Testi Salesiani

15. PRETE IN RODAGGIO


15. PRETE IN RODAGGIO


Che cosa farà adesso don Bosco?

È intelligente, ha voglia di lavorare, è povero.

Gli vengono offerti tre incarichi. Una nobile famiglia di Genova lo chiede come istruttore dei figli. A quei tempi molte famiglie ricche, piuttosto di mandare i figli alle scuole pubbliche, preferivano mantenere nel proprio palazzo un maestro privato, con compiti di istruttore e di educatore. Quasi sempre richiedevano un sacerdote, che dava garanzia di serietà. I nobili genovesi fanno dire a don Bosco che l'onorario sarà di mille lire l'anno (un ottimo stipendio).

Gli abitanti della sua borgata lo pregano di accettare il posto libero di cappellano a Morialdo. Gli garantiscono che raddoppieranno lo stipendio consueto.

Il parroco di Castelnuovo, don Cinzano, gli propone di diventare suo viceparroco. Anche lui gli assicura una buona entrata.

Strano, tutti parlano a don Bosco di soldi, come se essere diventato prete fosse “il posto buono” finalmente raggiunto, da sfruttare economicamente. Solo mamma Margherita, la donna che ha sempre dovuto badare al centesimo per far quadrare il bilancio, gli ricorda: “Se diventi ricco, non metterò mai più piede in casa tua”.

Per tagliar corto, don Bosco si reca a Torino da don Cafasso.
- Cosa devo fare?
- Non accettate niente. Venite qui nel Convitto ecclesiastico. Completerete la vostra formazione sacerdotale.
Don Cafasso vede lungo. Ha capito che la “carica” umana e spirituale di don Bosco non può esaurirsi in una famiglia o in un paese. Torino invece è una città che può esaurire lui. Quartieri nuovi, tempi nuovi, problemi nuovi. Don Cafasso dovrà solo stare attento a frenarlo.

 

Prima scoperta: la miseria delle periferie

Il Convitto è un ex-convento accanto alla chiesa di San Francesco di Assisi. In questo edificio il teologo Luigi Guala, aiutato da don Cafasso, prepara 45 giovani sacerdoti a diventare “preti del tempo e della società in cui dovranno vivere”.

La preparazione dura due anni (per don Bosco saranno in via eccezionale tre). La giornata dei giovani preti è inquadrata da due conferenze al mattino e alla sera, la prima di don Guala, la seconda di don Cafasso. Nel resto della giornata, i preti sono mandati a esercitare il ministero nell'ambiente cittadino: ospedali, carceri, istituti di beneficenza, palazzi, case popolari e soffitte, prediche nelle chiese e catechismi ai giovani, assistenza ai malati e agli anziani.

Le conferenze non sono dedicate a presentare teorie teologiche, ma a inquadrare le esperienze quotidiane che i giovani preti vivono nel tessuto umano nella città. Oggi diremmo: si mandavano a fare sulla loro pelle un'analisi della situazione sociale ed ecclesiale, e poi si richiamavano a una riflessione guidata sulla propria azione pastorale. Don Bosco riassume tutto in cinque parole: “Si imparava ad essere preti”.

Don Cafasso è un prete piccolo, esile, difettoso nella persona, ma di una attività instancabile: insegnamento, predicazione, confessionale, carceri.

Dal 1841, don Cafasso diventa il “direttore spirituale” di don Bosco. Questo vuol dire: don Bosco si confessa da lui, gli chiede consiglio prima di ogni decisione importante, gli manifesta i propri progetti di vita e sta alla sua parola.

Fino a questo momento, don Bosco conosce soltanto la povertà delle campagne. Non sa cosa sia la miseria delle periferie cittadine. Don Cafasso gli dice: “Andate, guardatevi intorno”.

“Fin dalle prime domeniche - testimonierà Michele Rua - andò per la città, per farsi un'idea sulle condizioni morali dei giovani”.

Ne rimase sconvolto. I sobborghi erano zone di fermento e di rivolta, cinture di desolazione. Adolescenti vagabondavano per le strade, disoccupati, intristiti, pronti al peggio.

“Incontrò un gran numero di giovani di ogni età - continua la testimonianza di don Rua - che andavano vagando per le vie e le piazze, specialmente nei dintorni della città, giocando, rissando, bestemmiando e facendo anche di peggio”.

 

Il mercato delle braccia giovani

Accanto al mercato generale della città, scoprì un vero “mercato delle braccia giovani”. “La parte vicino a Porta Palazzo - scrive don Lemoyne - brulicava di merciai ambulanti, di venditori di zolfanelli, di lustrascarpe, spazzacamini, mozzi di stalla, spacciatori di foglietti, fasservizi ai negozianti sul mercato, tutti poveri fanciulli che vivacchiavano alla giornata”.

Don Bosco stesso, nelle Memorie, ricorda che i primi gruppi di ragazzi che potè avvicinare erano “scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori e altri, che venivano da lontani paesi”.

Figli di famiglie disagiate, spesso disoccupate, erano alla ricerca di qualunque mestiere, pur di campare. Erano i primi “prodotti” dell'affollamento degli immigrati nelle “cinture nere” che da allora avrebbero circondato le città.

Li vedeva arrampicarsi sui palchi dei muratori, cercare un posto di garzone nelle botteghe, aggirarsi lanciando il richiamo dello spazzacamino. Li vedeva giocare ai soldi agli angoli delle strade con la faccia dura e decisa di chi è disposto a tentare qualunque mezzo per farsi largo nella vita.

Se tentava di avvicinarli, si allontanavano diffidenti e sprezzanti. Non erano i ragazzi dei Becchi, non cercavano racconti o giochi di prestigio. Erano i “lupi”, gli animali selvaggi dei suoi sogni, anche se in fondo a quegli occhi vedeva più paura che ferocia.

 

La rivoluzione industriale

Quei ragazzi per le strade di Torino sono un “effetto perverso” di un avvenimento che ha cominciato a sconvolgere il mondo, la “rivoluzione industriale”.

Nel 1769, a Glasgow in Inghilterra, il signor James Watt aveva brevettato la “macchina a vapore”. Era uno strumento che, sfruttando l'energia sviluppata dal calore, faceva muovere leve e cinghie di trasmissione. Una sola macchina di Watt (potenza 100 cavalli- vapore) sviluppava una forza pari a quella di 880 uomini. Impiegandola, una filanda poteva produrre tanto filo quanto avrebbero potuto produrne 200.000 uomini. Per badare ai filatoi che facevano tutto questo lavoro, bastavano 750 lavoratori, radunati sotto alcuni grandi capannoni.

Cominciarono così a esistere la fabbrica e gli operai (chiamati anche proletari). Prima la gente faceva il contadino, il commerciante, l'artigiano. Tra gli artigiani (lavoratori che utilizzavano strumenti di loro proprietà, in laboratori propri) c'erano i filatori, che lavoravano cotone e lana utilizzando la forza delle proprie braccia.

La produzione facilitata delle fabbriche, abbassa di colpo il prezzo dei tessuti e ne sviluppa enormemente il mercato. Nello stesso tempo si verifica un fortissimo aumento nell'utilizzazione del ferro (per la produzione di macchine, telai, ferrovie) e nell'estrazione del carbone fossile dalle miniere (che permette la propulsione delle macchine a vapore e la lavorazione del ferro).

Pure contemporanea è la costruzione su larga scala di ferrovie, battelli a vapore e altri mezzi di trasporto.

Negli stessi anni, per la progressiva vittoria della medicina e dell'igiene sulle più micidiali epidemie come la peste e il vaiolo, la popolazione in Europa ha una crescita imponente: da 180 milioni nel 1800 a 260 milioni nel 1850.

L'allargamento prepotente delle fabbriche (cioè dell'industria) mette in crisi gli artigiani. Una valanga di gente in cerca di lavoro si rovescia dalla campagna verso la città. Le fabbriche acquistano una fisionomia precisa: centri dove un alto numero di lavoratori compiono lo stesso lavoro alle dipendenze di un padrone.

Sorgono così in Inghilterra le città del carbone, le città del ferro, le città delle industrie tessili. È la rivoluzione industriale. Nata in Inghilterra, passa rapidamente in Francia, Germania, Belgio, America.

Secondo Carlo M. Cipolla (Storia delle idee politiche, economiche, sociali, UTET, voi. V) essa è uno dei due più grandi e radicali cambiamenti che si sono verificati nella storia dell'uomo.
Il primo si verificò nella notte dei tempi. Gli uomini erano un “insieme slegato di bande di cacciatori piccoli, brutali e malvagi”. Con la “rivoluzione neolitica” si trasformarono in coltivatori di piante e allevatori di animali. “Tra il cacciatore del paleolitico e l'agricoltore del neolitico c'è un abisso, la differenza è quella tra lo stato selvaggio e quello della civiltà”. Questo primo cambiamento radicale della storia umana si sviluppò nel corso di migliaia d'anni, gli uomini ebbero il tempo di un adattamento graduale.

La seconda grande rivoluzione, quella industriale, “invase il globo, sconvolse l'esistenza e travolse le strutture di tutte le società umane esistenti nel giro di sette o otto generazioni” (uguale centocinquanta, duecento anni). La mente umana fu posta davanti a problemi nuovi e vastissimi “con urgenza allucinante”.

 

L'immenso progresso regalato al mondo

La rivoluzione industriale aprì le porte di un mondo completamente nuovo, di nuove e sconosciute fonti di energia: il carbone, il petrolio, la dinamite, l'elettricità, l'atomo. “La scoperta di Watt fu seguita da tutta una serie di invenzioni analoghe” che permisero lo sfruttamento delle nuove energie, per la produzione e anche per la distruzione.

I risultati industriali furono enormi, impensabili, tanto che si può affermare: nel 1850 il passato non è più solo passato, è morto.

L'umanità si sviluppò in maniera esplosiva: 750 milioni di persone nel 1750, un miliardo e duecento milioni nel 1850, due miliardi e mezzo nel 1950.

Il benessere che la rivoluzione industriale diffuse non era mai stato prima raggiunto. “In un paese pre-industriale metà del reddito era assorbito dal vitto. Nelle frequenti carestie, tutto il reddito non bastava alla sopravvivenza. In un paese industrializzato la fame è scomparsa, il vitto assorbe un quarto del reddito”.

Totali e drastici cambiamenti si verificarono nelle abitudini, idee, credenze, istruzione, famiglia. Problemi enormi furono posti alle nuove generazioni. Ricordiamo soltanto la crescita incontrollata della popolazione, le armi sempre più terribili, lo sgretolamento dello Stato tradizionale, l'inquinamento, l'emarginazione degli anziani.

Nonostante i formidabili problemi aperti, con la rivoluzione industriale l'umanità “ha vinto in larga misura la natura, ha superato le distanze, ha rotto molti di quei vincoli materiali che per millenni l'avevano condizionata” (Giacomo Martina).

 

Il pauroso costo umano

Ma l'immenso progresso ebbe, specialmente nei primi cento anni, un pauroso costo umano. “Una esigua minoranza di straricchi impose una vera schiavitù a una moltitudine infinita di proletari” (Rerum novarum).

Nella nuova epoca dell'umanità c'è un enorme “buco nero”: la questione operaia. Nelle città industriali si forma una classe nuova, quella dei proletari, che non ha altre ricchezze al di fuori delle proprie braccia e dei propri figli. Le condizioni dei proletari sono spaventose.

Nel 1850 (citiamo da inchieste fatte da Dolléans e Villermé) metà della popolazione inglese è ormai ammassata nei centri cittadini. Le “case” degli operai sono per lo più cantine, in ognuna delle quali si ammassa tutta la famiglia, senz'aria, senza luce, fetide per l'umidità e gli scoli. Nelle fabbriche nessuna misura igienica, nessun regolamento, tranne quello imposto dal padrone.

Il salario da fame permette un nutrimento assolutamente insufficiente. Cibo usuale sono le ortiche bollite. La disgregazione delle famiglie, la diffusione dell'alcoolismo, della prostituzione, della criminalità, la diffusione di nuove malattie dipendenti da particolari lavorazioni o dalle condizioni in cui si svolgono (tubercolosi, silicosi) divengono fenomeni di massa.
In fabbrica non vanno solo gli uomini e le donne. Ci vanno anche i bambini, e la loro vita è mutata in tormento. La fatica (stanno in piedi per tutte le ore di lavoro, sedersi è proibito), il sonno, la stanchezza provocano frequenti disgrazie sul lavoro. D'altronde, la vita di questi piccoli sventurati è molto breve.

“I bambini venivano raccolti a centinaia nei rioni popolari di Londra - scrive Margaretha Laski -. Portati alla stazione venivano stipati nei vagoni e spediti a lavorare nelle filande del Lancashire. Molti di essi camminavano appena. Il lavoro durava dodici e più ore al giorno. Il lavoro della tessitura lo facevano le macchine. E per badare a una macchina non occorreva un uomo, bastava un bambino. Cadevano dal sonno e dalla stanchezza nella solitudine delle fabbriche buie. La giornata lavorativa andava dall'alba al tramonto con un solo pasto, a mezzogiorno. Le malattie stroncavano i piccoli lavoratori”.

Negli anni intorno al 1850, il proletariato francese, belga, tedesco, si trova in condizioni identiche a quelle del proletariato inglese. Una famiglia di proletari può sopravvivere a stento. Non ha nemmeno un franco da spendere per il medico, le medicine, i vestiti. Una statistica rivela che a Nantes (Francia) 66 bambini su cento muoiono prima dei 5 anni. La durata media della vita di un operaio, tra il 1830 e il 1840, è di 17-19 anni. Sono questi gli anni (come abbiamo ricordato) in cui gli operai di Lione e di Parigi insorgono al grido: “Vivere lavorando o morire combattendo”, e sono dispersi dalle cannonate.

 

Anche in Italia la strage degli innocenti

In Italia la rivoluzione industriale arriva in ritardo, per mancanza di capitali e di materie prime. I primi stabilimenti tessili diventano “fabbriche” nel Lombardo-Veneto austriaco (lanificio Rossi a Schio nel 1817, Marzotto a Valdagno nel 1836). L'industria meccanica inizia a Milano nel 1846. La crescita industriale è lenta e stentata.

Sulla vita negli stabilimenti tessili della Lombardia, Rodolfo Morando scrive: « Nei filatoi di seta, grandi stabilimenti che occupano dai 100 ai 200 individui, si verificava il massimo impiego dei fanciulli. Le mansioni cui venivano adibiti erano di tale indole macchinale da ridurre in breve tempo all'ebetismo quei poveri esseri. Il lavoro si protraeva nell'inverno per 13 ore, e nell'estate per 15 o 16. Nei filatoi mossi ad acqua era talvolta continuo, e i fanciulli vi si tenevano occupati per tutta la notte. Gli ambienti umidi e malsani, il levarsi di gran mattino, il lungo permanere in posizioni incomode, provocavano con la massima frequenza, come riferiva il medico della zona, indurimenti ghiandolari, scrofola, rachitismo e tumori freddi. Oltre 15.000 fanciulli, in Lombardia, consumavano così il fiore della loro vita ».

A Torino, nel 1841, la rivoluzione industriale sta arrivando solo di riflesso. Il dazio del grano e della seta è stato diminuito sensibilmente, e ha spinto i padroni a una coltivazione migliore per fronteggiare l'abbassamento dei prezzi. Nel 1839, Carlo Alberto ha approvato la costruzione della ferrovia Torino-Genova, ha ripreso in esame il progetto del « canale a conche » tra Genova e il Po. Nel 1841 Medail presenta il suo progetto per il traforo ferroviario del Fréjus. L'anno dopo si costituisce l'Associazione agraria, e il re mette a disposizione il suo podere di Pollenzo per esperimenti di nuove e migliori coltivazioni.

La città si sviluppa rapidamente. Nei dieci anni 1838-48, la popolazione passa da 117.000 a 137.000, con un aumento del 17 per cento. Il lavoro edilizio ha uno sviluppo vigoroso. In questi dieci anni vengono costruite 700 nuove case, in cui si affollano settemila nuove famiglie. Il movimento di immigrazione ha un ritmo sostenuto. Toccherà la punta massima nel 1849-50, quando si parlerà di 50.000, o addirittura di 100.000 immigrati.

Arrivano famiglie povere o giovani soli dalla Val Sesia, dalle Valli di Lanzo, dal Monferrato, dalla Lombardia. Nei cantieri in costruzione don Bosco vede « fanciulli dagli otto ai dodici anni, lontani dal proprio paese, servire i muratori, passare le loro giornate su e giù per i ponti malsicuri, al sole, al vento, salire le ripide scale a pioli carichi di calce, di mattoni, senza altro aiuto educativo che villani rabbuffi o percosse ».

Le famiglie operaie, alla sera, « salgono alle soffitte ». Sono gli unici appartamenti con fìtto sopportabile per gli stipendi degli operai. Don Bosco sale a vederle, e le trova « basse, strette, squallide e luride. Servono da dormitorio, cucina, a volte stanza da lavoro per intere famiglie ».

 

Tirare i conti

Bande di giovani vagano, soprattutto alla domenica, per le strade e lungo le rive del Po. Guardano le persone « profumate e festose » che passeggiano noncuranti della loro miseria.

Don Bosco tira rapidamente i conti. Quei ragazzi hanno bisogno di una scuola e di un lavoro che aprano loro un avvenire più sicuro; hanno bisogno di poter essere ragazzi, cioè di scatenare la loro voglia di correre e di saltare in spazi verdi, senza intristire sui marciapiedi; hanno bisogno di incontrarsi con Dio, per scoprire e realizzare la loro dignità. Non è né il solo né il primo ad avere tirato conclusioni di questo genere. L'urgenza di aiutare le masse popolari è sentita in questo momento addirittura da Carlo Alberto.

Il re è principalmente preoccupato dall'« altra rivoluzione » che sta nell'aria, quella politica, che scoppierà con fragore nel 1847-48, e che in Italia verrà chiamata « Risorgimento ». È dibattuto tra le idee degli assolutisti (che egli ha giurato a Carlo Felice di difendere fino alla morte) e quelle dei liberali, che premono sempre più per la Costituzione e per l'unificazione dell'Italia.

Tenendo d'occhio l'Austria (la nemica di ogni concessione ai liberali) egli si sposta cautamente dalle posizioni assolutiste alle correnti più moderate dei liberali. Allaccia relazioni con Massimo D'Azeglio, Cesare Balbo, Giacomo Durando. Questo lungo cammino lo porterà a diventare il protagonista del primo Risorgimento.

Ma il re è ugualmente preoccupato delle condizioni sociali del suo regno, e appoggia ogni iniziativa di beneficenza e di istruzione popolare. Anche i preti e i politici, in questo tempo, sono divisi da tendenze favorevoli o contrarie alle idee liberali. Ma si trovano fianco a fianco sullo stesso campo di battaglia, contro la miseria materiale e morale della gente.

In questi anni Torino vede sorgere un ventaglio di scuole popolari per lavoratori. Nell'anno scolastico 1840-41 le scuole maschili della Mendicità sono 10 con 927 alunni; le femminili 9 con 519 alunne. Nel 1845 verranno aperte per i lavoratori due scuole di meccanica e di chimica applicata. Nel 1846 « alle 8 scuole serali dei Fratelli delle Scuole Cristiane si presentano 700 operai », scrive Carlo Ignazio Giulio.

Don Bosco si sta invece concentrando sul problema dei giovani. Don Cafasso lo vede, e decide di provocarlo fino in fondo.

 

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