Testi Salesiani

23. “SONO ORFANO, VENGO DALLA VALSESIA”


23. “SONO ORFANO, VENGO DALLA VALSESIA”

 

Dell'inverno 1846-47, don Bosco ricorda un episodio drammatico.

Un ragazzo, 14 anni, che da tempo frequentava l'oratorio, si sentì intimare dal padre (che alla sera si ubriacava regolarmente) di non recarsi più da don Bosco. Il ragazzo fece finta di niente e continuò. L'uomo, un bottegaio, si inviperì. Minacciò di spaccargli la testa se non obbediva.

Una sera tardi di domenica, il ragazzo tornò dall'oratorio, e trovò il padre ubriaco fradicio che l'aspettava con in mano un'accetta. L'alzò su di lui gridando:

- Sei andato da don Bosco!
Il ragazzo, preso dallo spavento, scappò via. L'uomo si mise a corrergli dietro gridando: - Se ti prendo ti ammazzo!

 

L'albero e la nebbia

Anche la madre, che aveva assistito alla scena, si mise a correre dietro al marito per disarmarlo. Il ragazzo, con la velocità dei suoi 14 anni, giunse all'oratorio con un buon vantaggio sul padre, ma trovò il portone chiuso. Bussò disperato, poi, sfinito, non sentendo nessuno che venisse ad aprire, si arrampicò su un grande gelso lì accanto. Non c'erano foglie a nasconderlo, ma era una notte nebbiosa.

Ansimando arrivò l'ubriaco con l'accetta. Picchiò pesantemente al portone. Margherita, che per caso dalla finestra aveva visto il ragazzo salire sul gelso, corse ad aprire dopo aver dato una voce a don Bosco. Appena socchiuso il portone, l'uomo corse difilato alla scala, salì nella camera di don Bosco gridando minaccioso:

- Dov'è mio figlio? - Don Bosco lo affrontò risoluto:
- Qui vostro figlio non c'è.
- Sì che c'è -. Spalancò armadi e porte. - Lo troverò e lo ammazzerò.
- Signore - intervenne con energia don Bosco -, ho detto che qui non c'è. Ma anche se ci fosse, questa è casa mia, e non avete nessun diritto di entrarvi. O uscite o faccio chiamare i carabinieri.

- Non s'affanni, reverèndo, ci vado subito io dai carabinieri, e dovrà restituirmi mio figlio.

- Benissimo, andiamoci insieme. Ho giusto alcune cosette da dire a quei signori sul vostro comportamento, e questa è proprio l'occasione buona.

L'uomo aveva qualche faccenda da nascondere, e batté in ritirata borbottando minacce. Don Bosco, con sua madre, andò allora verso il gelso, e sottovoce chiamò il ragazzo. Non rispose. Disse più forte:

- Scendi, caro. Non c'è più nessuno -. Niente. Temettero una disgrazia. Don Bosco salì con una scala, lo vide con gli occhi sbarrati, lo scosse. Come destandosi da un brutto incubo, il ragazzo si mise a gridare, ad agitarsi con furia. Mancò poco che rotolassero tutti e due dall'albero. Don Bosco dovette afferrarlo stretto, mentre gli mormorava:

- Non c'è tuo padre. Sono io, don Bosco. Non aver paura. Poco per volta si calmò e si mise a piangere quietamente. Don Bosco riuscì a farlo scendere e ad entrare in cucina. Mamma Margherita gli preparò qualcosa di caldo, e don Bosco distese un pagliericcio perché dormisse davanti al fuoco. Il giorno dopo, per salvarlo dalla rabbia del padre, lo mandò da un bravo padrone in una borgata vicina. Poté rientrare in casa solo dopo qualche tempo.

Fu quell'episodio, forse, a rendere più viva una ferita che don Bosco portava nel cuore. Alcuni dei suoi ragazzi, alla sera, non sapevano dove andare a dormire. Finivano sotto i ponti, o negli squallidi dormitori pubblici. Da tempo pensava di prendere in casa sua i più abbandonati.

Fece il primo esperimento una sera dell'aprile 1847. La casa Pinardi, sulla destra di chi guarda, finiva con un piccolo fienile (ora c'è un passaggio che dà sul grande cortile posteriore). Lì don Bosco mise a dormire mezza dozzina di giovanotti. Fu un fiasco.

La mattina dopo, gli ospiti erano spariti portandosi via le coperte che aveva loro prestato Margherita.

Don Bosco ritentò l'esperimento pochi giorni dopo, e andò peggio: gli portarono via anche il fieno e la paglia.

Ma non si scoraggiò.
Un ragazzo bagnato e intirizzito.

Una sera di maggio. Piove a catinelle. Don Bosco e sua madre hanno appena terminato la cena, quando qualcuno bussa al portone. (Seguiamo il filo del racconto sulle pagine scritte da don Bosco). È un ragazzo bagnato e intirizzito, sui 15 anni.

- Sono orfano. Vengo dalla Valsesia. Faccio il muratore, ma non ho ancora trovato lavoro. Ho freddo e non so dove andare.

- Entra - gli dice don Bosco -. Mettiti vicino al fuoco, che così bagnato ti prenderai un accidente.

Mamma Margherita gli prepara un po' di cena. Poi gli domanda: - E adesso, dove andrai?

- Non lo so. Avevo tre lire quando sono arrivato a Torino, ma le ho spese tutte -. Silenziosamente si mette a piangere. - Per favore, non mandatemi via.

Margherita pensa alle coperte che hanno preso il volo.
- Potrei anche tenerti, ma chi mi garantisce che non mi porterai via le pentole?
- Oh no, signora. Sono povero, ma non ho mai rubato. Don Bosco è già uscito sotto la pioggia a raccogliere alcuni mattoni. Li porta dentro e fa quattro colonnine su cui distende alcune assi. Poi va a togliere dal suo letto il pagliericcio e lo mette lì sopra.
- Dormirai qui, caro. E rimarrai finché ne avrai bisogno. Don Bosco non ti manderà mai via.
“La mia buona madre lo invitò a recitare le preghiere.

- Non le so -, rispose.

- Le reciterai con noi - gli disse. E così fu. Di poi fecegli un sermoncino sulla necessità del lavoro, della fedeltà e della religione”.

I Salesiani hanno affettuosamente visto in questo sermoncino di mamma Margherita la prima “buona notte” (una breve parola del capo della casa) con cui si è soliti chiudere la giornata nelle case salesiane, e che don Bosco giudicava “chiave della moralità, del buon andamento e del successo”.

Mamma Margherita però non fu molto persuasa dell'efficacia delle sue parole, se don Bosco aggiunge subito: “Affinché poi ogni cosa fosse assicurata, venne chiusa a chiave la cucina, né più si aprì fino al mattino”.

Era il primo orfano che entrava nella casa di don Bosco. Alla fine dell'anno saranno sette. Diventeranno migliaia.

Il secondo fu un ragazzo dodicenne “di famiglia civile”. Don Bosco lo incontrò sul viale San Massimo (oggi corso Regina Margherita). Piangeva con la testa appoggiata a un olmo. Non aveva più padre. La madre gli era morta il giorno prima, e il padrone di casa l'aveva messo fuori, prendendosi le masserizie per rifarsi del fitto non pagato. Don Bosco lo condusse da mamma Margherita e gli trovò un posto presso un negozio come commesso. Riuscì a farsi una buona posizione, e rimase sempre amico del suo benefattore.

Il terzo fu Giuseppe Buzzetti, il muratorino di Caronno Ghiringhello. Fu don Bosco stesso a invitarlo. Una domenica sera, mentre salutava gli altri, lo trattenne per mano.

- Verresti a stare con me?
- Volentieri.
- Allora ne parlerò con Carlo -. Il fratello maggiore, che da sei anni frequentava l'oratorio, fu d'accordo. Giuseppe, 15 anni, continuò a fare il muratore in città, ma la casa di mamma Margherita divenne la sua casa.

 

Il piccolo barbiere tremava come una foglia

Poi arriva Carlo Gastini. Un giorno del 1843 don Bosco era entrato in una barbieria. Si era avvicinato il piccolo garzone per insaponarlo.

- Come ti chiami? Quanti anni hai?
- Carlino. Ho undici anni.
- Bravo Carlino, fammi una bella insaponata. E tuo papà come sta? - È morto. Ho soltanto mia mamma.

- Oh poverino, mi dispiace -. Il ragazzo aveva finito l'insaponatura -. E ora su, da bravo, prendi il rasoio e radimi la barba.

Accorse il padrone allarmato:
- Reverendo, per carità! Il ragazzo non ci sa fare. Lui insapona soltanto.

- Ma una volta o l'altra deve ben incominciare a radere, no? E allora tanto vale che incominci su di me. Forza, Carlino.

Carlino tagliò quella barba tremando come una foglia. Quando con il rasoio cominciò a girare attorno al mento, sudava. Qualche raschiatura forte, qualche taglietto, ma arrivò alla fine.

- Bravo Carlino! - sorrise don Bosco -. E ora che siamo amici, voglio che venga a trovarmi qualche volta.

Gastini cominciò a frequentare l'oratorio, e divenne amicissimo di don Bosco. Nell'estate di quell'anno, don Bosco lo trovò vicino alla barbieria che piangeva.

- Cosa ti è capitato?

- È morta mia mamma, e il padrone mi ha licenziato. Mio fratello più grande è soldato. E adesso dove vado?

- Vieni con me -. Mentre scendevano a Valdocco, Carlo Gastini sentì la frase che tanti ragazzi avrebbero sentito, e che lui non dimenticò mai: “Vedi, io sono un povero prete. Ma anche quando avrò soltanto più un pezzo di pane, lo farò a metà con te”.

Mamma Margherita preparò un altro letto. Carlino rimase più di cinquant'anni all'oratorio. Allegro, vivace, diventò il presentatore brillante di ogni festa. Le sue scenette facevano ridere tutti. Ma quando parlava di don Bosco, piangeva come un ragazzo. Diceva: “Mi voleva bene”. Cantava un ritornello che tutti sapevano ormai a memoria, e che diceva:

“Io devo vivere - per settantanni,
a me lo disse - papà Giovanni”.
Era una delle tante “profezie” che tra il serio e lo scherzoso don Bosco faceva ai suoi ragazzi. Carlo Gastini morì il 28 gennaio 1902. Aveva settant'anni e un giorno.

Per quei primi ragazzi che vivevano con lui, don Bosco trasformò due camere vicine in dormitorio. Otto letti, un crocifisso, un'immagine della Madonna, un cartello con la scritta: “Dio ti vede”.

Al mattino, di buon'ora, don Bosco diceva Messa e i ragazzi l'ascoltavano dicendo le orazioni del mattino e il rosario. Poi, una pagnotta in tasca, si recavano a lavorare in città. Ritornavano per il pranzo, e poi per la cena. La minestra era sempre abbondante. Il secondo variava con le verdure dell'orto della “mamma” e i soldi del borsellino di don Bosco.

I soldi. In quei primi mesi cominciarono a diventare un problema drammatico per don Bosco. Continueranno a esserlo fino alla fine della vita. La sua prima collaboratrice non fu una contessa, ma sua madre. Quella povera contadina si fece mandare dai Becchi il corredo da sposa, l'anello, gli orecchini, la collana, che fino allora aveva custodito gelosamente. Non li aveva mai più portati dalla morte di suo marito. Li vendette per sfamare i primi ragazzi.

 

La capocciata dell'Arcivescovo

Quell'abbozzo di prima casa salesiana fu chiamata da don Bosco “casa annessa all'oratorio di san Francesco di Sales”. “Titolo significativo - rileva Morand Wirth -. Esso mostra che nel pensiero del fondatore l'oratorio conservava il suo carattere di privilegio”.

Nel maggio di quell'anno, tra gli oratoriani, don Bosco fondò la “Compagnia di san Luigi”. Chi vi entrava, assumeva tre impegni: buon esempio, evitare i discorsi cattivi, frequentare i sacramenti. La “Compagnia” divenne in breve un gruppo di giovani impegnati ad aiutarsi a vicenda nel divenire migliori.

Un mese dopo, il 21 giugno, fu celebrata con solennità la prima festa di san Luigi, un santino che don Bosco presenterà sempre ai suoi giovani come modello di purezza. Venne l'Arcivescovo, che diede la cresima a chi non l'aveva ancora ricevuta.

“Fu in quell'occasione - ricorda don Bosco - che l'Arcivescovo, nell'atto che gli si pose la mitria sul capo, non riflettendo che non era in duomo, alzò in fretta il capo, e con quella urtò nel soffitto della cappellina. Ridemmo, lui e tutti i presenti”. Mons. Fransoni mormorò: “Bisogna usare rispetto ai ragazzi di don Bosco, e predicare loro a capo scoperto”.

Un altro particolare (per lui molto importante) ricorda don Bosco: “Finita la funzione della Cresima, si fece una specie di verbale, in cui si notava chi aveva amministrato quel sacramento, nome e cognome del padrino, data del luogo e del giorno: quindi si raccolsero i biglietti, che ripartiti secondo le varie parrocchie, vennero portati alla curia ecclesiastica perché li trasmettesse al rispettivo parroco”.

Con questo gesto, l'Arcivescovo approvò praticamente l'oratorio come “parrocchia dei giovani abbandonati”, e confermò il suo appoggio a don Bosco davanti ai parroci della città, sempre esitanti nei suoi confronti.

Nel settembre di quell'anno, don Bosco comprò la prima statuetta della Madonna. Gli costò 27 lire. È ancora là, nella cappella Pinardi. Chi entra la scorge nella penombra, sulla destra. I suoi ragazzi la portavano in processione nei dintorni, quando si celebravano le “grandi feste” della Madonna. I “dintorni” erano alcune case, la bettola della “Giardiniera” con i soliti ubriachi rumorosi, due piccoli canali per irrigare i campi e gli orti, una viuzza fiancheggiata di gelsi (via della Giardiniera) che attraversava in diagonale l'attuale cortile a fianco della Basilica di Maria Ausiliatrice.

 

Coccarde tricolori al pontificale

Le forze liberali, in questi mesi del 1847, premono su Carlo Alberto perché dia il via a un programma di riforme. Ma il re tiene d'occhio l'Austria, e non vuole lasciarsi prendere la mano. Fa un passo avanti e uno indietro, più incerto che mai.

In settembre il maestro Novara (lavorando in via Rosa Rossa 10, ora via XX settembre 68) mette in musica un inno. Gliel'ha spedito da Genova Goffredo' Mameli. Non ne viene fuori un capolavoro, ma quelle poche righe di note, con il titolo “Fratelli d'Italia”, diventeranno l'inno del Risorgimento italiano.

1° ottobre. A sera, nel giardino dei Ripari, si raduna una grande folla di torinesi per applaudire il papa e il re. Al ritorno, la folla viene dispersa brutalmente dalla polizia. È un ordine del re.

Nello stesso mese, Carlo Alberto licenzia il conte Solaro della Margarita, da 12 anni ministro degli Esteri, che impersona la politica conservatrice e filo austriaca.

Le dimostrazioni popolari al grido di «viva Pio IX», nei giorni seguenti, sono disperse dalla polizia. Il re fa sapere che «sta pensando a grandi riforme, ma vuole che il popolo rimanga quieto».

29 ottobre. Viene presentato un disegno di legge che conferisce ai comuni larga libertà amministrativa. I consigli saranno eletti dalla base. Elettori non saranno però tutti i cittadini, ma solo i proprietari che pagano le tasse, gli insegnanti e coloro che detengono cariche pubbliche. In tutto, il 2% della popolazione. Viene inoltre concessa, con qualche cautela, la libertà di stampa.

1° novembre. Carlo Alberto parte per Genova. Lo accompagnano fino alla strada per Moncalieri 50.000 persone che cantano e agitano bandiere.

Nello stesso mese, Carlo Alberto, Leopoldo di Toscana e Pio IX firmano i preliminari della “Lega italica”, cioè dell'unione doganale fra i tre stati. Sembra un chiaro avvio verso la “federazione degli Stati italiani” profetizzata da Gioberti.

4 dicembre. Carlo Alberto ritorna da Genova. Tutta la città di Torino va ad accoglierlo con entusiasmo. Anche i seminaristi chiedono all'Arcivescovo di partecipare alla manifestazione. Mons. Fransoni, ostile a ogni novità liberale, nega il permesso. Ottanta chierici lasciano ugualmente il seminario e si mescolano alla folla.

La sfida all'Arcivescovo si spinge fino alla provocazione. Durante la sua Messa di Natale, in duomo, i seminaristi si schierano in presbiterio con la coccarda tricolore sul petto. La conclusione sarà la chiusura del seminario nei primi mesi del 1848.

 

Un bel fuoco in sacrestia

In quel dicembre, don Bosco non si lasciò paralizzare dai grandi avvenimenti. Continuò a lavorare con umiltà. I ragazzi dell'oratorio erano ormai molte centinaia, don Lemoyne dice 800. Venivano anche da borghi molto lontani. Don Bosco, don Borel, don Carpano si consultarono e si trovarono d'accordo. Occorreva aprire un secondo oratorio nella parte sud della città.

Il viale che oggi si chiama “corso Vittorio” era allora costeggiato da povere casupole abitate da lavandaie. Festoni di biancheria stesa al sole e al vento davano un tono di vivacità paesana a quella periferia di Torino chiamata “Porta Nuova”. I cittadini “bene” vi venivano a passeggiare nel pomeriggio della domenica, e turbe di ragazzi sfaccendati vi giocavano alla guerra.

D'accordo con l'Arcivescovo, don Bosco affittò dalla signora Vaglienti una casetta, una tettoia e un prato “presso il ponte di ferro” per 450 lire l'anno. Poi diede così l'annuncio ai suoi ragazzi:

“Miei cari, quando le api si sono moltiplicate troppo in un alveare, una parte vola ad abitare altrove. E noi le imiteremo. Apriremo un secondo oratorio, faremo una seconda famiglia. Quelli di voi che stanno nelle parti meridionali della città non dovranno più fare troppa strada: dalla festa dell'Immacolata potranno recarsi all'oratorio san Luigi, a Porta Nuova, presso il ponte di ferro”.

Don Borel benedisse il nuovo oratorio l'8 dicembre 1847. In quel freddissimo inverno ne divenne direttore don Carpano. Vi si recava a piedi, con una fascina di legna sotto il mantello, per accendere un bel fuoco in sacrestia e riscaldarsi con i primi ragazzi.

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