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Zibaldino

Noi vediamo veramente solo ciò a cui accordiamo attenzione. Sarà per questo che ci scontriamo spesso con altri per strada mentre guardiamo il nostro aifon?


Zibaldino

del 09 gennaio 2014

 

 

Sono andato a trovare Rodin. Se ne stava a Palazzo Reale con un po’ di opere, raccolte in file parallele su tavolacci di legno, in una di queste esposizioni minimal che bisogna dire che sono cool perché sennò non sei cool. A me sembrava solo cheap (fine dell’inglese), machissene. Io ero lì per Rodin.

L’ho guardato e l’ho guardato bene, Rodin. Alle mostre mi sembra di diventare bambino, quando si stava ore a fissare qualcosa. Non bambino grande, ma neonato. Mamma dice che guardavo le foglie degli alberi per ore (in realtà venivo abbandonato sotto un albero per ore, ma mamma questo non può dirlo…).

Alle mostre mi sento uno che impara a guardare, mi rifaccio gli occhi, presto attenzione. E noi vediamo veramente solo ciò a cui accordiamo attenzione. Sarà per questo che ci scontriamo spesso con altri per strada mentre guardiamo il nostro aifon? Noi diventiamo quello che guardiamo: i(un io)-phone(telefonante), appunto. Diventiamo telefoni ambulanti, terminali della rete che fa di noi un suo nodo, o un suo nodulo, in base al grado di dipendenza. Gli altri che ci sbattano contro.

 

Guardando Rodin si diventa Rodin. Si scopre che la vita, in sé e per sé, nuda cruda, è soltanto un blocco di marmo in-forme, senza forma, appunto. Per arrivare al volto, alla persona, ci vuole lo scalpello. A poco a poco dall’informe, passando per il deforme, si arriva alle forme. Dalla pietra informe della vita, alla pietra deforme della storia, alle forme levigate della persona e le sue scelte. Rodin scolpisce sempre questi tre stadi.

I corpi si liberano dalla pietra per cercare una identità come già i prigioni michelangioleschi, ma non si liberano e basta, perché ci ritornano anche nella pietra, quasi ne avessero nostalgia. La forma è un attimo che esce e rientra nell’informe. Noi abbiamo un volto tutte le volte che decidiamo di dare forma alla nostra vita: quando scegliamo, cioè quando amiamo, allora usciamo dall’indistinto della vita, allora diventiamo, scolpiti. Poi però ci capita di accomodarci su quella forma così morbida e levigata, così dolce, ma subito quella si disgrega, perde se stessa, (s)colpita dall’incessante scalpello della storia, che non gli lascia tregua: pretende un’altra scelta e un’altra ancora, per non precipitare di nuovo nell’informe passando per il deforme. Per questo sono sempre volti che emergono e s’immergono, mani che si fondono e confondono, corpi che confinano e sconfinano.

 

Guardando Rodin ho capito che l’eros può essere di pietra. Ci sono questi corpi che si toccano e nel toccarsi si fondono l’uno nell’altro, si confondono l’uno con l’altro, tendono sempre a concretizzarsi e a liquefarsi poi di nuovo. E non capisci mai se si cercano o si respingono: e non lo capisci perché se si cercano è perché cercano qualcos’altro che li supera e va oltre loro: ancora ancora ancora, ripetono, nel tentativo di raggiungere ciò che li supera; e non lo capisci perché se si respingono è perché sanno che quel possesso finisce, e hanno paura dell’ennesimo inganno. Meglio desiderare ciò che non si ha o aver paura di perdere ciò che si è raggiunto?

Sempre di mancanza si stratta e di uno dei paradossi su cui si poggia, non comodamente, la vita. Ed è quella mancanza che Rodin scolpisce e con la quale colpisce chi lo guarda, quell’assenza che completa e quel completamento che si sottrae sempre, in ogni estasi vera che è un rimanere uscendo, un uscire rimanendo. Un concentrarsi fuori.

 

Sono lotte o sono amplessi? Sono entrambi. E due domande a Rodin le farei, una su Camille (sei sicuro fosse pazza?) e l’altra sulla sua barba (sei sicuro ti stia bene?).

Lotta o amplesso, per me pari son. L’amplesso è la ricerca di qualcos’altro che lo superi e renda eterno l’attimo d’estasi. La lotta è la delusione scaturita dal fatto che l’altro non riesce a dare questo qualcos’altro, anche se da lui lo si vorrebbe.

 

Lo ha detto già Platone nel Simposio: “Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell’amore: non possiamo immaginare che l’attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C’è qualcos’altro: evidentemente la loro anima cerca nell’altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza”. Credo più a Platone che a Schopenauer convinto che dietro ogni palpito o sospiro amoroso ci sia solo la volontà che spasima per riprodursi ed espandersi, niente di più. Questione di gusti. Anzi no, di esperienza.

 

Cosa è questo qualcos’altro intuito con immediatezza e inesprimibile se non l’Amore di cui amore è imitazione? Quello stesso Amore che porta a “concepire nella bellezza”, come Platone definiva la creazione artistica, fecondo incontro con eros.

Ho guardato Rodin e lui scolpisce l’amore in vista dell’amore, perché anche io lo veda. Come due corpi amanti che escono da una mano.

 

 “Dove sei Amore. Fermati un attimo con noi. Nella pietra” dice quel marmo.

 “Vorremmo poggiare sulla tua roccia la nostra vita” rispondiamo noi.

 

 

Alessandro D'Avenia

http://www.profduepuntozero.it

 

 

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