci una vita nuova. Ma sappi che prima di entrare nella Terra Promessa avrai da attraversare il Mar Rosso e il deserto. Se mi aiuterai, passeremo tranquillamente l'uno e l'altro, e arriveremo alla Terra Promessa.

Michele ci pensa un po' su. Non ci capisce molto. Allora rompe a sua volta il silenzio e domanda:

- Si ricorda il nostro primo incontro? Lei aveva distribuito delle medaglie, ma per me non era rimasto niente. Allora mi fece un gesto strano, come se volesse darmi metaĢ€ della sua mano. Che cosa voleva dire?

- Non l'hai ancora capito? Volevo dire che noi due faremo tutto a metaĢ€. Tutto quello che saraĢ€ mio saraĢ€ anche tuo: compresi i debiti, le responsabilitaĢ€, i grattacapi -. E don Bosco sorride. - Ma ci saranno anche tante cose belle, vedrai. E al termine la cosa piuĢ€ bella di tutte: il paradiso.

Garanzia per cinquant'anni.

MartediĢ€ di Pasqua 1853. Il cielo di Torino eĢ€ un groviglio di nubi nere. Giovanni Francesia e Michele Rua, compagni di scuola e amici per la pelle, stanno ripassando insieme la lezione d'italiano. Michele peroĢ€ eĢ€ distratto, assente. Sembra che una grande tristezza gli pesi addosso. Francesia, dopo avergli domandato per due volte la stessa cosa, chiude seccamente il libro e sbotta:

- Ma che cos'hai quest'oggi?
Mordendosi le labbra per non piangere, Michele mormora:
- EĢ€ morto mio fratello Giovanni. La prossima volta toccheraĢ€ a me.
Era l'ultimo fratello che viveva in casa. Ora la mamma, nell'alloggetto alla Fabbrica

d'Armi, sarebbe rimasta sola. Don Bosco viene a sapere la notizia, e per distrarre Michele lo conduce con seĢ per Torino. Deve sbrigare una faccenda vicino alla chiesa della Gran Madre, in riva al Po. Camminano svelti, parlano dell'oratorio. In quei giorni Torino ha celebrato l'ottavo cinquantenario del famoso “miracolo del SS. Sacramento”, e don Bosco ha pubblicato un volumetto che eĢ€ andato a ruba. A un tratto don Bosco si ferma e dice lentamente:

- Fra cinquant'anni si celebreraĢ€ il nono cinquantenario del miracolo e io non ci saroĢ€ piuĢ€. Ma tu ci sarai. Ricordati allora di far ristampare il mio libretto.

Michele pensa a quella data favolosamente lontana: 1903! Scuote la testa:
- Lei fa presto, don Bosco, a dire che ci saroĢ€ ancora. Io invece ho proprio paura che la

morte mi faraĢ€ presto un brutto scherzo.
- Nessuno scherzo, neĢ brutto neĢ bello - tronca don Bosco -. Ti garantisco che fra

cinquant'anni ci sarai ancora. Fai ristampare quel libretto, intesi?
(Nel 1903 don Rua c'era ancora davvero, successore di don Bosco alla testa della

Congregazione Salesiana. Aveva 66 anni, e fece ristampare il libretto).

Signorini e pezzenti.

Mentre si dedicava ai giovani operai, don Bosco non trascurava gli studenti. Il suo scopo - l'abbiamo accennato piuĢ€ volte - era di prepararsi collaboratori, chierici e sacerdoti, che l'avrebbero aiutato nelle sue opere; e preparare anche vocazioni sacerdotali per le diocesi, scegliendole tra i ragazzi “che crescevano tra la zappa e il martello”, per supplire al rarefarsi dei sacerdoti.

La prima “quadretta” che aveva preparato l'avrebbe un poco deluso, come abbiamo detto. Ma Rua, Cagliero e Francesia avrebbero risposto in pieno alle sue speranze. E accanto a loro crescevano bene Angelo Savio, Rocchietti, Turchi, Durando, Cerruti.

Il convitto per studenti nacque cosiĢ€ alla chetichella, ma si sviluppoĢ€ vigoroso: 12 convittori nel 1850, 35 nel 1854, 63 nel 1855, 121 nel 1857.

Gli alunni dei primi tre anni di latino si recavano a lezione da Bonzanino, poi passavano alle classi di umanitaĢ€ e di retorica da don Matteo Picco, che dava lezione nelle vicinanze della Consolata.

Quelle due scuole private erano frequentate dai figli delle “famiglie bene” di Torino, che pagavano profumatamente. I ragazzi di don Bosco, invece, vi erano accettati gratuitamente.

I “signorini”, all'inizio, prendevano in giro i “pezzenti” che arrivavano a scuola indossando vecchi cappotti militari che “davano a chi li indossava un'aria di contrabbando o di caricatura”. (Quei cappotti, insieme a berretti da soldato, don Bosco li aveva avuti in regalo dal Ministero. Avevano piuĢ€ forma di coperta che di vestito, ricorda don Lemoyne, ma riparavano dalla pioggia e dalla neve). Bonzanino peroĢ€ non tollerava scherzi: “Il valore di un ragazzo - dichiaroĢ€ severo - si misura sulle pagine dei compiti, e non sul colore del cappotto”. E dai voti, “pezzenti” risultarono spesso i figli di papaĢ€. I ragazzi di don Bosco studiavano. L'amore di don Bosco sapeva essere esigente, non tollerava i poltroni. Nel 1863 il professore Prieri, dell'UniversitaĢ€ di Torino, avrebbe dichiarato: “Da don Bosco si studia e si studia davvero”.

“Tra i ragazzi mi trovo bene”.

L'andare e venire dalla cittaĢ€ non era l'ideale per don Bosco. Presto, poi, le aule di Bonzanino e di Picco non furono piuĢ€ sufficienti a contenere tutti gli studenti dell'oratorio.

Appena Giovanni Battista Francesia, 17 anni, ebbe terminato brillantemente gli studi di latino, gli fu affidata la terza ginnasiale (oggi diremmo “terza media”). Era il novembre 1855.

L'anno seguente entrarono in funzione anche la prima e la seconda, dirette da un laico amico di don Bosco, il professor Bianchi.

Nel 1861 gli alunni delle tre classi ginnasiali superavano il numero di duecento. Professori erano i giovani chierici Francesia, Provera, Anfossi, Durando, Cerruti.

Nell'appendice del “regolamento” dedicata ai giovani studenti, si prescriveva che per essere accettato all'oratorio, uno studente doveva avere tre qualitaĢ€: “speciale attitudine allo studio”, “eminente pietaĢ€”, “volontaĢ€ di abbracciare lo stato ecclesiastico, lasciandosi peroĢ€ libero di seguire la sua vocazione compiuto il corso di latinitaĢ€”.

Non si insisteva drasticamente sulla condizione di orfano e di povertaĢ€ totale. La maggior parte dei ragazzi studenti, peroĢ€, proveniva da ambienti poveri, e l'episodio dei cappotti militari lo conferma abbastanza.

L'orario degli artigiani e degli studenti coincideva. Con la differenza evidente che le ore trascorse dai primi nei laboratori, erano impiegate dagli studenti nella scuola e nello studio.

“Fino al 1858 - ricorda don Lemoyne - don Bosco governoĢ€ e diresse l'oratorio come un padre regola la propria famiglia. I giovani non sentivano grande differenza tra l'oratorio e la loro casa paterna. Non si andava in file ordinate da un luogo all'altro, non rigore di assistenti, non regole minute”.

Don Bosco si trovava tra i ragazzi ogni volta che gli era possibile. Diceva: “Senza i miei ragazzi non posso stare”. Solo un motivo grave poteva impedirgli di stare in mezzo ad essi, a conversare e a giocare. Per molto tempo si recoĢ€ addirittura con loro nella sala di studio. Non percheĢ mancassero gli assistenti, ma percheĢ “si trovava bene”, e in un banco come quello dei ragazzi “scriveva o meditava il suo prossimo libro”.

Al termine della cena (e questo fino al 1870) una fiumana di ragazzi faceva irruzione nella stanza dove don Bosco stava finendo di mangiare. Si andava a gara per essergli piuĢ€ vicini, per vederlo, interrogarlo, ascoltarlo, ridere alle sue battute spiritose. I ragazzi si sedevano attorno a lui, sulle tavole di fronte, seduti, in piedi, qualcuno addirittura in ginocchio. A don Bosco piaceva molto questo incontro familiare, “il piatto migliore della sua povera cena”.

“Don Bosco non poteĢ€ capire”.

L'atmosfera religiosa che circondava i ragazzi studenti era molto intensa. Essi erano i delicati germogli delle future vocazioni sacerdotali, e don Bosco voleva che fossero immersi in un clima di religiositaĢ€ sacramentale, mariana, ecclesiale.

La confessione era un'abitudine settimanale o quindicinale per tutti. Ogni giorno, don Bosco confessava per due o tre ore. Alla vigilia delle feste anche per tutto il pomeriggio. La fama diffusissima della sua capacitaĢ€ di «. leggere i peccati” incoraggiava una totale confidenza. La Comunione, a pochi anni dall'inizio del convitto, era ormai un sacramento quotidiano per molti ragazzi. Pochissimi non ricevevano l'Eucaristia almeno una volta alla settimana.

La devozione alla Madonna si respirava. RaggiungeraĢ€ intensitaĢ€ splendide negli anni di Domenico Savio, e poi nel tempo della costruzione del grande santuario di Maria Ausiliatrice.

L'amore al Papa rimase sempre un punto fisso nella mentalitaĢ€ cristiana di don Bosco. Lo diranno “piuĢ€ papalino del Papa”, e non avranno tutti i torti. Non era solo questione di parole: per obbedire all'invito di un Papa, don Bosco bruceraĢ€ gli ultimi anni della sua vita. E i ragazzi assorbivano la sua mentalitaĢ€.

Anche don Bosco aveva diritto di sbagliare, e secondo i moderni psicologi ed ecclesiologi sbaglioĢ€ grosso nei riguardi delle vacanze in famiglia dei suoi studenti. Le voleva accorciate al massimo. Le stimava “un pericolo grave” per le vocazioni.

“Don Bosco, figlio del suo tempo - dicono oggi gli esperti -, non poteĢ€ capire il valore della famiglia e della parrocchia come chiesa locale nel germinare di una vocazione”. Forse una piccola esitazione davanti a un giudizio cosiĢ€ drastico potrebbe venire dalle cifre: solo nel 1861 nell'oratorio spuntarono 34 vocazioni sacerdotali. La sua casa fu definita dagli anticlericali “la fabbrica dei preti”. Al termine della sua vita i preti venuti fuori da Valdocco si contavano a migliaia. E non erano un esercito di repressi.

Don Bosco era persuaso che se al prete si richiede la castitaĢ€, occorre difendere il giovane “chierichetto” durante il delicato periodo della pubertaĢ€. EĢ€ una considerazione che, senza trascurare i valori della famiglia e della chiesa locale, occorreraĢ€ forse rimeditare.

32.
1854: “CI CHIAMEREMO SALESIANI”.

26 gennaio 1854. A Torino fa un freddo polare. Ma nella cameretta di don Bosco c'eĢ€ un tepore proprio come va. Don Bosco parla, e quattro giovanotti galoppano con la fantasia fiduciosa dietro le sue parole:

- Voi vedete che don Bosco fa quello che puoĢ€, ma eĢ€ da solo. Se voi mi darete una mano, invece, insieme faremo miracoli di bene. Migliaia di fanciulli poveri ci aspettano. Vi prometto che la Madonna ci manderaĢ€ oratori vasti e spaziosi, chiese, case, scuole, laboratori, e tanti preti pronti a darci una mano. E questo in Italia, in Europa e anche in America. Io tra voi giaĢ€ vedo una mitria vescovile.

I quattro giovanotti si guardano in faccia sbalorditi. Sembra di sognare. Eppure don Bosco non scherza, eĢ€ serio e sembra leggere nel futuro:

- La Madonna vuole che noi iniziamo una societaĢ€. Ho pensato a lungo che nome darle. Ho deciso che ci chiameremo Salesiani.

Tra quei quattro giovanotti ci sono le pietre fondamentali della Congregazione Salesiana. Sul suo taccuino, quella sera, Michele Rua annota diligentemente: “Ci siamo radunati nella stanza di don Bosco, Rocchietti, Artiglia, Cagliero e Rua. Ci eĢ€ stato proposto di fare, con l'aiuto del Signore e di san Francesco di Sales, una prova di esercizio pratico di caritaĢ€ verso il prossimo. In seguito faremo una promessa, e poi, se saraĢ€ possibile, faremo un voto al Signore. A coloro che fanno questa prova e che la faranno in seguito eĢ€ stato dato il nome di Salesiani”.

Il pergolato e le rose.

Le “previsioni future” che don Bosco comunica ai suoi giovanotti quella sera, sono le stesse che alcuni anni prima lo hanno fatto credere pazzo e rischiare il manicomio.

Ma don Bosco le ripete con sicurezza testarda, percheĢ (come ha detto a don Borei) “le vede in sogno”. Nel 1847 ha fatto un “sogno fondamentale”, che gli serve da programma - sono parole sue - nell'ordinare le cose da fare. Lo racconteraĢ€ soltanto nel 1864, nella sua anticamera, ai primi Salesiani tra cui don Rua, don Cagliero, don Durando, don Barberis:

“Un giorno dell'anno 1847, avendo io molto meditato sul modo di far del bene alla gioventuĢ€, mi comparve la Regina del cielo (espressione molto rara in don Bosco. In genere dice: ho sognato una signora bellissima) e mi condusse in un giardino incantevole. Vi era un bellissimo porticato, con piante rampicanti cariche di foglie e di fiori. Questo portico metteva in un pergolato incantevole, fiancheggiato e coperto da meravigliosi rosai in piena fioritura. Anche il terreno era tutto coperto di rose. La Beata Vergine mi disse:

- Togliti le scarpe, e va avanti sotto quel pergolato: eĢ€ quella la strada che devi percorrere.

Fui contento di avere deposto le scarpe: mi sarebbe rincresciuto calpestare quelle rose. Cominciai a camminare, ma subito sentii che quelle rose nascondevano spine acutissime. Fui costretto a fermarmi.

- Qui ci vogliono le scarpe -, dissi alla mia guida.
- Certamente - mi rispose -: ci vogliono buone scarpe.
Mi calzai e mi rimisi sulla via con un certo numero di compagni che erano comparsi in

quel momento, chiedendo di camminare con me.
Molti rami scendevano dall'alto come festoni. Io non vedevo che rose ai lati, rose di

sopra, rose innanzi ai miei passi. Ma le mie gambe si impigliavano nei rami stesi per terra e ne rimanevano ferite; rimuovevo un ramo trasversale e mi pungevo, sanguinavo nelle mani e in tutta la persona. Le rose nascondevano tutte una grandissima quantitaĢ€ di spine.

Tutti coloro che mi vedevano camminare dicevano: " Don Bosco cammina sempre sulle rose! Tutto gli va bene! ". Non vedevano che le spine laceravano le mie povere membra.

Molti chierici, preti e laici da me invitati si erano messi a se

guirmi festanti, attirati dalla bellezza di quei fiori; ma si accorsero che si doveva camminare sulle spine, e incominciarono a gridare: " Siamo stati ingannati! ". Non pochi tornarono indietro. Rimasi praticamente solo. Allora cominciai a piangere: " Possibile, dicevo, che debba percorrere tutta questa strada da solo? “

Ma presto fui consolato. Vidi avanzarsi verso di me uno stuolo di preti, chierici, secolari, i quali mi dissero: " Siamo tutti suoi. Siamo pronti a seguirla ". Precedendoli mi rimisi in via. Solo alcuni si perdettero di coraggio e si arrestarono. Una gran parte di essi giunse con me alla meta.

Percorso tutto il pergolato, mi trovai in un bellissimo giardino. I miei pochi seguaci erano dimagriti, scarmigliati, sanguinanti. Allora si levoĢ€ una brezza leggera, e a quel soffio tutti guarirono. SoffioĢ€ un altro vento, e come per incanto mi trovai circondato da un numero immenso di giovani e di chierici, di laici coadiutori e anche di preti, che si misero a lavorare con me guidando quella gioventuĢ€. Parecchi li conobbi di fisionomia, molti non li conoscevo ancora.

Allora la santa Vergine, che era stata la mia guida, mi interrogoĢ€:
- Sai cosa significa cioĢ€ che tu vedi ora, e cioĢ€ che hai visto prima?
- No.
- Sappi che la via da te percorsa tra le rose e le spine significa la cura che tu dovrai

prenderti della gioventuĢ€. Dovrai camminare con le scarpe della mortificazione. Le spine significano gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di

coraggio. Con la caritaĢ€ e con la mortificazione, tutto supererete, e giungerete alle rose senza spine.

Appena la Madre di Dio ebbe finito di parlare, rinvenni e mi trovai nella mia stanza.

Vi ho raccontato questo - concluse - percheĢ ognuno di noi abbia la sicurezza che eĢ€ la Madonna che vuole la nostra Congregazione, e percheĢ ci animiamo sempre piuĢ€ a lavorare per la maggior gloria di Dio”.

Guidato da questa sicurezza tranquilla, don Bosco ogni giorno “gettava le reti” tra i suoi ragazzi per allargare il numero dei suoi futuri Salesiani. Diceva come per caso: “Vuoi bene a don Bosco? Ti piacerebbe restare con me?”. Oppure: “Non mi daresti una mano a lavorare per i giovani? Vedi, se avessi cento preti e cento

chierici, avrei del lavoro da dare a tutti. Potremmo andare in tutto il mondo”.
Questi discorsi erano familiari tra i ragazzi. Si parlava tranquillamente dei “futuri oratori”, dei sogni di don Bosco, dello “stare o non stare” con lui. Una sera del 1851, da una finestra del primo piano, don Bosco gettoĢ€ tra i ragazzi una manciata di confetti. Si accese una grande allegria, e un ragazzo vedendolo sorridere alla finestra gli gridoĢ€: “Oh don Bosco, se potesse vedere tutte le parti del mondo, e in ciascuna di esse tanti oratori!”. Don Bosco fissoĢ€ nell'aria il suo sguardo sereno, e rispose: “ChissaĢ€ che non debba venire il giorno in cui i figli

dell'oratorio non siano sparsi davvero per tutto il mondo”.

“Che stipendio mi darai?”

Ad Avigliana c'era un sacerdote di tre anni piuĢ€ anziano di don Bosco. Si chiamava don Vittorio Alasonatti. Don Bosco l'aveva incontrato molte volte agli Esercizi Spirituali di S. Ignazio. Erano diventati amici. Don Alasonatti faceva ad Avigliana il maestro elementare, e se la cavava bene con i ragazzini. Aveva un pizzico di severitaĢ€, esigeva un certo contegno grave, ma gli volevano bene.

Don Bosco piuĢ€ volte l'aveva stuzzicato scherzando:
- Quanti ragazzi hai? Trenta? E non ti vergogni? Io ne ho seicento. Come fai a lavorare

solo per trenta ragazzetti? Dai, vieni a Torino a darmi una mano.
- E che stipendio mi daresti?
- Pane, lavoro e Paradiso. Di lire non ne ammucchierai molte, ma di sonno ne potrai

mettere da parte quanto ne vorrai.
Scherza e scherza, don Alasonatti comincioĢ€ a pensarci sul serio. Don Bosco lo capiĢ€, e

nei primi mesi del 1854 gli scrisse una lettera in cui gli diceva soltanto: “Vieni ad aiutarmi a dire il breviario”.

Il 14 di agosto, sbrigate tutte le sue faccende, don Alasonatti arrivoĢ€ all'oratorio con una valigetta in mano e il breviario sotto il braccio. AbbraccioĢ€ don Bosco e gli disse:

- Eccomi qui. Dove devo mettermi a recitare il breviario? Don Bosco lo condusse nella stanza destinata a custodire i registri della contabilitaĢ€.

- Ecco. Questo saraĢ€ il tuo regno. Hai insegnato tanta aritmetica, che con le somme e le sottrazioni te la caverai certamente.

Don Alasonatti si fece serio:

- D'ora in poi, tu comanda e io ti ubbidiroĢ€. E non risparmiarmi, percheĢ il Paradiso voglio guadagnarmelo.

Da quel giorno don Alasonatti divenne l'ombra mite e un po' severa di don Bosco. Lo sollevoĢ€ da tutti i lavori che poteĢ€: l'amministrazione generale della casa, l'assistenza, la tenuta dei libri di entrata e uscita, i registri, la corrispondenza piuĢ€ arida e spinosa.

Quand'era stanco, quando la salute comincioĢ€ a declinare, leggeva nel breviario un cartoncino che aveva messo a modo di segnacolo: “Vittorio, per che cosa sei venuto?”. Accanto aveva scritto una frase che don Bosco ripeteva spesso ai suoi quando li vedeva affaticati: “Ci riposeremo in Paradiso”.

Il giorno dopo il suo arrivo, don Alasonatti dovette cominciare la sua missione a Valdocco in una maniera piuttosto insolita: fu chiamato ad assistere un coleroso. A Torino era scoppiato violentissimo il coleĢ€ra.

La morte per le strade di Borgo Dora.

La notizia paurosa giunse a Torino nel luglio. Il coleĢ€ra aveva investito la Liguria, facendo tremila vittime a Genova. I primi casi in Torino si verificarono il 30 e il 31 luglio. Il re, la regina e la casa reale partirono in carrozze chiuse. Si rifugiarono nel castello di Caselette, all'imboccatura delle valli di Lanzo e di Susa.

L'epicentro della pestilenza fu Borgo Dora, a pochi passi da Valdocco. LiĢ€, in case povere e in baracche, si ammassavano gli immigrati, la gente malnutrita e senza possibilitaĢ€ di igiene. In un mese i colpiti furono 800, 500 i morti.

Il sindaco Notta rivolse un appello alla cittaĢ€: occorreva gente coraggiosa che si recasse ad assistere i malati, a trasportarli nei lazzaretti, percheĢ il contagio non si diffondesse a macchia d'olio.

Il 5 agosto, festa della Madonna della Neve, don Bosco parloĢ€ ai ragazzi. ComincioĢ€ con una promessa:

- Se voi vi mettete tutti in grazia di Dio e non commetterete alcun peccato mortale, io vi assicuro che nessuno saraĢ€ colpito dal coleĢ€ra.

Poi rivolse un invito:

- Sapete che il sindaco ha lanciato un appello. Occorrono infermieri e assistenti per curare i colerosi. Molti di voi sono troppo piccoli. Ma se qualcuno dei piuĢ€ grandi si sente di venire con me negli ospedali e nelle case private, faremo insieme un'opera buona e gradita al Signore.

Quella sera stessa, quattordici si misero in lista. Pochi giorni dopo, altri trenta riuscirono a strappare il permesso di unirsi ai primi, anche se erano molto giovani.

Furono giorni di lavoro duro e per niente piacevole. I medici consigliavano di curare i colpiti con massaggi e frizioni alle gambe, per provocare un'abbondante sudorazione. I ragazzi erano divisi in tre gruppi: i piuĢ€ alti in servizio a tempo pieno nei lazzaretti e nelle case dei colpiti, un secondo gruppo girava per le strade a esplorare se vi fossero nuovi malati, un terzo (i piuĢ€ piccoli) rimanevano all'oratorio, pronti ad intervenire a ogni chiamata.

Don Bosco esigeva ogni precauzione. Ciascuno portava con seĢ una bottiglietta di aceto, e dopo aver toccato i malati doveva lavarsi le mani.

“Avveniva sovente - racconta don Lemoyne - che gli infermi mancavano di lenzuola, coperte, biancheria. I ragazzi venivano a dirlo a mamma Margherita. Essa andava alla guardaroba e dava quel poco che avevano. In pochi giorni non ci fu piuĢ€ niente. Un giovane infermiere le venne un giorno a raccontare che un malato si dimenava in un giaciglio misero senza lenzuolo. " Non avete niente da coprirlo? “ La donna ci pensoĢ€ su, poi andoĢ€ a togliere la tovaglia bianca dall'altare e la diede al ragazzo: " Portala al tuo malato. Non credo che il Signore si lamenteraĢ€".

I giganti dal volto triste.

Giovanni Cagliero, 16 anni, una sera sul finire di agosto, tornando a casa dal lazzaretto si sentiĢ€ male. Probabilmente, nel caldo asfissiante di quei giorni, aveva mangiato della frutta guasta. Il medico, chiamato subito da don Bosco, fece una diagnosi molto brutta: “EĢ€ tifo”.

La febbre lo tormentoĢ€ per tutto il mese di settembre. Negli ultimi giorni, ridotto a pelle e ossa, Cagliero si sentiva mancare. Due medici, chiamati per un consulto, dichiararono che il caso era disperato. Consigliarono di amministrargli gli ultimi sacramenti.

Don Bosco rimase profondamente turbato. Voleva un bene dell’anima a quel ragazzo. Non ebbe la forza di dargli la tristissima notizia. PregoĢ€ Giuseppe Buzzetti di farlo lui, con estrema delicatezza. Intanto scese in chiesa a prendere il Viatico.

Giuseppe Buzzetti aveva appena parlato con Giovanni, quand' ecco rientrare don Bosco con la teca del Santissimo. Ma non venne avanti: si fermoĢ€ per alcuni secondi fissando nel

vuoto, come se

vedesse qualcosa che gli altri non potevano vedere. Poi avanzoĢ€ verso il letto del malato, ma qualcosa era profondamente cambiato in lui. La tristezza, il turbamento di poco prima erano scomparsi. Era allegro, sorrideva. Giovanni mormoroĢ€:

- EĢ€ la mia ultima confessione? Devo proprio morire? Don Bosco rispose con voce sicura:

- Non eĢ€ ancor tempo di andare in Paradiso. Vi sono ancora molte cose da fare: guarirai, vestirai l'abito chiericale... diventerai sacerdote... e poi... e poi con il tuo breviario sotto il braccio ne avrai a fare dei giri... e il breviario hai da farlo portare a tanti altri... e andrai lontano, lontano.

Dette queste parole, don Bosco riportoĢ€ il Viatico in chiesa.

Pochi giorni dopo, la febbre caloĢ€ di colpo, e Giovanni poteĢ€ recarsi a Castelnuovo per una lunga convalescenza.

Per qualche tempo, Buzzetti e Cagliero si domandarono che cosa avesse “visto” don Bosco entrando nella stanza. La risposta la diede don Bosco stesso, piuĢ€ tardi:

“Mettevo il piede sulla soglia, quando all'improvviso vidi una gran luce. Una colomba bianchissima, che portava un ramo d'ulivo, scendeva sul letto dell'ammalato. Si arrestoĢ€ a pochi centimetri dalla faccia pallida di Cagliero, e gli lascioĢ€ cadere sulla fronte il ramo. Subito dopo mi parve che le pareti della stanza si aprissero e sconfinassero in orizzonti lontani e misteriosi. Intorno al letto apparve una moltitudine di strane figure primitive. Sembravano selvaggi di statura gigantesca. Alcuni avevano la pelle scura, tatuata da misteriosi fregi rossastri. Due di quei giganti dal volto fiero e triste si curvarono sopra l'infermo, e trepidanti si misero a bisbigliare:

- Se lui muore, chi verraĢ€ in nostro soccorso?

La visione duroĢ€ pochi istanti, ma io provai la certezza assoluta che Cagliero sarebbe guarito”.

Otto minuti per una pagina.

Con le prime piogge d'autunno, i colpiti dal coleĢ€ra diminuirono sensibilmente. Anche se qualche caso si verificoĢ€ ancora alle soglie dell'inverno, il 21 novembre si dichiaroĢ€ finita l'“emergenza”. Dal 1° agosto al 21 novembre i casi registrati in cittaĢ€ furono 2.500, con 1.400 morti.

I ragazzi di don Bosco, di cui nessuno era stato colpito, poterono tornare tranquilli allo studio. Parecchi si recarono in famiglia per una breve vacanza.

Don Bosco, come tutti gli anni, saliĢ€ ai Becchi per la festa della Madonna del Rosario. Mentre si trovava lassuĢ€, ricevette la visita di un suo antico compagno di seminario, don Cugliero, insegnante elementare a Mondonio:

- Senti - gli disse dopo i convenevoli -, mi hanno detto che insieme ai piccoli barabba, nel tuo oratorio accetti anche ragazzi in gamba che diano speranza di diventare sacerdoti. A Mondonio ho un ragazzo che fa per te. Si chiama Domenico Savio. Non ha molta salute, ma quanto a bontaĢ€ sono pronto a scommettere che non hai mai conosciuto un ragazzo cosiĢ€. Un vero san Luigi.

- Esagerato! - sorrise don Bosco -. Ad ogni modo per me va bene. Io rimango qui alcuni giorni. Fammelo incontrare insieme con suo padre. Parleremo e vedremo un po' di che stoffa eĢ€.

2 ottobre 1854. Nel cortiletto davanti alla casa di Giuseppe avvenne l'incontro. Don Bosco ne fu cosiĢ€ impressionato che lo narroĢ€ nei minimi particolari, come se l'avesse registrato. La lingua eĢ€ quella del 1800, ma la scena eĢ€ vivace, sembra di vederla:

“Era il primo lunediĢ€ d'ottobre di buon mattino, allorcheĢ vedo un fanciullo accompagnato da suo padre che si avvicina per parlarmi. Il volto suo ilare, l'aria ridente ma rispettosa, trassero verso di lui i miei sguardi.

- Chi sei - gli dissi -, donde vieni?

- Io sono - rispose - Savio Domenico, di cui le ha parlato don Cugliero, e veniamo da Mondonio.

Allora lo chiamai da parte, e messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza, egli con me, io con lui.

Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore, e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva operato in cosiĢ€ tenera etaĢ€.

Dopo un ragionamento alquanto prolungato, prima che io chiamassi il padre, mi disse queste precise parole:

- Ebbene, che glie ne pare? Mi condurraĢ€ a Torino per studiare? - Eh, mi pare che ci sia buona stoffa.
- E a che puoĢ€ servire questa stoffa?
- A fare un bell'abito da regalare al Signore.

- Dunque io sono la stoffa, ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e faraĢ€ un bell'abito per il Signore.

- Ma quando tu abbia terminato lo studio del latino, che cosa vuoi fare?

- Se il Signore mi concederaĢ€ tanta grazia, desidero ardentemente di diventare sacerdote.

- Bene: ora voglio provare se hai bastante capacitaĢ€ per lo studio. Prendi questo libretto (era un fascicolo delle Letture Cattoliche), quest'oggi studia questa pagina, domani tornerai a recitarmela.

CioĢ€ detto lo lasciai in libertaĢ€ di andarsi a trastullare, indi mi posi a parlare con il padre. Passarono non piuĢ€ di otto minuti, quando ridendo si avanza Domenico e mi dice:

- Se vuole recito adesso la pagina.

Presi il libro, e con mia sorpresa conobbi che non solo aveva letteralmente studiato la pagina assegnata, ma che comprendeva benissimo il senso delle cose in essa contenute.

- Bravo, gli dissi, tu hai anticipato lo studio della lezione e io anticipo la risposta. SiĢ€, ti condurroĢ€ a Torino, e fin d'ora sei annoverato tra i miei cari figlioli; comincia anche tu fin d'ora a pregare Iddio, affincheĢ aiuti me e te a fare la sua santa volontaĢ€.

Non sapendo egli come esprimere meglio la sua contentezza e la sua gratitudine, mi prese la mano, la strinse, la bacioĢ€ piuĢ€ volte, e infine mi disse:

- Spero di regolarmi in modo che non abbia mai a lamentarsi della mia condotta”.

Ripensando alle parole di don Cugliero, don Bosco dovette concludere che non aveva esagerato. Se san Luigi fosse nato tra le colline del Monferrato e fosse stato figlio di contadini, non avrebbe potuto essere diverso da quel ragazzo sorridente, che voleva diventare “un bell'abito da regalare al Signore”.

Un cartello misterioso.

Durante quei giorni, mentre era in convalescenza a Castelnuovo, Giovanni Cagliero commise un'imprudenza: mangioĢ€ abbondantemente dell'uva (era il tempo della vendemmia), e la febbre gli tornoĢ€ violenta. Don Bosco lo seppe e andoĢ€ a trovarlo.

IncontroĢ€ la madre disperata:
- Il mio Giovanni eĢ€ bell'andato! Vaneggia, parla di vestire l'abito da prete mentre la

febbre sta portandoselo via.
- No, mia buona Teresa, vostro figlio non vaneggia. Preparategli pure la veste da

chierico, che in novembre all'oratorio gliela faroĢ€ indossare. La febbre non ve lo porteraĢ€ via: ha da fare ancora tante cose in questo mondo.

Fu realmente cosiĢ€. Il 22 novembre, festa di santa Cecilia, Giovanni Cagliero perfettamente ristabilito indossava l'abito dei chierici. Il Rettore del seminario metropolitano, canonico Vogliotti, concedeva al chierico Cagliero di frequentare le scuole del seminario

continuando ad abitare presso don Bosco.
Il 29 ottobre, intanto, all'oratorio era entrato Domenico Savio. Era salito con il papaĢ€

nell'ufficio di don Bosco, e aveva subito notato un grosso cartello alla parete con delle parole misteriose: Da mihi animas, coetera tolle.

Quando suo padre ripartiĢ€, superata la prima esitazione, domandoĢ€ a don Bosco che cosa significassero quelle parole appese al muro. Don Bosco l'aiutoĢ€ a tradurre: “O Signore, dammi le anime e prenditi tutto il resto”. Era il motto che don Bosco si era scelto per il suo apostolato. Quand'ebbe compreso, Domenico - eĢ€ don Bosco che lo racconta - si fece per un istante pensieroso, poi disse: “Ho capito: qui non c'eĢ€ commercio di denaro, ma di anime. Spero che l'anima mia faraĢ€ parte di questo commercio”.

ComincioĢ€ cosiĢ€ per Domenico la vita di tutti i giorni. IndossoĢ€ forse anche lui un cappotto militare, e ogni mattina si recoĢ€ con la squadretta guidata da Rua alla scuola del Bonzanino. La sua giornata era quella un po' grigia di un piccolo studente: compiti, lezioni, scuola, libri, compagni. Don Bosco, che lo seguiva giorno per giorno, scrisse di lui: “Dal giorno della sua entrata egli ebbe nell'adempimento dei suoi doveri un'esattezza che difficilmente si puoĢ€ superare”.

Palloncini colorati sulle rive del Po.

Alla fine di novembre, l'oratorio entroĢ€ in un “clima” speciale. Iniziava la novena dell'Immacolata, ed era l'anno 1854. Pio IX, da Roma, aveva annunciato che il giorno 8 dicembre avrebbe solennemente definito il dogma della Immacolata Concezione di Maria. In tutto il mondo cattolico l'amore alla Madonna si ridestava, si preparavano grandiosi festeggiamenti.

Don Bosco, che si sentiva “guidato per mano” da Maria SS., ne parlava tutte le sere ai suoi giovani, e la novena era vissuta con grande fervore. Conversando in cortile o nel suo ufficio, domandava ai ragazzi che cosa volevano “regalare alla Madonna” per la sua festa. Domenico Savio gli aveva risposto: “Voglio fare una guerra spietata al peccato mortale, e voglio pregare tanto il Signore e la Madonna di farmi piuttosto morire che lasciarmi cadere in peccato”.

Era la ripetizione di un proposito fatto alla prima Comunione: “La morte ma non peccati”. Non era una frase originale inventati da lui, ma le ultime parole dell'Atto di contrizione che a quei tempi si recitava dopo la confessione. Molti ragazzini le fissavano come impegno del loro primo incontro con GesuĢ€-Eucaristia. Fa una certi curiositaĢ€ trovarle persino tra i “propositi” suggeriti dalla regini al principe ereditario Umberto di Savoia (poi re Umberto I), quasi coetaneo di Domenico Savio (nato nel 1842, Umberto nel 1844). CioĢ€ che provoca un'intensa commozione eĢ€ che migliaia di altri dimenticarono quell'impegno tra i giocattoli dell'infanzia, Domenico invece vi fu eroicamente fedele fino alla morte.

8 dicembre. Pio IX, davanti a una folla imponente di Cardinali e Vescovi, proclama come dogma di fede che Maria, fin dal primo istante della sua esistenza, non eĢ€ mai stata macchiata dal “peccato originale”.

Domenico Savio, in una pausa della giornata festosa dell'oratorio, entra nella chiesa di S. Francesco, s'inginocchia davanti all'altare della Madonna, tira fuori di tasca un foglietto su cui ha scritto alcune righe. EĢ€ la sua consacrazione alla Madre di Dio, una breve preghiera che diventeraĢ€ famosa in tutto il mondo salesiano:

“Maria, vi dono il mio cuore. Fate che sia sempre vostro. GestiĢ€ e Maria, siate voi sempre gli amici miei. Ma per pietaĢ€, fatemi morire piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere anche un solo peccato”.

Quella sera, tutta Torino risplendette in una fantastica illuminazione. Migliaia di palloncini colorati brillavano alle finestre, sui terrazzi, sulle rive del Po. La gente scese per le strade, e una grandiosa processione s'incamminoĢ€ verso il santuario della Madonna “Consolata”. Anche i giovani di Valdocco, attorno a don Bosco, passarono cantando per le strade della cittaĢ€.

Il piccolo orfano di S. Domenico.

Quel 1854, un anno intenso per la vita di don Bosco, si chiuse con un particolare mesto. Presso la chiesa di S. Domenico il municipio aveva dovuto aprire d'urgenza un orfanotrofio provvisorio, per ospitarvi un centinaio di ragazzetti a cui il colera aveva portato via papaĢ€ e mamma. All'arrivo dei primi freddi, il sindaco Notta si rivolse agli istituti cattolici percheĢ ne prelevassero alcuni. Don Bosco ne accettoĢ€ venti. Uno di quei piccoli si chiamava Pietro Enria, e ricordava cosiĢ€ quei momenti:

“Un giorno arrivoĢ€ don Bosco. Io non l'avevo mai visto. Mi domandoĢ€ nome e cognome e poi mi disse:

- Vuoi venire con me? Saremo sempre buoni amici -. Risposi: - SiĢ€, signore.
- E questo che hai vicino eĢ€ tuo fratello?
- SiĢ€, signore.

- Digli che venga anche lui.

Pochi giorni dopo fummo condotti all'oratorio con parecchi altri. Mia madre era morta di coleĢ€ra, mio padre era in quel momento ammalato della stessa malattia. Ricordo che la madre di don Bosco lo sgridoĢ€:

- Tu accetti sempre nuovi fanciulli, ma come si fa a mantenerli e vestirli?

Infatti a me, appena entrato, toccoĢ€ dormire per parecchie notti sopra un mucchio di foglie, con addosso null'altro che una piccola coperta. Don Bosco e sua madre ci aggiustavano alla sera i pantaloni e la giubba lacera, percheĢ ne avevamo una sola”.

Per gli orfani, don Bosco allestiĢ€ un reparto distinto nel nuovo edificio. Per piuĢ€ di un anno fece loro scuola, prima da solo poi con l'aiuto dei chierici e di amici. Gli altri dell'oratorio li chiamavano “la classa bassignana”, percheĢ gli orfani erano piccoletti.

Pietro Enria rimase con don Bosco tutta la vita. Fu lui ad assisterlo come un figlio nell'ultima malattia, e a chiudergli gli occhi.

Il coleĢ€ra, tra i tanti mali seminati in cittaĢ€, aveva portato all'oratorio un bene, almeno di riflesso: l'assistenza prestata generosamente dai giovani ai colerosi lo fece conoscere e stimare dai cittadini. Una pubblica lode del sindaco lo accreditoĢ€ presso le autoritaĢ€. Il fatto quasi incredibile poi che nessuno di quei ragazzi (quasi immersi nel contagio) fu colpito dalla pestilenza, persuase molti a considerare con piuĢ€ serietaĢ€ le parole “pazze” di don Bosco.

33
1855: I PICCOLI “DELINQUENTI” DELLA GENERALA.

Il 1855 vide un nuovo scontro durissimo tra Stato e Chiesa.

Primo Ministro, al posto di Massimo D'Azeglio, nell'ottobre 1852 era diventato Camillo Cavour. Questo inquieto e ricchissimo discendente di famiglia aristocratica stava dando una sferzata al sonnacchioso Piemonte. I piccoli avvocati di provincia abituati a declamare sui banchi del Parlamento versi di Dante e di Mameli, venivano chiamati a discutere di deficit e di bilanci, di svincoli doganali e di capitali di investimento. Le ferrovie raggiunsero la lunghezza di 850 chilometri, pari alla somma delle ferrovie di tutto il resto d'Italia. Nacquero in Liguria il complesso industriale Ansaldo (il maggiore d'Italia), i cantieri OderoĢ€ e Orlando. Si diede impulso alla canalizzazione nel Vercellese. L'agricoltura fu sollecitata dall'abolizione del dazio sul grano.

Il 28 novembre del 1854, camuffato come manovra economica, fu presentato alla Camera un progetto-legge dal ministro Urbano Rattazzi, “un preciso disegno - scrive lo storico Francesco Traniello - tendente a ridurre l'influenza della Chiesa”. Esso proponeva lo scioglimento degli ordini religiosi contemplativi, che cioeĢ€ non si dedicavano all'istruzione, alla predicazione o all'assistenza degli infermi, e l'incameramento di tutti i loro beni da parte dello

Stato “che avrebbe cosiĢ€ potuto provvedere alle parrocchie piuĢ€ povere”.
Era un'intromissione dello Stato nella vita della Chiesa - scrive Traniello -, specialmente

grave percheĢ lo Stato si arrogava il diritto di decidere quali ordini religiosi potevano essere ancora utili alla societaĢ€, secondo un criterio produttivistico. Anzi, Cavour giunse ad affermare che gli ordini disciolti non erano neppure piuĢ€ utili alla Chiesa. Le forze cattoliche, capeggiate dai vescovi, poterono cosiĢ€

sostenere che la cosiddetta legge sui frati violava proprio quei principi di separazione tra Chiesa e Stato che Cavour aveva detto piuĢ€ volte essere alla base della sua politica.

Si prevedeva che, nonostante la forte opposizione cattolica, la legge sarebbe passata alla Camera, e di stretta misura anche al Senato. Solo il re l'avrebbe potuta bloccare.

“Grandi funerali a Corte!”

In un pomeriggio gelido del dicembre 1854 (i testimoni ricordavano che don Bosco aveva alle mani dei guanti vecchi e sdrusciti, e stringeva in mano un mazzetto di lettere) don Bosco raccontoĢ€ a don Alasonatti, Rua, Cagliero, Francesia, Buzzetti e Anfossi di aver fatto un sogno strano: era in mezzo al cortile, e a un tratto aveva visto venire avanti un valletto di Corte, vestito di rosso, che gridoĢ€: “Gran funerale a Corte! Gran funerale a Corte!”. Disse ai suoi chierici che, appena sveglio, aveva preso la penna e aveva scritto al re raccontandogli il sogno.

Cinque giorni dopo, il sogno si ripeteĢ€. Il valletto rosso entroĢ€ a cavallo nel cortile, e gridoĢ€: “Annuncia: non gran funerale a Corte, ma grandi funerali a Corte!”. All'alba, don Bosco scrisse una seconda lettera al re, suggerendogli “che pensasse a regolarsi in modo da schivare i minacciati castighi, mentre lo pregava di impedire a qualunque costo quella legge”.

5 gennaio 1855. La regina madre Maria Teresa si ammala gravemente. Dopo un rapido declino muore il 12 gennaio. Ha 54 anni. I suoi resti vengono portati nella cripta dei Savoia a Superga il giorno 16, in una giornata rigidissima.

20 gennaio. Vengono dati gli ultimi Sacramenti alla regina Maria Adelaide, moglie del re. Essa ha dato alla luce un bambino dodici giorni prima, e non si eĢ€ piuĢ€ ripresa. Muore nello stesso giorno. Ha soltanto 33 anni.

11 febbraio. Dopo venti giorni di grave malattia, muore il principe Ferdinando di Savoia, duca di Genova, fratello del re. Ha 33 anni.

I chierici dell'Oratorio (che soli conoscevano i sogni e le lettere di don Bosco al re) “erano esterrefatti nel vedere avverate in modo cosiĢ€ fulmineo le profezie di don Bosco - scrive don Lemoyne -. Nemmeno in tempo di pestilenza si erano aperte tre tombe reali nel giro di un mese”.

Don Francesia affermava che re Vittorio Emanuele II era sceso due volte a Valdocco per incontrare don Bosco, e che era furioso contro di lui.

Ad ogni modo la legge di soppressione passoĢ€ alla Camera (95 voti contro 23) e al Senato (53 voti contro 42). Il re la firmoĢ€ il 29 maggio. Vennero cosiĢ€ soppresse 331 case religiose che ospitavano 4540 persone. Da Roma fu annunciata la “scomunica maggiore” (il cui scioglimento eĢ€ riservato al Papa) contro “autori, fautori, esecutori della legge”.

Il 17 maggio, intanto, era morto l'ultimo figlio del re, Vittorio Emanuele Leopoldo, di appena quattro mesi.

Santo o menagramo (a seconda da che parte si guardava), don Bosco aveva purtroppo previsto esattamente.

Il primo salesiano.
Ogni settimana, don Bosco ha continuato a riunire senza chiasso i suoi chierici. Ha

parlato della povertaĢ€, della castitaĢ€ e dell'obbedienza, le tre virtuĢ€ che la Chiesa ha sempre considerato come “strada per arrivare a Dio”. Ha loro spiegato che chiunque diventa religioso “fa voto” di queste virtuĢ€, cioeĢ€ promette solennemente a Dio di praticarle nella sua vita.

Al termine del primo anno di conferenze, gli pare che il piuĢ€ preparato sia Michele Rua. Gli dice: “Te la sentiresti di fare i voti di povertaĢ€, castitaĢ€ e obbedienza per tre anni?”. Michele - lo diraĢ€ poi - crede che si tratti soltanto di “legarsi maggiormente a don Bosco”, e accetta.

25 marzo 1855, festa dell'Annunciazione. Nella povera cameretta di don Bosco si svolge una cerimonia senza solennitaĢ€. Don Bosco, in piedi, ascolta. Michele Rua, in ginocchio davanti al Crocifisso, mormora una formula: “Faccio voto a Dio di essere povero, casto, obbediente, e mi metto nelle sue mani, don Bosco”. Non c'eĢ€ nessun testimonio. Eppure in quel momento nasce una Congregazione religiosa. Don Bosco eĢ€ il fondatore. Michele Rua eĢ€ il primo salesiano.

Da quel tempo, tanto per lui come per Cagliero e per Francesia, la cosa piuĢ€ difficile fu dormire. Non che non ne avessero voglia: a volte cascavano dal sonno anche in piedi. Ma non riuscivano proprio a trovarne il tempo.

Dovevano continuare i loro studi e dare tutti gli esami che a quel tempo erano frequenti e durissimi. Contemporaneamente don Bosco affidava loro la scuola di religione, l'assistenza nel refettorio e nei laboratori, la scuola degli orfani.

Alla domenica li mandava negli oratori. Quello dell'Angelo Custode, nel 1855, si trovoĢ€ improvvisamente senza direttore. Don Bosco nominoĢ€ Michele Rua, 17 anni. Era frequentato specialmente dai piccoli spazzacamini. Ragazzi che scendevano in autunno dalla Valle d'Aosta, con in spalla la corda e la raspa. Giravano per le strade lanciando un grido caratteristico, e aspettavano che qualche famiglia li invitasse a spazzare l'interno dei camini prima che cominciasse la stagione invernale, quando i focolari avrebbero dovuto “tirare bene” per scaldare gli appartamenti.

Erano ragazzi molto piccoli, percheĢ le canne fumarie lungo le quali dovevano arrampicarsi erano strette. Avevano faccia e mani nere di fuliggine.

Michele la domenica mattina, molto per tempo, arrivava nell'oratorio, spazzava le stanzette, metteva in ordine la chiesa. Quando arrivavano i primi ragazzi li aiutava a fare la confessione dal sacerdote che veniva per dir Messa. Alle 9 c'era giaĢ€ un centinaio di giovani, e Michele “faceva da don Bosco” per tutta la giornata. Iniziava i giochi, parlava con i ragazzi, s'informava delle loro pene, faceva lezione di catechismo.

La sera, mentre per le vie si accendevano i fanali a gas, i ragazzi se ne andavano. Alcuni lo accompagnavano verso Valdocco. “Ci rivediamo domenica, Michele!”.

Rua rientrava sfinito. Un boccone di cena lasciata al caldo per lui, per Cagliero, Francesia, Anfossi che tornavano dagli altri oratori, sfiniti come lui. Poi si arrampicavano fino agli abbaini del sottotetto, dov'erano i loro letti. Michele, ricordava, si addormentava di colpo, come folgorato. Cagliero si sveglioĢ€ un lunediĢ€ mattino sulla sedia, con le calze in mano. Non ce l'aveva fatta a raggiungere il letto, s'era addormentato liĢ€.

La sveglia, al mattino, suonava presto, spaventosamente presto: alle quattro. Giovanni Cagliero ricordava: “L'inverno a Torino non eĢ€ uno scherzo. Nel nostro abbaino, che s'affacciava sul tetto, non c'era neĢ riscaldamento neĢ acqua corrente. Per lavarci, alla sera riempivamo le bacinelle d'acqua. Ma al mattino il gelo aveva trasformato l'acqua in ghiaccio. Per lavarci dovevamo aprire l'abbaino, raccogliere la neve sul tetto, e farci energiche frizioni sulle mani, la faccia, il collo. Dopo pochi minuti, la pelle fumava! Allora ci

ravvoltolavamo in una coperta e cominciava il tempo di studio: Rua studiava ebraico, Francesia cesellava versi latini, io componevo esercizi di musica”.

Nel novembre 1855 ebbe inizio il ginnasio interno. Francesia, a tutte le altre occupazioni, aggiunse quella di professore di lettere, Rua di matematica, Cagliero di musica.

A volte viene da pensare: ma era matto don Bosco a lasciare che i suoi giovani aiutanti si ammazzassero cosiĢ€ tra studio e lavoro? Poi si pensa a come sono finiti: Giovanni Cagliero,

cardinale, moriĢ€ a 88 anni; Michele Rua, capo della Congregazione Salesiana, visse fino a 73; Giovanni Francesia, latinista di fama europea, campoĢ€ fino a 92 anni. Don Bosco “sapeva” che il lavoro, anche durissimo, non li avrebbe ammazzati tanto presto.

Testa a testa con il ministro.

I caricaturisti politici di quegli anni, quando raffiguravano il governo, disegnavano Camillo Cavour con il corpo di gatto e i baffi lunghi, e Urbano Rattazzi (ministro dell'Interno) come un grosso topo. “GataĢ€ss e RataĢ€ss” erano i soprannomi correnti a Torino.

Da Rattazzi (nonostante la posizione nettamente contraria su quasi tutte le idee politiche) don Bosco aveva libera entrata. Il ministro dell'Interno lo stimava percheĢ “lavorava per il bene della gente”, e raccogliendo i ragazzi poveri toglieva un sacco di fastidi al governo.

Nel 1845, sulla strada per Stupinigi, era stata aperta una nuova prigione in Torino: la Generala. Era il “riformatorio dei ragazzi”, ne poteva contenere trecento. Don Bosco lo frequentava regolarmente, e cercava di farsi amici quei ragazzi condannati (al solito) per furto o per vagabondaggio.

I giovani erano divisi in tre categorie: i “sorvegliati speciali” che di notte venivano chiusi in cella, i “sorvegliati semplici” che venivano fatti rigare solo con i mezzi normali di un carcere, e i “pericolanti” che si trovavano liĢ€ solo percheĢ qualcuno, stufo di loro, se n'era disfatto consegnandoli alla polizia. Occupavano il tempo in lavori agricoli e in laboratori interni.

Nella quaresima del 1855 don Bosco fece per tutti un accurato corso di catechismo, poi addirittura tre giorni di Esercizi Spirituali, che si conclusero con una confessione veramente generale.

Don Bosco fu cosiĢ€ colpito della loro buona volontaĢ€ che promise “qualcosa di eccezionale”. AndoĢ€ dal direttore, e gli propose di organizzare per i ragazzi (intristiti dalla chiusura) una bella passeggiata fino a Stupinigi.

- Ma lei parla sul serio, reverendo? - fece quell'omino stupito. - Con la piuĢ€ grande serietaĢ€ del mondo.
- E lo sa che io saroĢ€ responsabile di tutti quelli che fuggiranno? - Non fuggiraĢ€ nessuno. Do la mia parola.

- Senta, eĢ€ inutile che sprechiamo il fiato. Se vuole un permesso simile si rivolga al Ministro.

Don Bosco andoĢ€ da Rattazzi, e gli espose con tranquillitaĢ€ il suo progetto.
- Va bene - disse il Ministro -. Una passeggiata faraĢ€ certamente del bene ai giovani prigionieri. DaroĢ€ gli ordini necessari percheĢ lungo la strada si trovino carabinieri in borghese

in numero sufficiente.
- Ah no - intervenne deciso don Bosco -. La sola condizione che metto eĢ€ che nessuna

guardia ci “protegga”. E lei deve darmene la parola d'onore. Il rischio me lo prendo io: se qualcuno scappa, metteraĢ€ in prigione me.

Risero insieme. Poi Rattazzi si fece serio:
- Don Bosco, ragioni. Senza carabinieri lei non ne riporteraĢ€ a casa nemmeno uno.
- E io invece dico che glieli riporteroĢ€ tutti. Scommettiamo. Rattazzi ci pensoĢ€ qualche

secondo. Poi:
- Va bene, accetto. Mi fido di lei, e mi fido anche dei gendarmi che in caso di fuga non

ci metteranno molto a riacciuffare quattro ragazzotti. Una giornata di libertaĢ€.

Don Bosco tornoĢ€ alla Generala e annuncioĢ€ la passeggiata. Urlarono di gioia i piccoli prigionieri. Riavuto un attimo di silenzio, don Bosco continuoĢ€:

- Ho dato la mia parola che dal primo all'ultimo vi comporterete bene, e che non cercherete di scappare. Il Ministro mi ha dato la sua parola che non manderaĢ€ nessuna guardia, neĢ in divisa neĢ in borghese. Ma adesso la parola dovete darmela anche voi: se uno

solo fugge, io saroĢ€ disonorato. Non mi permetteranno certo di rimettere piede qui. Posso fidarmi di voi?

Confabularono un po' tra loro. Poi i piuĢ€ grandi gli dissero:
- Le diamo la nostra parola. Torneremo tutti, e ci comporteremo bene.
Il giorno dopo fu una giornata di sole tiepido, primaverile. Partirono per Stupinigi lungo

i sentieri della campagna. Saltavano, correvano, gridavano. Don Bosco era in mezzo alla piccola truppa, scherzava, raccontava. Davanti a tutti andava l'asino carico delle provviste.

A Stupinigi don Bosco disse la Messa, poi fecero pranzo sull’erba, e si scatenarono in gare e giochi lungo il fiume Sangone. Visitarono il parco e il castello reale. Merenda, e al tramonto ritorno. Il somaro era scarico, e don Bosco un po' affaticato. I ragazzi lo fecero salire in groppa, e tirando le briglie e cantando arrivarono. Il direttore si affrettoĢ€ a contarli: c'erano tutti.

Fu un addio triste davanti al cancello della prigione. Don Bosco li salutoĢ€ a uno a uno. TornoĢ€ a casa con il cuore stretto, per averli potuti liberare per un giorno solo.

Il Ministro, quando gli fu fatto rapporto, era invece gongolante come di un trionfo.
- PercheĢ lei riesce a fare queste cose e noi no? - domandoĢ€ un giorno a don Bosco.
- PercheĢ lo Stato comanda e punisce. Non puoĢ€ fare di piuĢ€. Io invece voglio bene a quei

ragazzi. E come prete ho una forza morale che lei non puoĢ€ capire.

Nove pagine per spiegare il suo “sistema”.

Molte volte qualcuno domandoĢ€ a don Bosco di spiegare in un libro il suo “sistema di educazione”. La mancanza di tempo, l'impossibilitaĢ€ di fermarsi per riflettere organicamente sulle linee portanti del suo atteggiamento educativo, impedirono a don Bosco di darci un'opera “scientifica”.

Nel 1876 prese il coraggio a due mani, e tiroĢ€ giuĢ€ uno “schizzo” del sistema educativo “in uso nelle case salesiane”. Sono nove pagine che i Salesiani trovano nell'appendice delle loro Regole, e con le quali sono invitati a confrontarsi sovente.

Le condensiamo ripetendo che non si tratta di un'opera “scientifica”, ma di appunti condizionati dalla fretta, dalle urgenze, dai grossi problemi di quell'anno. Da essi peroĢ€ traspare qualcosa di

vivo, la “carica” che don Bosco si portava dentro, e che probabilmente nessuna pagina avrebbe mai potuto esprimere in maniera adeguata.

Don Bosco inizia schematizzando (piuttosto grossolanamente, credo sia lecito dirlo) le maniere di educare in due settori:

- il sistema repressivo (usato nello Stato, nell'esercito). “Consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poi sorvegliare per conoscere i trasgressori e punirli. In questo sistema le parole devono essere severe; il superiore deve evitare ogni familiaritaĢ€ con i dipendenti, trovarsi di rado tra i suoi soggetti”;

- il sistema preventivo (che egli vuole usato nelle sue opere). A questo punto, don Bosco spiega il “sistema preventivo” come

lo intende lui, come lo ha sempre applicato all'oratorio.

“Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l'amorevolezza. Esclude ogni castigo violento e cerca di tenere lontani gli stessi castighi leggeri.

Il direttore e gli assistenti sono come padri amorosi: parlano, servono di guida, danno consigli e amorevolmente correggono.

L'allievo non resta avvilito, diventa amico, nell'assistente vede un benefattore che vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.

L'educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potraĢ€ seguirlo anche da adulto, consigliarlo e anche correggerlo.

La pratica di questo sistema eĢ€ tutta appoggiata sopra le parole di san Paolo che dice: " La caritaĢ€ eĢ€ benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo ". PercioĢ€ soltanto il cristiano puoĢ€ con successo applicare il sistema preventivo. Ragione e religione sona gli strumenti di cui deve costantemente far uso l'educatore.

Il Direttore quindi deve essere tutto consacrato ai suoi educandi, trovarsi sempre con i suoi allievi quando essi sono in tempo libero”.

Di qui in avanti don Bosco tiene in evidenza specialmente i collegi, che monopolizzavano la gran parte delle forze salesiane nel 1876. Non sempre traspare il “don Bosco degli oratori”.

“I maestri, i capi d'arte, gli assistenti devono essere di moralitaĢ€ conosciuta. Studino di evitare come la peste ogni sorta di affezione o amicizie particolari con gli allievi. Per quanto eĢ€ possibile gli assistenti precedano gli allievi nel luogo dove devono raccogliersi, non li lascino mai disoccupati.

Si dia ampia libertaĢ€ di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralitaĢ€ e alla sanitaĢ€. " Fate quello che volete, diceva san Filippo Neri, a me basta che non facciate peccati ".

La frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edificio educativo. Non mai obbligare i giovanetti alla frequenza dei santi sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comoditaĢ€ di approfittarne.

L'educatore eĢ€ un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, percioĢ€ deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che eĢ€ la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi.

L'educatore cerchi di farsi amare se vuole farsi temere (altre volte don Bosco ha scritto: " piuttosto che farsi temere ", " prima di farsi temere "). La sottrazione di benevolenza eĢ€ un castigo, ma un castigo che eccita l'emulazione, daĢ€ coraggio e non avvilisce mai. La lode quando una cosa eĢ€ ben fatta, il biasimo quando vi eĢ€ trascuratezza, sono giaĢ€ un premio o un castigo.

Eccettuati rarissimi casi, le correzioni non si diano mai in pubblico, ma privatamente, lontano dai compagni, e si usi massima prudenza e pazienza per fare che l'allievo comprenda il suo torto colla ragione e la religione.

Il percuotere in qualunque modo si deve assolutamente evitare, percheĢ irrita grandemente i giovani e avvilisce l'educatore”.

Il sogno dell'antico oratorio.

Se don Bosco scrive con difficoltaĢ€ trattati, eĢ€ un mago nel comunicare la vita vissuta, nel raccontare. Per questo, molti esperti hanno affermato che mentre il Trattatello sul sistema preventivo eĢ€ piuttosto scarso, il “sogno” che don Bosco narroĢ€ in una lettera del 1884 eĢ€ l'espressione piuĢ€ viva e affascinante della sua sensibilitaĢ€ educativa.

Don Bosco si trovava a Roma nel maggio di quell'anno per trattare affari importanti per la sua Congregazione. Di notte “sogna” l'antico oratorio (quello in cui vivevano Domenico Savio, Michelino Rua, Giovanni Cagliero) e lo puoĢ€ confrontare con quello che in quel momento vive a Valdocco. Detta allora una lettera con la data del 10 maggio 1884. “PuoĢ€ essere considerata come uno dei

piuĢ€ efficaci e dei piuĢ€ ricchi documenti pedagogici di don Bosco”, afferma Pietro Stella. La condensiamo.
“Mi pareva di essere nell'antico oratorio nell'ora della ricreazione. Era una scena tutta

vita, tutta moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi faceva saltare. Qui si giocava alla rana, laĢ€ alla barrarotta e al pallone. In un luogo era radunato un crocchio di giovani, che

pendeva dal labbro di un prete, il quale narrava una storiella. In un altro luogo un chierico che in mezzo ad altri giovanetti giocava all'asino vola e ai mestieri. Si cantava, si rideva da tutte le parti, e dovunque chierici e preti, e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra i giovani e i superiori regnava la piuĢ€ grande cordialitaĢ€ e confidenza. Io ero incantato a questo spettacolo, e il mio accompagnatore mi disse:

- Vede, la familiaritaĢ€ porta affetto e l'affetto porta confidenza. EĢ€ cioĢ€ che apre i cuori, e i giovani palesano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti e ai superiori. Diventano schietti in confessione e fuori di confessione, e si prestano docili a tutto cioĢ€ che vuol comandare colui dal quale sono certi di essere amati.

In quell'istante si avvicinoĢ€ a me un antico allievo, Giuseppe Buzzetti, e mi disse:

- Vuole vedere i giovani che sono attualmente all'oratorio? Vidi tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udivo piuĢ€ grida

di gioia e canti, non piuĢ€ quel moto, quella vita come nella prima scena. Nel viso si leggeva noia, spossatezza, diffidenza. Molti giocavano con spensieratezza, ma altri se ne stavano soli, appoggiati ai pilasti, su per le scale, altri davano attorno occhiate sospettose: san Luigi si sarebbe trovato a disagio in loro compagnia.

- Quanto sono differenti da quelli che eravamo noi una volta! - esclamoĢ€ Buzzetti.
- Purtroppo! Ma come si possono rianimare questi miei cari giovani?
- Con la caritaĢ€.
- Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu sai gli stenti e le umiliazioni che ho

sofferto e soffro per dare loro pane, casa, maestri, e specialmente la salvezza dell'anima. E i direttori, prefetti, maestri, assistenti consumano i loro anni giovanili per loro.

- Ci manca il meglio - insistette Buzzetti -. Che i giovani non solo siano amati, ma che conoscano, vedano di essere amati.

- Ma non vedono che quanto facciamo eĢ€ tutto per loro amore? - No.

- Che cosa ci vuole dunque?
- Che sentendosi amati in quelle cose che loro piacciono, vedendovi partecipare ai loro

gusti infantili, imparino a vedere l'amore anche in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco: la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi. Mi spiego meglio: guardi, guardi i ragazzi in ricreazione. Dove sono i nostri salesiani?

Osservai, e vidi che pochi preti e chierici si mescolavano tra i giovani e ancor piuĢ€ pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I superiori non erano piuĢ€ l'anima della ricreazione. La maggior parte di essi passeggiavano tra loro parlando, senza badare agli allievi; altri sorvegliavano alla lontana; qualcuno avvertiva ma con atto minaccioso. Qualche salesiano avrebbe voluto entrare in qualche gruppo, ma i giovani cercavano di allontanarsi da lui.

Allora Buzzetti continuoĢ€:
- Negli antichi tempi lei stava sempre in mezzo a noi, specialmente in tempo di

ricreazione. Si ricorda di quei begli anni? Era un pezzo di Paradiso, un'epoca che ricordiamo sempre con amore, percheĢ l'affetto era una cosa normale, e noi per lei non avevamo segreti.

- Certamente. E allora tutto era gioia per me. Ora peroĢ€ vedi come gli affari moltiplicati e la mia sanitaĢ€ mi impediscono di comportarmi come allora.

- Ma se lei non puoĢ€, percheĢ i suoi salesiani non prendono il suo posto? Devono amare cioĢ€ che piace ai giovani, e i giovani ameranno cioĢ€ che piace ai superiori. Ora i superiori sono considerati come superiori e non piuĢ€ come padri, fratelli e amici; quindi sono temuti e poco amati. PercioĢ€ se si vuol fare un cuor solo e un'anima sola, per amore di GesuĢ€ bisogna che si rompa la barriera di diffidenza e sia sostituita dalla confidenza cordiale. L'obbedienza guidi l'allievo come la madre guida il fanciullino. Allora regneraĢ€ nell'oratorio la pace e l'allegria antica.

- Come fare per rompere questa barriera?

- FamiliaritaĢ€ coi giovani specialmente in ricreazione. Senza familiaritaĢ€ non si dimostra l'affetto, e senza questa dimostrazione non ci puoĢ€ essere confidenza. Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama. GesuĢ€ Cristo si fece piccolo coi piccoli e portoĢ€ le nostre infermitaĢ€. Ecco il maestro della familiaritaĢ€! Il maestro visto solo in cattedra eĢ€ maestro e niente piuĢ€, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello. Chi sa di essere amato,

ama. E chi eĢ€ amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Questa

confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani e i superiori. Questo amore fa sopportare ai superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti. GesuĢ€ Cristo non spezzoĢ€ la canna che stava per rompersi, non spense il lumino che vacillava. Ecco il vostro modello. Allora non si vedraĢ€ piuĢ€ chi lavoreraĢ€ per vanagloria, chi puniraĢ€ solamente per vendicare l'amor proprio ferito, chi si lascia rubare il cuore da una creatura e per far la corte a quella trascura tutti gli altri ragazzi, chi per rispetto umano ha paura di ammonire chi va ammonito. PercheĢ si vuole sostituire alla caritaĢ€ la freddezza di un regolamento?”.

Don Bosco concludeva quella lunga lettera con queste parole che dettoĢ€ piangendo (secondo la testimonianza del segretario):

“Basta che un giovane entri in una casa salesiana, percheĢ la Vergine SS. lo prenda subito sotto la sua protezione speciale. O miei cari figliuoli, siĢ€ avvicina il tempo nel quale dovroĢ€ staccarmi da voi e partire per la mia eternitaĢ€. Sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita? Nient'altro fuorcheĢ ritornino i tempi felici dell'oratorio: i giorni dell'affetto e della confidenza tra i giovani e i superiori; lo spirito di condiscendenza e sopportazione, per amore di GesuĢ€ Cristo, degli uni verso gli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicitaĢ€ e candore; i giorni della caritaĢ€ e della vera allegrezza per tutti”.

34.
ADDIO A UNA MADRE E A UN RAGAZZO.

Nella prima domenica dell'aprile 1855 don Bosco fece una predica ai suoi ragazzi parlando della santitaĢ€. Qualcuno arriccioĢ€ il naso. Domenico Savio invece ascoltoĢ€ con attenzione. Man mano che don Bosco procedeva con la sua bella voce calda e persuasiva, gli sembrava che la predica fosse fatta solo per lui. Raggiungere la santitaĢ€ come il principino san Luigi, come il grande missionario Francesco Saverio, come i martiri della Chiesa.

Da quel momento Domenico comincioĢ€ a sognare, e il suo sogno fu la santitaĢ€.

Il 24 giugno era il giorno onomastico di don Bosco. Si fece festa grande all'oratorio, come tutti gli anni. Don Bosco, per ricambiare l'affetto e la buona volontaĢ€, disse:

- Ognuno scriva su un biglietto il regalo che desidera da me. Vi assicuro che faroĢ€ tutto il possibile per accontentarvi.

Un biglietto con cinque parole.

Quando lesse i biglietti, don Bosco trovoĢ€ domande serie e sensate, ma trovoĢ€ anche richieste stravaganti che lo fecero sorridere: qualcuno gli chiese cento chili di torrone “per averne per tutto l'anno”. Sul biglietto di Domenico Savio trovoĢ€ cinque parole: “Mi aiuti a farmi santo”.

Don Bosco prese sul serio quelle parole. ChiamoĢ€ Domenico e gli disse: “Ti voglio regalare la formula della santitaĢ€. Eccola: Primo: allegria. CioĢ€ che ti turba e ti toglie la pace non viene da Dio. Secondo: i tuoi doveri di studio e di pietaĢ€. Attenzione a scuola, impegno nello studio, impegno nella preghiera. Tutto questo non farlo per ambizione, ma per amore del Signore. Terzo: far del bene

agli altri. Aiuta i tuoi compagni sempre, anche se ti costa sacrificio. La santitaĢ€ eĢ€ tutta qui”.

Domenico si impegnoĢ€ seriamente. Nella Vita di Domenico Savio che don Bosco scrisse subito dopo la morte del ragazzo, sono raccontati molti episodi, semplici e commoventi. Ne ricordiamo solo uno.

Un giorno un ragazzo aveva portato nell'oratorio un giornale illustrato con figure poco decenti. Subito gli si radunarono intorno cinque o sei compagni. Guardavano, ridacchiavano. Anche Domenico si avvicinoĢ€. Prese dalle mani del proprietario il giornale e lo fece in pezzi. Il ragazzo si mise a protestare, ma Domenico protestoĢ€ anche lui, a voce ancora piuĢ€ alta:

- Belle cose porti dentro l'oratorio! Don Bosco si affatica tutto il giorno per allevarci buoni cittadini e buoni cristiani, e tu gli porti in casa questa roba! Queste figure offendono il Signore, e qui dentro non devono entrare!

Arrivarono e passarono veloci le vacanze scolastiche del 1855. Quando in ottobre i ragazzi tornarono all'oratorio, don Bosco rivide Domenico Savio e ne fu preoccupato:

- Non ti sei riposato durante le vacanze?
- SiĢ€, don Bosco, percheĢ?
- Sei piuĢ€ pallido del solito. Come mai?
- Forse la stanchezza del viaggio - e sorrise tranquillo.

Ma non era stanchezza passeggera. Gli occhi infossati e brillanti, il volto pallido e smunto dicevano chiaramente che la salute di Domenico non era buona. Don Bosco decise di prendere qualche precauzione.

- Quest'anno non andrai a scuola in cittaĢ€. Uscire con la pioggia e la neve potrebbe farti male. Andrai alla scuola di don Francesia qui in casa. CosiĢ€ al mattino potrai riposare di piuĢ€. E abbi moderazione nello studio: la salute eĢ€ un dono di Dio, e non dobbiamo sciuparla.

Domenico obbediĢ€. Ma qualche giorno dopo, come se prevedesse qualcosa di grave che stava per succedergli, disse a don Bosco:

- Mi aiuti a farmi santo in fretta.

La “Compagnia dell'Immacolata”.

Domenico era diventato molto amico di Michele Rua e Giovanni Cagliero, anche se avevano rispettivamente cinque e quattro anni piuĢ€ di lui. Altri suoi amici erano degli ottimi ragazzi, approdati

all'oratorio in quegli anni: Bongiovanni, Durando, Cerruti, Gavio, Massaglia.
All'inizio del 1856 i convittori dell'oratorio erano 153: 63 studenti e 90 artigiani.
Nella primavera, Domenico ebbe un'idea. PercheĢ non unirsi, tutti i giovani piuĢ€

volenterosi, in una “societaĢ€ segreta”, per diventare un gruppo compatto di piccoli apostoli nella massa degli altri? Ne parloĢ€ con alcuni. L'idea piacque. Si decise di chiamare la societaĢ€ “Compagnia dell'Immacolata”.

Don Bosco diede il suo permesso, ma suggeriĢ€ di non precipitare le cose. Provassero, stendessero un piccolo regolamento. Poi se ne sarebbe riparlato.

Provarono. Nella prima “adunanza” si decise chi invitare a iscriversi. Pochi, fidati, capaci di tenere il segreto. Si discusse sul nome di Francesia, il giovanissimo professore di lettere, un ragazzone candido, amico di tutti. Fu scartato percheĢ era un gran chiacchierone, e il segreto con lui avrebbe avuto vita breve.

L'assemblea incaricoĢ€ tre iscritti percheĢ abbozzassero il regolamento: Michele Rua, 19 anni, Giuseppe Bongiovanni, 18 anni, Domenico Savio, 14 anni. Don Bosco afferma peroĢ€ che chi scrisse il testo fu Domenico. Gli altri lo ritoccarono.

Il piccolo regolamento era formato di 21 articoli. I soci si impegnavano a diventare migliori sotto la protezione della Madonna e con l'aiuto di GesuĢ€ Eucaristia; ad aiutare don Bosco divenendo, con prudenza e delicatezza, dei piccoli apostoli tra i compagni; a diffondere gioia e serenitaĢ€ attorno a seĢ.

L'articolo 21, il conclusivo, condensava lo spirito della Compagnia: “Una sincera, filiale, illimitata fiducia in Maria, una tenerezza singolare verso di Lei, una devozione costante ci renderanno superiori ad ogni ostacolo, tenaci nelle risoluzioni, rigidi verso noi stessi, amorevoli col prossimo ed esatti in tutto”.

La Compagnia fu inaugurata l'8 giugno 1856, davanti all'altare della Madonna nella

chiesa di S. Francesco. Ognuno promise di essere fedele all'impegno.
Quel giorno Domenico aveva realizzato il suo capolavoro. Gli rimanevano da vivere

soltanto 9 mesi, ma la sua “Compagnia dell’Immacolata” sarebbe durata piuĢ€ di cento anni (per l'esattezza fino al 1967). In tutte le Case e gli oratori salesiani sarebbe diventata un manipolo di ragazzi impegnati e di future vocazioni sacerdotali.

I soci della Compagnia scelsero di “curare” una categoria di ragazzi che nel loro linguaggio segreto chiamarono “clienti”: gli

indisciplinati, quelli che avevano la parolaccia facile e menavano le mani. Ogni socio ne prendeva in consegna uno, e gli faceva da “angelo custode” per tutto il tempo necessario a metterlo sulla buona strada. Una seconda categoria di “clienti” erano i nuovi arrivati. Li aiutavano a trascorrere in allegria i primi giorni, quando non conoscevano nessuno, non sapevano giocare, parlavano solo il dialetto del loro paese, avevano nostalgia.

Nella quaresima di quel 1856, Domenico Savio (che ricordava tanto a don Bosco la figura pallida e tesa di Luigi Comollo) finiĢ€ in qualche esagerazione. Sentendo, nelle letture liturgiche del tempo, continui inviti alla penitenza, volle farne qualcuna anche lui. Don Bosco fu avvertito da un assistente di refettorio che Domenico Savio digiunava.

Lo avvicinoĢ€ immediatamente. In un colloquio franco seppe da Domenico che non solo aveva cominciato a “digiunare a pane e acqua almeno nel giorno di sabato”, ma si era spinto anche piuĢ€ in laĢ€: aveva tolto dal letto la coperta (mentre il clima era ancora freddo), aveva messo cocci di mattone sotto le lenzuola per rendere il sonno piuĢ€ disturbato. Don Bosco lo bloccoĢ€ con decisione:

- Ti proibisco assolutamente qualunque penitenza. O meglio, te ne concedo una sola: l'obbedienza. EĢ€ una penitenza che costa, piace al Signore, e non rovina la salute. Obbedisci, e a te basta.

Mamma Margherita se ne va.

15 novembre 1856. Cade ammalata mamma Margherita. Una polmonite violenta che si manifesta subito micidiale per i suoi 68 anni logorati dal gran lavorare. Per un attimo, la vita dell'oratorio pare arrestarsi. Come si fa ad andare avanti senza di lei? Attorno al letto si alternano i chierici di don Bosco, i ragazzi piuĢ€ grandi. Quante volte sono entrati nella sua cucina dicendo:

- Mamma, me la date una mela?
- Mamma, eĢ€ pronta la minestra?
- Mamma, non ho piuĢ€ il fazzoletto. - Mamma, ho strappato i pantaloni.

L'eroismo di questa grande donna che si sta spegnendo eĢ€ stato tutto a base di stracci da rammendare, di fieno e grano da falciare, di bucato e pentole. Eppure in quelle umili faccende c'era la fortezza del non stancarsi mai, la fiducia nella Provvidenza. Tra le patate da sbucciare e la polenta da rimestare venivano fuori gli

insegnamenti della fede, il buon senso pratico, la bontaĢ€ dolce della mamma.
Don Bosco ha imparato da lei il suo sistema educativo. EĢ€ stato lui per primo ad essere educato con ragione, religione e amorevolezza. La Congregazione Salesiana eĢ€ stata cullata

sulle ginocchia di mamma Margherita, che ora si va spegnendo come una candela.
Viene dai Becchi Giuseppe con i nipoti piuĢ€ grandi. Il teologo Borel, suo confessore da

quando eĢ€ arrivata a Torino, viene a portarle il Viatico.
Raduna le ultime forze per parlare al suo Giovanni:
- Stai attento, percheĢ molti invece della gloria di Dio, cercano l'utilitaĢ€ propria. Vicino a

te ci sono di quelli che amano la povertaĢ€ negli altri, ma non in se stessi. Quello che si chiede agli altri bisogna cominciare a farlo noi.

Non vuole che Giovanni la veda soffrire, pensa agli altri fino all'ultimo momento.

- Va', Giovanni. Tu soffri troppo nel vedermi cosiĢ€. Ricordati che questa vita consiste nel patire. I veri godimenti saranno nella vita eterna. Adesso va' via, te lo chiedo per piacere. Prega per me, addio.

Margherita Bosco ha espresso in queste semplici parole la genuina “concezione cristiana della vita” della gente contadina. La convinzione che ha aiutato uomini e donne della campagna a tirare avanti la vita, nonostante la carestia, la morte dei bambini, la fatica che fiaccava. E questo per secoli.

Accanto alla vecchia mamma che muore rimangono Giuseppe e don Alasonatti. Si spegne alle 3 del mattino del 25 novembre. Giuseppe va nella stanza di don Bosco, e si gettano le braccia al collo piangendo.

Due ore dopo, don Bosco chiama Giuseppe Buzzetti. EĢ€ l'amico dei momenti piuĢ€ amari, l'unico da cui non ha vergogna di farsi vedere piangere. Va a celebrare la Messa per sua madre nella cappella sotterranea del Santuario della Consolata. Dopo, si inginocchiano davanti all'immagine della Madonna, e don Bosco mormora: “Ora io e i miei figli siamo senza madre sulla terra. Stateci vicina, fateci da madre voi”.

Alcuni giorni dopo, Michele Rua va a trovare sua mamma, la signora Giovanna Maria:

- Da quando eĢ€ morta mamma Margherita - dice - non sappiamo piuĢ€ come fare. Non c'eĢ€ nessuno che faccia la minestra, che rammendi le calze. Mamma, vuoi venirci tu?

A 56 anni la signora Giovanna Maria segue il figlio e diventa la seconda mamma dell'oratorio. Lo saraĢ€ per 20 anni.

Un ragazzo che parla con Dio.

Dicembre. Le strade di Torino sono giaĢ€ spruzzate dalla prima neve. EĢ€ notte, e per le vie sono accesi i fanali. Don Bosco, come ogni sera, eĢ€ curvo al tavolo di lavoro davanti a un mucchietto di lettere che attendono risposta. Lo impegneranno fin oltre mezzanotte. Ed ecco un leggero bussare alla porta:

- Avanti. Chi eĢ€?

- Sono io - dice Domenico Savio entrando rapido -. Presto, venga con me, c'eĢ€ un'opera di caritaĢ€ da fare.

- Adesso, di notte? Dove vuoi portarmi?

- Faccia presto, don Bosco, faccia presto.
Don Bosco esita. Ma guardando Domenico vede che il suo volto, di solito sereno, eĢ€

molto serio. Anche le sue parole sono decise come un comando. Don Bosco si alza, prende il cappello e lo segue.

Domenico scende velocemente le scale, esce dal cortile, infila deciso la strada per la cittaĢ€, svolta in una via, in una seconda. Non parla neĢ si ferma. Nel dedalo di vie e viuzze procede sicuro. Sale una scala. Don Bosco lo segue: primo piano, secondo, terzo. Domenico si ferma, bussa. Prima che qualcuno venga ad aprire dice a don Bosco:

- EĢ€ qui che deve entrare -. E se ne torna a casa.
La porta si apre. Si affaccia una donna scarmigliata. Vede don Bosco ed esclama:
- EĢ€ il Signore che lo manda. Presto, presto, altrimenti non fa piuĢ€ in tempo. Mio marito

ha avuto la disgrazia di abbandonare la fede tanti anni fa. Adesso sta morendo, e chiede per pietaĢ€ di potersi confessare.

Don Bosco si avvicina al letto dell'ammalato, e trova un poveri uomo spaventato e sull'orlo della disperazione. Lo confessa, gli daĢ€ l'assoluzione. Pochi minuti dopo quell'uomo muore.

Passa qualche giorno. Don Bosco eĢ€ ancora impressionato da cioĢ€ che eĢ€ accaduto. Come ha potuto Domenico sapere di quel malato? Lo avvicina in un momento in cui nessuno li ascolta:

- Domenico, l'altra sera quando sei venuto nel mio ufficio a chiamarmi, chi ti aveva parlato di quel malato? Come hai fatto a saperlo?

Allora succede una cosa che don Bosco non si aspettava: il ragazzo lo guarda con aria mesta e si mette a piangere. Don Bosco non osa fargli altre domande, ma capisce che nel suo oratorio c'eĢ€ un ragazzo che parla con Dio.

“Dal Paradiso potroĢ€ vedere i miei compagni?”

Nel febbraio del 1857 l'inverno di Torino divenne rigidissimo. Domenico Savio si fece piuĢ€ pallido. Era scosso da una tosse profonda, e le sue forze diminuivano rapidamente. Don Bosco, preoccupato, chiamoĢ€ dei buoni medici percheĢ lo visitassero. Il professor Vallauri, dopo una visita accurata, disse:

- La gracile complessione e la continua tensione di spirito sono come lime che gli rodono la vita.

- Che cosa posso fare per lui? - insistette don Bosco. Vallauri si strinse desolato nelle spalle. La medicina, in quegli

anni, praticamente non esisteva.
- Lo rimandi all'aria nativa, e gli faccia sospendere per un po' di tempo gli studi. Quando Domenico conobbe la decisione, si rassegnoĢ€. Ma gli rincresceva moltissimo

lasciare gli studi, gli amici, e specialmente don Bosco.
- Ma percheĢ non vuoi andare a godere la compagnia dei tuoi genitori?
- PercheĢ vorrei finire la mia vita qui, nell'oratorio.
- Non dire cosiĢ€. Tu adesso vai a casa, ti rimetti in salute e poi torni.
- Questo no - sorrise Domenico, scuotendo la testa -. Io me ne vado e non torneroĢ€ piuĢ€.

Don Bosco, eĢ€ l'ultima volta che possiamo parlarci. Mi dica: cosa posso ancora fare per il Signore?

- Offrigli spesso le tue sofferenze.
- E che cos'altro ancora?
- Offrigli anche la tua vita.
- Dal Paradiso potroĢ€ vedere i miei compagni dell'oratorio, i miei genitori? - SiĢ€ - mormoroĢ€ don Bosco cercando di vincere la commozione.

- E... potroĢ€ venire a trovarli?

- Se il Signore vorraĢ€, potrai venire.
Era il 1° marzo, domenica. Il saluto piuĢ€ commovente lo diede agli amici della

“Compagnia”. Poi arrivoĢ€ il calesse del babbo che

doveva condurlo a Mondonio. All'angolo della via agitoĢ€ ancora la mano a salutare l'oratorio, gli amici, il “suo” don Bosco, che rimase con un dolore profondo a guardare la carrozza che si allontanava. Era partito il suo alunno migliore, il santino che la Madonna aveva regalato per tre anni al suo oratorio.

Si spense quasi all'improvviso il 9 marzo 1857. Gli era accanto il papaĢ€. Ebbe appena la forza di mormorare:

- Addio papaĢ€... il parroco mi diceva... ma io non ricordo... che bella cosa io vedo. Pio XII lo dichiareraĢ€ santo il 12 giugno 1954. Il primo santo di quindici anni.

La fascia color del sangue.

Don Bosco l'avrebbe visto ancora una volta, nel grande “sogno” fatto a Lanzo nella notte del 6 dicembre 1876. La sua narrazione occupa dieci fitte pagine del 12° volume delle Memorie Biografiche. Noi siamo costretti a darne soltanto un rapido cenno.

“Mi sembroĢ€ di trovarmi sulle sponde di una pianura immensa, azzurra come il mare. Ma non era acqua: sembrava un terso e lucente cristallo. Nell'aria c'era una musica dolcissima.

Ed ecco apparire una quantitaĢ€ immensa di giovani; moltissimi li conoscevo, erano stati nell'oratorio e negli altri nostri collegi; ma la maggior parte mi era del tutto ignota. Quella folla sterminata veniva verso di me. Alla loro testa avanzava Savio Domenico, e subito dopo procedevano molti e molti altri chierici e preti, ciascuno guidando una squadra di giovani.

Savio Domenico si avanzoĢ€ solo e si fermoĢ€ cosiĢ€ vicino a me, che se avessi steso la

mano, l'avrei certamente toccato. Com'era bello! Una tunica candidissima gli scendeva fino ai piedi. Un'ampia fascia rossa cingeva i suoi fianchi. Il capo era cinto di una corona di rose. Sembrava un angelo.

Savio Domenico aperse la bocca:

- PercheĢ stai liĢ€ muto? Non sei tu quell'uomo che una volta non ti spaventavi di nulla, che affrontavi intrepido le calunnie, le persecuzioni, i nemici, le angustie e i pericoli di ogni genere? PercheĢ non parli?

Risposi balbettando:
- Sei tu dunque Savio Domenico?
- Sono io. Non mi riconosci piuĢ€? Sono venuto per parlarti. Tante volte ci siamo parlati

sulla terra. Quante volte tu mi hai

dato segni di amicizia. E questo tuo vivo amore non era da me corrisposto? Era grande la mia confidenza in te!

- Ma dove siamo?
- Sei nel luogo della felicitaĢ€.
- PercheĢ hai questa tunica splendente? E percheĢ quella fascia rossa ai tuoi fianchi?

Una voce cantoĢ€ le parole della Bibbia: " Sono vergini, e seguono l'Agnello dovunque vada ". Allora capii che quella fascia rossa, color del sangue, era il segno dei grandi sacrifici fatti, quasi del martirio sofferto per conservare la virtuĢ€ della purezza. Lo splendore della veste era segno dell'innocenza battesimale conservata.

- PercheĢ vai avanti agli altri? - gli domandai ancora.

- Io sono ambasciatore di Dio. Quanto al passato ti dico che la tua Congregazione ha fatto molto del bene. Vedi quel numero sterminato di giovani? Furono salvati da te, o dai tuoi preti, o chierici, o altri che tu hai messo sulla via della vocazione. Ma sarebbero molto piuĢ€ numerosi se avessi avuto piuĢ€ fede e confidenza nel Signore.

- E il presente?
Domenico mi porse un mazzolino di fiori: rose, viole, gigli, genziane, spighe di grano...

E disse:
- Presentalo ai tuoi figli. La rosa eĢ€ il segno della caritaĢ€, la viola dell'umiltaĢ€, la genziana

della penitenza, il giglio della castitaĢ€, le spighe dell'amore all'Eucaristia. - E per l'avvenire?

- Sappi che Dio prepara grandi cose per la tua Congregazione. Grande gloria eĢ€ preparata per essa. Ma tu procura che i tuoi Salesiani non escano dal giusto sentiero da te indicato. Se i tuoi saranno degni della loro alta missione, l'avvenire saraĢ€ splendidissimo, e porteraĢ€ salvezza a una infinitaĢ€ di persone. Alla condizione che i tuoi figli siano devoti della Beata Vergine e sappiano conservare la virtuĢ€ della castitaĢ€, che tanto piace agli occhi di Dio.

- E quanto a me?
- Oh, se sapessi quante vicende hai ancora da sostenere! Allora io tesi le mani per

afferrare quel santo figliuolo, ma le
sue mani mi sfuggirono, come se fossero d'aria, e non potei stringerle”.

35.
“FRATE O NON FRATE, IO RIMANGO CON DON BOSCO”.

Un giorno dell'estate 1857, don Bosco fu ricevuto dal ministro Rattazzi. La conversazione cadde sull'“opera degli oratori”, che il ministro apprezzava, specialmente dopo l'impegno dei giovani per i colerosi e il fatto della Generala. Secondo la relazione del Lemoyne, il discorso ebbe questo svolgimento:

- Io mi auguro che lei, don Bosco, viva per molti anni. Ma anche lei puoĢ€ morire. Che ne sarebbe allora dei suoi ragazzi?

- Giro a lei la domanda, ministro. Cosa potrei fare per garantire la sopravvivenza della

mia opera?
- A mio avviso, lei dovrebbe scegliere alcuni tra i laici ed ecclesiastici di sua

confidenza, e formarne una SocietaĢ€, imbeverli del suo spirito, ammaestrarli nel suo sistema. Per ora essi saranno i suoi aiutanti, e domani saranno i suoi continuatori.

Don Bosco sorrise.
- Ma lei due anni fa ha fatto approvare una legge per la soppressione di molte

ComunitaĢ€ religiose. Ora cioĢ€ che lei propone eĢ€ proprio una nuova ComunitaĢ€ religiosa. La lasceraĢ€ sopravvivere il governo?

- La legge della soppressione io la conosco bene - sorrise a sua volta Rattazzi -. Lei puoĢ€ fondare una SocietaĢ€ che nessuna legge potraĢ€ mai affondare.

- E come?

- Uno Stato laico non potraĢ€ mai riconoscere una “SocietaĢ€ religiosa” come dipendente dalla Chiesa, cioeĢ€ da un'autoritaĢ€ diversa dalla sua. Ma se nasce una SocietaĢ€ in cui ogni membro conserva i diritti civili, si assoggetta alle leggi dello Stato, paga le tasse, lo Stato non puoĢ€ avere niente da dire. In faccia a esso, questa SocietaĢ€ non eĢ€ nient'altro che un'associazione di liberi cittadini, i quali si uniscono e vivono insieme per uno scopo di beneficenza, come altri

si uniscono per uno scopo di commercio, di industria, di mutuo soccorso. Se poi, al loro interno, questi soci accettano anche l'autoritaĢ€ dei vescovi e del Papa, lo Stato se ne lava le mani: qualsiasi associazione di liberi cittadini eĢ€ permessa, purcheĢ rispetti le leggi e l'autoritaĢ€ dello Stato.

Don Bosco ringrazioĢ€ il ministro, e l'assicuroĢ€ che ci avrebbe riflettuto. Rattazzi non aveva fatto altro che dare una forma limpida alle idee che don Bosco si portava dentro da anni. Egli stava appunto studiando come fondare una Congregazione che “in faccia alla Chiesa” fosse di religiosi, e “in faccia allo Stato” fosse di liberi cittadini. La difficoltaĢ€ principale era: la Santa Sede avrebbe accettato questa nuova impostazione che accettava in pratica la divisione tra Stato e Chiesa (principio liberale), e rivoluzionava gli schemi classici della vita religiosa? Fino allora i religiosi erano stati tali “sia in faccia alla Chiesa sia in faccia allo Stato”.

Una traccia scritta per la Congregazione che nasceva.

Mentre pensava alla “formula”, don Bosco si preoccupava delle persone che avrebbero formato questa sua Congregazione. I collaboratori adulti, uno dopo l'altro, l'avevano abbandonato. La via da seguire gliel'aveva indicata la Madonna nei sogni: far uscire i pastori dal gregge.

Michele Rua, nel marzo 1855, aveva fatto per primo i voti. Alcuni mesi dopo li fece don Alasonatti.

Nel 1856 fu la volta di Giovanni B. Francesia, che compose per l'occasione un solenne carme latino.

Ma nessuno di questi tre credeva di far parte di una “Congregazione”. Pensavano soltanto di essersi uniti maggiormente a don Bosco “per dargli una mano”.

E don Bosco continuava ad essere molto prudente: le congregazioni ed i frati non erano di moda a quel tempo. Egli evitoĢ€ accuratamente ogni “apparenza di costumanze religiose: non meditazioni regolari, non lunghe preghiere, non osservanze austere” (E. Ceria).

Del resto, fino al 1859 niente autorizzava don Bosco a dichiararsi “capo di una congregazione religiosa”. Era circondato da un buon numero di chierici che avevano ricevuto da lui l'abito chiericale. Tuttavia questo era stato possibile solo percheĢ l'arcivescovo ne vedeva la necessitaĢ€ “per l'opera degli oratori”. E d'altra parte, questi chierici avevano dovuto subire un esame preliminare presso

la Curia della cittaĢ€, seguivano le lezioni del seminario, fatta eccezione per i pochi che ne erano dispensati percheĢ il loro lavoro era indispensabile all'oratorio. Don Bosco governava

gli oratori, il convitto di Valdocco, i chierici, sotto l'autoritaĢ€ dell'arcivescovo di Torino mons. Fransoni.

Non c'era l'apparenza, ma la sostanza andava condensandosi. Occorreva segnare una traccia scritta della Congregazione che nasceva, una “regola” che fissasse i punti essenziali dello spirito e del metodo.

Don Bosco comincioĢ€ in silenzio questo lavoro nel 1855: attinse alla sua esperienza, ai “regolamenti” che aveva tracciato per l'oratorio, chiese consiglio, si documentoĢ€ con cura sulle regole degli ordini antichi e delle congregazioni piuĢ€ recenti, come l'Istituto di CaritaĢ€ di Rosmini e gli Oblati dell'abate Lanteri.

Il colloquio con Rattazzi (in cui il ministro gli aveva ripetuto soltanto cioĢ€ che aveva esposto pubblicamente alla Camera dei Deputati) fu uno “sprazzo di luce” che gli fece capire come poteva adattare la sostanza della vita religiosa alle nuove condizioni imposte dalle condizioni politiche. Don Bosco difenderaĢ€ con decisione i “diritti civili” dei suoi religiosi.

Alla fine del 1857, il primo testo della “regola” salesiana (che verraĢ€ indifferentemente chiamato Regole o Costituzioni) era pronto. Iniziava lo sfibrante lavoro per ottenere l'approvazione delle autoritaĢ€ religiose.

Messo al corrente dell'iniziativa di don Bosco, mons. Fransoni dal suo esilio lionese si mostroĢ€ molto incoraggiante. Per maggior sicurezza, gli consiglioĢ€ di andare a parlare del suo progetto al papa Pio IX.

Incontro con il Papa.

Nei primi giorni del febbraio 1858, Michele Rua passa molte ore notturne a copiare in elegante grafia il manoscritto delle Regole. Don Bosco gli ha raccomandato:

- Copiale bene. Le porteremo insieme al Papa.

Il 18 febbraio partono insieme per Roma. EĢ€ un viaggio lungo e difficile per quel tempo: lo fanno parte per terra e parte per mare, muniti di regolare passaporto. Don Bosco, partendo, ha creduto opportuno far testamento. L'oratorio eĢ€ affidato a don Alasonatti.

Il 9 marzo don Bosco ha la prima udienza da Pio IX. Il Papa gli dimostra una benevolenza che non saraĢ€ piuĢ€ smentita. Non

nasconde la propria ammirazione davanti all'attivitaĢ€ esuberante del sacerdote torinese. Egli approva l'intenzione di fondare una Congregazione adatta ai tempi, ma aggiunge alcune raccomandazioni: la piuĢ€ importante eĢ€ quella di legare tra loro i soci non solo con “promesse” (come aveva suggerito Rattazzi), ma con veri “voti religiosi”. Dice a don Bosco che anche il Papa ha bisogno di pensarci sopra. “Andate, pregate, e dopo alcuni giorni ritornerete e vi diroĢ€ il mio pensiero”.

Felice dell'accoglienza, don Bosco rivede il testo delle Regole e lo fa ricopiare ancora da Rua.

21 marzo. Seconda udienza da Pio IX. Il Papa ci ha pensato, e precisa la sua idea:

“Mi sono convinto che il vostro progetto potraĢ€ procurare molto bene alla gioventuĢ€. Bisogna attuarlo. Le Regole siano miti e di facile osservanza. La maniera di vestire, le pratiche di pietaĢ€ non vi facciano distinguere in mezzo al secolo. Forse, a questo fine, sarebbe meglio chiamarla SocietaĢ€ anzicheĢ Congregazione. Insomma, fate in modo che ogni membro di essa in faccia alla Chiesa sia un religioso, e nella civile societaĢ€ sia un cittadino”.

Don Bosco pensoĢ€ rapidamente che Pio IX e Rattazzi andavano abbastanza d'accordo. PresentoĢ€ al Papa il breve testo delle Regole:

“In questo regolamento, ritoccato secondo le vostre raccomandazioni, eĢ€ racchiusa la disciplina e lo spirito che da vent'anni ci guida”.

Quelle Regole non avevano nulla di monastico. Si trattava di una societaĢ€ di ecclesiastici e di laici uniti dai voti e desiderosi di consacrarsi al bene della gioventuĢ€ povera. In faccia allo Stato erano cittadini: “Ognuno, nell'entrare, non perderaĢ€ il diritto civile anche dopo aver fatto i voti, percheĢ conserva la proprietaĢ€ delle cose sue”. In faccia alla Chiesa erano religiosi: “I frutti dei suoi beni, per tutto il tempo che rimarraĢ€ in Congregazione, devono essere ceduti a favore della Congregazione”.

“In una terza e ultima udienza del 6 aprile - racconta don Ceria negli Annali della

SocietaĢ€ Salesiana - Pio IX gli restituiĢ€ il manoscritto, dicendogli di passarlo al cardinale Gaude”.

Questo cardinale piemontese era in ottimi rapporti con don Bosco. Lesse, ritoccoĢ€ ancora. Quindi consiglioĢ€ a don Bosco che si provasse a sperimentare le Regole cosiĢ€ ritoccate. Poi si sarebbero nuovamente presentate al Papa.

Don Bosco lascioĢ€ Roma il 14 aprile.

Una settimana per decidere la vita.

9 dicembre 1859. Don Bosco pensa che sia giunto il momento di parlare apertamente di Congregazione religiosa. Ai “Salesiani» riuniti nella sua camera (diciannove), parla pressappoco in questi termini:

“Da molto tempo pensavo di fondare una Congregazione. Ecco giunto il momento di venire al concreto. Il santo Padre Pio IX ha incoraggiato e lodato il mio proposito. Veramente questa Congregazione non nasce adesso: esisteva giaĢ€ per quell'insieme di Regole che voi avete sempre osservato per tradizione. Si tratta ora di andare avanti, di costituire formalmente la Congregazione e di accettarne le Regole. Sappiate peroĢ€ che vi saranno iscritti soltanto coloro che, dopo averci riflettuto seriamente, vorranno fare a suo tempo i voti di povertaĢ€, castitaĢ€ e obbedienza. Vi lascio una settimana di tempo per pensarci sopra”.

All'uscita dalla riunione ci fu un silenzio insolito. Ben presto, quando le bocche si aprirono, si poteĢ€ costatare che don Bosco aveva avuto ragione a procedere con lentezza e prudenza. Alcuni borbottavano tra i denti che don Bosco voleva fare di loro dei frati. Cagliero misurava a grandi passi il cortile in preda a sentimenti contraddittori.

Ma il desiderio di “rimanere con don Bosco” ebbe il sopravvento nella maggioranza. Cagliero usciĢ€ nella frase che sarebbe diventata storica: “Frate o non frate, io rimango con don Bosco”.

Alla “conferenza di adesione”, che si tenne la sera del 18 dicembre, mancarono due soli dei diciannove che avevano partecipato alla conferenza precedente. Ecco il condensato del verbale redatto da don Alasonatti:

“Nella camera del sacerdote Bosco Giovanni, alle ore nove pomeridiane, si radunavano: don Bosco, il sacerdote Alasonatti Vittorio, i chierici Savio Angelo diacono, Rua Michele suddiacono, Cagliero Giovanni, Francesia G. Battista, Provera Francesco, Ghivarello Carlo, Lazzero Giuseppe, Bonetti Giovanni, Anfossi Giovanni, Marcellino Luigi, Cerruti Francesco, Durando Celestino, Pettiva Secondo, Rovetto Antonio, Bongiovanni Cesare Giuseppe, il giovane Chianale Luigi.

Piacque ai medesimi congregati di erigersi in SocietaĢ€ o Congregazione.

Pregarono unanimi don Bosco, iniziatore e promotore, a gradire la carica di Superiore Maggiore, il quale accettoĢ€ con la riserva di

nominarsi il Prefetto: gli pareva non dovesse muoversi da quell’ufficio lo scrivente. Direttore spirituale all'unanimitaĢ€ fu scelto il suddiacono Rua Michele. Economo fu riconosciuto il diacono Angelo Savio. I tre consiglieri, fattasi la votazione, furono i chierici Cagliero Giovanni, Bonetti Giovanni e Ghivarello Carlo. Fu cosiĢ€ definitivamente costituito il

corpo di amministrazione (fu poi chiamato Capitolo Superiore) per la nostra SocietaĢ€”.

“Cosa stai a fare all'oratorio?”

La Congregazione era nata. Don Bosco ne provoĢ€ una grande gioia. Ma credo che in quel giorno una ruga di malinconia gli rimase in fondo all'anima: tra i diciassette che avevano accettato non c'era il suo carissimo Giuseppe Buzzetti.

Maneggiando una pistola (per difendere gli oggetti esposti nella prima lotteria) aveva subito un incidente grave: avevano dovuto amputargli il dito indice della mano sinistra. Questo, a quel tempo, era considerato un impedimento serio a diventare sacerdote.

L'incidente, “unito all'umiltaĢ€” osserva don Lemoyne, aveva persuaso Buzzetti a rinunciare all'abito chiericale.

Ma dedicava ogni ora della sua giornata al “suo” don Bosco e all'oratorio. Teneva la manutenzione della casa - elenca don Lemoyne -, assisteva in refettorio, apparecchiava le tavole, provvedeva alle pulizie, faceva scuola di catechismo, teneva l'amministrazione e provvedeva alla spedizione delle Letture Cattoliche. Diresse anche la scuola di canto fino al 1860, quando la cedette a Giovanni Cagliero. “Con la sua mente perspicace e l'attivitaĢ€ pronta era l'anima di tutte le lotterie, andava in cerca di lavoro per i laboratori, ordinava il pane e provvedeva alle compere”.

Sentiva l'oratorio come carne della sua carne. Quando era crollato l'edificio quasi terminato, aveva esaminato con pignoleria le fatture. Aveva trovato ordinazioni di materiale scadente, e aveva investito l'impresario con parole pesanti. Don Bosco stesso aveva dovuto calmarlo:

- Dobbiamo avere pazienza. Vedrai che il Signore ci aiuteraĢ€.

- SiĢ€, siĢ€, ci aiuteraĢ€! Ma intanto lei veglia, lavora giorno e notte per avere qualche centinaio di lire, e questi qui gliene rubano migliaia in un momento. Bisognerebbe dar loro una lezione decisa.

- Lasciamo andare. Se la meritano, gliela daraĢ€ il Signore. Buzzetti (continua Lemoyne da cui abbiamo preso il dialogo)

faceva la guardia a don Bosco, accompagnandolo quando si temeva qualche pericolo, gli andava incontro alla sera. La sua figura vigorosa, la foltissima barba rossa, tolsero a parecchi malintenzionati la voglia di attaccare il prete di Valdocco.

I suoi fratelli muratori (Carlo era diventato un ottimo capomastro) parecchie volte gli dissero:

- Se non ti vuoi far prete, cosa ci stai a fare all'oratorio? Se morisse don Bosco, senza nessun mestiere in mano, come te la caveresti? - E lui:

- Don Bosco mi ha garantito che anche dopo la sua morte, per me ci saraĢ€ sempre un pezzo di pane. Per me va bene cosiĢ€.

Eppure questo giovane uomo (nel 1859 aveva 27 anni) che avrebbe dato per don Bosco la vita, non se la sentiva di fare i voti, di diventare salesiano.

Il primo “laico” ammesso nella SocietaĢ€ Salesiana fu Giuseppe Rossi. Il “capitolo della SocietaĢ€ Salesiana” si riuniĢ€ per decidere la sua ammissione il 2 febbraio 1860. Con Rossi, la parola “coadiutore” fece la sua apparizione nel vocabolario della Congregazione, con il significato di “salesiano laico”.

La crisi di Giuseppe Buzzetti.

Il 14 maggio 1862 segnoĢ€ una nuova tappa nel consolidamento della SocietaĢ€ Salesiana. Riuniti nella solita stanzetta di don Bosco, i “confratelli”, rispondendo all'invito di don Bosco, “promisero a Dio di osservare le Regole facendo voto di povertaĢ€, di castitaĢ€ e di obbedienza per tre anni”. Erano ventidue, non compreso il fondatore.

Don Bosco, al termine, disse: “Mentre voi facevate a me questi voti, io li facevo pure a questo Crocifisso per tutta la mia vita, offrendomi in sacrificio al Signore”.

Nel gruppo dei ventidue facevano parte altri due laici, tra loro molto diversi. Il primo, Giuseppe Gaia, sarebbe stato per molti anni cuoco all'oratorio. Il secondo, Federico Oreglia di S. Stefano, apparteneva all'aristocrazia torinese. Don Bosco l'aveva conquistato durante un corso di Esercizi Spirituali, facendogli chiudere un periodo di “vita avventurosa e galante”. Per nove anni avrebbe reso molti servizi all'oratorio, poi sarebbe entrato tra i Gesuiti.

Una tentazione facile, negli anni che seguirono e che videro altri laici aderire alla Congregazione, era quella di considerare i non sacerdoti e chierici come “servitori” della casa, o almeno come “categoria di second'ordine”.

Nacque probabilmente in questo contesto la “crisi” di Giuseppe Buzzetti. EĢ€ narrata nel volume quinto delle Memorie Biografiche, da cui condensiamo.

Egli intuiva che l'antica vita patriarcale di famiglia sarebbe stata modificata dai regolamenti; vedeva a poco a poco passare in mano dei chierici la direzione della casa, le incombenze che prima erano affidate a lui. Malinconia e scoraggiamento lo decisero a partire. Si trovoĢ€ un posto in Torino e andoĢ€ a congedarsi da don Bosco. Con la solita schiettezza gli disse che ormai stava diventando l'ultima ruota del carro, che doveva obbedire a quelli che aveva visto arrivare bambini, a cui aveva insegnato a soffiarsi il naso. ManifestoĢ€ la sua grande tristezza nel dover partire da quella casa che aveva visto venir su dai giorni della tettoia.

Don Bosco non gli disse: “Mi lasci solo. Come faroĢ€ senza di te?”. Non compianse se stesso. PensoĢ€ a lui, al suo amico piuĢ€ caro: “Hai giaĢ€ trovato un posto? Ti daranno una paga buona? Non hai denaro, e certamente te ne occorreraĢ€ per le prime spese”. ApriĢ€ i cassetti della scrivania: “Tu li conosci meglio di me questi cassetti. Prendi tutto quello che ti occorre, e se non basta dimmi cioĢ€ che hai bisogno e te lo procureroĢ€. Non voglio, Giuseppe, che debba patire qualche privazione per me”. Poi lo guardoĢ€ con quell'amore che solo lui aveva per i suoi ragazzi: “Ci siamo sempre voluti bene. E spero che non mi dimenticherai mai”.

Allora Buzzetti scoppioĢ€ a piangere. Pianse a lungo, e disse: “No, non voglio lasciare don Bosco. ResteroĢ€ sempre con lei”.

Il “coadiutore” che don Bosco portava nel cuore.

Fu forse questo avvenimento che stimoloĢ€ don Bosco a definire meglio la figura del salesiano laico, del “coadiutore” nella Congregazione Salesiana.

31 marzo 1876. In una “buona notte” riservata agli artigiani, indicoĢ€ in che cosa consisteva la vocazione del salesiano laico: “Notate che tra i soci della Congregazione non c'eĢ€ distinzione alcuna; sono trattati tutti alla stessa maniera, artigiani, chierici e preti; noi ci consideriamo tutti come fratelli”.

Nel 1877, Giuseppe Buzzetti si decise a far domanda di entrare nella SocietaĢ€ Salesiana. La sua domanda la volle presentare don Bosco stesso al “Capitolo Superiore”, costituito quasi per intero da quei ragazzetti a cui Giuseppe “aveva insegnato a soffiarsi il

naso”. Fu accettato a pieni voti, e credo che quella fu una delle giornate piuĢ€ intimamente belle per don Bosco.

Molti altri “coadiutori” facevano ormai parte della SocietaĢ€ Salesiana con mansioni svariatissime: Pelazza e Gambino erano direttori di laboratori; Marcello Rossi era portinaio; Nasi infermiere; Giuseppe Rossi amministratore; Enria factotum; Falco e Ruffato cuochi. Ma tutti “coadiuvavano il sacerdote” con responsabilitaĢ€ apostoliche: insegnavano catechismo, erano assistenti e educatori.

La “tentazione”, di cui parlavamo poco sopra, tornoĢ€ negli ultimi anni della vita di don Bosco. Nel terzo “Capitolo Generale” della Congregazione, tenuto nel 1883, qualcuno disse: “Bisogna tenere bassi i coadiutori, formare per essi una categoria distinta”. Don Bosco reagiĢ€ con vivacitaĢ€: “No, no, no. I confratelli coadiutori sono come tutti gli altri”. E parlando nello stesso anno ai Salesiani laici affermava con forza: “Voi non dovete essere chi lavora direttamente o fatica, ma bensiĢ€ chi dirige. Voi dovete essere come padroni sugli altri operai, non come servi. Questa eĢ€ l'idea del coadiutore salesiano. Io ho tanto bisogno di avere molti che mi vengano ad aiutare in questo modo! Sono percioĢ€ contento che abbiate abiti adatti e puliti; che abbiate letti e celle convenienti, percheĢ non dovete essere servi ma padroni, non sudditi ma superiori”.

Pietro Braido, studioso del problema, afferma: “La figura del coadiutore (nella mente di don Bosco) non sorse di colpo come una creazione tutta nuova e originale, ma emerse gradualmente, tra oscillazioni e incertezze”.

Noi osiamo affermare che forse la “figura ideale” del coadiutore che don Bosco portoĢ€ in cuore per tanti anni fu quella di Giuseppe Buzzetti: fidatissimo, umile, sempre presente nei momenti difficili e delicati, che sentiva l'oratorio come la sua famiglia, carne viva della sua vita, che si sentiva realizzato percheĢ la “sua famiglia” si realizzava, che non capiva molto di

cose giuridiche ma ad ogni costo “voleva stare con don Bosco”.

36.

SETTE CARABINIERI PER UN RAGAZZO.

Negli anni che seguono il 1850, don Bosco eĢ€ impegnatissimo a far nascere la sua “Congregazione Salesiana”. Ma sarebbe un errore veramente grave pensare che i pensieri, i viaggi, gli incontri per fondare la SocietaĢ€ lo staccassero dai ragazzi. Don Bosco non fu mai “capo di una azienda”, ma “padre di una famiglia”. E nella sua famiglia, la presenza dei ragazzi la considerava essenziale.

Appena tornava da viaggi, incontri, affari, si rimetteva nel confessionale dei ragazzi. Ai giovani pensava sempre, nelle anticamere di Roma e sotto la tettoia di una stazione mentre aspettava un treno.

Sotto la tettoia della stazione di Carmagnola, in una nebbiosa sera dell'autunno 1857, aspettava appunto il treno per Torino. Qualsiasi altro viaggiatore, in quel freddo umido, avrebbe cercato un po' di riparo nella sala d'aspetto. Don Bosco, invece, aveva sentito dei ragazzi che giocavano, e fissando gli occhi nella nebbia li cercava.

“Tra quelle grida - scrisse - si sentiva distinta una voce che dominava tutte le altre. Era come la voce di un capitano, che era da tutti seguita come un comando. Nacque in me vivo desiderio di conoscere colui che sapeva dirigere un cosiĢ€ notevole schiamazzo”.

Si avvicina. Appena la veste nera sbuca dalla nebbia, i monelli se la danno a gambe. “Uno solo si arresta, si fa avanti, e appoggiando le mani sui fianchi, con aria imperiosa comincia a parlarmi cosiĢ€: " Chi siete? Che cosa volete da noi?.

Perdere il treno o perdere un ragazzo.

Don Bosco fissa quel ragazzo dai capelli scompigliati, e in fondo agli occhi colmi di fierezza vede una vita prorompente, che pur

troppo sta andando alla deriva. Con un dialogo di pochi minuti vince la diffidenza, e sa di lui il nome, “Michele Magone”, la situazione, “tredici anni, senza padre”, la prospettiva per il futuro, “ho imparato il mestiere del fannullone”.

Il treno fischia, c'eĢ€ pericolo di perderlo. Ma perdere quel ragazzo sarebbe una disgrazia molto piuĢ€ grossa. Gli mette nelle mani una medaglia della Madonna e gli dice svelto:

- Vai da don Ariccio, tuo viceparroco. Digli che il prete che ti ha dato questa medaglia desidera informazioni su di te.

Pochi giorni dopo, don Bosco ricevette una lettera dal viceparroco di Carmagnola. Diceva: “Il giovane Magone Michele eĢ€ un povero ragazzo orfano di padre; la madre, dovendo pensare a dar pane alla famiglia, non puoĢ€ assisterlo; la sua volubilitaĢ€ e sbadataggine l'hanno fatto cacciare piuĢ€ volte dalla scuola; tuttavia egli ha fatto abbastanza bene la terza elementare.

In quanto alla moralitaĢ€, io lo credo buono di cuore, e di semplici costumi; ma difficile a domarsi. Nelle classi di scuola e di catechismo eĢ€ il disturbatore universale; quando non interviene, tutto eĢ€ pace; e quando se ne parte, fa un beneficio a tutti.

L'etaĢ€, la povertaĢ€, l'indole, l'ingegno lo rendono degno di ogni caritatevole riguardo”.

Don Bosco rispose che, se il ragazzo e sua mamma accettavano, era disposto a ospitarlo nel suo oratorio.

Don Ariccio chiamoĢ€ Michele, gli parloĢ€ di quel prete che a Torino aveva una casa grande con centinaia di ragazzi che correvano, si divertivano e studiavano o imparavano un mestiere. E concluse: “EĢ€ disposto ad accettare anche te nella sua casa. Ci vuoi andare?”. Si sentiĢ€ rispondere: “Miseria che ci vado!”.

La mamma lo accompagnoĢ€ al treno, con un fagottino di biancheria e il cuore stretto di

commozione. E Michele Magone approdoĢ€ a Valdocco. Don Bosco ricordava cosiĢ€ il primo dialogo:

“- Eccomi - disse correndomi incontro -. Io sono quel Magone Michele che avete incontrato alla stazione della ferrovia a Carmagnola.

- So tutto, mio caro; sei venuto di buona volontaĢ€?
- SiĢ€, siĢ€, la buona volontaĢ€ non mi manca.
- Allora ti raccomando di non mettermi sottosopra tutta la casa.
- Oh state tranquillo che non vi daroĢ€ dispiacere. Per il passato mi sono regolato male;

per l'avvenire non voglio che sia cosiĢ€. Due miei compagni sono giaĢ€ in prigione, e io...

- Sta' di buon animo. Dimmi soltanto se preferisci studiare o imparare un mestiere.
- Sono disposto a fare come volete. Se peroĢ€ mi lasciate la scelta, preferirei studiare.
- E terminate le classi, che cosa vuoi diventare?
- Se un birbante - disse, e poi chinoĢ€ il capo ridendo.
- Continua: se un birbante.
- Se un birbante potesse diventare abbastanza buono per ancora farsi prete, io mi

farei volentieri prete.
- Allora vedremo che sapraĢ€ fare un birbante. Ti metteroĢ€ allo studio”.

Da quel momento cantare, gridare, correre, saltare, far chiasso divenne la sua vita. Non divenne certo un santino. La “Compagnia dell'Immacolata” gli mise al fianco un giovanotto che lo aiutasse e lo correggesse con bontaĢ€. Ne ebbe del lavoro. Parole sboccate, discorsi volgari, mezze bestemmie. Ma ogni volta che il compagno lo correggeva, Michele, pur vivacissimo, ringraziava e si riprendeva.

C'era una cosa cordialmente antipatica a Michele: la campana che segnava il termine della ricreazione e chiamava allo studio e alla scuola. Con i libri sotto il braccio, sembrava un piccolo condannato ai lavori forzati.

La tristezza di un ragazzo.

Molto piuĢ€ simpatico gli era il segnale che indicava il termine della scuola. Scrisse don Bosco, che lo seguiva con affettuosa attenzione: “Sembrava che uscisse dalla bocca di un cannone: volava in tutti gli angoli, metteva tutto in movimento”. Nel gioco era capitano di una squadra. Dal suo arrivo, divenne quasi invincibile.

PassoĢ€ cosiĢ€ un mese.

Un giorno, Michele comincioĢ€ a intristire. Da un angolo solitario guardava i compagni giocare, sfuggiva la compagnia degli amici chiassosi, e a volte, non visto, piangeva. Sembrava che un velo di malinconia fosse calato sulla sua faccia. Cediamo la parola a don Bosco.

“Io tenevo dietro a quanto accadeva in lui, percioĢ€ un giorno lo mandai a chiamare e gli parlai cosiĢ€:

- Caro Magone, io avrei bisogno che mi facessi un piacere; ma non vorrei un rifiuto. - Dite pure - rispose arditamente -, sono disposto a fare qualunque cosa per voi.

- Avrei bisogno che mi lasciassi un momento padrone del tuo cuore, e mi manifestassi percheĢ da alcuni giorni sei cosiĢ€ malinconico.

- SiĢ€, eĢ€ vero. Ma io sono disperato e non so come fare.
E scoppioĢ€ a piangere. Lo lasciai sfogare; quindi, a modo di scherzo, gli dissi:

- E tu saresti quel generale Michele Magone capo di tutta la banda di Carmagnola? Che generale sei? Non sei capace di dire cioĢ€ che ti rende triste?

- Vorrei farlo, ma non so esprimermi.
- Dimmi una sola parola.
- Ho la coscienza imbrogliata.
- Questo mi basta. Ho capito tutto. Tu puoi mettere a posto tutto con la massima

facilitaĢ€. Di' solo al confessore che hai qualcosa da rivedere nella tua vita passata, poi egli prenderaĢ€ il filo delle tue cose, in maniera che a te non rimarraĢ€ altro che dire qualche siĢ€ e qualche no”.

C'erano alcuni sacerdoti che venivano a confessare all'oratorio, ma quasi tutti i ragazzi si confessavano da don Bosco. Quella sera stessa, Michele andoĢ€ a bussare al suo ufficio:

- Don Bosco, forse disturbo. Ma il Signore mi ha aspettato molto, e non voglio farlo aspettare ancora fino a domani.

Con l'aiuto di don Bosco, Magone depose ai piedi del Crocifisso le sue piccole miserie, che a lui sembravano enormi, e gli domandoĢ€ perdono. Don Bosco, testimone di quella giovane risurrezione, annotoĢ€: “Michele aveva perso l'allegria quando aveva cominciato a capire che la vera contentezza non nasce dal far salti, ma dall'amicizia del Signore e dalla pace della coscienza. Vedeva i suoi compagni accostarsi alla Comunione e diventare sempre piuĢ€ buoni, e lui, che non si sentiva la coscienza tranquilla, era preso da grande inquietudine. Alla fine della confessione disse commosso: " Come sono felice! "“.

Il giorno dopo, nel cortile dell'oratorio, Michele tornoĢ€ alla testa della sua squadra, e la guidoĢ€ a una memorabile vittoria. Era tornato il re dell'allegria.

I pugni in piazza Castello.

Don Bosco, narrando la vicenda di Michele Magone, ci ha svelato la trama secondo la quale si svolsero centinaia e centinaia di suoi incontri con ragazzi “in cui il male aveva cominciato a lavorare”. Egli sapeva con mezzi semplicissimi riconciliarli con Dio e lanciarli sulla via della santitaĢ€.

“Ora - continua don Bosco - la campana che chiamava alla chiesa non era piuĢ€ antipatica a Michele: lo chiamava a incontrare GesuĢ€, diventato suo amico”.

Con l'aiuto di don Bosco traccioĢ€ un “piano di battaglia” per conservare e sviluppare questa amicizia: impegno per conservare una purezza perfetta nella sua vita; impegno a fondo per diffondere bontaĢ€ e allegria tra i suoi compagni.

Sul taccuino personale, Magone scrisse sette propositi che chiamoĢ€ i “sette carabinieri” per difendere la sua amicizia con il Signore. Eccoli:

  1. Incontrare sovente GesuĢ€ nella Comunione e nella Confessione.

  2. Amare teneramente la Vergine Santissima.

  3. Pregare molto.

  4. Invocare frequentemente GesuĢ€ e la Madonna.

  5. Non troppa delicatezza per il mio corpo.

  6. Avere sempre qualcosa da fare.

  7. Girare al largo dai compagni cattivi.

(EĢ€ facile vedere in questi sette punti la traccia che don Bosco suggeriva a molti ragazzi per conservarsi buoni).

Sul fronte della bontaĢ€ e dell'allegria, Michele condusse la battaglia con il suo stile impetuoso e scanzonato, molto diverso da quello di Domenico Savio. In un gruppetto appartato sotto il portico, un ragazzotto raccontava barzellette poco pulite. Attorno, qualcuno sghignazzava, qualche altro avrebbe voluto andarsene, ma non ne aveva il coraggio. Michele capiĢ€ tutto, si avvicinoĢ€ alle spalle del ragazzotto, si ficcoĢ€ in bocca quattro dita alla maniera dei pecorai e gli lascioĢ€ partire negli orecchi un fischio potentissimo. Quello fece un salto di spavento e si giroĢ€ rabbioso:

- Ma sei matto?
- Matto io o matto tu a raccontare queste porcherie?
Un giorno don Bosco l'aveva portato con seĢ a fare alcune commissioni. Passavano in

piazza Castello. Un paio di ragazzi stavano giocando a soldi, e uno di loro scoppioĢ€ a bestemmiare coprendo di insulti il nome del Signore. Michele filoĢ€ dritto su di lui e gli molloĢ€ due schiaffi. Il giovane bestemmiatore non se l'aspettava, incassoĢ€ un po' stordito, ma subito partiĢ€ al contrattacco. Cominciarono a pestarsi di santa ragione tra la gente che si fermava a

guardare. Don Bosco dovette gettarsi tra i due e separarli. Michele sibiloĢ€: - Ringrazia questo prete, altrimenti ti conciavo per le feste.

Don Bosco dovette persuaderlo che non era il caso di prendere a pugni tutti quelli che bestemmiavano.

Michele non era peroĢ€ capace soltanto di menare le mani. Diventava di giorno in giorno servizievole, generoso. Aiutava i piuĢ€ piccoli a riordinare il letto, a pulirsi le scarpe, ripassava le lezioni scolastiche con i meno intelligenti.

La mano sulla testa di Michele.

Don Bosco fu cosiĢ€ contento della sua condotta, che nell'autunno lo portoĢ€ con i ragazzi migliori a passare alcune giornate di vacanza ai Becchi.

Nell'ottobre 1858, Michele comincioĢ€ il secondo anno scolastico a Valdocco.

31 dicembre. Dando la “buona notte”, don Bosco raccomandoĢ€ a tutti di cominciare e continuare bene l'anno nuovo, nella grazia di Dio, percheĢ forse “per qualcuno di voi - disse - saraĢ€ l'ultimo anno di vita”. La mano di don Bosco, mentre diceva queste parole, era posata sulla testa di Michele. Ed egli pensoĢ€: “Che sia per me quest'avviso?”. Non si spaventoĢ€. Disse solo tra seĢ: “Mi terroĢ€ preparato”.

Tre giorni dopo accusoĢ€ dolori al ventre: era un male che aveva avuto anche negli anni precedenti, e che ogni tanto tornava. Forse un'appendicite cronica. Si recoĢ€ nell'infermeria, e la cosa non sembroĢ€ preoccupante. Don Bosco, vedendolo dalla finestra, gli domandoĢ€ che cosa avesse. Si sentiĢ€ rispondere: “Niente. I soliti dolori”.

Ma la sera del 19 gennaio il male si aggravoĢ€ improvvisamente. Fu chiamata d'urgenza la mamma. Il medico, accorso, udendo il respiro pesante, faticoso, allargoĢ€ le braccia nella sconsolata impotenza della medicina di quegli anni. Disse solo: “Andiamo male”. (Le prime operazioni di appendicite sarebbero state tentate soltanto alla fine del secolo).

Il 21 gennaio, Michele era in fin di vita. Gli amici, costernati, pregavano per lui. Gli fu portato il Viatico.

Si avvicinava la mezzanotte. La mamma aveva dovuto tornare al paese per badare ai figli piuĢ€ piccoli, ma don Bosco era liĢ€, accanto al letto di Michele.

- Ci siamo - disse all'improvviso -. Mi aiuti, don Bosco. Dica a mia mamma che mi perdoni tutti i dispiaceri. Le dica che le voglio bene, che si faccia coraggio. Io l'aspetto in Paradiso.

Era ormai la mezzanotte. Michele ebbe un istante di assopimento. Poi, come se si svegliasse da un profondo sonno, con il volto sereno disse a don Bosco:

- Dica ai miei compagni che in Paradiso li aspetto. GesuĢ€, Giuseppe, Maria. Il suo volto rimase immobile, nella serenitaĢ€ della morte.

La “grande politica”.

Il 1859 all'oratorio eĢ€ cominciato con questa piccola ma dolorosissima tragedia. Si chiuderaĢ€ (come abbiamo raccontato nel cap. 35) con la fondazione ufficiale della SocietaĢ€ Salesiana.

All'Italia il 1859 sta portando avvenimenti e sconvolgimenti.

La vicenda italiana ed europea, negli anni dopo il 1848, ha continuato a camminare prima silenziosamente, poi con clamori sempre piuĢ€ grandi.

Nel dicembre 1852 Luigi Napoleone, nipote di Bonaparte, con un colpo di stato si eĢ€ proclamato Imperatore della Francia, con il nome di Napoleone III. Si eĢ€ presentato all'Europa come continuatore della gloria napoleonica: pronto ad appoggiare le nazioni che reclamano l'indipendenza dall'Impero Austriaco.

Nell'ottobre 1852, a Parigi, eĢ€ morto Gioberti. Nel 1853, a Torino, sono pure scomparsi

Silvio Pellico e Cesare Balbo. Con loro terminava un'epoca: il Risorgimento romantico e neoguelfo. La nuova fase risorgimentale eĢ€ dominata da Cavour, astuto e cinicamente concreto. Nel 1855 ha mandato un corpo di spedizione piemontese alla Guerra di Crimea, a fianco delle truppe francesi e inglesi che fanno guerra alla Russia. Contro il “progetto pazzo” hanno tuonato in Parlamento Solaro della Margarita e Brofferio, cioeĢ€ la destra e la sinistra. Da Londra ha imprecato Mazzini. Come mandare a morire soldati in una guerra lontana mentre in Piemonte c'eĢ€ miseria (il pane costa 80 centesimi il chilo e la paga di un operaio eĢ€ di tre, quattro lire al giorno) e le aspirazioni italiane sono ancora da realizzare?

Cavour, peroĢ€, vede lungo. Nella primavera del 1856, alla conferenza di pace in Parigi, puoĢ€ sedersi tra i “grandi d'Europa”. I morti di Crimea gli sono serviti come biglietto d'entrata, e gli permettono di “riaprire la discussione sul problema dell'Italia”.

Il 14 gennaio 1858 il mazziniano Orsini, a Parigi, fa scoppiare alcune bombe mentre Napoleone III si reca all'Opera. Un centinaio di persone sono ferite, Napoleone illeso. Orsini viene giusti

ziato il 13 marzo, ma dalla prigione ha scritto due lettere a Napoleone: condanna il proprio “fatale errore mentale” e lo invita a liberare l'Italia.

Cavour approfitta del momento. Richiama l'attenzione dell'imperatore francese sulla pericolosa inquietudine della penisola italiana. O si risolve, o puoĢ€ scoppiare una rivoluzione estremista (gli “Orsini” sono tanti).

Nel luglio 1858 il convegno segreto (segreto di Pulcinella) di PlombieĢ€res. Napoleone III e Cavour si accordano su una guerra all'Austria e sul futuro assetto dell'Italia: al nord un regno Piemonte-Lombardia-Veneto sotto i Savoia; al centro un regno da assegnare a un principe francese; al sud un terzo regno per un discendente del generale napoleonico Gioacchino Murat. Lo Stato pontificio, ridotto al Lazio, rimarraĢ€ al Papa, che diventeraĢ€ presidente della Confederazione dei tre regni. La Francia saraĢ€ ricompensata dalla cessione di Nizza e Savoia.

“Se saraĢ€ necessario, barricate a Torino”.

10 gennaio 1859. Re Vittorio Emanuele tiene alle Camere il famoso discorso del “grido di dolore”: “Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi”. La frase eĢ€ stata concordata con Napoleone III, ed eĢ€ una sfida di guerra all'Austria.

23 aprile. Di fronte all'ammassarsi di volontari in Piemonte, l'Austria invia un ultimatum. Viene respinto il giorno 26. EĢ€ l'inizio della guerra. L'esercito piemontese di 60.000 uomini raggiunge la frontiera. Dalla Francia, il 30 aprile, arriva la divisione Bataille, l'avanguardia di un esercito di 150.000 uomini capeggiati dall'imperatore in persona.

All'arrivo dei francesi, Torino va in delirio. “Li ho visti sfilare in piazza Castello - scrive Costanza D'Azeglio - fra le acclamazioni della moltitudine. Ero ai balconi del ministero con Farina e Ricasoli. Il conte di Cavour, riconosciuto dalla folla, eĢ€ stato entusiasticamente salutato. Non riconosco piuĢ€ la tranquillissima e monotona Torino. Lumi alle finestre, canti, grida, applausi”.

Gli austriaci, 160.000 uomini, tentano di battere i piemontesi prima dell'arrivo delle truppe di Napoleone. A marce forzate raggiungono Novara, Vercelli, Trino, minacciano Ivrea, giungono con le avanguardie a Chivasso (25 km da Torino). L'inondazione della pianura bassa li ha intralciati ma non fermati. Torino eĢ€ presa dal

panico. Il generale de Sonnaz eĢ€ incaricato di formare una linea di difesa sulla Dora Baltea. Cavour telegrafa al re: se saraĢ€ necessario si combatteraĢ€ sulla Stura, si faranno barricate nelle vie di Torino.

Ma Napoleone arriva. Trasporta rapidamente le truppe in ferrovia. La prima grande battaglia tra Francesi e Austriaci si combatte a Magenta (4 giugno). Dopo una giornata

incerta, la vittoria eĢ€ dei Francesi.
Quattro giorni dopo a Torino arriva la grande notizia: “8 giugno, l'imperatore e il re

sono entrati in Milano”.
Poi un'altra notizia: l'imperatore austriaco Francesco Giuseppe ha lasciato Vienna per

assumere personalmente il comando dell’esercito. Si prepara una battaglia terribile.
Pietro Enria, che in quei mesi compiva 18 anni, ricordava: “Nel 1859, come giaĢ€ era accaduto negli anni 1848-49, nei giovani popolani di Torino erasi acceso un vivo fermento di guerra. A centinaia si riversavano nei campi che si stendevano fuori della cittaĢ€, si dividevano in due schiere e giocavano alla guerra. Le battaglie dovevano essere finte, ma gli animi finivano per riscaldarsi, e si scatenavano vere tempeste di pietre. Si puoĢ€ dire che questo

capitava tutti i giorni festivi.
Ricordo che una domenica don Bosco entroĢ€ nella chiesa per fare la predichina agli

oratoriani, e con sorpresa trovoĢ€ solo gli alunni interni. " Dove sono gli altri? " domandoĢ€. Nessuno lo sapeva. Allora usciĢ€ e si inoltroĢ€ nei prati: trovoĢ€ i ragazzi dell'oratorio che si picchiavano accanitamente. Erano piuĢ€ di trecento, e i sassi che fischiavano nell'aria erano grossi. Don Bosco entroĢ€ nella mischia. Io lo guardavo da lontano. Avevo paura che qualche pietra lo colpisse. Invece fece una cinquantina di passi fin nel centro della battaglia. Quando tutti lo videro, si arrestarono. " Adesso che avete fatto la guerra - disse sorridendo - andiamo a fare il catechismo ". Nessuno cercoĢ€ di fuggire. Tutti entrarono con lui in chiesa”.

Alle dieci l'inferno.

La battaglia terribile tra Austriaci e Franco-Piemontesi si scatena il 24 giugno, a sud del lago di Garda. All'alba, la prima divisione piemontese guidata dal generale Durando ha attaccato gli Austriaci alla “Madonna della Scoperta”, e la terza e la quinta, al comando di Molland e di Cucchiari, hanno lanciato i primi vigorosi attacchi contro l'altura di San Martino irta di baionette austriache. Napoleone III, ai piedi delle alture di Solferino, sta per

mandare le divisioni contro il centro dell'esercito austriaco, deciso a sfondare a qualunque costo.

Verso le dieci si scatena l'inferno: il boato dei cannoni, il crepitio della fucileria, l'urlo immane di decine di migliaia di combattenti. Le mischie sono terribili: le urla dei feriti si mescolano a quelle dei reggimenti che rinnovano l'assalto, allo scalpitare delle torme di cavalleria che caricano con le sciabole balenanti, ai tonfi sordi e ai lampi accecanti delle granate che scoppiano sulle linee dei combattenti. I contrassalti delle giubbe bianche austriache sono terribili. EĢ€ una selva di baionette che viene avanti con la forza della disperazione. Le masse dei fucilieri francesi che indietreggiano, sono ricacciate nella mischia dalle sciabole della cavalleria. I soldati vanno all'assalto per la decima, la quindicesima volta. Molti, stringendo il pesante fucile e correndo, piangono. Altri urlano per darsi coraggio.

Subito dopo mezzogiorno, l'attacco francese si trasforma in una serie di selvaggi corpo a corpo, per il possesso del cimitero, del colle dei cipressi e della torre di Solferino. Gli zuavi, le truppe africane di Napoleone III, sono come ubriachi: si avventano sugli Austriaci e ne fanno strage.

Alle 15 la bandiera francese sventola sulla rocca di Solferino. Ma sull'ala sinistra i Piemontesi non riescono ad avanzare. Si decide un attacco in massa per le 17. Mentre si va all'assalto, il cielo s'eĢ€ riempito di nubi basse color piombo. I primi lampi solcano l'aria. Mentre le brigate piemontesi attaccano alla disperata le file del feldmaresciallo Benedek, la pioggia e la grandine inondano il campo di battaglia. Finisce il temporale, tra le nuvole squarciate dal vento ci sono le prime stelle, e intorno alla vetta di San Martino si torna all'assalto. Alle 21 Vittorio Emanuele getta nella mischia i cavalleggeri del Monferrato. EĢ€ il terribile urto finale. Gli Austriaci sono sopraffatti dopo quattordici ore di combattimento.

Ora sui campi di Solferino e San Martino giacciono riversi 30.000 uomini. Le grida dei feriti e dei morenti risuonano tutte insieme, come un coro pauroso. Henri Dunant, il giovane signore svizzero che fonderaĢ€ la Croce Rossa, si aggira con una lanterna sul campo di battaglia: “Era come gettare uno sguardo sull'inferno - scriveraĢ€ -, sul piuĢ€ profondo dell'inferno. Cadaveri straziati; mutilati che piangono, pregano, bestemmiano; feriti che si

trascinano qua e laĢ€ alla ricerca di un impossibile sollievo”. Al levarsi del sole di giugno, l'ambiente diventeraĢ€ spaventoso: fetore di cadaveri, nugoli di mosche, ferite che vanno in putrefazione, grida selvagge.

EĢ€ questa la guerra, la guerra vera, non quella che i giornali di Torino in questo stesso giorno esaltano come una grande festa. In un volumetto che pubblicheraĢ€ alla fine del 1859, don Bosco andraĢ€ contro tutte le esaltazioni del momento, e scriveraĢ€: “Dopo la battaglia di Solferino, ho sempre detto che la guerra eĢ€ cosa d'orrore, e io la credo veramente contraria alla caritaĢ€”.

Successo della “real-politik”

Anche Napoleone III si rende conto delle dimensioni del massacro. E altre notizie arrivano a turbarlo: Toscana, Parma, Modena e le Legazioni pontificie sono insorte e dichiarano la loro adesione al Piemonte. Salta il progetto concordato a PlombieĢ€res del “regno centrale” italiano da affidare a un principe francese. Le sconfitte austriache, inoltre, stanno provocando come reazione un concentramento di truppe prussiane sul confine del Reno.

Senza avvisare gli alleati piemontesi, Napoleone firma un armistizio a Villafranca l'8 luglio. Solo la Lombardia passeraĢ€ a Vittorio Emanuele.

La notizia piove su Torino come una doccia gelata. Cavour, in un momento di depressione, pensa al suicidio. Napoleone III torna in Francia passando per Torino. Riceve accoglienze glaciali. Il re accompagna l'imperatore fino a Susa ringraziandolo di quanto ha fatto per l'Italia. Ma appena puoĢ€ risalire in treno mormora: “Finalmente se n'eĢ€ andato!”.

Ma nei tumultuosi mesi che seguono, Toscana ed Emilia-Romagna si uniscono al Piemonte, alla Liguria, alla Sardegna e alla Lombardia. Nell'anno seguente, 1860, Garibaldi con la spedizione dei Mille conquisteraĢ€ la Sicilia e l'Italia meridionale. Nel febbraio del 1861 il nuovo Parlamento proclameraĢ€ Vittorio Emanuele “re d'Italia”.

La “real-politik” di Cavour aveva avuto successo. Grazia Mancini, che lo vide nei primi mesi del 1861 mentre passeggiava in piazza San Carlo, scrisse: “La sua faccia bonaria, espressiva, soddisfatta diceva chiaramente: tutto va bene. I suoi occhietti mobili luccicavano dietro gli occhiali; camminava adagio, dondolando il corpo massiccio sulle gambe sottili, fregandosi le piccole mani aristocratiche prive di guanti”.

Il 7 giugno una notizia quasi incredibile voloĢ€ per Torino: il conte di Cavour eĢ€ morto. Una botta durissima per il giovane regno d'Italia.

37.
PASSEGGIATE NEL MONFERRATO E VITA NELL'ORATORIO.

Ogni anno, per la festa della Madonna del Rosario, don Bosco portava ai Becchi i ragazzi migliori. Nei primi anni erano una ventina. Poi il numero crebbe. Dal 1858 toccoĢ€ il centinaio.

“Nei primi giorni di ottobre - scrive don Lemoyne - partiva dall'oratorio la turba dei cantori, dei musici con altri alunni. Ognuno teneva un piccolo fagotto con biancheria da cambiarsi durante la vacanza, alcune pagnotte, un po' di formaggio e di frutta”.

Li ospitava lassuĢ€ Giuseppe, sempre cordiale, sempre disposto a chiudere gli occhi quando i ragazzi scappavano nella vigna ad alleggerirgli la fatica della vendemmia.

La prima domenica di ottobre si celebrava la festa, e il giorno dopo cominciavano le passeggiate, che si prolungavano per dieci, venti e piuĢ€ giorni.

Fino al 1858 il quartier generale rimaneva i Becchi: si partiva al mattino per un paese non troppo distante, e si tornava alla sera. Con il 1859 le passeggiate si trasformarono in veri “itinerari” attraverso le colline del Monferrato.

Don Bosco aveva preparato in anticipo il percorso: parroci e benefattori erano pronti ad accogliere la turba affamata e stanca. Il viaggio si svolgeva sulle stradine di campagna, tra colline e vigneti. Si andava a gruppi, cantando, picchiando sui tamburi, spingendo i somarelli

che portavano in groppa gli scenari e le quinte necessarie per il teatro. Dietro a tutti veniva don Bosco, circondato sempre da un bel gruppo di giovani, mai stanchi di sentirlo raccontare le storie dei paesi che attraversavano.

In vista di un paese, la turba si metteva in ordine, e con la banda in testa si faceva l'ingresso solenne.

Scriveva don Anfossi: “Ricordo sempre quei viaggi avventurosi. Mi accendevano di meraviglia e di contentezza. Accompagnai don Bosco per i colli del Monferrato dal 1854 al 1860. Eravamo un centinaio di ragazzi, e vedevamo la grande fama di santitaĢ€ che godeva giaĢ€ don Bosco. I suoi arrivi in quei paesi erano un trionfo. I parroci dei dintorni si trovavano al suo passaggio, e generalmente anche le autoritaĢ€ civili. Gli abitanti si affacciavano alle finestre, o uscivano sulle porte delle case, i contadini abbandonavano i lavori per vedere il Santo, le madri gli si avvicinavano presentandogli i loro bambini, e genuflesse anche a terra gli chiedevano la benedizione. Siccome era nostra abitudine recarci direttamente alla chiesa parrocchiale per adorarvi GesuĢ€ sacramentato, in breve questa rimaneva piena di popolo, al quale don Bosco, salito sul pulpito, rivolgeva subito un discorso. Quindi si cantava il Tantum ergo in musica e si dava la benedizione eucaristica”.

Si mangiava al sacco, ma abbondantemente, alla paesana. La gente portava volentieri a quei ragazzi ceste di frutta, forme di pane casalingo, formaggio e pintoni di vino.

Si dormiva sotto tettoie o in cameroni, sdraiati su sacconi di foglie o nella paglia.

Un affarino di cinque anni: Filippo Rinaldi

Negli anni 1859 e 60 si toccarono i paesi di Villa San Secondo, Montiglio, Marmorito, Piea, Moncucco, Albugnano, Montafia, Primeglio, Cortazzone, Pino d'Asti.

Nel 1861 la lieta brigata arrivoĢ€ fino a Casale Monferrato, Mira- bello, Lu, San Salvatore e Valenza. ProseguiĢ€ in ferrovia fino ad Alessandria, e da Alessandria a Torino.

Nel 1862 fece l'itinerario Calliano, Grana, Montemagno, Vignale, Casorzo, Camagna e Mirabello. Le ferrovie dello Stato anche in quell'anno misero a disposizione di don Bosco due carrozzoni per il ritorno da Alessandria a Torino.

Nel 1863 e 64 questa facilitazione venne estesa anche all'andata. Nel '63 si poteĢ€ quindi arrivare a Tortona, visitando Asti e andando a Broni, Torre Garofoli, Villavernia e Mirabello. Nel 64 si andoĢ€ fino a Genova e poi a Serravalle, facendo a piedi il tratto SerravalleAcqui, per Gavi, Mornese, Ovada e tutti i paesi intermedi.

Dopo quell'anno una serie di difficoltaĢ€ fece sospendere le passeggiate. Si continuoĢ€ soltanto l'escursione ai Becchi e a Mondonio, il paese di Domenico Savio.

Quelle passeggiate furono avventure indimenticabili per i suoi ragazzi, e per don Bosco furono il “biglietto di presentazione” ai paesi del Monferrato da cui riusciĢ€ a portare all'oratorio splendide vocazioni salesiane.

Quando giunse a Lu nel 1861, davanti alla casa dei Rinaldi vide nove ragazzi, in scala come le canne d'un organo. L'ottavo, un affarino alto cosiĢ€, si chiamava Filippo. 5 anni. Guardava incantato quel prete che con un segno faceva suonare la banda, e alla fine della marcetta batteĢ anche lui le mani contento. Don Bosco rivide quell’affarino mezz'ora dopo, sull'aia di casa Rinaldi, dove il signor Cristoforo (padre di Filippo) gli prestoĢ€ il biroccio per raggiungere San Salvatore. Prima di partire, fece una carezza a tutti quei ragazzi timidi che lo guardavano incantati, e fissoĢ€ a lungo negli occhi il piccolo Filippo. Sarebbe diventato il suo terzo successore alla testa della Congregazione Salesiana, don Filippo Rinaldi.

Un ragazzo dai capelli rossi e la pioggia.

Nel 1862 la turba giunse a Montemagno. Un ragazzo di 12 anni stava giocando in una valle, sentiĢ€ gli squilli della banda, lascioĢ€ i compagni e le scarpe, e corse verso la piazza del

paese. S'infiloĢ€ tra la gente a gomitate e giunse in prima fila. Don Bosco vide quello sguardo curioso, quel ciuffo di capelli rossi, e prima di lasciarlo ripartire gli domandoĢ€:

- Chi sei?
- Lasagna Luigi.
- Vuoi venire con me a Torino?
- A fare che cosa?
- A studiare come tutti questi ragazzi.
- E percheĢ no?
- Allora di' a tua mamma che domani mi venga a parlare a Vignale, nella casa del

parroco.
Luigi Lasagna entroĢ€ all'oratorio alla fine del mese. Vivacissimo ma di una sensibilitaĢ€

profonda, fu preso dalla nostalgia e dopo pochi giorni scappoĢ€ a casa. Qualche superiore non era del parere di riprenderlo, ma don Bosco garantiĢ€ per lui: “C'eĢ€ della buona stoffa in quel ragazzo, vedrete”.

Luigi tornoĢ€, si affezionoĢ€ a don Bosco. Fu il secondo vescovo salesiano e un grandissimo missionario.

Due anni dopo, don Bosco ritorneraĢ€ a Montemagno nel mese di agosto e saraĢ€ protagonista di un avvenimento straordinario.

Da tre mesi non pioveva. Le viti seccavano sulle colline. Don Bosco arrivoĢ€ per predicare il triduo in preparazione della festa dell’Assunta, e subito nella prima predica annuncioĢ€:

- Se in questi tre giorni vi riconcilierete con Dio con una buona confessione, e il giorno della festa farete tutti la Comunione, io vi prometto in nome della Madonna che ci saraĢ€ una pioggia abbondante.

Quando scese dal pulpito vide il parroco don Clivio con la faccia scura. - Bravo lei - gli disse -. Ci vuole un bel coraggio!
- A fare che cosa?
- A promettere in pubblico la pioggia per il giorno della festa.

- Io ho detto questo?

- Abbiamo sentito tutti. E a me queste cose non eĢ€ che piacciano troppo.
La gente rispose con fede. Don Rua e don Cagliero, che accompagnavano don Bosco,

ricordavano ancora dopo anni la stanchezza delle lunghe ore in confessionale.
La “profezia” fece rumore anche nei paesi vicini. Molti aspettavano curiosi, molti altri

scettici.
Il giorno dell'Assunta spuntoĢ€ con un sereno smagliante. Nel pomeriggio nemmeno

l'ombra di una nuvola.
Don Luigi Porta testimonioĢ€: “Mentre andavo in chiesa per i vespri insieme al marchese

Fassati si parlava della pioggia promessa. Il sudore gocciolava dalle nostre fronti bencheĢ dal palazzo del marchese alla chiesa ci fossero solo dieci minuti di strada. Giunti in sacrestia, il marchese disse a don Bosco:

- Questa volta, signor don Bosco, fa un fiasco. Ha promesso la pioggia, ma tutt'altro che pioggia eĢ€.

Finiti i vespri, don Bosco indossoĢ€ la cotta e la stola e saliĢ€ sul pulpito. Ma giaĢ€ mentre diceva l'Ave Maria prima della predica, la luce del sole comincioĢ€ a oscurarsi. Parlava da pochi minuti quando cominciarono i lampi e i tuoni. Don Bosco smise di parlare un istante in preda alla piuĢ€ viva commozione. Una pioggia fittissima e continua comincioĢ€ a battere contro le vetrate della chiesa.

Pensate - continua sempre don Porta di cui condensiamo la testimonianza - all'eloquente parola che usciva dal cuore di don Bosco mentre imperversava la pioggia. Fu un inno di ringraziamento a Maria.

Dopo la benedizione la gente si fermoĢ€ ancora in chiesa e sotto il grande atrio, percheĢ la pioggia continuava dirotta”.

I grandi temporali d'estate, in Monferrato, sono spesso accompagnati dalla grandine. Un po' ne venne anche quel giorno. Gli “zelanti” andarono subito a indagare, e riferirono che “aveva grandinato sulle vigne di quelli di Grana”, un paese vicino che quel giorno celebrava la festa patronale, con il ballo pubblico in piazza (che faceva andare sulle furie i parroci).

Una ragazza di Mornese: Maria Mazzarello.

Nella passeggiata autunnale di quello stesso 1864 don Bosco giunge con i suoi ragazzi a Mornese. EĢ€ giaĢ€ notte. La gente gli viene incontro preceduta dal parroco don Valle e dal sacerdote don Pestarino. La banda suona, molti s'inginocchiano al passaggio di don Bosco chiedendo che li benedica. I giovani e la gente entrano in chiesa, si daĢ€ la benedizione con il Santissimo, quindi tutti a cena.

Dopo, incoraggiati dagli applausi, i ragazzi di don Bosco danno un breve concerto di marce e musica allegra. In prima fila c'eĢ€ una ragazza di 27 anni, Maria Mazzarello. Al termine, don Bosco dice poche parole: “Siamo tutti stanchi, e i miei ragazzi hanno voglia di fare una bella dormita. Domani peroĢ€ ci parleremo piuĢ€ a lungo”.

Il giorno dopo, in mattinata, don Pestarino presenta a don Bosco le “Figlie dell'Immacolata”. Tra loro c'eĢ€ Maria Mazzarello. Don Bosco rimane impressionato dalla bontaĢ€ e dalla laboriositaĢ€ di quelle ragazze. Parla loro brevemente, incoraggiandole a essere costanti nella vita che hanno scelto e nella pratica della virtuĢ€. Maria Mazzarello diventeraĢ€ la prima Superiora della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Un suo successore, Filippo Rinaldi, un vescovo, Luigi Lasagna, la confondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice: un raccolto piuĢ€ che discreto in quelle passeggiate ottobrine.

Parlando delle passeggiate nel Monferrato, abbiamo dovuto fare qualche passo avanti nella storia. Ci scusiamo e riprendiamo il filo degli avvenimenti.

La prima Messa di don Rua.

Il 29 luglio 1860 don Rua doveva essere ordinato sacerdote.

Don Bosco lo mandoĢ€ a prepararsi con un corso di Esercizi Spirituali presso i Preti della Missione. Verso la fine, Michele scrisse a don Bosco una lettera in francese (era la lingua usata dai Preti

della Missione) chiedendogli un ricordo per la giornata piuĢ€ importante della sua vita. Don Bosco era a S. Ignazio, presso Torino, e faceva gli Esercizi anche lui. Gli rispose in

latino:
“Mi scrivesti in francese e hai fatto bene. Sii peroĢ€ francese solo nella lingua e nel

parlare; di animo, di cuore, di azione sii romano intrepido e generoso”.
Don Giovanni B. Francesia scrive:
“Proprio il 29 luglio don Bosco tornava da S. Ignazio. C'ero anch'io con lui. Siccome don

Bosco soffriva di viaggiare entro la carrozza pubblica, ero con lui al di fuori, vicino al vetturino. E quale fu la nostra meraviglia quando vedemmo comparire in lontananza tre vesti nere, che finalmente scoprimmo per don Rua, il chierico Durando e il chierico Anfossi. Don Bosco pregoĢ€ il cocchiere di fermare la carrozza e domandoĢ€:

- Dove si va?

- A Caselle, dov'eĢ€ il vescovo monsignor Balma, incaricato di darmi l'Ordinazione sacerdotale - disse don Rua.

- Oh, come sono contento. Ho pregato per te, caro don Rua, e spero che il Signore ti esaudiraĢ€. Riverisci per me mons. Balma.

Noi guardavamo con piacere i tre compagni che a piedi, a modo dei poverelli, andavano all'Ordinazione sacerdotale”.

La grande festa per la prima Messa di don Rua fu celebrata all'oratorio nella domenica seguente. Accanto all'altare c'era un grande mazzo di fiori bianchi. L'avevano portato i piccoli spazzacamini dell'oratorio San Luigi.

Quando saliĢ€ alla sua stanzetta, dopo la giornata festosa, don Rua trovoĢ€ sul tavolino una

lettera di don Bosco. Lesse: “Tu vedrai meglio di me l'opera salesiana valicare i confini dell'Italia e stabilirsi in molte parti del mondo. Avrai molto da lavorare e molto da soffrire; ma, tu lo sai, solo attraverso il Mar Rosso e il deserto si arriva alla Terra Promessa. Soffri con coraggio; e, anche quaggiuĢ€, non ti mancheranno le consolazioni e gli aiuti da parte del Signore”.

Dopo la prima Messa di don Rua, don Bosco acquista una tranquillitaĢ€ piuĢ€ marcata, un senso di sicurezza che impressiona. L'oratorio eĢ€ ormai una casa immensa. I giovani convittori stanno per toccare il numero di 500. Nei quattro laboratori in piena efficienza imparano un mestiere trecento “piccoli artigiani”. Don Bosco deve assentarsi frequentemente: riempire tante bocche non eĢ€ un problema facile. Ma egli parte tranquillo per i suoi giri di beneficenza: don Rua eĢ€ ormai il “secondo don Bosco” dell'oratorio.

Il 23 giugno di quel 1860 portoĢ€ a don Bosco un vivo dolore: la morte di don Cafasso. Fu avvisato in ritardo delle gravissime condizioni del suo grande amico. AndoĢ€ in fretta accompagnato dal giovane Francesco Cerruti. ArrivoĢ€ quando era appena spirato. Si inginocchioĢ€ ai piedi del letto e pregoĢ€ a lungo. A poche persone doveva quanto doveva a don Cafasso. Aveva creduto in lui, nella sua missione, anche quando lui stesso dubitava. L'aveva aiutato sempre, incoraggiato sempre. Era stato il suo “padre spirituale” nel piuĢ€ vero senso della parola.

400 pagnotte in un cesto vuoto.

22 ottobre 1860. Francesco Dalmazzo, anni 15, entra all'oratorio. EĢ€ nato a Cavour, ha fatto i primi anni di studio a Pinerolo, ma qui “avendo letto i fascicoli delle Letture Cattoliche, domandai chi fosse don Bosco. Saputo che aveva in Torino un ospizio per giovanetti, risolsi di aggregarmi tra i suoi figli”. EĢ€ accettato a frequentare l'ultimo anno di ginnasio.

Dopo venti giorni, peroĢ€, Francesco eĢ€ scoraggiato. “Assuefatto in casa mia a un vivere delicato, non potevo adattarmi al vitto troppo modesto della mensa comune e alle abitudini dell'Istituto. Quindi scrissi a mia madre che venisse a prendermi, percheĢ volevo assolutamente ritornare a casa”.

11 novembre. La mamma eĢ€ venuta a prenderlo. “Prima di andarmene peroĢ€ desideravo confessarmi ancora una volta da don Bosco. Aspettai il mio turno durante la Messa. Dopo, uscendo, a ciascuno dei giovani veniva consegnata una pagnotta per la colazione.

Mentre aspettavo di confessarmi, arrivarono i due garzoni che dovevano distribuire il pane, e dissero a don Bosco:

- Non c'eĢ€ piuĢ€ pane per la colazione.

- Che cosa ci debbo fare io? - rispose don Bosco -. Andate da Magra, il nostro panettiere, e fatevene dare.

- Magra ha detto che non ci daraĢ€ piuĢ€ niente, percheĢ non eĢ€ stato pagato.

- E allora ci penseremo. Lasciatemi confessare.
Io ascoltai quel dialogo fatto sottovoce. Intanto era venuto il mio turno, e cominciai la

mia confessione. La Messa era giaĢ€ alla consacrazione, e i due garzoni tornarono: - Don Bosco, per la colazione non c'eĢ€ proprio niente.

- Ma lasciatemi confessare, e poi vedremo. Andate a cercare in dispensa, nei refettori, qualcosa ci saraĢ€ bene!

Mentre quelli andavano, io continuai la mia confessione. Avevo appena finito, che uno dei garzoni tornoĢ€ per la terza volta:

- Abbiamo raccolto tutto, e ci sono pochissime pagnotte.

- Mettetele nel canestro. VerroĢ€ io stesso a distribuirle. E lasciatemi confessare in pace. ContinuoĢ€ a confessare il fanciullo che gli stava dinnanzi. Intanto, vicino alla porta che aprivasi dopo l'altare della Madonna, stava giaĢ€ il canestro del pane. Io, riandando nella mente i fatti miracolosi uditi sul conto di don Bosco, e preso dalla curiositaĢ€, mi andai a collocare in

luogo conveniente per vedere cosa sarebbe capitato.
Sulla porta c'era mia madre che mi aspettava:
- Vieni, Francesco - mi disse. Ma io le feci segno di aspettare ancora qualche minuto.

Quando arrivoĢ€ don Bosco, presi una pagnotta per primo, guardai nel cesto, e vidi che conteneva una quindicina o una ventina di pagnottelle. Quindi mi collocai inosservato proprio dietro a don Bosco, sopra il gradino, con tanto di occhi aperti. Don Bosco inizioĢ€ la distribuzione. I giovani gli sfilavano davanti, contenti di ricevere il pane da lui, e gli baciavano la mano, mentre egli a ciascuno diceva una parola o dispensava un sorriso.

Tutti gli alunni, circa quattrocento, ricevettero il loro pane. Finita quella distribuzione, io volli di bel nuovo esaminare la cesta del pane, e con mia grande ammirazione costatai che nel canestro c'era la stessa quantitaĢ€ di pane che c'era prima. Restai sbalordito. Corsi difilato da mia madre e le dissi:

- Non vengo piuĢ€, non voglio piuĢ€ andare via, resto qui. Perdonatemi di avervi fatto venire fino a Torino -. Quindi le raccontai quello che avevo veduto con i miei stessi occhi, e le dissi: - Non voglio abbandonare un santo come don Bosco.

Questa fu la sola causa che mi indusse a restare nell'oratorio e in seguito ad aggregarmi tra i figli di Don Bosco”.

Francesco Dalmazzo divenne salesiano, fu per otto anni direttore del collegio di Valsalice, e per sette Procuratore generale della Congregazione Salesiana presso la Santa Sede.

La caritaĢ€ ai poveri e solo a loro.

All'avvicinarsi dell'anno scolastico 1860-61, don Bosco costatoĢ€ che le domande per accettare studenti nell'oratorio erano molto numerose. Ebbe paura di “dare i frutti della caritaĢ€” a chi non ne era

degno. Fece percioĢ€ ristampare il programma del convitto con una nuova clausola: gli studenti, per i primi due mesi, avrebbero pagato una retta fissa. Solo dopo aver dimostrato, con la buona condotta, di essere degni della caritaĢ€, la retta sarebbe stata diminuita e anche annullata. Don Lemoyne, riportando questa notizia, annota: “Don Bosco peroĢ€, nella sua caritaĢ€, sapeva fare molte eccezioni”. Ecco le condizioni stampate e distribuite per l'anno 1860-61:

Per gli artigiani:

- Siano orfani di padre e di madre.
- Abbiano 12 anni compiuti e non oltrepassino i 18. - Poveri e abbandonati.

Per gli studenti:
- Abbiano compiute le classi elementari e vogliano percorrere il corso ginnasiale (cosiĢ€

si chiamava allora la scuola media).

- Siano commendevoli per ingegno e moralitaĢ€.

- Siano tenuti due mesi in prova a lire 24 mensili e di poi si faranno le intelligenze secondo il merito.

Tra le “disposizioni generali” che seguivano eĢ€ notevole la seguente: “Ogni oggetto di vestiario eĢ€ a carico degli allievi, ad eccezione che facciano constare la loro impotenza per povertaĢ€”.

La “Commissione segreta” del 1861

Nel 1861 all'oratorio si verifica un fatto insolito, quasi unico e di eccezionale importanza. Don Alasonatti, don Rua, il chierico Cagliero, il chierico Francesia e altri dieci salesiani si riuniscono in una “Commissione segreta”. Sono tutti convinti che cioĢ€ che avviene attorno a don Bosco ha sovente un carattere eccezionale, se non addirittura soprannaturale. Perdere il ricordo di questi avvenimenti sarebbe gettare via un tesoro. Si impegnano quindi a

“conservarne memoria” fedelmente. Ognuno prenderaĢ€ appunti. In sedute regolari della commissione gli appunti saranno letti a tutti, e corretti secondo la testimonianza di ciascuno, percheĢ vengano tramandate solo cose esatte.

Don Lemoyne, riportando la notizia nel sesto volume delle Memorie Biografiche, annota: “Noi possiamo adunque essere certi della veritaĢ€ di quanto ci tramandarono questi testimoni. Altri sottentrarono nel corso degli anni, a continuare il loro lavoro con eguale affetto a don Bosco e alla veritaĢ€”.

Siamo molto grati a quei primi salesiani giaĢ€ carichi di lavoro, che strapparono altre ore al sonno per questa impresa incomparabile, preziosissima, senza la quale moltissime notizie su don Bosco sarebbero andate perdute o sarebbero avvolte nella nebbia della leggenda.

CioĢ€ non toglie che qualche osservazione possiamo e dobbiamo farla, a loro e a quelli che scrissero la vita di don Bosco in base alle loro testimonianze. Non per accusarli (sarebbe solo una sciocchezza), ma per intendere meglio la vicenda di don Bosco.

Primo. Don Bosco tante volte raccontava a braccio, familiarmente, e ne aveva tutti i diritti. Chi parla ai ragazzi, ai suoi giovani allievi, non eĢ€ quasi mai nelle condizioni di spirito di chi “detta per la storia”. E occorre annotare le sue parole come “familiari”, non come rigorosi documenti storici. CioĢ€ era capitato a Napoleone nelle narrazioni fatte a Sant'Elena, a Lutero durante le conversazioni conviviali e a tanti altri. Le narrazioni di Napoleone sono piene di emozioni, di lampi, di ricordi, ma guai a prenderle come rigorose e dettagliate deposizioni per la storia. OccorreraĢ€ invece filtrarle attraverso la documentazione, le carte delle battaglie, le lettere e i trattati. Invece a don Bosco capitoĢ€ che parecchie sue conversazioni “alla buona” furono prese come assolutamente e rigorosamente esatte in ogni particolare.

Secondo. Questi solerti raccoglitori di ricordi e di parole di don Bosco, per il gran lavoro che avevano all'oratorio, per la poca conoscenza che avevano della cittaĢ€, registrarono tutto cioĢ€ che faceva don Bosco, ma non registrarono quasi niente di cioĢ€ che contemporaneamente avveniva in cittaĢ€ e nei dintorni. CosiĢ€, tutto cioĢ€ che dicono di don Bosco eĢ€ assolutamente vero, ma dai loro scritti pare che solo don Bosco facesse queste cose, mentre in Torino erano magari in parecchi a tentare le stesse imprese apostoliche, a portare avanti le stesse istanze sociali. Ora, chi eĢ€ solo appare sempre il primo della classe, e cosiĢ€ don Bosco, da quei ricordi, sembra sempre avere la prima intuizione, essere l'unico ad avere l'iniziativa. Mentre poi, verificando i fatti in largo, ci si accorge che lui fu grandissimo, ma che accanto, avanti e dietro lui, c'erano tanti altri che si sforzavano di lavorare come lui.

Per esempio, il Santuario di Maria Ausiliatrice (di cui parliamo nel capo seguente) appare un miracolo di realizzazione: tante spese, tante offerte, velocitaĢ€ di costruzione, concorso enorme di folla all'inaugurazione. Poi, esaminando la storia di Torino, si vede che

nello stesso periodo furono realizzate altre quattro chiese di costo notevole e di veloce realizzazione (Parrocchia di S. Giulia, 1863, L. 650.000; parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, 1865, L. 540.000; parrocchia dell'Immacolata Concezione, 1867, L. 220.000; santuario di Maria Ausiliatrice, 1868, L. 890.000; parrocchia di S. Barbara, 1869, L. 336.000. Nel 1853 era stata condotta a termine la parrocchiale di S. Massimo con un costo di L. 1.500.000).

Con questo, il santuario di Maria Ausiliatrice non perde nulla della sua grandezza. Esso rimane liĢ€, miracolo di volontaĢ€, di fede, di beneficenza. Ma messo tra le altre quattro chiese assume una prospettiva diversa. Un conto eĢ€ un pino in un deserto, e un altro conto eĢ€ un pino in una macchia di pini. EĢ€ sempre lo stesso splendido albero, ma non eĢ€ piuĢ€ lui solo a monopolizzare l'appellativo di “portentoso”.

Lo stesso si puoĢ€ dire per le scuole serali, per i laboratori, per la spedizione dei missionari. Tutte cose formidabili, ma che esistono in un contesto di realizzazioni cattoliche altrettanto formidabili. Don Bosco non appare piuĢ€ un “mostro”, ma un santo che, in un ambiente di cattolicitaĢ€ impegnata, spinge la sua fede a fare autentici miracoli. Con accanto

altri preti che (pur non sempre santi come lui) lavorano con tanta fede e impegno.

Terzo. Don Bosco aveva da Dio doni misteriosi. Aveva sogni che gli spalancavano l'avvenire, pronunciava profezie che si verificavano puntualmente. Ma era anche un uomo, un povero prete che moltissime volte cercava soltanto di vedere piuĢ€ in laĢ€ del proprio naso come tutti noi. E aveva diritto anche lui a dare pareri, a nutrire speranze, a fare pronostici, che a volte risultavano esatti, a volte invece erano errati (come risultoĢ€ nel caso di don Guanella, che don Bosco cercoĢ€ di fermare all'oratorio mentre la sua missione era un'altra). Registrare “tutti” questi pronostici, queste speranze, e avere un po' la pretesa di vederli tutti realizzati infallibilmente, eĢ€ falsare la figura di don Bosco. EĢ€ negargli il diritto di essere un uomo, soggetto come tutti alle vicissitudini della vita. Questo fu forse un limite nello “spirito” con cui furono raccolti i ricordi e le parole di don Bosco. Oggi specialmente, avremmo piuĢ€ riconoscenza verso quei testimoni se ci avessero tramandato non solo gli esiti sublimi, ma anche i dubbi, le perplessitaĢ€ e gli sbagli di quella grandissima e “umanissima” persona che fu don Bosco.

Ma tutto questo non vuole neĢ puoĢ€ essere un appunto al lavoro di quei primi salesiani, che pur con limiti precisi, fu di valore incalcolabile.

38.

IL GRANDE SANTUARIO SOGNATO.

Nell'ottobre 1844 don Bosco ebbe due sogni. Ne abbiamo accennato nel capitolo 18, ma ora dobbiamo riprenderli, allargando le citazioni. La prima la riportiamo dalle Memorie autografe di don Bosco, la seconda dalla relazione scritta fatta da don Barberis e don Lemoyne.

“La pastorella mi invitoĢ€ a guardare a mezzodiĢ€. Guardando, vidi un campo, in cui era stata seminata meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe, e molti altri erbaggi. " Guarda un'altra volta ", mi disse; e guardai di nuovo. Allora vidi una stupenda ed alta chiesa. Un'orchestra, una musica istrumentale e vocale mi invitavano a cantar messa. Nell'interno di quella chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali era scritto: Hic domus mea, inde gloria mea (Qui eĢ€ la mia casa, di qui usciraĢ€ la mia gloria)” (Memorie, ed. Ceria, p. 136).

Il sogno delle tre chiese.

“Mi sembroĢ€ di trovarmi in una gran pianura piena di una sterminata quantitaĢ€ di giovani. Alcuni rissavano, altri bestemmiavano. Un nugolo di sassi si vedeva per l'aria, lanciati da costoro che facevano battaglia. Io stavo per allontanarmi quando mi vidi accanto una Signora che mi disse:

- Avanzati tra quei giovani e lavora.

Io mi avanzai, ma che fare? Non vi era locale da ritirarne nessuno. Mi volsi allora a quella Signora, la quale mi disse:

- Ecco del locale! - E mi fece vedere un prato.
- Ma qui non c'eĢ€ che un prato -, diss'io. Ella rispose:
- Mio Figlio e gli Apostoli non avevano un palmo di terra ove posare il capo.

Incominciai a lavorare in quel prato, ammonendo, predicando, confessando. Ma riusciva inutile ogni sforzo se non trovavo un

recinto con qualche fabbricato ove raccoglierli. Allora quella Signora mi disse:
- Osserva.
Guardando vidi una chiesa piccola e bassa, un po' di cortile e giovani in gran numero.

Ripigliai il lavoro. Ma essendo la chiesa divenuta angusta, ricorsi ancora a lei, ed essa mi fece vedere un'altra chiesa assai piuĢ€ grande con una casa vicina. Poi, conducendomi ancora un po'

d'accanto, in un tratto di terreno coltivato, quasi innanzi alla facciata della seconda chiesa, mi soggiunse:

- In questo luogo, dove i gloriosi Martiri di Torino Avventore e Ottavio soffrirono il loro martirio, su queste zolle che furono bagnate e santificate dal loro sangue, io voglio che Dio sia onorato in modo specialissimo.

CosiĢ€ dicendo, avanzava un piede posandolo sul luogo ove avvenne il martirio, e me lo indicoĢ€ con precisione. Io volevo porre qualche segno per rintracciarlo, ma nulla trovai intorno a me. Tuttavia lo tenni a memoria con precisione.

Intanto io mi vidi circondato da un numero immenso e sempre crescente di giovani; ma guardando la Signora crescevano anche i mezzi e il locale; e vidi poi una grandissima chiesa precisamente nel luogo dove mi aveva fatto vedere che avvenne il martirio dei Santi della legione tebea, con molti edifici tutto all'intorno e con un bel monumento nel mezzo”.

Don Bosco aveva sempre tenuto d'occhio il “campo seminato a meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e altri erbaggi”, che aveva riconosciuto proprio al di laĢ€ del muro che circondava il suo oratorio. Lo aveva ribattezzato “il campo dei sogni”. Appena poteĢ€, il 20 giugno 1850, lo comproĢ€. Ma nel 1854 (anno del coleĢ€ra, dei venti orfani ricoverati tutti insieme) l'aveva dovuto rivendere per pagare alcuni debiti urgentissimi. TornoĢ€ tuttavia in sua proprietaĢ€ l'il febbraio 1863. In quegli ultimi mesi, peroĢ€, era giaĢ€ capitato qualcosa di nuovo.

“SaraĢ€ la chiesa madre della nostra Congregazione”.

Una sera del dicembre 1862, Paolino Albera (un ragazzo di 17 anni che proprio in quell'anno era stato accettato nella SocietaĢ€

Salesiana) sentiĢ€ una confidenza di don Bosco. Era sabato, don Bosco aveva confessato fino alle 23, e solo allora poteĢ€ scendere, accompagnato da Paolino, a prendere un boccone di cena. Era soprappensiero, e a un tratto prese a dire: “Io ho confessato tanto, e per veritaĢ€ quasi non so che cosa abbia detto o fatto, tanto mi preoccupava un'idea. Mi distraeva e mi tirava quasi fuori di me. Pensavo: la nostra chiesa eĢ€ troppo piccola; non contiene tutti i giovani. Quindi ne fabbricheremo un'altra piuĢ€ bella, piuĢ€ grande, che sia magnifica. Le daremo il titolo: chiesa di Maria SS. Ausiliatrice. Io non ho un soldo, non so dove prenderoĢ€ il denaro, ma cioĢ€ non importa. Se Dio la vuole, si faraĢ€”.

Poco dopo, parloĢ€ di questo progetto anche a Giovanni Cagliero. Ecco la sua testimonianza: “Nel 1862 don Bosco mi disse che meditava di costruire una chiesa grandiosa e degna della Vergine SS.

- Sinora, disse, abbiamo celebrato con solennitaĢ€ la festa dell’Immacolata. Ma la Madonna vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: i tempi corrono cosiĢ€ tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana. E sai tu un altro percheĢ?

- Credo - risposi - che saraĢ€ la “chiesa madre” della nostra futura Congregazione, e il centro dal quale emaneranno tutte le altre opere nostre a favore della gioventuĢ€.

- Hai indovinato, mi disse: Maria SS. eĢ€ la fondatrice e saraĢ€ la sostenitrice delle nostre opere”.

Una chiesa piuĢ€ grande che potesse contenere tutti i giovani, la “chiesa madre” della Congregazione. Questi i motivi-base per cui don Bosco progetta il santuario di Maria Ausiliatrice. Ma accenna anche ad un terzo motivo: I tempi corrono cosiĢ€ tristi. Crediamo conveniente commentare queste parole, per non farle classificare come uno di quei “lamenti generici” che in ogni tempo fioriscono in bocca ai professionisti del rimpianto.

I fatti di Spoleto e l’Ausiliatrice.

La storia della Chiesa alla metaĢ€ dell'Ottocento - scrive lo storico Giacomo Martina - “eĢ€ caratterizzata da uno scontro violento tra vecchio e nuovo, fra strutture di una societaĢ€

ufficialmente cristiana e l'affermazione sempre piuĢ€ decisa della cittaĢ€ secolare. Ne emerge il quadro di un periodo nodale nella storia della Chiesa, che ripropone i termini del confronto fra il cristianesimo e le culture delle diverse epoche storiche con le quali esso viene a incontrarsi”.

Uno dei momenti piuĢ€ acuti di questo “scontro violento” eĢ€ la questione di Roma e dello Stato pontificio. Dopo la seconda guerra d'indipendenza - citiamo da Pietro Stella - lo Stato pontificio, giudicato dai cattolici indispensabile alla indipendenza del Papa, sembrava irrimediabilmente destinato a essere conquistato dal “Regno d'Italia”. I vescovi dell'Umbria, il 2 febbraio 1860, invitavano i fedeli a pregare Dio “per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, Madre di Dio, Ausiliatrice dei Cristiani”.

Proprio in una cittadina dell'Umbria, Spoleto, avvenne secondo la voce popolare un grandioso miracolo. Nel marzo 1862, da un'antica immagine conservata in una chiesa diroccata, la Madonna parloĢ€ a un bambino di cinque anni e guariĢ€ un giovane contadino. Alla chiesa diroccata cominciarono ad arrivare pellegrini.

L'arcivescovo di Spoleto, mons. Arnaldi, mandoĢ€ un'entusiastica relazione degli avvenimenti al giornale cattolico di Torino, l'Armonia. Diceva di imponenti pellegrinaggi in arrivo da Todi, Perugia, Foligno, Nocera, Narni, Norcia.

Lo stesso arcivescovo, nel settembre 1862, lancioĢ€ l'idea di un grande tempio sul luogo dei miracoli, dando all'immagine della Madonna (chiamata fino allora “Madonna della Stella”) il nome ufficiale di Aiuto dei Cristiani, Auxilium Christianorum.

Don Bosco lesse la relazione di mons. Arnaldi ai suoi giovani “con grande contentezza”. E proprio in quel tempo fece il grandioso sogno delle “due colonne”, che raccontoĢ€ ai giovani il 30 maggio: la nave della Chiesa, guidata dal Papa, viaggia sicura tra l'impeto dei flutti e i proiettili scagliati da numerosissime navi nemiche. E trova finalmente rifugio presso due colonne tra cui il Papa getta l'ancora: la prima colonna eĢ€ sormontata dall'Eucaristia, la seconda da una statua dell'Immacolata che porta la scritta Auxilium Christianorum.

Quest'insieme di “tempi tristi” e di grandi speranze costituiscono il terzo motivo che spinge don Bosco a iniziare l'impresa del santuario di Maria Ausiliatrice.

Un titolo che fa arricciare il naso.

L'incarico di preparare il disegno don Bosco lo affidoĢ€ all'ingegnere Antonio Spezia, che sviluppoĢ€ un progetto in forma di croce latina sopra una superficie di 1200 metri quadri. La lunghezza massima della chiesa era di m. 48.

Con il rotolo dei progetti sotto il braccio, don Bosco si presentoĢ€

al municipio per l'approvazione. Sui disegni non si fecero osservazioni, anzi ci fu una promessa (puramente “a parole”) di estendere anche a questa chiesa il sussidio straordinario di lire 30.000 che il municipio concedeva per la costruzione di ogni chiesa parrocchiale. CioĢ€ che invece fece arricciare il naso fu il titolo: Chiesa di Maria Ausiliatrice. I fatti di Spoleto, la lettera dei vescovi dell'Umbria, le polemiche sul giornale l'Armonia mettevano in sospetto le autoritaĢ€ municipali. Quel nome sapeva di contestazione.

- Non potrebbe cambiare quel titolo strano? La chiami chiesa del Rosario, della Pace, del Carmelo. La Madonna ne ha tanti titoli!

Don Bosco si mise a ridere:
- Voi approvatemi il progetto. Sul nome ci metteremo d'accordo. Non si mise affatto d'accordo: lo lascioĢ€ tale e quale.

Otto soldi per cominciare.

Ottenuta la licenza di costruzione, don Bosco affidoĢ€ l'impresa al capomastro Carlo Buzzetti (il ragazzo, fratello di Giuseppe che aveva incontrato nella chiesa di S. Francesco d'Assisi, e che era diventato uno stimato costruttore di case). ChiamoĢ€ l'economo don Savio e

gli ordinoĢ€ di far iniziare i lavori di scavo.
- Ma don Bosco, come faremo? Non si tratta di una cappella, ma di una chiesa molto

grande e molto costosa. Stamane non avevamo in casa nemmeno i soldi per pagare i francobolli delle lettere in partenza.

- Comincia a fare gli scavi - gli rispose don Bosco -. Quando mai abbiamo cominciato un'opera avendo giaĢ€ i denari pronti? Bisogna bene lasciar fare qualcosa alla divina Provvidenza.

Gli scavi furono compiuti in parte nell'autunno del 1863, e ripresi nel marzo 1864.

Sul finire dell'aprile, per invito del capomastro, don Bosco accompagnato dai suoi preti e da molti allievi, scese negli scavi a gettarvi la prima pietra. Terminata la funzione si rivolse a Buzzetti e gli disse:

- Ti voglio dare subito un acconto per i grandi lavori.

TiroĢ€ fuori il borsellino, l'apriĢ€ e versoĢ€ nelle mani del capomastro tutto cioĢ€ che conteneva: otto soldi, nemmeno mezza lira. Vedendo Buzzetti mortificato aggiunse subito:

- Stai tranquillo. La Madonna penseraĢ€ lei a far arrivare il denaro necessario.

La Madonna ci pensoĢ€ davvero, ma per farlo arrivare si serviĢ€ di tutta la fatica e il sudore di don Bosco.

Chi studia le figure dei due grandi santi torinesi quasi contemporanei, il Cottolengo e don Bosco, eĢ€ colpito da questa differenza. Entrambi furono aiutati giorno per giorno dalla Provvidenza, vissero di Provvidenza. Ma mentre il Cottolengo diceva: “La Provvidenza ha giaĢ€ preparato il denaro che ci occorre. Aspettiamo che arrivi”, don Bosco diceva: “La Provvidenza ha giaĢ€ preparato il denaro che ci occorre. Andiamolo a cercare”.

Don Paolo Albera, secondo successore di don Bosco, che visse accanto a lui quei tempi, diceva: “Solo chi ne fu testimone puoĢ€ farsi una giusta idea del lavoro e dei sacrifici che il nostro Padre s'impose durante questi anni, per condurre a termine la chiesa di Maria Ausiliatrice, da molti ritenuta un'impresa temeraria, troppo superiore alle forze dell'umile prete che vi si era accinto”.

Don Bosco spremette la sua immaginazione per forzare la caritaĢ€ pubblica. InondoĢ€ Torino e il Piemonte di lettere e circolari; apriĢ€ sottoscrizioni; sollecitoĢ€ l'aiuto dei “grandi” del mondo a Torino, Firenze, Roma; organizzoĢ€ una lotteria impressionante. Le offerte affluivano, ma non sempre in quantitaĢ€ sufficiente. Nel maggio del 1866 don Bosco scriveva al cavalier Oreglia: “I quaranta muratori che dovevano lavorare alla chiesa furono ridotti al numero di otto per mancanza di mezzi. EĢ€ un momento per noi assai calamitoso”.

La Madonna fa la questua per don Bosco.

Se il “povero don Bosco” riusciĢ€ a superare tutte le difficoltaĢ€ lo dovette all'aiuto dell'Ausiliatrice, che si mise lei “a fare le questue piuĢ€ fruttuose”. La voce di “grazie” piccole e grandi che la Madonna concedeva a chi aiutava la costruzione della chiesa si diffuse rapidamente in Torino e in molte parti dell'Italia.

La grazia piuĢ€ “clamorosa”, forse, fu quella del banchiere e senatore Giuseppe Cotta, giaĢ€ benefattore di don Bosco, e conosciutissimo negli ambienti politici e finanziari di Torino.

Mentre il senatore, ottantenne, giaceva ammalato senza che i medici gli dessero piuĢ€ alcuna speranza - narra don Lemoyne - don Bosco andoĢ€ a trovarlo. L'ammalato riusciĢ€ a dirgli con un filo di voce:

- Ancora pochi minuti, poi bisogna partire per l'eternitaĢ€.

- No senatore - ribatteĢ allegro don Bosco -. La Madonna ha ancora bisogno di lei in questo mondo. Lei deve vivere per aiutarmi a costruire la sua chiesa.

- Non c'eĢ€ piuĢ€ speranza - sospiroĢ€ il vecchio.
La fede di don Bosco si alleoĢ€ a una audacia tranquilla, quasi umoristica:
- E che cosa farebbe, se Maria Ausiliatrice le ottenesse la grazia di guarire?

Il senatore sorrise, raccolse le forze e puntoĢ€ due dita verso don Bosco:
- Duemila lire. Se guarisco pago duemila lire per sei mesi alla chiesa di Valdocco. - Ebbene, io vado a far pregare i miei ragazzi, e l'aspetto guarito.

Tre giorni dopo il senatore arrivoĢ€ davvero, guarito.

- Sono qui - disse a don Bosco -. La Madonna mi ha guarito e io sono venuto a pagare il mio primo debito.

Riferiamo solo due altre «grazie», anche se don Bosco, l’11 febbraio 1868, scriveva al cavalier Oreglia: “Ogni giorno cose una piuĢ€ strepitosa dell'altra di Maria Ausiliatrice per la chiesa. Ci vorrebbero volumi”. E al processo per la beatificazione di don Bosco, mons. Bertagna attestoĢ€ sotto giuramento: “Durante un corso di Esercizi Spirituali a S. Ignazio, don Bosco mi chiese consiglio se avesse a continuare a benedire gli ammalati con le immagini di Maria Ausiliatrice e del Salvatore, poicheĢ, diceva, si levava molto rumore per le molte guarigioni che succedevano e che avevano l'aria di prodigioso. Bene o male, io ho creduto di consigliare don Bosco a proseguire le sue benedizioni”.

Una mamma, un bambino e dei poveri gioielli.

Un giorno don Bosco era uscito in cittaĢ€. Rientrando all'oratorio, vide accanto alla portieria una povera madre che aveva in braccio un fanciullo di circa un anno, macilento, pieno di croste, immobile e senza voce. Sembrava un cadavere. Si fermoĢ€ e domandoĢ€ alla madre:

- Da quanto tempo eĢ€ ammalato?
- EĢ€ sempre stato cosiĢ€ dalla nascita.
- L'avete fatto vedere ai medici?
- SiĢ€, ma dicono che non c'eĢ€ niente da fare.
- E voi sareste contenta che guarisse?
- S'immagini, il mio povero figliolo! -. E lo baciava.
- Credete che la Madonna possa guarire vostro figlio?
- SiĢ€, ma non mi merito tanta grazia. Se me lo guarisse le darei lutto cioĢ€ che ho di piuĢ€

caro.

- Allora procurate, quando potete, di andarvi a confessare e a fare la Comunione. Per nove giorni dite il Padre nostro e l'Ave Maria, e invitate anche vostro marito a recitarli. La Madonna vi esaudiraĢ€ -. E benedisse il piccino con la benedizione di Maria Ausiliatrice.

Quindici giorni dopo, di domenica, nella sacrestia del santuario, fra la gente che cercava di parlare con don Bosco, c'era una donna con in braccio un bambino dagli occhi limpidi e vivacissimi. Giunta alla presenza di don Bosco, tutta raggiante esclamoĢ€:

- Ecco il mio figliuolo.

- Che cosa desiderate, signora?
Don Bosco non ricordava piuĢ€ la benedizione data a quel bambino. La donna gliela

ricordoĢ€, e gli disse che il terzo o il quarto giorno della novena, il bambino era guarito.
- Ora, continuoĢ€, sono venuta a compiere la mia promessa -. CosiĢ€ dicendo tiroĢ€ fuori una scatola nella quale c'erano le sue povere gioie: una piccola collana d'oro, un anello, due orecchini. Don Bosco si commosse, forse ripensoĢ€ a quelli quasi uguali di sua madre. La donna

intanto diceva:
- Ho promesso alla Madonna che le avrei donato le cose piuĢ€ care, e la prego di volerle

accettare -. Don Bosco scuoteva il capo:
- Mia brava donna, avete qualche fortuna per campare la vita?
- No. Viviamo giorno per giorno con la paga di mio marito che lavora alla fabbrica di

ghisa.
- Siete riusciti a mettere da parte qualche risparmio?
- Che risparmio vuole che facciamo con tre lire al giorno?
- E vostro marito sa che volete donare questi oggetti alla Madonna?
- SiĢ€, lo sa, e ne eĢ€ contento.
- Ma se vi spogliate di tutto, come farete se vi accadraĢ€ qualche disgrazia, qualche

malattia?

- Il Signore vede che noi siamo poveretti e ci penseraĢ€. Io debbo dare quello che ho promesso.

Don Bosco era profondamente commosso:
- Sentite, facciamo cosiĢ€. La Madonna non vuole da voi un sacrificio cosiĢ€ grande. Se voi

volete proprio darle un segno della vostra gratitudine, mi darete solo l'anello. La collana e gli orecchini li riporterete a casa.

- Questo no. Ho promesso tutto, e devo dare tutto. - Fate come dico io. La Madonna eĢ€ contenta cosiĢ€.
- Ma saraĢ€ vero? Io non voglio mancarle di parola.

- Voi non le mancate di parola. We lo garantisco a suo nome. La donna sembrava ancora indecisa, poi concluse:

- Ebbene, faccia lei. Ma se vuole tutto il mio oro, lo prenda pure.
Don Bosco le ripeteĢ€ di stare tranquilla, e fece una carezza al bambino.

Il bracciante di Alba.

Un pover'uomo era venuto a piedi da Alba, viaggiando giorno e notte. Si confessoĢ€, fece la Comunione, poi si presentoĢ€ a don Bosco per compiere una promessa. Gli raccontoĢ€ che era caduto ammalato. I medici gli avevano detto che era finita, e allora aveva promesso di portare alla Madonna tutto il denaro che aveva se fosse guarito. Era guarito subito. Don Bosco guardava quell'uomo poverissimo nel vestito, che ora aveva tirato fuori di tasca un pezzo di carta e lo srotolava con attenzione. Tra la carta apparve il denaro: una lira. La porse a don Bosco con solennitaĢ€ dicendo:

- Ecco tutto cioĢ€ che possiedo, tutte le mie ricchezze. - Che mestiere fate?
- Il bracciante. Vivo alla giornata.
- E come farete a tornare a casa?

- FaroĢ€ come ho fatto per venire: a piedi.
- E non siete stanco?
- Un po', percheĢ il viaggio eĢ€ abbastanza lungo.
- Siete ancora digiuno?
- Certamente, percheĢ volevo fare la Comunione. Prima di mezzanotte, peroĢ€, ho

mangiato un pezzo di pane che portavo in tasca.
- E adesso, per colazione, che cosa avete?
- Niente.
- Facciamo dunque cosiĢ€. Oggi fermatevi con me. Vi daroĢ€ da colazione e da cena.

Domani, se cosiĢ€ vi piace, ritornerete a casa vostra.
- Questa sarebbe bella! Vi porto una lira, e voi mi date da mangiare per due o tre lire! - Sentite: voi avete fatto la vostra offerta alla Madonna. E ora don Bosco vi fa la sua

offerta: un po' di minestra e un bicchiere di vino.
- Le dico di no. Io so che don Bosco e la Madonna hanno la stessa borsa. Ecco, io

riparto a piedi. Se avroĢ€ fame, chiederoĢ€ l'ele

mosina. Se saroĢ€ stanco, mi siederaĢ€ sotto un albero. Se avroĢ€ sonno, qualcuno mi lasceraĢ€ dormire in un pagliaio. La mia promessa la voglio compiere sul serio. La saluto e preghi per me. E senz'altro ripartiĢ€.

I sogni di don Bosco – nota.

In questo capitolo abbiamo parlato di tre sogni di don Bosco: quello in cui vede “una grande chiesa nel campo della meliga”, quello “delle tre chiese”, e quello “delle due colonne”.

Mi sia permessa un'osservazione personale.

Sui “sogni di don Bosco” si sono scritte moltissime pagine. Il piuĢ€ delle volte serie e importanti. Qualche volta invece cosiĢ€ bizzarre da far pensare che chi le ha scritte ha sognato piuĢ€ di don Bosco.

Per “spiegare” questi sogni e per “eliminare” ogni accenno di “straordinario” dalla vita di don Bosco, qualche studioso ha usato tutte le ipotesi di lavoro: dalla parapsicologia (che eĢ€ oggi seriamente messa in discussione e negata dai migliori scienziati), alla “mitizzazione” da parte di chi riferiva fatti e detti di don Bosco (ed eĢ€ indubbio che qualche testimone “mitizzoĢ€” alcune cose), fino all'accusa esplicita di falsa testimonianza.

Crediamo sia lecito fare “ipotesi di lavoro” e cercare di verificarle. Meno lecito ci pare prendere in considerazione tutte le ipotesi di lavoro meno una: l'intervento straordinario di Dio nella vita di don Bosco. Se si eĢ€ onesti, si deve prendere in considerazione anche questa, e verificarla seriamente. Ora una verifica seria, da parte di uno storico, deve basarsi prima di tutto sul vaglio delle testimonianze, che nel caso di don Bosco sono molte volte “giurate” nei processi per la beatificazione. Negare a priori testimonianze giurate per arrampicarsi su dubbie teorie, significa che il lavoro storico non viene piuĢ€ eseguito con serietaĢ€ ma con precomprensione. EĢ€ scadere nei dogmi del positivismo (“il soprannaturale non eĢ€ ammissibile, quindi eĢ€ inutile prenderlo in considerazione”).

Noi non siamo specialisti in questo campo. Ma crediamo che per farci un'idea giusta sui sogni di don Bosco, sia innanzitutto importante conoscere il parere di don Bosco stesso, e poi di chi gli viveva accanto. (Questo non basta allo storico, evidentemente, ma eĢ€ il punto di partenza per qualunque indagine seria).

Ci permettiamo quindi di riportare alcune citazioni di don Bosco e di chi gli visse accanto per tanti anni. Non ritocchiamo il testo, anche a costo di lasciarlo oscuro per chi non ha familiaritaĢ€ con l'italiano del 1800.

Sogno dei nove anni. Testimonianza autografa di don Bosco.

“La nonna che sapeva assai di teologia, era del tutto analfabeta, diede sentenza definitiva dicendo: " Non bisogna badare ai sogni ". Io ero del parere di mia nonna; tuttavia non mi fu possibile togliermi quel sogno dalla mente. Le cose che esporroĢ€ in appresso daranno a cioĢ€ qualche significato”.

Sogno della grande chiesa nel campo della meliga. Testimonianza autografa di don Bosco

“Questo (sogno) mi occupoĢ€ quasi tutta la notte; molte particolaritaĢ€ l'accompagnarono. Allora ne compresi poco il significato, percheĢ poca fede ci prestava; ma capii le cose di mano in mano avevano il loro effetto. Anzi piuĢ€ tardi, congiuntamente ad altro sogno, mi serviĢ€ di programma nelle mie deliberazioni”.

Testimonianza di don Bosco riferita da don Lemoyne.

“Nei primi anni io andava a rilento a prestare a questi sogni tutta quella credenza che meritavano. Molte volte li attribuiva a scherzi della fantasia. Raccontando quei sogni, annunciando morti imminenti, predicendo il futuro, piuĢ€ volte ero rimasto nell'incertezza, non fidandomi di aver compreso e temendo di dire bugie. Alcune volte mi confessai da don Cafasso di questo secondo me azzardato parlare. Mi ascoltoĢ€, pensoĢ€ alquanto, poi disse: " Dal momento che quanto dite si avvera, potete stare tranquillo e continuare ". PeroĢ€ solo anni dopo quando moriĢ€ il giovane Casalegno e lo vidi nella cassa sopra due sedie nel portico, precisamente come nel sogno, allora piuĢ€ non esitai a credere fermamente che quei sogni fossero avvisi del Signore”.

Testimonianza di don Lemoyne.

“Fino all'anno 1880 circa, don Bosco, raccontando i sogni, non aveva mai detto la parola visioni. Ma con me negli ultimi anni, bencheĢ non la pronunciasse mai per primo, pure

assentiva alla frase usata da me in questi colloqui di confidenza”.

Testimonianza di don Berto, segretario di don Bosco per oltre 20 anni.

“Egli predisse assai prima che accadesse, la morte di quasi tutti i giovani dell'oratorio, notando il tempo e le circostanze del loro passaggio all'altra vita. Una volta o due avvertiĢ€ chiaramente il giovane. Sovente lo fece custodire da qualche buon compagno; talora disse in pubblico le iniziali del nome. Queste predizioni, per quanto ricordo, posso assicurare che ebbero tutte il loro pieno adempimento. Qualche rarissima eccezione vi fu, ma tale che serviĢ€ di conferma dello spirito profetico di don Bosco. Io don Berto testimonio oculare e auricolare scrivo queste cose.

Parere di don Ceria.

Questo biografo di don Bosco che compiloĢ€ gli ultimi nove volumi delle Memorie Biografiche ed entroĢ€ in Congregazione tre anni prima della morte di don Bosco, nell'introduzione al voi. XVII classifica i sogni di don Bosco in tre gruppi:

- Sogni che non sono altro che sogni (come facciamo noi nelle notti di cattiva digestione): a rigore di termini non ci dovrebbero stare nella vita di don Bosco. Qualcuno fu riportato nelle Memorie Biografiche per conoscere piuĢ€ elementi possibili della vita di don Bosco.

- Sogni che non furono sogni ma vere visioni: avvenuti in pieno giorno, come la rivelazione sul futuro di Giovanni Cagliero.

- Sogni fatti di notte, che rivelano cose oscure o future.
EĢ€ difficile peroĢ€ distinguere - osserva don Ceria - tra le tre categorie. Una volta, non

sappiamo quando, don Bosco sognoĢ€ di trovarsi in San Pietro, dentro la grande nicchia che si apre sotto il cornicione a destra della navata centrale, perpendicolarmente alla statua bronzea di san Pietro e al medaglione in mosaico di Pio IX. Egli non sa capacitarsi come sia capitato lassuĢ€. Vuole scendere. Chiama, grida, ma nessuno risponde. Finalmente, vinto dall'angoscia, si sveglia. Un sogno da cattiva digestione, si direbbe. Ma chi guarda quella nicchia di San Pietro in questo 1936 - continua don Ceria - vi vede la grandiosa statua di don Bosco dello scultore Canonica. E allora si capisce che la cattiva digestione non c'entrava.

39.

DON RUA: DA MIRABELLO ALL'INAUGURAZIONE DEL SANTUARIO.

A Mirabello, nella diocesi di Casale Monferrato, il parroco desiderava avere un collegio nell'ambito della sua parrocchia. InvitoĢ€ don Bosco. Dopo essersi assicurato che “sarebbe stato padrone in casa propria”, e aver stabilito che l'istituto doveva accogliere principalmente giovani aspiranti al sacerdozio, don Bosco accettoĢ€.

Era ormai impegnato fino al collo nell'impresa appena incominciata della chiesa di Maria Ausiliatrice, ma prese tutte le precauzioni percheĢ l'iniziativa di Mirabello avesse successo. Mons. Calabiana, vescovo di Casale, che aveva pochissime vocazioni al sacerdozio, diede la sua piena approvazione. La casa si sarebbe chiamata “Piccolo Seminario”.

Nell'autunno del 1863 don Bosco chiamoĢ€ don Rua e gli disse:

- Ho da chiederti un grosso sacrificio. Ci chiamano ad aprire un “Piccolo Seminario” a Mirabello, nel Monferrato. Penso di mandare te a dirigerlo. EĢ€ la prima casa che i salesiani aprono fuori Torino. Avremo mille occhi addosso per vedere “come ce la caviamo”. Ho piena fiducia in te. Ti daroĢ€ tutti i confratelli necessari percheĢ quella casa nasca bene.

Rua aveva 26 anni. Don Bosco studioĢ€ con lui l'elenco dei salesiani che l'avrebbero accompagnato. Furono scelti i chierici Provera, Bonetti, Cerruti, Albera, Dalmazzo e Cuffia.

Anche per i ragazzi studiarono una formula che avrebbe permesso di avere subito buoni

risultati: alcuni dei migliori giovani dell'oratorio di Torino si sarebbero trasferiti nel collegio di Mira- bello per “fare da buon lievito” tra i novanta ragazzi accettati per il primo anno.

Quattro pagine che hanno valore di testamento.

Don Rua partiĢ€ per Mirabello dopo la festa del Rosario. Portava con seĢ quattro pagine di consigli preziosi che don Bosco aveva scritto per lui.

Pietro Stella dice di quelle quattro paginette: “Hanno un valore quasi di codice e di testamento. Don Bosco vi rispecchia tutto l'arco delle sue principali preoccupazioni di padre, di educatore, di sacerdote che mira alla salvezza delle anime”.

Anche don Bosco si accorse di essere riuscito a tracciare in quelle righe una delle sintesi migliori del suo “sistema di educare”, tanto che in seguito trascriveraĢ€ quelle pagine (con alcune varianti e aggiunte) per tutti i direttori salesiani, con il titolo Ricordi confidenziali per i direttori.

Ne tentiamo una breve sintesi.

“Ti parlo con la voce di un tenero padre che apre il cuore a uno dei piuĢ€ cari suoi figliuoli.

Con te stesso.

- Niente ti turbi.
- Evita le mortificazioni nel cibo. Ogni notte non fare meno di sei ore di riposo.
- Celebra la santa Messa e recita il breviario con pietaĢ€, devozione e attenzione.
- Ogni mattina un poco di meditazione, lungo il giorno una visita al Santissimo.
- Studia di farti amare prima di farti temere; nel comandare e correggere fa' sempre

conoscere che desideri il bene e non mai il tuo capriccio. Tollera ogni cosa quando si tratta di impedire il peccato.

- Pensaci alquanto prima di deliberare in cose d'importanza.

- Quando ti eĢ€ fatto rapporto intorno a qualcuno, procura di rischiarare bene il fatto prima di giudicare.

Coi maestri.

- Procura di parlare spesso con loro. Conosciuto qualche bisogno, fa' quanto puoi per provvedervi.

- Fuggano l'amicizia particolare e la parzialitaĢ€ fra i loro allievi.

Con gli assistenti.

- Procura di trattenerti con essi per udirne il parere sulla con

dotta dei giovani. Si trovino puntuali al loro dovere. Facciano la loro ricreazione con i giovani.

Con i giovani studenti.

- Per nessun motivo non accettare mai un giovane che sia stato cacciato da altri collegi o che ti consti altrimenti essere di cattivi costumi.

- Fa' quanto puoi per passare in mezzo ai giovani tutto il tempo della ricreazione; e procura di dire all'orecchio qualche affettuosa parola, che tu sai, di mano in mano si presenta l'occasione e tu ne scorgerai il bisogno. Questo eĢ€ il grande segreto per renderti padrone del cuore dei giovani.

- Procura d'iniziare la Compagnia dell'Immacolata Concezione.

Con gli esterni.

- La caritaĢ€ e la cortesia siano le caratteristiche di un direttore, tanto verso gli interni quanto verso gli esterni.

- In questioni materiali, accondiscendi in tutto quello che eĢ€ possibile, anche con qualche danno, purcheĢ si conservi la caritaĢ€.

- Nelle cose spirituali, o semplicemente morali, tutto deve risolversi a maggior gloria di Dio e bene delle anime. Impegni, puntigli, spirito di vendetta, amor proprio, ragione, pretensioni e anche l'onore, tutto deve sacrificarsi in questo caso”.

Ed ecco le principali “aggiunte” che faraĢ€ riscrivendo queste righe come Ricordi confidenziali per i direttori: “- Procura di non comandare mai cose superiori alle forze, o

dannose alla salute.
- Fa' sempre breve elevazione di cuore a Dio prima di deliberare.
- Procura di farti conoscere dagli allievi e di conoscere essi passando con loro tutto il

tempo disponibile.
- Le parti odiose e disciplinari siano affidate ad altri.
- Abbi massima cura di assecondare le inclinazioni di ciascuno, affidando di preferenza

quegli uffici che a taluno si conoscono di maggior gradimento.
- Si faccia economia in tutto, ma assolutamente in modo che nulla manchi agli

ammalati.
- Lo studio, il tempo, l'esperienza mi hanno fatto toccare con mano che la gola,

l'interesse, la vanagloria, furono la rovina di floridissime Congregazioni e di rispettabili Ordini religiosi. Gli anni ti faranno conoscere delle veritaĢ€ che forse ora ti sembreranno incredibili”.

Le “paroline all'orecchio” di don Bosco.

Don Bosco suggerisce a don Rua: “Procura di dire all'orecchio qualche affettuosa parola, che tu sai”. La “parolina all'orecchio” di don Bosco, secondo la testimonianza dei suoi allievi, era uno dei segreti educativi. Don Lemoyne cercoĢ€ di raccogliere queste “paroline”, interrogando quelli che erano stati ragazzi di don Bosco. Eccone alcune tratte dal suo elenco:

“- Come stai? E di anima come stai?
- Tu dovresti aiutarmi in una grande impresa. Sai quale? Neil’impresa di farti buono. - Quando vuoi cominciare a essere la mia consolazione?
- Quando vuoi che rompiamo le corna al diavolo con una buona confessione?
- Vuoi che diventiamo amici negli affari dell'anima?
- Temi che il Signore sia sdegnato con te? Ricorri alla Madonna.
- Il paradiso non eĢ€ fatto per i poltroni.
- Prega, prega bene, e certamente ti salverai.
- Ti trovi in tempesta? Invoca la Madonna, eĢ€ la stella del mare.
- Pensa al giudizio di Dio.
- Non fidarti troppo delle tue forze.
- Pensa a Dio, sarai piuĢ€ buono e piuĢ€ contento.
- Se tu mi aiuti, voglio renderti felice in questa vita e nell’altra.
- Se mi aiuti, voglio fare di te un san Luigi.
- Chi persevera fino alla fine saraĢ€ salvo.
- Lavoriamo, lavoriamo, ci riposeremo in paradiso.
- Coraggio! Un pezzo di paradiso aggiusta tutto!”.

Una mamma e tanto lavoro.

Don Bosco volle che la mamma di don Rua lo accompagnasse a Mirabello. Un pensiero delicato. Essa pensoĢ€ alla biancheria dei ragazzi, ma soprattutto fu un elemento equilibratore prezioso negli immancabili momenti di depressione del suo giovane figlio.

Ci furono alcune difficoltaĢ€ iniziali per i titoli di insegnamento, ma presto i salesiani a Mirabello ottennero eccellenti risultati, soprattutto nel suscitare “vocazioni” sacerdotali. Il direttore era il principale artefice del successo. Una cronaca riferisce in tono di elogio che “don Rua a Mirabello si diporta come don Bosco a Torino”. CosiĢ€ per due anni.

All'inizio del 1865, la SocietaĢ€ Salesiana ha 80 membri, di cui undici sacerdoti. Dei chierici mandati a Mirabello con don Rua sono stati ordinati preti don Bonetti e don Provera. A Torino, accanto a don Bosco e a don Alasonatti, sono diventati preti don Cagliero, don Savio, don Francesia, don Ruffino, don Ghivarello, don Durando.

Quest'anno, peroĢ€, metteraĢ€ a dura prova la giovane SocietaĢ€. Nello spazio di pochi mesi, cinque dei primi salesiani saranno messi fuori combattimento, i ragazzi interni passeranno il numero di 700, il santuario di Maria Ausiliatrice ingoieraĢ€ somme enormi e porteraĢ€ la stanchezza di don Rua quasi al limite di rottura.

Il quadro dell'Ausiliatrice.

Nei primi mesi, il pensiero di don Bosco eĢ€ assorbito dal grande quadro di Maria Ausiliatrice che dovraĢ€ campeggiare nel santuario. Ne affida l'esecuzione al pittore Lorenzone, e cerca di comunicargli tutto cioĢ€ che “vuole vedere” in quel quadro:

- In alto Maria SS. tra gli Angeli, intorno a lei gli apostoli, i profeti, le vergini, i confessori. Nella parte inferiore i popoli delle varie parti del mondo che tendono le mani verso di lei e chiedono aiuto.

Lorenzone lo lascia finire, poi:
- E questo quadro dove metterlo?
- Nella nuova chiesa.
- E crede che ci staraĢ€? E dove trovare la sala per dipingerlo? Per trovare uno spazio

adatto alle dimensioni che lei si immagina, ci vorrebbe piazza Castello!
Don Bosco dovette riconoscere che il pittore aveva ragione. Fu quindi deciso che

attorno alla Madonna si sarebbero dipinti soltanto gli apostoli e gli evangelisti. Ai piedi del quadro sarebbe stato raffigurato l'oratorio.

Lorenzone prese in affitto un altissimo salone di Palazzo Madama e inizioĢ€ il lavoro. Sarebbe durato circa tre anni.

RiusciĢ€ a dare al volto di Maria Ausiliatrice un'espressione materna e dolcissima. Un prete dell'oratorio raccontava:

“Un giorno entrai nel suo studio per vedere il quadro. Lorenzone stava sulla scaletta, dando le ultime pennellate al volto di Maria. Non si volse al rumore che feci entrando, continuoĢ€ il suo lavoro. Di liĢ€ a poco scese e si mise a osservare. A un tratto si accorse della mia presenza, mi prese per un braccio e mi condusse in un punto di piena luce:

- Osservi com'eĢ€ bella! - mi disse -. Non eĢ€ opera mia, no. Non sono io che dipingo. C'eĢ€ un'altra mano che guida la mia. Dica a don Bosco che il quadro saraĢ€ bellissimo -. Era entusiasmato oltre ogni dire. Quindi si rimise al lavoro”.

Quando il quadro fu portato nel santuario - ricordava don Lemoyne - e sollevato al suo posto, Lorenzone cadde in ginocchio e si mise a piangere come un bambino.

L'addio di don Alasonatti e l'arrivo di don Rua.

Nella mattinata dell'8 ottobre, da Lanzo arriva a Valdocco il chierico Cibrario. Porta a don Bosco la notizia che don Alasonatti (recatosi lassuĢ€ per ricuperare un po' di salute) eĢ€ morto nella notte. Gli consegna una sua lettera. Aveva consumato gli ultimi undici anni della vita in un lavoro silenzioso e sacrificato. La mole delle pratiche, delle fatture, dei registri, era ormai tale che negli ultimi tempi aveva passato anche le notti in bianco. Il Paradiso - come aveva chiesto arrivando - se l'era guadagnato sul serio. In settembre un'ulcera alla gola l'aveva fatto soffrire in modo atroce.

Don Bosco lo ricordoĢ€ ai ragazzi con la commozione di un fratello. Per l'oratorio fu una perdita gravissima.

A Mirabello, don Rua stava programmando le cose per l'imminente anno scolastico. Ed

ecco giungere da Torino don Provera:
- Don Bosco ti aspetta all'oratorio. Don Bonetti prenderaĢ€ la direzione del collegio. Tu

vieni al piuĢ€ presto.
Don Pro vera ricordava: “Don Rua stava scrivendo al tavolino. Non esitoĢ€ un istante:

senza fare nessuna interrogazione neĢ chiedere spiegazioni, si alzoĢ€, prese il breviario e disse: " Sono pronto. LascioĢ€ a Mirabello sua madre, fincheĢ non si trovasse un aiuto per la biancheria dei ragazzi.

A Torino don Bosco gli disse semplicemente:
- Hai fatto da don Bosco a Mirabello. Ora devi farlo a Valdocco.
Gli affidoĢ€ tutto: i laboratori dei 350 piccoli artigiani, i cantieri del santuario, la

pubblicazione delle Letture Cattoliche (12 mila abbonati), persino il compito di leggere e rispondere al maggior numero delle lettere indirizzate a lui.

La mattina mangiata dalle udienze.

La mattinata di don Bosco era ormai “mangiata” dalle udienze. Ricorda don Lemoyne: “Incominciarono queste fin dal princi

pio, cioeĢ€ nel 1846, e crebbero a poco a poco. Nel 1858 don Bosco poteva ancora uscir di casa verso le 10 e mezzo o le 11 del mattino. Ma nel 1860 divennero cosiĢ€ affollate, che fu costretto a rimanere in camera tutta la mattina, dalle 9 fin quasi all'una pomeridiana, e cosiĢ€ continuoĢ€ fino alla sua ultima infermitaĢ€. Alla morte di don Cafasso, egli divenne in pratica l'erede del suo spirito. Quanto vi era in Torino di buono, di scelto, di emergente nelle varie classi sociali, tutto metteva capo a don Bosco”.

Don Cagliero aggiunge: “Ho visto sempre moltissime persone salire a visitarlo. Venivano a chiedergli una preghiera, a ricevere la sua benedizione, a domandargli consiglio su opere buone da fare, a portargli offerte per i suoi ragazzi, e anche solo per vederlo e parlargli. Era gente del popolo, ma anche autoritaĢ€ e ministri, rettori di seminario e vescovi”.

Un avvocato, che fu ricevuto moltissime volte da don Bosco, ricordava: “Aveva certamente cose urgenti da fare, eppure non dimostrava mai impazienza per abbreviare il colloquio. Era rispettoso, bonario, affettuoso. Ho sentito molti dire: Come tratta bene don Bosco!”.

Don Gioachino Berto, suo segretario, l'udiĢ€ sovente consolare i malati che sorreggeva mentre entravano da lui. Don Bosco ripeteva: “Il Signore eĢ€ un buon padre, e non permetteraĢ€ mai che siamo afflitti sopra le nostre forze”. Se i sofferenti gli ricordavano le opere buone che avevano fatto, don Bosco esclamava: “Dio non dimentica niente. PagheraĢ€ tutto abbondantemente in Paradiso. EĢ€ il miglior pagatore che esista”.

“Una volta era venuto a trovarlo un negoziante ricchissimo, senza fede - narroĢ€ don Dalmazzo -. Era venuto solo per curiositaĢ€. Lo vidi uscire tutto confuso, esclamando tre o quattro volte: " Che uomo, che uomo eĢ€ questo! ". Gli domandai che cosa avesse sentito da don Bosco. E lui: " Ho sentito cose che dagli altri preti non si sentono. Mentre mi congedavo mi ha detto: Guardiamo che un giorno lei coi suoi denari e io colla mia povertaĢ€ ci possiamo trovare in paradiso.

De Amicis vide la grande statua sulla cupola.

Nel 1866 i lavori del Santuario giunsero alla cupola e si fermarono. Non c'erano piuĢ€ soldi. Don Bosco, dopo qualche giorno di esitazione, diede ordine di sostituire la cupola con una semplice volta, e di finire cosiĢ€ i lavori. Il capomastro Buzzetti e l'economo don Savio rimasero dolorosamente sorpresi: la chiesa, cosiĢ€, perdeva

molto della sua bellezza. Decisero di temporeggiare un mese portando intanto avanti

altri lavori, caso mai don Bosco avesse cambiato parere. Ed ecco presentarsi il senatore Cotta:

- EĢ€ vero che volete abolire la cupola?

- Nessuno vuole abolire niente: sono i mezzi che mancano, e qui bisogna chiudere il tetto prima dell'inverno.

- Eseguite il disegno della chiesa tutto intiero. I mezzi non mancheranno.
E disse ancora a don Bosco:
- Sto provando con i fatti che il Signore mi daĢ€ giaĢ€ adesso il centuplo di quello che dono

per amor suo.
La cupola fu innalzata. Il 23 settembre, domenica, don Bosco saliĢ€ con un ragazzo sulle

impalcature. Collocarono insieme la pietra che chiudeva l'ultimo anello di mattoni.
Nel 1867 fu collocata sul vertice della cupola una grande statua della Madonna. “EĢ€ alta circa quattro metri - scrisse don Bosco - ed eĢ€ sormontata da dodici stelle. EĢ€ in rame dorato. Essa risplende luminosa a chi la guarda da lontano al momento che eĢ€ riverberata dai raggi del sole. Sembra che parli, e voglia dire: Io sono qui per accogliere le preghiere dei miei figli, per

arricchire di grazie e di benedizioni quelli che mi amano”.
Valdocco, insieme a Borgo Dora, continuava ad essere periferia povera, a volte

squallida. Campagna incolta, case e baracche della povera gente, la grande casa della sofferenza chiamata “il Cottolengo”, le opere della Barolo e di don Bosco.

Spingendo la carrozza verso la campagna, scendevano sovente da queste parti le famiglie aristocratiche e benestanti della cittaĢ€.

Vi scese anche Edmondo De Amicis, lo scrittore celebre e alla moda. Nel suo volume La CittaĢ€ annotava: “Alla tristezza di quel quartiere singolare, corrisponde la campagna circostante, piana e silenziosa, specialmente d'inverno, all'ora del tramonto, quando al di sopra delle case e dei campi coperti di neve, giaĢ€ immersi nell’ombra azzurrina della sera, scintilla ancora, sotto l'ultimo raggio di sole, l'alta statua dorata di Maria Ausiliatrice, ritta sulla cupola della sua chiesa solitaria, colle braccia stese verso le Alpi”.

Il momento in cui si realizzano le “profezie pazze”.

Il santuario di Maria Ausiliatrice fu consacrato il 9 giugno 1868. Alle 10,30 saliĢ€ all'altar maggiore, per la prima Messa, l'Arcivescovo di Torino mons. Riccardi. Subito dopo celebroĢ€ la Messa don

Bosco, assistito da don Francesia e da don Lemoyne. Nella chiesa erano presenti 1.200 giovani.

Fu un momento di intensa commozione per tutti. Le “profezie pazze” di don Bosco erano realtaĢ€ concreta davanti agli occhi di tutti. La “stupenda e alta chiesa” era cresciuta come un miracolo nel “campo seminato a meliga e patate”. Attorno alla cupola c'era la fascia bianca “in cui a caratteri cubitali era scritto Hic domus mea, inde gloria mea”. L'altare era “circondato da un numero immenso di giovani”.

Qualcuno lo disse ad alta voce, quel giorno, quasi a voler ripagare don Bosco di tutte le amarezze che aveva dovuto inghiottire in quegli anni. E lui rispose con semplicitaĢ€: “Io non sono l'autore di queste grandi cose. EĢ€ il Signore, eĢ€ Maria SS., che si degnarono di servirsi di un povero prete per compierle. Ogni pietra di questa chiesa eĢ€ una grazia della Madonna”.

Due giorni dopo l'UnitaĢ€ Cattolica di Torino faceva la cronaca della consacrazione, e scriveva una frase che piacque moltissimo a don Bosco: “La chiesa eĢ€ stata fabbricata dai poveri e per i poveri”.

Quel giorno di grande festa non fece certamente “perdere la testa” a don Bosco. Se ne avesse avuto la tentazione, le difficoltaĢ€ pungenti che tornarono a spuntare il giorno dopo gliel'avrebbero tolta subito. Scrisse in quei giorni: “Il caro del pane ci mette nella desolazione. Fra Torino, Mirabello e Lanzo (il terzo collegio che aveva fondato nel 1864) ogni mese dobbiamo pagare 12 mila lire di solo pane”.

Il crollo di don Rua.

La persona che si sacrificoĢ€ di piuĢ€ in quel tempo (e sempre in silenzio) fu don Rua. Per piuĢ€ di un mese non dormiĢ€ piuĢ€ di tre, quattro ore per notte. L'eccesso di lavoro finiĢ€ per svuotare di energie il suo organismo.

Il 29 luglio crolloĢ€. Cadde letteralmente nelle braccia di un amico sulla porta dell'oratorio. Trasportato in camera, venne il medico, e subito si mostroĢ€ allarmato: si trattava di peritonite in stato avanzato.

Don Bosco era assente e fu mandato subito a chiamare. Giunse verso sera. Ma quando arrivoĢ€, molti ragazzi affollavano la sacrestia e attendevano di confessarsi da lui. Don Bosco era stranamente allegro.

- Venga subito a vedere don Rua - gli disse don Savio -. PuoĢ€ mancare da un momento all'altro.

-- Ma no, don Rua non partiraĢ€ senza il mio permesso. Vado a confessare i ragazzi.

ConfessoĢ€ fino a notte. Poi, invece di salire all'infermeria, andoĢ€ a cena. Attorno a lui si formoĢ€ un silenzio teso. Non si riusciva a capire percheĢ, sempre cosiĢ€ premuroso con i malati, questa volta fosse cosiĢ€ scortese con il suo principale collaboratore, che chiedeva insistentemente di vederlo.

Finita la cena, don Bosco saliĢ€ alla sua camera a posare la borsa, e solo allora si decise a recarsi da don Rua. L'ammalato aveva la fronte coperta di sudore freddo. Stava molto male. Vide don Bosco e mormoroĢ€:

- Se eĢ€ la mia ora, me lo dica. Non mi rincresce morire.

- Morire? - esclamoĢ€ don Bosco -. Caro don Rua, io non voglio, capisci? Non voglio che tu muoia. Starei fresco senza di te! Dobbiamo ancora lavorare e lavorare, altro che morire! -. Vide sul tavolo il vasetto dell'Unzione degli infermi e domandoĢ€: - Chi eĢ€ quel bonomo che vuol dare l'Olio santo a don Rua?

- Sono io - rispose don Savio.

- Siete proprio gente di poca fede. Fatti coraggio, don Rua. Guarda, anche se ti gettassi giuĢ€ dalla finestra, ora non moriresti. E adesso portate via l'Olio santo e lasciatelo in pace.

Tre settimane dopo don Rua era guarito. Un mese e mezzo di convalescenza, e tornoĢ€ nel vastissimo cortile, a giocare come un ragazzo. Non se la sentiva ancora di correre, ma giocava a birille con i piuĢ€ piccoli. Accoccolato per terra, tirava le palline di terra cotta con il pollice nervoso.

Nell'agosto del 1876, dopo cena, un salesiano domandoĢ€ a bruciapelo a don Bosco:
- EĢ€ vero che parecchi salesiani sono morti per il troppo lavoro?
- Se fosse vero - rispose - la nostra Congregazione non avrebbe avuto nessun danno,

anzi. Ma non eĢ€ vero. Uno solo potrebbe meritare il titolo di vittima del lavoro, ed eĢ€ don Rua. Ma per nostra fortuna, il Signore ce lo conserva forte e vigoroso.

40.
UNA “NUOVA FASE” PER I SALESIANI.

Da quando don Bosco comincia a impegnarsi nella costruzione del santuario di Maria Ausiliatrice, si ha l'impressione che venga incapsulato, quasi imprigionato dalla sua opera. La storia, che gli scorre accanto, sembra non toccare piuĢ€ la sua vicenda.

EĢ€ cominciata, sembra, la “storia salesiana” che procede parallela ma indipendente dall'“altra” storia. Con le sue tappe, i suoi successi, le sue battaglie private: la fondazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, la partenza dei missionari, l'inizio dei Cooperatori, le lotte dignitose ma aspre con la gerarchia torinese per l'indipendenza della Congregazione, le spossanti manovre romane per l'approvazione delle Regole salesiane.

La storia fuori del portone.

EĢ€ un'impressione errata. La storia dell'Italia che continua la marcia faticosa verso l'unificazione, gli urti rabbiosi delle autoritaĢ€ politiche con la Chiesa, la storia “non ufficiale” con le lotte operaie, l'emigrazione massiccia, la tensione delle masse popolari a una migliore istruzione e cultura, s'intrecciano capillarmente con l'azione di don Bosco, la orientano, le apportano sensibilitaĢ€ nuove.

Per questo ci parrebbe pericoloso (e superficiale) ignorare i grandi avvenimenti che si verificano fuori del portone dell'oratorio.

Dopo la morte di Cavour (6 giugno 1861), ai vertici del governo si succedono per 15 anni un gruppo di persone che verranno chiamate “la destra storica”. Sono cresciute a fianco di Cavour, ma se ne hanno assorbito il mestiere politico, non possiedono le scintille della sua genialitaĢ€. Sono i piemontesi Sella, Lanza e Rattazzi, i lombardi Jacini e Visconti Venosta, gli emiliani Minghetti e Farini, i toscani Ricasoli e Peruzzi, i meridionali Spaventa e Massari. Hanno

la mentalitaĢ€ (e gli interessi) della ricca borghesia e dell'aristocrazia agraria.
Nel confronto con la Chiesa stanno saldi sulla linea cavouriana della separazione tra Stato e Chiesa, ma non rinunciano a colpire duramente il clero e i vescovi sospettati di essere

rivendicatori dei diritti pontifici.
Di fronte alla “destra storica”, in Parlamento sta la sinistra. Ben diversa da cioĢ€ che oggi

noi intendiamo per “sinistra”. I suoi componenti provengono anch'essi da aristocrazia e borghesia (su 22 milioni di italiani, il diritto di voto eĢ€ riconosciuto a 400.000, e viene esercitato da 200.000).

Crispi, Depretis, Bertani, i principali esponenti della sinistra, hanno come programma moderate riforme democratiche (allargamento del diritto al voto) e una piuĢ€ decisa azione anticlericale.

L'Italia, prima ancora di occupare il Lazio e le tre Venezie, sta raggiungendo i 22 milioni di abitanti. Di essi, l'80% non sa neĢ leggere neĢ scrivere, mentre gli studenti universitari sono solo 6.500. Il 70% degli italiani risiede in campagna e lavora la terra. Solo il 18% eĢ€ impiegato nell'industria. Il maggiore complesso industriale eĢ€ l'Ansaldo, in Liguria, che impegna 1.000 operai. Le ferrovie hanno raggiunto la lunghezza di 2.000 chilometri. La flotta mercantile italiana eĢ€ la terza del mondo, dopo quelle dell'Inghilterra e della Francia.

La lotta contro i briganti e la grande emigrazione.

Nel 1861, nell'Italia del sud, comincioĢ€ la guerra contro il brigantaggio, la pagina forse piuĢ€ tragica e dolorosa della nostra storia nazionale. I “briganti” erano bande armate rimaste fedeli ai Borboni, in qualche caso; ma il piuĢ€ delle volte erano soltanto nuclei di sbandati che si davano alla macchia e vivevano taglieggiando e depredando. “L'esplodere del brigantaggio - scrive Francesco Traniello - mise in cruda luce i limiti della politica seguita dalla destra liberale. L'unificazione nazionale era sentita come un'imposizione dall'alto, una vera e propria " conquista " in molte parti del Mezzogiorno”.

I politici della Destra avevano un cordiale disprezzo per il sud: “Altro che Italia - scriveva nel 1861 Farini -, questa eĢ€ Africa: i beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fiore di virtuĢ€ civile”. Combatterono quindi il brigantaggio senza curarsi di affrontarne le cause di fondo: l'analfabetismo che toccava il 90% della popola

zione, la secolare miseria, la disperata ribellione delle popolazioni contadine contro uno Stato che aveva imposto tasse pesantissime e portava via i giovani con la leva militare obbligatoria.

La lotta contro il brigantaggio fu una vera guerra, condotta da un esercito di 120.000 uomini, con battaglie, stati d'assedio, tribunali militari, fucilazioni.

I “briganti” uccisi nei cinque anni 1860-65 furono oltre 5.000. La guerra fu vinta, ma i problemi del sud rimasero. E i meridionali, calpestati e umiliati, iniziarono quel triste

fenomeno di fuga che fu chiamato “emigrazione”. “Negli anni immediatamente successivi al 1861 - scrive Michele Maratta - l'emigrazione italiana assunse un carattere di massa, con una media annua di 123.000 emigranti. Dopo il 1876 toccheraĢ€ punte di mezzo milione all'anno”.

Don Bosco, mandando i suoi primi missionari in Argentina, diraĢ€ loro: “Andate, cercate questi nostri fratelli, che la miseria e la sventura portoĢ€ in terra straniera”.

Guerriglia a Torino.

Nel 1862 riprese, aspro, lo scontro tra Stato italiano e Santa Sede per il possesso di Roma. Garibaldi, con il consenso tacito del primo Ministro Rattazzi, lascioĢ€ Caprera, sbarcoĢ€ a Palermo e preparoĢ€ una spedizione per la conquista del Lazio e della cittaĢ€ di Roma. Solo di fronte alle violente reazioni di Napoleone III e dei cattolici italiani, il governo decise di far intervenire le truppe regolari per fermare Garibaldi, giaĢ€ sbarcato in Calabria.

Il 29 agosto avviene lo scontro ai piedi dell'Aspromonte. I bersaglieri del colonnello Pallavicini feriscono e catturano Garibaldi.

Il 15 settembre 1864 l'Italia firma una convenzione con Napoleone. L'imperatore accetta di ritirare le truppe francesi schierate a difesa del Papa, e il governo italiano s'impegna a rispettare la sovranitaĢ€ papale su Roma. Come prova di buona volontaĢ€ s'impegna a trasportare la capitale del Regno da Torino a Firenze.

Appena questo impegno viene conosciuto a Torino, la cittaĢ€ prende fuoco. Seimila persone, il 20 settembre, si ammassano in Piazza Castello a urlare “Abbasso il re, viva la repubblica!”.

Il giorno dopo, la folla si raduna minacciosa in piazza San Carlo, a tumultuare contro la Gazzetta del Popolo. A un tratto, dalle vie laterali, piombano sulla folla pattuglioni di guardie di pubblica sicurezza con le sciabole sguainate. Feriti e morti. La folla si disperde, peroĢ€ torna a riunirsi poche ore dopo, e prende d'assalto la Questura.

In piazza Castello, intanto, si svolge una manifestazione pacifica. Ma i nervi sono ormai a fior di pelle. Uno squadrone di carabinieri riceve l'ordine di sparare sulla folla: dieci morti rimangono sul lastricato. A questo punto la furia popolare si scatena: gli uffici della Gazzetta sono distrutti da una violenta sassaiola, le botteghe degli armaioli prese d'assalto. La gente si arma. Il ministro degli Interni, temendo una guerra civile, fa affluire in cittaĢ€ 28.000 soldati e cento cannoni. Le artiglierie vengono piazzate sul Monte dei Cappuccini, con le bocche rivolte al centro della cittaĢ€.

La sera di quel 21 settembre, don Bosco raccoglie tutti i giovani sotto i portici, e insieme pregano per Torino e per i suoi abitanti.

Il giorno 22, i tumulti ricominciano alle 9,30. Una fila di carabinieri che difende la Questura eĢ€ presa sotto una grandine di sassi. Due sono colpiti gravemente. Esasperati, i loro compagni cominciano a sparare ad altezza d'uomo: 26 morti.

Il re, sdegnato, chiede le dimissioni del governo. Nuovo primo Ministro eĢ€ nominato il generale La Marmora. I tumulti cessano, ma la capitale viene trasportata velocemente a Firenze.

Torino si sente tradita.

Crisi religiosa: Bibbia e listini di borsa.

Ma anche il Papa si sentiĢ€ tradito. Pio IX, vedendosi abbandonato dalla protezione militare di Napoleone III, si irrigidiĢ€ nelle sue posizioni anti-liberali. Con il documento chiamato Sillabo condannoĢ€ in blocco le “dottrine moderne”. Nelle ultime righe del documento il Papa negava che la Chiesa “possa e debba riconciliarsi e venire a patti con il progresso, il liberalismo e la civiltaĢ€ moderna”.

Il Papa, insieme a moltissimi ambienti cattolici, era spaventato dalla grave crisi religiosa che sembrava cambiare la faccia al mondo.

“I nuovi ceti dirigenti e imprenditoriali - citiamo dal Traniello - preferivano la lettura dei listini di borsa a quella della Bibbia. Le nuove masse proletarie, sradicate e sfruttate, si convertivano alla lotta di classe piuĢ€ facilmente che alle beatitudini evangeliche. Le migrazioni

dalle campagne alle cittaĢ€, i forzati cambiamenti di mestiere e di occupazione, le nuove condizioni di vita e in generale la dissoluzione del vecchio tessuto sociale, provocavano profonde mutazioni nei modi di pensare, sottraevano vaste categorie di persone ai parroci e ai pastori. Tutto cioĢ€ pareva un rifiuto dei tradizionali principi cattolici, un abbandono o un'attenuazione della

pratica cristiana, e soprattutto una ribellione alle autoritaĢ€ ecclesiastiche, rimaste legate molto spesso a un mondo ormai finito”.

Questa situazione di crisi, che raggiungeraĢ€ il suo culmine con la conquista di Roma da parte delle truppe italiane nel 1870, porta i cattolici ad arroccarsi, a organizzarsi come “uno Stato dentro lo Stato”. Per salvare i propri valori e formare le nuove generazioni in un clima cristiano, i cattolici creano (accanto agli organismi statali anticlericali) enti di mutuo soccorso “cattolico”, banche popolari “cattoliche”, societaĢ€ assicurative “cattoliche”, scuole e collegi “cattolici” per l'educazione dei loro figli.

Don Bosco vive in pieno questo momento della storia italiana. Punta buona parte delle sue energie ad aprire “collegi e scuole cattoliche”, fino a far vivere alla sua Congregazione una “nuova fase”: quella dei collegi. Ne parliamo ampiamente nella seconda parte di questo capitolo.

La storia non ufficiale dei lavoratori.

Accanto alla storia dell'Italia ufficiale, si svolgono altri avvenimenti, spesso dimenticati dai libri che narrano la “grande” storia.

Sono, questi, gli anni della “grande miseria” della povera gente. Gli operai in Piemonte lavorano nelle fabbriche 12 ore al giorno con salari da fame, senza mutue, senza assicurazione alcuna. I contadini, che sono la stragrande maggioranza come giaĢ€ abbiamo accennato, a marzo portano ancora i loro figli di 10-12 anni sulle piazze del mercato, percheĢ siano “affittati” dai proprietari terrieri. Avveniva giaĢ€ ai tempi di Giovannino Bosco. AvverraĢ€ per tanti anni (in certi paesi della Puglia avviene ancora nel 1979). Le fanciulle curano la “lunga treccia” dei loro capelli. La taglieranno e la venderanno quando avranno diciott'anni: la piuĢ€ grossa “entrata” per cominciare a prepararsi il corredo da sposa.

Anche dal Piemonte, privo di leggi sulla regolamentazione del lavoro e sulle previdenze sociali, partono folle di migranti: stagionali verso la Francia e la Svizzera, definitivi verso l'America.

Nel 1864, a Londra, nasce la “Prima Internazionale dei Lavoratori”. All'inizio eĢ€ composta da tre principali correnti: Il sindacalismo inglese, che punta a riforme graduali per migliorare la condizione degli operai, per farli partecipare piuĢ€ direttamente all'attivitaĢ€ politica; i seguaci del socialista francese Proudhon, che rifiutano la lotta di classe e il comunismo marxista, e cercano di organizzare “cooperative operaie” per sopprimere lentamente il capitalismo;

i mazziniani che hanno costituito in Italia 450 “societaĢ€ operaie” con 120.000 iscritti. Poco alla volta, peroĢ€, l'Internazionale verraĢ€ dominata da Marx, che con successive

“epurazioni” faraĢ€ fuori chi non la pensa come lui e imporraĢ€ le sue idee comuniste.
Nello stesso 1864 mons. Ketteler, vescovo di Magonza, pubblica La questione operaia e il cristianesimo. EĢ€ il programma del forte cattolicesimo sociale tedesco. Chiede l'intervento dello Stato per una legislazione sul lavoro e sulla previdenza sociale. Le leggi dovranno garantire un minimo salariale, limitare le ore di lavoro, garantire il riposo festivo, vietare il lavoro delle donne e dei fanciulli, provvedere alle assicurazioni sociali, ridare importanza alle “societaĢ€ intermedie” tra l'individuo e lo Stato: la famiglia, il comune, gli enti locali, le libere

associazioni.
Sotto l'impulso di questi movimenti e delle lotte dei lavoratori, questi anni vedono

conquiste lente e faticose. Nel 1864 il governo francese di Napoleone III riconosce agli operai il diritto di sciopero. Nel 1866 il governo tedesco di Bismarck concede a tutti il diritto di

votare. I lavoratori possono per la prima volta mandare loro rappresentanti in Parlamento. Nel 1866 il governo belga riconosce i primi sindacati dei lavoratori (per le forti pressioni delle associazioni cattoliche). Seguiranno uguali riconoscimenti in Austria (1870), Inghilterra (1876), Francia (1884).

Dal 1° maggio 1866 inizia pure la “campagna internazionale” per portare la giornata di lavoro a 8 ore. Si contano 5.000 scioperi e moltissime manifestazioni. Dovunque la polizia e l'esercito reprimono duramente. A Chicago numerosi i morti, i responsabili della dimostrazione operaia sono impiccati.

Negli ultimi decenni del secolo, quasi tutti gli Stati europei riducono per legge la giornata lavorativa a 10 ore, vietano nelle fabbriche l'impiego a tempo pieno dei ragazzi al di sotto dei 13 anni, approvano norme sulla prevenzione degli infortuni, sull'igiene, sul riposo festivo. Tra il 1883 e il 1889, sollecitato dai cattolici del “Centro” e dai socialisti di Lasalle, il governo germanico introduce le assicurazioni obbligatorie contro infortuni, malattie e vecchiaia. SaraĢ€ presto imitato da Austria, Svizzera, Danimarca, Belgio e Italia.

La “tassa sulla fame”.

Nel 1868 la popolazione contadina italiana, giaĢ€ poverissima, fu colpita da una tassa iniqua, quella “sul macinato”. Veniva tassata

pesantemente la macinazione del grano e dei cereali, e colpiva chi si cibava di pane e polenta, cioeĢ€ i piuĢ€ poveri. Ci fu un'ondata di vere e proprie insurrezioni in tutto il Paese. “Contro i rivoltosi, sorti talvolta al grido di " Viva il Papa e gli austriaci " - scrive Francesco Traniello - fu impiegato ancora una volta l'esercito, con centinaia di morti e feriti. Il governo mantenne la " tassa sulla fame "“. Anche all'oratorio e nelle altre case di don Bosco, dove i suoi ragazzi “distruggono montagne di pagnotte”, la tassa sul macinato segna una crescita notevole delle spese: “Il caro del pane ci mette alla desolazione” scrive in quei mesi.

Nasce il “collegio salesiano”.

A cominciare dal 1863, con l'apertura del “piccolo seminario” di Mirabello, don Bosco eĢ€ chiamato in molte parti d'Italia a fondare non oratori, ma collegi. Don Bosco accetta (aprendo peroĢ€ accanto a ogni collegio un oratorio).

La Congregazione salesiana si trova cosiĢ€ impegnata nel giro di pochi anni in numerose scuole che impartiscono insegnamento elementare, secondario e professionale.

Come mai i salesiani di don Bosco, nati in un oratorio, diventano nel giro di pochi anni “specialisti del collegio per ragazzi del popolo”?

Abbiamo accennato al motivo nelle pagine precedenti. Ora diamo una risposta piuĢ€ completa citando Pietro Stella: “Il fiorire dei collegi cattolici, il loro moltiplicarsi, eĢ€ proprio della seconda metaĢ€ dell'Ottocento, quando la politica e la legislazione italiana venne via via avviata su basi liberali. Il dissidio profondo tra Italia legale, costituita dalla classe dirigente politica liberale, e Italia reale, costituita da larghi strati di opposizione cattolica e di altre forze allora in sviluppo (socialismo), ebbe come effetto nelle scuole pubbliche italiane l'orientamento aconfessionale e addirittura anticlericale (con aspre lotte sull'insegnamento della religione nelle scuole). Come contraccolpo ne derivoĢ€ nei cattolici la tendenza a organizzarsi in tutto: creare associazioni religiose, enti di mutuo soccorso, banche popolari, societaĢ€ assicurative, collegi per l'educazione dei figli, puntando molto sulle classi della bassa borghesia e del popolo operaio e agricoltore, e creando quasi una societaĢ€ dentro la societaĢ€ statale.

Ci si spiega cosiĢ€ come, dal 1863, si assiste a un moltiplicarsi di collegi, ospizi, scuole per artigiani, scuole agricole, seminari aperti o gestiti dai salesiani, e la loro preferenza per gli internati. Il

collegio salesiano contribuiĢ€ ad alimentare con un massiccio contributo di giovani leve, le forze cattoliche in Italia e nel mondo”.

“Educate i giovani poveri”.

Vennero chiamati ospizi le case per giovani artigiani. Si accettavano sempre e soltanto “ragazzi orfani e abbandonati”. Collegi furono invece chiamate le case per studenti, anch'esse decisamente orientate ai ragazzi poveri. Questa fu sempre volontaĢ€ esplicita di don Bosco.

La sera del 7 marzo 1869, di ritorno da Roma, riferiva ai suoi salesiani alcune raccomandazioni di Pio IX: “Attenetevi sempre ai poveri figli del popolo. Educate i giovani poveri, non abbiate mai collegi per ricchi e per nobili. Tenete modeste le pensioni. Non accrescetele mai. Non prendete ad amministrare case ricche. Se educherete i poveri, se sarete poveri, vi lasceranno tranquilli e farete del bene”.

La realtaĢ€ corrispose a queste direttive, e non soltanto nei primi anni. Nel 1875 don Bosco poteva scrivere: “Ad Alassio, Varazze, Sampierdarena, le finanze segnano zero”. Nel 1898, dieci anni dopo la morte di don Bosco, nell'Istituto di Bologna diretto dal suo ex segretario, erano ospitati 181 ragazzi. Gli orfani forniti di tutto gratuitamente erano 49. Solo 33 ragazzi pagavano la retta intera di 25 lire mensili. Tutti gli altri, 99, contribuivano con una somma che raggiungeva a stento la metaĢ€ della retta. Le entrate annuali erano di lire 23.000, le uscite di lire 46.000. Un “sano” passivo del cento per cento.

I primi cinque collegi.

Nel 1864 fu aperto il collegio di Lanzo. Don Bosco vi mandoĢ€ come direttore don Ruffino (24 anni) e sette chierici. La povertaĢ€ e lo squallore furono i compagni dei primi mesi. “Un locale nudo, alcune muraglie rovinate per metaĢ€ - scrisse il chierico Sala che sarebbe diventato economo generale della Congregazione -. Non c'erano neĢ sedie neĢ tavole. Givone preparoĢ€ il rancio e lo mangiammo su una porta scassinata messa sopra due cavalietti. Le finestre senza vetri furono tappate con asciugamani e coperte. Dormimmo nella paglia”.

Nel primo anno gli alunni interni furono solo 37, insieme a una nuvola indisciplinata di esterni. In marzo il chierico Provera fu inchiodato da una malattia (aggravata dallo sfinimento) all'inattivitaĢ€

completa. In luglio, colpito da tubercolosi, moriĢ€ il giovanissimo direttore. Il collegio rimase affidato ai sei chierici superstiti. “Come lavoravamo! - ricordava don Sala -. Non volevamo che si dicesse che il collegio andava male percheĢ eravamo solamente noi chierici”.

L'anno dopo andoĢ€ a dirigerlo don Lemoyne, e le cose cominciarono a migliorare.
Nel 1870 si apre il collegio di Alassio. Direttore eĢ€ don Cerruti, 26 anni.
Nel 1871 si apre un ospizio a Marassi, che un anno dopo verraĢ€ trasferito a

Sampierdarena. Direttore eĢ€ don Albera, 26 anni. Si comincia con tre laboratori per “ragazzi orfani e abbandonati”. Accanto alle scuole professionali, don Bosco vuole una sezione per ragazzi “che pensano alla vocazione sacerdotale”.

1871. Venti salesiani entrano nel Collegio Civico di Varazze. Li guida don Francesia, uno dei primissimi alunni di don Bosco. Questi venti salesiani hanno tenuto aperto per tre anni un collegio a Cherasco, ma hanno dovuto lasciarlo.

Don Bosco venne a visitare il collegio, e parloĢ€ ad una folla di varazzini che l'applaudivano: “Per mantenere i ragazzi - disse ridendo - non ho bisogno di gente che batte le mani in aria, ma di gente che batte le mani... in tasca! Se giunta l'ora del pranzo mi metteroĢ€ solo a battere le mani, i ragazzi staranno freschi”.

Nel 1872 don Bosco accetta il collegio di Valsalice, per giovani di famiglie aristocratiche.

EĢ€ un momento pesante per la Congregazione. Una societaĢ€ di sette sacerdoti di Torino ha aperto sulla collina torinese un collegio per giovani nobili, ma le finanze sono andate a rotoli. Il nuovo Arcivescovo di Torino, mons. Gastaldi, giaĢ€ in relazioni tese con i salesiani, chiama don Bosco e gli impone di prendere lui il collegio. Don Bosco non ne vuole sapere. Anni prima ha affermato: “Questo no! Non saraĢ€ mai fincheĢ vivroĢ€ io! Sarebbe la nostra

rovina”. Ma l'Arcivescovo eĢ€ pronto a imporglielo per obbedienza.
Don Bosco sottopone la questione al giovane Capitolo della SocietaĢ€, e tutti danno

parere negativo. Sale a Lanzo per domandare consiglio a don Lemoyne, e si sente rispondere: “Rifiuti. Non ci ha detto e ripetuto che l'accettar collegi di nobili segnerebbe la decadenza della nostra Congregazione, e che noi dobbiamo sempre tenerci ai poveri figli del popolo?”.

Alla fine, per evitare l'urto con l'autoritaĢ€ ecclesiastica, don Bosco accetta a denti stretti. Per cinque anni questo collegio eĢ€ una pietra pesante per la Congregazione. Pochissimi gli alunni, ingenti le spese.

L'oratorio di Valdocco deve intervenire con forti contributi. Don Bosco esclama con amarezza:

- Tocca ai poveri provvedere ai ricchi!

Finalmente, nel 1887, divenuto proprietario della casa dopo avere sborsato uno somma ingentissima (130.000 lire), don Bosco sostituisce i nobili con i chierici salesiani studenti. Un grosso cartello, sulla porta d'ingresso, annuncia la nuova destinazione del collegio: Seminario delle Missioni Estere. Il problema di coscienza di Valsalice, dopo 15 anni, eĢ€ risolto.

La svolta che segna un principio fondamentale.

Nell'elenco delle nuove fondazioni ci fermiamo qui. Alla morte di don Bosco, le case della Congregazione, sparse in sei nazioni, saranno 64. I salesiani 768.

Ci permettiamo una considerazione conclusiva.
Dal 1864, accanto agli oratori, agli ospizi, sorgono i collegi salesiani.
L'oratorio festivo (e quotidiano dov'eĢ€ possibile) rimane “la prima opera della

Congregazione”. Lo affermano le Regole dei salesiani e lo dice la realtaĢ€ della loro azione. Presso le grandi opere che si aprono in Italia e che presto si apriranno nei quartieri popolari dell'Argentina, della Spagna, del Brasile, rivive la splendida baraonda dell'oratorio di Valdocco. I successori di don Bosco insisteranno: ogni opera salesiana, un oratorio.

Ma don Bosco, a cominciare dal 1864, ha avvertito una nuova esigenza dei figli del popolo: scuole serie e qualificate che diano un'istruzione soda e cristiana. EĢ€ una svolta per la sua SocietaĢ€: dalla baraonda oratoriana, un numero sempre maggiore di salesiani passa alle file ordinate dei collegi.

Non avendo esitato ad operare questa svolta, ci pare che don Bosco abbia fissato un principio fondamentale per la sua Congregazione:

l'elemento-base, immutabile della missione salesiana eĢ€ la gioventuĢ€ povera, i figli del popolo: ad essi i suoi salesiani dovranno adattare la loro opera con una lettura rapida e coraggiosa dei segni e delle esigenze dei tempi. In una parola: non la gioventuĢ€ povera dovraĢ€ adattarsi ai salesiani e alle loro opere, ma i salesiani e le loro opere dovranno adattarsi alle esigenze della gioventuĢ€ popolare.

41. MORNESE COME VALDOCCO.

24 giugno 1866. All'oratorio si eĢ€ celebrata la festa onomastica di don Bosco. Sono venuti anche i direttori delle prime due case salesiane, Mirabello e Lanzo.

“Era calato il sole e una bellissima luna splendeva in cielo - racconta don Lemoyne, direttore di Lanzo -. Io salii nella camera di don Bosco e rimasi da solo con lui circa due ore.

Dal cortile saliva il rumore dei giovani in festa. Sulle finestre e le ringhiere dei poggioli, erano accese cento e cento fiammelle dentro bicchieri colorati. La banda musicale, in mezzo al cortile, diede inizio al concerto. Don Bosco e io ci avvicinammo alla finestra. Lo spettacolo era incantevole. Don Bosco sorrideva. A un tratto esclamai:

- Don Bosco, ricorda i sogni antichi? Ecco i giovani, ecco i preti e i chierici che la Madonna le aveva promesso. Sono passati circa vent'anni e il pane non eĢ€ mai mancato a nessuno.

- Quanto eĢ€ buono il Signore - rispose don Bosco. E ricademmo nel silenzio pieno di mille emozioni. Poi io cominciai a parlare per la seconda volta:

- Non le sembra, don Bosco, che manchi qualche cosa per completare la sua opera?
- Che cosa?
- Per le fanciulle non vuol proprio far niente? Non le sembra che se avessimo anche un

istituto di suore fondato da lei, sarebbe il coronamento dell'opera? Quanto lavoro potrebbero fare le suore a vantaggio dei nostri poveri alunni. E potrebbero fare per le fanciulle cioĢ€ che noi facciamo per i giovanetti.

Egli pensoĢ€ alquanto, poi rispose:
- SiĢ€, anche questo saraĢ€ fatto. Avremo le suore. Ma non subito; un po' piuĢ€ tardi”. Pietro Stella pensa che don Bosco abbia per qualche tempo nu

trito la speranza di affiancare alla Congregazione Salesiana le opere di Maria Luisa Angelica Clarac, una suora della CaritaĢ€ che lavoroĢ€ a poca distanza dall'oratorio di san Luigi.

Quel progetto, se don Bosco lo elaboroĢ€, ebbe vita breve.

Furono invece decisivi per don Bosco gli incontri con due persone: don Pestarino e Maria Domenica Mazzarello.

Tifo, streghe e malocchio.

1860. In piena estate, sulle colline di Mornese, esplode il tifo. La seconda guerra d'indipendenza, l'anno prima, s'eĢ€ giaĢ€ portato via alcuni padri di famiglia. Ora il tifo, spuntato da uno di quei pozzi dove d'estate l'acqua stagna e imputridisce, mette il terrore in quella zona dell'alessandrino.

Come ogni volta che si diffonde una malattia infettiva, si torna a parlare di streghe e di malocchio. Microbi, igiene, disinfezione sono parole ancora sconosciute.

Le famiglie dove il tifo arriva, sono abbandonate da tutti. Le case dove si eĢ€ sani si sprangano.

Una famiglia che porta il cognome dei Mazzarello eĢ€ tra le prime a essere colpita. Prima l'uomo, poi la donna e tutti i bambini. Dopo qualche giorno il papaĢ€ e il bambino piuĢ€ grande sono in fin di vita.

Don Pestarino, il prete che a Mornese chiamano “previn” (un po' percheĢ eĢ€ piccolo e un po' percheĢ eĢ€ simpatico) va a trovare quella gente e si accorge che hanno assoluto bisogno di una persona che li aiuti. Va dritto a una casa di parenti, Mazzarello anche loro, e chiama Maria. EĢ€ una ragazza soda. Ha 23 anni. Lavora come un uomo e prega come un angelo.

- A casa di tuo zio, due stanno morendo. Ti senti di andare a dare una mano?

Una lunga pausa. Maria ha paura, come tutti. Il “previn” la guarda tranquillo e aspetta. Maria mormora:

- Se mio padre accetta, ci vado.

Suo padre eĢ€ un cristiano sul serio. Maria entra nella casa colpita. L'ordine e la pulizia tornano velocemente. Medicine e cibo caldo sono pronti alle ore stabilite.

Mentre peroĢ€ i malati scendono dal letto guariti, il tifo si abbatte su Maria Domenica. La sua bella faccia ovale si riduce in pochi giorni a un triangolo di pelle pallida e tirata. Il medico viene, scuote la testa. La morte eĢ€ giaĢ€ liĢ€. Ordina altre medicine. Maria, sfinita, gli dice:

- Grazie, ma per favore non mi faccia ingoiare altre pillole. Non ho piuĢ€ bisogno di niente. Soltanto che Dio venga a prendermi.

La sua ora peroĢ€ non eĢ€ ancora arrivata. DovraĢ€ lavorare tanto su questa terra prima che Dio venga a prenderla.

Confidenze a Petronilla.

CosiĢ€, senza pillole, Maria si trova improvvisamente sfebbrata. Sul volto tornano i colori della salute. Nelle membra peroĢ€ rimane un torpore, una debolezza diffusa. La febbre altissima ha rotto qualcosa nell'organismo robusto.

E ora che faraĢ€? PiuĢ€ di un giovanotto vorrebbe parlare di matrimonio con lei. Non le manca nulla per diventare una bella sposa e una brava mamma. Ma lei questi discorsi non li vuole nemmeno incominciare. E si domanda: “Che faroĢ€ nella vita?”.

Maria Mazzarello eĢ€ iscritta alla Pia Unione delle Figlie di Maria SS. Immacolata. L'idea del gruppo eĢ€ partita dalla giovane maestra del paese, Angela Maccagno. Per suggerimento di don Pestarino essa ha tracciato uno schema di regolamento, che eĢ€ stato mandato a un celebre parroco di Genova, don Frassinetti. Nel 1855, su quella traccia, don Frassinetti compone il “Regolamento della Pia Unione delle Figlie di Maria Immacolata”, che si diffonde rapidamente e con inatteso successo in tutta l'Italia.

Don Pestarino ha fondato la prima “Pia Unione” a Mornese il 9 dicembre 1855. L'hanno iniziata cinque ragazze. La piuĢ€ giovane eĢ€ Maria Mazzarello, 18 anni.

Maria ha un'amica con cui non ha segreti. Si chiama Petronilla, eĢ€ Figlia dell'Immacolata come lei, e porta il suo stesso cognome, Mazzarello. Un giorno del 1861, Maria le dice:

- Ho deciso che impareroĢ€ a fare la sarta. Quando saproĢ€ bene il mestiere, apriroĢ€ un piccolo laboratorio e insegneroĢ€ a cucire alle ragazze povere. Ti piacerebbe fare la sarta anche to? Staremo insieme, vivremo come in una famiglia.

Passa un anno. Maria e Petronilla hanno impiantato un piccolo laboratorio di sartoria ai margini del paese. Una decina di bambine vanno a imparare a cucire. Ma ecco una novitaĢ€ che sconvolge tutto.

Quattro occhi spauriti.

EĢ€ l'inverno del 1863. Le ragazzine sono appena andate a casa, proteggendosi dalla neve con zoccoli e ombrelloni, quando Maria e Petronilla sentono bussare alla porta. Si trovano davanti un vendi

tore ambulante, rimasto vedovo con due bambine. Domanda che le tengano loro, non solo di giorno ma anche di notte, percheĢ lui in casa non ci puoĢ€ rimanere e non se ne puoĢ€ occupare. Le bimbe sono liĢ€, quattro occhi spauriti. La piuĢ€ grande ha otto anni, la piuĢ€ piccola sei. Petronilla prende per mano la prima, Maria prende in braccio la piuĢ€ piccina. Accendono un gran fuoco nel camino.

CosiĢ€, senza nessun “piano prestabilito”, il piccolo laboratorio di sartoria si trasforma da quella sera in casetta per bambine povere. Maria e Petronilla vanno a bussare dai vicini, riescono ad avere in prestito due lettini e un po' di farina per fare la polenta.

Appena per Mornese si diffonde la voce che le Mazzarello “prendono in casa bambine orfane”, vengono in molti a portare un fascio di legna, un paio di coperte, mezzo sacco di farina. Ma portano anche altre bimbe, che hanno bisogno di una casa. In poco tempo sono sette.

Prima di cominciare il lavoro nel laboratorio, le bambine recitano un'Ave Maria. Quando il campanile batte le ore, Maria commenta: “Un'ora di meno in questo mondo, un'ora piuĢ€ vicino al paradiso”. E vuole che le sue sartine lavorino per il Signore: “Ogni punto un atto di amor di Dio”.

Anche alla domenica, Maria vuole “far del bene a tutte le ragazze del paese”. Nasce cosiĢ€ una specie di oratorio. Nei giorni di festa le due amiche raccolgono le ragazze, le

accompagnano in chiesa, le fanno stare allegre con giochi e passeggiate.

Un “previn” che cerca lavoro.

Don Domenico Pestarino era nato a Mornese, e a 22 anni era stato ordinato sacerdote nel seminario di Genova. Per qualche anno era rimasto a lavorare nel seminario, ma a trent'anni era tornato al suo paese, chiamato in aiuto dal vecchio parroco. Si presentoĢ€ dal pulpito ai suoi compaesani con queste parole: “Cerco lavoro. Non nelle nostre vigne, ma qui in chiesa, nella vigna del Signore. Mi furono offerti vari posti, ma rimarroĢ€ qui in mezzo a voi, se mi darete il lavoro che cerco”.

IncontroĢ€ don Bosco per la prima volta a Genova, nella casa di don Frassinetti. Ma l'incontro decisivo avvenne in treno, mentre entrambi viaggiavano da Acqui ad Alessandria. Don Bosco lo invitoĢ€ a fargli visita nel suo oratorio di Valdocco. Qualche mese dopo don Pestarino vi si recoĢ€.

La vista di tanti ragazzi che crescevano in allegria a una scuola di lavoro e di fede, entusiasmoĢ€ il “previn”. Disse a don Bosco: “Mi prenda con seĢ”. Don Bosco fu d'accordo che diventasse salesiano (e infatti l'anno seguente don Pestarino faraĢ€ la professione religiosa), ma volle che rimanesse a Mornese, dove troppe cose importanti avevano bisogno di lui. I rapporti con don Bosco, a ogni modo, divennero di collaborazione e di dipendenza. Don Pestarino fu presente da allora alle adunanze dei direttori salesiani.

A Mornese intanto c'eĢ€ un'altra novitaĢ€. Due altre Figlie dell'Immacolata chiedono a Maria e a Petronilla di “fare come loro”. Viene interrogato don Pestarino, che risponde: “PercheĢ no? In due avete tante cose da fare che non ve la cavate piuĢ€”. Si forma cosiĢ€ una specie di comunitaĢ€: le quattro Figlie, come le chiamano in paese, insegnano a cucire alle ragazzine, fanno da mamme alle sette piccole che vivono giorno e notte con loro.

Nel 1864, come abbiamo accennato nel cap. 37, don Bosco arriva a Mornese con i suoi ragazzi, durante le passeggiate autunnali. Si ferma cinque giorni. Maria Mazzarello ascolta la conferenza che egli tiene alle Figlie dell'Immacolata, e ogni sera riesce ad ascoltare la “buona notte” che daĢ€ ai suoi giovani. Qualcuno la rimprovera di questo come di un gesto sconveniente. E lei risponde: “Don Bosco eĢ€ un santo, io lo sento”.

Nell'anno seguente, le Figlie di Maria SS. Immacolata si dividono in due gruppi. Quelle che hanno deciso di fare vita comune insieme a Maria e Petronilla vengono ospitate da don Pestarino in una casa migliore, vicino alla Parrocchia. Si chiamano Figlie dell'Immacolata. Le altre che, come Angelina Maccagno, preferiscono restare con le loro famiglie, si chiamano Nuove Orsoline.

Un quadernetto che eĢ€ andato perduto.

I mornesini, nella localitaĢ€ chiamata Borgo Alto, stanno costruendo un collegio per le loro scuole. Don Bosco ha promesso che, appena terminato, vi manderaĢ€ i suoi Salesiani. Tutto il paese concorre ai lavori, con offerte e con prestazioni gratuite di mano d'opera.

1867. EĢ€ terminata la costruzione della cappella del collegio. In dicembre don Bosco viene a celebrarvi la prima Messa. Invoca “sul collegio nascente e sul popolo di Mornese le benedizioni di Dio”. Si ferma quattro giorni in paese, e tiene una conferenza particolare al piccolo gruppo delle Figlie dell'Immacolata.

1869. Don Bosco stringe i tempi per la fondazione della sua “seconda famiglia”. Ha ormai fissato i suoi occhi sulle semplici “Figlie” di Mornese, e senza chiasso invia a Maria e Petronilla un quadernetto “scritto di sua mano, contenente un orario e un piccolo regolamento, percheĢ insieme alle loro ragazze inizino una vita piuĢ€ regolare” (M.B., voi. X, p. 591).

Quel quadernetto eĢ€ andato perduto, ma suor Petronilla ricordava che “si davano questi

consigli: procurare di vivere abitualmente alla presenza di Dio; far uso di frequenti giaculatorie; avere un fare dolce, paziente e amabile; vegliare attentamente sulle ragazze, tenerle sempre occupate, e crescerle ad una vita di pietaĢ€, semplice, schietta e spontanea”.

1870. Don Bosco si reca per tre giorni a Mornese: per tirare un poco il fiato, ma anche per osservare da vicino la vita delle “Figlie”. Vuole vedere che effetto ha fatto il “quadernetto” sulla loro vita. Ne eĢ€ pienamente soddisfatto.

1871. Il 30 gennaio, all'oratorio, c'eĢ€ la riunione dei direttori salesiani. Vi partecipa anche don Pestarino, che riferisce sull'andamento di Mornese.

24 aprile 1871. Don Bosco tiene una riunione con il Capitolo della Congregazione. Sono presenti don Rua, don Cagliero, don Savio, don Ghivarello, don Durando, don Albera. Annuncia di averli convocati per “un affare di grande importanza”. Ecco le sue parole riportate dal verbale:

“Molte persone mi hanno ripetutamente esortato a fare anche per le giovanette quel po' di bene che per grazia di Dio andiamo facendo per i giovani. Se dovessi badare alla mia inclinazione, non mi sobbarcherei a questo genere di apostolato. Ma temo di andare contro un disegno della Provvidenza. Vi invito quindi a riflettere davanti al Signore, per poter prendere la deliberazione che saraĢ€ di maggior gloria di Dio e di maggior vantaggio alle anime. Durante questo mese le nostre preghiere siano indirizzate a ottenere dal Signore i lumi necessari in questo importante affare”.

Quando mancava la farina per la polenta.

Felicina Mazzarello. sorella di Maria, ricordava cosiĢ€ la vita di quei primissimi tempi: “Tante volte mancava alla piccola comunitaĢ€ il sostentamento necessario, mancava persino la farina per la polenta, e quando si aveva questa mancava la legna per farla cuocere.

Maria, allora, usciva in campagna con qualcuna delle Figlie, e andava in qualche bosco a fare la fascina di legna secca e con quella sulle spalle tornava a casa a preparare il cibo. Fatta la polenta, la portava in cortile, la deponeva col piatto sul terreno, e invitava le compagne al lauto pranzo. Mancavano i piatti, le posate, ma non l'appetito e l'allegria”.

Alla fine del maggio 1871, don Bosco radunoĢ€ nuovamente il Capitolo, e chiese a ciascuno il suo parere. Tutti giudicarono molto opportuna l'iniziativa a favore della gioventuĢ€ femminile. Don Bosco concluse:

“Ebbene, ora possiamo tenere come certo essere volontaĢ€ di Dio che ci occupiamo anche delle fanciulle. E, per venire a qualcosa di concreto, propongo cfte sia destinata a quest'opera la casa che don Pestarino sta ultimando in Mornese”.

Verso la metaĢ€ di giugno don Pestarino eĢ€ convocato urgentemente da don Bosco. La relazione che il “previn” ha lasciato di quell’incontro eĢ€ molto calma, addirittura burocratica. Il dialogo dovette essere molto diverso, acceso e contrastato, se suor Petronilla ricordava che “mentre le altre volte, tornando dall'incontro con don Bosco, era come imparadisato, questa volta si mostrava pensieroso, turbato, afflitto”.

“Don Bosco espose il desiderio di pensare all'educazione cristiana delle fanciulle del popolo - dice la relazione di don Pestarino -, e dichiaroĢ€ che Mornese era il luogo che conosceva piuĢ€ adatto, percheĢ essendovi le Figlie dell'Immacolata, potevansi scegliere quelle chiamate a far vita comune e ritirata dal mondo e iniziare l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per il bene di tante fanciulle del popolo. Don Pestarino, senza nulla esitare - eĢ€ sempre la relazione che lo afferma -, rispose: Se don Bosco ne accetta la direzione e protezione, io sono nelle sue mani”.

In quel momento, accanto a Maria e Petronilla, si trovavano giaĢ€ Teresa Pampuro, Caterina Mazzarello, Felicina Mazzarello, Giovannina Ferrettino e le giovinette Rosina Mazzarello Baroni, Maria Grosso, Corinna Arrigotti.

Le difficoltaĢ€ che rendevano don Pestarino “pensieroso e turbato” erano specialmente due: quelle ragazze erano brave cristiane, ma a nessuna era mai passato in testa di farsi suora; don Bosco poi voleva destinare il collegio di Borgo Alto come sede delle nascenti Figlie di Maria Ausiliatrice. Ma il paese aveva lavorato pensando di farne un collegio per le scuole

dei ragazzi. Il cambiamento avrebbe suscitato mezza rivoluzione.

Il parere del Papa e il malumore del paese.

Don Bosco, in quello stesso giugno 1871, andoĢ€ a Roma, ed espose il suo nuovo progetto a Pio IX. Dopo aver chiesto alcuni giorni “per pensarci sopra”, il Papa gli disse: “Il vostro disegno mi pare secondo Dio. Penso che queste suore debbano avere per scopo principale l'istruzione e l'educazione delle fanciulle, come i salesiani fanno per i giovanetti. Quanto alla dipendenza, dipendano da voi e dai vostri successori. In questo senso pensate alle loro Costituzioni e cominciate la prova. Il resto verraĢ€ in appresso”.

29 gennaio 1872. Per ordine di don Bosco, don Pestarino raduna le 27 Figlie di Maria Ausiliatrice percheĢ eleggano la loro prima superiora. 21 voti piovono su Maria Mazzarello, che, esterrefatta, chiede subito alle compagne di dispensarla. Le altre insistono, e don Pestarino decide di rimettere tutto alla volontaĢ€ di don Bosco. Maria si sente sollevata: don Bosco sa che lei eĢ€ incapace, e certo la dispenseraĢ€. Invece don Bosco sa quanto lei sia capace, e la conferma nella carica, con sua grande desolazione.

Ora occorre dare alle Figlie una dimora stabile. Ma come fare senza destare il malcontento del paese? Viene in aiuto un incidente. La casa del parroco minaccia di crollare. Il Consiglio comunale decide di abbatterla e di ricostruirla. Prega intanto don Pestarino di mettere a disposizione del parroco la casa che possiede accanto alla chiesa.

- E le Figlie che fanno scuola di cucito e danno ospitalitaĢ€ alle bambine povere dove le mando? -, obietta il “previn”.

In Comune ci pensano, e suggeriscono:
- Le mandi al Borgo Alto. LaĢ€ il piano terra eĢ€ giaĢ€ ultimato, e non vi abita ancora nessuno. Don Pestarino tiroĢ€ un respiro grosso cosiĢ€: gli ordinavano di fare cioĢ€ che lui non osava

chiedere. Le Figlie si trasferirono su alcuni carri agricoli, portando con seĢ anche i bachi da seta, una delle loro poverissime entrate.

LiĢ€ per liĢ€, il trasloco non destoĢ€ nessuna meraviglia. Ma appena in paese si sparse la voce che le Figlie (il numero delle quali aumentava rapidamente) avrebbero occupato stabilmente il collegio, dando vita a un nuovo Istituto religioso, “fu un brontolio e un lamento generale” (M.B., voi. X, p. 613). Il Wirth scrive piuĢ€ esplicitamente: “Gli abitanti di Mornese gridarono al tradimento. Le Figlie di Maria Ausiliatrice mossero i primi passi in un clima di incomprensione, quasi di ostilitaĢ€. E questo si aggiungeva alla povertaĢ€ e alle privazioni, che erano giaĢ€ grandi”.

“In paese si sparse la voce che non l'avrebbero durata a lungo - scriveva suor Felicina Mazzarello -. E umanamente parlando, poicheĢ mancavano tante cose, avrebbe dovuto essere cosiĢ€. Maria Domenica, tuttavia, non si spaventoĢ€. ContinuoĢ€ la sua vita di fatica e di sacrificio. Non essendo ancora terminato il fabbricato, era occupata tutto il giorno ad accumulare pietre. E il bucato? Il fiume Roverno si trova un po' lontano dal paese. Venuto il giorno destinato per lavare, essa prendeva un po' di pane, o anche solo alcune fette di polenta, e si portava con alcune altre al fiume. LiĢ€ eseguivano il lavoro. Ritornava a casa stanca e anche bagnata, e si preoccupava di far cambiare le altre e a preparare loro qualcosa di caldo. Era come una madre amorosa”.

Il profumo di quattro castagne.

5 agosto 1872. Le prime quindici Figlie di Maria Ausiliatrice ricevono l'abito religioso. Undici fanno anche i voti triennali. Tra queste c'eĢ€ anche Maria Mazzarello.

Mons. Sciandra, vescovo di Acqui, consegna alle quindici suore il crocifisso: “Prendete,

mie buone figlie, il ritratto del vostro diletto GesuĢ€. Esso vi saraĢ€ di conforto nelle avversitaĢ€ che incontrerete”.

Don Bosco assiste alla vestizione e alla professione. Poi, con affettuosa semplicitaĢ€, dice:

- Voi siete in pena, e io Io vedo con i miei occhi, percheĢ tutti vi perseguitano e vi deridono, e i vostri parenti stessi vi voltano le spalle. Non vi dovete stupire. Nell'ufficio della Madonna avete letto: “Il mio nardo ha mandato un soave profumo”. Ma sapete quando il nardo (la citronella) manda profumo? Quando eĢ€ ben pestato. Non vi rincresca, mie care figliuole, di essere cosiĢ€ maltrattate, adesso, nel mondo. Fatevi coraggio e consolatevi, percheĢ solo in questa maniera voi diverrete capaci di realizzare la vostra missione. Se voi vivrete degne della vostra condizione, potrete fare un gran bene alle anime vostre e a quelle del vostro prossimo.

La povertaĢ€ continuoĢ€ a essere ai limiti della miseria. Il “piatto forte” della comunitaĢ€ eĢ€ polenta e castagne secche bollite. “Il profumo di quelle quattro castagne - ricordava una suora di quei primi tempi - cominciavamo a sentirlo un paio d'ore prima, e ci faceva svenire”.

Molte suore usavano per guanciale un pezzo di legno fasciato alla meglio con degli stracci. Tutti i cuscini esistenti in casa erano per le bambine. Maria Mazzarello non voleva che le suore piuĢ€ giovani facessero questa mortificazione, ma non poteva dire molto percheĢ era stata lei la prima che aveva escogitato questo sistema.

La morte bussa alla porta.

29 gennaio 1874. La morte entra per la prima volta nel collegio. Se ne va Maria Poggio, una giovane suora del primissimo gruppo. Era allegra, sempre pronta ad aiutare, a servire, a vegliare le ammalate. Aveva fatto tanta fame e preso tanto freddo in quell'inverno. Se ne andoĢ€ in silenzio, senza disturbare nessuno.

Il funerale di quella giovane suora di Mornese radunoĢ€ tutto il paesino. “Molti della popolazione piangevano”, ricordava don Pestarino. Fu il momento della pace tra la gente e quelle ragazze smunte, che sfilavano vestite da suore recitando il rosario. Da quel giorno la farina gialla per la polenta, e anche quella bianca per il pane, non mancarono piuĢ€ nella dispensa.

Ma la morte venne ancora a bussare a quella casa.

Il 15 maggio don Pestarino stava leggendo alle suore una pagina sulla brevitaĢ€ della vita. Diceva: “PuoĢ€ essere che la morte mi sorprenda di qui a un anno, di qui a un mese, a una settimana, a un giorno, a un'ora, e forse appena finita questa lettura”. A questo punto il “previn” scoppioĢ€ a piangere. Le suore rimasero molto turbate.

Alle undici, mentre lavorava, cadde a terra. MoriĢ€ nello spazio di poche ore. Aveva 57 anni.

Partono in tre, sotto la neve.

9 febbraio 1876. Tra uno sfarinio di neve, partono le prime tre suore. Vanno a Vallecrosia, in Liguria, ad aprire un oratorio e una scuola per ragazze.

29 marzo. Altre sette suore partono per Torino. A cinquanta metri dall'oratorio di Valdocco danno inizio a un oratorio e a una scuola femminile. Questa casa diventeraĢ€ per piuĢ€ di quarant'anni la sede centrale delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Durante il 1876 altre ventisei suore partono da Mornese: vanno ad aprire scuole e oratori a Biella, Alassio, Lu Monferrato, Lanzo Torinese. In sette partono per Sestri Levante: vanno a fondare la

prima colonia marina, per cento ragazzi e ragazze scrofolose. Tra quelle facce ripugnanti lavora con gioia serena suor Enrichetta Sorbone, una ragazza orfana che giunse a

Mornese tenendo per mano quattro sorelline.
1878. Le Figlie di Maria Ausiliatrice sono ormai una famiglia numerosa, sparsa in tutto il

mondo. Il centro della Congregazione, per ordine di don Bosco, si trasferisce da Mornese a Nizza Monferrato. EĢ€ uno strappo doloroso per Maria Mazzarello. DaĢ€ addio a papaĢ€ e mamma molto anziani, al cimitero dove riposano don Pestarino e alcune delle prime compagne, alla casetta dove insegnoĢ€ a cucire alle prime ragazzine.

Il fatto di essere superiora generale, non fece mai perdere a Maria Mazzarello il senso delle proporzioni. ContinuoĢ€ ad assistere le ragazzine piuĢ€ piccole in camera, con occhio amoroso e attento. Una bimbetta a cui i geloni avevano incollato insieme piedi, calze e scarpe, guardoĢ€ in giro se nessuno la vedeva, e s'infiloĢ€ sotto le lenzuola con scarpe e tutto. Madre Mazzarello s'accorse della manovra. Non disse niente. Scese in cucina a prendere un catino di acqua tiepida, della garza e della bambagia. PortoĢ€ tutto accanto al letto della bambina e le sussurroĢ€:

- E adesso fammi vedere i tuoi piedini. Non aver paura, non ti faroĢ€ male.

La morte arriva coi fiori di maggio.

Gennaio 1881. Le suore cominciano a notare che la salute di madre Mazzarello sta declinando. Qualcuno le sussurra che deve badare di piuĢ€ alla salute, ma lei sorridendo risponde:

- EĢ€ meglio per tutte che me ne vada. CosiĢ€ faranno superiora una piuĢ€ abile di me.

Il crollo avviene mentre sta accompagnando un gruppo di missionarie in partenza per l'America. Per un contrattempo deve passare una notte rannicchiata in un angolo, vestita e tremante di febbre. Al mattino non riesce ad alzarsi. Solo piuĢ€ tardi si fa violenza e accompagna al porto le sue figlie. Ma dopo un paio d'ore non ce la fa piuĢ€.

“Pleurite in forma grave”, sentenzia il medico. Quaranta giorni di febbre, lontana dalla sua casa, martoriata dai vescicanti che sono l'unica cura conosciuta in quei tempi, e che le scorticano la schiena.

Poi la febbre scompare, ma il medico eĢ€ chiaro fino alla brutalitaĢ€: ancora pochi mesi di vita.

Tornando a Nizza incontroĢ€ don Bosco. Gli disse:

- Il medico eĢ€ stato molto chiaro. Don Bosco, io le domando: posso ancora sperare di guarire?

Don Bosco non rispose direttamente. Le raccontoĢ€ invece una parabola: “Un giorno la morte andoĢ€ a bussare alla porta di un monastero. A tutte le suore che incontrava, diceva: " Vieni con me ", ma tutte si schermivano: avevano tante cose da fare. Allora si presentoĢ€ alla superiora e disse: " Tocca a te dare il buon esempio. Vieni ". La superiora dovette abbassare il capo e ubbidire”.

Madre Mazzarello capiĢ€, abbassoĢ€ il capo e cercoĢ€ di sorridere.

Pallida e sfinita giunge a Nizza. L'accoglie una gran festa, che la commuove. Ringrazia con poche parole:

- In questo mondo, qualunque cosa avvenga, non dobbiamo neĢ rallegrarci neĢ rattristarci troppo. Siamo nelle mani di Dio, che eĢ€ nostro padre, e dobbiamo sempre essere pronte a fare la sua volontaĢ€.

Il crollo arrivoĢ€ in primavera. Dai vetri della finestra si vedeva il verde e i fiori. Le piaceva sentire il chiasso delle bambine che correvano e giocavano spensierate. Volle ancora parlare con le sue suore. Disse:

- Vogliatevi bene. Tenetevi sempre unite. Avete abbandonato il mondo. Non fabbricatevene un altro qui dentro. Pensate al percheĢ siete entrate in Congregazione.

Stava male, ma non volle rattristare nessuno fino alla fine. Si sforzoĢ€ addirittura di cantare. Dio le venne incontro all'alba del 14 maggio. RiusciĢ€ a mormorare: “Arrivederci in cielo”. Aveva 44 anni.

A succederle alla testa delle FMA fu chiamata una suora giovanissima, Caterina

Daghero, 25 anni. Era entrata a 18 anni. Madre Mazzarello l'aveva aiutata a superare la nostalgia e la durezza dei primi giorni. Nel 1879 era diventata direttrice dell'opera di Torino. La vicinanza di don Bosco aveva come destato la sua intraprendenza per l'oratorio e la scuola, esaltando qualitaĢ€ profonde: soliditaĢ€, equilibrio, bontaĢ€.

Sotto il suo impulso le FMA dilatarono la loro opera in Italia, in Francia, nell'America del Sud. Alla morte di don Bosco avevano fatto molta strada: gestivano 50 case, le suore erano 390 e le novizie un centinaio.

42.
LA CONQUISTA DI ROMA E IL BRIVIDO DELLA FINE.

Nel 1870 si verificarono due fatti di straordinaria importanza per la storia della Chiesa e dell'Italia: il Concilio Vaticano I e l'occupazione di Roma da parte dell'esercito italiano.

Concilio a Roma e anti-Concilio a Napoli.

Il Concilio si apriĢ€ ufficialmente l'8 dicembre 1869. Gli obiettivi principali indicati da Pio IX erano due: l'esposizione chiara della dottrina cattolica in confronto con gli errori moderni e la definizione dell'infallibilitaĢ€ del Papa.

Erano passati trecento anni dall'ultimo Concilio, quello di Trento. Pio IX rivolse un caldo appello ai vescovi delle Chiese scismatiche orientali percheĢ partecipassero. Le risposte furono negative e poco cortesi.

Anche i protestanti furono invitati, ma la frase dell'invito accennava alla “buona occasione per rientrare nell'unico gregge di Cristo”, e suonoĢ€ malissimo ai loro orecchi.

La massoneria italiana, in fase di anticlericalismo virulento, proclamoĢ€ un “anticoncilio” a Napoli, e ricevette le prime adesioni da Giuseppe Garibaldi e dallo scrittore francese Victor Hugo. In varie province furono pure organizzate manifestazioni popolari per “una guerra implacabile al Papa”.

I vescovi presenti all'apertura del Concilio erano 200 italiani, 70 francesi, 40 austro- ungarici, 36 spagnoli, 19 irlandesi, 18 tedeschi, 12 inglesi, 50 orientali, 40 statunitensi, 9 canadesi, 100 di altre nazioni e di terre missionarie. Con i vescovi erano pure presenti i superiori degli ordini e delle congregazioni religiose. In totale circa 700 “padri conciliari”.

Il 20 gennaio 1870 don Bosco partiĢ€ per Roma, e vi giunse il giorno 24. L'8 febbraio ebbe due lunghi colloqui privati con il Papa. Pio IX gli chiese di diffondere tra il popolo un volumetto di storia ecclesiastica che mettesse in luce l'infallibilitaĢ€ del Papa. Don Bosco avrebbe soddisfatto questo desiderio sul finire di quell'anno: spediĢ€ a tutti gli abbonati alle Letture Cattoliche una nuova edizione della sua Storia Ecclesiastica, con una parte finale dedicata al Vaticano I e all'infallibilitaĢ€ pontificia.

“La voce del Cielo al Pastore dei Pastori”.

In una successiva udienza (12 febbraio) don Bosco consegnoĢ€ al Papa alcune pagine di “previsioni sull'avvenire”. Nelle prime righe era scritto: “La vigilia dell'Epifania dell'anno corrente 1870 scomparvero gli oggetti materiali della camera e mi trovai in considerazioni di cose soprannaturali. Fu cosa di brevi istanti, ma si vide molto”. L'esposizione (di cui si conserva l'autografo di don Bosco) ha uno stile immaginoso, profetico, che mescola invettive, previsioni, appelli, sovente misteriosi e confusi. La parte che piuĢ€ colpiĢ€ il Papa (e che risulta abbastanza chiara anche per noi) eĢ€ la seguente:

“Ora la voce del Cielo eĢ€ al Pastore dei Pastori. Tu sei nella Grande Conferenza con i tuoi Assessori; ma il nemico del bene non sta un istante in quiete. Egli studia e pratica tutte le arti contro di te. SemineraĢ€ discordia fra i suoi Assessori, susciteraĢ€ nemici tra i figli miei. Le

Potenze del secolo vomiteranno fuoco e vorrebbero che le parole fossero soffocate nella gola dei Custodi della mia legge. CioĢ€ non saraĢ€. Faranno male, male a se stessi. Tu accelera; se non si sciolgono le difficoltaĢ€, siano troncate. Se sarai nelle angustie non arrestarti, ma continua fincheĢ sia troncato il Capo dell'Idra dell'errore. Questo colpo faraĢ€ tremare la terra e l'inferno; ma il mondo saraĢ€ assicurato e tutti i buoni esulteranno. Raccogli adunque attorno a te anche soli due Assessori, ma ovunque tu vada continua e termina l'opera che ti fu affidata.

“I giorni corrono veloci, gli anni tuoi si avanzano al numero stabilito. Ma la Gran Regina saraĢ€ sempre il tuo aiuto, e come nei tempi passati, cosiĢ€ per l'avvenire saraĢ€ sempre magnum et singulare in Ecclesia praesidium (grande e potente aiuto della Chiesa)”.

Venti righe piuĢ€ avanti, don Bosco parla del futuro del Papa: “Ora Egli eĢ€ vecchio, cadente, inerme; spogliato, tuttavia con la schiava parola fa tremare tutto il mondo” (l'occupazione dello Stato Pontificio sarebbe avvenuto solo il 20 settembre).

Minacce nere sulla Francia.

La pagina che in quel momento parve piuĢ€ incomprensibile riguardava la Francia. In quei mesi Napoleone III era ancora il sovrano piuĢ€ potente d'Europa. La disastrosa guerra con la Prussia (inizio 19 luglio 1870) e le stragi della “Comune” di Parigi (marzo- maggio 1871) erano impensabili. Ecco le parole scritte da don Bosco:

“Le leggi della Francia non riconoscono piuĢ€ il Creatore, e il Creatore si faraĢ€ conoscere e la visiteraĢ€ tre volte con la verga del suo furore.

AbbatteraĢ€ la sua superbia con le sconfitte, il saccheggio e la strage dei raccolti, degli animali e degli uomini. I tuoi nemici ti metteranno nelle angustie, nella fame, nello spavento e nell'abominio delle nazioni. Ma guai a te se non riconosci la mano che ti percuote. Cadrai in mano straniera, i tuoi nemici di lontano vedranno i tuoi palagi in fiamme. Le tue abitazioni diverranno un mucchio di rovine bagnate dal sangue dei tuoi prodi che non sono piuĢ€”.

Nei giorni seguenti, don Bosco avvicinoĢ€ molti vescovi, e si avvalse di quel prestigio di cui godeva per incoraggiarli ad accelerare la definizione dell'infallibilitaĢ€. Pare che l'intervento piuĢ€ insistente l'abbia fatto presso mons. Gastaldi, allora vescovo di Saluzzo e suo grande amico.

Don Lemoyne afferma che Pio IX fu “cosiĢ€ soddisfatto dello zelo di don Bosco che un giorno gli disse:

- Non potreste lasciare Torino e venire a stabilirvi a Roma? La vostra SocietaĢ€ ne perderebbe?

- Santo Padre, sarebbe la sua rovina!”
Don Bosco ripartiĢ€ da Roma il 22 febbraio.
Il 24 aprile il Concilio approvoĢ€ all'unanimitaĢ€ il documento Dei Filius. EĢ€ un'esposizione

densa e chiara della dottrina cattolica su Dio, la Rivelazione e la fede. Sottolinea specialmente l'idea che scienza e fede, se vengono intese rettamente, non possono essere in contrasto, poicheĢ entrambe vengono da Dio.

Il Papa eĢ€ infallibile?

Il 15 maggio nell'aula conciliare comincioĢ€ il dibattito sull'infallibilitaĢ€ del Papa. La discussione generale continuoĢ€ fino al 4 giugno. Il cardinale Bonnechose, in quel giorno, scriveva nel suo diario:

“Si direbbe che siamo imbarcati per una navigazione difficile a bordo di una nave sbattuta dalle onde, e nella quale tutti soffrono il mal di mare”.

I padri erano divisi in due correnti che si affrontarono in un dibattito aspro dentro e fuori Concilio. La maggioranza era per l'infallibilitaĢ€. La minoranza (una sessantina tra vescovi tedeschi, francesi, italiani e americani) vedeva nella definizione un grave ostacolo per

l'avvicinamento alle chiese protestanti. Pio IX fece sentire piuĢ€ volte il peso della sua autoritaĢ€ in favore della definizione.

Il 18 luglio il Concilio approvoĢ€ il testo riguardante l'infallibilitaĢ€. “Fu giorno di abbondante pioggia in Roma e di ripetuti temporali violentissimi - ricordava un testimone -. Mentre mons. Valenziani leggeva il testo, le finestre erano scosse da tuoni, e quando non vi era la luce dei lampi regnava una opprimente oscuritaĢ€”.

La decisione del Concilio, sottoscritta dal Papa, definiĢ€ come dogma di fede questa veritaĢ€:

“Il Romano Pontefice, quando parla " dalla cattedra ", cioeĢ€ quando, esercitando l'ufficio di pastore e dottore di tutti i cristiani in forza della sua autoritaĢ€ apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede o i costumi come vincolante per tutta la Chiesa, grazie all'autoritaĢ€ divina promessagli nella persona di Pietro, gode di quell’infallibilitaĢ€ di cui il divino Redentore volle dotata la sua Chiesa. PercioĢ€ queste definizioni del Romano Pontefice sono immutabili di per se stesse, non in forza del consenso della Chiesa”.

Finite le giornate dell'infallibilitaĢ€, si stabiliĢ€ una pausa di quattro settimane. Si sarebbe dovuto riprendere il Concilio con la discussione sui Vescovi. Ma gravi avvenimenti stavano precipitando in Europa.

I bersaglieri a Porta Pia.

Il 19 luglio Napoleone III dichiaroĢ€ guerra alla Prussia. Fu un disastro. Le sconfitte francesi si succedettero l'una all'altra, fino a quella di Sedan (2 settembre), in cui fu fatto prigioniero lo stesso Napoleone.

La Francia non si arrese. ProclamoĢ€ la repubblica, portoĢ€ il governo a Tours, ma alla fine dovette cedere. La pace, umiliante, verraĢ€ firmata a Francoforte nel maggio 1871, dopo che Parigi avraĢ€ tentato di trasformarsi in una repubblica di tipo giacobino (la “Comune”) e saraĢ€ stata schiacciata ferocemente dalle stesse truppe francesi (14.000 morti).

Battuto Napoleone a Sedan, il governo italiano si sentiĢ€ “le mani libere” nei confronti di Roma. Aveva ottenuto il Veneto con un'infelice “terza guerra d'indipendenza” (1866). Ora 60.000 uomini, al comando del generale Raffaele Cadorna, ricevettero l'ordine di attestarsi sui confini del Lazio per conquistare Roma. L'esercito pontificio, agli ordini del generale Kanzler, contava su 14.600 uomini.

Molti, in quei frangenti, consigliarono Pio IX a lasciare la cittaĢ€. Una nave inglese era pronta per trasportarlo a Malta. Altri suggerivano la Spagna, l'America. Il Papa, che considerava un errore la sua fuga a Gaeta nel 1848, era ben deciso a restare. Ad ogni modo fece consultare alcune persone di sua fiducia. Anche don Bosco, di cui apprezzava al massimo l'ispirazione, interpellato su cioĢ€ che convenisse fare, rispose: “Che la sentinella, l'Angelo di Israele, si fermi al suo posto, e stia alla guardia della rocca di Dio e dell'Arca santa”. La lettera, spedita urgentemente a Roma, fu copiata in bella copia da don Cagliero.

Civitavecchia, investita da terra e bloccata dalla flotta sopraggiunta al largo, si arrese a Nino Bixio nella notte sul 15 settembre. Intanto le truppe di Cadorna erano entrate nel Lazio e avevano circondato Roma.

Alle 5,30 del 20 settembre una batteria della divisione Angioletti apriĢ€ il fuoco contro Porta San Giovanni. Era un diversivo. L'obiettivo “vero” era Porta Pia. I bersaglieri aprirono la strada penetrando nel parco di Villa Patrizi e facendo sloggiare i fucilieri che disturbavano l'avanzata delle artiglierie. Raggiunta via Nomentana, le artiglierie italiane aprirono il fuoco su Porta Pia. Prima delle nove era aperta nelle mura una breccia di trenta metri. Per essa si lanciarono il 12° e il 34° bersaglieri.

Due o tre minuti prima delle dieci, sul tavolo del Papa arrivoĢ€ la comunicazione dello sfondamento delle mura. Secondo il piano giaĢ€ predisposto, il Papa ordinoĢ€ che su Castel Sant'Angelo fosse innalzata la bandiera bianca, e spediĢ€ al generale Kanzler l'ordine di resa.

Il consuntivo delle perdite umane diede cifre minime, ma pur sempre tristissime: da parte italiana 56 morti e 141 feriti; da parte pontificia 20 morti e 49 feriti.

Contro i responsabili della conquista di Roma “anche se investiti della dignitaĢ€ la piuĢ€ sovrana”, il Papa lancioĢ€ la scomunica maggiore.

Don Bosco, scrive don Lemoyne, “ebbe la notizia della presa di Roma mentr'era a Lanzo, e con meraviglia dei presenti la rice

vette con tranquillitaĢ€, come se udisse una cosa conosciuta da tempo”.
Il Papa fece recapitare ai padri conciliari ancora presenti in Roma una comunicazione: “In questa luttuosa condizione di cose, conoscendo che i Padri del Concilio non potrebbero avere la necessaria libertaĢ€, sicurezza e tranquillitaĢ€ per trattare con Noi degnamente delle cose

della Chiesa... sospendiamo la celebrazione dell’ecumenico Concilio Vaticano”.

Il brivido della fine a Varazze.

L'occupazione di Roma, la fine dello Stato Pontificio ebbe una risonanza enorme, inimmaginabile per noi. Finiva un'epoca durata 1.500 anni. A molti sembroĢ€ la fine della Chiesa.

A distanza di un anno, anche la giovane e gracile Congregazione salesiana provoĢ€ per un momento il brivido della fine.

6 dicembre 1871. Mentre si trova alla stazione di Varazze, don Bosco cade a terra svenuto. I presenti temono un colpo apoplettico. Lo portano quasi di peso alla casa salesiana, dove devono metterlo a letto come un bambino.

La malattia, dopo alcuni giorni di incertezza, si rivela gravissima. A brevi intervalli, il corpo di don Bosco si copre di vesciche piccole e dure. Dolori lancinanti e febbre che sale paurosamente. Don Bosco arriva all'orlo della tomba, gli amministrano il Viatico.

A Torino si eĢ€ nella costernazione. Se don Bosco muore, cosa si salveraĢ€ della sua opera? Don Rua, il suo braccio destro, ha solo 34 anni. Molti Salesiani offrono in quei giorni la loro vita per don Bosco. E pare che egli abbia poi detto: “Io dovevo morire a Varazze. Gli anni che sono venuti dopo sono un dono che Dio ha fatto a qualcuno dei miei figli”.

La malattia dura due mesi. Le notizie, all'inizio sono talmente allarmanti che, per non turbare la vita dell'oratorio, vengono date solo per telegramma, con frasi piuttosto generiche.

Ma proprio questo particolare crea l'occasione di una delle piuĢ€ commoventi testimonianze sull'amore che circonda don Bosco.

Tra Varazze (dove eĢ€ sceso a vegliare don Bosco Pietro Enria, l'orfanello del colera del 1854) e Giuseppe Buzzetti (che a Torino freme percheĢ non ha notizie precise sulla salute del “suo” don Bosco) entra in funzione una specie di “posta clandestina”. Le lettere di questi due “ex ragazzi” di don Bosco sono povere, piene di luoghi comuni, ma contengono un affetto dolcissimo, assolutamente genuino.

Le lettere dolcissime.

Ne riportiamo qualche frammento.
23 dicembre. Enria a Buzzetti:
“Con sommo dolore devo dare delle notizie non tanto buone del nostro povero padre.

Oggi la febbre non lo abbandonoĢ€ un istante. Tutto il giorno fu in un'acqua, tanto era sudato. Mi ha tante volte spaventato percheĢ sognando gemeva forte. Io mi appressavo al letto, ed egli mi diceva che non era nulla.

Ah! caro Buzzetti, io non ho piuĢ€ forza di scrivere, tanto eĢ€ il dolore che sento. Per caritaĢ€, diĢ€ che si preghi, ma di vero cuore, e GesuĢ€ Bambino si moveraĢ€ a compassione di noi. Sono le 2 dopo mezzanotte, adesso pare si sia un po' addormentato. Auguro a tutti buone feste. Io le passeroĢ€ col cuore addolorato presso il letto del mio e vostro carissimo padre”.

Buzzetti gli risponde:

“Non ho potuto terminare la lettura della tua delli 23 per gran dolore, dispiacere, e per le lacrime che non potei contenere, al sentire che il caro don Bosco soffre ogni giorno di piuĢ€.

Ho pregato e raccomando a tutti che preghino; ho perfin detto al Bambino GesuĢ€ che faccia soffrire a me tutti i mali che soffre don Bosco ed anche la morte, purcheĢ egli sia presto ristabilito in salute e viva per molti anni.

Seguita a scrivere, non aver paura di farmi dispiacere anzi il dispiacere me lo faresti se

tralasciassi un sol giorno senza tenerci al corrente della preziosa salute del caro padre nostro. Baciagli la sacra mano da parte mia, e digli che mi benedica”.

“3 gennaio. Caro Buzzetti, la salute dell'amoroso nostro padre migliora sempre, peroĢ€ adagio. Seguitano ad uscirgli dei piccoli foruncoli, i quali lo tormentano un poco e gli cagionano un po' di febbre”.

Buzzetti risponde: “Caro Pietro, stiamo aspettando buone notizie. Ieri terminoĢ€ la novena, percioĢ€ oggi, se Maria Ausiliatrice ci trova degni del suo amore, ci renderaĢ€ sano il caro nostro don Bosco; in caso contrario continueremo a seccarla fincheĢ basti.

Devi sapere che fa un freddo della malora, tutti i giorni si trovano una quantitaĢ€ di brocche crepate dal gelo, e quella che avevi nella tua soffitta ha avuto la medesima sorte”.

Quando don Bosco comincioĢ€ a migliorare sul serio, Enria spediĢ€ un telegramma a Buzzetti: “Ieri festa. PapaĢ€ alzato. Tua visita piacerebbe. Oggi bene”. Le parole “PapaĢ€ alzato” si diffusero in un baleno nell'oratorio, destando grande gioia.

Continuando il miglioramento, Enria sta due o tre giorni senza inviare notizie, e Buzzetti gli scrive: “Caro Pietro, sei ancora vivo? E se lo sei, come spero, percheĢ non mantieni la promessa di non lasciar passar giorno senza darmi notizie del caro don Bosco? Dunque, non minchionarmi!”.

Enria risponde immediatamente: “La salute di don Bosco migliora sempre. Alcune volte esce in questa esclamazione: " Ah, quel giorno che entreremo all'oratorio! ". E poi resta commosso e assorto nel pensiero di cioĢ€ che proveraĢ€ nel rientrare nella nostra casa benedetta”.

Il 15 febbraio don Bosco poteĢ€ ritornare a Torino. EntroĢ€ nel santuario di Maria Ausiliatrice dalla porta maggiore. Nella chiesa l'attendevano i ragazzi di Valdocco e tanti amici. Appena arrivoĢ€ al presbiterio, Buzzetti intonoĢ€ il salmo Laudate, pueri, Dominum (Lodate, fanciulli, il Signore). Inginocchiato ai piedi del tabernacolo e dell’Ausiliatrice, don Bosco pregoĢ€ lungamente. Poi ringrazioĢ€ i ragazzi, e li invitoĢ€ a ringraziare la Madonna.

“Enria era rimasto inginocchiato in presbiterio - ricorda don Amadei -, e Buzzetti, presolo per un braccio, l'accompagnoĢ€ fuori”. Si abbracciarono e piansero.

43.

COOPERATORI: SALESIANI NEL MONDO.

Negli anni 70 si andoĢ€ concretizzando il progetto dei Cooperatori salesiani. Come tutte le idee di don Bosco, non nacque all'improvviso: aveva radici lontane.

“Appena comincioĢ€ l'opera degli oratori nel 1841 - scrisse don Bosco - alcuni pii e zelanti sacerdoti e laici vennero in aiuto a coltivare la messe, che fin d'allora si presentava copiosa nella classe de' giovanetti pericolanti. Questi collaboratori, o cooperatori, furono in ogni tempo il sostegno delle opere che la divina Provvidenza ci poneva in mano”.

Addio a don Borel.

Don Bosco ricorda i sacerdoti, per primi. Li abbiamo incontrati anche noi sul filo della sua vicenda. Prima nell'oratorio migrante, poi a Valdocco. Ci furono contrasti per le sue idee “pazze”, poi per il suo atteggiamento “politico”. Ma l'amore concreto alla gioventuĢ€ fece superare ostacoli e steccati. Pietro Merla, Luigi Nasi, Leonardo Murialdo, Ignazio e Giuseppe Vola, Giacinto Carpano, e specialmente don Cafasso e il “padre piccolo” don Borel saranno legati per sempre all'opera salesiana, come cooperatori fedeli e sacrificati di don Bosco.

Il “padre piccolo” chiuse gli occhi a questa vita il 9 settembre 1873. Don Bosco pianse accanto a lui che si spegneva. Disse: “Sembrava un pretino da nulla, e invece dieci buoni preti non avrebbero fatto tutto il bene che fece questo grande operaio di Dio”.

Morendo, non lascioĢ€ nemmeno il necessario per la sua sepoltura. Ma don Bosco sapeva

quante volte aveva vuotato il borsellino nelle

sue mani, senza preoccuparsi se vi fossero degli spiccioli o dei marenghi d'oro. I direttori salesiani, chiamati da don Bosco per i funerali, portarono a spalle la sua bara. I chierici, i giovani, la banda dell’oratorio lo accompagnarono al camposanto. Erano i preti, i chierici, i giovani, di cui don Bosco gli parlava nel 1844: “Eppure ci sono, percheĢ io li vedo”.

Uomini e donne di buona volontaĢ€

Accanto ai sacerdoti, i laici. Alcuni appartenevano a famiglie aristocratiche: il conte Cays (che diventeraĢ€ salesiano e sacerdote in etaĢ€ avanzata), il marchese Fassati di Montemagno, il conte Callori di Vignale, il conte Scarampi di Pruney. Altri erano semplici lavoratori e commercianti. Don Bosco ricordava con tanta riconoscenza un chincagliere, Giuseppe Gagliardi, che consacrava ai giovani dell’oratorio il suo tempo libero e i suoi risparmi.

La cooperazione di questi laici era svariata. Don Bosco sollecitava specialmente la loro disponibilitaĢ€ a “fare il catechismo”, alla domenica e nei giorni feriali della quaresima. Alcuni lo aiutavano anche nelle scuole serali, nell'assistenza dei giovani. Altri cercavano un buon lavoro per i suoi ragazzi, specialmente per gli ex carcerati.

Non si trattava solo di uomini. Abbiamo giaĢ€ accennato alle “mamme” che lavoravano all'oratorio: mamma Margherita, la mamma di don Rua, quella di Michele Magone, la sorella di mamma Margherita, la mamma del canonico Gastaldi.

Quest'ultima aveva preso per seĢ l'incarico di far lavare la biancheria dei ragazzi e di distribuirla ogni sabato. “Ce n'era proprio bisogno - ricordava don Bosco -. Tra quei poveri ragazzi ce n'erano di quelli che non potevano mai cambiarsi quello straccio di camicia che avevano indosso, ed erano cosiĢ€ sporchi che nessun padrone voleva accoglierli nel suo laboratorio”.

La domenica, “madama” Gastaldi riuniva i ragazzi, e “come un generale d'armata” ispezionava minuziosamente gli abiti e la pulizia di ognuno, compresi i letti, che spesso risultavano piccole e odorose tane.

Molti cooperavano non con l'azione ma con denaro. Un prete dava per i ragazzi piuĢ€ poveri tutto il denaro che riceveva dai genitori benestanti. Un banchiere versava una pensione regolare, come se fosse un “ricoverato” di don Bosco. Un artigiano portava regolarmente i suoi risparmi.

Salesiani esterni: bocciati.

Don Bosco si andoĢ€ man mano persuadendo che sarebbe stato opportuno radunare questi collaboratori in un'associazione.

Il primo tentativo lo fece nel 1850, radunando sette uomini di fiducia “tutti cattolici e laici”. Fu un insuccesso.

Nel 1864, secondo tentativo. Presentando le Regole della sua SocietaĢ€ a Roma, aveva innestato un “capitolo” che fece arricciare il naso a molti monsignori. Parlava di “salesiani esterni”. Qualunque persona, anche vivendo nella sua famiglia, avrebbe potuto diventare salesiano. Non avrebbe fatto i voti, ma avrebbe collaborato al lavoro dei salesiani per i ragazzi poveri. All'articolo 5 prevedeva addirittura che ogni salesiano uscito dalla Congregazione “per ragionevole motivo”, sarebbe diventato “membro esterno” di essa.

Il capitolo fu bocciato. Don Bosco, con la testardaggine dei piemontesi, lo ripresentoĢ€, prima modificato, poi in appendice. Non ci fu verso. Per avere l'approvazione delle Regole (l'avraĢ€ nel 1874) dovette rassegnarsi a toglierlo. Oggi verrebbe forse considerato “un'intuizione geniale”.

Bocciato il disegno dei “salesiani esterni”, don Bosco si mise subito a lavorare a qualcosa di simile. Nel 1874 traccioĢ€ le grandi linee di una Unione di san Francesco di Sales. I

direttori, da lui consultati, dimostrarono poco entusiasmo. Sembrava una delle tante confraternite. Don Bosco scosse la testa:

- Voi non mi capite. Ma vedrete che questa Unione saraĢ€ il sostegno della nostra SocietaĢ€. Pensateci.

Gli scopi principali che don Bosco assegnava all'Unione erano tre:
- fare del bene a se stesso con l'esercizio della caritaĢ€ verso il prossimo, specialmente

verso i fanciulli poveri e abbandonati;
- partecipare alle opere di pietaĢ€ e di religione che compiono i Salesiani;
- raccogliere fanciulli poveri, istruirli nella propria casa, difenderli dai pericoli.

I Cooperatori salesiani.

Nel 1876 raggiunse la forma definitiva. ChiamoĢ€ la pia Unione dei suoi collaboratori “Cooperatori salesiani”. Scrisse e stampoĢ€ rapidamente il loro regolamento e lo invioĢ€ al Papa per l'approvazione. ArrivoĢ€ con un “breve” di Pio IX il 9 maggio 1876.

Gli scopi erano identici a quelli elencati due anni prima: fare del bene a se stessi con una vita cristiana impegnata, aiutare i salesiani nelle loro imprese, “rimuovere” i mali che minacciano la gioventuĢ€.

I mezzi suggeriti sono simili a quelli usati dai salesiani: catechismi, esercizi spirituali, sostegno delle vocazioni sacerdotali, diffusione della buona stampa, preghiera e elemosina.

Quest'ultima parola causoĢ€ molti equivoci. Parecchi salesiani ridussero di fatto l'attivitaĢ€ dei cooperatori all'aiuto in denaro per le loro opere. Don Bosco intervenne energicamente contro questo svilimento del Cooperatore:

“Bisogna comprendere bene lo scopo della pia Unione - disse a Tolone nel 1882 -. I Cooperatori salesiani non devono solamente raccogliere elemosine per le nostre opere, ma anche adoperarsi con ogni mezzo possibile per cooperare alla salvezza dei loro fratelli, in particolar modo della gioventuĢ€”.

Nei viaggi in Italia e all'estero, don Bosco si diede molto da fare per accrescere l'esercito dei suoi Cooperatori. “Genova e la Liguria gli fornirono grossi contingenti - scrive Morand Wirth -. In Francia, Nizza diventoĢ€ un centro importante, per il carattere cosmopolita della cittaĢ€. A Marsiglia, i Cooperatori erano cosiĢ€ ferventi che con loro don Bosco aveva l'impressione di trovarsi in famiglia”.

In Spagna visse una delle figure piuĢ€ caratteristiche dei Cooperatori: donna Dorotea de Chopitea. Divenne la “madre delle opere salesiane”, e se ne eĢ€ iniziata la causa di beatificazione.

Il “Bollettino Salesiano” arriva anche a Sotto il Monte.

Ai Cooperatori, don Bosco volle dare uno strumento che servisse a tenerli uniti tra loro e con il centro delle opere salesiane. Fu il Bollettino Salesiano, periodico mensile. Il primo numero usciĢ€ nell’agosto del 1877.

Al Bollettino don Bosco teneva tanto che ne preparoĢ€ personalmente i primi numeri. Quando non lo poteĢ€ piuĢ€ seguire, privoĢ€ i suoi collegi di un valido direttore per metterlo nelle mani di don Giovanni Bonetti (che fece parte del Capitolo Superiore). Quando gli chiedevano “a chi mandarlo”, don Bosco rispondeva: “A chi lo vuole e a chi non lo vuole”.

Sul Bollettino furono pubblicate le prime lettere dei missionari salesiani, lette golosamente da giovani e adulti. Fu pubblicata a pun

tate la prima “Storia dell'oratorio di don Bosco”, anch'essa attesa con vivissima curiositaĢ€. Apparivano regolarmente le notizie delle opere salesiane sparse nel mondo, le

grazie piuĢ€ insigni di Maria Ausiliatrice.
Quel modesto fascicolo mensile penetroĢ€ dappertutto, guadagnando moltissimi amici a

don Bosco e alle sue opere. Papa Giovanni ricordava: “I miei primi anni furono allietati e protetti dalla cara immagine dell'Ausiliatrice. Oh, una riproduzione molto semplice: il ritaglio del Bollettino Salesiano che il prozio Zaverio riceveva e leggeva a tutti noi con grande trasporto. La pia immagine stava a capo del letto. Quante preghiere e quante confidenze davanti a quell'umile effigie! E Maria Ausiliatrice mi ha sempre aiutato”.

Nel 1884, parlando con don Lemoyne, don Bosco manifestoĢ€ un pensiero che si era via via sempre piuĢ€ chiarito in lui: “Lo scopo diretto dei Cooperatori non eĢ€ quello di coadiuvare i salesiani, ma di prestare aiuto alla Chiesa, ai vescovi, ai parroci, sotto l'alta direzione dei salesiani”.

“Alla morte di don Bosco nel 1888 - scrive il Wirth - una cosa era evidente: la forza apostolica della modesta Congregazione salesiana era stata decuplicata grazie all'aiuto fraterno dei suoi cooperatori. Molti di essi meritano di essere considerati di fatto, se non giuridicamente, veri salesiani nel mondo”.

44.
FRANCESCO, EUSEBIO, FILIPPO, MICHELE E TANTI AMICI.

Nel 1870 don Bosco ha compiuto 55 anni. La sua vita, che nei primi decenni eĢ€ stata vivace e nervosa come un torrente di montagna, si allarga, diventa un fiume maestoso. Gli ultimi 18 anni della sua esistenza, registrati minuziosamente su quintali di documenti e di testimonianze, sono stati condensati in 9 volumi di Memorie Biografiche, due dei quali superano le 1000 pagine.

EĢ€ chiaro che ogni biografo di don Bosco deve usare decisamente il verbo “scartare”. I fatti, gli incontri, le narrazioni ai giovani, i sogni sono toccanti, umanissimi. Rincresce metterne da parte decine e decine. Eppure, fatto il calcolo con le pagine, anche noi dobbiamo rassegnarci a tagliare e a potare vigorosamente.

In questo capitolo, peroĢ€, ci prendiamo una piccola rivincita. Narriamo a ruota libera alcuni tra i fatti e gli incontri di questi anni che piuĢ€ ci hanno colpito, domandando scusa se non riusciamo a collegarli con un filo “logico”. La vita, d'altra parte, non usa sempre la “logica” come sua strada maestra.

“Ho rubato due pani”.

Agosto 1872. La campana squilloĢ€, e una turba immensa di ragazzi si precipitoĢ€ fuori dalle aule e dai laboratori gridando: “La merenda! La merenda!”.

Due panettieri, in fondo al cortile, avevano piazzato quattro enormi cestoni di vimini, ricolmi di pagnotte fresche e fragranti. “Una ciascuno, non di piuĢ€!”, gridavano.

Francesco Piccollo, un ragazzo di 11 anni arrivato poco tempo prima da Pecetto Torinese, guardava tutta quella ressa e attendeva il suo turno. Aveva mangiato molta minestra a mezzogiorno, ma poi,

col passare delle ore, l'appetito si era ridestato. Pensava peroĢ€ che una pagnotta sola era poco a confronto dell'appetito. Avrebbe voluto almeno raddoppiare la razione. Ma l'oratorio era povero, e anche il pane non era a volontaĢ€ in quel 1872.

Mentre pensava cosiĢ€, vide che alcuni suoi compagni, dopo aver intascato una prima pagnotta, si rimettevano tranquillamente in fila, e ne prendevano una seconda e una terza senza che nessuno se ne accorgesse.

“Anch'io - raccontoĢ€ poi Francesco - mi lasciai allora vincere dall'appetito, rubai due pagnotte e fuggii dietro il porticato, a mangiarle con aviditaĢ€. Ma poi ne provai rimorso.

- Ho rubato - pensavo -. E domani come oseroĢ€ fare la Comunione? Devo confessarmi! Ma il mio confessore era don Bosco, e io sapevo come si sarebbe addolorato al sapere

che avevo rubato. Come fare? Non tanto per la vergogna, quanto per non dispiacere a don Bosco, scappai dalla porta della chiesa, e difilato corsi al santuario della Consolata, poco lontano.

Entrai nella chiesa semibuia, scelsi il confessionale piuĢ€ nascosto, e cominciai la mia confessione:

- Sono venuto a confessarmi qui percheĢ ho vergogna di confessarmi da don Bosco! (Era una cosa che potevo non dire, ma ero talmente abituato alla sinceritaĢ€ che mi parve importante). Una voce mi risponde:

- Di' pure. Don Bosco non sapraĢ€ mai niente.
Era la voce di don Bosco! Misericordia! Sudavo freddo. Ma se don Bosco era all'oratorio,

come poteva essere? Un miracolo? No, niente miracolo. Don Bosco era stato invitato, come al solito, a confessare alla Consolata, e io mi ero imbattuto precisamente in colui che volevo fuggire.

- Parla, caro figliuolo. Cosa ti eĢ€ successo? Tremavo come una foglia.

- Ho rubato due pani!
- E ti hanno fatto male?
- No.
- E allora non tormentarti. Avevi fame?
- SiĢ€.
- Fame di pane e sete di acqua, buona fame e buona sete. Guarda: quando avrai

bisogno di qualche cosa, chiedilo a don Bosco. Ti daraĢ€ tutto il pane che vorrai. Ma ricordati bene: don Bosco preferisce la tua confidenza a crederti innocente. Con la tua confi

denza ti potraĢ€ aiutare, invece con la tua innocenza potresti scivolare e cadere, e nessuno ti darebbe una mano. La ricchezza di don Bosco eĢ€ la confidenza dei suoi figli. Non dimenticartelo mai, Francesco.

L'anno seguente mi trovavo in seconda, e un giorno, a pranzo, mi dicono che mia madre mi attende in parlatorio. La trovo che piange:

- Mamma, cos'eĢ€ successo?

- Niente, Cecchino, niente. Ma vedi, noi siamo poveri, e l'economo mi ha detto che se • continuiamo a non pagare la pensione, dovraĢ€ rimandarti a casa.

Essa piangeva per quella minaccia, e io dovendo andare a scuola la lasciai in pianto. Ma alla ricreazione del pomeriggio rividi la mamma che mi aspettava ancora in portineria, stavolta lieta e sorridente. Mi disse:

- Senti, Cecchino, io ora non piango piuĢ€. Sono stata da don Bosco, e mi ha detto: buona donna, dite al vostro ragazzo che se l'economo lo manda via dalla porta, rientri dalla chiesa e venga da me. Don Bosco non lo manderaĢ€ via mai.

Poi la mamma mi bacioĢ€ e partiĢ€. Quella sera stessa l'economo mi fece chiamare e io, spaventato, prima di presentarmi a lui scappai da don Bosco. Bussai alla sua porta:

- Chi eĢ€?
- Sono io, Piccollo Francesco.
- Vieni, vieni pure. Dunque, Francesco - e prese un foglio di carta - quanti mesi di

pensione deve la tua mamma?
Gli dissi il numero, e don Bosco, con delicatezza, scrisse la ricevuta della pensione per

tutto l'anno, apponendovi la sua firma. Nessuno si accorse della sua generositaĢ€, nemmeno l'economo a cui portai la ricevuta. Rimasi commosso piuĢ€ del modo delicato con cui ero stato aiutato che per la stessa opera di caritaĢ€.

Passarono altri tre anni. Ero ormai in quinta. Un giorno noi piuĢ€ grandicelli attorniavamo don Bosco, passeggiando sotto i portici. Io avrei voluto parlare da solo con lui, ma non osavo. Ma come sempre, egli se ne accorse, e senz'altro mi prese da parte e mi disse:

- To vorresti dirmi qualcosa, vero?
- Ha indovinato. Ma non vorrei che gli altri sentissero -. Nel dire cosiĢ€ gli sussurrai

all'orecchio:
- Voglio farle un regalo. Credo che le faraĢ€ piacere.

- E che regalo vuoi farmi? - Prenda me!

Don Bosco sorrise:

- E cosa vuoi che me ne faccia di un bel tomo cosiĢ€? •-. Ma subito si fece serio, e mi disse:

- Grazie, Francesco. Non potevi farmi un regalo piuĢ€ gradito. Io lo accetto, non per me, ma per offrirti e consacrarti tutto al Signore e all'Ausiliatrice”.

Francesco Piccollo divenne salesiano e sacerdote, lavoroĢ€ per 30 anni in Sicilia, come insegnante, direttore e poi ispettore delle opere salesiane. Visse fino al 1930.

Eusebio Calvi, di Palestro.

Nello stesso 1872, un altro bravo ragazzo, Eusebio Calvi di Palestro, era preoccupato percheĢ i suoi non potevano piuĢ€ pagare la pensione. Don Bosco lo vide triste, e gli domandoĢ€:

- Che cos'hai Eusebio?

- Ah, don Bosco. I miei non possono piuĢ€ pagare la pensione e io sono costretto a interrompere gli studi.

- Ma tu non sei amico di don Bosco?
- Oh siĢ€!
- E allora la cosa si aggiusta facilmente. Scrivi a tuo papaĢ€ che del passato non si

prenda piuĢ€ fastidio, e per l'avvenire paghi cioĢ€ che puoĢ€.
- Ma mio padre vorrebbe sapere la cifra precisa, percheĢ vuole impegnarsi a dare tutto

cioĢ€ che puoĢ€.
- Quanto era la pensione fino a oggi?
- Dodici lire al mese.
- Scrivigli che la fissiamo a cinque. E che pagheraĢ€ se potraĢ€. Vieni nel mio ufficio che ti

faccio io il bigliettino per l'economo.
Anche Eusebio Calvi divenne salesiano e sacerdote, lavoroĢ€ in Calabria e in Sicilia, e

visse fino al 1923. “Quante migliaia di ragazzi - scrive don Amadei - ricevettero questi segni di affetto da don Bosco!”.

Don Bosco ci rimase male.

Quando don Bosco arrivoĢ€ a Lu nelle passeggiate autunnali (l'abbiamo narrato nel cap. 37), nel cortile di casa Rinaldi fece una carezza a un affarino di 5 anni, Filippo.

Quando quel ragazzo compiĢ€ 10 anni, il nome di don Bosco tornoĢ€ a rimbalzare sulla sua vita. Nel paese di Mirabello, a un tiro di schioppo da Lu, don Bosco aveva aperto il “piccolo seminario”. Il signor Cristoforo Rinaldi pensoĢ€ di mandarvi Filippo.

Il ragazzino robusto e mite prese sotto il braccio il suo fagottino, bacioĢ€ la mamma, e sul biroccio di papaĢ€ andoĢ€ in collegio. Aveva il cuore un po' stretto come tutti i ragazzi che lasciano la casa per la prima volta. Ma era serio e riflessivo, e capiva che quel sacrificio poteva spalancare alla sua vita altri orizzonti che non fossero i campi e le vigne di papaĢ€.

Ebbe per insegnante il chierico Paolino Albera. “Per me don Albera - scriveraĢ€ - fu un angelo custode. Fu lui incaricato di vigilarmi, e lo fece con tanta caritaĢ€ che mi stupisce ogni volta che ci penso”. Ma non c'era solo don Albera, purtroppo. Un altro assistente aveva maniere grossolane che offendevano.

Don Bosco venne due volte da Torino a visitare il “piccolo seminario”, e parloĢ€ a lungo con Filippo. Divennero amici.

In primavera, purtroppo, il fattaccio. Filippo era stanco per gli studi intensi dei mesi invernali, l'occhio sinistro aveva cominciato a dargli seri fastidi. Un giorno che era

particolarmente teso, l'assistente dal fare grossolano lo urtoĢ€ in maniera particolare. Filippo non perse le staffe. AndoĢ€ dritto dal Direttore a dirgli che voleva tornare a casa. Sembrava il capriccio di un momento, ma non fu cosiĢ€. Filippo aveva deciso, e non ci fu nessuno capace a fargli cambiare parere.

Quando don Bosco quell'anno giunse per la terza volta a Mirabello, fu informato che Filippo Rinaldi era tornato in famiglia. Ci rimase male. Gli scrisse una letterina a Lu, in cui lo pregava di ripensare alla sua decisione.

Di lettere di don Bosco, Filippo ne riceve parecchie negli anni che seguono. In ognuna c'eĢ€ l'invito a ripensarci, a tornare: “Le case di don Bosco, ricordati Filippo, sono sempre aperte per te”.

Raramente don Bosco ha insistito tanto con un ragazzo. Sembra quasi che egli veda qualcosa di preciso nel suo avvenire. Ma il ragazzo, pur rimanendo amico di don Bosco, non se la sente.

1874. Filippo ha 18 anni, e don Bosco eĢ€ venuto a trovarlo a Lu. Proprio in casa sua si presenta una povera donna. Cammina con le stampelle e ha un braccio ammalato. EĢ€ venuta per supplicare don Bosco di guarirla. Il Santo le daĢ€ la benedizione di Maria Ausiliatrice, e quella donna, sotto gli occhi di Filippo, getta le stampelle e torna a casa guarita. Il giovanotto eĢ€ molto emozionato, ma a un ennesimo invito di don Bosco a seguirlo a Torino, risponde di no. Questo

“no” gli peseraĢ€ per tutta la vita: “Facciano il Signore e la Madonna che, dopo aver tanto resistito alla grazia in passato - diraĢ€ un giorno con umiltaĢ€ -, non abbia piuĢ€ ad abusarne in avvenire”. Quel “no” detto a don Bosco diventa per Filippo il primo di una fila. Comincia a dire di no alle preghiere, alla madre che lo rimprovera di frequentare amicizie pericolose, al parroco che lo invita a frequentare di piuĢ€ la chiesa. Una vera “crisi religiosa” che supereraĢ€ grazie alle preghiere di sua madre.

Quando don Bosco diede battaglia.

1876. Filippo Rinaldi compie vent'anni. I genitori di una brava ragazza sono venuti da papaĢ€ Cristoforo ad avanzare una proposta di matrimonio. Ma da Torino arriva anche don Bosco, deciso a dare battaglia per portare Filippo con seĢ.

C'eĢ€ un colloquio lungo, decisivo. Con la semplice tenacia dei contadini, Filippo espone tutte le sue difficoltaĢ€. Ma don Bosco eĢ€ un contadino anche lui, e le ribatte con calma a una a una. Ha scoperto in quel ragazzone la stoffa di un grande salesiano, e non vuole lasciarselo scappare. “Mi guadagnoĢ€ a poco a poco - scriveraĢ€ Filippo -. I genitori mi lasciavano libero, e la mia scelta cadeva su don Bosco”.

Novembre 1877. Filippo Rinaldi giunge a Sampierdarena, dove don Bosco ha aperto una casa per le “vocazioni adulte”. A 21 anni il contadino di Lu riapre la grammatica italiana e quella latina. I primi tempi sono durissimi. Sul primo compito, insieme a un cimitero di croci rosse e blu, c'eĢ€ un voto mortificante. Eppure, con la stessa tenacia con cui ha resistito tanti anni alla voce di don Bosco, Filippo s'arrampica giorno per giorno per la dura strada degli studi.

Direttore a Sampierdarena eĢ€ quel don Paolino Albera che l'aveva incantato a Mirabello. Nei momenti ingrati trova conforto in lui. “Un giorno gli dissi che temevo di farne una delle mie fuggendo. Egli mi rispose: E io verroĢ€ a prenderti”.

13 agosto 1880. Inginocchiato ai piedi di don Bosco, Filippo pronuncia i voti di povertaĢ€, castitaĢ€, obbedienza. EĢ€ salesiano. Ha 24 anni.

Nell'autunno comincia la sua salita verso il sacerdozio. Riceve gli ordini minori, il suddiaconato, il diaconato. C'eĢ€ un particolare che fa sorpresa: Filippo va avanti non percheĢ lo voglia, ma percheĢ glielo comanda don Bosco, in cui ha la massima fiducia. RacconteraĢ€: “Don Bosco mi diceva: Il tal giorno darai il tal esame, prenderai il tal Ordine. Io obbedivo di volta in volta”. Mai don Bosco si era com

portato cosiĢ€ con un'altra persona: esortava, invitava, ma lasciava che fosse l'individuo a decidere. Con Filippo, don Bosco ordina. Doveva leggere molto chiaramente nel futuro di quel giovane uomo.

La vigilia del Natale 1882 don Filippo Rinaldi celebra la sua prima Messa. EĢ€ presente don Bosco che abbracciandolo gli domanda: “Ora sei contento?”. La risposta eĢ€ da far cascare le braccia: “Se mi tiene con lei, siĢ€. Se no, non saprei che cosa fare”.

Ma qualche mese dopo torna dalle missioni d'America don Costamagna, e don Filippo, travolto per la prima volta dall'entusiasmo, chiede a don Bosco di partire missionario. Questa volta eĢ€ don Bosco a dire di no:

- Tu starai qui. In missione manderai gli altri.

Il primo successore di don Bosco alla testa della Congregazione Salesiana saraĢ€ don Rua. Il secondo don Paolino Albera. Il terzo saraĢ€ don Filippo. Il vecchio don Francesia diraĢ€ di lui: “Di don Bosco gli manca soltanto la voce. Tutto il resto ce l'ha”.

Il canonico che si riposava.

Nel 1872 don Bosco si recoĢ€ per una breve visita a Genova. Racconta don Amadei:

“Tra gli altri si recoĢ€ a visitarlo il canonico Ampugnani, che abitava a Marassi e l'aveva aiutato a comprare il collegio di Alassio. Don Bosco gli domandoĢ€:

- E adesso che cosa fa?
- Io? Niente, mi riposo.
- Come, si riposa? Lei eĢ€ sano, eĢ€ ancora giovane.
- Ho lavorato molti anni in America, e ora mi riposo. Don Bosco divenne molto serio:

- E non sa che il riposo del prete eĢ€ il paradiso? E che renderemo a Dio strettissimo conto del tempo perduto?

Il canonico rimase cosiĢ€ colpito da quelle parole, che non sapeva da che parte voltarsi per uscire. Il giorno dopo, tornoĢ€ alla casa salesiana, e disse al direttore che lo facesse suonare, far scuola di musica, predicare:

- Don Bosco - esclamoĢ€ - mi ha detto delle parole terribili! S'incontroĢ€ anche con il Superiore Generale dei Minimi di san

Francesco da Paola, uomo dottissimo, che faceva il parroco. Salutatolo rispettosamente, don Bosco gli disse:

- ChissaĢ€ quanto avraĢ€ da fare come Generale dell'Ordine. - Veramente poco o nulla. Siamo pochi, sa?

- Quanti novizi avete? - Nessuno.
- E quanti studenti?
- Nessuno.

- Come? - il volto di don Bosco divenne serio e grave, la parola vibrata -. E lei non si daĢ€ d'attorno per impedire che cada un Ordine tanto benemerito della Chiesa, che ancora non ha compiuto il fine per cui lo eresse il suo fondatore, e che possiede ancora tante profezie gloriose che devono compiersi?

- Ma non si trovano vocazioni!

- E lei, se non trova vocazioni in Italia, vada in Francia, in Spagna, in America, nell'Oceania. Lei ha una gravissima responsabilitaĢ€, un conto grande da rendere a Dio. Quante fatiche, quanti dolori ha dovuto sopportare san Francesco da Paola per fondare il suo ordine. E lei permetteraĢ€ che vadano perdute tante preghiere, tante fatiche, tante speranze?

Il buon Padre Generale era come annichilito. Promise che avrebbe fatto del suo meglio per trovare nuove vocazioni”.

Piccoli muratori all'oratorio festivo.

Chi segue la vita di don Bosco in questi anni, puoĢ€ avere l'impressione che l'oratorio festivo di Valdocco, che con lui ha vissuto tante giornate gloriose, sia sparito dall'orizzonte. Non eĢ€ cosiĢ€. Don Bosco, certo, eĢ€ assorbito al 90% dalla grande casa per studenti e artigiani che ospita 800 ragazzi, dalle altre opere salesiane che si stanno moltiplicando. Ma non dimentica il “suo” oratorio. Le testimonianze non sono molte, ma sufficienti a fotografarlo anche in questo settore.

“Venni a Torino nella quaresima del 1871 - racconta Enrico Angelo Bena -. Venivo da Magnano Biellese e mi consumavo per lavorare con i muratori. Alla prima festa, come aveva raccomandato a me e agli altri ragazzi partenti il parroco, mi recai all'oratorio di don Bosco. Mi piacque. Ogni anno, tornando a Torino da marzo a novembre, continuai a frequentarlo, fincheĢ non andai soldato.

L'entrata dell'oratorio in quegli anni era a sinistra del santuario di Maria Ausiliatrice. L'ingresso era un portone rozzo di assi. C'erano con noi tre o quattro sacerdoti e parecchi chierici. Don Bosco veniva ordinariamente al mattino per la Messa, al pomeriggio per il catechismo.

Il secondo anno che venni a Torino feci all'oratorio la prima Comunione. Tutti avevano un vestito pulito. Chi non lo poteva avere dalla famiglia, lo riceveva da don Bosco. Fu lui stesso a celebrare la Messa nella chiesa di San Francesco e a darci la Comunione. Dopo, uscendo dalla chiesa, c'era una tavola preparata per noi: pane, formaggio, salame. Don Bosco passoĢ€ a dare un misurino di vino, che versava a ciascuno nel bicchiere. DistribuiĢ€ pure dei biscotti.

Quando un giovane aveva giacca, calzoni, scarpe rotte, don Bosco dava vestiti o scarpe, magari rattoppate ma buone. All'oratorio ci attirava la giostra, il passo volante, i doni che ricevevamo. Anche la musica della banda era una bella attrattiva”.

Nello stesso 1871 comincioĢ€ a frequentare l'oratorio festivo di Valdocco Francesco Alemanno, un giovane operaio di Villa Miraglio. Si era trasferito a Torino con la famiglia. Il primo giorno che vi andoĢ€ incontroĢ€ don Bosco. Dopo le funzioni ci fu una piccola lotteria e Alemanno vinse una cravatta. Don Bosco gliela mise al collo, e gli domandoĢ€:

- Come ti chiami?
- Francesco Alemanno.
- Vieni da molto all'oratorio? - EĢ€ la prima volta.
- E conosci don Bosco?

Il ragazzo rimase impacciato, poi alzoĢ€ timidamente gli occhi:
- Don Bosco eĢ€ lei.
- Ma tu conoscerai bene don Bosco se ti lascerai far del bene all'anima.
- EĢ€ appunto quello che cerco, un amico che si prenda cura di me.
- Che bellezza! Tu stasera hai guadagnato una cravatta, e io con questa ti legheroĢ€

all'oratorio in maniera che non ti allontanerai mai piuĢ€!
Francesco divenne davvero amico di don Bosco. Dall'oratorio passoĢ€ alla Congregazione

salesiana.
Piccoli muratori, distribuzione di vestiti ai piuĢ€ poveri, dialoghi a tu per tu con i ragazzi:

eĢ€ sempre l'oratorio di don Bosco, che continua a vivere e a prosperare all'ombra del santuario.

Don Bosco ne affidoĢ€ la direzione per qualche anno a don Barberis. Poi, per moltissimi anni, a don Pavia coadiuvato dal leggendario coadiutore Giovanni Garbellone. Quest'uomo, con un temperamento un po' eccentrico e bizzarro, fu una prova vivente della straor

dinaria potenza formativa di don Bosco, che seppe esaltare le doti naturali anche dei temperamenti piuĢ€ poveri.

Per cinquant'anni Garbellone fu l'anima dell'oratorio festivo. In un quadernetto teneva

seimila nomi di ragazzetti preparati da lui alla prima Comunione. Dal 1884 divenne maestro della banda, che diresse con portamento fierissimo fino al 1928, quando moriĢ€.

Don Bosco se ne guadagnoĢ€ l'amicizia con un gesto di grande fiducia. Gli mise in mano trentamila lire percheĢ andasse a pagare un debito. Qualcosa come cinquanta milioni di oggi. Garbellone aveva 28 anni, ed era un povero spiantato. Quel gesto lo commosse talmente che da quel momento per don Bosco si sarebbe gettato nel fuoco.

Michele Unia, contadino.

Il 19 marzo 1877 all'oratorio arrivoĢ€ un contadino di 27 anni. Si chiamava Michele Unia. Disse a don Bosco che avrebbe voluto studiare per farsi prete, ma non salesiano.

- Vorrei tornare a Roccaforte di MondoviĢ€, il mio paese.
- Ma se il Signore ti volesse per una missione piuĢ€ grande?
- Se il Signore mi fa capire che questa eĢ€ la sua volontaĢ€.
- Se Dio mi rivelasse il tuo interno, e io te lo dicessi qui a te, ti sembrerebbe un segno

sufficiente che egli ti vuole prete salesiano?
Michele Unia non sapeva se prendere la cosa sul serio o come uno scherzo. Ci pensoĢ€

su, poi:
- Ebbene, mi dica quello che vede nella mia coscienza.
Don Bosco gli disse tutto. Gli elencoĢ€ buone opere e peccati, fin nei minimi particolari.

Unia credeva di sognare:
- Ma come fa a sapere tutte queste cose?
- E so di piuĢ€ ancora. Tu avevi undici anni, e una domenica eri nel coro della tua chiesa,

ai vespri. Un tuo compagno vicino a te dormiva con la testa in su e la bocca aperta. Tu avevi delle prugne in tasca. Cercasti la piuĢ€ grossa, e la lasciasti cadere nella bocca aperta di quel poveretto. Sentendosi soffocare, balzoĢ€ in piedi e si mise a correre di qua e di laĢ€ come un matto. Si dovettero sospendere i vespri. Tu ridevi a crepapelle, ma il prete ti appioppoĢ€ mezza dozzina di scapaccioni.

Michele Unia rimase con don Bosco. Fu il primo missionario salesiano a recarsi tra i lebbrosi della Colombia, in una localitaĢ€ sperduta chiamata Agua de Dios. Visse tra 730 colpiti dalla terribile malattia, e con un lavoro estenuante che alla fine lo stroncoĢ€, ridiede un volto alla loro dignitaĢ€ di uomini e di figli di Dio.

45.

ANDARE LONTANO.

Tra il 1871 e il 1872, don Bosco fece un sogno drammatico. Lo narroĢ€ prima a Pio IX, pare, poi ad alcuni dei suoi salesiani. Due di essi, don Barberis e don Lemoyne, ne presero nota accuratamente.

“Mi parve trovarmi in una regione selvaggia e totalmente sconosciuta. Era un'immensa pianura incolta, nella quale non si scorgevano neĢ colline neĢ monti. Nelle estremitaĢ€ lontanissime, peroĢ€, si stagliavano scabrose montagne. Vidi turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di statura straordinaria, aspetto feroce. Avevano capelli ispidi e lunghi, colore abbronzato e nerognolo. Erano vestiti soltanto di larghi mantelli di pelli di animali, che loro scendevano dalle spalle. Per armi usavano una lunga lancia e la fionda.

Quelle tribuĢ€ di uomini sperse, offrivano allo sguardo scene diverse: alcuni correvano dando la caccia alle fiere; altri andavano, portando conficcati sulle punte delle lance pezzi di carne sanguinolenta. Gli uni combattevano fra di loro; gli altri venivano alle mani con soldati vestiti all'europea, e il terreno era sparso di cadaveri. Io fremevo a quello spettacolo.

Ed ecco spuntare all'estremitaĢ€ della pianura molte persone: dal vestito e dal modo di agire capii che erano missionari di vari Ordini. Si avvicinavano per predicare a quei barbari la religione di GesuĢ€ Cristo. Li fissai ben bene, ma non conobbi nessuno. Andarono in mezzo a quei selvaggi: i barbari peroĢ€ appena li videro, con furore si avventarono contro e li uccidevano. Ficcavano i macabri trofei sulla punta delle loro lunghe picche”.

Nuova gente disposta a rischiare.

“Dopo aver visto quelle scene terribili, dissi tra me: " Come fare a convertire questa gente cosiĢ€ brutale? “

Intanto vidi in lontananza un drappello di altri missionari che si avvicinavano ai selvaggi con volto ilare, preceduti da una schiera di giovanetti. Io tremavo pensando: " Vengono a farsi uccidere ". E mi avvicinai a loro. Erano chierici e preti. Li fissai con attenzione, e li riconobbi per nostri salesiani. I primi mi erano noti, e sebbene non abbia potuto conoscere personalmente molti altri che seguivano i primi, mi accorsi essere anch'essi missionari salesiani, proprio dei nostri.

" Come mai? ", dissi tra me. Non avrei voluto lasciarli andare avanti, ed ero liĢ€ per fermarli. Mi aspettavo che da un momento all’altro toccasse loro la stessa sorte dei primi missionari, quando vidi che il loro comparire metteva allegria in tutte quelle tribuĢ€ dei barbari. Abbassarono le armi, deposero la loro ferocia, e accolsero i nostri con ogni segno di cortesia. Meravigliato dicevo tra me: " Vediamo un po' come va a finire! ". E vidi che i nostri missionari si avanzavano verso quei selvaggi, li istruivano, ed essi ascoltavano volentieri la loro voce. Insegnavano, ed essi imparavano con premura. Ammonivano, ed essi accettavano e mettevano in pratica i loro ammonimenti.

Stetti ad osservare: i missionari recitavano il Rosario, e i selvaggi rispondevano a quella preghiera. Dopo un po' i salesiani andarono a porsi nel centro di quella folla che li circondoĢ€. S'inginocchiarono. I selvaggi, deposte le armi, piegarono essi pure le ginocchia. Ed ecco uno dei salesiani intonare: Lodate Maria, o lingue fedeli, e quelle turbe, tutte a una voce, continuarono il canto, con tanta forza di voce che io, quasi spaventato, mi svegliai”.

Quel sogno ebbe un notevole peso nella vita di don Bosco. Egli stesso affermoĢ€: “Dopo di esso sentii rinascere in cuore l'antica brama dell'apostolato missionario”.

Don Bosco aveva cominciato a pensare alle missioni quando era giovane studente, a Chieri. “Allora in Piemonte - racconta don Lemoyne - giganteggiava l'Opera della Propagazione della Fede. Gli scritti che descrivevano le fatiche e i martiri dei missionari erano letti con aviditaĢ€. E Giovanni Bosco vagheggiava il desiderio di consacrarsi alle missioni estere”.

Il Concilio Vaticano I (1869-70) contribuiĢ€ notevolmente allo sviluppo delle missioni. Vescovi delle Americhe, dell'Africa e dell’Asia, approfittando della venuta in Italia (dove il clero era fittissimo rispetto alle loro regioni) cercarono di arruolare preti e suore per i loro territori.

Anche a Valdocco giunsero domande concrete. Mons. Barbero chiese a don Bosco delle suore per Hyderabad, in India. Mons. Alemany, vescovo di S. Francisco in California, gli chiese di aprire laggiuĢ€ una scuola professionale. Don Bosco lascioĢ€ cadere le offerte. Non pensava ancora “concretamente” alle missioni.

Un anno dopo, don Bosco fa il sogno “della immensa pianura e degli uomini di aspetto feroce”, e sente rinascere “l'antica brama”. Da questo momento cerca quale sia la regione missionaria destinata dalla Provvidenza ai suoi salesiani. Le domande di fondazioni oltremare continuano ad arrivare sul suo tavolo, ed egli le esamina con un'attenzione ben diversa.

Ricercava un particolare: due fiumi e un deserto

Racconta: “Gli uomini nerastri del sogno, dapprima credevo fossero africani dell'Etiopia. Ma dopo aver interrogato persone che conoscevano quei posti, e letti libri di geografia, lasciai questo pensiero. Poi mi fermai su Hong-Kong, isola della Cina. Mi informai quindi dell'Australia. Da mons. Quinn mi informai dello stato di quegli indigeni, ma la sua descrizione

non andava d'accordo con quanto aveva visto. Poi rivolsi la mia mente a Mangalore, nel Malabar.

Finalmente nel 1874 il console argentino a Savona, Gazzolo, fece parola dei salesiani all'arcivescovo di Buenos Aires. Questi espresse il desiderio che un gruppo di salesiani andasse a trapiantarsi in Argentina. Mi procurai allora libri geografici sull'America del Sud, e li lessi attentamente. Cosa stupenda: da questi e da altre stampe delle quali erano forniti, vidi perfettamente descritti i selvaggi e la regione vista in sogno: la Patagonia, regione immensa al mezzodiĢ€ dell'Argentina”.

C'era un particolare che don Bosco ricercava testardamente sulle carte geografiche, per scoprire il “luogo segnato da Dio”. Lo ricorda don Amadei, uno dei biografi piuĢ€ attenti del Santo: “Nel campo d'apostolato visto in sogno, aveva notato due fiumi all'entrata d'un vastissimo deserto, che non riusciva a rintracciare nelle carte geografiche che andava pazientemente esaminando. Venne a conoscere che erano il Rio Colorado e il Rio Negro nella Patagonia solamente quand'ebbe in Torino il primo colloquio con il commendator Gazzolo, console dell'Argentina a Savona. Ricordo di aver visto io stesso uno dei vecchi atlanti esaminati da don Bosco, nel quale si leggevano, nell'ultimo tratto dell'America Meridionale,

le parole: Regione dei Patagoni, dove gli abitanti sono giganti”.
Riflettendo su questi avvenimenti, Pietro Stella commenta: “Risulta chiaro

l'orientamento di don Bosco, alla ricerca di una via per l'espansione della sua opera fuori d'Europa. Egli pensa e sogna le missioni nel senso piuĢ€ stretto, in partibus infidelium (nei paesi degli infedeli), e nel senso piuĢ€ romantico di allora: tra popoli crudeli e selvaggi. In Argentina egli aveva i selvaggi, anzi: i " suoi " selvaggi. Selvaggi era parola magica, che suscitava l'interesse e la curiositaĢ€. Clima di leggenda circondava i selvaggi della Patagonia, descritti dai piuĢ€ antichi esploratori come giganti; riprodotti ancora nel secolo decimottavo dalla fantasia dei disegnatori di libri di viaggi, come colossi ai quali gli europei coi loro tricorni arrivavano appena al di sopra della cintola, quasi all'altezza dei neonati indigeni. Selvaggi che ancora nel 1864 erano presentati nel Dizionario di cognizioni utili edito a Torino, come dalle " larghe spalle, testa enorme, capelli neri e ruvidi, poca barba, fisionomia senza espressione, e d'una altezza di corpo di circa sei piedi (due metri circa), cosiccheĢ sono forse i piuĢ€ alti del globo ". La loro ferocia era adeguatamente ambientata in un terreno incolto, privo di alberi, inospitale, dove spiravano fortissimi venti, dove si aggiravano a cavallo rapidissimi, armati di " lazo ", di bolo e di lance che brandivano con destrezza”.

Una circolare per arruolare volontari.

La domanda concreta giunge dall'Arcivescovo di Buenos Aires alla fine del 1874. “Le prime lettere - dichiara don Bosco - le lessi al Capitolo della Congregazione la sera del 22 dicembre”.

La proposta era duplice: assumere in Buenos Aires una parrocchia popolata da immigrati italiani, dedicata alla Madre della Misericordia; far funzionare in San Nicolas un collegio per ragazzi, da poco terminato. San Nicolas era un centro molto importante nell'archidiocesi di Buenos Aires.

Don Bosco rispose in Argentina tracciando in tre punti il suo programma:

- avrebbe inviato alcuni sacerdoti a Buenos Aires per costruirvi il punto-base dei salesiani in America. Essi si sarebbero impegnati “specialmente per la gioventuĢ€ povera e abbandonata, catechismi, scuole, predicazioni, oratori festivi”;

- in un secondo tempo, i salesiani avrebbero assunto anche l'opera di San Nicolas;
- da queste prime due basi i salesiani avrebbero potuto in seguito “essere inviati

altrove”.
In questo terzo punto, don Bosco racchiudeva e quasi velava il suo disegno di

“raggiungere al piuĢ€ presto i popoli selvaggi”.

Era cosiĢ€ delineato in termini pratici e concreti un metodo particolare di evangelizzazione missionaria: i religiosi di don Bosco non si sarebbero subito lanciati tra le tribuĢ€ lontane da ogni civiltaĢ€, ma avrebbero creato delle basi in territorio sicuro, lavorando tra gli emigrati italiani numerosissimi in Argentina e veramente bisognosi di assistenza religiosa e morale. Di liĢ€ sarebbero partiti per intraprendere i loro tentativi apostolici “di prima linea”.

Il 27 gennaio 1875, don Bosco ricevette dal console comunicazione ufficiale che le sue condizioni erano state accettate.

“Allora il Santo, senza lasciar trapelare nulla in casa, preparoĢ€ un bel colpo di scena - racconta don Ceria -. La sera del 29 gennaio, festa di san Francesco di Sales, fece radunare artigiani, studenti e confratelli nella sala di studio, dov'era eretto un palco. Vi ascese don Bosco, il console Gazzolo in una pittoresca uniforme, i membri del Capitolo Superiore e i direttori delle case salesiane”.

All'assemblea attentissima, don Bosco annuncioĢ€ che, con l'approvazione del Papa, i primi salesiani sarebbero presto partiti per le missioni dell'Argentina meridionale. Quelle parole non suscitarono timore per i rischi e per un'impresa che pareva temeraria, ma entusiasmo incontenibile nei giovani e nei salesiani.

“Era stato gettato un fermento nuovo fra allievi e giovani salesiani. Si videro moltiplicarsi le vocazioni allo stato ecclesiastico. Crebbero sensibilmente le domande di ascriversi alla Congregazione. L'ardore missionario si impadroniĢ€ di tutti”. Eugenio Ceria, che scrive queste parole negli Annali della Congregazione, commenta: “Per giudicare l'impressione prodotta, noi dobbiamo riportarci a quei tempi, quando la Congregazione aveva ancora l'aria di una famiglia strettamente accentrata attorno al suo Capo. Lo slancio dato in quel giorno alla fantasia portoĢ€ all'improvviso a immaginare orizzonti sconfinati, e ingigantiĢ€ in un istante il giaĢ€ grande concetto che si aveva di don Bosco e della sua opera. Cominciava veramente per l'oratorio e per la SocietaĢ€ Salesiana una nuova storia”.

Il 5 febbraio don Bosco dava l'annuncio della prima spedizione missionaria a tutti i salesiani che risiedevano fuori Valdocco. La sua

circolare pregava i volontari di presentare domanda scritta. La data era fissata, in linea di massima, per il mese di ottobre.

L'entusiasmo si moltiplicoĢ€ dovunque. Quasi tutti si offrirono candidati per le missioni. “Cominciava una nuova storia” non sembrano parole esagerate.

Capo-spedizione: il ragazzo dei giganti.

Le spedizioni missionarie che don Bosco organizzeraĢ€ nella sua vita saranno undici. Ma nessuna supereraĢ€ l'entusiasmo e la febbre della prima.

Venne preparata nei minimi particolari. PercheĢ i suoi figli fossero accolti “come amici fra amici”, don Bosco si mise in contatto con personalitaĢ€ di Buenos Aires. Per fornire loro tutto il necessario, si rivolse ai cooperatori: egli stesso fu sorpreso della loro generositaĢ€.

I missionari partenti dovevano esprimere il meglio della giovane e piccola Congregazione. Tra quelli che avevano risposto al suo invito (erano una massa) don Bosco scelse sei sacerdoti e quattro coadiutori. Qualcuno andoĢ€ poi a finire male: non sempre don Bosco l'imbroccava, neĢ sempre aveva lumi dall'alto.

Capo della spedizione sarebbe stato Giovanni Cagliero, il ragazzo su cui aveva visto un giorno lontano curvarsi due indi giganteschi color rame. A 37 anni, diventato un sacerdote robusto, gioviale, intelligente e di un'attivitaĢ€ esuberante, don Cagliero si preparava a diventare in America l'uomo della situazione. Era difficile immaginare l'oratorio senza di lui: laureato in teologia, era il professore dei chierici, era l'insuperabile maestro e compositore di musica, aveva in mano faccende molto delicate, e dirigeva spiritualmente parecchi Istituti religiosi della cittaĢ€. Sarebbe stata una perdita molto grave la sua partenza.

EĢ€ curioso il “metodo” con cui don Bosco l'arruoloĢ€ per la spedizione. Racconta don Ceria:

“Dopo essere rimasto soprappensiero e silenzioso, un giorno di marzo don Bosco disse a don Cagliero che gli stava al fianco:

- Vorrei mandare qualcuno dei nostri preti piuĢ€ antichi ad accompagnare i missionari in America, che si fermasse laĢ€ un tre mesi con loro, fincheĢ non siano ben collocati. Abbandonarli subito soli senza un appoggio, un consigliere con il quale abbiano confidenza, mi sembra una cosa un po' dura.

Don Cagliero rispose:

- Se don Bosco non trovasse nessun altro, e pensasse a me per questo ufficio, io sono pronto.

- Va bene - concluse don Bosco.
I mesi passavano senza che si facesse piuĢ€ cenno a quella faccenda. Avvicinandosi peroĢ€

la data della partenza, un giorno all'improvviso don Bosco gli disse:
- Quanto all'andare in America, sei sempre dello stesso pensiero? L'hai detto forse per

burla?
- Lei sa bene che con don Bosco non burlo mai. - Va bene. Allora preparati, eĢ€ tempo.

Don Cagliero corse via a iniziare i preparativi. In pochi giorni, lavorando febbrilmente, li condusse a termine”.

CosiĢ€, con la solita bonaria semplicitaĢ€, comincioĢ€ la sua missione il primo e piuĢ€ grande missionario salesiano. I tre mesi preventivati durarono complessivamente trent'anni.

Un altro sacerdote di valore che partiva era don Fagnano, animo di pioniere, ex soldato di Garibaldi. Gli altri quattro sacerdoti erano Cassinis, Tomatis, Baccino e Allavena. I quattro coadiutori erano Scalvini, maestro falegname, Gioia, cuoco e maestro calzolaio, Molinari, maestro di musica, e Belmonte, amministratore.

20 ricordi scritti a matita.

L'estate fu dedicato dai partenti allo studio della lingua spagnola.

In ottobre don Cagliero li guidoĢ€ a Roma, a ricevere la benedizione del Papa. Pio IX “appena entrato nella sala disse: " Ecco un povero vecchio. Dove sono i miei piccoli missionari? Voi dunque siete i figli di don Bosco, e andate a predicare il Vangelo in Argentina. Avrete un vasto campo per fare del bene. Spandete in mezzo a quei popoli le vostre virtuĢ€. Desidero che vi moltiplichiate, percheĢ grande eĢ€ il bisogno, e copiosissima la messe tra le tribuĢ€ selvagge "“.

Tornarono a Torino. Eugenio Ceria ricorda: “Una spedizione di missionari in fondo all'America, in quel 1875, aveva qualcosa di epico agli occhi di coloro che vivevano in quel remoto angolo di Torino chiamato Valdocco. Si guardava ai partenti come a generosi campioni, che movessero arditi incontro al mistero. Vedendoli aggirarsi per casa nel loro abito esotico, ognuno cercava di avvicinarli e di scambiare con essi una parola”.

L'11 novembre, nel santuario di Maria Ausiliatrice, don Bosco diede loro l'addio. Alle 16 la chiesa era piena da traboccare. Al termine dei vespri, don Bosco saliĢ€ sul pulpito, e traccioĢ€ ai partenti il

programma della loro azione. In primo luogo si sarebbero occupati degli italiani emigrati in Argentina:

“Vi raccomando con insistenza particolare la posizione dolorosa di molte famiglie italiane. Voi troverete un grandissimo numero di fanciulli e anche di adulti che vivono nella piuĢ€ deplorevole ignoranza del leggere, dello scrivere e di ogni principio religioso. Andate, cercate questi nostri fratelli, che la miseria e la sventura portoĢ€ in terra straniera”.

Poi avrebbero iniziato l'evangelizzazione della Patagonia:

“In questo modo noi diamo inizio a una grande opera, non percheĢ si creda di convertire l'universo intero in pochi giorni, no. Ma chi sa che non sia questa partenza e questo poco come un seme da cui abbia a sorgere una grande pianta? Chi sa che non sia come un granellino di miglio o di senapa, che a poco a poco vada estendendosi e non abbia da

produrre un gran bene?”.
Al termine, don Bosco diede ai partenti il suo abbraccio paterno. La commozione fu

grande quando i dieci missionari attraversarono la chiesa, passando in mezzo ai giovani e agli amici. Si stringevano attorno a loro. Don Bosco arrivoĢ€ ultimo sulla soglia della porta. Uno spettacolo grandioso: piazza gremita di folla, lunga fila di carrozze che aspettavano i missionari, chiarore di lanterne che illuminavano la notte. Don Lemoyne era vicino a don Bosco e gli disse:

- Don Bosco, comincia dunque ad avverarsi l'Inde exibit gloria mea (Di qui usciraĢ€ la mia gloria)?

- EĢ€ vero - rispose don Bosco profondamente commosso. Sono i momenti in cui si puoĢ€ perdere il senso del limite. Ma don

Bosco aveva i piedi saldamente per terra. Solo pochi mesi prima aveva detto: “Che cos'eĢ€ nel mondo il nostro oratorio di Valdocco? Un atomo. Eppure ci daĢ€ tanto da fare, e da questo cantuccio si pensa a mandare gente di qua e di laĢ€. Oh bontaĢ€ di Dio”.

Ognuno dei partenti aveva con seĢ un foglietto con “20 ricordi speciali” scritti da don Bosco. Li aveva tracciati a matita nel suo taccuino durante un recente viaggio in treno, e li aveva fatti ricopiare per tutti. Sono un vero “distillato” di come don Bosco voleva i missionari salesiani. Trascriviamo i 5 piuĢ€ significativi:

1. Cercate anime, ma non denari, neĢ onori, neĢ dignitaĢ€.

5. Prendete speciale cura degli ammalati, dei fanciulli, dei vecchi e dei poveri, e guadagnerete la benedizione di Dio e la benevolenza degli uomini.

12. Fate che il mondo conosca che siete poveri negli abiti, nel vitto, nelle abitazioni, e voi sarete ricchi in faccia a Dio e diverrete padroni del cuore degli uomini.

13. Fra di voi amatevi, consigliatevi, correggetevi, ma non portatevi neĢ invidia neĢ rancore, anzi il bene di uno sia il bene di tutti; le pene e le sofferenze di uno siano considerate come pene e sofferenze di tutti, e ciascuno studi di allontanarle o almeno mitigarle.

20. Nelle fatiche e nei patimenti, non si dimentichi che abbiamo un gran premio preparato in cielo. Amen.

Lo stesso 11 novembre, don Bosco accompagnoĢ€ i missionari fino a Genova, dove s'imbarcarono il giorno 14 sul piroscafo francese Savoie. Un testimone ricorda che don Bosco era tutto rosso per lo sforzo di contenere la commozione.

L'avvenire non si profilava facile. Ma don Cagliero portava con seĢ un biglietto su cui don Bosco gli aveva scritto: “Fate quello che potete: Dio faraĢ€ quello che non possiamo far noi. Confidate ogni cosa in GesuĢ€ Sacramentato e in Maria Ausiliatrice, e vedrete che cosa sono i miracoli”.

46. PATAGONIA, TERRA PROMESSA.

Approdarono a Buenos Aires il 14 dicembre 1875 e si trovarono circondati da amici. Con l'Arcivescovo della cittaĢ€ e i sacerdoti, c'erano duecento immigrati italiani, che gridavano rumorosamente il loro benvenuto. E trovarono addirittura un gruppo di ex allievi dell’oratorio di Valdocco.

Ma rimasero esterrefatti “allo spettacolo di una popolazione di buona indole e di buone tradizioni, rispettosa verso i sacerdoti, generosa con loro, ma estremamente ignorante e quanto nessun'altra bisognosa di assistenza religiosa. Stando alle loro prime lettere, circa 30.000 italiani a Buenos Aires, e quasi 300.000 in tutta l'Argentina, data la penuria di sacerdoti connazionali, erano quasi abbandonati a se stessi. Don Cagliero e i suoi confratelli si

sentirono come pioggia avidamente assorbita dal terreno riarso” (P. Stella).
Dopo alcuni giorni, i salesiani si divisero in due gruppi, come era stato stabilito partendo da Torino: don Cagliero con due confratelli prese residenza presso la chiesa

dedicata alla Madre della Misericordia, per far funzionare la parrocchia popolata di immigrati italiani; don Fagnano guidoĢ€ gli altri sei a San Nicolas, per dar vita al collegio per ragazzi.

A Buenos Aires, cioĢ€ che risultoĢ€ veramente provvidenziale fu l'oratorio festivo, aperto immediatamente. Nella grande cittaĢ€ mancava totalmente l'assistenza ai ragazzi. “Don Cagliero e i suoi collaboratori trasecolarono nel trovarsi attorniati benevolmente da giovani, per lo piuĢ€ italiani, che richiesti di fare il segno della croce, guardavano meravigliati, non comprendendo che cosa loro si volesse dire, e richiesti se andassero a Messa nei giorni festivi, rispondevano di non ricordarsene mai, percheĢ non sapevano quando era domenica e quando no” (P. Stella).

Dappertutto mancavano scuole, e nel giro di poche settimane don Cagliero fu assediato di richieste, non solo dall'Argentina, ma anche dal vicino Uruguay. Il delegato apostolico di Montevideo, esortandolo a portarvi i salesiani, gli confidava cifre dolorose: in tutto l'Uruguay, vasto come metaĢ€ l'Italia, non esisteva un seminario, neĢ piccolo neĢ grande. Non un chierico. Nella capitale non esisteva una sola scuola cattolica.

Ma i selvaggi?

Il pensiero dei selvaggi, che pure aveva spinto molti di loro a varcare il mare, per il momento venne accantonato. La “missione” vera era liĢ€, in quelle cittaĢ€ dove l'evangelizzazione era urgentissima.

Don Cagliero fermoĢ€ la sua attenzione su tre opere che gli parve necessario aprire al piuĢ€ presto. Innanzitutto una scuola professionale, “una casa di artes y oficios avrebbe fatto epoca, sarebbe stata un avvenimento da notarsi nella storia patria, avrebbe riempito di ammirazione tutta la Repubblica, avrebbe fatto un bene immenso” (lettera a don Bosco, 5 febbraio 1876). Poi un collegio a Montevideo: il primo collegio cristiano nella capitale dell'Uruguay. Finalmente un'opera per i ragazzi nel rione piuĢ€ povero di Buenos Aires, “La Boca”, popolato di italiani e dominato dalla massoneria.

Per le strade di quel quartiere nessun prete osava passare. Don Cagliero vi si recoĢ€ subito, radunoĢ€ un gruppo di ragazzi distribuendo delle medaglie della Madonna, riusciĢ€ a parlare con qualche famiglia. L'Arcivescovo venne a saperlo e gli disse:

- Ha commesso una grossa imprudenza. Io non ci sono mai andato, e non permetto a nessuno dei miei preti di andarci. Ci si espone a gravi pericoli.

- Eppure io ho proprio la tentazione di tornarvi.
Due o tre giorni dopo vi tornoĢ€ davvero. I ragazzi gli corsero incontro gridando in

genovese: “Il prete delle medaglie!”. Allora si rinnovarono le antiche scene di don Bosco nella periferia di Torino: “La do a chi eĢ€ il piuĢ€ buono. A chi eĢ€ il piuĢ€ cattivo. Sapete fare il segno della croce? E l'Ave Maria?”.

Uomini e donne uscivano sulla porta a vedere quel prete che osava stare tra i loro barabbotti, e che prometteva un cortile con giochi, canti, musica e allegria.

Da Valdocco, peroĢ€, si chiedevano con insistenza notizie dei selvaggi. “Patagonia - scriveva Eugenio Ceria, testimone diretto -

era parola che infiammava le immaginazioni giovanili. Quanti sognavano avventure tra gli indios, scorrazzanti per quelle libere terre!”. Don Bosco doveva alimentare quelle fantasie giovanili, non lasciar cadere l'entusiasmo.

E i missionari mandavano nelle loro lettere notizie che raccoglievano qua e laĢ€. Assai inesatte all'inizio, poi via via piuĢ€ precise. Una lettera del 10 marzo 1876 diceva:

“Le condizioni materiali e spirituali degli Indi, ossia delle tribuĢ€ dei Pampas e dei Patagoni, ci riempie l'anima di profonda amarezza. I cacichi (= capi) di queste tribuĢ€ sono in

lotta contro il governo. Si lamentano di vessazioni e angherie, eludono le truppe accantonate per reprimerli, scorrazzano per la campagna, rubano, e armati di carabine Remington fanno prigionieri uomini, donne e fanciulli, cavalli e pecore. I soldati del governo, per contro, fanno loro guerra a morte, siccheĢ gli animi, lungi dall'avvicinarsi, non fanno che sempre piuĢ€ inasprirsi e concitarsi a vicenda. Forse sarebbe ben altra cosa se, invece di soldati, si mandasse una schiera di Cappuccini o di altri missionari: si salverebbero molte anime, e la floridezza e il benessere sociale metterebbero piede fra quei selvaggi. Nello stato di colluttazione e di esasperamento in cui si trovano gli Indi contro il governo, i missionari possono fare poco o nulla”.

Da Torino arrivano ragazzi.

Don Bosco, da Valdocco, capisce la situazione: Buenos Aires, satura di immigrati, gli ricorda la Torino dei ragazzi che scendevano giuĢ€ dalle valli quando lui era un giovane prete.

Prepara una seconda spedizione. PercheĢ laggiuĢ€ don Cagliero possa fondare le opere che appaiono piuĢ€ urgenti, il 7 novembre 1876 spedisce in America 23 salesiani. Tra essi ci sono don Bodrato e don Luigi Lasagna (il “ragazzo dai capelli rossi”), che daranno un impulso notevolissimo all'opera salesiana. EĢ€ uno sforzo che costa sangue alla giovane e ancora gracile Congregazione. Scrive a don Cagliero: “Questa spedizione ci ha ingolfati fino al collo, ma Dio ci aiuta e ce la caveremo”.

Don Bosco, peroĢ€, non vuole che si accantoni troppo presto il disegno iniziale: l'evangelizzazione degli indios.

Propone un piano che da lontano sembra dover funzionare: aprire collegi nelle cittaĢ€ confinanti con le terre degli indios, accogliervi figli di selvaggi, avvicinare per loro mezzo gli adulti, “in

tanto che si coltivano quelle vocazioni ecclesiastiche che per avventura si manifestano tra gli allievi. In questa guisa si spera di preparare dei missionari per i Pampas e i Patagoni. I selvaggi diventerebbero cosiĢ€ evangelizzatori dei medesimi selvaggi”.

Ma sul posto il piano non funziona. Don Costamagna, don Fagnano, don Lasagna fanno scorrerie missionarie molti chilometri lontano dai centri della vita nazionale, tra colonie sperdute nelle immense campagne, ma non incontrano mai la faccia di un selvaggio. Le “cittaĢ€ confinanti con le terre degli indios” non esistono. Per raggiungere le terre degli indios bisogna aggregarsi agli avventurieri e ai mercanti, che viaggiano verso sud in carovana o sui velieri percorrendo un migliaio di chilometri. LaggiuĢ€ esistono agglomerati di poche case e di molte baracche che diverranno le cittaĢ€ di domani.

Nel novembre del 1877, don Bosco invia in Argentina un terzo gruppo di salesiani: 18. Qualcuno l'ha definita “la crociata dei bambini”, percheĢ comprende otto chierici giovanissimi. Ma i risultati gli daranno ragione.

Con i salesiani, per la prima volta partono le Figlie di Maria Ausiliatrice: un gruppo piccolo, una delle solite “cose da niente”, con cui don Bosco ha sempre iniziato imprese gigantesche. Dietro quelle prime FMA (che madre Mazzarello ha accompagnato alla nave) varcheranno il mare migliaia di missionarie.

L'Arcivescovo di Buenos Aires capisce che don Bosco sta facendo per la sua diocesi “cose oltre il limite del possibile”. E vuole dimostrarsi riconoscente. Per secondare i suoi desideri invia il suo vicario, mons. Espinosa, e due salesiani in un'escursione fino alla Patagonia, alle terre degli indios. CosiĢ€ don Bosco potraĢ€ finalmente avere le desiderate notizie “sui selvaggi”.

Il 7 marzo 1878, in riva al ParanaĢ€, don Costamagna, don Rabagliati e il vicario si imbarcano su un vapore diretto a sud. Saranno sbarcati a Bahia Bianca (mille chilometri, via mare). Di liĢ€ proseguiranno “in qualche maniera” per altri 250 chilometri, fino a PatagoĢ€nes, sul Rio Negro (che divide la Pampa dalla Patagonia).

Il tentativo non solo falliĢ€, ma rischioĢ€ di mutarsi in tragedia. Si scatenoĢ€ una bufera. Il vento pampeĢ€ro per tre giorni e due notti squassoĢ€ e sballottoĢ€ il vapore, che alla fine, molto malconcio, dovette tornare al porto di Buenos Aires.

La coloratissima lettera con cui don Costamagna descrisse a don Bosco la tempesta, ebbe un successo favoloso tra i ragazzi di Valdocco e i lettori del Bollettino Salesiano.

“La croce va dietro la spada. Pazienza!”

La seconda spedizione verso la terra degli indios inizioĢ€ il 16 aprile 1879. Julio Roca, generale e ministro della guerra, stava partendo verso sud con 8.000 soldati. Era una vasta spedizione di “rastrellamento” contro le tribuĢ€ indigene che suscitavano continue sommosse e guerriglie.

In precedenti spedizioni non pochi Indios erano stati massacrati, altri condotti a Buenos Aires e distribuiti come schiavi nelle famiglie. Nelle tribuĢ€ superstiti regnava un odio profondo contro i bianchi. Facile prevedere che, piuttosto di arrendersi, avrebbero preferito farsi sterminare. Facile pure prevedere che i soldati si sarebbero lasciati andare ai soliti massacri.

Il ministro della guerra volle quindi tentare l'uso dei “mezzi morali”. Chiese all'Arcivescovo dei sacerdoti che operassero come cappellani militari tra le truppe, e come missionari tra le tribuĢ€ indigene. L'Arcivescovo gli invioĢ€ il suo vicario e i salesiani don Costa- magna e don Botta.

“A don Costamagna questa faccenda non piace molto - scrive in quei giorni don Bodrato a don Bosco -. Teme che il prete mescolato ai soldati allontani quella gente dal Vangelo. Ad ogni modo ora piuĢ€ che mai eĢ€ necessario pregare per loro”.

Buenos Aires, Azul, CarhueĢ, Choele-Choel, PatagoĢ€nes. Circa 1.300 chilometri percorsi a cavallo o su carri traballanti da Far West. EĢ€ il primo “viaggio missionario” compiuto da due salesiani, narrato con vivacitaĢ€ popolaresca nelle lettere che don Costamagna invia durante il tragitto a don Bosco. Vengono lette con grande commozione a Valdocco, pubblicate sul Bollettino e su giornali cattolici, destano entusiasmi sconfinati.

Ne riportiamo qualche frammento.

“Con il ministro della guerra e molti militari siamo partiti da Azul, ultimo paese dell'Argentina, dopo il quale comincia il grande deserto della Pampa.

La croce va dietro la spada. Pazienza! L'Arcivescovo ha accettato, e noi abbiamo chinato il capo. Ci fu assegnato un cavallo e un carro per tutti: sopra l'altare, l'armonium e le nostre valigie.

Nel primo giorno vedemmo a quando a quando dei toldos o capanne fatte con pelli d'animali. Sono indi Pampas, giaĢ€ quasi civilizzati. Sono di colore molto bruno, faccia larga e schiacciata. Passando loro vicino li salutammo con qualche parola della loro lingua, e tirammo avanti a traverso il deserto.

Il CarhueĢ eĢ€ una stazione nel cuore del deserto Pampa, linea di frontiera tra l'Argentina e le tribuĢ€ degli Indios. Compongono la stazione una fortezza di sola terra, una quarantina di case e di toldos di due tribuĢ€ indios, gli EripaylaĢ€ e i Manuel Grande. Fattomi dare un cavallo, raggiunsi quelle tribuĢ€.

Approssimandomi alle tolderie, non mancavo di sentirmi un qualche batticuore: come faroĢ€? Eccomi venire incontro il figlio del cacico EripaylaĢ€, il quale per mia fortuna sa parlare lo spagnolo. Mi ricevette cordialmente, mi condusse da suo padre facendomi da interprete. Il cacico mi accolse con tutta bontaĢ€, e mi disse che era suo vivo desiderio che tutti si istruissero nella religione cattolica, e ricevessero il Battesimo. Senz'altro allora io riunii i ragazzi, e incominciai il catechismo. Con un po' di sforzo insegnai loro il segno della santa croce.

Al CarhueĢ abbiamo amministrato una cinquantina di battesimi ai ragazzi indios ed una ventina a figli di cristiani, e Dio volesse che ci fossimo potuti fermare almeno un mese! Ma il ministro ci pregoĢ€ di seguirlo. A malincuore partimmo, con desiderio vivissimo di ritornarci al piuĢ€ presto.

Seguimmo la via del deserto non solo in compagnia dell'esercito, ma anche di frazioni di tribuĢ€ indios, che per ordine del ministro dovevano trasportare i loro toldos a Choele-Choel, per formare su quei nuovi confini un popolo nuovo. Deserto e sempre deserto per un mese

consecutivo.
L'11 maggio, dopo essere passati per valli e per monti, lagune e torrenti, arrivammo

finalmente al Rio Colorado, fiume che poco piuĢ€ poco meno puoĢ€ essere grande come il nostro Po a Torino. Sulla sponda celebrammo la S. Messa.

Domandai e ottenni di accompagnarmi con l'avanguardia, che, lasciando il convoglio dei carri, avrebbe anticipato l'arrivo al Rio Negro. Camminai per tre giorni a cavallo tra boschi di spine, facendo di tutto per non lasciarmi mettere l'abito a brandelli. Al mattino del 24 maggio, alzandomi all'albeggiare e scossa la brina che era caduta su cioĢ€ che dovrei chiamare il mio letto, mi riscaldai a un bel fuoco, poi partii a cavallo, e ora trottando ora galoppando giunsi a Choele-Choel. Alle 16,34, nel momento in cui il sole tramontava dietro la Cordigliera, mettevo piede a terra sulla sponda del Rio Negro, cioeĢ€ sulle sponde della Patagonia, che quel fiume divide dalla Pampa. E intonai dal fondo del cuore un inno di grazie alla nostra cara madre Maria Ausiliatrice, nel giorno della sua festa”.

Caccia all'uomo.

“L'indomani cercai tosto a Choele-Choel gli indios prigionieri di guerra, per catechizzarli. La miseria nella quale li trovai eĢ€ qualche cosa di penoso. Alcuni erano seminudi, non avevano toldos, dormivano all'aperto senza riparo. Poveretti. Al vedermi arrivare mi circondarono, uomini e donne, ragazzi e ragazze”.

I missionari raggiunsero PatagoĢ€nes, un centro di 4.000 abitanti sul Rio Negro, e di qui rientrarono a Buenos Aires alla fine di luglio.

Ma la campagna militare sul Rio Negro continuoĢ€ per quasi due anni, fino all'aprile del 1881. In preda alla paura e alla disperazione, gli indios fuggirono attraverso la Cordigliera verso il Cile, o si arresero. Il fiero cacico Manuel NamuncuraĢ€, con piccole unitaĢ€ di indios guerrieri, fuggiĢ€ verso la Cordigliera e si rifugioĢ€ in un'alta valle.

Da quel momento gli indios cessarono di essere unitaĢ€ militari. I raggruppamenti superstiti, ridotti alla paura e alla povertaĢ€, saranno negli anni seguenti oggetto di una caccia silenziosa e spietata, che cercheraĢ€ di farne degli schiavi per le fattorie, o semplicemente di eliminarli.

Il 5 agosto 1879 l'Arcivescovo di Buenos Aires offerse a don Bosco la missione di PatagoĢ€nes. Don Bosco incaricoĢ€ don Costamagna di trattare seriamente con l'Arcivescovo “l'apertura di una casa centrale di suore e di salesiani. Io mi occuperoĢ€ del personale, e tutti insieme dei mezzi materiali”.

Nella lettera di capodanno ai Cooperatori, datata 1° gennaio 1880, annunciava l'inizio della missione a PatagoĢ€nes. “Ho accettato pieno di fiducia in Dio e nella vostra caritaĢ€”.

Alla foce del Rio Negro, sulle sponde opposte, erano cresciuti due agglomerati di abitazioni: PatagoĢ€nes e Viedma. Il 15 dicembre 1879, da Buenos Aires, partirono due gruppetti di salesiani. A loro erano state affidate le missioni di PatagoĢ€nes e di Viedma. Don Fagnano, parroco di PatagoĢ€nes, insieme a due sacerdoti, due coadiutori e quattro suore, avrebbe dovuto pensare a tutte le colonie e le tribuĢ€ fra il Rio Negro e il Rio Colorado: un territorio chiamato “La Pampa” e vasto quanto l'alta Italia, dal Piemonte al Veneto. Don Milanesio, parroco di Viedma, avrebbe pensato a tutti gli abitanti al sud del Rio Negro, nella zona chiamata Patagonia: un territorio vasto come l'Italia dal Po alla Calabria.

Don Fagnano adottoĢ€ come tattica quella di “far venire piuĢ€ gente possibile a casa nostra”. Nello spazio di 10 mesi tiroĢ€ su due scuole per ragazzi e ragazze. La prima infornata fu di 88 giovani, tra cui alcuni figli di indios.

Don Milanesio adottoĢ€ una tattica completamente diversa, “andare a trovare la gente a casa loro”. MontoĢ€ a cavallo e andoĢ€ alla ricerca degli indios. In poco tempo imparoĢ€ la loro lingua, raggiunse e divenne amico di numerose tribuĢ€, salvoĢ€ gruppi e famiglie isolate dai soprusi dei bianchi. Con la sua barba al vento divenne la figura tipica del missionario pioniere. Gli indios avevano fiducia e riverenza verso di lui. Giunsero a invocare il suo nome come una

parola magica, quando i bianchi cosiĢ€ detti “civili” li maltrattavano.
Le tattiche dei due grandi missionari si integrarono perfettamente. Viedma e PatagoĢ€nes

divennero sedi di efficienti scuole e collegi dove si preparava una nuova generazione di cittadini: onesti, cristiani, rispettosi degli indios. E divennero punti strategici da cui i missionari itineranti, seguendo il corso dei fiumi, s'inoltravano per vallate, colline e montagne, a visitare i toldos degli indios e le fazendas dei coloni bianchi.

Manuel NamuncuraĢ€, l'ultimo grande cacico araucano, quando si decise a trattare la resa con il governo argentino, scelse come mediatore di pace don Milanesio. Sotto la sua protezione, il cacico depose le armi nel forte Roca il 15 maggio 1883. In cambio ricevette titolo, divisa e stipendio di colonnello dell'esercito.

“Io vedevo nelle viscere delle montagne”.

In quello stesso 1883, a migliaia di chilometri di lontananza, don Bosco vede in un nuovo sogno l'avvenire dell'America del Sud e dei suoi missionari.

“Guardavo dai finestrini del carrozzone, e mi vedevo sfuggire innanzi svariate ma stupende regioni. Boschi, montagne, pianure, fiumi lunghissimi e maestosi. Per piuĢ€ di mille miglia abbiamo costeggiato il lembo di una foresta vergine, oggi giorno ancora inesplorata.

Io vedevo nelle viscere delle montagne e nelle profonditaĢ€ delle pianure. Avevo sott'occhio le ricchezze incomparabili di questi paesi che un giorno verranno scoperte. Vedevo miniere numerose di metalli preziosi, cave inesauribili di carbon fossile, depositi di petrolio cosiĢ€ abbondanti quali mai finora si trovarono in altri luoghi.

Il treno riprese la corsa attraverso la Pampa e la Patagonia. Giungemmo allo stretto di Magellano. Scendemmo. Avevamo innanzi Punta Arenas. Il suolo per varie miglia era ingombro di carbon fossile, di tavole, di travi, di legna, di mucchi immensi di metallo, parte greggio parte lavorato. Il mio amico accennoĢ€ a queste

cose e disse: " CioĢ€ che adesso eĢ€ in progetto, un giorno saraĢ€ realtaĢ€ ".
Conclusi: " Ho visto abbastanza. Ora conducimi a vedere i miei salesiani in Patagonia ". Ritornammo alla stazione e risalimmo sul treno. Dopo aver percorso un lunghissimo

tratto di via, la macchina si fermoĢ€ innanzi a un borgo considerevole. Discesi dal vapore e trovai subito i salesiani.

Io andai in mezzo a loro. Erano molti, ma io non li conoscevo, e fra loro non vi era alcuno degli antichi miei figli. Tutti mi guardavano stupiti, come se fossi persona nuova, e io diceva loro:

- Non mi conoscete? Non conoscete don Bosco?

- Oh, don Bosco, noi la conosciamo per fama, ma l'abbiamo visto solamente nei ritratti. Di persona, no certo.

- E don Fagnano, don Costamagna, don Lasagna, don Milanesio, dove sono?

- Noi non li abbiamo conosciuti. Sono coloro che vennero qui una volta nei tempi passati, i primi salesiani che arrivarono in questi paesi dall'Europa. Ma ormai sono passati molti anni da che sono morti.

A questa risposta io pensavo meravigliato:
- Ma questo eĢ€ un sogno oppure realtaĢ€?
Risalimmo, fischioĢ€ la macchina, e via verso il nord. Per lunghissime ore si avanzoĢ€ sulle

sponde di un fiume lunghissimo. Ora il treno correva sulla sponda destra, ora sulla sinistra. Intanto sulle rive comparivano numerose tribuĢ€ di selvaggi. E il mio accompagnatore ripeteva:

- Ecco la messe dei salesiani! Ecco la messe dei salesiani!”.

Durante quel lungo e fantastico sogno, il misterioso accompagnatore di don Bosco gli predisse il tempo della completa “redenzione” dei popoli selvaggi dell'America del Sud:

- SaraĢ€ compiuta prima che si compia la seconda generazione. Ogni generazione comprende 60 anni.

IndicoĢ€ anche il metodo con cui i missionari l'avrebbero ottenuta: - Con il sudore e con il sangue.

L'ultimo sogno missionario di don Bosco.

Nella notte tra il 9 e il 10 aprile 1886, don Bosco avrebbe avuto il suo ultimo sogno missionario. Lo raccontoĢ€, con la voce ormai rotta dalla stanchezza e dalla commozione, a don Rua e al suo segretario don Viglietti. EĢ€ una visione grandiosa e serena del futuro.

Dagli appunti presi dagli ascoltatori trascriviamo appena i tratti che ci paiono essenziali:

“Da una vetta spinse lo sguardo in fondo all'orizzonte. Vide una quantitaĢ€ immensa di giovanetti, i quali, correndo intorno a lui, gli andavano dicendo:

- Ti abbiamo aspettato; ti abbiamo aspettato tanto, ma finalmente ci sei. Sei tra noi e non ci sfuggirai!

Una pastorella che guidava un immenso gregge di agnelli gli disse:
- Spingi il tuo sguardo. Spingetelo voi tutti. Che cosa vedete?
- Vedo montagne, poi mare, poi colline, quindi di nuovo montagne e mari. - Leggo - diceva un fanciullo - Valparaiso.
- Io leggo - diceva un altro - Santiago.

- Ebbene - continuoĢ€ essa -, parti da quel punto e vedrai quanto dovranno fare i salesiani in avvenire. Tira una linea e guarda. I giovani, aguzzando lo sguardo, esclamarono in coro:

- Leggiamo Pechino.

- Ora - disse la pastorella - tira una sola linea da un'estremitaĢ€ all'altra, da Pechino a Santiago, fanne un centro in mezzo all’Africa, e avrai un'idea esatta di quanto debbono fare i salesiani.

- Ma come fare tutto questo? - esclamoĢ€ don Bosco -. Le distanze sono immense, i luoghi difficili, e i Salesiani pochi.

- Non ti turbare. Faranno questo i tuoi figli, i figli dei tuoi figli e dei figli loro. Tira una riga da Santiago al centro dell'Africa. Cosa vedi?

- Dieci centri di stazioni.

- Ebbene, questi centri che tu vedi, formeranno studio e noviziato, e daranno moltitudine di missionari per provvedere a queste terre. E ora volgiti da quest'altra parte. Qui vedi altri dieci centri nel mezzo dell'Africa fino a Pechino. E anche questi centri forniranno i missionari a tutte queste terre. LaĢ€ c'eĢ€ Hong-Kong, laĢ€ Calcutta, piuĢ€ in laĢ€ Madagascar. Questi e piuĢ€ altri avranno case, studi e noviziati”.

Quando don Bosco arrivoĢ€ al termine della sua vicenda terrena, nell'America Latina lavoravano 150 salesiani e 50 FMA. Si erano insediati stabilmente in cinque nazioni: Argentina, Uruguay, Brasile, Cile, Equatore. In 13 anni era stato compiuto un lavoro grande.

47.

DON BOSCO E L'ARCIVESCOVO GASTALDI.

Nel 1882, parlando con il canonico Colomiatti, don Bosco disse dell'Arcivescovo di Torino Lorenzo Gastaldi:

- Ormai ci manca solo che egli mi pianti un coltello nel cuore.

Una affermazione gravissima, capace di bloccare la “causa di beatificazione” di chiunque l'abbia pronunciata. Eppure gli esperti della Santa Sede, dopo averla esaminata al microscopio per lungo tempo, dichiararono ugualmente che le virtuĢ€ di don Bosco erano eroiche: tutte le virtuĢ€, anche la pazienza. In quelle parole non trovarono un insulto al suo Arcivescovo, e neppure un atto di rabbia o di impazienza. Soltanto lo sfogo umanissimo di un povero prete giunto al limite (non “oltre il limite”) della sopportazione.

In questo capitolo narriamo avvenimenti in passato giudicati “scabrosi”, e percioĢ€ taciuti o sorvolati dai biografi di don Bosco.

Noi crediamo che oggi i cristiani siano cresciuti, diventati adulti. Crediamo che non

determini scandalo, ma sia invece costruttivo conoscere come anche i piuĢ€ grandi “uomini di Dio” abbiano sbagliato. Come in nome di Dio abbiano potuto non solo soffrire ma anche far soffrire. PercheĢ sulla faccia della terra siamo tutti poveri uomini, qualunque sia la divisa che ci copre o i gradi che portiamo sulle maniche.

La freddezza di mons. Riccardi.

Il contrasto con il suo Arcivescovo, lungo, umiliante, tormentoso come una corona di spine, don Bosco lo ebbe durante gli anni delle sue piuĢ€ splendide realizzazioni.

Monsignor Fransoni moriĢ€ in esilio, a Lione, nel 1862. Aveva ordinato prete don Bosco, aveva visto nascere e crescere la sua opera,

l'aveva sempre appoggiato. Aveva chiamato l'oratorio “la parrocchia dei ragazzi che non hanno parrocchia”.

Per beghe politiche, solo nel 1867 Torino ebbe un nuovo Arcivescovo, monsignor Riccardi dei conti di Netro. Aveva sette anni piuĢ€ di don Bosco, e gli era molto amico. Quando ricevette la nomina per Torino era vescovo di Savona. Don Bosco andoĢ€ a fargli visita ed egli gli gettoĢ€ le braccia al collo. Gli disse che conosceva la sua notevole capacitaĢ€ di lavorare tra i giovani, e il bene che stava facendo con i suoi preti nel “piccolo seminario” di Mirabello. Veniva a Torino con un piano preciso: affidargli la rigenerazione dei piccoli seminari di Giaveno e di Bra, e la ristrutturazione del seminario di Chieri.

Nel primo incontro che ebbero a Torino, peroĢ€, qualcosa si ruppe. Don Bosco gli manifestoĢ€ che aveva fondato una Congregazione religiosa fin dal 1859, e che la Santa Sede le aveva dato una prima approvazione con il “decreto di lode” nel 1864. Mons. Riccardi cadde dalle nuvole. Disse un po' agitato:

- Pensavo che la vostra istituzione fosse diocesana, e quindi dipendente solo da me. Pensavo che voi avreste lavorato totalmente nella mia diocesi.

Lo stupore e l'amarezza di mons. Riccardi sono comprensibilissime: in un momento in cui, dopo tante traversie, si cercava di riunire le forze della diocesi, di fare unitaĢ€ e quadrato attorno al vescovo, don Bosco sembrava sfuggire. Egli puntava a una missione piuĢ€ grande, e guardava ormai piuĢ€ alla Chiesa che alla diocesi di Torino.

La freddezza di mons. Riccardi verso don Bosco e la sua opera aumentoĢ€ nei tre anni seguenti.

Quando era stato chiuso il seminario metropolitano, molti chierici si erano rifugiati a Valdocco, altri al Cottolengo. Questo aveva attirato molte simpatie su don Bosco, facendo apparire l'oratorio come cittadella provvidenziale, rifugio alle giovani speranze del clero torinese.

Ora la situazione cambiava radicalmente. L'11 settembre 1867 l'Arcivescovo scrisse a don Bosco:

“Per i miei chierici diocesani, non permetto piuĢ€ che facciano scuola e ripetizione, o sorveglino nelle camerate o come prefetti. Questo per favorire i chierici nei loro studi. Ho pure stabilito di non dare gli Ordini Sacri se non a quelli che sono in seminario”.

Per don Bosco cominciarono tempi bui: molti chierici, che non avevano intenzione di rimanere sempre con don Bosco, lasciarono l'oratorio e passarono in seminario. Quelli giaĢ€ legati a lui con voti,

pensavano con apprensione quando mai avrebbero potuto diventare preti.
Don Bosco si recoĢ€ a parlare a mons. Riccardi, e si espresse con una certa vivacitaĢ€:
- Secondo i suoi ordini, i giovani preti devono andare al Convitto ecclesiastico, i chierici

in seminario. E don Bosco deve rimanere solo in mezzo a tutti i suoi ragazzi?
L'Arcivescovo rimase fermo nella sua posizione. Fortunatamente la corda non rimase tesa a lungo. Il 1° marzo 1869 un decreto della Santa Sede (sollecitato vivamente da don Bosco) approvoĢ€ ufficialmente la SocietaĢ€ Salesiana. Un altro decreto diede per dieci anni a don

Bosco la facoltaĢ€ di dare le “lettere dimissorie” ai chierici entrati nell'oratorio prima dei 14 anni. Questo significava che chi era cresciuto all'oratorio fin da ragazzo, poteva essere presentato da don Bosco a ricevere gli Ordini con un suo attestato di garanzia (- lettere dimissorie), anche se non aveva frequentato il seminario.

Mons. Riccardi moriĢ€ nell'ottobre del 1870.

“Voi lo volete e io ve lo do”.

Pio IX apprezzava molto don Bosco, e lo consultoĢ€ per la scelta del nuovo Arcivescovo di Torino. Don Bosco propose mons. Lorenzo Gastaldi, vescovo di Saluzzo. Gli era molto amico, e la sua Congregazione aveva ricevuto molti aiuti da lui. Pio IX, che conosceva il carattere molto vivo di Gastaldi, non era del parere. Ma don Bosco insistette, e il Papa (stando alla testimonianza di don Amadei) accolse la proposta dicendo:

- Voi lo volete, e io ve lo do. Vi lascio l'incarico di far sapere a mons. Gastaldi che adesso lo faccio arcivescovo di Torino, e fra un paio d'anni lo faroĢ€ qualcosa di piuĢ€. (Era un cenno abbastanza esplicito alla porpora cardinalizia).

Don Bosco telegrafoĢ€ immediatamente a mons. Gastaldi:

“Eccellenza, ho l'onore di parteciparle per primo che saraĢ€ nominato Arcivescovo di Torino”.

Appena don Bosco tornoĢ€ da Roma, mons. Gastaldi voloĢ€ a Torino. “Incontrato don Lemoyne, l'abbraccioĢ€ e saliĢ€ con lui. Non poteva star fermo, era in preda a vivissima impazienza. Ed ecco comparire don Bosco. Il Vescovo lo prende per mano, lo accompagna, e rimane a lungo con lui in intimo colloquio” (M.B., voi. X, p. 446). Con un'ombra di imprudenza, sul finire del colloquio don Bosco gli lascioĢ€ capire che alla nomina aveva contribuito anche

lui. Gli comunicoĢ€ le parole precise del Papa: “Ora Arcivescovo, e fra due anni qualche cosa di piuĢ€”. Monsignore troncoĢ€: “Lasciamo fare alla divina Provvidenza”. Era un atto di umiltaĢ€, ma c'era giaĢ€ un velo di suscettibilitaĢ€.

L'amicizia di don Bosco con Gastaldi si poteva veramente dire a prova di bomba. La mamma del vescovo aveva lavorato per molti anni all'oratorio, e considerava don Bosco come un figlio (don Bosco e mons. Gastaldi avevano la stessa etaĢ€).

Quando don Bosco cercoĢ€ di avere da qualche vescovo una lettera di raccomandazione percheĢ Roma approvasse la Congregazione, mons. Gastaldi ne scrisse una bellissima:

“Do testimonianza che l'arcivescovo Fransoni, mentre era nel triste esilio di Lione, affermoĢ€ di considerare questa Congregazione come una benedizione speciale del Cielo, poicheĢ, mentre i seminari diocesani erano chiusi, in essa poterono prepararsi al sacerdozio molti giovani” (7/ luglio 1867).

Dieci mesi dopo riscriveva:

“Qui il misericordioso Iddio spande in misura sovrabbondante le sue benedizioni, qui si vede una missione particolare per la gioventuĢ€. Il sottoscritto ha visto come per miracolo sorgere in seno alla Congregazione una chiesa colossale (il santuario di Maria Ausiliatrice), che forma la meraviglia di chi la esamina, e che per la spesa di oltre mezzo milione di lire sostenuta da poveri Sacerdoti nullatenenti, eĢ€ come un portento il quale prova che Iddio benedice questa SocietaĢ€”.

Nel suo volume Memorie storiche, aveva scritto del quartiere di Valdocco: “Questo territorio si mostra evidentemente benedetto da Dio per i vari istituti di caritaĢ€ e pietaĢ€ che vi sono sorti. Basta dire che quivi si ammirano la Piccola Casa della Provvidenza e l'oratorio di san Francesco di Sales”.

Don Bosco si rivolse a lui sempre come un amico fraterno. Giunse a mandargli il progetto edilizio del santuario di Maria Ausiliatrice percheĢ lo rivedesse, e accettoĢ€ alcune modifiche da lui suggerite.

Fu un grande Arcivescovo.
A Torino, mons. Gastaldi fu un grande Arcivescovo.

Monsignor Due, vescovo d'Aosta, traccioĢ€ di lui questo profilo: “Era nato per essere Vescovo. L'ascendente del carattere, il vigore dei progetti e della volontaĢ€, l'estensione della scienza, la facilitaĢ€ della parola, il fervore della pietaĢ€, l'attaccamento alla dottrina di

Roma, l'amore appassionato per le anime e per la santa Chiesa, tutto preannunciava in lui il capo di un popolo”.

Per un'idea piuĢ€ globale, occorre integrare queste parole con quelle di mons. Re, vescovo di Alba, che depose sotto giuramento: “L'Arcivescovo, insieme con molte buone qualitaĢ€, aveva pure un' idea un po' esagerata della propria autoritaĢ€ e della propria scienza, oltre a un carattere pronto, per cui talora precipitava nelle sue decisioni e difficilmente poi si induceva a recedere dalle medesime, per timore di diminuire il prestigio della sua autoritaĢ€”.

I tempi dei caotici entusiasmi risorgimentali erano passati. Il Concilio Vaticano I aveva dato un forte colpo di timone verso la “centralitaĢ€” della Chiesa. Ogni diocesi si riorganizzava in forma decisa attorno al proprio vescovo, che dipendeva direttamente dal Papa.

Mons. Gastaldi fu un grande riorganizzatore dell'archidiocesi di Torino. Ridiede vita e disciplina al seminario. AccentroĢ€ nelle sue mani tutte le forze ecclesiastiche della cittaĢ€. Nelle lettere pastorali fece sentire ai fedeli i problemi vivi della Chiesa, e chiamoĢ€ a una maggiore robustezza di vita di fede. Citiamo solo due esempi.

Dalla pastorale del 1873: “Nello scorso anno passarono all'altra vita oltre 40 sacerdoti diocesani, e ordinammo soltanto 14 nuovi sacerdoti! Che ne dite, carissimi fratelli e fedeli? Che cosa rimarraĢ€ del Clero da qui a pochi anni, se voi non Ci venite in aiuto e non Ci fornite tutti i mezzi con i quali provvedere questa archidiocesi, in cui eĢ€ un mezzo milione d'anime, di quanti sacerdoti (e s'intende sacerdoti degni di tal nome) le sono necessari?”.

Dalla pastorale del 1877 sull'educazione delle fanciulle: “L'educazione che si limita a coltivare la sensibilitaĢ€ religiosa delle ragazze, a rendere loro amabile quanto c'eĢ€ di sentimentale nelle pratiche della fede; che si accontenta di immagini che rappresentano Maria Vergine ben messa nei capelli, luminarie, ornamenti dell'altare, splendore di funzioni, melodie, fragranza di incensi e prediche, le quali svegliano le simpatie del cuore; ma non va mai all'atto del sacrificio, dell'abnegazione, dell'umiltaĢ€, del perdono per amore di GesuĢ€, non potraĢ€ mai dirsi cristiana che in un senso imperfettissimo, non faraĢ€ mai delle fanciulle realmente cristiane, realmente imitatrici di GesuĢ€ Cristo”.

Ebbe una forte e virile devozione alla Madonna. La vigilia della sua morte volle recarsi al santuario della Consolata dicendo: “Andiamo a trovare la nostra cara Madre, andiamo a metterci sotto il suo manto. Sotto il manto di Maria eĢ€ consolante vivere e morire”.

Quando la notizia della sua morte (25 marzo 1883) giunse in Vaticano, il cardinale Nina, protettore ufficiale della Congregazione Salesiana, fu preso da grande tristezza. “Pensavo - scrisse poi - che gli ultimi atti della sua attivitaĢ€ pastorale, commessi a sfregio dei poveri miei Salesiani, avrebbero ostacolato la sua canonizzazione”. Non si pensa alla canonizzazione di una mezza figura.

L'errore fondamentale di don Bosco.

PercheĢ allora tra don Bosco e Gastaldi si scatenoĢ€ una amarissima tempesta? PercheĢ la tensione divenne cosiĢ€ grave che si dovette fare un processo in Vaticano, e il Papa stesso dovette intromettersi?

Don Bosco commise un errore fondamentale, e lo pagoĢ€ carissimo. In una lunghissima lettera spedita da Borgo San Martino all’Arcivescovo il 14 maggio 1873, toccoĢ€ tutte le Corde per persuaderlo a tornare il caro amico di un tempo. Ma tra il resto scrisse queste infelici righe: “Desidero che Ella sia informata come certe note, chiuse nei Gabinetti del Governo per opera di taluno, si fanno correre per Torino. Da queste note consta che se il canonico Gastaldi fu vescovo di Saluzzo, lo fu a proposta di don Bosco. Se il vescovo divenne Arcivescovo di Torino eĢ€ pure sulla proposta di don Bosco”.

L'errore fondamentale di don Bosco fu di credere che parole e atteggiamenti di questo tipo suscitassero riconoscenza, mentre in mons. Gastaldi non potevano che provocare un'estrema suscettibilitaĢ€.

Al tempo della lettera citata, gli interventi dell'Arcivescovo avevano giaĢ€ raggiunto punte dolorose. Ma don Bosco sbaglioĢ€ ugualmente a scrivere quelle parole: per quella strada avrebbe sempre piuĢ€ irritato mons. Gastaldi. L'avrebbe giaĢ€ dovuto capire nei primissimi giorni, quando aveva commesso quello stesso errore, anche se in forme assai contenute. Subito dopo la nomina gli aveva suggerito, non richiesto, il nome di un provicario, il teologo Bertagna. Gli era accanto al momento dell'entrata in cittaĢ€ (26 novembre 1871), e aveva assicurato di avergli ottenuto dalle autoritaĢ€ anticlericali di Torino un'entrata solenne (che invece non si realizzoĢ€). Atteggiamenti di un amico, per una persona non suscettibile, ma atteggiamenti da “padrino” per chi ha una suscettibilitaĢ€ oltre la norma (come avrebbe testimoniato mons. Re).

Appena giunto in duomo e salito sul pulpito, mons. Gastaldi affermoĢ€ con forza che “la sua elezione era un tratto inaspettato della divina Provvidenza, al quale non aveva contribuito nessun fa

vore umano. Era lo Spirito Santo, e solo lui che l'aveva posto a capo dell'Archidiocesi torinese”. Egli ripeteĢ€ queste parole piuĢ€ volte nello stesso discorso, e con vigore insolito. Era un segno chiaro che voleva scuotersi dalle spalle “ogni protezione”. Ed era anche segno che non gradiva la voce che era stato don Bosco ad ottenere la nomina (voce che stava correndo per la cittaĢ€). Il canonico Sorasio, presente al discorso, mormoroĢ€:

- La va male per don Bosco! La va male!
Don Amadei scrive che quello fu “il primo lampo della terribile e imprevista tempesta”. Ma la lettera del 14 maggio 1873 scatenoĢ€ la tempesta completa. Mons. Gastaldi non

digeriĢ€ mai quelle cinque righe. Persino a un amico qualunque eĢ€ difficile far accettare la battuta: “Ti ho fatto ottenere io la croce di cavaliere”. A un arcivescovo come Gastaldi “che aveva un'idea un po' esagerata della sua autoritaĢ€”, quelle parole dovettero essere fiele. Ancora quattro anni dopo, al teologo Tresso, ex-allievo affezionato di don Bosco che cercava di riportare pace, disse con accento amaro:

- Si vanta di avermi fatto nominare vescovo; anzi, mi scrisse una lettera rinfacciandomi cioĢ€; ma io l'ho inviata a Roma, affincheĢ vedano il bel santo in cui ripongono tanta fiducia.

Le responsabilitaĢ€ dei giornali.

I giornali anticlericali fiutarono la possibilitaĢ€ di mettere mons. Gastaldi contro don Bosco, e in ogni occasione ci diedero dentro. Il Fanfulla del 16 ottobre 1871 scriveva: “Per la nomina dei vescovi nelle diocesi italiane si eĢ€ ricorso alle proposte di don Bosco di Torino, chiamato espressamente a Roma”. A Milano, qualche giornale definiĢ€ don Bosco: “Il piccolo Papa del Piemonte” (e un Arcivescovo, si sa, deve dipendere dal Papa). La Gazzetta di Torino, l'8 gennaio 1874, scrisse: “Trovasi a Roma il celebre don Bosco. Egli gode grandi entrate al Vaticano, e il Papa lo vede assai bene. Anche presso il Governo egli ha larghezza d'entratura”. Nel numero del 6-7 maggio 1876, la Lanterna del Ficcanaso giunse a scrivere che l'Arcivescovo aveva proibito a don Bosco di dire Messa percheĢ “aveva troppe aderenze a Roma”, si sottraeva alla sua autoritaĢ€ ed estorceva ereditaĢ€ ai moribondi. E concludeva: “Vedremo chi saraĢ€ piuĢ€ potente, se don Bosco o monsignor Gastaldi”.

Questi accenni della stampa (e moltissimi altri che non eĢ€ possibile elencare) versarono molto aceto sulle ferite.

Messo soltanto in questi termini, peroĢ€, il dissidio tra don Bosco e Gastaldi sarebbe travisato. In esso giocoĢ€ assai la grande popolaritaĢ€ di don Bosco e la troppa suscettibilitaĢ€ di Gastaldi “che non voleva fare a Torino il vicario di don Bosco” (parole dette al teologo Belasio nel 1876). Ma ebbero un ruolo altrettanto importante diversi altri elementi che cercheremo (con la massima brevitaĢ€) di districare dalla matassa che in dodici anni si arruffoĢ€ sempre piuĢ€.

Il tempo della potenza e dell'ultrapotenza.

L'Arcivescovo fece grandi cose per la riorganizzazione della diocesi. Ma il prezzo umano con cui fece pagare queste realizzazioni fu assai alto: sospensioni, durezze, decisioni discutibili, modi odiosi.

Con il passare degli anni, il suo “temperamento forte” si accentuoĢ€ ancora di piuĢ€. Il canonico Sorasio, segretario di Curia, che dovette in quel tempo avallare certi interventi pesanti, scriveraĢ€ nel 1917 al Cardinale prefetto della Congregazione dei Riti: “Dio mi perdoni. Quello era il tempo della potenza e dell'ultrapotenza, per non dire altro”.

Sospendeva con una certa facilitaĢ€ i suoi preti dalla facoltaĢ€ di dir Messa e di confessare (pene gravissime in campo ecclesiastico). Molti intentarono cause a Roma contro di lui. Nel febbraio del 1878, presso la Santa Sede, c'erano una trentina di cause tra mons. Gastaldi e sacerdoti della diocesi di Torino.

Nei primissimi tempi (quando la corda non era ancora troppo tesa) don Bosco intercedette per un canonico di Chieri, un po' cocciuto ma bravissima persona. L'Arcivescovo lo sospese ugualmente dalla Messa e dalla confessione. A Chieri fu uno scandalo, e il poveruomo dovette andarsene per la vergogna fuori cittaĢ€.

Il caso piuĢ€ clamoroso fu forse quello del teologo Bertagna (lo stesso che don Bosco aveva suggerito come provicario). Dopo 22 anni che insegnava teologia morale al Convitto Ecclesiastico, ne fu esonerato improvvisamente nel settembre 1876. SopportoĢ€ in silenzio, si rifugioĢ€ nel suo paese di Castelnuovo, mentre il Convitto veniva chiuso d'autoritaĢ€. Anche per l'umiliazione, don Bertagna si ammaloĢ€ gravemente. In seguito, nel 1879, il vescovo di Asti mons. Savio lo chiamoĢ€ e lo fece suo Vicario Generale. Era giustamente stimato uno dei teologi moralisti piuĢ€ autorevoli del suo tempo. Nel 1884 il cardi

naie Alimonda (successore del Gastaldi) lo consacroĢ€ suo vescovo ausiliare e lo fece rettore del seminario arcivescovile.

Padre Luigi Testa, gesuita molto ascoltato a Roma, scriveva in quel tempo: “Ho aggiustato molte divergenze tra mons. Gastaldi e varie potenti persone. A Roma si eĢ€ stanchi e arcistufi di tutte queste cose dell'archidiocesi”.

Sarebbe tuttavia superficiale pensare a mons. Gastaldi come a un mangiafuoco. Come persona era umile, generoso, amorevole. Aveva, come si dice, “un cuor d'oro”. Ma appena, per gli affari che cominciava a trattare, si sentiva investito della sua autoritaĢ€ di Arcivescovo, gli capitava cioĢ€ che nella storia della Chiesa (credo sia lecito dirlo) si eĢ€ riscontrato in non poche persone: diventava autoritario, inflessibile. Queste persone diventano “spietate in nome di Dio”. Si sente in loro piuĢ€ il rappresentante dell'Onnipotente che del falegname-Figlio di Dio che si eĢ€ fatto servo dei servi, addetto al pediluvio degli altri servi, e s'eĢ€ lasciato mettere in croce.

Primo elemento: l'indisciplina.

La stessa inflessibilitaĢ€, resa piuĢ€ dura dal timore di apparire in faccia alla diocesi “una creatura di don Bosco”, la usoĢ€ con la giovane e ancora approssimativa Congregazione Salesiana.

Il primo elemento che prese di petto fu l'“indisciplina” dell’oratorio. Era “disgustato del fervore vulcanico dell'oratorio e della SocietaĢ€ Salesiana - scrive Pietro Stella -, ch'era tenuta saldamente in pugno da don Bosco, ma che a estranei poteva apparire un complesso clamoroso e caotico di forze disorganizzate che in un domani, forse imminente, avrebbe potuto richiedere dolorosi interventi da parte della legittima autoritaĢ€”.

Anche altri, in Torino, avevano avuto un'impressione negativa di quel clima di serena familiaritaĢ€ che costituiva invece la gioia di don Bosco. Mons. Gaetano Tortone, incaricato d'affari della Santa Sede presso il Governo di Torino, in una lunga relazione aveva scritto nel 1868: “Provai un'impressione ben penosa al vedere nelle ore di ricreazione quei chierici frammisti agli altri giovani che imparano la professione di sarto, falegname, calzolaio, ecc., correre, giocare, saltare, con poco decoro. Il buon don Bosco, contento che i chierici stiano con raccoglimento in chiesa, poco si cura di infondere in essi quei sentimenti di dignitaĢ€ dello stato che vogliono abbracciare”. Secondo monsignor Tortone, don Bosco avrebbe dovuto

insegnare ai chierici a “tenere le distanze” dai volgari sarti e calzolai. Non c'era cosa piuĢ€ lontana dalla sensibilitaĢ€ di don Bosco.

Un altro motivo di tensione.

A questa “indisciplina”, pare che mons. Gastaldi abbia pensato di mettere rimedio di persona. E qui riferiamo due episodi un po' misteriosi, che non siamo riusciti a spiegare fino in fondo, e che svelano forse un altro motivo di “tensione”.

Subito dopo l'entrata del nuovo Arcivescovo a Torino, don Bosco si ammaloĢ€ gravemente a Varazze (come abbiamo giaĢ€ narrato). Mons. Gastaldi chiese notizie, e appresa la serietaĢ€ della malattia domandoĢ€ a don Cagliero:

- Quanti siete fermi e risoluti nella vocazione? - PiuĢ€ di centocinquanta.
- E se papaĢ€ don Bosco venisse a morire?
- Cercheremo uno zio che gli succeda.

- Va bene, va bene. Ma speriamo che Dio lo conservi.
“Parve a don Cagliero - commenta l'Amadei - che qualora don Bosco fosse morto,

Monsignore ritenesse che i salesiani si sarebbero rivolti a lui per direzione”. Questa fu l'impressione anche del canonico Marengo, a cui don Cagliero raccontoĢ€ l'incontro, e che commentoĢ€: “Meno male che lei non ha detto di piuĢ€. Una proposta sarebbe stata dannosa per la Congregazione”.

Quando don Bosco tornoĢ€ guarito da Varazze, l'Arcivescovo andoĢ€ a salutarlo. Il canonico Anfossi, presente a Valdocco, racconta che mentre i ragazzi cercavano di improvvisare un breve ricevimento in onore di mons. Gastaldi, “vidi l'Arcivescovo discendere dalla scala con passo concitato, siccheĢ a stento don Bosco gli teneva dietro. Non badoĢ€ agli evviva dei ragazzi. S'infiloĢ€ nella carrozza senza salutare nessuno e se ne andoĢ€. Dissi a don Bosco: " La festa non eĢ€ finita bene. C'eĢ€ stata qualche cosa? “ E lui rispose: " Che cosa vuoi mai! l'Arcivescovo vorrebbe essere egli a capo della Congregazione, e questo non si puoĢ€, ad ogni modo si vedraĢ€.

Che cosa propose di concreto mons. Gastaldi? Che don Bosco ritornasse sui suoi passi, si accontentasse di fare dei salesiani una Congregazione diocesana sotto la sua alta direzione? EĢ€ l'opinione piuĢ€ probabile. Ma forse non sarebbe azzardato pensare che accarezzoĢ€ il progetto di diventare il capo effettivo della Congregazione Salesiana. ScriveraĢ€ al card. Bizzarri nel 1874: “Don Bosco ha ta

lento speciale per allevare i giovani secolari, ma non pare possegga compitamente questo talento per educare giovani ecclesiastici”. Lui sentiva di possederlo questo talento, di poter prendere in mano saldamente le briglie della Congregazione e di “mettere le cose a posto”. Don Bosco, ormai logoro, avrebbe continuato a essere il bravo “papaĢ€” dell'oratorio.

Tramontate comunque queste possibilitaĢ€, si mise a esigere dai salesiani una disciplina ferrea, che presto divenne persecutoria. Ogni imperfezione, ogni indugio, venne da lui bollato come “disobbedienza”, “ribellione”, “indisciplina”.

Scendere in molti particolari sarebbe di cattivo gusto: le beghe sono sempre soltanto beghe.

L'approvazione definitiva delle Regole.

Il 30 dicembre 1873 don Bosco partiĢ€ per Roma.

Si dibatteva presso la Santa Sede, dopo spossanti rinvii e ripensamenti, una questione vitale per la Congregazione Salesiana: l'approvazione definitiva delle Regole.

Il Papa nominoĢ€ una commissione di quattro cardinali.

Le discussioni, e le successive correzioni del testo, si prolungarono fino ad aprile. Mons. Gastaldi intervenne contro l'approvazione, scrivendo al card. Bizzarri la sua opinione che giaĢ€ abbiamo riferito: don Bosco era capace a educare giovani, non a dirigere chierici e preti.

All'inizio di aprile ci fu la votazione finale della commissione cardinalizia: tre voti favorevoli, uno contrario. Pio IX, informato che mancava un voto a risolvere il dibattito, disse:

- Quel voto lo metto io.

Era il 3 aprile. Dieci giorni dopo venne pubblicato il decreto dell'approvazione definitiva delle Regole salesiane. La Congregazione era ora saldamente alle dipendenze del Papa, che concedeva per dieci anni a don Bosco la facoltaĢ€ di presentare qualunque salesiano agli Ordini (“lettere dimissorie”).

Ma a Torino le cose non cambiarono.

Le liste dei “provvedimenti punitivi”.

Il 16 dicembre 1876 don Bosco dovette esporre in una lettera al card. Ferrieri i principali “punti di attrito”. Eccone la lista:

- nel settembre 1875 don Bosco venne sospeso dalla facoltaĢ€ di confessare (il vicario, canonico Zappata, commentoĢ€ in uno scatto

d'ira: “Ma queste sono cose che si fanno con gli ubriaconi!”). Don Bosco dovette lasciare Torino percheĢ i giovani erano soliti confessarsi da lui. L'Arcivescovo non espose mai i motivi di questo provvedimento;

- proibizione nelle case salesiane di predicare Esercizi Spirituali a maestri esterni;
- ritiro del permesso di predicazione ad alcuni preti salesiani;
- rifiuto di partecipare alle celebrazioni piuĢ€ solenni dell'oratorio, e proibizione di

invitare altri prelati (anche la spedizione dei primi missionari si era celebrata senza la presenza di un vescovo);

- rifiuto di amministrare la Cresima ai ragazzi dell'oratorio e proibizione che altri vescovi l'amministrino.

“Queste misure suppongono gravi motivi - commentava don Bosco nella lettera - che noi non conosciamo. E danno scandalo in cittaĢ€”.

Il 25 marzo 1878, don Bosco fece conoscere un nuovo elenco di “provvedimenti punitivi” al cardinale Oreglia:

- don Bosco viene minacciato di sospensione immediata dalle confessioni se scriveraĢ€ qualcosa di sfavorevole all'Arcivescovo, eccetto nelle lettere al Papa, al Cardinale Segretario di Stato, al Cardinale che deve interessarsi dei religiosi;

- parecchi sacerdoti salesiani sono stati “sospesi” e lo sono ancora dopo otto mesi;

- viene rifiutata l'ordinazione ai chierici salesiani che gli vengono presentati, con grave danno per le case e le missioni salesiane.

Ma anche mons. Gastaldi mandava i suoi “elenchi” a Roma. “Il succedersi senza tregua di denunzie per qualunque cosa Monsignore considerasse poco onorevole sul conto di don Bosco e della sua Congregazione - scrive don Ceria - ne insinuava il discredito presso cardinali che non avevano conoscenza dei fatti”.

Il cardinale Ferrieri, per esempio, per tutta la vita contrastoĢ€ i salesiani, persuaso che fossero “un'accolta posticcia e provvisoria di persone”.

Ma cioĢ€ che piuĢ€ fece soffrire don Bosco fu il fatto che anche Pio IX, da sempre amico e grande protettore, si andoĢ€ raffreddando nei suoi riguardi. “Quel d'pingere di continuo don Bosco come uomo testardo e quasi facinoroso influiĢ€ anche sull'animo del Papa”, scrive don Ceria.

Pio IX moriĢ€ il 7 febbraio 1878. Don Bosco, che si trovava a Roma e bussava a destra e a sinistra per poter avere udienza, non poteĢ€ piuĢ€ rivederlo.

Il nuovo Papa mette alla prova don Bosco.

Il nuovo Papa, eletto il 20 febbraio, fu Leone XIII. Don Bosco ebbe la prima udienza da lui il 16 marzo. La relazione che scrisse subito dopo eĢ€ trionfale: il Papa accetta di essere iscritto tra i Cooperatori, riconosce che nelle opere salesiane c'eĢ€ il “dito di Dio”, invia benedizioni calorose ai missionari. Su un punto solo la relazione eĢ€ sbrigativa: sulle “vertenze nostre con l'Arcivescovo di Torino, disse che attendeva una relazione ufficiale della Congregazione dei Religiosi”.

Nella relazione privata che fece ad alcuni salesiani, don Bosco parloĢ€ meno trionfalmente. “Fece capire chiaramente quanto aveva sofferto: udienze impedite, lettere intercettate, segrete e palesi opposizioni da piuĢ€ parti, parole dure e mortificanti”.

Papa Leone, evidentemente, era al corrente delle gravi controversie che pendevano sul capo di quel prete di Torino, e se lo trattava ufficialmente con i guanti, andava cauto per vederci chiaro. Attorno a lui, gli avversari di don Bosco erano molti e agguerriti.

Uno dei suoi amici piuĢ€ fidati, in quel momento, era il cardinale Alimonda, che cercoĢ€ un mezzo per “provare” a Leone XIII la santitaĢ€ di don Bosco. Una prova difficile, in cui brillasse tutto il valore di quel povero prete.

In Roma si tentava di costruire un santuario al sacro Cuore di GesuĢ€. Nonostante l'impegno personale del Papa, l'appello ai vescovi di tutto il mondo, le collette fatte in molte nazioni, i lavori si erano fermati a fior di terra.

Papa Leone ne era avvilito. Fu in quel momento che intervenne il cardinale Alimonda: - Santo Padre, io proporrei un modo sicuro per riuscire nell’impresa.
- Quale?
- Affidarla a don Bosco.

- Ma don Bosco accetteraĢ€?

- SantitaĢ€, io conosco don Bosco, e la sua piena e illimitata devozione al Papa. Quando Vostra SantitaĢ€ gliela proponga, sono certissimo che accetteraĢ€.

Don Bosco in quel momento stava affogando nelle spese. Costruiva due chiese: a Torino (S. Giovanni Evangelista) e a Vallecrosia (Maria Ausiliatrice), ed era impegnato nella fabbricazione di tre case: Marsiglia, Nizza, La Spezia. Aveva 65 anni.

Il 5 aprile 1880 Papa Leone lo fece chiamare. AvanzoĢ€ la proposta e gli disse che se avesse accettato avrebbe fatto cosa “santa e gratissima” al Papa. Don Bosco rispose:

- Il desiderio del Papa eĢ€ per me un comando. Accetto l'incarico che Vostra SantitaĢ€ ha la bontaĢ€ di affidarmi.

- Ma io non potroĢ€ darvi denaro.

- E io non lo chiedo. Chiedo solo la sua benedizione. E se il Papa lo permette, accanto alla chiesa edificheremo un oratorio festivo con un grande ospizio, dove possano essere avviati alle scuole e alle arti e mestieri tanti, poveri giovani, specialmente di quel quartiere abbandonato.

- Va bene. Benedico voi e con voi tutti quelli che concorreranno in quest'opera santa.

Processo in Vaticano.

Le faccende con l'Arcivescovo, in quei mesi, deteriorarono ancora. Don Bosco, per difendere la sua Congregazione, dovette portare la causa in Vaticano, dove si procedette a un regolare processo.

La nipote dell'Arcivescovo, Lorenzina MazeĢ de la Roche, quando si trattoĢ€ della beatificazione di don Bosco, depose sotto giuramento:

“A cominciare dall'anno 1873 vi furono delle vertenze dolorose tra don Bosco e mons.

Gastaldi, mio venerato zio. Io appresi tali dissidi e dalla voce pubblica e dalle confidenze che don Bosco faceva a me e a mia madre, per esortarci a trovare modo di informare direttamente mons. Arcivescovo delle dicerie che si propagavano specialmente in mezzo al Clero, anche per mezzo della Stampa, con danno per entrambe le parti. Queste vertenze furono una spina costante al cuore di mia madre e al mio.

In tutti i discorsi tenuti con mia madre e con me su tale proposito, si vedeva quanto don Bosco intensamente pativa di tutte queste prove. Ma in tutto ci parlava dell'Arcivescovo con tanto rispetto e caritaĢ€ da restarne edificate.

Sul mio diario di quegli anni trovo registrate queste mie parole: " PercheĢ cambioĢ€ cosiĢ€ lo zio Monsignore? Ah! chi ha fatto il tristo uffizio di suscitare tale discordia, dovraĢ€ certo averne un gran rimorso ".

A me risulta che uno dei principali suscitatori di tali dissesti era il Segretario di mio zio Arcivescovo, cioeĢ€ il Teologo Tommaso Chiuso, giaĢ€ defunto da vari anni, ed eĢ€ a lui che alludo nelle surri

ferite parole. Invitata ben sovente a mensa da mio zio Arcivescovo, udivo il di lui Segretario avere soventi frizzi e sarcasmi diretti a quei di Valdocco, oppure: son quei di laggiuĢ€.

Registrai nel mio diario queste parole di don Bosco: " Si ha bensiĢ€ tutta la volontaĢ€ di essere forti, di farsi coraggio nelle avversitaĢ€, ma a forza di accumulare disgusti su disgusti il povero stomaco si risente e si rompe ". Mai vidi in vita mia don Bosco cambiare fisionomia, ma quella volta, alternativamente mentre parlava, diveniva pallido e poi infiammato in volto.

D'altra parte posso e devo attestare che anche il mio zio Veneratissimo, parlando con me si dimostrava dolente piuĢ€ che con le parole, con l'espressione di pena, che i suoi rapporti attuali con don Bosco non fossero piuĢ€ simili a quelli dell'inizio dell'oratorio”.

La causa tra don Bosco e l'Arcivescovo si discusse in Vaticano il 17 dicembre 1881. Vi partecipavano 8 cardinali. Due votarono per l'Arcivescovo, quattro per don Bosco. Il Papa, udita la relazione, bloccoĢ€ il dibattito. “Bisogna salvare l'autoritaĢ€ - disse al cardinale Nina protettore ufficiale dei Salesiani -. Don Bosco eĢ€ cosiĢ€ virtuoso che a tutto si adatta”. Era una seconda carta che il Papa intendeva giocare per misurare la santitaĢ€ di don Bosco.

Calice amaro per don Bosco.

FissoĢ€ lui stesso le condizioni per la “Concordia”, con una calibratura di parole che si riscontra solo in documenti di fine diplomazia. La sostanza peroĢ€ era chiarissima al di laĢ€ di ogni sottigliezza: don Bosco doveva scrivere una lettera chiedendo perdono all'Arcivescovo, e l'Arcivescovo rispondere che era felice di mettere una pietra sul passato.

Don Bosco mandoĢ€ giuĢ€ amaro. RadunoĢ€ il Capitolo della Congregazione e lesse il testo della “Concordia”. Rimasero tutti costernati. Qualcuno propose di chiedere tempo per pensarci sopra. Fu don Cagliero a spezzare ogni nodo con la sua franchezza:

- Il Papa ha parlato e bisogna obbedire. Il Papa ha deciso cosiĢ€ percheĢ conosce don Bosco e sa di potersi fidare. Non bisogna aspettare niente: obbedire e basta.

Don Bosco scrisse la lettera. Ricevette la risposta: “Di cuore concedo l'implorato perdono”.

Subito dopo, peroĢ€, don Bosco scrisse al card. Nina una lettera da cui si puoĢ€ misurare il “rospo” che aveva dovuto ingoiare, e le conseguenze amare che erano in pieno svolgimento:

“Dalla Curia si decantano le umiliazioni che hanno fatto fare a don Bosco. Queste dicerie, dilatate male, male interpretate, abbattono i poveri salesiani. GiaĢ€ due maestri direttori di case domandano di ritirarsi da una Congregazione che loro pare diventata il ludibrio delle autoritaĢ€. Altri nostri preti e chierici fanno la medesima domanda. Tuttavia io voglio serbare rigoroso silenzio, secondo che ho giaĢ€ scritto all'Eminenza vostra”.

Sereno e distrutto.

Leone XIII, papa grandissimo nella storia della Chiesa, ebbe da questo momento gesti di squisita gentilezza per don Bosco. Sarebbe stato lui a nominare don Giovanni Cagliero primo Vescovo salesiano, e a concedere i “privilegi” che resero la Congregazione “esente” non per dieci anni ma per sempre dall'autoritaĢ€ dei Vescovi nella delicata questione delle Ordinazioni.

Ma quando era stato eletto Papa aveva trovato in Vaticano un ambiente ostile a don Bosco, e con due gesti ne misuroĢ€ la santitaĢ€.

Per provare se una pietra contiene oro si getta nel crogiolo a temperatura di fusione. Se esce oro, eĢ€ pietra di valore, se no eĢ€ scoria. Don Bosco fu provato cosiĢ€. Da lui usciĢ€ oro, oro di altissimo valore. Ma la sua umanitaĢ€ fu bruciata, incenerita. “A partire dal 1884 - citiamo da Morand Wirth - don Bosco non era piuĢ€ che l'ombra di se stesso”.

Chiedere perdono all'Arcivescovo che l'aveva flagellato per dieci anni gli costoĢ€ moltissimo. Non era nato, ripetiamo, per porgere l'altra guancia. Se lo imponeva, ma con uno sforzo violento. La costruzione della Chiesa del Sacro Cuore, che avrebbe ingoiato un milione e mezzo di lire, lo obbligoĢ€ negli anni del declino fisico a fatiche disumane.

Don Bosco accettoĢ€ per fede nel Vicario di Cristo, e per amore alla sua Congregazione che aveva bisogno assoluto della stima del Papa.

Dalle due prove, don Bosco usciĢ€ sereno e distrutto. Per questo la sua Congregazione fioriĢ€ in grande: nacque da un prete crocifisso.

48.
I GRANDI VIAGGI: FRANCIA, SPAGNA.

ComincioĢ€ per don Bosco la “croce del Sacro Cuore”.

Per prima cosa spediĢ€ a Roma don Dalmazzo e poi don Angelo Savio, a rendersi conto dei lavori e a “controllare le spese”. Era una usanza purtroppo diffusa, a Roma, che “nei lavori del Papa c'eĢ€ da mangiare per tutti”. Don Bosco faraĢ€ giungere molte volte a don Dalmazzo sollecitazioni pressanti in questo senso: “Manca controllore delle provviste che entrano o no”, “Vegliare sui prezzi”, “Chi veglia sui materiali che bisogna trasferire altrove?”, “Si lavora poco. Si ruba in casa e fuori. Si sciupano materiali, specialmente tavole”, “Mettere uno pratico ad assistere”.

Subito dopo rimise in moto tutto l'ingranaggio, giaĢ€ collaudato tante volte per radunare fondi: circolari in molte lingue, lotterie, sottoscrizioni, lettere personali. Quest'ingranaggio non era una bacchetta magica. Comportava fatiche, umiliazioni, controlli, superlavoro per moltissimi confratelli. Il superlavoro piuĢ€ grosso se lo prese sulle spalle don Bosco.

“Ho la chiesa del Sacro Cuore sulle spalle”.

Don Rua, nelle deposizioni giurate per la beatificazione di don Bosco, testimonioĢ€: “Era una pena vederlo salire e scendere scale per chiedere limosine, sottoponendosi anche a dure umiliazioni. PatiĢ€ tanto che qualche volta, nell'intimitaĢ€, a chi dei suoi, vedendolo incurvato, gli chiedeva come mai si piegasse cosiĢ€ nella persona, rispondeva: " Ho la chiesa del Sacro Cuore sulle spalle ". Tal altra volta, amabilmente scherzando, diceva: " Dicono che la Chiesa eĢ€ perseguitata. Io invece posso dire che la chiesa perseguita me! ". GiaĢ€ innanzi negli anni, malandato in salute, si puoĢ€ ben dire che tale opera logoroĢ€ gran parte delle sue forze”.

La fatica piuĢ€ grave a cui si sottopose fu il grande “viaggio in Francia” che fece elemosinando di cittaĢ€ in cittaĢ€ per quattro mesi: dal 31 gennaio al 31 maggio 1883.

Ci permettiamo un'osservazione di passaggio. Don Bosco ha 68 anni, gliene rimangono da vivere 5 soltanto. La sua Congregazione ha avuto una crescita vasta, e il mondo sta

attraversando uno dei periodi di ristrutturazione piuĢ€ profondi nelle idee e nelle strutture. Don Bosco avrebbe bisogno di poter disporre di tutto il suo tempo per tentare una sintesi del suo pensiero, delle sue intuizioni, che rimanga come base stabile delle sue opere. Dovrebbe impiegare il poco tempo che gli rimane per ripensare i suoi schemi di azione in un contesto sociale che muta rapidamente, per dare un'organizzazione solida alla Congregazione.

In questi ultimi anni validi della sua vita, invece, viene costretto a “fare soldi” per la costruzione di una chiesa. Nemmeno per le urgenze dei giovani poveri, ma per i muri di una chiesa di Roma. Dai tetti in giuĢ€ eĢ€ una faccenda sconcertante.

Ma proprio questi anni “bruciati” obbligano don Bosco a due grandi viaggi (Francia - Spagna) che accendono un trionfo attorno a lui come “uomo di Dio”. Gli danno occasione di riaccendere in masse popolari enormi il “senso di Dio”.

Marx aveva definito la religione “oppio dei popoli”, l'anarchico Bakunin esigeva dai suoi adepti un'aperta professione di ateismo, la “Comune” di Parigi aveva recentemente manifestato indubbi segni di ateismo militante. “Le Chiese cristiane si trovavano a fare i conti non piuĢ€ con fenomeni di miscredenza limitati a settori relativamente ristretti dei ceti dirigenti, ma con un preoccupante allontanamento di vasti strati sociali dalla pratica religiosa e dall'obbedienza ecclesiastica” (Francesco Traniello).

La societaĢ€ intera stava perdendo il senso di Dio e del rispetto divino della vita umana. Nei giorni della “Comune”, la spietatezza dei comunardi atei non era certo stata superiore a quella dei borghesi che l'avevano soffocata con le cannonate, facendo strage di 14.000 lavoratori (e lavoratori in quel tempo erano uomini, donne e ragazzi).

Non fu quindi al servizio di una chiesa, neĢ dei giovani poveri questa ultima fatica di don Bosco, ma di tutta una generazione che correva il rischio di perdere il senso di Dio e i piuĢ€ grandi valori della vita. Questa generazione, nella Francia e nella Spagna, riscopre in lui il “senso di Dio” e dello “spendersi per gli altri”.

Incandescenza a Parigi.

Seguiamo il filo del viaggio francese sulla relazione curata da Henri Bosco, che la verificoĢ€ non solo sui documenti salesiani, ma anche sui giornali di Francia del tempo.

Quando partiĢ€, non ci vedeva quasi piuĢ€, le gambe a malapena lo sorreggevano, soffriva di varici. Il suo corpo era logoratissimo. EntroĢ€ in Francia da Nizza, che solo da 18 anni non era piuĢ€ italiana. SaliĢ€ verso Parigi via Tolone-Marsiglia-Avignone-Lione-Moulins. Salita lenta, che duroĢ€ due mesi e 19 giorni.

Nessuno, lui meno di tutti, prevedeva l'emozione straordinaria, l'entusiasmo, l'affollamento di gente, l'incandescenza della fede che la presenza di “un povero prete di campagna” doveva provocare.

Qualche prudente gli aveva consigliato: “Non andate in Francia. A Parigi stanno costruendo la " loro " chiesa del Sacro Cuore a Montmartre. EĢ€ giaĢ€ costata milioni e non eĢ€ ancora finita. Chi vuole che dia un soldo a voi?”.

Don Bosco, ancora una volta, avrebbe smentito i “prudenti”. Ad Avignone la folla si ammassoĢ€ fin dalla stazione. In cittaĢ€, la gente correva dietro alla sua carrozza. A colpi di forbici gli tagliuzzarono la veste da prete. BisognoĢ€ andare in fretta a cercargli un'altra veste.

A Lione le chiese si riempirono. Lo accerchiavano, lo facevano rallentare, bloccavano la carrozza dei suoi ospiti. “Sarebbe meglio portare in carrozza il diavolo che un prete come questo”, disse un cocchiere irritato dalla violenza della gente.

A Parigi si temeva un fiasco. L'Italia ufficiale era appena passata dall'alleanza con la Francia a quella con la Germania e l'Austria con il trattato della “Triplice”. E don Bosco era italiano. Il governo, inoltre, era strettamente anticlericale.

Parigi, cosiĢ€ permalosa, accolse l'apostolo dei poveri con un fervore incandescente. Vi giunse il 19 aprile e vi sarebbe rimasto cinque settimane (salvo una breve puntata ad Amiens e Lilla). Prese alloggio presso una famiglia parigina amica, al n. 34 di corso Messina. Per ricevere visitatori, peroĢ€, andava tutti i pomeriggi in via Ville-l'EĢveĢque, presso gli Oblati del Sacro Cuore. CioĢ€ per sollevare i suoi ospiti dalla pressione della folla che subito si scatenoĢ€.

“EĢ€ un santo” dicevano. Un'affermazione pericolosa. C'eĢ€ un sacco di gente che cerca subito di dubitarne, e basta un nonnulla percheĢ scatti il ridicolo. Si lasciava facilmente

fotografare, sia da solo sia in gruppo. Glielo rimproveravano: una vanitaĢ€. Ma egli rispondeva: “EĢ€ un buon mezzo, non per far conoscere me, ma per interessare la gente alla mia opera”. Ugualmente facilitoĢ€ i suoi

biografi, come il dottor D'Espiney, che fu il primo a scrivere in francese la vita di don Bosco. Il libro aveva inesattezze notevoli, ma tiroĢ€ cinquantamila copie in pochi mesi.

Una fotografia in Francia

C’eĢ€ un ritratto fotografico di don Bosco, il piuĢ€ famoso eseguito in Francia. Il volto di don Bosco in quel ritratto eĢ€ vecchio, logoro, frusto. Vecchio di una vecchiezza incredibile, sciupato come fosse di carta pesta. Solchi attraversano quella fronte devastata. Da ogni lato la bocca eĢ€ cascante, una bocca buona ma deformata da un'inguaribile stanchezza. Gli occhi stessi, affossati dietro sopracciglia cespugliose, non lasciano passare che un filo di luce, uno sguardo quasi cieco. L'uomo che sta dietro quel viso sa che cos'eĢ€ la sofferenza, la sua sofferenza e quella di tutti gli altri che egli ha fatto suoi, che ha salvato percheĢ avessero su questa terra meno fatica per vivere e una visione del Cielo nel punto della loro morte. A giudicare a colpo d'occhio, quella faccia doveva ispirare pietaĢ€, piuĢ€ che entusiasmo.

Ma in quel ritratto ci sono anche le mani di don Bosco. Mani di lavoratore, lavoratore onesto, potente lavoratore della vita. Quelle mani si tesero a benedire gli ammalati, a carezzare i bambini, e ridonarono la salute come le acque di Lourdes. Vedendo operare quelle mani, i parigini non provarono pietaĢ€ per don Bosco, ma chiesero a lui di avere pietaĢ€. Videro in lui l'inviato della speranza, l'uomo di Dio, il dispensatore provvidenziale delle guarigioni e delle grazie.

Nella capitale si ripeterono le stesse scene della provincia. Il concorso di gente era piuĢ€ grande e piuĢ€ serrato, e don Bosco subiĢ€ assalti piuĢ€ rudi, piuĢ€ estenuanti. La differenza era tutta qui.

Scrive Le Figaro di quei giorni: “Davanti alla casa di via Ville-l'EĢveĢ€que, dov'eĢ€ sceso don Bosco, file di carrozze stazionano tutto il giorno da una settimana. Le maggiori dame supplicano di fare per loro e per i loro parenti i miracoli che, dicono, compie con tanta facilitaĢ€”.

E Le Pelerai: “Si raccontavano, si inventavano perfino dei miracoli. Le dame del gran mondo correvano sulle tracce del santo che non si occupa degli applausi del mondo, che non prepara le prediche che pronuncia alla Madeleine piuĢ€ di quanto prepari cioĢ€ che dice a un mendicante, che daĢ€ tanto tempo a un operaio quanto a un principe”.

La giornata di un povero prete.

Si alza prestissimo, alle 5. Va a dormire a mezzanotte, spossato. Alle 6 cominciano le visite. Poi se ne va a dire Messa in questa o quella parrocchia, spiato sempre all'uscita, assaltato da domande, perseguitato da richieste, avvolto da suppliche, da preghiere. Vogliono parlargli, toccarlo, vederlo almeno. Lo fermano dappertutto, su una scala, in un'anticamera, alla porta di una sacrestia, per la strada. Con dispiacere, arriva a tutti gli appuntamenti sempre in ritardo. Il suo francese eĢ€ cattivo, il suo accento straniero, la sua eloquenza modesta.

All'Arciconfraternita per la conversione dei peccatori sta preparandosi a dire Messa. Folla enorme. Qualcuno vuole entrare, non puoĢ€, se ne stupisce: “Che succede?”. Allora una donna del popolo gli dice: “Siamo venuti per ascoltare una Messa, la Messa dei peccatori. CelebreraĢ€ un santo”.

Quando gli chiedono un “suo” miracolo, risponde: “Io sono un peccatore, pregate per me. Ma rivolgeremo insieme la nostra preghiera alla Madonna Ausiliatrice. Lei siĢ€ che guarisce, ascolta, comprende, ha compassione. Lei risponde dal Cielo. Io non posso che pregarla”. Ma quando la chiama questo “povero peccatore”, la Madonna risponde sempre. Sembra liĢ€, al suo

fianco, a sua disposizione.
Le autoritaĢ€ religiose piuĢ€ eminenti lo accolsero con cordialitaĢ€. Il cardinale Lavigerie lo

aspettoĢ€ nella chiesa di S. Pietro, e parloĢ€ alla gente raccomandandolo con calore alla loro generositaĢ€. Lo chiamoĢ€ “il san Vincenzo de' Paoli dell'Italia”.

Gli appelli alla generositaĢ€ non furono accolti solo dalle famiglie ricche, ma anche dalla povera gente. Tutti donavano. Don Bosco ricevette biglietti di banca, monetine, monete d'oro, perfino gioielli. Ci fu un momento in cui non sapeva piuĢ€ dove metterli.

Da Parigi si assentoĢ€ una settimana per andare a Lilla e Amiens. Stesso entusiasmo. Dinanzi alle terribili forbici che gli tagliuzzavano le vesti esclamava: “Non tutti i matti sono al manicomio!”.

Poi la partenza. Sul treno che lo riportava a Torino, i suoi due compagni don Rua e don De Barruel tacevano. Ricordavano quelle giornate come un sogno che non avrebbero mai potuto dimenticare. A un tratto don Bosco ruppe il silenzio:

- Ricordi, don Rua, la strada che conduce da Buttigliera a Murialdo? LaĢ€ a destra c'eĢ€ una collina, e sulla collina una casetta. Quella povera casa era l'abitazione mia e di mia madre. In quei prati io ragazzo portavo al pascolo due vacche. Se tutti quei signori

sapessero che hanno portato cosiĢ€ in trionfo un povero contadino dei Becchi.

Un cardinale che porta la pace.

Il 18 novembre di quel 1883, in forma privatissima, arrivoĢ€ a Torino il nuovo Arcivescovo: il cardinale Gaetano Alimonda. In una udienza che don Bosco avraĢ€ con Papa Leone nel 1884 si sentiraĢ€ dire: “Nel mandarlo, ho pensato a voi. Il cardinale Alimonda vi vuole bene, molto bene”.

“La bontaĢ€ del cardinale - scrisse don Ceria - fu per don Bosco un provvidenziale conforto negli ultimi quattro anni della sua vita”.

Poco dopo il suo arrivo, don Bosco mandoĢ€ a domandare se l'Arcivescovo era in casa e se poteva riceverlo. Il cardinale prese la carrozza e venne immediatamente a Valdocco:

-- Per fare piuĢ€ presto, sono venuto io stesso.

Erano le dieci e mezzo - ricorda il biografo che era presente -. Il colloquio, nella stanzetta di don Bosco, duroĢ€ piuĢ€ di un'ora. Intanto i giovani furono avvisati nei laboratori e nelle scuole, i musici si recarono in fretta a prendere gli strumenti, qualcuno tiroĢ€ velocemente strisce di bandiere lungo i balconi. Quando il cardinale si affaccioĢ€ al ballatoio per cui si usciva dalla stanza di don Bosco, la banda suonoĢ€ e i ragazzi applaudirono. L'Arcivescovo disse ridendo: “Volevo farvi un'improvvisata, e voi l'avete fatta a me”. AgitoĢ€ le mani verso i ragazzi e disse solo:

- Carissimi figli, vi ringrazio, vi benedico e mi raccomando alle vostre preghiere. VisitoĢ€ i laboratori e sostoĢ€ a lungo in preghiera davanti al quadro dell'Ausiliatrice.

“Se non ritorneroĢ€ piuĢ€”.

Il denaro raccolto in Francia era stato abbondante, ma la chiesa del Sacro Cuore si rivelava un pozzo senza fondo. All'inizio del 1884 c'erano forti debiti da pagare, e le casse erano asciutte. Il 28 febbraio, nonostante la salute disastrosa, don Bosco disse ai suoi:

- Riparto per la Francia.

Don Rua e don Cagliero cercarono di dissuaderlo. Chiamarono il medico Albertotti a visitarlo. Il dottore, dopo un lungo controllo, disse esplicito:

- Per me, se lei arriva a Nizza vivo, eĢ€ un miracolo.

- Se muoio, pazienza - mormoroĢ€ don Bosco -. Vuol dire che prima di partire sistemeroĢ€ le cose principali. Ma io devo andare.

Appena uscito dalla stanza, Albertotti disse a don Rua: -- State molto attenti. Non mi

stupirei se morisse all'improvviso, senza che ve ne accorgiate. Non c'eĢ€ da illudersi.
Don Bosco chiamoĢ€ notaio e testimoni, e dettoĢ€ il suo testamento. Poi fece venire don

Rua e don Cagliero, e indicando sul tavolo l'atto notarile disse:
- Qui c'eĢ€ il mio testamento. Ho lasciato voi due miei eredi universali. Se non ritorneroĢ€

piuĢ€, voi sapete giaĢ€ come stanno le cose.
Don Rua usciĢ€ dalla stanza con il cuore gonfio. Don Cagliero rimase, ed era depresso

fino a piangere.
- Ma dunque, vuole proprio partire in questo stato?
- Come vuoi che facciamo diversamente? Non vedi che non abbiamo piuĢ€ i mezzi per

tirare avanti? Se non partissi, dove potrei trovare i mezzi per pagare i debiti che scadono? Dobbiamo lasciare i ragazzi senza pane? Solo in Francia posso sperare soccorsi.

Don Cagliero era scoppiato a piangere. Frenandosi a stento, disse:
- Siamo sempre andati avanti a forza di miracoli. VedraĢ€ che la Madonna faraĢ€ anche

questo. Lei vada, e noi pregheremo.
- SiĢ€, io parto. Il mio testamento eĢ€ qui. Lo consegno a te in questa scatola. Conservala

come mio ultimo ricordo.
Non fu un viaggio lungo. ToccoĢ€ soltanto il sud della Francia, ma don Bosco poteĢ€

radunare fondi notevoli. I conti Colle, a Tolone, gli consegnarono nelle mani 150.000 lire in una sola volta.

A Marsiglia don Albera, preoccupato delle sue condizioni, volle che fosse visitato dal dottor Combal, una celebritaĢ€ medica. Al termine di una visita accurata, Combal espresse il suo parere con un' immagine:

- Lei eĢ€ un abito molto logoro. EĢ€ stato indossato i giorni feriali e i giorni festivi. Per conservarlo ancora, l'unico mezzo eĢ€ metterlo in guardaroba. AvraĢ€ capito che le consiglio il riposo assoluto.

- La ringrazio, dottore, ma eĢ€ l'unica medicina che non posso prendere.

Le strettezze l'avrebbero spinto ancora ad un ultimo viaggio di questua. Nel 1886, a due soli anni dalla sua morte, partiĢ€ per la Spagna. A Barcellona l'accoglienza fu una ripetizione di quella parigina, Strade piene, tetti coperti, grappoli umani ai lampioni. E quanti doni. Gli offrirono anche una collina, il “Tibi dabo” che domina con una vista bellissima la cittaĢ€.

RitornoĢ€ per il sud della Francia: Montpellier, Tarascona, Valenza, Grenoble. Un ritorno lento verso la sua Italia, l'ultimo ritorno. Diceva a chi l'accompagnava:

- Tutto eĢ€ opera della Madonna. Tutto viene da quell'Ave Maria recitata con un ragazzo, quarantacinque anni fa, nella chiesa di san Francesco d'Assisi.

Mentre il corpo di don Bosco si curvava sempre piuĢ€, traspariva come luce sempre piuĢ€ viva la sua anima. Don Belmonte, direttore di Sampierdarena, un giorno andoĢ€ a sfogarsi con lui:

- Sono stanco che non ne posso piuĢ€. Come posso continuare una vita simile?

Don Bosco si curvoĢ€ un po' piuĢ€ in avanti, tiroĢ€ su un lembo della talare e gli mostroĢ€ le gambe tutte gonfie, che trasbordavano come cuscini flosci sulle scarpe. Gli disse solo:

- Mio caro, fatti coraggio. Ci riposeremo in Paradiso.

La sera del 25 giugno, gli exallievi gli fecero un caloroso omaggio per il suo onomastico. Don Bosco ringrazioĢ€ commosso, poi, stanchissimo, riusciĢ€ a dire soltanto:

- Io non sono altro che una cicala che grida, e poi muore.

Se qualcuno lo vedeva camminare curvo, da solo, e andando a sorreggerlo gli domandava: “Dove andiamo, don Bosco?”, lui lo fissava con quel suo sorriso dolce, e rispondeva: “Andiamo in Paradiso”.

49.

GIOVANNI CAGLIERO, VESCOVO.

Don Giovanni Cagliero, nei piani di don Bosco, doveva rimanere in America tre mesi, rafforzare la prima missione e poi tornare. Rimase invece due anni.

Nel 1877, don Bosco aveva mandato oltre oceano due nuovi gruppi di salesiani, con a capo due uomini che potevano prendere in mano la situazione: don Luigi Lasagna e don Giacomo Costa- magna.

Allora don Cagliero tornoĢ€. Nel 1877 si teneva a Lanzo il primo Capitolo Generale della Congregazione, ed era conveniente ci fosse anche lui, Direttore spirituale della SocietaĢ€ e unico esperto dei problemi missionari.

Negli anni seguenti, don Bosco gli affidoĢ€ due compiti delicati: iniziare l'opera salesiana in Spagna e dirigere la Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice che muoveva i primi passi.

“Chi potrebbe prendere il mio posto?”

Nel 1879 don Bosco aveva soltanto 64 anni, eppure si sentiva giaĢ€ sfinito e in rapido declino. Voleva scegliersi, tra i primissimi che l'avevano seguito, uno che poco per volta prendesse in mano tutti gli affari della Congregazione, e in qualunque momento potesse sostituirlo. Un “vicario”, insomma. I nomi possibili erano due: Rua e Cagliero. Entrambi fidatissimi e di grandi capacitaĢ€. A entrambi don Bosco voleva un bene dell'anima, ed era ricambiato nella stessa misura. Ma la scelta di uno, non avrebbe potuto adombrare l'altro?

Ed ecco la maniera delicata con cui don Bosco procedette. Un mattino dell'autunno 1879, dovendo recarsi a Foglizzo, chiese a don

Cagliero di accompagnarlo. Lungo il viaggio gli domandoĢ€ all'improvviso: -Se io morissi, chi credi potrebbe prendere il mio posto?
Don Cagliero non fece le corna, ma strabuzzoĢ€ gli occhi:

- Caro don Bosco, non le pare un po' presto per parlare di queste cose?
- Ammettiamo che sia cosiĢ€. Ma facciamo l'ipotesi: quali nomi indicheresti tu?
- Di nomi ne farei uno solo. Ce n'eĢ€ uno solo in grado di prendere il suo posto.
- Io invece ne farei due, o anche tre.
- In seguito ce ne saranno forse due o tre. Adesso non credo. Ma mi dica, chi sono i

suoi tre?
- Prima dimmi il tuo candidato.
- Don Rua, non c'eĢ€ che don Rua.
- Hai ragione. EĢ€ sempre stato il mio braccio destro.
- Il braccio, la testa e il cuore, caro don Bosco. Egli eĢ€ l'unico capace di prendere il suo

posto, quando Dio vorraĢ€ proprio chiamarla in Paradiso.
Don Bosco era stato delicatissimo, e Cagliero con uguale delicatezza si era tirato in

disparte. Nemmeno un'ombra avrebbe turbato la scelta del “secondo don Bosco”.
Non glielo disse mai, ma don Bosco fu molto riconoscente a don Cagliero per quelle

parole dette con franca umiltaĢ€ su un calesse che andava verso Foglizzo.

L'abbraccio vigoroso del primo vescovo

Il 16 e il 20 novembre 1883, la Santa Sede emanoĢ€ due importanti documenti. La Patagonia settentrionale e centrale (territorio di Rio Negro, Chubut e Santa Cruz) veniva dichiarato “Vicariato Apostolico”, alle dipendenze di don Giovanni Cagliero nominato Provicario Apostolico. La Terra del Fuoco (estremo territorio meridionale della Patagonia) veniva dichiarata Prefettura Apostolica, e don Fagnano nominato Prefetto Apostolico.

Don Cagliero avrebbe dovuto ripartire per l'America come Provicario, non come vescovo: solo piuĢ€ tardi sarebbe stato elevato alla dignitaĢ€ vescovile. Ma don Bosco non era d'accordo. ParloĢ€ con il card. Alimonda, scrisse al protettore dei Salesiani card. Nina, pregoĢ€ vivamente il Papa. C'era il cardinale Ferrieri che non ne voleva sapere, ma questa volta Leone

XIII accettoĢ€ la preghiera di don Bosco.

Il 9 ottobre 1884 partiĢ€ da Roma una lettera per Valdocco: “Il Santo Padre, nell'udienza di domenica scorsa, esaudiĢ€ la preghiera di don Bosco, e consentiĢ€ di dare il carattere vescovile a don Cagliero, nuovo Provicario Apostolico in Patagonia”.

Don Bosco ebbe una giornata felice. L'antico sogno della colomba e del ramo d'ulivo si avveravano. Le parole dette a un ragazzo moribondo: “E il breviario hai da farlo portare a tanti altri. E andrai lontano lontano”, non erano state l'illusione di un momento: si stavano facendo realtaĢ€.

La consacrazione ebbe luogo nel santuario di Maria Ausiliatrice il 7 dicembre 1884. Per Valdocco fu un avvenimento memorabile. Uno dei primi ragazzetti di don Bosco, entrato all'oratorio a 13 anni orfano di padre, a 46 anni veniva consacrato vescovo di una sterminata regione missionaria.

Due particolari. Al termine dell'imponente funzione, il giovane vescovo si staccoĢ€ dal corteo e si diresse verso sua madre. La vecchietta (80 anni) gli venne incontro sorretta da un figlio e da un nipote. Mons. Cagliero strinse sul petto la testa bianca, e tra la commozione dei presenti la riaccompagnoĢ€ con delicatezza percheĢ si sedesse. Verso la sacrestia, mescolato tra la folla, l'aspettava don Bosco con la berretta in mano. Il vescovo corse e lo strinse in un abbraccio vigoroso. Aveva tenuto nascosta la mano con l'anello vescovile tra le pieghe dell'abito. Il primo bacio toccava di diritto al “suo” don Bosco.

Don Rua vicario di don Bosco.

Solo dopo la nomina di don Cagliero a vescovo della Patagonia, don Bosco annuncioĢ€ la scelta di un suo “vicario”. Al Capitolo superiore della Congregazione, il 24 ottobre 1884, disse: “Ho bisogno che vi sia uno al quale possa affidare la Congregazione e porla sopra le sue spalle, lasciandone a lui tutta la responsabilitaĢ€. Il Papa sarebbe contento che don Bosco si ritirasse pienamente. La mia povera testa non regge piuĢ€”.

Scrisse al Papa proponendo il nome di don Michele Rua. La risposta affermativa arrivoĢ€ all'inizio di dicembre.

Don Bosco lo prese per mano.

Mons. Cagliero doveva partire da Torino per l'America del sud il 1° febbraio 1885. Portava con seĢ l'8 salesiani e 6 Figlie di Maria

Ausiliatrice. Ma la sera del 1° febbraio, accompagnati i missionari al treno, si sentiĢ€ stanco, e tornoĢ€ a passare la notte a Valdocco. SaliĢ€ alla stanza di don Bosco, gli si sedette accanto e stettero in silenzio. Dopo una lunga pausa, don Bosco domandoĢ€:

- Sono partiti i tuoi compagni?
- SiĢ€.
- E tu quando partirai?
- Devo essere a Sampierdarena domani.
- Se puoi, parti sul tardi, riposati bene.
- Lasci fare a me. E adesso mi dia la sua benedizione.
- PercheĢ stasera? Vieni domani mattina, parleremo ancora con tranquillitaĢ€. - No, don Bosco, domani devo partire molto presto.

- Ma sei stanco. Tuttavia fai come meglio credi.

- Allora benedica me e benedica i miei compagni.
Il Vescovo s'inginocchioĢ€. Don Bosco lo prese per mano:

- Fa' buon viaggio. Se non ci rivedremo piuĢ€ su questa terra, ci rivedremo in Paradiso.
- Non parli di questo, ci rivedremo ancora.
- SaraĢ€ come vuole il Signore. EĢ€ lui il padrone. Nell'Argentina e nella Patagonia avrete

molto da fare; lavorerete molto, e la Madonna vi aiuteraĢ€.
ComincioĢ€ la formula della benedizione. La voce gli veniva lenta, a tratti non ricordava le

parole. Mons. Cagliero gliele suggeriva adagio, e don Bosco le ripeteva docile, stringendogli sempre la mano. Al termine il vescovo si alzoĢ€:

- Allora buona notte, mio caro don Bosco. Ora riposi.

- Mi saluterai i tuoi compagni di viaggio, i confratelli che lavorano in America, i cooperatori. Avrei ancora tante cose da dirti. Che Dio ti benedica.

“La casa del vescovo era una capanna di tronchi”.

Don Bosco seguiĢ€ con commozione affettuosa in quegli ultimi anni le vicende missionarie di quel suo ragazzone vigoroso ed entusiasta. Leggeva le sue lettere e le passava immediatamente al Bollettino Salesiano per la pubblicazione.

Nel luglio del 1886 mons. Cagliero comunicoĢ€ che la parte della Patagonia settentrionale piuĢ€ importante e popolata, era ormai interamente conosciuta, visitata e catechizzata dai missionari salesiani.

In quello stesso luglio, alla residenza di PatagoĢ€nes, si presentoĢ€ il

figlio del cacico Sayuhueque, che chiese al vescovo di salire nella valle di Chichinal a evangelizzare gli adulti delle tribuĢ€. “Nell'immensa valle del Chichinal - raccontoĢ€ mons. Cagliero - battezzammo 1.700 indigeni. Facevamo tutti i giorni tre ore di catechismo al mattino e tre nel pomeriggio. La casa del vescovo era una capanna di tronchi e fango, dal tetto di rami che mi riparava dal sole, e dalla pioggia... quando non pioveva. Nessuna traccia di letti. Dormivamo sulle pelli che con grande affetto ci avevano dato quei buoni indigeni, di indole buona e capaci di entusiasmo”.

Nel 1887, mons. Cagliero intraprese una nuova lunga missione insieme a don Milanesio e a due altri salesiani. Il viaggio di evangelizzazione doveva spingersi per 1.500 chilometri: valle del Rio Negro, valli delle Ande, valico delle Cordigliere e discesa a ConcepcioĢn in Cile.

Per 1.300 chilometri percorsi a cavallo tutto andoĢ€ bene. Il vescovo poteĢ€ amministrare 997 battesimi, quasi tutti a indi adulti, benedire 101 matrimoni, distribuire un migliaio di Comunioni e amministrare 1.513 Cresime. Incalcolabili le ore passate a far catechismo ai piccoli e a evangelizzare i grandi.

La mattina del 3 marzo, mentre avevano appena lasciato Malbarco sulla riva del NeuqueĢn, avvenne un gravissimo incidente. Lo raccontoĢ€ il vescovo stesso in una lettera:

“Attraversata la Cordigliera a 2,000 metri di altezza, dovevamo salirne ben altri mille. Il sentiero si snodava sul fianco di aspre pareti di granito, e piombava a picco nell'abisso. Il mio cavallo a un tratto s'impennoĢ€ e comincioĢ€ a saltare all'impazzata. Invocai Maria Ausiliatrice e mi gettai giuĢ€ dalla sella. Una punta rocciosa mi penetroĢ€ nella carne spezzando due costole e forando il polmone. Rimasi come morto, respiravo a fatica e non riuscivo a parlare. I miei compagni si avvicinarono, e io, come riuscii a balbettare qualche parola, per rianimarli cercavo di prendere la cosa in burla, e dicevo che siccome abbiamo 24 costole, se ne poteva ben sacrificare qualcuna. Dovemmo tornare indietro e attraversare due fiumi e due cordigliere per trovare un posto dove fermarmi e curarmi. Ma quale cura! C'era appena un praticone che curava le malattie con sistemi primitivi. Gli chiesi se faceva anche il fabbro ferraio per riparare le mie due costole. Stetti laĢ€ un mese, e come Dio volle, guarii. Ancora convalescente mi rimisi a cavallo, e con un viaggio di quattro giorni con i miei missionari passai di nuovo le Cordigliere a piuĢ€ di 3.000 metri, e scesi alla dolce pianura cilena sulle sponde del Pacifico. LiĢ€ stabilii le basi per le nuove Case salesiane di ConcepcioĢn, Talea, San

tiago e Valparaiso. CosiĢ€ quell'anno, sempre a cavallo, con tre miei compagni, dormendo in fondo ai fossi e sotto gli alberi, avevo attraversato l'America da un Oceano all'altro”.

Intervista con don Bosco.

Nell'aprile del 1884 don Bosco aveva dovuto andare a Roma. Alcuni benefattori avevano promesso ingenti somme per la chiesa del Sacro Cuore, ma non si erano piuĢ€ fatti vivi. “Bisogna andare a suonare le campane”, disse don Bosco con un mesto sorriso.

In quell'occasione, per la prima volta nella sua vita, don Bosco si sottopose a un'intervista (quella tecnica giornalistica era stata inventata nel 1859 dall'americano Horace Greely). Crediamo sia piuĢ€ che una curiositaĢ€ leggere come don Bosco rispose alle “domande dirette” di un reporter del Journal de Rome. L'intervista fu pubblicata sul giornale il 25 aprile 1884.

Domanda. Per quale miracolo lei ha potuto fondare tante case in Paesi del mondo cosiĢ€ diversi?

Risposta. Ho potuto fare piuĢ€ di quello che speravo, ma il come non lo so neppure io. La Santa Vergine, che conosce i bisogni dei nostri tempi, ci aiuta.

D. Ma in che modo vi aiuta?

R. Veda. Una volta, per la nostra chiesa che si costruisce in Roma, mi scrissero a Torino che occorrevano entro otto giorni 20.000 lire. In quel momento ero senza denari. Posi la lettera presso l'acquasantiera, innalzai una fervida preghiera alla Madonna e mi coricai, rimettendo l'affare nelle sue mani. La mattina dopo ricevo una lettera da uno sconosciuto, che in sostanza mi diceva: " Avevo fatto voto alla Madonna che, se mi concedeva una certa grazia, avrei dato 20.000 lire per un'opera di caritaĢ€. Ho ricevuto la grazia e metto a sua disposizione questa somma ". Un'altra volta, trovandomi in Francia, ricevo la brutta notizia che una mia casa deve disporre subito di 70.000 lire per non correre un brutto rischio. Non vedendo liĢ€ per liĢ€ come rimediare, ricorro nuovamente alla preghiera. Verso le dieci stavo per andare a letto, quando sento picchiare alla porta della mia camera. Vado ad aprire. Entra un mio amico con un grosso incartamento nelle mani e mi dice: " Caro don Bosco, nel mio testamento avevo disposto una somma per le sue opere. Ma oggi mi eĢ€ venuto in mente che per fare il bene eĢ€ meglio non aspettare la morte. Le ho portato subito quella somma. Eccola: 70.000 lire ".

D. Questi sono miracoli. Permetta un'indiscrezione: di miracoli ne ha fatti altri?
R. Io non ho mai pensato che a fare il mio dovere. Ho pregato e ho confidato nella

Madonna.
D. Vorrebbe dirci qual eĢ€ il suo sistema educativo?
R. Semplicissimo: lasciare ai giovani piena libertaĢ€ di fare le cose che loro sono

maggiormente simpatiche. Il punto sta nello scoprire quali sono i germi delle loro buone qualitaĢ€, e poi procurare di svilupparli. Ognuno fa con piacere solo cioĢ€ che sa di poter fare. Io mi regolo con questo principio, e i miei allievi lavorano tutti non solo con attivitaĢ€, ma con amore. In 46 anni non ho mai inflitto neppure un castigo. E oso affermare che i miei alunni mi vogliono molto bene.

D. Come ha fatto a estendere le sue opere fino alla Patagonia e alla Terra del Fuoco?
R. Un po' alla volta.
D. Che cosa pensa delle condizioni attuali della Chiesa in Europa, in Italia, e del suo

avvenire?
R. Io non sono un profeta. Lo siete invece un po' tutti voi giornalisti. Quindi eĢ€ a voi che

bisognerebbe domandare che cosa accadraĢ€. Nessuno, eccetto Dio, conosce l'avvenire. Tuttavia, umanamente parlando, c'eĢ€ da credere che l'avvenire saraĢ€ grave. Le mie previsioni sono molto tristi, ma non temo nulla. Dio salveraĢ€ sempre la sua Chiesa, e la Madonna, che visibilmente protegge il mondo contemporaneo, sapraĢ€ far sorgere dei redentori.

50.

IL PIANTO GRANDE.

La spiritualitaĢ€ di don Bosco, negli ultimi anni, si affinava sempre piuĢ€. La sofferenza puoĢ€ spingere al disperato cinismo o far germogliare la santitaĢ€. In don Bosco questo germogliare si vedeva quasi giorno per giorno. Anche la sua umanitaĢ€ ne era come trasfigurata.

“Nell'ultimo decennio di vita - scrive Pietro Stella -, specialmente dopo il 1882, don Bosco appare l'uomo che ha assimilato ormai l'insegnamento offerto da una lunga esperienza. Non pare abbia piuĢ€ quei contrasti che dovette sostenere con Antonio, con i primi collaboratori, con mons. Gastaldi. PiuĢ€ che mai egli rifugge dalla polemica; non ama che si battagli, vuole che anche durante le ostilitaĢ€ e le vessazioni non si alzi la voce, non si controbatta, non si segua l'esempio di giornali cattolici dalla polemica aspra e corrosiva. Vuole che ci si preoccupi " di passare fra goccia e goccia sotto il temporale senza bagnarsi ". I suoi ultimi anni sono ancora di grandi contrasti e di scarsi appoggi ufficiali, spesso di vessazioni fiscali da parte di autoritaĢ€ amministrative e politiche, ma lui sembra penetrato piuĢ€ che mai da un ideale di amorevolezza, di benevolenza”.

Un pretino serio e pensoso.

Nel 1883 venne a fargli visita dalla Lombardia un pretino serio, pensoso. Si chiamava don Achille Ratti. Don Bosco parloĢ€ con lui una buona mezz'ora, gli diede tutte le notizie che desiderava. Poi gli disse:

- Adesso lei si consideri padrone di casa. Io non posso accompagnarla percheĢ sono molto occupato, ma lei vada, venga, veda tutto cioĢ€ che vuole.

In quel momento erano presenti a Valdocco i direttori delle case salesiane, venuti per alcune riunioni. Dopo il pranzo, mentre don

Bosco stava in piedi appoggiato alla tavola, essi venivano a esporgli le loro difficoltaĢ€. Don Ratti voleva ritirarsi, ma don Bosco stranamente gli disse:

- No, no, stia pure.

Quel pretino diverraĢ€ Papa Pio XI. Quarantanove anni dopo, parlando di don Bosco ai seminaristi romani, racconteraĢ€ quel fatto e diraĢ€: “C'era gente che veniva da tutte le parti, chi con una difficoltaĢ€, chi con un'altra. Ed egli, in piedi, come se fosse cosa di un momento, sentiva tutto, afferrava tutto, rispondeva a tutto. Un uomo che era attento a tutto quello che accadeva attorno a lui, e nello stesso tempo si sarebbe detto che non badava a niente, che il suo pensiero fosse altrove. Ed era veramente cosiĢ€: era altrove, era con Dio. E aveva la parola esatta per tutto, cosiĢ€ da meravigliare. Questa la vita di santitaĢ€, di assidua preghiera che don Bosco conduceva fra le occupazioni continue e implacabili”.

Un fiore per pensare all'eternitaĢ€.

Nell'aprile del 1885 faceva alcuni passi nel giardino di una signora, che l'aveva invitato a pranzo insieme al suo giovane segretario don Viglietti. Camminando lentamente, si fermoĢ€ davanti a una aiuola fiorita. Raccolse una viola e la porse alla signora:

- Lei eĢ€ stata gentile a invitarci a pranzo, signora. E io voglio ricambiarla con un fiore, che eĢ€ un pensiero.

- E quale pensiero, don Bosco?

- Il pensiero dell'eternitaĢ€. EĢ€ un pensiero che deve accompagnarci sempre. Tutto passa in questo mondo: solo l'eternitaĢ€ rimarraĢ€ per sempre. Lavoriamo percheĢ la nostra eternitaĢ€ sia felice.

Don Bosco pensava alla morte, all'incontro con Dio. Qualche volta quel pensiero lo faceva diventare serio, pensoso. Un giorno del 1885, salutando un signore a San Benigno, gli disse:

- Preghi per me.

- Oh don Bosco! Ma lei non ne ha bisogno.
Don Piscetta che era presente testimonioĢ€: “Allora egli si fece serio serio, sui suoi occhi

spuntarono lacrime, e disse con accento di profonda sinceritaĢ€: " Ne ho molto bisogno "“. “LaĢ€ Madonna eĢ€ qui”.

Nell'agosto di quello stesso anno, don Bosco andoĢ€ a Nizza Monferrato per la vestizione e la professione delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Era cosiĢ€ sfinito che poteĢ€ dare solamente la Comunione ad

alcune suore. Alla vestizione e alla professione assistette soltanto seduto su un seggiolone. Ma volle dire alcune parole. Aveva la voce debole, e don Bonetti, al suo fianco “funzionava da altoparlante” ripetendo ad alta voce le frasi che non si capivano.

- Dunque, voi volete che vi dica qualcosa. Se potessi parlare, quante cose vi vorrei dire! Ma sono vecchio, vecchio cadente, come vedete. Voglio solo dirvi che la Madonna vi vuole molto, molto bene. E, sapete, essa si trova qui in mezzo a voi.

E don Bonetti ad alta voce:
- Don Bosco vuol dire che la Madonna eĢ€ vostra madre, e che essa vi guarda e vi

protegge.
- No, no - riprese don Bosco -. Voglio dire che la Madonna eĢ€ proprio qui, in questa

casa, e che eĢ€ contenta di voi. Don Bonetti ancora:

- Don Bosco vi dice che, se sarete buone, la Madonna saraĢ€ contenta di voi.
Allora don Bosco cercoĢ€ di dominare le sue forze, allargoĢ€ le braccia e disse:
- Ma no, ma no. Voglio dire che la Madonna eĢ€ veramente qui, qui in mezzo a voi! La

Madonna passeggia in questa casa, e la copre con il suo manto. Don Bosco e i ricchi.

Negli ultimi 25 anni, per le mani di don Bosco passarono somme ingentissime, colossali. Veri milioni (milioni del 1800!). Don Bosco fu sempre poverissimo, d'accordo, alle sue mani non si attaccoĢ€ mai un centesimo. Ma qualcuno si eĢ€ domandato: “I ricchi, coloro che gli davano grandi somme, don Bosco non li liscioĢ€ in maniera eccessiva? Non finiĢ€ per narcotizzare la loro coscienza nei confronti della responsabilitaĢ€ sociale che loro incombeva?”. Una domanda legittima.

Dopo aver esplorato la vita di don Bosco, ci pare che egli usoĢ€ una grande gentilezza verso tutti quelli che gli fecero del bene: il contadino e l'operaio che gli offrivano dieci centesimi e il conte Colle che gli contava uno sull'altro centocinquanta biglietti da mille.

Alcune persone ebbero con lui una generositaĢ€ straordinaria; verso costoro don Bosco ebbe una gentilezza straordinaria. La contessa Callori, per esempio, ultima riserva a cui don Bosco ricorreva nei casi “impossibili” senza mai essere deluso, fu da lui chiamata “mamma”. Ci sembra un atteggiamento giusto.

Ma piuĢ€ che parole (specialmente quanto alla “narcotizzazione delle coscienze”) vorremmo portare fatti.

A Sampierdarena, nel 1882, andoĢ€ a visitarlo un Padre cappuccino confessore di un nobile genovese molte volte milionario, giaĢ€ vecchio e senza figli. Don Bosco, entrato in argomento, gli domandoĢ€:

- Come mai quel signore non fa beneficenza in proporzione alle sue ricchezze?

- Lei si sbaglia, don Bosco. Ogni anno daĢ€ ventimila lire ai poveri (piuĢ€ di 20 milioni di oggi).

- Ventimila soltanto? Se vuole obbedire a GesuĢ€ Cristo, cioeĢ€ dare nella proporzione di

cioĢ€ che ha, non bastano centomila all’anno.
- Capisco. Ma io non so come persuaderlo. Come farebbe lei al mio posto?
- Gli direi che non voglio andare all'inferno per causa sua, e che se ci vuole andare lui,

ci vada da solo. Quindi gli imporrei di fare beneficenza proporzionata al suo stato. Nel caso che non voglia, gli direi che non mi sento di continuare a essere il responsabile della sua anima.

- Ebbene, glielo diroĢ€ - promise il Padre. Fece come aveva promesso. Il nobile signore non gradiĢ€ le sue parole, e lo licenzioĢ€.

Il capomastro Borgo, pure di Sampierdarena, aveva fatto molti favori alla casa salesiana per ragazzi poverissimi. Aveva anticipato somme notevoli senza esigere interessi, aveva eseguito gratuitamente i disegni, per due anni non aveva esigito nessun stipendio per la sua assistenza ai lavori.

Sua moglie era morta da vent'anni, ed egli conservava in casa i suoi gioielli e i suoi abiti preziosi. Un giorno, quasi per caso, disse a don Bosco che avrebbe voluto fare qualcosa in ricordo della sua signora, anche come suffragio della sua anima. Don Bosco, quasi bruscamente, gli disse:

- Se vuole agire da cristiano, percheĢ tiene in casa tante cose preziose e inutili? - Che cosa mi consiglierebbe di fare?
- Portarle qui a questi ragazzi che non hanno nemmeno il necessario.

Il capomastro si allontanoĢ€ quasi offeso. Quel sacrificio gli costava troppo. CamminoĢ€ a lungo, ci ripensoĢ€. Dopo alcuni giorni tor

noĢ€. Don Bosco era ancora a Sampierdarena. Gli consegnoĢ€ personalmente tutti i preziosi ricordi della sua compagna.

A molti salesiani pareva troppo duro il linguaggio con cui don Bosco si rivolgeva ai ricchi, ed egli il 4 giugno del 1887 disse: “Alcune notti fa ho sognato la Madonna. Essa mi rimproveroĢ€ percheĢ qualche volta faccio silenzio sull'obbligo di fare l'elemosina. Si eĢ€ lamentata percheĢ i sacerdoti dal pulpito hanno paura a spiegare il dovere di dare il superfluo ai poveri, e cosiĢ€ per loro colpa i ricchi accumulano l'oro nelle casseforti”.

Il 22 aprile del 1887, con don Belmonte e don Viglietti, da Sampierdarena si recoĢ€ a Sestri Ponente per far visita alla signora Luigia Cataldi, sua grande benefattrice. Al termine della visita, mentre l'accompagnava alla porta, la signora domandoĢ€:

- Don Bosco, che cosa devo fare per salvarmi?

- Per salvarsi, dovraĢ€ diventare povera come Giobbe.
La signora rimase sconcertata, e anche don Belmonte che aveva sentito quelle ultime

due battute. Ma don Bosco non aggiunse parola. Sulla carrozza che li riportava a casa, con la franchezza solita tra i primi salesiani, don Belmonte disse:

- Ma don Bosco, con che coraggio ha parlato cosiĢ€ a quella povera donna? Di elemosina ne fa giaĢ€ molta.

- Vedi - rispose don Bosco -, ai signori non c'eĢ€ mai nessuno che osi dire la veritaĢ€.

Durante il suo ultimo viaggio in Francia, don Bosco fece una puntata a HyeĢ€res. Il presidente della SocietaĢ€ marsigliese per il Commercio, signor Abeille, passoĢ€ lui stesso attraverso la chiesa parrocchiale a fare la colletta per don Bosco. Alla fine si congratuloĢ€ con lui, percheĢ molti signori avevano vuotato nel vassoio i portafogli. Don Bosco gli disse:

- Io la trovo una cosa naturale. Se sono cristiani, devono dare il superfluo ai poveri. Veda, signor Abeille, quando lei ha messo da parte cento franchi al mese, e cento franchi al mese sono molti, il resto lo deve dare a Dio.

Rimase sempre dolosamente impressa nella mente di don Bosco la morte di una marchesa di 84 anni, sua benefattrice. Lo aveva mandato a chiamare, si era confessata, poi guardandolo con occhio smarrito gli aveva detto:

- Allora, devo proprio morire?
Don Bosco cercava di parlarle di Dio, ma lei si guardava intorno con angoscia e

continuava a mormorare:
- Il mio bel palazzo, le mie stanze, il mio salotto cosiĢ€ intimo, devo proprio lasciarli? -.

Aveva voluto che i servi le ponessero accanto al letto un prezioso tappeto persiano, lo accarezzava, e come fuori di seĢ continuava a dire: - EĢ€ cosiĢ€ bello! PercheĢ lo devo lasciare?

A don Antonio Sala che esitava a partire in cerca di beneficenza, don Bosco disse con forza:

- Va' con coraggio. I ricchi fanno del bene a noi, ma anche noi facciamo del bene a loro, dandogli l'occasione di aiutare i poveri.

Nel 1876, passando per Chieri, don Bosco vide Giuseppe Blanchard, il giovanotto che tante volte aveva svuotato la fruttiera di casa sua per sfamarlo. Era diventato un vecchietto anche lui. Passava per la strada con in mano un piatto e una bottiglia di vino. Don Bosco, lasciando i preti con cui stava parlando, gli andoĢ€ incontro festoso:

- Caro Blanchard! Come sono contento di rivederti. Come va?

- Bene, bene, signor cavaliere -, rispose impacciato. La faccia di don Bosco divenne mesta:

- PercheĢ mi chiami cavaliere? PercheĢ non mi dai del to? Io sono il povero don Bosco, sempre povero come quando tu mi toglievi la fame.

Si rivolse ai preti che gli si erano avvicinati:

- Signori, questo eĢ€ uno dei primi benefattori del povero don Bosco. Ci tengo, sai, che lo sappiano. PercheĢ tu hai fatto tutto cioĢ€ che potevi per me. Ogni volta che verrai a Torino, devi assolutamente venire a pranzo da me.

Dieci anni dopo, nel 1886, Blanchard seppe che la salute di don Bosco era poco buona, e si recoĢ€ a Torino per trovarlo. Nell'anticamera il segretario gli disse:

- Don Bosco sta male e riposa. Non puoĢ€ ricevere nessuno.

- Ditegli che c'eĢ€ Blanchard. Vedrete che mi riceveraĢ€.
Don Bosco, al di laĢ€ della porta, riconobbe la voce. Si alzoĢ€ con stento e gli venne

incontro. Lo prese per mano, lo fece entrare e sedere accanto a seĢ:
- Bravo Blanchard, ti sei ricordato del povero don Bosco. Come va la tua salute, la tua

famiglia?
Parlarono a lungo. Era quasi l'ora di pranzo:

- Vedi, sono vecchio e malandato. Non posso scendere a pranzo con te: le mie gambe non sopportano piuĢ€ le scale. Ma voglio che tu scenda a pranzo tra i miei salesiani -. ChiamoĢ€ il segretario: - Farai accomodare questo mio amico nel refettorio del Capitolo, al mio posto. PregheroĢ€ per te, Blanchard, e tu non dimenticare il tuo povero don Bosco.

Confuso, il vecchietto di Chieri pranzoĢ€ quel giorno al centro del Capitolo Superiore della Congregazione, e raccontoĢ€ la sua amicizia con Giovanni a Chieri, e il suo incontro di dieci anni prima.

10 giorni per scendere a Roma.

Nel maggio 1887 si sarebbe consacrata la chiesa del Sacro Cuore in Roma, praticamente terminata. In quei muri erano sette anni di lavoro, di stenti, di salute bruciata.

Don Bosco non avrebbe potuto sopportare un viaggio fino a Roma. Si pensoĢ€ di farglielo compiere a piccole tappe, con molte soste. PartiĢ€ la mattina del 20 aprile. “PartiĢ€ da casa - scrisse don Lazzero - che pareva non potesse resistere nemmeno fino a Moncalieri”. Lo accompagnavano don Rua e don Viglietti. Per la prima volta nella sua vita, don Bosco si lascioĢ€ adagiare in una carrozza di prima classe. Fece lunghe soste presso le case salesiane che si trovavano sul percorso, e in case di benefattori preavvisati per tempo.

A Firenze incontroĢ€ l'anziana contessa Uguccioni. Lui arrivoĢ€ sorretto da don Viglietti, lei spinta su una carrozzella. Don Bosco scherzoĢ€:

- Bentrovata, signora contessa! S'ha da fare un balletto?
- Oh, don Bosco! Guardi in che stato mi trova.
- Bene, bene, non si spaventi. Il balletto lo faremo in Paradiso!

Alla stazione di Arezzo ci fu un incontro inaspettato. Il capostazione, appena lo vide, corse verso di lui, lo abbraccioĢ€, e piangendo di gioia disse:

- Don Bosco, non si ricorda di me? Io ero un ragazzaccio a Torino, senza papaĢ€ neĢ mamma. Lei mi raccolse, mi istruiĢ€, mi volle bene. Ora, se ho una bella famiglia e questo posto, lo devo a lei.

ArrivoĢ€ a Roma nel pomeriggio del 30 aprile. Fu portato a visitare il Seminario Lombardo. Vollero che rivolgesse una parola ai chierici. RiusciĢ€ a dire una frase sola:

- Pensate sempre a cioĢ€ che di voi potraĢ€ dire il Signore, non a quello che di voi, in bene o in male, diranno gli uomini.

Fu ricevuto dal Papa, che lo fece sedere accanto a seĢ e gli mise sulle ginocchia una larga pelliccia di ermellino.

- Sono vecchio, Padre Santo - mormoroĢ€ don Bosco -, e questo eĢ€ il mio ultimo viaggio e la conclusione di tutto per me. C'eĢ€ tanto da fare, ma non ho bisogno di raccomandare ai miei figli il lavoro. Piuttosto - e ammiccava verso don Rua che gli stava accanto - devo raccomandare la moderazione. Ce ne sono molti che si logorano la salute, non lavorano soltanto di giorno, ma anche di notte.

- Padre Santo - disse allora don Rua -, chi ci ha dato scandalo in questo eĢ€ stato don Bosco.

Il Papa sorrise. Poi diede un consiglio sapiente:

- A voi e al vostro vicario mi preme di raccomandare che non siate tanto solleciti del numero dei salesiani, quanto della loro santitaĢ€. Non eĢ€ il numero che aumenta la gloria di Dio, ma la virtuĢ€, la santitaĢ€. PercioĢ€ siate cauti e rigorosi nelle accettazioni.

Mentre scendeva lo scalone, le guardie svizzere si misero sull’attenti. Don Bosco ridendo disse loro:

- State tranquilli. Non sono un re. Sono un povero prete tutto gobbo. Il pianto grande.

La solenne consacrazione fu compiuta il 14 maggio.

Il giorno 15 don Bosco volle scendere in chiesa, e celebrare la Messa all'altare di Maria Ausiliatrice. Aveva appena iniziato, quando don Viglietti che lo assisteva lo vide scoppiare a piangere. Un pianto lungo, irrefrenabile, che accompagnoĢ€ quasi tutta la Messa. Alla fine, dovettero quasi portarlo in sacrestia. Don Viglietti gli sussurroĢ€ preoccupato:

- Don Bosco che ha? Si sente male? Don Bosco scosse la testa:

- Avevo dinanzi agli occhi, viva, la scena del mio primo sogno, a nove anni. Vedevo proprio e udivo mia mamma e i miei fratelli discutere su cioĢ€ che avevo sognato.

In quel lontano sogno la Madonna gli aveva detto: “A suo tempo tutto comprenderai”. Ora, guardando indietro nella vita, gli pareva di comprendere proprio tutto. Valeva la pena fare tanti sacrifici, tanto lavoro, per la salvezza di tanti ragazzi.

Il 18 maggio don Bosco ripartiĢ€ da Roma per l'ultima volta.

Luigi Orione: tre quaderni di peccati.

Anche in quegli ultimi anni, consumati dai viaggi e dai debiti, don Bosco non si staccoĢ€ mai dai suoi ragazzi. Vederli, sentirli, fare dieci passi con loro, gli ridava la vita anche dopo giornate massacranti.

Nell'ottobre del 1886 era stato accettato un ragazzo di 14 anni di Pontecurone. Si

chiamava Luigino Orione. Era figlio di un povero selciatore di strade. Si era inginocchiato anche lui accanto a papaĢ€, ore e ore con le ginocchia nella sabbia umida, a porre i sassi uno dopo l'altro, e spingerli nel terreno con piccoli colpi di martello. Aveva cercato di diventare frate a Voghera, ma si era ammalato e aveva dovuto tornare a casa. L'avevano accettato i salesiani di Valdocco.

Luigino rimane affascinato, incantato da don Bosco. Quando scende in cortile (“Sempre piuĢ€ raramente, ormai”, ricorda) i giovani a decine, a centinaia si stringono attorno, si contendono i posti piuĢ€ vicini, felici di ricevere da lui una parola.

Luigino si spinge avanti piuĢ€ che puoĢ€. Don Bosco lo fissa, gli sorride, gli domanda se la luna al suo paese eĢ€ grande come a Torino, e quando lo vede ridere gli dice scherzando: “T'ses prope 'n fa fioĢ€che” (Sei proprio un “fa nevicare”, un sempliciotto). Ha un grande desiderio, Luigino Orione: vorrebbe confessarsi da don Bosco. Ma come fare?

Don Bosco eĢ€ allo stremo di forze. Confessa soltanto alcuni salesiani e gli alunni di quinta ginnasio, che si preparano a entrare nel noviziato. In modo quasi inspiegabile, Luigino ottiene questo singolarissimo privilegio. Bisogna che si prepari seriamente.

NarroĢ€ don Orione stesso: “Nell'esame di coscienza che feci, riempii tre quadernetti”. Per non tralasciare niente, aveva consultato alcuni formulari. RicopioĢ€ tutto, si accusoĢ€ di tutto. A una sola domanda aveva risposto negativamente: alla domanda “Hai ammazzato?”. “Questo no!” scrisse. Poi, con i quadernetti in tasca, una mano sul petto, occhi bassi, si accodoĢ€ agli altri attendendo il suo turno. Tremava per l'emozione.

- Che diraĢ€ don Bosco quando leggeraĢ€ tutti questi peccati? - e con la mano tastava i quadernetti. ToccoĢ€ a lui. Si inginocchioĢ€. Don Bosco lo guardoĢ€ sorridendo.

- Dammi i tuoi peccati -. Il ragazzo tiroĢ€ fuori il primo quadernetto. Don Bosco lo prese, sembroĢ€ soppesarlo un attimo, poi lo straccioĢ€.

- Dammi gli altri.
Anche gli altri due fecero la stessa fine. Il ragazzo stava a guardare disorientato.
- E adesso la confessione eĢ€ fatta - disse don Bosco -. Non pensare mai piuĢ€ a quanto hai

scritto.
E gli sorrise. Luigino non dimenticheraĢ€ mai piuĢ€ quel sorriso. A quella confessione riusciĢ€

a farne seguire altre. Un giorno don Bosco lo guardoĢ€ fisso negli occhi:
- Ricordati che noi due saremo sempre amici.
Luigi Orione non dimenticoĢ€ quella promessa. Quando sapraĢ€ che don Bosco eĢ€ in fin di

vita, offriraĢ€ a Dio la sua in cambio. Quando diventeraĢ€ padre di una Congregazione con oratori e case per i ragazzi poverissimi, diraĢ€ pensando a don Bosco:

- Camminerei sui carboni ardenti per vederlo ancora una volta e dirgli grazie. ChiameraĢ€ i tre anni passati a Valdocco “la stagione felice della mia vita”.

51.

ADDIO ALLA TERRA.

Verso il termine dell'agosto 1887, si tenevano a Valsalice, sulla collina torinese, alcuni corsi di Esercizi Spirituali per i giovani che avevano chiesto di entrare nella Congregazione Salesiana. Don Bosco vi si recoĢ€, mettendosi a disposizione per le confessioni.

Dal 25 maggio non aveva piuĢ€ presieduto le riunioni del Capitolo Superiore della Congregazione, lasciando il compito al suo vicario don Rua. PartecipoĢ€ a quella del 12 settembre, che si tenne a Valsalice.

Nella seconda metaĢ€ di settembre si sentiĢ€ male. Lo assaliva la febbre e violenti mali di capo. Alcuni giorni non poteva nemmeno celebrare Messa. Don Viglietti, suo segretario, nel diario di quei giorni annota: “Eppure eĢ€ sempre allegro, lavora, scrive, daĢ€ udienza. Avrebbe bisogno di conforto, eppure eĢ€ sempre lui a confortare gli altri”.

Una sera, sulla fine di settembre, mentre tentava di fare cena in camera, gli teneva

compagnia don Veronesi, direttore della colonia agricola di Mogliano Veneto. A un tratto gli disse:

- Io ho ancora poco tempo da vivere. I Superiori della Congregazione non se ne persuadono, credono che don Bosco debba vivere ancora a lungo. Non mi rincresce morire. CioĢ€ che mi fa pena sono i debiti della chiesa del Sacro Cuore. Pensare che si sono raccolti tanti denari. Ma quel caro don Dalmazzo eĢ€ buono, ma non eĢ€ un amministratore. Che cosa diranno i miei figli trovandosi quei pesi sulle spalle? Prega per l'anima mia. L'anno venturo, agli Esercizi, non ci saroĢ€ piuĢ€.

Sentiva la solitudine fasciarlo a poco a poco.

Don Paolo Albera, ispettore delle Case salesiane di Francia, doveva partire. AndoĢ€ a salutarlo. Don Bosco guardoĢ€ con affetto il suo “Paolino”, e mormoroĢ€ con le lacrime agli occhi:

- Anche tu te ne vai. Mi abbandonate tutti. So che don Bonetti partiraĢ€ stasera. Don Rua se ne andraĢ€ anche lui. Mi lasciano qui solo.

Si mise a piangere in silenzio. Era un povero uomo stanco, che dopo tanto lavoro sentiva la solitudine fasciarlo a poco a poco. Anche don Albera si lascioĢ€ vincere dalla commozione. Allora don Bosco si fece forza:

- Non ti rimprovero mica, sai. Tu fai il tuo dovere. Ma io sono un povero vecchio. PregheroĢ€ per te, che Dio ti accompagni.

Prima di ridiscendere a Valdocco, don Bosco passoĢ€ alcuni minuti con don Barberis, direttore di Valsalice. Teneva gli occhi fissi sullo scalone, e disse adagio:

- D'ora innanzi, staroĢ€ io qui alla custodia di questa casa - Poi, dopo qualche istante: - Fai preparare il disegno.

Don Barberis credette accennasse all'ultima parte dell'edificio in costruzione.
- Lo faroĢ€ preparare, e quest'inverno glielo presenteroĢ€.
- Non quest'inverno, ma la prossima primavera. Il disegno lo presenterai a don Rua. -

E continuava a fissare lo scalone.
Sul pianerottolo di quello scalone, quattro mesi dopo, venne preparata la tomba di don

Bosco. Il disegno del piccolo monumento che l'avrebbe adornata, don Barberis lo presentoĢ€ davvero a don Rua nella primavera del 1888. E allora ricordoĢ€ quelle parole misteriose.

Come una candela che si spegne.

RientroĢ€ a Valdocco il 2 ottobre. I ragazzi l'accolsero con il loro entusiasmo. Lo accompagnarono gridando festosi attraverso tutto il cortile, fino alla scala che portava alla sua camera. I piuĢ€ grandi lo aiutarono a salire, gradino dopo gradino. Giunto lassuĢ€, don Bosco salutoĢ€ con la mano dalla ringhiera, e i ragazzi gli risposero agitando le mani e gridando “Viva don Bosco”.

Era una candela che si andava spegnendo.
Celebrava la Messa nella cappelletta privata, ma sempre assistito da qualche sacerdote.

Stentava a parlare e a respirare. Ai visitatori diceva scherzando:
- Cerco due mantici di ricambio. I miei non funzionano piuĢ€. 4 dicembre. Don Cerruti,

incaricato dell'andamento generale
dell'oratorio, sale a parlare con lui. Dopo un esame accurato delle cose, don Bosco gli

dice:
- Ti vedo pallido. Come stai di salute? Abbiti riguardo. Fa' per te quello che faresti per

don Bosco.
Don Cerruti si commuove, e lui:
- Coraggio, caro don Cerruti, in Paradiso vedrai che staremo allegri.
I segretari gli consegnano aperte le tante lettere in arrivo. Egli annota qualche parola

come traccia di risposta. Non riesce piuĢ€ a rispondere di persona. L'ultima lettera a cui

aggiunge personalmente due righe eĢ€ indirizzata alla signora Broquier: “Diamo molto, se vogliamo ottenere molto. Dio la benedica e la guidi”.

Durante la Messa il respiro gli manca. Celebra il giorno 4 e il giorno 6. Domenica 11 vorraĢ€ ritentare. ArriveraĢ€ alla fine prostrato. SaraĢ€ la sua ultima Messa.

Arriva monsignor Cagliero.

La sera del 7 dicembre arriva dall'America mons. Cagliero. Don Rua gli ha telegrafato: “PapaĢ€ eĢ€ in stato allarmante”. EĢ€ partito subito.

Mentre il vescovo passa per il cortile, i ragazzi gli fanno dimostrazioni festose. Ma lui alza gli occhi lassuĢ€, alle finestre chiuse dietro cui don Bosco si sta spegnendo. Entra nella stanza. Don Bosco eĢ€ seduto su un modesto sofaĢ€. Mons. Cagliero s'inginocchia davanti a lui, che lo abbraccia, lo stringe al cuore, appoggia la fronte sulla sua spalla. La forza e il coraggio di questo suo antico ragazzo gli ridanno vita. Gli sfiora il petto, dove nella violenta caduta sulle Ande si eĢ€ spezzato due costole, e gli domanda:

- Stai bene adesso?

- SiĢ€, don Bosco. Sto proprio bene -. I suoi occhi intanto fissano don Bosco: com'eĢ€ invecchiato, come s'eĢ€ consumato in tre anni.

Passano la serata insieme, seduti su quel sofaĢ€. Il vescovo gli racconta tante cose delle missioni, dei salesiani che lavorano laggiuĢ€, degli indigeni che hanno salvato e battezzato a migliaia. E a un tratto, come quando era ragazzo, gli chiede:

- Don Bosco, mi confessi.
I consigli che don Bosco gli daĢ€ in quella serata il vescovo li scri

ve su un foglio che porteraĢ€ con seĢ in America. Don Bosco, tra l'altro, gli ha detto: “Desidero che ti fermi fino a che saranno sistemate tutte le cose dopo la mia morte. Di' a tutti i salesiani che lavorino con zelo e ardore: lavoro, lavoro.
Vogliatevi tutti bene come fratelli: amatevi, aiutatevi, sopportatevi”.

Nei giorni seguenti, don Bosco gli parla ancora a lungo. A un tratto, come angustiato, gli dice:

- Sono agli ultimi della vita. Ora tocca a voi lavorare, salvare la gioventuĢ€. Ma devo manifestarti un timore. Temo che qualcuno dei nostri abbia a interpretare male l'affetto che don Bosco ha avuto per i giovani, che si sia lasciato trasportare da troppa sensibilitaĢ€ verso di loro. E prenda questo come giustificazione per affezionarsi in maniera sconsiderata a qualche creatura.

- Stia tranquillo, don Bosco. Nessuno di noi ha mai interpretato male il suo modo di trattare i ragazzi. E quanto al timore che qualcuno ne prenda pretesto, lasci il pensiero a me: questa raccomandazione la ripeteremo a tutti.

16 dicembre. Il medico ordina una passeggiata in carrozza: l'aria libera gli faraĢ€ bene. Don Rua e don Viglietti lo reggono per la scala e lo accompagnano. Al ritorno, mentre la carrozza risale lentamente corso Vittorio Emanuele, don Viglietti vede sotto i portici il cardinale Alimonda. Don Bosco gli dice:

- Vallo a pregare di venire un momento. Desidero parlargli, ma non posso camminare fin laĢ€.

Il cardinale, appena sentito Viglietti, affretta il passo verso la carrozza, allarga le braccia ed esclama:

- Oh, don Bosco, don Bosco!

Sale in vettura, lo abbraccia, lo bacia con effusione. Don Rua eĢ€ sceso. Il cardinale e don Bosco parlano per mezz'ora, mentre la carrozza prosegue piano piano fino in via Cernaia.

Pensieri che hanno sapore di eternitaĢ€.

17 dicembre. Le forze cominciano ad abbandonarlo completamente. EĢ€ sabato. Fuori della stanza attendono una trentina di ragazzi per confessarsi da lui. Dice a don Viglietti:

- Non me la sento proprio. Poi, dopo qualche istante:
- Eppure eĢ€ l'ultima volta che potroĢ€ confessarli. EĢ€ l'ultima volta. Di' che vengano.
18 dicembre. Viene a trovarlo don Eugenio Reffo, dei Giuseppini. Gli dice dolcemente:
- Mio caro, ti ho sempre amato e sempre ti ameroĢ€. Sono al termine dei miei giorni.

Prega per me, e io pregheroĢ€ per te.
19 dicembre. Don Viglietti lo trova cosiĢ€ sollevato che lo prega di scrivere poche parole

su alcune immagini che manderaĢ€ ai Cooperatori. Don Bosco risponde: “Volentieri”. Semisdraiato sul divano, con una tavoletta di legno davanti, scrive sul retro di due

immagini:
“O Maria, otteneteci da GesuĢ€ la sanitaĢ€ del corpo, se essa eĢ€ bene per l'anima, ma

assicurateci la salvezza eterna”.
“Fate presto opere buone, percheĢ puoĢ€ mancarvene il tempo”.
A questo punto si ferma.
- Ma sai - dice meravigliato a don Viglietti - che non so proprio piuĢ€ scrivere? Sono

troppo stanco.
Don Viglietti gli suggerisce di smettere, ma lui:
- No, devo continuare. Questa eĢ€ l'ultima volta che scrivo -. E continua lentamente a

tracciare pensieri sulle immaginette. Pensieri che hanno tutti sapore di eternitaĢ€: “Beati coloro che si danno a Dio per sempre nella gioventuĢ€”.
“Chi ritarda di darsi a Dio, eĢ€ in grande pericolo di perdere l'anima”. “Figliuoli miei, conservate il tempo, e il tempo conserveraĢ€ voi in eterno”. “Se facciamo bene, troveremo bene in questa vita e nell'altra”.

“Chi semina opere buone, raccoglie buon frutto”.
“In fine della vita si raccoglie il frutto delle buone opere”.
Don Viglietti, che gli eĢ€ accanto, letta quest'ultima frase non riesce a frenare le lacrime,

e dice:
- Ma don Bosco, scriva qualcosa di piuĢ€ allegro -. E lui, scherzando:
- Ma che ragazzo sei, Carluccio. Non piangere. Te l'ho giaĢ€ detto che sono le ultime

parole che scrivo. Ad ogni modo, cercheroĢ€ di obbedirti. E riprende a scrivere:

“Dio ci benedica e ci scampi da ogni male”.

“Date molto ai poveri, se volete divenire ricchi”.
“Date e vi saraĢ€ dato”.
“Che Dio ci benedica, e la santa Vergine sia nostra guida in tutti i pericoli della vita”.
“I giovanetti sono la delizia di GesuĢ€ e di Maria”.
“Dio benedica e compensi largamente tutti i nostri benefattori”.
“O Maria, siate la salvezza mia”.
A questo punto, senza accorgersene, don Bosco torna a scrivere pensieri che sanno di

eternitaĢ€:
“Chi salva l'anima, salva tutto. Chi perde l'anima perde tutto”.
“Chi protegge i poveri, saraĢ€ largamente ricompensato al divin Tribunale”. “Che grande ricompensa avremo di tutto il bene che facciamo in vita!”. “Chi fa bene in vita, trova bene in morte”.
“In Paradiso si godono tutti i beni, in eterno”.
Fu l'ultima frase che scrisse, con la grafia ormai quasi incomprensibile.

Il silenzio nel grande cortile.

Quella stessa mattina diede le ultime udienze. Da quasi quarant' anni consacrava tutte le mattine a consigliare, benedire, consolare, soccorrere, rallegrare quelli che desideravano parlargli. Fu una fatica grande della sua vita. La lunga serie di quelle visite si chiuse con quella della contessa Mocenigo. Erano le 12,30 del giorno 20 dicembre.

Alla sera, il medico ordinoĢ€ una nuova passeggiata in carrozza. Aveva assolutamente bisogno di aria libera. Nonostante le sue proteste, lo portarono giuĢ€ per le scale di peso, su un seggiolone. Mentre la carrozza percorre lentamente corso Regina Margherita, uno sconosciuto la ferma. EĢ€ un signore di Pinerolo, allievo dell'oratorio dei primi tempi. Don Bosco lo riconosce, lo abbraccia:

- Mio caro, come vanno le tue cose?

- CosiĢ€ cosiĢ€. Preghi per me. Mi hanno detto alla portineria che lei sarebbe passato di qui, e l'ho voluta salutare.

- Bravo. E nell'anima come stai?
- Procuro di essere sempre un degno allievo di don Bosco.

- Bravo, bravo. Dio ti ricompenseraĢ€. Prega per me. Vivi sempre da buon cristiano. Pareva che l'aria libera gli avesse fatto bene, invece il medico Albertotti, appena arrivoĢ€, lo trovoĢ€ molto aggravato. Lo fece mettere a letto. Era liĢ€ il chierico Festa, che domandoĢ€ a don

Bosco:
- Come si sente?

- Ora non mi resta che fare una buona conclusione. Dal 20 al 31 dicembre, la fine parve imminente.

Il coadiutore Pietro Enria, che lo vegliava tutte le notti, riassunse quelle penose giornate con due parole: “Pativa e taceva”. La febbre eĢ€ alta, il respiro affannoso. Il medico dice:

- Occorre assolutamente che si nutra.

Don Viglietti, accanto al letto, cerca di fargli prendere una minestrina. Don Bosco allunga la mano per prendere la scodella, ma Viglietti desidera reggerla lui. E don Bosco scherza:

- GiaĢ€, me la vuoi mangiare tu, eh?

Nel grande cortile affollato di ragazzi si sente un silenzio insolito. Anche i piuĢ€ piccoli guardano a quella finestra, dove il loro grande amico sta morendo.

“Adesso ho bisogno che lo dicano a me”.

23 dicembre. A mezzogiorno sembra la fine. Don Bosco mormora:
- Qualcuno stia pronto a darmi l'Unzione degli infermi.
C'eĢ€ don Bonetti accanto al suo letto. A un tratto gli stringe con forza la mano:
- Sii sempre il sostegno forte di don Rua.
Quando arriva mons. Cagliero, raduna le forze e gli dice:
- Dirai al Papa che la Congregazione e i salesiani hanno per scopo speciale di sostenere

l'autoritaĢ€ della Santa Sede, dovunque si trovino, dovunque lavorino. Voi andrete, protetti dal Papa, nell’Africa. L'attraverserete. Andrete nell'Asia e altrove. Abbiate fede.

C'eĢ€ Giuseppe Buzzetti, liĢ€ accanto, con la sua rossa barba imponente. Don Bosco non puoĢ€ parlare, ma cerca di scherzare lo stesso facendogli il saluto militare. Poi riesce a mormorare:

- Oh, il mio caro! Sei sempre il mio caro.

Verso sera, seduto accanto a lui eĢ€ il missionario don Cassini, tornato dall'America con mons. Cagliero. Don Bosco gli sussurra all'orecchio:

- So che tua mamma eĢ€ povera. Parlami liberamente, e solo a me, senza che debba dire a nessuno i tuoi segreti. Ti daroĢ€ tutto cioĢ€ che credi necessario.

Pietro Enria gli fa i servizi piuĢ€ umili. Don Bosco lo guarda con riconoscenza, gli dice con un filo di voce:

- Povero Pietro. Abbi pazienza.

- Oh, don Bosco. Io darei la vita per la sua guarigione. E non soltanto io, sa? Ma molti che le vogliamo bene.

- L'unico distacco che proveroĢ€ nel morire - riesce a rispondergli don Bosco - saraĢ€ quello di dovermi separare da voi.

EĢ€ giaĢ€ tardi quando arriva il cardinale Alimonda. L'hanno avvisato che questa puoĢ€ essere l'ultima notte di don Bosco. Arriva, lo abbraccia, lo bacia. Don Bosco si sforza di dirgli qualche parola:

- Eminenza, preghi percheĢ possa salvare l'anima mia.

- Ma lei, don Bosco, non deve temere di morire. Ha raccomandato tante volte agli altri di star preparati!

- SiĢ€... e adesso ho bisogno che lo dicano a me.
Nel mattino del 24 gli portano il Viatico, e mons. Cagliero gli amministra l'Unzione degli

infermi.
Si verifica un lieve miglioramento.
26 dicembre. Viene a trovarlo Carlo Tomatis, allievo dell'oratorio ai tempi di Domenico

Savio. Porta a don Bosco il suo ragazzo, percheĢ lo benedica. Ma non pensava di trovarlo cosiĢ€ devastato dalla malattia. S'inginocchia ai piedi del letto, riesce a dire soltanto: “Oh, don Bosco! oh don Bosco!”. Quando esce dalla stanza, don Bosco fa cenno a don Rua che si curva su di lui:

- Sai che si trova in difficoltaĢ€ -- gli mormora -. Paga loro il viaggio a mio nome.

Nella stessa giornata viene a fargli visita madre Caterina Daghero. Gli chiede la benedizione per tutte le Figlie di M. Ausiliatrice. Don Bosco mormora:

- SiĢ€, siĢ€, benedico tutte le case delle Figlie di Maria Ausiliatrice, benedico la superiora generale e tutte le sorelle. Procurino di salvare molte anime.

Il medico ha prescritto al malato perfetto silenzio e nessuna visita. Don Bosco passa le giornate assopito, in un dormi-veglia continuo.

29 dicembre. Al termine della giornata, fa chiamare don Rua e

mons. Cagliero. Li prende per mano, e dice adagio:
- Vogliatevi bene come fratelli. Amatevi, aiutatevi e sopportatevi a vicenda come

fratelli. L'aiuto di Dio e di Maria Ausiliatrice non vi mancheraĢ€. Promettetemi di amarvi come fratelli.

Nella notte chiede a Enria un sorso d'acqua. Poi gli dice: - Bisogna imparare a vivere e a morire.

L'ora in cui tornano i “mostri”.

Sembrava la fine. E invece dal 1° al 20 gennaio ci fu un miglioramento incredibile. Sembrava che la salute tornasse, che il vecchio tronco rifiorisse. Fu un tempo regalato da Dio, ma anche una speranza che si spense rapidamente.

21 gennaio. Mons. Cagliero entra nella stanza:
- Caro don Bosco, sembra che il pericolo che noi temevamo sia scongiurato. Mi

chiamano a Lu per la festa patronale. EĢ€ un paese che ci ha dato tanti bravi missionari e tante suore. Poi androĢ€ a fare una breve visita ai nostri ragazzi di Borgo S. Martino.

- Vai, sono contento. Ma fa presto.
La mattina del 22 troncoĢ€ ogni speranza. Don Bosco tornoĢ€ a peggiorare rapidamente. Pomeriggio del 24 gennaio. Le condizioni sono tornate pessime. I medici dicono che si

puoĢ€ perderlo da un momento all'altro. EĢ€ tornato l'assopimento pesante, il dormi-veglia in cui inizia il delirio.

Pietro Enria, che eĢ€ sempre presente, vede che a un tratto batte le mani, sente che cerca di gridare:

- Accorrete, accorrete presto a salvare quei giovani! Maria Santissima, aiutateli. Madre, Madre!

Qualcuno ha detto che in queste frasi pronunciate nel delirio, don Bosco manifestava timore nei riguardi dei giovani, non senso di fiducia. La migliore psicologia afferma oggi il contrario: i sentimenti, le paure che si sono “rimosse” con grande sforzo di volontaĢ€ durante tutta la vita, in questi momenti sembrano tornare a vivere. Sono i “fantasmi”, i “mostri” che si ripresentano, uscendo dalle gabbie dell'inconscio quando la volontaĢ€ (che li aveva incatenati) eĢ€ paralizzata, annullata dal sonno della malattia.

Dai lontani anni del Seminario, don Bosco portava (sedimentato ormai nell'inconscio) uno schema di educazione condensato nel binomio timore-sfiducia. Ma per tutta la vita, guidato dal suo amore per i ragazzi, l'aveva rovesciato in un altro binomio: amicizia-fiducia. L'aveva dimostrato ancora poco tempo prima la sua singolare maniera di confessare un ragazzo timoroso, Luigi Orione.

Paradossalmente, cioĢ€ che in questo momento sembra vincere in lui, eĢ€ cioĢ€ che eĢ€ stato vinto da lui in tutta la vita.

“Dite ai miei ragazzi”.

26 gennaio. EĢ€ tornato mons. Cagliero. Si reca immediatamente al letto dell'ammalato. Capisce che la cosa eĢ€ gravissima, ma tenta di “sapere” da don Bosco se vi eĢ€ ancora una speranza. Gli dice:

- Mi chiamano a Roma. Posso andare?

- Andrai, ma dopo -. La sua bella voce eĢ€ ormai un'ombra.
I dolori sono a volte intollerabili. Don Lemoyne gli suggerisce:

- Pensi a GesuĢ€ sulla croce. Anche lui soffriva senza potersi muovere.

- SiĢ€, eĢ€ quello che faccio sempre.
Il 27 e la mattina del 28 sono cancellati da un continuo vaneggiare.
Pomeriggio del 28. La coscienza di don Bosco riemerge in uno degli ultimi momenti di

luciditaĢ€ piena. Gli eĢ€ accanto don Bonetti. Don Bosco mormora:
- Dite ai miei ragazzi che li aspetto tutti in Paradiso. Nella giornata del 29 i medici lo

trovano gravissimo. Il dottor Fissore gli dice:
- Coraggio, domani le cose potrebbero andare meglio -. E lui, con lo sguardo ormai

errante:
- Domani?... Domani?... FaroĢ€ un viaggio lungo. Nelle prime ore della notte dice a voce

alta:
- Paolino, Paolino, dove sei? PercheĢ non vieni? -. Don Paolo Albera, ispettore delle

opere salesiane in Francia, non eĢ€ ancora arrivato.
30 gennaio. In un momento di luciditaĢ€ mormora a don Rua:
- Fatti amare.
Verso l'una pomeridiana, accanto al suo letto sono Giuseppe Buzzetti e don Viglietti.

Don Bosco spalanca gli occhi, tenta di sorridere. Alza la mano sinistra e li saluta. Buzzetti scoppia a piangere.

31 gennaio. Verso le due dopo la mezzanotte don Rua s'accorge che le cose precipitano. Indossa la stola e inizia le preghiere per gli agonizzanti. Vengono chiamati in fretta gli altri superiori della Congregazione.

Quando arriva mons. Cagliero, don Rua gli cede la stola, passa alla destra di don Bosco, si china al suo orecchio e gli dice:

- Don Bosco, siamo qui noi, i suoi figli. Le domandiamo per

dono di tutti i dispiaceri che per causa nostra ha dovuto soffrire. Come segno di perdono e di paterna bontaĢ€, ci dia ancora una volta la sua benedizione. Io le condurroĢ€ la mano e pronunceroĢ€ la formula della benedizione.

Don Rua alza la mano destra ormai insensibile e dice parole di benedizione per i salesiani presenti e per quelli lontani.

Nella camera risuona il rantolo del morente.

Alle quattro e mezzo cessa di colpo. Il respiro si fa corto per pochi istanti poi si spegne. Don Belmonte quasi grida:

- Don Bosco muore!
Tre respiri faticosi, a breve intervallo. Mons. Cagliero dice a voce alta la preghiera che

ha imparato da lui quando era ragazzetto:

“GesuĢ€, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l'anima mia,
GesuĢ€, Giuseppe e Maria, assistetemi nell'ultima agonia,
GesuĢ€, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l'anima mia”.
Poi si toglie la stola dal collo e la mette sulle spalle di don Bosco, che eĢ€ entrato nella

Luce.
Fine libro.