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XIII. L'ultimo posto

Sono diventato piccolo fratello di Gesù perché Dio l'ha voluto. Mai ho dubitato della chiamata; anche perché, se non fosse stata la volontà di Dio a mettermi su questa strada, non avrei potuto resistere a lungo. Il dormire all'addiaccio, il vivere in climi estenuanti, il frequentare tribù veramente povere e il sopportarne il fetore, è ancora piccola cosa in confronto allo svuotamento della personalità, al taglio col passato, all'accettazione radicale di civiltà e patrie diverse dalle nostre. E mi spiego.


XIII. L'ultimo posto

da L'autore

del 11 ottobre 2012

Sono diventato piccolo fratello di Gesù perché Dio l'ha voluto. Mai ho dubitato della chiamata; anche perché, se non fosse stata la volontà di Dio a mettermi su questa strada, non avrei potuto resistere a lungo.   Il dormire all'addiaccio, il vivere in climi estenuanti, il frequentare tribù veramente povere e il sopportarne il fetore, è ancora piccola cosa in confronto allo svuotamento della personalità, al taglio col passato, all'accettazione radicale di civiltà e patrie diverse dalle nostre.   E mi spiego.   Come sapete, il piccolo fratello non può avere opere sue. Non può fare scuola, organizzare ospedali, creare dispensari, distribuire aiuti. Deve venire qui, scegliere un villaggio, una bidonville, una tribù nomade, installarsi in essa e vivere come vivono tutti gli altri, specie i più poveri.   È il capovolgimento totale del sistema europeo in vigore fino a ieri.   Qui l'europeo che arrivava: militare, missionario, tecnico o funzionario, si costruiva una casa all'europea e viveva da europeo tra indigeni. Il suo standard di vita non era quello del luogo, ma quello del paese di origine.   Il compito era quello di evangelizzare, elevare, aiutare, organizzare, sorreggere; ma sempre all'europea, con cultura, metodi, finalità europee. La fede di questi uomini aveva la sua testimonianza nel dono.   E non è piccola cosa! Miracoli di amore e di eroismo furono scritti in terre d'Africa e d'Asia: chiese, ospedali, dispensari, scuole, opere sociali furono create per recare sollievo, allontanare la morte, accelerare il processo di evoluzione dei popoli sottosviluppati.   Fu la grande ora missionaria della Chiesa, fu la provvidenziale attività di colonizzazione, giustificata pienamente dai tempi e dalle realtà di allora.   In ogni caso fu l'inserimento della stirpe dei bianchi in quella degli uomini di colore, fu l'andata dei ricchi verso i poveri, dei cristiani verso i pagani. Non sempre tutto camminò liscio, non sempre missionario fu sinonimo di uomo di Dio e funzionario sinonimo di generosità e gratuità.   Troppo lunga sarebbe la storia; e, continuando, finiremmo per fare il processo al passato.   Ciò che c'interessa è il constatare che in pochi anni tutto è cambiato.   Le chiese africane prendono coscienza della loro autenticità e non vogliono più essere copie delle chiese francesi o italiane o olandesi; i popoli di colore non solo non sopportano più il colonialismo; ma, per reazione, chiudono il loro cuore ai bianchi, non han più la confidenza di una volta, e sovente disprezzano od odiano tutto ciò che viene dall'antica razza dominatrice.   Com'è naturale, in questi casi, si passa il limite, si diventa ingiusti; e del passato si finisce di vedere solo il male.   È davvero l'ora in cui è necessario rivedere radicalmente le posizioni, tutte le posizioni.

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  In questa luce e più ancora dinanzi alle future attività della Chiesa in terra di missione va vista come profetica l'opera di Charles de Foucauld.   Questo uomo di Dio, ignaro di tutti i problemi, spinto solo dalla forza e dalla luce dello Spirito, va in Africa in pieno tempo di colonizzazione. Nell'aria non c'è ancora il minimo sentore di ciò che avverrà su così vasta scala. Preoccupato solo di portare il Vangelo ai Berberi o ai Tuareg, capisce ciò che gli altri non capiscono e lavora come se il processo di decolonizzazione fosse già avvenuto.   Non doni, non ospedali, non dispensari, non scuole, non denaro.   Si presenta solo, indifeso, povero.   Ha capito che la potenza dell'europeo, anche se espressa in ospedali, scuole, non dice quasi più nulla su un piano religioso al povero africano; non è più una testimonianza come una volta.   Ha capito che l'indigeno, anche se molto sottosviluppato, non è più disposto ad accettare dall'alto, come un tempo, un messaggio che gli sembra troppo legato ad un dato popolo e a una data civiltà.   Occorre battere un'altra strada; ed è quella di sempre, perché è scritta nel Vangelo, ma con una purezza e forza nuova: è la strada della piccolezza, del sacrificio, della povertà, del nascondimento, della terstimonianza.   È un fatto indiscutibile, e non solo per i paesi poveri: si ha paura della potenza. Una Chiesa potente, ricca, dominatrice, oggi spaventa.   L'occhio dell'uomo, terrorizzato dalle possibilità della tecnica, si posa con gioia su ciò che è piccolo, indifeso, debole. Si ha perfino paura di un oratore che gridi troppo forte.   Sta proprio qui il segreto della popolarità acquistata da Charles de Foucauld. Si è presentato tra assassini come erano i Tuareg, indifeso; è entrato nel mondo arabo vestito da arabo, ha vissuto tra coloro che erano i servi degli europei come se fossero suoi padroni, ha costruito i suoi eremitaggi non copiando le architetture romane o gotiche, ma imitando la semplicità e la povertà delle moschee sahariane.

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  Questo presentarsi povero, questo vestire "come loro", questo accettare la loro lingua, i loro costumi, di colpo ha fatto cadere il muro e ha permesso il dialogo, l'autentico dialogo: quello tra uguali.   Mai dimenticherò una scena che nella sua semplicità esprime plasticamente il pi`no di amore di questo nuovo "andare verso coloro che non conoscono ancora il Cristo".   Percorrevo a cammello la pista tra Geriville e El Abiod, ed ero diretto ad una zona desertica, per qualche giornata di solitudine.   Ad un certo punto della pista m'imbatto in un cantiere di lavoro. Una cinquantina di indigeni, guidati da un sottufficiale del genio, faticava a sistemare la strada rovinata dalle piogge invernali. Sotto il sole sahariano, non macchine, non tecnica: solo la fatica dell'uomo nel caldo e nella polvere a maneggiare per tutta la giornata la pala e il piccone.   Rimonto la fila del manovali disseminati sulla pista, rispondo al loro saluto, offro la mia "gherba" di 30 litri di acqua alla loro sete.   Ad un certo punto, tra le bocche che si avvicinano al collo della "gherba" per bere, vedo schiudersi un sorriso che non dimenticherò più.   Povero, stracciato, sudato, sporco: è frère Paul, un piccolo fratello che ha scelto quel cantiere per vivere il suo calvario e mescolarsi a quella pasta come lievito evangelico.   Nessuno avrebbe scoperto l'europeo sotto quegli abiti e quella barba e quel turbante ingiallito dalla polvere e dal sole.   Io conoscevo bene frère Paul, perché avevo fatto il noviziato assieme.   Ingegnere parigino, lavorava in una di quelle commissioni destinate a preparare la bomba atomica di Reganne, quando sentì la chiamata del Signore.   Lasciò ogni cosa e fu piccolo fratello.   Ora era lì; e nessuno sapeva che era un ingegnere: era un povero come gli altri.   Ricordo sua madre quando venne in occasione dei voti al noviziato.   "Mi aiuti, fratel Carlo, a capire la vocazione di mio figlio. Io l'ho fatto ingegnere, voi l'avete fatto manovale. Ma perché? O almeno vi serviste di mio figlio per quel che vale! No: dev'essere un manovale. Ma dite, alla Chiesa non ne verrebbe più decoro, più efficacia a farlo agire come intellettuale?".   "Signora, rispondevo io, ci sono cose che non si possono capire con l'intelligenza e il senso comune. Solo la fede ci può illuminare. Perché Gesù volle essere Lui povero? Perché volle nascondere la sua divinità e la sua potenza e vivere tra noi come ultimo? Perché, signora, la sconfitta della croce, lo scandalo del Calvario, l'ignominia della morte per Lui che era la Vita? No, signora; la Chiesa non ha bisogno di un ingegnere di più, ma ha bisogno di un chicco di grano di più da far morire nei suoi solchi. E più questo chicco è turgido di vita e sapido di cielo e di sole, e più sarà gradito alla terra che lo deve accogliere per la futura messe".   Quante cose non si possono capire su questa terra! Non è tutto un mistero ciò che ci circonda?   Che Paul sacrifichi se stesso, la sua cultura, la sua possibilità per amore di Dio e per amore dei suoi fratelli più abbandonati io lo capisco; ma capisco pure le reazioni di sua madre, e non solo di sua madre.   Quanti direbbero: peccato! una sì bella intelligenza, finire in un solco della pista sahariana. Avrebbe potuto costruire una rotativa per diffondere la buona stampa... E avrebbero anche ragione.   È difficile cogliere il punto giusto del mistero dell'uomo che è una parte del grande mistero di Dio. C'è chi sogna una Chiesa potente, ricca di mezzi e di possibilità, e c'è chi la vuole povera e debole; c'è chi dà vita e cultura e studio per arricchire di pensiero la filosofia cristiana, e c'è chi rinuncia anche a studiare per amore di Dio e del prossimo.   Mistero di fede!   A Paul non interessava "avere influenza" sugli uomini; gli bastava "pagare", "scomparire". Altri cercheranno altre vie e realizzeranno la loro santità in modo differente.   Posso dubitare della fede di mia madre che avrebbe desiderato tutta la ricchezza in mano alla Chiesa per il decoro dell'altare, le opere missionarie e la dignità del culto?   Ed io, suo figlio, che ero esattamente all'opposto e sognavo un culto più spoglio, una povertà più sentita, e soprattutto un apostolato fatto con "mezzi poveri", non avevo anch'io le mie ragioni?   È tanto difficile giudicare! Tanto difficile che Gesù ci pregò di non insistere sull'argomento.   C'è però una verità, alla quale attaccarci sempre, disperatamente sempre: l'amore!   È l'amore che giustifica le nostre azioni, a volte così contrastanti. È l'amore la perfezione della legge.   Se è per amore che frère Paul ha scelto di morire su una pista del deserto, da questo è giustificato.   Se è per amore che Don Bosco e il Cottolengo costruirono scuole e ospedali, da questo sono giustificati.   Se è per amore che S. Tommaso passò la sua vita sui libri, da questo è giustificato.   Rimane solo il problema di stabilire la gerarchia di questi amori; e qui è Gesù stesso che ci insegna in modo inequivocabile: "Chi di voi vuol essere il primo, sia l'ultimo e come colui che serve" (Lc 22, 26).   E ancora: "Nessuno ama di più l'amico di colui che dà la vita per esso" (Gv 15, 13).

Carlo Carretto

 

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