Testi Salesiani

46. PATAGONIA, TERRA PROMESSA


46. PATAGONIA, TERRA PROMESSA

 

Approdarono a Buenos Aires il 14 dicembre 1875 e si trovarono circondati da amici. Con l'Arcivescovo della città e i sacerdoti, c'erano duecento immigrati italiani, che gridavano rumorosamente il loro benvenuto. E trovarono addirittura un gruppo di ex allievi dell’oratorio di Valdocco.

Ma rimasero esterrefatti “allo spettacolo di una popolazione di buona indole e di buone tradizioni, rispettosa verso i sacerdoti, generosa con loro, ma estremamente ignorante e quanto nessun'altra bisognosa di assistenza religiosa. Stando alle loro prime lettere, circa 30.000 italiani a Buenos Aires, e quasi 300.000 in tutta l'Argentina, data la penuria di sacerdoti connazionali, erano quasi abbandonati a se stessi. Don Cagliero e i suoi confratelli si sentirono come pioggia avidamente assorbita dal terreno riarso” (P. Stella).
Dopo alcuni giorni, i salesiani si divisero in due gruppi, come era stato stabilito partendo da Torino: don Cagliero con due confratelli prese residenza presso la chiesa dedicata alla Madre della Misericordia, per far funzionare la parrocchia popolata di immigrati italiani; don Fagnano guidò gli altri sei a San Nicolas, per dar vita al collegio per ragazzi.

A Buenos Aires, ciò che risultò veramente provvidenziale fu l'oratorio festivo, aperto immediatamente. Nella grande città mancava totalmente l'assistenza ai ragazzi. “Don Cagliero e i suoi collaboratori trasecolarono nel trovarsi attorniati benevolmente da giovani, per lo più italiani, che richiesti di fare il segno della croce, guardavano meravigliati, non comprendendo che cosa loro si volesse dire, e richiesti se andassero a Messa nei giorni festivi, rispondevano di non ricordarsene mai, perché non sapevano quando era domenica e quando no” (P. Stella).

Dappertutto mancavano scuole, e nel giro di poche settimane don Cagliero fu assediato di richieste, non solo dall'Argentina, ma anche dal vicino Uruguay. Il delegato apostolico di Montevideo, esortandolo a portarvi i salesiani, gli confidava cifre dolorose: in tutto l'Uruguay, vasto come metà l'Italia, non esisteva un seminario, né piccolo né grande. Non un chierico. Nella capitale non esisteva una sola scuola cattolica.

 

Ma i selvaggi?

Il pensiero dei selvaggi, che pure aveva spinto molti di loro a varcare il mare, per il momento venne accantonato. La “missione” vera era lì, in quelle città dove l'evangelizzazione era urgentissima.

Don Cagliero fermò la sua attenzione su tre opere che gli parve necessario aprire al più presto. Innanzitutto una scuola professionale, “una casa di artes y oficios avrebbe fatto epoca, sarebbe stata un avvenimento da notarsi nella storia patria, avrebbe riempito di ammirazione tutta la Repubblica, avrebbe fatto un bene immenso” (lettera a don Bosco, 5 febbraio 1876). Poi un collegio a Montevideo: il primo collegio cristiano nella capitale dell'Uruguay. Finalmente un'opera per i ragazzi nel rione più povero di Buenos Aires, “La Boca”, popolato di italiani e dominato dalla massoneria.

Per le strade di quel quartiere nessun prete osava passare. Don Cagliero vi si recò subito, radunò un gruppo di ragazzi distribuendo delle medaglie della Madonna, riuscì a parlare con qualche famiglia. L'Arcivescovo venne a saperlo e gli disse:

- Ha commesso una grossa imprudenza. Io non ci sono mai andato, e non permetto a nessuno dei miei preti di andarci. Ci si espone a gravi pericoli.

- Eppure io ho proprio la tentazione di tornarvi.
Due o tre giorni dopo vi tornò davvero. I ragazzi gli corsero incontro gridando in genovese: “Il prete delle medaglie!”. Allora si rinnovarono le antiche scene di don Bosco nella periferia di Torino: “La do a chi è il più buono. A chi è il più cattivo. Sapete fare il segno della croce? E l'Ave Maria?”.

Uomini e donne uscivano sulla porta a vedere quel prete che osava stare tra i loro barabbotti, e che prometteva un cortile con giochi, canti, musica e allegria.

Da Valdocco, però, si chiedevano con insistenza notizie dei selvaggi. “Patagonia - scriveva Eugenio Ceria, testimone diretto - era parola che infiammava le immaginazioni giovanili. Quanti sognavano avventure tra gli indios, scorrazzanti per quelle libere terre!”. Don Bosco doveva alimentare quelle fantasie giovanili, non lasciar cadere l'entusiasmo.

E i missionari mandavano nelle loro lettere notizie che raccoglievano qua e là. Assai inesatte all'inizio, poi via via più precise. Una lettera del 10 marzo 1876 diceva:

“Le condizioni materiali e spirituali degli Indi, ossia delle tribù dei Pampas e dei Patagoni, ci riempie l'anima di profonda amarezza. I cacichi (= capi) di queste tribù sono in lotta contro il governo. Si lamentano di vessazioni e angherie, eludono le truppe accantonate per reprimerli, scorrazzano per la campagna, rubano, e armati di carabine Remington fanno prigionieri uomini, donne e fanciulli, cavalli e pecore. I soldati del governo, per contro, fanno loro guerra a morte, sicché gli animi, lungi dall'avvicinarsi, non fanno che sempre più inasprirsi e concitarsi a vicenda. Forse sarebbe ben altra cosa se, invece di soldati, si mandasse una schiera di Cappuccini o di altri missionari: si salverebbero molte anime, e la floridezza e il benessere sociale metterebbero piede fra quei selvaggi. Nello stato di colluttazione e di esasperamento in cui si trovano gli Indi contro il governo, i missionari possono fare poco o nulla”.

 

Da Torino arrivano ragazzi.

Don Bosco, da Valdocco, capisce la situazione: Buenos Aires, satura di immigrati, gli ricorda la Torino dei ragazzi che scendevano giù dalle valli quando lui era un giovane prete.

Prepara una seconda spedizione. Perché laggiù don Cagliero possa fondare le opere che appaiono più urgenti, il 7 novembre 1876 spedisce in America 23 salesiani. Tra essi ci sono don Bodrato e don Luigi Lasagna (il “ragazzo dai capelli rossi”), che daranno un impulso notevolissimo all'opera salesiana. È uno sforzo che costa sangue alla giovane e ancora gracile Congregazione. Scrive a don Cagliero: “Questa spedizione ci ha ingolfati fino al collo, ma Dio ci aiuta e ce la caveremo”.

Don Bosco, però, non vuole che si accantoni troppo presto il disegno iniziale: l'evangelizzazione degli indios.

Propone un piano che da lontano sembra dover funzionare: aprire collegi nelle città confinanti con le terre degli indios, accogliervi figli di selvaggi, avvicinare per loro mezzo gli adulti, “in tanto che si coltivano quelle vocazioni ecclesiastiche che per avventura si manifestano tra gli allievi. In questa guisa si spera di preparare dei missionari per i Pampas e i Patagoni. I selvaggi diventerebbero così evangelizzatori dei medesimi selvaggi”.

Ma sul posto il piano non funziona. Don Costamagna, don Fagnano, don Lasagna fanno scorrerie missionarie molti chilometri lontano dai centri della vita nazionale, tra colonie sperdute nelle immense campagne, ma non incontrano mai la faccia di un selvaggio. Le “città confinanti con le terre degli indios” non esistono. Per raggiungere le terre degli indios bisogna aggregarsi agli avventurieri e ai mercanti, che viaggiano verso sud in carovana o sui velieri percorrendo un migliaio di chilometri. Laggiù esistono agglomerati di poche case e di molte baracche che diverranno le città di domani.

Nel novembre del 1877, don Bosco invia in Argentina un terzo gruppo di salesiani: 18. Qualcuno l'ha definita “la crociata dei bambini”, perché comprende otto chierici giovanissimi. Ma i risultati gli daranno ragione.

Con i salesiani, per la prima volta partono le Figlie di Maria Ausiliatrice: un gruppo piccolo, una delle solite “cose da niente”, con cui don Bosco ha sempre iniziato imprese gigantesche. Dietro quelle prime FMA (che madre Mazzarello ha accompagnato alla nave) varcheranno il mare migliaia di missionarie.

L'Arcivescovo di Buenos Aires capisce che don Bosco sta facendo per la sua diocesi “cose oltre il limite del possibile”. E vuole dimostrarsi riconoscente. Per secondare i suoi desideri invia il suo vicario, mons. Espinosa, e due salesiani in un'escursione fino alla Patagonia, alle terre degli indios. Così don Bosco potrà finalmente avere le desiderate notizie “sui selvaggi”.

Il 7 marzo 1878, in riva al Paranà, don Costamagna, don Rabagliati e il vicario si imbarcano su un vapore diretto a sud. Saranno sbarcati a Bahia Bianca (mille chilometri, via mare). Di lì proseguiranno “in qualche maniera” per altri 250 chilometri, fino a Patagònes, sul Rio Negro (che divide la Pampa dalla Patagonia).

Il tentativo non solo fallì, ma rischiò di mutarsi in tragedia. Si scatenò una bufera. Il vento pampèro per tre giorni e due notti squassò e sballottò il vapore, che alla fine, molto malconcio, dovette tornare al porto di Buenos Aires.

La coloratissima lettera con cui don Costamagna descrisse a don Bosco la tempesta, ebbe un successo favoloso tra i ragazzi di Valdocco e i lettori del Bollettino Salesiano.

 

“La croce va dietro la spada. Pazienza!”

La seconda spedizione verso la terra degli indios iniziò il 16 aprile 1879. Julio Roca, generale e ministro della guerra, stava partendo verso sud con 8.000 soldati. Era una vasta spedizione di “rastrellamento” contro le tribù indigene che suscitavano continue sommosse e guerriglie.

In precedenti spedizioni non pochi Indios erano stati massacrati, altri condotti a Buenos Aires e distribuiti come schiavi nelle famiglie. Nelle tribù superstiti regnava un odio profondo contro i bianchi. Facile prevedere che, piuttosto di arrendersi, avrebbero preferito farsi sterminare. Facile pure prevedere che i soldati si sarebbero lasciati andare ai soliti massacri.

Il ministro della guerra volle quindi tentare l'uso dei “mezzi morali”. Chiese all'Arcivescovo dei sacerdoti che operassero come cappellani militari tra le truppe, e come missionari tra le tribù indigene. L'Arcivescovo gli inviò il suo vicario e i salesiani don Costa- magna e don Botta.

“A don Costamagna questa faccenda non piace molto - scrive in quei giorni don Bodrato a don Bosco -. Teme che il prete mescolato ai soldati allontani quella gente dal Vangelo. Ad ogni modo ora più che mai è necessario pregare per loro”.

Buenos Aires, Azul, Carhué, Choele-Choel, Patagònes. Circa 1.300 chilometri percorsi a cavallo o su carri traballanti da Far West. È il primo “viaggio missionario” compiuto da due salesiani, narrato con vivacità popolaresca nelle lettere che don Costamagna invia durante il tragitto a don Bosco. Vengono lette con grande commozione a Valdocco, pubblicate sul Bollettino e su giornali cattolici, destano entusiasmi sconfinati.

Ne riportiamo qualche frammento.

“Con il ministro della guerra e molti militari siamo partiti da Azul, ultimo paese dell'Argentina, dopo il quale comincia il grande deserto della Pampa.

La croce va dietro la spada. Pazienza! L'Arcivescovo ha accettato, e noi abbiamo chinato il capo. Ci fu assegnato un cavallo e un carro per tutti: sopra l'altare, l'armonium e le nostre valigie.

Nel primo giorno vedemmo a quando a quando dei toldos o capanne fatte con pelli d'animali. Sono indi Pampas, già quasi civilizzati. Sono di colore molto bruno, faccia larga e schiacciata. Passando loro vicino li salutammo con qualche parola della loro lingua, e tirammo avanti a traverso il deserto.

Il Carhué è una stazione nel cuore del deserto Pampa, linea di frontiera tra l'Argentina e le tribù degli Indios. Compongono la stazione una fortezza di sola terra, una quarantina di case e di toldos di due tribù indios, gli Eripaylà e i Manuel Grande. Fattomi dare un cavallo, raggiunsi quelle tribù.

Approssimandomi alle tolderie, non mancavo di sentirmi un qualche batticuore: come farò? Eccomi venire incontro il figlio del cacico Eripaylà, il quale per mia fortuna sa parlare lo spagnolo. Mi ricevette cordialmente, mi condusse da suo padre facendomi da interprete. Il cacico mi accolse con tutta bontà, e mi disse che era suo vivo desiderio che tutti si istruissero nella religione cattolica, e ricevessero il Battesimo. Senz'altro allora io riunii i ragazzi, e incominciai il catechismo. Con un po' di sforzo insegnai loro il segno della santa croce.

Al Carhué abbiamo amministrato una cinquantina di battesimi ai ragazzi indios ed una ventina a figli di cristiani, e Dio volesse che ci fossimo potuti fermare almeno un mese! Ma il ministro ci pregò di seguirlo. A malincuore partimmo, con desiderio vivissimo di ritornarci al più presto.

Seguimmo la via del deserto non solo in compagnia dell'esercito, ma anche di frazioni di tribù indios, che per ordine del ministro dovevano trasportare i loro toldos a Choele-Choel, per formare su quei nuovi confini un popolo nuovo. Deserto e sempre deserto per un mese consecutivo.
L'11 maggio, dopo essere passati per valli e per monti, lagune e torrenti, arrivammo finalmente al Rio Colorado, fiume che poco più poco meno può essere grande come il nostro Po a Torino. Sulla sponda celebrammo la S. Messa.

Domandai e ottenni di accompagnarmi con l'avanguardia, che, lasciando il convoglio dei carri, avrebbe anticipato l'arrivo al Rio Negro. Camminai per tre giorni a cavallo tra boschi di spine, facendo di tutto per non lasciarmi mettere l'abito a brandelli. Al mattino del 24 maggio, alzandomi all'albeggiare e scossa la brina che era caduta su ciò che dovrei chiamare il mio letto, mi riscaldai a un bel fuoco, poi partii a cavallo, e ora trottando ora galoppando giunsi a Choele-Choel. Alle 16,34, nel momento in cui il sole tramontava dietro la Cordigliera, mettevo piede a terra sulla sponda del Rio Negro, cioè sulle sponde della Patagonia, che quel fiume divide dalla Pampa. E intonai dal fondo del cuore un inno di grazie alla nostra cara madre Maria Ausiliatrice, nel giorno della sua festa”.

 

Caccia all'uomo.

“L'indomani cercai tosto a Choele-Choel gli indios prigionieri di guerra, per catechizzarli. La miseria nella quale li trovai è qualche cosa di penoso. Alcuni erano seminudi, non avevano toldos, dormivano all'aperto senza riparo. Poveretti. Al vedermi arrivare mi circondarono, uomini e donne, ragazzi e ragazze”.

I missionari raggiunsero Patagònes, un centro di 4.000 abitanti sul Rio Negro, e di qui rientrarono a Buenos Aires alla fine di luglio.

Ma la campagna militare sul Rio Negro continuò per quasi due anni, fino all'aprile del 1881. In preda alla paura e alla disperazione, gli indios fuggirono attraverso la Cordigliera verso il Cile, o si arresero. Il fiero cacico Manuel Namuncurà, con piccole unità di indios guerrieri, fuggì verso la Cordigliera e si rifugiò in un'alta valle.

Da quel momento gli indios cessarono di essere unità militari. I raggruppamenti superstiti, ridotti alla paura e alla povertà, saranno negli anni seguenti oggetto di una caccia silenziosa e spietata, che cercherà di farne degli schiavi per le fattorie, o semplicemente di eliminarli.

Il 5 agosto 1879 l'Arcivescovo di Buenos Aires offerse a don Bosco la missione di Patagònes. Don Bosco incaricò don Costamagna di trattare seriamente con l'Arcivescovo “l'apertura di una casa centrale di suore e di salesiani. Io mi occuperò del personale, e tutti insieme dei mezzi materiali”.

Nella lettera di capodanno ai Cooperatori, datata 1° gennaio 1880, annunciava l'inizio della missione a Patagònes. “Ho accettato pieno di fiducia in Dio e nella vostra carità”.

Alla foce del Rio Negro, sulle sponde opposte, erano cresciuti due agglomerati di abitazioni: Patagònes e Viedma. Il 15 dicembre 1879, da Buenos Aires, partirono due gruppetti di salesiani. A loro erano state affidate le missioni di Patagònes e di Viedma. Don Fagnano, parroco di Patagònes, insieme a due sacerdoti, due coadiutori e quattro suore, avrebbe dovuto pensare a tutte le colonie e le tribù fra il Rio Negro e il Rio Colorado: un territorio chiamato “La Pampa” e vasto quanto l'alta Italia, dal Piemonte al Veneto. Don Milanesio, parroco di Viedma, avrebbe pensato a tutti gli abitanti al sud del Rio Negro, nella zona chiamata Patagonia: un territorio vasto come l'Italia dal Po alla Calabria.

Don Fagnano adottò come tattica quella di “far venire più gente possibile a casa nostra”. Nello spazio di 10 mesi tirò su due scuole per ragazzi e ragazze. La prima infornata fu di 88 giovani, tra cui alcuni figli di indios.

Don Milanesio adottò una tattica completamente diversa, “andare a trovare la gente a casa loro”. Montò a cavallo e andò alla ricerca degli indios. In poco tempo imparò la loro lingua, raggiunse e divenne amico di numerose tribù, salvò gruppi e famiglie isolate dai soprusi dei bianchi. Con la sua barba al vento divenne la figura tipica del missionario pioniere. Gli indios avevano fiducia e riverenza verso di lui. Giunsero a invocare il suo nome come una parola magica, quando i bianchi così detti “civili” li maltrattavano.
Le tattiche dei due grandi missionari si integrarono perfettamente. Viedma e Patagònes divennero sedi di efficienti scuole e collegi dove si preparava una nuova generazione di cittadini: onesti, cristiani, rispettosi degli indios. E divennero punti strategici da cui i missionari itineranti, seguendo il corso dei fiumi, s'inoltravano per vallate, colline e montagne, a visitare i toldos degli indios e le fazendas dei coloni bianchi.

Manuel Namuncurà, l'ultimo grande cacico araucano, quando si decise a trattare la resa con il governo argentino, scelse come mediatore di pace don Milanesio. Sotto la sua protezione, il cacico depose le armi nel forte Roca il 15 maggio 1883. In cambio ricevette titolo, divisa e stipendio di colonnello dell'esercito.

 

“Io vedevo nelle viscere delle montagne”.

In quello stesso 1883, a migliaia di chilometri di lontananza, don Bosco vede in un nuovo sogno l'avvenire dell'America del Sud e dei suoi missionari.

“Guardavo dai finestrini del carrozzone, e mi vedevo sfuggire innanzi svariate ma stupende regioni. Boschi, montagne, pianure, fiumi lunghissimi e maestosi. Per più di mille miglia abbiamo costeggiato il lembo di una foresta vergine, oggi giorno ancora inesplorata.

Io vedevo nelle viscere delle montagne e nelle profondità delle pianure. Avevo sott'occhio le ricchezze incomparabili di questi paesi che un giorno verranno scoperte. Vedevo miniere numerose di metalli preziosi, cave inesauribili di carbon fossile, depositi di petrolio così abbondanti quali mai finora si trovarono in altri luoghi.

Il treno riprese la corsa attraverso la Pampa e la Patagonia. Giungemmo allo stretto di Magellano. Scendemmo. Avevamo innanzi Punta Arenas. Il suolo per varie miglia era ingombro di carbon fossile, di tavole, di travi, di legna, di mucchi immensi di metallo, parte greggio parte lavorato. Il mio amico accennò a queste cose e disse: " Ciò che adesso è in progetto, un giorno sarà realtà ".
Conclusi: " Ho visto abbastanza. Ora conducimi a vedere i miei salesiani in Patagonia ". Ritornammo alla stazione e risalimmo sul treno. Dopo aver percorso un lunghissimo tratto di via, la macchina si fermò innanzi a un borgo considerevole. Discesi dal vapore e trovai subito i salesiani.

Io andai in mezzo a loro. Erano molti, ma io non li conoscevo, e fra loro non vi era alcuno degli antichi miei figli. Tutti mi guardavano stupiti, come se fossi persona nuova, e io diceva loro:

- Non mi conoscete? Non conoscete don Bosco?

- Oh, don Bosco, noi la conosciamo per fama, ma l'abbiamo visto solamente nei ritratti. Di persona, no certo.

- E don Fagnano, don Costamagna, don Lasagna, don Milanesio, dove sono?

- Noi non li abbiamo conosciuti. Sono coloro che vennero qui una volta nei tempi passati, i primi salesiani che arrivarono in questi paesi dall'Europa. Ma ormai sono passati molti anni da che sono morti.

A questa risposta io pensavo meravigliato:
- Ma questo è un sogno oppure realtà?
Risalimmo, fischiò la macchina, e via verso il nord. Per lunghissime ore si avanzò sulle sponde di un fiume lunghissimo. Ora il treno correva sulla sponda destra, ora sulla sinistra. Intanto sulle rive comparivano numerose tribù di selvaggi. E il mio accompagnatore ripeteva:

- Ecco la messe dei salesiani! Ecco la messe dei salesiani!”.

Durante quel lungo e fantastico sogno, il misterioso accompagnatore di don Bosco gli predisse il tempo della completa “redenzione” dei popoli selvaggi dell'America del Sud:

- Sarà compiuta prima che si compia la seconda generazione. Ogni generazione comprende 60 anni.

Indicò anche il metodo con cui i missionari l'avrebbero ottenuta: - Con il sudore e con il sangue.

 

L'ultimo sogno missionario di don Bosco.

Nella notte tra il 9 e il 10 aprile 1886, don Bosco avrebbe avuto il suo ultimo sogno missionario. Lo raccontò, con la voce ormai rotta dalla stanchezza e dalla commozione, a don Rua e al suo segretario don Viglietti. È una visione grandiosa e serena del futuro.

Dagli appunti presi dagli ascoltatori trascriviamo appena i tratti che ci paiono essenziali:

“Da una vetta spinse lo sguardo in fondo all'orizzonte. Vide una quantità immensa di giovanetti, i quali, correndo intorno a lui, gli andavano dicendo:

- Ti abbiamo aspettato; ti abbiamo aspettato tanto, ma finalmente ci sei. Sei tra noi e non ci sfuggirai!

Una pastorella che guidava un immenso gregge di agnelli gli disse:
- Spingi il tuo sguardo. Spingetelo voi tutti. Che cosa vedete?
- Vedo montagne, poi mare, poi colline, quindi di nuovo montagne e mari. - Leggo - diceva un fanciullo - Valparaiso.
- Io leggo - diceva un altro - Santiago.

- Ebbene - continuò essa -, parti da quel punto e vedrai quanto dovranno fare i salesiani in avvenire. Tira una linea e guarda. I giovani, aguzzando lo sguardo, esclamarono in coro:

- Leggiamo Pechino.

- Ora - disse la pastorella - tira una sola linea da un'estremità all'altra, da Pechino a Santiago, fanne un centro in mezzo all’Africa, e avrai un'idea esatta di quanto debbono fare i salesiani.

- Ma come fare tutto questo? - esclamò don Bosco -. Le distanze sono immense, i luoghi difficili, e i Salesiani pochi.

- Non ti turbare. Faranno questo i tuoi figli, i figli dei tuoi figli e dei figli loro. Tira una riga da Santiago al centro dell'Africa. Cosa vedi?

- Dieci centri di stazioni.

- Ebbene, questi centri che tu vedi, formeranno studio e noviziato, e daranno moltitudine di missionari per provvedere a queste terre. E ora volgiti da quest'altra parte. Qui vedi altri dieci centri nel mezzo dell'Africa fino a Pechino. E anche questi centri forniranno i missionari a tutte queste terre. Là c'è Hong-Kong, là Calcutta, più in là Madagascar. Questi e più altri avranno case, studi e noviziati”.

Quando don Bosco arrivò al termine della sua vicenda terrena, nell'America Latina lavoravano 150 salesiani e 50 FMA. Si erano insediati stabilmente in cinque nazioni: Argentina, Uruguay, Brasile, Cile, Equatore. In 13 anni era stato compiuto un lavoro grande.

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