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La Bellezza nell'arte

La bellezza sta alla sorgente stessa del cristianesimo come Bella\Buona Notizia, ed è per questo che la Chiesa punta sulla dimensione estetica della fede in vista di un nuovo ed efficace annuncio del Vangelo. Occorre saper educare le nuove generazioni al gusto del Bello, aldilà di ogni moda che possa sembrare fuggevolmente bella.


La Bellezza nell’arte

del 29 gennaio 2013

 

 

 

 

Andare oltre il bello che appare

 

Nell’esperienza del bello c’è sempre la sensazione di essere davanti a qualcosa che non appaga soltanto gli occhi o i sensi, ma che richiede di andare “oltre”, verso una profondità non vista e tuttavia presente.  

In effetti, il bello è qualcosa che ci attrae in maniera coinvolgente (e non solo alla superficie dei sensi) e che innesca in noi una ricerca “ulteriore” che non viene appagata dallo splendore della forma con il quale i nostri sensi sono stati rapiti e conquistati.

 

La dimensione estetica della fede

 

Alla sorgente stessa del fatto cristiano, la dimensione estetica è essenziale alla fede, tutta giocata sulla disponibilità a fissare lo sguardo su Gesù Crsito, per vedere Dio. E soltanto dopo, la Chiesa indica  la via della bellezza come un itinerario privilegiato di testimonianza e di annuncio della fede, di dialogo tra i popoli, tra le religioni, e con coloro che non credono.

Tra le opere d’arte massimamente espressive della bellezza si può ammirare, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, L’estasi di Santa Teresa, realizzata da Gianlorenzo Bernini tra il 1647-1652 in marmo e bronzo dorato. Si tratta di un gruppo talmente bello, emozionamente e forse eccessivamente coinvolgente, da risultare, all’epoca, trasgressivo, tanto da essere esiliato dalla Basilica di San Pietro nella quale era originariamente collocato.

Eppure il Bernini scolpisce nel marmo le precise parole usate da Santa Teresa d’Avila nella sua Autobiografia. Ne risulta una bellezza estatica e abbandonata, pura e insieme carnale, un esito che è difficile dirsi a parole, dal momento che si sta parlando appunto di una “transverberazione” (Santa Teresa ha lasciato parecchi resoconti di questo fenomeno). L’Estasi di Santa Teresa esprime un armonioso effetto di palpabile  concretezza e, insieme, di invisibile trascendenza, cifra nella quale si colloca l’autentica bellezza.

Ma c’e anche una bellezza che si esprime in forme tutt’altro che armoniose e attraenti, e che tuttavia ha prodotto un numero impressionante di capolavori nella storia dell’arte.

 

Il bello aldilà dello splendore della forma

 

Guernica, di Pablo Picasso, opera del 1937, si trova al Museo Nacional Reina Sofia di Madrid. « Ha fatto lei questo orrore?». «No, è opera vostra », è la risposta di Picasso ad un ufficiale tedesco alla visione di “Guernica”. Il grandioso dipinto fu realizzato dopo il bombardamento aereo della città di Guernica, nella guerra civile spagnola, il 26 aprile 1937. Nell’opera non ci sono elementi che richiamino un luogo o un momento precisi: c’è solo – urlata in maniera drammatica – la denuncia di ogni violenza e sopraffazione, la protesta contro la distruzione e la guerra. La lampada ad olio in mano alla donna, al centro della tela, rappresenta la ragione che non riesce a capacitarsi di tanta distruzione. La sofferenza traspare esplicitamente nella madre che grida al cielo, con il figlio senza vita tra le braccia. In basso c’è una figura con le stigmate sulla mano sinistra, simbolo di una innocenza ferita dalla barbarie, mentre nella mano destra stringe una spada spezzata dalla quale spunta un pallido fiore, forse a significare la speranza che ci sarà ancora un futuro.

Il Cristo deriso, di Matthias Grünewald, 1505 circa, si trova nella Alte Pinakothek di Monaco. Il dipinto si caratterizza per l’impostazione asimmetrica della scena. Il Cristo seduto, spossato, nell’angolo sinistro, ha la testa coperta da un panno. Il volto che si intuisce sfigurato rivela l’estrema autentica bellezza, la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine”. Per contro, la cruda violenza dei gesti viene enfatizzata dai lineamenti distorti dei volti dei suoi aguzzini. Ma c’è un elemento che va oltre la rappresentazione dell’episodio evangelico: un uomo, in fondo al centro del quadro, che pieno di compassione e bontà parla con calma e in modo partecipe con una delle guardie, che non gli bada. Questo personaggio pietoso – che la Scrittura non menziona – potrebbe personificare uno sguardo non da “spettatore”, non indifferente al dramma che sta per compiersi; anzi un invito a partecipare, a condividere la sofferenza di Cristo.

Il Christus der Narr (“Cristo il pazzo”, 1987) dell’artista tedesco Roland Peter Litzenburger ha il volto deforme di un folle. È il Dio che per amore ha preso le sembianze dell’uomo “alienato” da se stesso, che non ha più parola, né espressione che possa dirsi umana. E lo ha fatto perché in quell’essere in cui sembra non esserci più parvenza umana, potessimo continuare ad incontrarlo nella vita di tutti i giorni, sempre così piena di incontri con un’umanità travagliata e talvolta irriconoscibile. Questo Cristo paradossale, segnato da una “bellezza distorta”, è la Bellezza redentiva che per riscattare l’uomo nella sua defornità (interiore ed esteriore) umilia e annienta se stessa.

 

Dentro il film della vita, anche se non è una commedia brillante

 

Nel 2011 il regista polacco Lech Majewski ha realizzato “I Colori della  Passione”, un film che con­du­ce lo spettatore all’interno del qua­dro “Salita al Calvario”, realizzato nel 1564 dal pittore fiammingo Peter Bruegel il Vecchio. Si tratta dell’illustrazione di un dipinto per mezzo di un film che rac­con­ta, nelle Fiandre del XVI secolo op­pres­se dal­l’oc­cu­pa­zio­ne spa­gno­la, le vite dei per­so­nag­gi presenti nel quadro: la famiglia di un mugnaio, due giovani amanti, un viandante, un’eretica, la gente del villaggio, i cavalieri dell’Inquisizione spagnola…

Vi è, certo,  la rap­pre­sen­ta­zio­ne della via cru­cis, ma con un Cri­sto dal volto inac­ces­si­bi­le. Bruegel non volle protagonisti nel proprio quadro –  nemmeno Gesù stesso – e così è anche nel film. La scena di Cristo portatore della Croce arriva a confondersi e perdersi nella vita e nel destino di questa folla di persone, una umanità sofferente in attesa di redenzione. Il pittore fiammingo non ha  timore di raffigurare un Gesù che cade sotto il peso della Croce, mentre la massa è attenta non a lui ma a raggiungere il luogo in cui assistere al macabro spettacolo della sua morte. È però vero che tutte le scene tendono a con­ver­gere nel topos collettivo della processione al Calvario.

La passione di Cristo diventa così anche la passione di una umanità dolente e oppressa. La sofferenza di Cristo è collocata nel qui ed ora di un popolo che soffre. Nella penultima scena Cristo è morto. In un cosmo sconvolto ed immerso nelle tenebre, il tempo si ferma. Mentre il mugnaio arresta il mulino e gli ingranaggi tacciono, i suoi occhi si riempiono di lacrime. Ci si trova così a contemplare il mistero nascosto nel divino: Dio piange il sacrificio del Figlio, morto per amore dell’uomo.

 

“Artefici” della propria vita, ossia farne un capolavoro

 

Questi esempi che illustrano il bello artistico, rivelano l’esigenza di mostrare ai giovani la necessità di procedere aldilà del bello narcisistico ed estetizzante continuamente proposto dall’attuale “cultura della visione”; l’esigenza di coltivare una bellezza “personale” (più che soltanto “corporea” ed esteriore) in cui la bellezza non sia solo apparenza e cura ossessiva del proprio corpo, ma tramite dell’espressività della persona, connessione, relazione e dialogo; una realtà capace di attivare le risorse più autentiche del giovane per spenderle in capacità creative e relazionali nei confronti degli altri. Occorre far sì che i giovani siano “estetici” – e non certo “anestetici” ossia insensibili al bello – in modo che siano inclini a ricercare e vedere il bello (ossia il significato più profondo) in se stessi, negli altri, negli avvenimenti della vita. Ma non si diventa belli interiormente se non si è davvero disposti ad essere “artefici” della propria vita, in modo da farne un’opera d’arte, un capolavoro.

Occorre mostrare in maniera affascinante come sia vero ciò che dice Stendhal: “La bellezza è una promessa di felicità”. La promessa potrà non essere mantenuta del tutto, o potrà non durare per sempre, ma intanto qualcosa o qualcuno ha rivolto a noi quella promessa di essere felici… E, insieme, occorre far capire che la tanto ripetuta frase di Dostoevskij secondo cui la bellezza salverà il mondo, non vuol dire che la bellezza farà quello che la giustizia, o un’idea alta di umanità, non saranno in grado di compiere… perché allora sì che la bellezza sarà solo estetismo alienante, fuga consolatoria dai mali del mondo, destinati a permanere e a ripresentarsi appena conclusa la “parentesi estetica del bello fruito e consumato”.

La vera bellezza ci mette sotto gli occhi la realtà, bella e anche no, compresi i dolori del mondo. Il bello autentico è sempre aperto ad una prospettiva di carattere etico, così che le persone, soprattutto i giovani, possono percepire il bene da compiere come qualcosa di bello per la loro vita. La bellezza, a guardar bene, è al centro di ogni azione umana: infatti non ci si decide a qualcosa se non si è spinti dall’attrazione che essa esercita su di noi. Allo stesso modo, ogni vocazione è la risposta all’attrazione di un bene dal quale ci sentiamo chiamati, che ci stimola ad un’adesione, ad un impegno, a una realizzazione autentica. Senza bellezza, la vita sarebbe senza vocazione.

 

 

Luciano Cabbia

http://www.vocazioni.net

 

 

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