Testi Salesiani

41. MORNESE COME VALDOCCO


41. MORNESE COME VALDOCCO

 

24 giugno 1866. All'oratorio si è celebrata la festa onomastica di don Bosco. Sono venuti anche i direttori delle prime due case salesiane, Mirabello e Lanzo.

“Era calato il sole e una bellissima luna splendeva in cielo - racconta don Lemoyne, direttore di Lanzo -. Io salii nella camera di don Bosco e rimasi da solo con lui circa due ore.

Dal cortile saliva il rumore dei giovani in festa. Sulle finestre e le ringhiere dei poggioli, erano accese cento e cento fiammelle dentro bicchieri colorati. La banda musicale, in mezzo al cortile, diede inizio al concerto. Don Bosco e io ci avvicinammo alla finestra. Lo spettacolo era incantevole. Don Bosco sorrideva. A un tratto esclamai:

- Don Bosco, ricorda i sogni antichi? Ecco i giovani, ecco i preti e i chierici che la Madonna le aveva promesso. Sono passati circa vent'anni e il pane non è mai mancato a nessuno.

- Quanto è buono il Signore - rispose don Bosco. E ricademmo nel silenzio pieno di mille emozioni. Poi io cominciai a parlare per la seconda volta:

- Non le sembra, don Bosco, che manchi qualche cosa per completare la sua opera?
- Che cosa?
- Per le fanciulle non vuol proprio far niente? Non le sembra che se avessimo anche un istituto di suore fondato da lei, sarebbe il coronamento dell'opera? Quanto lavoro potrebbero fare le suore a vantaggio dei nostri poveri alunni. E potrebbero fare per le fanciulle ciò che noi facciamo per i giovanetti.

Egli pensò alquanto, poi rispose:
- Sì, anche questo sarà fatto. Avremo le suore. Ma non subito; un po' più tardi”. Pietro Stella pensa che don Bosco abbia per qualche tempo nutrito la speranza di affiancare alla Congregazione Salesiana le opere di Maria Luisa Angelica Clarac, una suora della Carità che lavorò a poca distanza dall'oratorio di san Luigi.

Quel progetto, se don Bosco lo elaborò, ebbe vita breve.

Furono invece decisivi per don Bosco gli incontri con due persone: don Pestarino e Maria Domenica Mazzarello.

 

Tifo, streghe e malocchio.

1860. In piena estate, sulle colline di Mornese, esplode il tifo. La seconda guerra d'indipendenza, l'anno prima, s'è già portato via alcuni padri di famiglia. Ora il tifo, spuntato da uno di quei pozzi dove d'estate l'acqua stagna e imputridisce, mette il terrore in quella zona dell'alessandrino.

Come ogni volta che si diffonde una malattia infettiva, si torna a parlare di streghe e di malocchio. Microbi, igiene, disinfezione sono parole ancora sconosciute.

Le famiglie dove il tifo arriva, sono abbandonate da tutti. Le case dove si è sani si sprangano.

Una famiglia che porta il cognome dei Mazzarello è tra le prime a essere colpita. Prima l'uomo, poi la donna e tutti i bambini. Dopo qualche giorno il papà e il bambino più grande sono in fin di vita.

Don Pestarino, il prete che a Mornese chiamano “previn” (un po' perché è piccolo e un po' perché è simpatico) va a trovare quella gente e si accorge che hanno assoluto bisogno di una persona che li aiuti. Va dritto a una casa di parenti, Mazzarello anche loro, e chiama Maria. È una ragazza soda. Ha 23 anni. Lavora come un uomo e prega come un angelo.

- A casa di tuo zio, due stanno morendo. Ti senti di andare a dare una mano?

Una lunga pausa. Maria ha paura, come tutti. Il “previn” la guarda tranquillo e aspetta. Maria mormora:

- Se mio padre accetta, ci vado.

Suo padre è un cristiano sul serio. Maria entra nella casa colpita. L'ordine e la pulizia tornano velocemente. Medicine e cibo caldo sono pronti alle ore stabilite.

Mentre però i malati scendono dal letto guariti, il tifo si abbatte su Maria Domenica. La sua bella faccia ovale si riduce in pochi giorni a un triangolo di pelle pallida e tirata. Il medico viene, scuote la testa. La morte è già lì. Ordina altre medicine. Maria, sfinita, gli dice:

- Grazie, ma per favore non mi faccia ingoiare altre pillole. Non ho più bisogno di niente. Soltanto che Dio venga a prendermi.

La sua ora però non è ancora arrivata. Dovrà lavorare tanto su questa terra prima che Dio venga a prenderla.

 

Confidenze a Petronilla.

Così, senza pillole, Maria si trova improvvisamente sfebbrata. Sul volto tornano i colori della salute. Nelle membra però rimane un torpore, una debolezza diffusa. La febbre altissima ha rotto qualcosa nell'organismo robusto.

E ora che farà? Più di un giovanotto vorrebbe parlare di matrimonio con lei. Non le manca nulla per diventare una bella sposa e una brava mamma. Ma lei questi discorsi non li vuole nemmeno incominciare. E si domanda: “Che farò nella vita?”.

Maria Mazzarello è iscritta alla Pia Unione delle Figlie di Maria SS. Immacolata. L'idea del gruppo è partita dalla giovane maestra del paese, Angela Maccagno. Per suggerimento di don Pestarino essa ha tracciato uno schema di regolamento, che è stato mandato a un celebre parroco di Genova, don Frassinetti. Nel 1855, su quella traccia, don Frassinetti compone il “Regolamento della Pia Unione delle Figlie di Maria Immacolata”, che si diffonde rapidamente e con inatteso successo in tutta l'Italia.

Don Pestarino ha fondato la prima “Pia Unione” a Mornese il 9 dicembre 1855. L'hanno iniziata cinque ragazze. La più giovane è Maria Mazzarello, 18 anni.

Maria ha un'amica con cui non ha segreti. Si chiama Petronilla, è Figlia dell'Immacolata come lei, e porta il suo stesso cognome, Mazzarello. Un giorno del 1861, Maria le dice:

- Ho deciso che imparerò a fare la sarta. Quando saprò bene il mestiere, aprirò un piccolo laboratorio e insegnerò a cucire alle ragazze povere. Ti piacerebbe fare la sarta anche to? Staremo insieme, vivremo come in una famiglia.

Passa un anno. Maria e Petronilla hanno impiantato un piccolo laboratorio di sartoria ai margini del paese. Una decina di bambine vanno a imparare a cucire. Ma ecco una novità che sconvolge tutto.

 

Quattro occhi spauriti.

È l'inverno del 1863. Le ragazzine sono appena andate a casa, proteggendosi dalla neve con zoccoli e ombrelloni, quando Maria e Petronilla sentono bussare alla porta. Si trovano davanti un venditore ambulante, rimasto vedovo con due bambine. Domanda che le tengano loro, non solo di giorno ma anche di notte, perché lui in casa non ci può rimanere e non se ne può occupare. Le bimbe sono lì, quattro occhi spauriti. La più grande ha otto anni, la più piccola sei. Petronilla prende per mano la prima, Maria prende in braccio la più piccina. Accendono un gran fuoco nel camino.

Così, senza nessun “piano prestabilito”, il piccolo laboratorio di sartoria si trasforma da quella sera in casetta per bambine povere. Maria e Petronilla vanno a bussare dai vicini, riescono ad avere in prestito due lettini e un po' di farina per fare la polenta.

Appena per Mornese si diffonde la voce che le Mazzarello “prendono in casa bambine orfane”, vengono in molti a portare un fascio di legna, un paio di coperte, mezzo sacco di farina. Ma portano anche altre bimbe, che hanno bisogno di una casa. In poco tempo sono sette.

Prima di cominciare il lavoro nel laboratorio, le bambine recitano un'Ave Maria. Quando il campanile batte le ore, Maria commenta: “Un'ora di meno in questo mondo, un'ora più vicino al paradiso”. E vuole che le sue sartine lavorino per il Signore: “Ogni punto un atto di amor di Dio”.

Anche alla domenica, Maria vuole “far del bene a tutte le ragazze del paese”. Nasce così una specie di oratorio. Nei giorni di festa le due amiche raccolgono le ragazze, le accompagnano in chiesa, le fanno stare allegre con giochi e passeggiate.

 

Un “previn” che cerca lavoro.

Don Domenico Pestarino era nato a Mornese, e a 22 anni era stato ordinato sacerdote nel seminario di Genova. Per qualche anno era rimasto a lavorare nel seminario, ma a trent'anni era tornato al suo paese, chiamato in aiuto dal vecchio parroco. Si presentò dal pulpito ai suoi compaesani con queste parole: “Cerco lavoro. Non nelle nostre vigne, ma qui in chiesa, nella vigna del Signore. Mi furono offerti vari posti, ma rimarrò qui in mezzo a voi, se mi darete il lavoro che cerco”.

Incontrò don Bosco per la prima volta a Genova, nella casa di don Frassinetti. Ma l'incontro decisivo avvenne in treno, mentre entrambi viaggiavano da Acqui ad Alessandria. Don Bosco lo invitò a fargli visita nel suo oratorio di Valdocco. Qualche mese dopo don Pestarino vi si recò.

La vista di tanti ragazzi che crescevano in allegria a una scuola di lavoro e di fede, entusiasmò il “previn”. Disse a don Bosco: “Mi prenda con sé”. Don Bosco fu d'accordo che diventasse salesiano (e infatti l'anno seguente don Pestarino farà la professione religiosa), ma volle che rimanesse a Mornese, dove troppe cose importanti avevano bisogno di lui. I rapporti con don Bosco, a ogni modo, divennero di collaborazione e di dipendenza. Don Pestarino fu presente da allora alle adunanze dei direttori salesiani.

A Mornese intanto c'è un'altra novità. Due altre Figlie dell'Immacolata chiedono a Maria e a Petronilla di “fare come loro”. Viene interrogato don Pestarino, che risponde: “Perché no? In due avete tante cose da fare che non ve la cavate più”. Si forma così una specie di comunità: le quattro Figlie, come le chiamano in paese, insegnano a cucire alle ragazzine, fanno da mamme alle sette piccole che vivono giorno e notte con loro.

Nel 1864, come abbiamo accennato nel cap. 37, don Bosco arriva a Mornese con i suoi ragazzi, durante le passeggiate autunnali. Si ferma cinque giorni. Maria Mazzarello ascolta la conferenza che egli tiene alle Figlie dell'Immacolata, e ogni sera riesce ad ascoltare la “buona notte” che dà ai suoi giovani. Qualcuno la rimprovera di questo come di un gesto sconveniente. E lei risponde: “Don Bosco è un santo, io lo sento”.

Nell'anno seguente, le Figlie di Maria SS. Immacolata si dividono in due gruppi. Quelle che hanno deciso di fare vita comune insieme a Maria e Petronilla vengono ospitate da don Pestarino in una casa migliore, vicino alla Parrocchia. Si chiamano Figlie dell'Immacolata. Le altre che, come Angelina Maccagno, preferiscono restare con le loro famiglie, si chiamano Nuove Orsoline.

 

Un quadernetto che è andato perduto.

I mornesini, nella località chiamata Borgo Alto, stanno costruendo un collegio per le loro scuole. Don Bosco ha promesso che, appena terminato, vi manderà i suoi Salesiani. Tutto il paese concorre ai lavori, con offerte e con prestazioni gratuite di mano d'opera.

1867. È terminata la costruzione della cappella del collegio. In dicembre don Bosco viene a celebrarvi la prima Messa. Invoca “sul collegio nascente e sul popolo di Mornese le benedizioni di Dio”. Si ferma quattro giorni in paese, e tiene una conferenza particolare al piccolo gruppo delle Figlie dell'Immacolata.

1869. Don Bosco stringe i tempi per la fondazione della sua “seconda famiglia”. Ha ormai fissato i suoi occhi sulle semplici “Figlie” di Mornese, e senza chiasso invia a Maria e Petronilla un quadernetto “scritto di sua mano, contenente un orario e un piccolo regolamento, perché insieme alle loro ragazze inizino una vita più regolare” (M.B., voi. X, p. 591).

Quel quadernetto è andato perduto, ma suor Petronilla ricordava che “si davano questi consigli: procurare di vivere abitualmente alla presenza di Dio; far uso di frequenti giaculatorie; avere un fare dolce, paziente e amabile; vegliare attentamente sulle ragazze, tenerle sempre occupate, e crescerle ad una vita di pietà, semplice, schietta e spontanea”.

1870. Don Bosco si reca per tre giorni a Mornese: per tirare un poco il fiato, ma anche per osservare da vicino la vita delle “Figlie”. Vuole vedere che effetto ha fatto il “quadernetto” sulla loro vita. Ne è pienamente soddisfatto.

1871. Il 30 gennaio, all'oratorio, c'è la riunione dei direttori salesiani. Vi partecipa anche don Pestarino, che riferisce sull'andamento di Mornese.

24 aprile 1871. Don Bosco tiene una riunione con il Capitolo della Congregazione. Sono presenti don Rua, don Cagliero, don Savio, don Ghivarello, don Durando, don Albera. Annuncia di averli convocati per “un affare di grande importanza”. Ecco le sue parole riportate dal verbale:

“Molte persone mi hanno ripetutamente esortato a fare anche per le giovanette quel po' di bene che per grazia di Dio andiamo facendo per i giovani. Se dovessi badare alla mia inclinazione, non mi sobbarcherei a questo genere di apostolato. Ma temo di andare contro un disegno della Provvidenza. Vi invito quindi a riflettere davanti al Signore, per poter prendere la deliberazione che sarà di maggior gloria di Dio e di maggior vantaggio alle anime. Durante questo mese le nostre preghiere siano indirizzate a ottenere dal Signore i lumi necessari in questo importante affare”.

 

Quando mancava la farina per la polenta.

Felicina Mazzarello. sorella di Maria, ricordava così la vita di quei primissimi tempi: “Tante volte mancava alla piccola comunità il sostentamento necessario, mancava persino la farina per la polenta, e quando si aveva questa mancava la legna per farla cuocere.

Maria, allora, usciva in campagna con qualcuna delle Figlie, e andava in qualche bosco a fare la fascina di legna secca e con quella sulle spalle tornava a casa a preparare il cibo. Fatta la polenta, la portava in cortile, la deponeva col piatto sul terreno, e invitava le compagne al lauto pranzo. Mancavano i piatti, le posate, ma non l'appetito e l'allegria”.

Alla fine del maggio 1871, don Bosco radunò nuovamente il Capitolo, e chiese a ciascuno il suo parere. Tutti giudicarono molto opportuna l'iniziativa a favore della gioventù femminile. Don Bosco concluse:

“Ebbene, ora possiamo tenere come certo essere volontà di Dio che ci occupiamo anche delle fanciulle. E, per venire a qualcosa di concreto, propongo cfte sia destinata a quest'opera la casa che don Pestarino sta ultimando in Mornese”.

Verso la metà di giugno don Pestarino è convocato urgentemente da don Bosco. La relazione che il “previn” ha lasciato di quell’incontro è molto calma, addirittura burocratica. Il dialogo dovette essere molto diverso, acceso e contrastato, se suor Petronilla ricordava che “mentre le altre volte, tornando dall'incontro con don Bosco, era come imparadisato, questa volta si mostrava pensieroso, turbato, afflitto”.

“Don Bosco espose il desiderio di pensare all'educazione cristiana delle fanciulle del popolo - dice la relazione di don Pestarino -, e dichiarò che Mornese era il luogo che conosceva più adatto, perché essendovi le Figlie dell'Immacolata, potevansi scegliere quelle chiamate a far vita comune e ritirata dal mondo e iniziare l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per il bene di tante fanciulle del popolo. Don Pestarino, senza nulla esitare - è sempre la relazione che lo afferma -, rispose: Se don Bosco ne accetta la direzione e protezione, io sono nelle sue mani”.

In quel momento, accanto a Maria e Petronilla, si trovavano già Teresa Pampuro, Caterina Mazzarello, Felicina Mazzarello, Giovannina Ferrettino e le giovinette Rosina Mazzarello Baroni, Maria Grosso, Corinna Arrigotti.

Le difficoltà che rendevano don Pestarino “pensieroso e turbato” erano specialmente due: quelle ragazze erano brave cristiane, ma a nessuna era mai passato in testa di farsi suora; don Bosco poi voleva destinare il collegio di Borgo Alto come sede delle nascenti Figlie di Maria Ausiliatrice. Ma il paese aveva lavorato pensando di farne un collegio per le scuole dei ragazzi. Il cambiamento avrebbe suscitato mezza rivoluzione.

 

Il parere del Papa e il malumore del paese.

Don Bosco, in quello stesso giugno 1871, andò a Roma, ed espose il suo nuovo progetto a Pio IX. Dopo aver chiesto alcuni giorni “per pensarci sopra”, il Papa gli disse: “Il vostro disegno mi pare secondo Dio. Penso che queste suore debbano avere per scopo principale l'istruzione e l'educazione delle fanciulle, come i salesiani fanno per i giovanetti. Quanto alla dipendenza, dipendano da voi e dai vostri successori. In questo senso pensate alle loro Costituzioni e cominciate la prova. Il resto verrà in appresso”.

29 gennaio 1872. Per ordine di don Bosco, don Pestarino raduna le 27 Figlie di Maria Ausiliatrice perché eleggano la loro prima superiora. 21 voti piovono su Maria Mazzarello, che, esterrefatta, chiede subito alle compagne di dispensarla. Le altre insistono, e don Pestarino decide di rimettere tutto alla volontà di don Bosco. Maria si sente sollevata: don Bosco sa che lei è incapace, e certo la dispenserà. Invece don Bosco sa quanto lei sia capace, e la conferma nella carica, con sua grande desolazione.

Ora occorre dare alle Figlie una dimora stabile. Ma come fare senza destare il malcontento del paese? Viene in aiuto un incidente. La casa del parroco minaccia di crollare. Il Consiglio comunale decide di abbatterla e di ricostruirla. Prega intanto don Pestarino di mettere a disposizione del parroco la casa che possiede accanto alla chiesa.

- E le Figlie che fanno scuola di cucito e danno ospitalità alle bambine povere dove le mando? -, obietta il “previn”.

In Comune ci pensano, e suggeriscono:
- Le mandi al Borgo Alto. Là il piano terra è già ultimato, e non vi abita ancora nessuno. Don Pestarino tirò un respiro grosso così: gli ordinavano di fare ciò che lui non osava chiedere. Le Figlie si trasferirono su alcuni carri agricoli, portando con sé anche i bachi da seta, una delle loro poverissime entrate.

Lì per lì, il trasloco non destò nessuna meraviglia. Ma appena in paese si sparse la voce che le Figlie (il numero delle quali aumentava rapidamente) avrebbero occupato stabilmente il collegio, dando vita a un nuovo Istituto religioso, “fu un brontolio e un lamento generale” (M.B., voi. X, p. 613). Il Wirth scrive più esplicitamente: “Gli abitanti di Mornese gridarono al tradimento. Le Figlie di Maria Ausiliatrice mossero i primi passi in un clima di incomprensione, quasi di ostilità. E questo si aggiungeva alla povertà e alle privazioni, che erano già grandi”.

“In paese si sparse la voce che non l'avrebbero durata a lungo - scriveva suor Felicina Mazzarello -. E umanamente parlando, poiché mancavano tante cose, avrebbe dovuto essere così. Maria Domenica, tuttavia, non si spaventò. Continuò la sua vita di fatica e di sacrificio. Non essendo ancora terminato il fabbricato, era occupata tutto il giorno ad accumulare pietre. E il bucato? Il fiume Roverno si trova un po' lontano dal paese. Venuto il giorno destinato per lavare, essa prendeva un po' di pane, o anche solo alcune fette di polenta, e si portava con alcune altre al fiume. Lì eseguivano il lavoro. Ritornava a casa stanca e anche bagnata, e si preoccupava di far cambiare le altre e a preparare loro qualcosa di caldo. Era come una madre amorosa”.

 

Il profumo di quattro castagne.

5 agosto 1872. Le prime quindici Figlie di Maria Ausiliatrice ricevono l'abito religioso. Undici fanno anche i voti triennali. Tra queste c'è anche Maria Mazzarello.

Mons. Sciandra, vescovo di Acqui, consegna alle quindici suore il crocifisso: “Prendete, mie buone figlie, il ritratto del vostro diletto Gesù. Esso vi sarà di conforto nelle avversità che incontrerete”.

Don Bosco assiste alla vestizione e alla professione. Poi, con affettuosa semplicità, dice:

- Voi siete in pena, e io Io vedo con i miei occhi, perché tutti vi perseguitano e vi deridono, e i vostri parenti stessi vi voltano le spalle. Non vi dovete stupire. Nell'ufficio della Madonna avete letto: “Il mio nardo ha mandato un soave profumo”. Ma sapete quando il nardo (la citronella) manda profumo? Quando è ben pestato. Non vi rincresca, mie care figliuole, di essere così maltrattate, adesso, nel mondo. Fatevi coraggio e consolatevi, perché solo in questa maniera voi diverrete capaci di realizzare la vostra missione. Se voi vivrete degne della vostra condizione, potrete fare un gran bene alle anime vostre e a quelle del vostro prossimo.

La povertà continuò a essere ai limiti della miseria. Il “piatto forte” della comunità è polenta e castagne secche bollite. “Il profumo di quelle quattro castagne - ricordava una suora di quei primi tempi - cominciavamo a sentirlo un paio d'ore prima, e ci faceva svenire”.

Molte suore usavano per guanciale un pezzo di legno fasciato alla meglio con degli stracci. Tutti i cuscini esistenti in casa erano per le bambine. Maria Mazzarello non voleva che le suore più giovani facessero questa mortificazione, ma non poteva dire molto perché era stata lei la prima che aveva escogitato questo sistema.

 

La morte bussa alla porta.

29 gennaio 1874. La morte entra per la prima volta nel collegio. Se ne va Maria Poggio, una giovane suora del primissimo gruppo. Era allegra, sempre pronta ad aiutare, a servire, a vegliare le ammalate. Aveva fatto tanta fame e preso tanto freddo in quell'inverno. Se ne andò in silenzio, senza disturbare nessuno.

Il funerale di quella giovane suora di Mornese radunò tutto il paesino. “Molti della popolazione piangevano”, ricordava don Pestarino. Fu il momento della pace tra la gente e quelle ragazze smunte, che sfilavano vestite da suore recitando il rosario. Da quel giorno la farina gialla per la polenta, e anche quella bianca per il pane, non mancarono più nella dispensa.

Ma la morte venne ancora a bussare a quella casa.

Il 15 maggio don Pestarino stava leggendo alle suore una pagina sulla brevità della vita. Diceva: “Può essere che la morte mi sorprenda di qui a un anno, di qui a un mese, a una settimana, a un giorno, a un'ora, e forse appena finita questa lettura”. A questo punto il “previn” scoppiò a piangere. Le suore rimasero molto turbate.

Alle undici, mentre lavorava, cadde a terra. Morì nello spazio di poche ore. Aveva 57 anni.

Partono in tre, sotto la neve.

9 febbraio 1876. Tra uno sfarinio di neve, partono le prime tre suore. Vanno a Vallecrosia, in Liguria, ad aprire un oratorio e una scuola per ragazze.

29 marzo. Altre sette suore partono per Torino. A cinquanta metri dall'oratorio di Valdocco danno inizio a un oratorio e a una scuola femminile. Questa casa diventerà per più di quarant'anni la sede centrale delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Durante il 1876 altre ventisei suore partono da Mornese: vanno ad aprire scuole e oratori a Biella, Alassio, Lu Monferrato, Lanzo Torinese. In sette partono per Sestri Levante: vanno a fondare la prima colonia marina, per cento ragazzi e ragazze scrofolose. Tra quelle facce ripugnanti lavora con gioia serena suor Enrichetta Sorbone, una ragazza orfana che giunse a Mornese tenendo per mano quattro sorelline.
1878. Le Figlie di Maria Ausiliatrice sono ormai una famiglia numerosa, sparsa in tutto il mondo. Il centro della Congregazione, per ordine di don Bosco, si trasferisce da Mornese a Nizza Monferrato. È uno strappo doloroso per Maria Mazzarello. Dà addio a papà e mamma molto anziani, al cimitero dove riposano don Pestarino e alcune delle prime compagne, alla casetta dove insegnò a cucire alle prime ragazzine.

Il fatto di essere superiora generale, non fece mai perdere a Maria Mazzarello il senso delle proporzioni. Continuò ad assistere le ragazzine più piccole in camera, con occhio amoroso e attento. Una bimbetta a cui i geloni avevano incollato insieme piedi, calze e scarpe, guardò in giro se nessuno la vedeva, e s'infilò sotto le lenzuola con scarpe e tutto. Madre Mazzarello s'accorse della manovra. Non disse niente. Scese in cucina a prendere un catino di acqua tiepida, della garza e della bambagia. Portò tutto accanto al letto della bambina e le sussurrò:

- E adesso fammi vedere i tuoi piedini. Non aver paura, non ti farò male.

 

La morte arriva coi fiori di maggio.

Gennaio 1881. Le suore cominciano a notare che la salute di madre Mazzarello sta declinando. Qualcuno le sussurra che deve badare di più alla salute, ma lei sorridendo risponde:

- È meglio per tutte che me ne vada. Così faranno superiora una più abile di me.

Il crollo avviene mentre sta accompagnando un gruppo di missionarie in partenza per l'America. Per un contrattempo deve passare una notte rannicchiata in un angolo, vestita e tremante di febbre. Al mattino non riesce ad alzarsi. Solo più tardi si fa violenza e accompagna al porto le sue figlie. Ma dopo un paio d'ore non ce la fa più.

“Pleurite in forma grave”, sentenzia il medico. Quaranta giorni di febbre, lontana dalla sua casa, martoriata dai vescicanti che sono l'unica cura conosciuta in quei tempi, e che le scorticano la schiena.

Poi la febbre scompare, ma il medico è chiaro fino alla brutalità: ancora pochi mesi di vita.

Tornando a Nizza incontrò don Bosco. Gli disse:

- Il medico è stato molto chiaro. Don Bosco, io le domando: posso ancora sperare di guarire?

Don Bosco non rispose direttamente. Le raccontò invece una parabola: “Un giorno la morte andò a bussare alla porta di un monastero. A tutte le suore che incontrava, diceva: " Vieni con me ", ma tutte si schermivano: avevano tante cose da fare. Allora si presentò alla superiora e disse: " Tocca a te dare il buon esempio. Vieni ". La superiora dovette abbassare il capo e ubbidire”.

Madre Mazzarello capì, abbassò il capo e cercò di sorridere.

Pallida e sfinita giunge a Nizza. L'accoglie una gran festa, che la commuove. Ringrazia con poche parole:

- In questo mondo, qualunque cosa avvenga, non dobbiamo né rallegrarci né rattristarci troppo. Siamo nelle mani di Dio, che è nostro padre, e dobbiamo sempre essere pronte a fare la sua volontà.

Il crollo arrivò in primavera. Dai vetri della finestra si vedeva il verde e i fiori. Le piaceva sentire il chiasso delle bambine che correvano e giocavano spensierate. Volle ancora parlare con le sue suore. Disse:

- Vogliatevi bene. Tenetevi sempre unite. Avete abbandonato il mondo. Non fabbricatevene un altro qui dentro. Pensate al perché siete entrate in Congregazione.

Stava male, ma non volle rattristare nessuno fino alla fine. Si sforzò addirittura di cantare. Dio le venne incontro all'alba del 14 maggio. Riuscì a mormorare: “Arrivederci in cielo”. Aveva 44 anni.

A succederle alla testa delle FMA fu chiamata una suora giovanissima, Caterina Daghero, 25 anni. Era entrata a 18 anni. Madre Mazzarello l'aveva aiutata a superare la nostalgia e la durezza dei primi giorni. Nel 1879 era diventata direttrice dell'opera di Torino. La vicinanza di don Bosco aveva come destato la sua intraprendenza per l'oratorio e la scuola, esaltando qualità profonde: solidità, equilibrio, bontà.

Sotto il suo impulso le FMA dilatarono la loro opera in Italia, in Francia, nell'America del Sud. Alla morte di don Bosco avevano fatto molta strada: gestivano 50 case, le suore erano 390 e le novizie un centinaio.

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