Ambiente Ecologia

A Glasgow è finita senza il fallimento, ma il Patto climatico è «annacquato»

Piegate le ultime resistenze al Climate Pact. Kerry smuove la Cina. Le «scuse» del presidente Sharma e la sintesi di Greta: «Bla, bla, bla»


«Non possiamo rinunciare. È in gioco la sopravvivenza del mio Paese. Rischiamo di annegare». Era il 1995, durante la prima Conferenza delle parti della Convenzione quadro Onu sul cambiamento climatico (Cop1) di Berlino, quando il ministro dell’Ambiente delle Isole Marshall, Tom Kijiner, pronunciò queste parole. Non sono molto diverse da quelle proferite ieri allo Scottish event campus di Glasgow dall’attuale inviata del piccolo Stato pacifico, Tina Stege, 26 anni e 25 Cop dopo (lo sfasamento è dovuto alla pandemia).

Nel frattempo, l’Oceano ha proseguito la sua inesorabile ascesa, arrivando a minacciare il 40 per cento degli edifici di Majuro, capitale dell’arcipelago di oltre mille atolli. Al «momento della verità», come lo ha definito il presidente della Cop26, Alok Sharma, alla fine, «un cattivo accordo è meglio di nessun accordo», come si sussurrava nei corridoi. O, per dirla alla maniera dell’inviato Usa, John Kerry, «il meglio è nemico del bene».

La diplomazia climatica si muove a passi minuscoli, quasi impercettibili. I Paesi del Sud del mondo lo hanno imparato a proprie spese. Nel senso letterale del termine: le nazioni africane investono il 10 per cento del tasso di crescita annuale per resistere al riscaldamento globale di cui hanno ben poca responsabilità.

Uno studio del Global carbon project dimostra che Usa, Canada, Giappone e Europa occidentale, con in totale il 12 per cento della popolazione globale, hanno emesso la metà della CO2 prodotta negli ultimi 150 anni.

Per questo, dopo un estenuante braccio di ferro, nel 2009, gli «inquinatori storici» hanno promesso alle nazioni più vulnerabili 100 miliardi di dollari l’anno in aiuti, a partire dal 2020. Finora, però, non sono ancora riusciti a mettere insieme tale cifra che rappresenta a malapena un quinto dell’ammontare dei sussidi a gas, petrolio e altri combustibili fossili. La somma, oltretutto, mette in un unico calderone risorse per affrontare l’emergenza e lotta ai gas serra, discriminando gli ultimi degli ultimi che inquinano poco ma fanno sforzi incommensurabili per adeguarsi al mutamento climatico.

Comprensibile, dunque, la frustrazione con cui i Paesi poveri – riuniti nel gruppo dei 77 più la Cina – hanno ricevuto il Glasgow Climate Pact. Il testo non concede molto alle loro richieste. Tanto da essere definito da Greta Thumberg «patetico» e ironizzando sulla sintesi del documento finale: «Bla, bla, bla».

Viene confermato l’obiettivo dei 100 miliardi annuali. Il come trovarli viene rinviato però a colloqui, programmati tra il 2022 e il 2026. Si chiede, almeno, maggiore equità nella loro distribuzione, con il raddoppio dei fondi per l’adattamento, anche se a partire dal 2025.

Il tasto più dolente è quello della compensazione economica per le devastazioni causate dal clima. È una petizione incessante del fronte Sud, mai riconosciuta dai Grandi. A Glasgow, dopo i discorsi incoraggianti dei primi giorni, il nodo sembrava avviato allo scioglimento. Non è stato così. Seppur, per indorare la pillola, vengono dati fondi per l’assistenza tecnica e avviato un dialogo immediato sul dossier.

Certo, si tratta comunque di un passo avanti: l’accordo di Parigi non citava proprio questo capitolo. O, comunque, così l’ha dovuto interpretare il Gruppo dei 77, il quale, pur rappresentando 130 nazioni e l’85 per cento degli abitanti mondiali, contro i Grandi ha le armi spuntate. Anche perché Pechino, formalmente «alleata», gioca per conto suo.

La sua partita era di altro tenore e riguardava obbligo, inserito nel documento, di presentare l’anno prossimo – e non ogni cinque come sosteneva l’intesa di Parigi – gli impegni di tagli alle emissioni, in modo da contenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 gradi. Oltre all’inedita menzione dei combustibili fossili e della progressiva eliminazione dei sussidi a questi destinati e delle centrali a carbone senza mitigazione.

Due battaglie si sono intersecate, ieri, nella plenaria informale dello Scottish event campus.

Quella, più evidente, tra Nord e Sud geopolitico, sui finanziamenti, combattuta strenuamente da quest’ultimo. La riunione, convocata da Sharma alle 12, è stata rinviata di ora in ora fino alle 16.11, con il presidente che cercava disperatamente di convocare le 197 parti senza smuovere africani, latinoamericani e asiatici.

E quella sotterranea tra Usa, Ue e alleati contro i sabotatori Cina, India, Australia, Russia e Arabia Saudita sui combustibili fossili. A determinarne l’esito, la «diplomazia della sedia» di Kerry che, in attesa dell’avvio della riunione, ha fatto il giro dei delegati, per convincerli uno ad uno. Si è trattenuto di più, manco a dirlo, con il cinese Xie Zhenhua.

Solo l’India è rimasta ostile fino alla fine, con tanto di acceso botta e risposta con il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans. Proprio la resistenza di New Delhi, però, ha spinto i Paesi poveri ad accettare, a malincuore, l’accordo.

Ulteriormente «annacquato» – con tanto di scuse da Sharma – dall’India che, in extremis, ha fatto trasformare «l’eliminazione» del carbone in «riduzione».

Votato 27 ore dopo il finale previsto, il patto «imperfetto» – così lo chiamano –, comunque, c’è. Usa, Ue, Onu e Gran Bretagna hanno evitato, in extremis, il «fallimento». E affermato, per quanto ancora sulla carta, l’obiettivo della soglia degli 1,5 gradi.

I punti chiave dell'accordo​

Combustibili fossili. Usa e Ue insistono per lo stop al carbone e l’eliminazione graduale dei sussidi. L’India però impone la «riduzione» e non l’«eliminazione» del carbone.

Finanziamenti. I 100 miliardi di l’anno di aiuti promessi 12 anni fa non sono stati ancora raggiunti alla scadenza del termine, il 2020. Per risolvere il problema, i Grandi decidono colloqui biennali fino al 2026.

Adattamento. I cento miliardi finanziano sia la lotta alle emissioni sia i sistemi per far fronte al cambiamento del clima o adattamento, questione molto sentita dai Paesi poveri. I Grandi hanno proposto di raddoppiare i fondi per l’adattamento ma dal 2025.

Compensazione. I Paesi poveri chiedono da sempre fondi (extra 100 miliardi) per riparare le perdite prodotte dal cambiamento climatico. Finora hanno ottenuto solo assistenza tecnica e l’avvio di colloqui sulla questione entro il 2023.

Gli impegni presi a margine del vertice

Metano. Un programma per ridurre di almeno il 30 per cento le attuali emissioni di gas metano entro il 2030 è stato concordato da più di 100 nazioni con l’obiettivo di limitare lo scarico in atmosfera della sostanza gassosa che ha effetti dannosi.

Carbone. Più di quaranta Paesi, tra cui i principali utilizzatori di carbone fossile come Polonia in Europa, Vietnam in Asia e Cile in America, hanno deciso di abbandonare il carbone in un periodo ragionevole diversificando le fonti di produzione dell’energia elettrica.

Denaro. Circa 450 organizzazioni finanziarie, che insieme controllano 130mila miliardi di dollari, hanno accettato di sostenere la tecnologia “pulita”", come l’energia rinnovabile e cancellare i finanziamenti diretti delle industrie che bruciano combustibili fossili


di Lucia Capuzzi

tratto da avvenire.it

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