Testi Salesiani

4. TEMPO DI MARZO


4. TEMPO DI MARZO

 

La vita della famiglia Bosco è povera. Tra le poche case dei Becchi, quella dei Bosco è la più povera di tutte. Una costruzione a un piano, che fa da abitazione, fienile e stalla.

In cucina ci sono i sacchi di granturco, e al di là di una sottile parete ruminano due mucche. Al piano, le stanze da dormire, piccole e scure, proprio sotto il tetto.

Povertà vera, ma non miseria, perché si lavora da parte di tutti, e il lavoro del contadino rende poco ma rende. I muri sono nudi, però bianchi di calce. I sacchi di granturco sono pochi, ma vengono svuotati lentamente, e finiscono per bastare. Le mucche devono tirare il carro e l'aratro. Di latte ne danno quindi poco e magro. Quel poco però basta.

Per questo, i bambini di casa Bosco non sono sfiorati dalla tristezza, e nemmeno dall'aggressività. Anche nella povertà si può essere felici, con pazienza.

Tra gli otto e i nove anni, Giovanni comincia a partecipare più attivamente al lavoro della famiglia, a condividerne la vita dura e austera.

Si lavora da sole a sole, e il sole d'estate si alza presto. “Uomo che dorme non piglia pesci”, diceva Margherita ai ragazzi destandoli all'alba. E forse Giovannino, imbambolato dal sonno, si sarà domandato molte volte dove fossero quei benedetti pesci.

La colazione del mattino è puro e semplice nutrimento: una fetta di pane asciutto e acqua fresca. Giovanni impara a zappare, a falciare l'erba, a maneggiare la roncola, a mungere le mucche. Un vero contadino. I viaggi si fanno a piedi. La diligenza passa lontano, sullo stradale di Castelnuovo, e costa. Alla sera si va a dormire sul pagliericcio gonfio di foglie di granturco.

 

I piedi del povero

Se c'era un malato grave nelle case vicine, venivano a svegliare Margherita. Sapevano che non si rifiutava di dare una mano. E lei destava uno dei figli, perché l'accompagnasse. Diceva:

- Andiamo. C'è da fare un'opera di carità.

“Fare un'opera di carità”. Con questa semplice espressione, a quei tempi, si mettevano insieme molti “valori” che oggi chiamiamo generosità, servizio, impegno per gli altri, amore concreto, altruismo.

“D'inverno - ricordava don Bosco - veniva spesso a bussare alla nostra porta un mendicante. Attorno c'era neve, e domandava di dormire sul fienile”. Margherita, prima di lasciarlo andare su, gli dava un piatto di brodo caldo. Poi gli guardava i piedi. Il più delle volte erano ridotti male. Gli zoccoli consumati lasciavano passare acqua e tutto. Lei non ne aveva un altro paio da regalare, ma gli avvolgeva i piedi in pezzi di panno, e li legava come poteva.

In una casa dei Becchi abitava Cecco. Era stato ricco, ma aveva sprecato tutto. I ragazzi gli davano la baia. Forse lo chiamavano “cicala”. Le mamme infatti lo indicavano ai bambini e contavano la storia della formica e della cicala: “Mentre noi lavoravamo come formiche, lui cantava, faceva baldoria. Era allegro come una cicala. E adesso vedi come è ridotto. Impara”.

Quel vecchio si vergognava a chiedere l'elemosina, e sovente pativa la fame. Margherita, quando era notte, lasciava sul davanzale un pentolino di minestra calda. Cecco veniva a prendersela camminando nel buio.

Giovanni imparava. Più la carità che il risparmio. C'era un ragazzo che faceva il garzone in una cascina poco lontana. Si chiamava Secondo Matta. Al mattino il padrone gli dava una fetta di pane nero e gli metteva in mano la cavezza di due mucche. Doveva condurle al pascolo fino a mezzogiorno. Scendendo nella valle incontrava Giovanni che portava anche lui le mucche al pascolo, e aveva in mano una fetta di pane bianco. A quei tempi un pane così era una raffinatezza. Un giorno Giovanni gli disse:

- Mi fai un favore?
- Volentieri.
- Vorrei che ci scambiassimo il pane. Il tuo dev'essere più buono del mio.

Secondo Matta ci credette, e per tre stagioni di seguito - è lui che lo racconta - tutte le volte che s'incontravano, scambiavano il pane. Soltanto quando fu un uomo, il signor Matta ci pensò su, e capì che Giovanni Bosco era una brava persona.

 

Nel bosco i banditi

Vicino alla casa c'era un bosco. Più di una volta, quando veniva la notte, alla porta di Margherita bussavano piccoli gruppi di “banditi”, braccati dalle guardie. Venivano a chiedere una scodella di minestra e un po' di paglia per dormire.

Margherita non si spaventava certo di queste visite. Era abituata. Durante il tempo di Napoleone, i giovani che scappavano alla “leva” erano numerosissimi. Negli ultimi anni raggiungevano il 70%, dicono gli storici. Vivevano nei boschi o sulle montagne, a gruppi. Si davano al brigantaggio per vivere, oppure si assoldavano nelle cascine fuori mano sotto falso nome. (Tra i “renitenti alla leva” di Napoleone, in Francia ci fu anche Giovanni Vianney, che faceva il contadino sotto il nome di Vincent: sarebbe diventato il santo Curato d'Ars).

Ciò che dava apprensione era il fatto che dietro i banditi sovente spuntavano i carabinieri (istituiti proprio in quegli anni da Vittorio Emanuele I). Ma in casa Bosco vigeva una specie di tacito armistizio. Le guardie, stanche della salita, chiedevano a Margherita un bicchier d'acqua, e magari un dito di vino. I banditi, dal fienile, sentivano le voci e se ne andavano in silenzio. “Benché molte volte sapessero chi stava in quel momento nascosto in casa - scrive Giovanni B. Lemoyne, il principale biografo di don Bosco, che ebbe con lui lunghissimi colloqui negli anni di Torino - dissimulavano, e non tentarono mai un imprigionamento”.

Giovannino guarda tutto, e cerca di capire. Dalla mamma ha saputo che “prima” erano i soldati del regime democratico che inseguivano le persone rimaste fedeli al re. Ora gli inseguitori sono diventati inseguiti. I carabinieri del re danno la caccia ai democratici. Presto le cose cambieranno ancora. I “pendagli da forca” (come in questi anni il marchese Michele di Cavour chiama i democratici) diventeranno ministri, capi della polizia, padroni della cosa pubblica. Gli inseguiti saranno altri.

Mamma Margherita, abituata a questi cambiamenti di fronte, offre una scodella di brodo e una fetta di pane a chiunque bussi alla sua porta, senza domandargli da che parte stia. Forse possiamo pensare che proprio questi avvenimenti fanno nascere in Giovanni Bosco la convinzione della “relatività” della politica e dei partiti. Egli penserà sempre alla politica come a una componente discutibile e variabile della vita. Di conseguenza attesterà la sua vita su capisaldi ben più solidi: le anime da salvare, i giovani poveri da nutrire e educare. Ciò che lui chiamerà “la politica del Padre Nostro”.

 

“Mia madre mi insegnò a pregare”

La carità, ai Becchi, non si faceva per filantropia o per sentimento, ma per amor di Dio. Il Signore era di casa nella famiglia Bosco. Margherita era illetterata, ma sapeva a memoria lunghi tratti della Storia Sacra e del Vangelo. E credeva nella necessità di pregare, cioè di parlare con Dio, per avere la forza di vivere e di fare del bene.

“Finché ero piccolino - scrive don Bosco - mi insegnò lei stessa le preghiere. Mi faceva mettere con i miei fratelli in ginocchio mattina e sera, e tutti insieme recitavamo le preghiere in comune”.

Il prete era lontano, e lei non aspettò che trovasse il tempo per venire a insegnare il catechismo ai suoi bambini. Ecco alcune domande e risposte del Compendio della dottrina cristiana che Margherita aveva imparato da piccola, e che insegnò a Giovanni, Giuseppe e Antonio:

D. Che cosa deve fare un buon cristiano la mattina subito svegliato?
R. Il segno della Santa Croce.
D. Levato poi e vestito, che cosa deve fare un buon cristiano?
R. Mettersi in ginocchioni se può, avanti qualche divota immagine, e rinnovando col cuore l'Atto di fede nella presenza di Dio dire con divozione: Vi adoro, mio Dio.
D. Che cosa si deve fare prima del lavoro?
R. Offrire il travaglio a Dio”.
Una delle prime “pratiche religiose” a cui Giovannino partecipò fu la recita del Rosario.

In quel tempo era la preghiera serale di tutti i cristiani. Ripetendo cinquanta volte l'Ave Maria, anche i contadini dei Becchi parlavano con la Madonna, più madre che regina. Per loro, dire cinquanta volte le stesse parole, non era un controsenso: nella giornata avevano battuto la zappa centinaia di volte nei solchi, e sapevano che solo così si ottiene un buon raccolto. Sgranando la corona, il pensiero andava ai figli, ai campi, alla vita, alla morte. Giovanni cominciò così a parlare alla Madonna, e sapeva che lei lo guardava, lo ascoltava.

Nelle sue Memorie, don Bosco ricorda anche la sua prima confessione: “Fu mia madre a prepararmi. Mi accompagnò in chiesa, si confessò lei per prima, mi raccomandò al confessore. Dopo mi aiutò a fare il ringraziamento”.

 

Scuola nella stagione morta

La prima classe elementare, Giovannino la frequentò probabilmente a 9 anni, nell'inverno 1824-25. Allora le lezioni cominciavano il 3 novembre, e al 25 marzo erano già finite. Era la “stagione morta” della campagna. Prima e dopo, anche le deboli braccia dei ragazzini erano necessarie in casa e nei campi.

Siccome la scuola comunale di Castelnuovo era lontana cinque chilometri, suo primo maestro fu un contadino che sapeva leggere. Poi la zia Marianna Occhiena, sorella di Margherita e donna di servizio del prete-maestro di Capriglio, pregò quel sacerdote di trovare un posto nella sua scuola per il nipotino.

Don Lacqua l'accontentò, e Giovanni rimase probabilmente ospite della zia per tre mesi. Lo stesso avvenne nell'inverno 1825-26. In quella stagione, però, Antonio (diciassettenne) cominciò a fare la faccia dura.

- Perché mandarlo ancora a scuola? Una volta che si sa leggere e fare la firma, ce n'è d'avanzo. Prenda la zappa come l'ho presa io.

Margherita cercava di ragionarlo:

- Più gli anni passano, più l'istruzione diventa necessaria. Non vedi che persino i calzolai e i sarti vanno a scuola? Avere in casa uno che sa fare di conto, non sarà inutile.

Appena imparò a leggere, i libri divennero la sua passione. Ne chiedeva qualcuno in prestito a don Lacqua, e molti pomeriggi dell’estate li passava all'ombra delle piante a divorare le pagine. Andando al pascolo, era disposto a badare anche alle mucche degli amici, purché lo lasciassero leggere in pace.

Ma non divenne un secchione. Gli piaceva leggere, ma gli piaceva sempre giocare e arrampicarsi sugli alberi.

Un pomeriggio insieme con gli amici avvistò su un ramo di una grossa quercia un nido di cardellini. Salì lungo il tronco, e vide che c'erano già i piccoli, pronti da mettere in gabbia. Il nido era proprio all'estremità di un ramo grosso e lungo, quasi parallelo al suolo.

Giovanni ci pensò un poco sopra, poi dall'alto disse agli amici: “Vado”. Adagio adagio scivolò sul ramo, che diventava sempre più sottile e flessibile. Allungò la mano, prese i quattro piccoli e se li pose in seno. Adesso si trattava di tornare indietro, lungo il ramo che si era piegato in avanti sotto il suo peso. Strisciò adagio, ma di colpo gli scivolarono i piedi. Si trovò appeso solo per le mani, ad un'altezza paurosa. Con un colpo di reni riagganciò il ramo anche con i piedi, ma poi non riuscì a fare più niente. Ogni sforzo per stendersi di nuovo sul ramo a faccia in giù, fu inutile. Aveva i goccioloni sulla fronte. Sotto, gli amici gridavano e saltavano, ma non combinavano niente.
Quando le braccia non lo ressero più, si lasciò cadere nel vuoto. Batté un colpo tremendo. Rimase tramortito per alcuni minuti. Poi riuscì a tirarsi seduto.

- Ti sei fatto male?

- Speriamo di no - riuscì a sussurrare.
- E gli uccellini?
- Sono qui, vivi -. Aprì la camicia e li tirò fuori. - Ma mi sono costati cari.

Cercò di incamminarsi verso casa, ma tremava in tutta la persona e dovette sedersi di nuovo. Quando riuscì a rientrare disse a Giuseppe:

- Sto male, ma non dire niente alla mamma.

La notte a letto gli fece bene, ma gli effetti di quel salto tremendo li sentì per molti giorni.

 

Un merlo piccolo piccolo

Gli uccelli erano la sua passione. Aveva preso dal nido un merlo piccolo piccolo e l'aveva allevato. Nella gabbia intrecciata con rami di salice gli insegnò a zufolare. L'uccello imparò. Quando vedeva Giovanni lo salutava con il fischio modulato, saltava allegro tra le sbarre, lo fissava con l'occhietto nero-brillante. Un merlo simpatico.

Ma una mattina il merlo non gli mandò il suo fischio. Un gatto aveva sfondato la gabbia e l'aveva divorato. Rimaneva un ciuffo di piume insanguinate. Giovanni si mise a piangere. Sua madre cercò di calmarlo, dicendogli che di merli nei nidi ne avrebbe trovati ancora. Ma Giovanni continuò a singhiozzare. Non gli importava niente degli altri merli. Era “quello lì”, il suo piccolo amico, che era stato ucciso, che non avrebbe mai più visto.

Rimase triste alcuni giorni, e nessuno riusciva a farlo ritornare allegro. “Finalmente - racconta il Lemoyne - si fermò a riflettere sulla nullità delle cose mondane, e pigliò una risoluzione superiore all'età sua: propose di non attaccare mai più il cuore a cosa terrena”. Le stesse parole le ripetè alcuni anni dopo, alla morte del suo più caro amico, e molte altre volte.

Fa piacere costatare che questo fu il proposito che Giovanni Bosco non riuscì mai a osservare. Anche lui come noi, con il cuore di carne, che ha bisogno di amare le cose piccole e grandi. Piangerà con il cuore in pezzi alla morte di don Calosso, di Luigi Comollo, alla vista dei primi ragazzi dietro le sbarre di una prigione. Dirà di chi faceva del male ai suoi ragazzi: “Se non fosse peccato, li strozzerei con le mie mani”. I suoi ragazzi testimonieranno di lui con un'insistenza quasi monotona: “Mi voleva bene”. Uno di loro, Luigi Orione, scriverà: “Camminerei sui carboni ardenti per vederlo ancora una volta, e dirgli grazie”.

L'ascetica del tempo insegnava che “attaccare il cuore alle creature” era male. Meglio non rischiare, amare poco. Quella più evangelica del Vaticano II ci dirà che, certo, non bisogna trasformare le creature in idoli, ma che Dio ci ha dato il cuore perché amiamo senza paura. Il dio dei filosofi è impassibile. Ma il Dio della Bibbia no: egli ama e si adira, soffre e piange, ha fremiti di gioia e sorrisi di tenerezza.

 

La sua terra

A nove anni, il fanciullo comincia a uscire dal guscio caldo della sua famiglia, a guardarsi intorno. Anche Giovannino guardava, e scopriva la sua terra. Bella, ondulata, calma. Vi crescevano i gelsi, le viti, il granturco, la canapa. Vi pascolavano armenti e greggi. I boschi estesi e fitti erano macchie di verde intenso. I contadini che zappavano adagio sotto il sole erano uomini pazienti, tenaci. Gente fedele alla propria terra, in cui aveva piantato radici come gli alberi. Non avevano vergogna a cavarsi il cappello davanti al prete e a Dio, e quando chiudevano l'uscio della loro casa, in famiglia si sentivano dei re.

Giovanni Bosco fu un grande figlio di Dio, ma anche di questa terra. La vocazione gliela mandò il Cielo, ma questo clima, quest' aria, il carattere di queste persone, l'hanno modellata e nutrita. Nella voce porterà sempre la cadenza dialettale delle sue colline, e nell’anima l'impronta della sua gente.

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