Testi Salesiani

42. LA CONQUISTA DI ROMA E IL BRIVIDO DELLA FINE


42. LA CONQUISTA DI ROMA E IL BRIVIDO DELLA FINE

 

Nel 1870 si verificarono due fatti di straordinaria importanza per la storia della Chiesa e dell'Italia: il Concilio Vaticano I e l'occupazione di Roma da parte dell'esercito italiano.

 

Concilio a Roma e anti-Concilio a Napoli.

Il Concilio si aprì ufficialmente l'8 dicembre 1869. Gli obiettivi principali indicati da Pio IX erano due: l'esposizione chiara della dottrina cattolica in confronto con gli errori moderni e la definizione dell'infallibilità del Papa.

Erano passati trecento anni dall'ultimo Concilio, quello di Trento. Pio IX rivolse un caldo appello ai vescovi delle Chiese scismatiche orientali perché partecipassero. Le risposte furono negative e poco cortesi.

Anche i protestanti furono invitati, ma la frase dell'invito accennava alla “buona occasione per rientrare nell'unico gregge di Cristo”, e suonò malissimo ai loro orecchi.

La massoneria italiana, in fase di anticlericalismo virulento, proclamò un “anticoncilio” a Napoli, e ricevette le prime adesioni da Giuseppe Garibaldi e dallo scrittore francese Victor Hugo. In varie province furono pure organizzate manifestazioni popolari per “una guerra implacabile al Papa”.

I vescovi presenti all'apertura del Concilio erano 200 italiani, 70 francesi, 40 austro- ungarici, 36 spagnoli, 19 irlandesi, 18 tedeschi, 12 inglesi, 50 orientali, 40 statunitensi, 9 canadesi, 100 di altre nazioni e di terre missionarie. Con i vescovi erano pure presenti i superiori degli ordini e delle congregazioni religiose. In totale circa 700 “padri conciliari”.

Il 20 gennaio 1870 don Bosco partì per Roma, e vi giunse il giorno 24. L'8 febbraio ebbe due lunghi colloqui privati con il Papa. Pio IX gli chiese di diffondere tra il popolo un volumetto di storia ecclesiastica che mettesse in luce l'infallibilità del Papa. Don Bosco avrebbe soddisfatto questo desiderio sul finire di quell'anno: spedì a tutti gli abbonati alle Letture Cattoliche una nuova edizione della sua Storia Ecclesiastica, con una parte finale dedicata al Vaticano I e all'infallibilità pontificia.

 

“La voce del Cielo al Pastore dei Pastori”.

In una successiva udienza (12 febbraio) don Bosco consegnò al Papa alcune pagine di “previsioni sull'avvenire”. Nelle prime righe era scritto: “La vigilia dell'Epifania dell'anno corrente 1870 scomparvero gli oggetti materiali della camera e mi trovai in considerazioni di cose soprannaturali. Fu cosa di brevi istanti, ma si vide molto”. L'esposizione (di cui si conserva l'autografo di don Bosco) ha uno stile immaginoso, profetico, che mescola invettive, previsioni, appelli, sovente misteriosi e confusi. La parte che più colpì il Papa (e che risulta abbastanza chiara anche per noi) è la seguente:

“Ora la voce del Cielo è al Pastore dei Pastori. Tu sei nella Grande Conferenza con i tuoi Assessori; ma il nemico del bene non sta un istante in quiete. Egli studia e pratica tutte le arti contro di te. Seminerà discordia fra i suoi Assessori, susciterà nemici tra i figli miei. Le Potenze del secolo vomiteranno fuoco e vorrebbero che le parole fossero soffocate nella gola dei Custodi della mia legge. Ciò non sarà. Faranno male, male a se stessi. Tu accelera; se non si sciolgono le difficoltà, siano troncate. Se sarai nelle angustie non arrestarti, ma continua finché sia troncato il Capo dell'Idra dell'errore. Questo colpo farà tremare la terra e l'inferno; ma il mondo sarà assicurato e tutti i buoni esulteranno. Raccogli adunque attorno a te anche soli due Assessori, ma ovunque tu vada continua e termina l'opera che ti fu affidata.

“I giorni corrono veloci, gli anni tuoi si avanzano al numero stabilito. Ma la Gran Regina sarà sempre il tuo aiuto, e come nei tempi passati, così per l'avvenire sarà sempre magnum et singulare in Ecclesia praesidium (grande e potente aiuto della Chiesa)”.

Venti righe più avanti, don Bosco parla del futuro del Papa: “Ora Egli è vecchio, cadente, inerme; spogliato, tuttavia con la schiava parola fa tremare tutto il mondo” (l'occupazione dello Stato Pontificio sarebbe avvenuto solo il 20 settembre).

 

Minacce nere sulla Francia.

La pagina che in quel momento parve più incomprensibile riguardava la Francia. In quei mesi Napoleone III era ancora il sovrano più potente d'Europa. La disastrosa guerra con la Prussia (inizio 19 luglio 1870) e le stragi della “Comune” di Parigi (marzo- maggio 1871) erano impensabili. Ecco le parole scritte da don Bosco:

“Le leggi della Francia non riconoscono più il Creatore, e il Creatore si farà conoscere e la visiterà tre volte con la verga del suo furore.

Abbatterà la sua superbia con le sconfitte, il saccheggio e la strage dei raccolti, degli animali e degli uomini. I tuoi nemici ti metteranno nelle angustie, nella fame, nello spavento e nell'abominio delle nazioni. Ma guai a te se non riconosci la mano che ti percuote. Cadrai in mano straniera, i tuoi nemici di lontano vedranno i tuoi palagi in fiamme. Le tue abitazioni diverranno un mucchio di rovine bagnate dal sangue dei tuoi prodi che non sono più”.

Nei giorni seguenti, don Bosco avvicinò molti vescovi, e si avvalse di quel prestigio di cui godeva per incoraggiarli ad accelerare la definizione dell'infallibilità. Pare che l'intervento più insistente l'abbia fatto presso mons. Gastaldi, allora vescovo di Saluzzo e suo grande amico.

Don Lemoyne afferma che Pio IX fu “così soddisfatto dello zelo di don Bosco che un giorno gli disse:

- Non potreste lasciare Torino e venire a stabilirvi a Roma? La vostra Società ne perderebbe?

- Santo Padre, sarebbe la sua rovina!”
Don Bosco ripartì da Roma il 22 febbraio.
Il 24 aprile il Concilio approvò all'unanimità il documento Dei Filius. È un'esposizione

densa e chiara della dottrina cattolica su Dio, la Rivelazione e la fede. Sottolinea specialmente l'idea che scienza e fede, se vengono intese rettamente, non possono essere in contrasto, poiché entrambe vengono da Dio.

 

Il Papa è infallibile?

Il 15 maggio nell'aula conciliare cominciò il dibattito sull'infallibilità del Papa. La discussione generale continuò fino al 4 giugno. Il cardinale Bonnechose, in quel giorno, scriveva nel suo diario:

“Si direbbe che siamo imbarcati per una navigazione difficile a bordo di una nave sbattuta dalle onde, e nella quale tutti soffrono il mal di mare”.

I padri erano divisi in due correnti che si affrontarono in un dibattito aspro dentro e fuori Concilio. La maggioranza era per l'infallibilità. La minoranza (una sessantina tra vescovi tedeschi, francesi, italiani e americani) vedeva nella definizione un grave ostacolo per l'avvicinamento alle chiese protestanti. Pio IX fece sentire più volte il peso della sua autorità in favore della definizione.

Il 18 luglio il Concilio approvò il testo riguardante l'infallibilità. “Fu giorno di abbondante pioggia in Roma e di ripetuti temporali violentissimi - ricordava un testimone -. Mentre mons. Valenziani leggeva il testo, le finestre erano scosse da tuoni, e quando non vi era la luce dei lampi regnava una opprimente oscurità”.

La decisione del Concilio, sottoscritta dal Papa, definì come dogma di fede questa verità:

“Il Romano Pontefice, quando parla " dalla cattedra ", cioè quando, esercitando l'ufficio di pastore e dottore di tutti i cristiani in forza della sua autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede o i costumi come vincolante per tutta la Chiesa, grazie all'autorità divina promessagli nella persona di Pietro, gode di quell’infallibilità di cui il divino Redentore volle dotata la sua Chiesa. Perciò queste definizioni del Romano Pontefice sono immutabili di per se stesse, non in forza del consenso della Chiesa”.

Finite le giornate dell'infallibilità, si stabilì una pausa di quattro settimane. Si sarebbe dovuto riprendere il Concilio con la discussione sui Vescovi. Ma gravi avvenimenti stavano precipitando in Europa.

 

I bersaglieri a Porta Pia.

Il 19 luglio Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia. Fu un disastro. Le sconfitte francesi si succedettero l'una all'altra, fino a quella di Sedan (2 settembre), in cui fu fatto prigioniero lo stesso Napoleone.

La Francia non si arrese. Proclamò la repubblica, portò il governo a Tours, ma alla fine dovette cedere. La pace, umiliante, verrà firmata a Francoforte nel maggio 1871, dopo che Parigi avrà tentato di trasformarsi in una repubblica di tipo giacobino (la “Comune”) e sarà stata schiacciata ferocemente dalle stesse truppe francesi (14.000 morti).

Battuto Napoleone a Sedan, il governo italiano si sentì “le mani libere” nei confronti di Roma. Aveva ottenuto il Veneto con un'infelice “terza guerra d'indipendenza” (1866). Ora 60.000 uomini, al comando del generale Raffaele Cadorna, ricevettero l'ordine di attestarsi sui confini del Lazio per conquistare Roma. L'esercito pontificio, agli ordini del generale Kanzler, contava su 14.600 uomini.

Molti, in quei frangenti, consigliarono Pio IX a lasciare la città. Una nave inglese era pronta per trasportarlo a Malta. Altri suggerivano la Spagna, l'America. Il Papa, che considerava un errore la sua fuga a Gaeta nel 1848, era ben deciso a restare. Ad ogni modo fece consultare alcune persone di sua fiducia. Anche don Bosco, di cui apprezzava al massimo l'ispirazione, interpellato su ciò che convenisse fare, rispose: “Che la sentinella, l'Angelo di Israele, si fermi al suo posto, e stia alla guardia della rocca di Dio e dell'Arca santa”. La lettera, spedita urgentemente a Roma, fu copiata in bella copia da don Cagliero.

Civitavecchia, investita da terra e bloccata dalla flotta sopraggiunta al largo, si arrese a Nino Bixio nella notte sul 15 settembre. Intanto le truppe di Cadorna erano entrate nel Lazio e avevano circondato Roma.

Alle 5,30 del 20 settembre una batteria della divisione Angioletti aprì il fuoco contro Porta San Giovanni. Era un diversivo. L'obiettivo “vero” era Porta Pia. I bersaglieri aprirono la strada penetrando nel parco di Villa Patrizi e facendo sloggiare i fucilieri che disturbavano l'avanzata delle artiglierie. Raggiunta via Nomentana, le artiglierie italiane aprirono il fuoco su Porta Pia. Prima delle nove era aperta nelle mura una breccia di trenta metri. Per essa si lanciarono il 12° e il 34° bersaglieri.

Due o tre minuti prima delle dieci, sul tavolo del Papa arrivò la comunicazione dello sfondamento delle mura. Secondo il piano già predisposto, il Papa ordinò che su Castel Sant'Angelo fosse innalzata la bandiera bianca, e spedì al generale Kanzler l'ordine di resa.

Il consuntivo delle perdite umane diede cifre minime, ma pur sempre tristissime: da parte italiana 56 morti e 141 feriti; da parte pontificia 20 morti e 49 feriti.

Contro i responsabili della conquista di Roma “anche se investiti della dignità la più sovrana”, il Papa lanciò la scomunica maggiore.

Don Bosco, scrive don Lemoyne, “ebbe la notizia della presa di Roma mentr'era a Lanzo, e con meraviglia dei presenti la ricevette con tranquillità, come se udisse una cosa conosciuta da tempo”.
Il Papa fece recapitare ai padri conciliari ancora presenti in Roma una comunicazione: “In questa luttuosa condizione di cose, conoscendo che i Padri del Concilio non potrebbero avere la necessaria libertà, sicurezza e tranquillità per trattare con Noi degnamente delle cose della Chiesa... sospendiamo la celebrazione dell’ecumenico Concilio Vaticano”.

 

Il brivido della fine a Varazze.

L'occupazione di Roma, la fine dello Stato Pontificio ebbe una risonanza enorme, inimmaginabile per noi. Finiva un'epoca durata 1.500 anni. A molti sembrò la fine della Chiesa.

A distanza di un anno, anche la giovane e gracile Congregazione salesiana provò per un momento il brivido della fine.

6 dicembre 1871. Mentre si trova alla stazione di Varazze, don Bosco cade a terra svenuto. I presenti temono un colpo apoplettico. Lo portano quasi di peso alla casa salesiana, dove devono metterlo a letto come un bambino.

La malattia, dopo alcuni giorni di incertezza, si rivela gravissima. A brevi intervalli, il corpo di don Bosco si copre di vesciche piccole e dure. Dolori lancinanti e febbre che sale paurosamente. Don Bosco arriva all'orlo della tomba, gli amministrano il Viatico.

A Torino si è nella costernazione. Se don Bosco muore, cosa si salverà della sua opera? Don Rua, il suo braccio destro, ha solo 34 anni. Molti Salesiani offrono in quei giorni la loro vita per don Bosco. E pare che egli abbia poi detto: “Io dovevo morire a Varazze. Gli anni che sono venuti dopo sono un dono che Dio ha fatto a qualcuno dei miei figli”.

La malattia dura due mesi. Le notizie, all'inizio sono talmente allarmanti che, per non turbare la vita dell'oratorio, vengono date solo per telegramma, con frasi piuttosto generiche.

Ma proprio questo particolare crea l'occasione di una delle più commoventi testimonianze sull'amore che circonda don Bosco.

Tra Varazze (dove è sceso a vegliare don Bosco Pietro Enria, l'orfanello del colera del 1854) e Giuseppe Buzzetti (che a Torino freme perché non ha notizie precise sulla salute del “suo” don Bosco) entra in funzione una specie di “posta clandestina”. Le lettere di questi due “ex ragazzi” di don Bosco sono povere, piene di luoghi comuni, ma contengono un affetto dolcissimo, assolutamente genuino.

 

Le lettere dolcissime.

Ne riportiamo qualche frammento.
23 dicembre. Enria a Buzzetti:
“Con sommo dolore devo dare delle notizie non tanto buone del nostro povero padre.

Oggi la febbre non lo abbandonò un istante. Tutto il giorno fu in un'acqua, tanto era sudato. Mi ha tante volte spaventato perché sognando gemeva forte. Io mi appressavo al letto, ed egli mi diceva che non era nulla.

Ah! caro Buzzetti, io non ho più forza di scrivere, tanto è il dolore che sento. Per carità, dì che si preghi, ma di vero cuore, e Gesù Bambino si moverà a compassione di noi. Sono le 2 dopo mezzanotte, adesso pare si sia un po' addormentato. Auguro a tutti buone feste. Io le passerò col cuore addolorato presso il letto del mio e vostro carissimo padre”.

Buzzetti gli risponde:

“Non ho potuto terminare la lettura della tua delli 23 per gran dolore, dispiacere, e per le lacrime che non potei contenere, al sentire che il caro don Bosco soffre ogni giorno di più.

Ho pregato e raccomando a tutti che preghino; ho perfin detto al Bambino Gesù che faccia soffrire a me tutti i mali che soffre don Bosco ed anche la morte, purché egli sia presto ristabilito in salute e viva per molti anni.

Seguita a scrivere, non aver paura di farmi dispiacere anzi il dispiacere me lo faresti se tralasciassi un sol giorno senza tenerci al corrente della preziosa salute del caro padre nostro. Baciagli la sacra mano da parte mia, e digli che mi benedica”.

“3 gennaio. Caro Buzzetti, la salute dell'amoroso nostro padre migliora sempre, però adagio. Seguitano ad uscirgli dei piccoli foruncoli, i quali lo tormentano un poco e gli cagionano un po' di febbre”.

Buzzetti risponde: “Caro Pietro, stiamo aspettando buone notizie. Ieri terminò la novena, perciò oggi, se Maria Ausiliatrice ci trova degni del suo amore, ci renderà sano il caro nostro don Bosco; in caso contrario continueremo a seccarla finché basti.

Devi sapere che fa un freddo della malora, tutti i giorni si trovano una quantità di brocche crepate dal gelo, e quella che avevi nella tua soffitta ha avuto la medesima sorte”.

Quando don Bosco cominciò a migliorare sul serio, Enria spedì un telegramma a Buzzetti: “Ieri festa. Papà alzato. Tua visita piacerebbe. Oggi bene”. Le parole “Papà alzato” si diffusero in un baleno nell'oratorio, destando grande gioia.

Continuando il miglioramento, Enria sta due o tre giorni senza inviare notizie, e Buzzetti gli scrive: “Caro Pietro, sei ancora vivo? E se lo sei, come spero, perché non mantieni la promessa di non lasciar passar giorno senza darmi notizie del caro don Bosco? Dunque, non minchionarmi!”.

Enria risponde immediatamente: “La salute di don Bosco migliora sempre. Alcune volte esce in questa esclamazione: " Ah, quel giorno che entreremo all'oratorio! ". E poi resta commosso e assorto nel pensiero di ciò che proverà nel rientrare nella nostra casa benedetta”.

Il 15 febbraio don Bosco potè ritornare a Torino. Entrò nel santuario di Maria Ausiliatrice dalla porta maggiore. Nella chiesa l'attendevano i ragazzi di Valdocco e tanti amici. Appena arrivò al presbiterio, Buzzetti intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum (Lodate, fanciulli, il Signore). Inginocchiato ai piedi del tabernacolo e dell’Ausiliatrice, don Bosco pregò lungamente. Poi ringraziò i ragazzi, e li invitò a ringraziare la Madonna.

“Enria era rimasto inginocchiato in presbiterio - ricorda don Amadei -, e Buzzetti, presolo per un braccio, l'accompagnò fuori”. Si abbracciarono e piansero.

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