Testi Salesiani

IL CAMMINO DI UNA GRANDE IDEA (1835 - 1845)


 


IL CAMMINO DI UNA GRANDE IDEA (1835 - 1845) 

 


IL CAMMINO DI UNA GRANDE IDEA (1835 - 1845) 

 

1. VESTE NERA

Deporre l'uomo vecchio 

Avevo deciso di diventare sacerdote e avevo dato l'esame per entrare in seminario.Ora mi preparavo al giorno in cui avrei indossato l'abito dei chierici. Mi rendeva pensoso la persuasione che (in via ordinaria) la salvezza o la perdita dell'anima nostra dipende dall'orientamento che diamo alla nostra vita. 

Ho raccomandato a diversi amici di pregare per me. Ho fatto una novena. Nel giorno di san Raffaele, 25 ottobre, mi sono confessato e ho fatto la Comunione. Prima della Messa solenne il parroco di Castelnuovo, don Cinzano, benedisse l'abito da chierico e me lo fece indossare. 

Mi comandò di posare gli abiti mondani con queste parole: « Il Signore ti svesta dell'uomo vecchio con le sue abitudini e i suoi modi, di agire ». E io dissi nel mio cuore: « Quanta roba vecchia c'è da togliere nella mia vita! Mio Dio, distruggerete le mie cattive abitudini ». Mi consegnò il collare bianco dicendo: « Il Signore ti vesta dell'uomo nuovo, creato secondo il cuore di Dio nella giustizia, nella verità e nella santità ». Mi sentii profondamente commosso, e dissi tra me: « Mio Dio, che io cominci davvero una vita nuova, nei pensieri, nelle parole e nelle opere. Maria, siate voi la mia salvezza ». 

 

« Sembravo un burattino vestito di nuovo » 

Dopo la Messa, una sorpresa. Il parroco mi invitò ad accompagnarlo alla borgata Bardella, dov'era festa patronale. Con quell'invito voleva farmi un piacere, ma la festa si dimostrò poco adatta a me. Sembravo un burattino vestito di nuovo, che si presenta in pubblico per farsi ammirare. 

Ci fu un altro inconveniente. Dopo settimane di raccoglimento per prepararmi a quella giornata, dovetti partecipare a un pranzo in mezzo a uomini e donne radunati per ridere, chiacchierare, mangiare, bere e divertirsi. Era gente che parlava di giochi, balli, partite. Che cosa potevano avere in comune con uno che poche ore prima aveva vestito un abito di santità per darsi tutto al Signore? 

Il parroco se ne accorse. Nel ritorno a casa mi domandò perché fossi rimasto così pensieroso tra tanta allegria. Con franchezza risposi che la funzione del mattino faceva a pugni con... la funzione del pomeriggio. Aggiunsi: 

- Ma non ha visto? Preti che facevano i buffoni tra i commensali, quasi ubriachi! Mi hanno reso quasi antipatica la figura del sacerdote. Se sapessi di diventare un prete così, preferirei togliermi subito questa veste, e vivere da povero cristiano. Mi rispose: 

- Il mondo è fatto così, e bisogna prenderlo com'è. Bisogna vedere il male per poi evitarlo. Nessuno diventa un buon soldato senza conoscere l'uso delle armi. Noi che siamo sempre in battaglia contro il nemico delle anime, dobbiamo agire così. Stetti zitto. Ma nel cuore dissi: 

- Non parteciperò mai più a banchetti pubblici, se non sarà assolutamente necessario per la gloria di Dio. 

Nei giorni che seguirono, riflettei a lungo sul mio stile di vita. Dovevo capovolgerlo radicalmente. Non ero stato un malvagio fino a quel giorno, certo. Ma in me avevano dominato la dissipazione, l'orgoglio, la smania di giocare, di saltare, di divertirmi: tutte cose che danno gioia sul momento, ma che non soddisfano il cuore.

 

7 punti fissi per uno stile di vita diverso 

Per fissare uno stile di vita diverso, che avrei conservato per sempre, scrissi sette propositi: 

1. Non prenderò più parte a spettacoli pubblici. Non parteciperò a fiere né a mercati. Non andrò a vedere balli e teatri. Farò il possibile per non partecipare a pranzi e banchetti. 

2. Non farò più il prestigiatore né il saltimbanco. Non camminerò sulla corda, non suonerò il violino, non andrò a caccia. Credo infatti che queste cose siano in contrasto con la vita di un prete. 

3. Saprò trovare del tempo per riflettere e pensare. Sarò temperante nel mangiare e nel bere. Dormirò le ore strettamente necessarie alla salute. 

4. Finora ho letto molti libri profani. D'ora innanzi leggerò libri di argomento religioso, per servire Dio. 

5. Combatterò con ogni forza pensieri, discorsi, parole, letture contrarie alla castità. Metterò invece in pratica ogni minima cosa che serva a conservare questa virtù. 

6. Ogni giorno pregherò il Signore. E ogni giorno farò un po' di meditazione e di lettura spirituale. 

7. Racconterò ogni giorno fatti e pensieri che facciano del bene. Li racconterò a compagni, amici, parenti. Se non incontrerò nessuno, parlerò di cose buone almeno con mia madre. 

Questi sono i propositi fatti nei giorni in cui ho vestito l'abito dei chierici. Perché mi rimanessero ben impressi nella mente, sono andato davanti a un'immagine della Madonna, li ho letti e ho fatto a lei promessa formale di osservarli a costo di qualsiasi sacrificio. 

 

2. IL VIATICO DI MAMMA MARGHERITA

 

«Non è l'abito che fa onore» 

Il 30 ottobre dovevo trovarmi in Seminario. Il mio modesto corredo era preparato. I familiari erano contenti, e io più di loro. Solo mia madre era pensierosa e mi avvolgeva con il suo sguardo. Voleva dirmi qualcosa e cercava il momento più opportuno. 

La sera prima della partenza mi chiamò in disparte, e mi disse queste profonde parole: 

- Giovanni, tu hai vestito l'abito del sacerdote. Io provo tutta la consolazione che una madre può provare per la buona riuscita di un figlio. Ricordati però che non è l'abito che fa onore, ma la virtù. Se un giorno avrai dubbi sulla tua vocazione, per carità, non disonorare quest'abito. Posalo subito. Preferisco avere come figlio un povero contadino che un prete trascurato nei suoi doveri. Quando sei nato ti ho consacrato alla Madonna. Quando hai cominciato gli studi ti ho raccomandato di voler sempre bene a questa nostra Madre. Ora ti raccomando di essere tutto suo, Giovanni. Ama quei compagni che vogliono bene alla Madonna. E se diventerai sacerdote, diffondi attorno a te l'amore alla Madonna. 

Quando terminò queste parole, mia madre era commossa. Io piangevo. Le risposi: 

- Madre, vi ringrazio di tutto quello che avete fatto per me. Queste parole non le dimenticherò mai. Le porterò con me come un tesoro per tutta la vita. 

Al mattino prestissimo mi recai a Chieri, e la sera dello stesso giorno entravo in seminario. 

 

Un programma stampato sul muro 

Salutai i superiori, salii in camera a prepararmi il letto, e insieme all'amico Garigliano feci un lungo giro di esplorazione per i dormitori, i corridoi, il cortile. Dall'alto di un muro, una meridiana ci diede il primo saluto. Portava scritte queste parole: Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae (Per chi soffre le ore sono lente, sono veloci invece per chi ha il cuore contento). Dissi a Garigliano: 

- Ecco il nostro programma! Stiamo allegri, e il tempo passerà presto. 

Subito dopo iniziarono i tre giorni di Esercizi Spirituali. Cercai di farli bene. Verso la fine, mi recai dal professore di filosofia, il teologo Tarnavasio di Bra, e gli chiesi qualche suggerimento per comportarmi bene e meritare la fiducia dei professori. Quel bravo prete rispose: 

- Un suggerimento solo: compi con esattezza i tuo doveri. Presi quel consiglio come punto base della mia vita di seminario. Cercai di osservare con esattezza il regolamento e l'orario. Obbedivo con prontezza ai segnali dati dalla campana: sia quando ci chiamava allo studio e alla chiesa, sia quando ci invitava al refettorio, alla ricreazione, al riposo. 

Questa esattezza facilitò l'amicizia con i compagni e la stima dei superiori. 

I sei anni di seminario furono un'esperienza molto bella. 

 

3. TAROCCHI IN SEMINARIO

« Come se passasse una bestia nera » 

Le giornate del seminario sono più o meno sempre le stesse. Presenterò prima le persone e la vita di ogni giorno, poi racconterò alcuni avvenimenti. 

Prima di tutto, una parola sui superiori. Volevo loro molto bene. Mi hanno sempre trattato con gentilezza. Ma non ero completamente soddisfatto. Il Rettore e gli altri superiori si andavano a visitare all'arrivo dalle vacanze e quando si ripartiva. Nessuno andava a parlare con loro, se non per ricevere qualche sgridata. Uno di loro, a turno, ci assisteva durante i pasti e a passeggio. I nostri « contatti » finivano li. Quante volte avrei voluto parlare con loro, chiedere consiglio. Avevo dei dubbi, e non sapevo mai a chi domandare una spiegazione. Se qualche superiore passava in mezzo ai seminaristi, era un fuggifuggi generale, come se passasse una bestia nera. 

Tutto questo mi spingeva a bruciare i tempi. Volevo essere presto prete per cominciare uno stile diverso: stare in mezzo ai ragazzi, assisterli, far loro sentire la mia amicizia. 

 

Una strana manovra per ricevere la Comunione 

E ora, una parola sui compagni. Ho mantenuto la parola data a mia madre: sono diventato amico di quelli che volevano bene alla Madonna, si impegnavano nello studio ed erano esemplari in chiesa. 

Devo riconoscere che nel seminario, accanto a chierici che conducevano una vita splendida, c'erano anche dei tipi pericolosi. Giovani che entrano in seminario senza troppi pensieri sulla vocazione, senza buono spirito e senza buona volontà, ce ne sono. Proprio in seminario ho ascoltato discorsi molto cattivi. Circolavano libri immorali e contro la religione: furono bloccati durante una revisione. 

I tipi pericolosi, appena conosciuti, venivano allontanati. Oppure erano loro stessi che a un certo punto se ne andavano. Ma durante i mesi passati in seminario erano stati una peste, e la peste contagia buoni e cattivi. 

Ho evitato questo pericolo scegliendo come amici ragazzi ottimi: Guglielmo Garigliano, Giovanni Giacomelli di Avigliana, e poi Luigi Comollo. Tre amici, un tesoro. 

La vita religiosa era molto accurata. Ogni mattina la Messa era accompagnata dalla meditazione e dal rosario. A mensa stavamo in silenzio: si ascoltava la lettura della « Storia Ecclesiastica » del Bercastel. Confessione ogni quindici giorni. Chi voleva, poteva accostarsi alla confessione ogni sabato. 

La santa Comunione si poteva ricevere solo alla domenica e nelle altre feste. Se qualcuno voleva nutrirsi dell'Eucaristia durante la settimana, doveva compiere una disubbidienza. Mentre gli altri scendevano per la colazione, entrava furtivamente nella chiesa di San Filippo. Ricevuta la Comunione, poteva raggiungere gli altri mentre entravano a scuola o nella sala di studio. Questa manovra era proibita dal regolamento. Ma i superiori, che vedevano benissimo ciò che capitava, non dicevano niente. Tacitamente approvavano. 

Usando questo strano sistema, ho potuto fare la Comunione moltissime volte. E posso dire che essa fu il più efficace nutrimento della mia vocazione. 

Questo particolare della vita seminaristica, che considero negativo, è stato ora cancellato dall'arcivescovo Gastaldi. I chierici, se si sentono preparati, possono ricevere l'Eucaristia tutti i giorni. 

 

Re di coppe e fante di spade 

Durante il tempo libero, il gioco comune era « barra rotta ». All'inizio ci presi un gusto matto. Ma poi pensai che era molto simile ai giochi dei saltimbanchi, a cui avevo deciso di rinunciare. Lo lasciai. 

In certi giorni era permesso giocare ai tarocchi. Per un certo tempo fu il mio divertimento preferito. Ma anche qui c'era il dolce e l'amaro. Non ero un giocatore straordinario, tuttavia vincevo quasi sempre. Alla fine delle partite avevo le mani piene di soldi. Ma al vedere i miei compagni tristi perché li avevano perduti, diventavo più triste di loro. Inoltre, a forza di fissare l'attenzione sulle carte, mentre studiavo o pregavo avevo sempre in mente il re di coppe e il fante di spade. Per questi motivi, a metà del secondo anno di filosofia, decisi di smettere. Quando il tempo libero aveva una certa durata, organizzavamo allegre passeggiate nelle verdi località che circondano Chieri. Quelle passeggiate erano anche utili allo studio. S'improvvisavano vivaci gare di quiz, con domande-risposte sulle materie scolastiche. 

Anche all'interno del seminario, quando pioveva o il tempo era rigido, ci davamo convegno nel salone da pranzo. Nascevano vivaci dispute sugli argomenti più svariati, di scuola e non di scuola. Quel « circolo scolastico », di cui ero presidente e giudice inappellabile, era per me un vero divertimento, ed era utile per lo studio, la bontà e la salute. Le domande più interessanti le poneva sempre Luigi Comollo, che era entrato in seminario un anno dopo di me. Domenico Peretti, che sarebbe diventato parroco di Buttigliera, parlava come un giovane oratore, e aveva sempre una risposta pronta ad ogni problema. Garigliano parlava poco, ma ascoltava con molta attenzione, e aggiungeva commenti e riflessioni illuminanti. Nelle nostre chiacchierate venivano a galla un sacco di argomenti e di notizie scientifiche, che nessuno era in grado di approfondire o rettificare. Allora ci dividevamo il lavoro. A ognuno veniva affidata una nozione, un argomento. Doveva approfondirlo, e riferire al « circolo » i risultati della sua ricerca. 

 

La manica tirata da Luigi 

Sovente la mia ricreazione era interrotta da Luigi. Mi tirava per una manica, mi invitava a seguirlo e mi conduceva in chiesa. Lì mi faceva pregare: visita al SS. Sacramento, preghiera per gli agonizzanti, recita del rosario, ufficio della Madonna per le anime del purgatorio. 

Quel ragazzo meraviglioso fu una grande fortuna per me. Sapeva scegliere il momento più adatto per avvisarmi, farmi una correzione, dirmi una parola di incoraggiamento. Faceva tutto con tanta gentilezza e carità che provavo piacere ad essere richiamato da lui. 

Eravamo molto amici. Tentavo di imitarlo, ma ero cento chilometri indietro. Tuttavia, se non sono stato rovinato dai compagni più dissipati, se ho perseverato seriamente nella mia vocazione, lo debbo a lui. 

In una sola cosa non ho nemmeno tentato di imitarlo: nella mortificazione. Aveva solo 19 anni e digiunava rigorosamente per tutta la quaresima, digiunava ogni sabato in onore della Madonna. Sovente saltava la colazione, a volte pranzava a pane e acqua. Sopportava con dolce pazienza le parole sgarbate, gli atteggiamenti di freddo disprezzo. In chiesa e a scuola era esatto in tutto. 

Mi sembrava impossibile che riuscisse a tanto. Più che un amico, era un ideale per me, un modello altissimo di virtù, uno stimolo continuo a scuotere la pigrizia per essere un poco come lui. 

 

 

4. VACANZE 

Nei campi a mietere il grano 

Le vacanze sono in genere un grosso pericolo per i chierici. 

Ai miei tempi lo erano ancora di più, perché duravano quattro mesi e mezzo. 

Cercavo di occupare il tempo a leggere e a scrivere, ma non riuscendo ad impormi un certo orario, sovente non concludevo niente. Ammazzavo il tempo in lavori manuali. Lavoravo con il tornio, la pialla, la forgia, tagliavo e cucivo abiti, confezionavo scarpe. Nella mia casa di Morialdo ci sono ancora uno scrittoio, una tavola da pranzo e alcune sedie, «capolavori» fabbricati in quelle vacanze. 

Poi impugnavo la falce ed entravo nei prati a falciare l’erba, nei campi a mietere il grano. Scendevo in cantina a preparare le botti, a pigiare l’uva, a spillare il vino nuovo. Solo nei giorni festivi potevo tornare ad occuparmi dei ragazzi. Molti toccavano i 16-17 anni, e non sapevano niente della fede. Provavo molto piacere a fare loro catechismo. 

A ragazzetti di tutte le età, veramente smaniosi di imparare, insegnavo a leggere e a scrivere. La scuola era gratuita, ma le condizioni che mettevo erano assiduità, attenzione e confessione mensile. Alcuni non accettavano, e si ritiravano. Ma non fu un danno: gli altri capivano che non si trattava di una cosa da nulla, e s’impegnavano seriamente. 

 

«Popolare, popolare, popolare» 

Con l’approvazione del mio parroco, cominciai a fare prediche e discorsi. Nel paese di Alfiano, nelle vacanze del 1838, predicai alla festa della Madonna del Rosario. Dopo il primo anno di teologia parlai nella chiesa di Castelnuovo: era la festa di San Bartolomeo apostolo. A Capriglio predicai per la Natività della Madonna. 

Non so quale nutrimento spirituale ricevesse la gente dalle mie prediche. Dappertutto mi applaudivano, e finii per lasciarmi guidare dalla vanità. Ma un giorno ricevetti una buona lezione. 

Avevo appena finito di predicare sulla Natività della Madonna, e volli sentire il parere di una persona che aveva l’aspetto intelligente. Mi coprì di elogi che non finivano più: 

- La sua predica sulle anime del Purgatorio è stata splendida! 

E io avevo parlato sulla grandezza della Madonna… 

Ad Alfiano ho voluto sentire il parere del parroco, don Giuseppe Pelato, persona di profonda fede e di molta esperienza. 

- Mi dica schiettamente cosa pensa della mia predica. 

- Molto bella, ordinata. L’ha esposta in buona lingua e con molti pensieri scelti dalla Bibbia. Continuando così, diventerà un predicatore molto ricercato. 

- Ma la gente avrà capito? 

- Poco. Ha capito mio fratello prete e pochissimi altri. 

- Eppure erano pensieri facili. 

- Sembrano facili a lei, ma per la gente sono troppo elevati. Ragionare toccando di passaggio pensieri della Bibbia e avvenimenti della storia ecclesiastica è bello, ma la gente non segue. 

- Cosa mi consiglia di fare? 

- Bisogna abbandonare la lingua e lo stile dei classici, parlare in dialetto o anche in italiano se si vuole, ma in maniera popolare, popolare, popolare. Invece di fare ragionamenti, raccontare esempi, fare paragoni semplici e pratici. Si ricordi che la gente segue poco, e che le verità della fede bisogna esporle nella maniera più facile possibile. 

Quel consiglio paterno mi servì per tutta la vita. 

Conservo ancora, per mia vergogna, quei primi discorsi. 

Quando li prendo in mano, non vedo altro che vanità e desiderio di essere «alla moda». Dio misericordioso mi ha mandato quella preziosissima lezione, che mi servì nelle prediche, nei catechismi, nello scrivere libri. 

 

5. GIORNI LIBERI SULLE COLLINE DEL MONFERRATO

Volavano minacce e bicchieri 

Quando dicevo che le vacanze sono pericolose, intendevo parlare di me. A un povero chierico può capitare sovente di trovarsi in pericoli seri, anche senza accorgersene. A me accadde proprio così. Un anno, alcuni miei parenti mi invitarono ad una festa. Non volevo andarci. Un mio zio però insistette, dicendomi che non c'era nessun chierico che aiutasse il parroco nelle funzioni in chiesa. Dopo molte insistenze, finii per accettare. 

Presi parte alla santa Messa servendo all'altare e cantando. Poi arrivò l'ora del pranzo. All'inizio tutto bene. Ma quando il vino cominciò a rendere tutti allegri (e alcuni un po' brilli), cominciarono a circolare discorsi che per un chierico sono intollerabili. Provai a deviare la conversazione, ma la mia voce si perse nel baccano generale. 

Non sapevo più cosa fare, e decisi di andarmene. Presi il cappello e mi alzai. Ma lo zio mi trattenne. Un commensale, ormai ubriaco, cominciò a insultare tutti i presenti. Un altro, pure ubriaco, si alzò e tentò di avventarsi contro di lui. Nacque uno schiamazzo da bettola, un volo di minacce e di bicchieri. Volarono anche piatti e bottiglie, cucchiai e forchette. Qualcuno tirò fuori il coltello. 

Capii che l'unica cosa furba che potevo fare era andarmene, e me ne andai. Arrivato a casa, rinnovai l'impegno che avevo preso più volte: evitare le occasioni di dissipazione per non rovinare l'amicizia con Dio. 

 

Il violino frantumato 

Un altro fatto spiacevole mi capitò a Croveglia, frazione di Buttigliera. Si celebrava la festa di san Bartolomeo, e fui invitato da un altro zio a prendere parte alle funzioni di chiesa. Avrei dovuto servire all'altare, cantare e suonare il violino. Questo strumento musicale mi era molto caro, ma vi avevo rinunciato nel giorno della vestizione chiericale. 

In chiesa, le cose andarono molto bene. 

Il pranzo si tenne nella casa di mio zio, priore della festa, e non ci furono inconvenienti. 

Dopo pranzo, i commensali mi invitarono a suonare qualcosa, per fare un po' d'allegria. Rifiutai. Un musicista presente insistette: 

- Io farò la prima voce. Lei almeno mi faccia un po' d'accompagnamento. 

Sono degno di disprezzo perché non seppi dire di no. Suonai per alcuni minuti, poi sentii un bisbigliare, un agitarsi di gente. Mi affacciai alla finestra, e vidi nel cortile una folla di persone che al ritmo della nostra musica ballava allegramente. Quanta rabbia provai in quel momento! 

- Ma come? - dissi ai commensali. - Io predico contro i balli pubblici, e voi me ne fate organizzare uno nel vostro cortile? Non capiterà mai più. 

Frantumai in mille pezzi il mio violino. Non ripresi mai più in mano quello strumento, nemmeno quando si presentarono occasioni di servirmene in chiesa. 

 

L'ultima caccia 

Ancora un fatto avvenuto durante le vacanze. 

Durante l'estate e l'autunno catturavo uccelli con i sistemi allora in uso: il vischio, le gabbie, a volte il fucile. Un mattino vidi sfrecciare una lepre. La inseguii. Di campo in campo, di vigna in vigna, finii per attraversare valli e arrampicarmi su colline. 

Ci vollero ore. Finalmente l'animale fu a tiro, e lo centrai con una fucilata. La povera bestiola cadde, e provai una grande tristezza a vederla morire. Alcuni amici mi avevano seguito, e si congratularono per il bel colpo. Ma io mi guardai: ero in maniche di camicia, senza veste, con un cappello di paglia come un contrabbandiere, dopo una corsa di cinque chilometri fatta con un fucile in mano. Ne fui mortificatissimo. Chiesi scusa agli amici per quello spettacolo poco decoroso, e tornai immediatamente a casa. 

Per la seconda volta feci il proposito di non andare mai più a caccia. Con l'aiuto del Signore, questa volta mantenni la promessa. Dio mi perdoni lo scandalo dato in quel giorno. Questi tre fatti furono per me una lezione unica. Se si vuol vivere sul serio al servizio del Signore, bisogna moltiplicare i momenti di raccoglimento e lasciare i divertimenti troppo materiali. Non che siano un'offesa di Dio in se stessi, ma durante questi divertimenti si fanno discorsi, si usa un forma di vestire, di parlare e di agire che mettono in pericolo l'amicizia con Dio. Egli ci ha comandato di essere puri nei pensieri, nelle parole e nelle azioni. 

 

Cucinare un pollo 

Fui sempre amicissimo di Luigi Comollo, finchè Dio lo con-servò in vita. Nelle vacanze, molte volte andavo a casa sua, e lui veniva a casa mia. Ci scrivevamo anche delle lettere. Io vedevo in lui un vero « ragazzo santo », e gli volevo bene perchè in lui c'era una bontà rara. Quando eravamo insieme lo aiutavo nello studio, e cercavo di imitarlo un poco. 

Dopo il primo anno di teologia venne a passare una giornata con me. Mio fratello e mia madre erano nei campi per la mietitura. Mi fece leggere la predica che doveva tenere alla festa dell'Assunta, e la recitò davanti a me come se fosse davanti al pubblico della chiesa. 

Il tempo passava, e a un tratto ci accorgemmo che era l'ora del pranzo. Eravamo soli in casa, e non avevamo le idee molto chiare sul come si prepara un pasto. 

-Io accendo il fuoco -disse Luigi. -Tu prepara la pentola. Poi qualcosa faremo cuocere. 

-Mia madre mi ha detto di cucinare un pollo -dissi a mia volta. -Ci servirà da primo e da secondo. Bisogna però andarlo a prendere nell'aia. 

Dopo un po' di inseguimento, acciuffammo un galletto piuttosto giovane. Ora si trattava di ammazzarlo. Ma chi se la sentiva? Nè io nè lui. Giungemmo ad un compromesso: Luigi avrebbe appoggiato il collo del galletto su un tronco, e io col falcetto l'avrei troncato. Menai il colpo, e tagliai netta la testa del pollo. Al vedere schizzare il sangue, però, ci spaventammo tutti e due. Ci tirammo precipitosamente indietro. 

Dopo qualche istante di tristezza, Luigi reagì: -Siamo proprio due sciocchi. Il Signore ci ha dato gli animali della terra come nostro cibo. Perchè allora tanta ripugnanza? 

Coraggiosamente spennammo il pollo, lo facemmo cuocere e lo mangiammo. 

Avrei voluto andare a Cinzano ad ascoltare la predica di Luigi sull'Assunta. Ma anch'io quel giorno dovevo predicare in una parrocchia. Andai perciò a Cinzano il giorno dopo. Le parole di Luigi erano piaciute moltissimo, e molti mi manifestarono la loro soddisfazione. 

 

Improvvisare su san Rocco 

Quel 16 agosto era la festa di san Rocco. Noi chiamiamo quel giorno «festa della pignatta», perchè i parenti e gli amici si invitano a pranzo, e poi trascorrono insieme alcune ore di allegria. 

Ciò che mi capitò in quel giorno mostra fino a che punto arrivava la mia audacia. Doveva arrivare un predicatore per parlare di san Rocco. Ma all'ora di salire sul pulpito non si era ancora visto nessuno. Il parroco di Cinzano era sulle spine. Erano venuti dai paesi vicini molti parroci per la festa, e io a un certo punto (vedendo che il parroco non sapeva che pesci prendere) passai dall'uno all'altro, pregando che qualcuno dicesse una buona parola a tutta la gente che si era radunata in chiesa. 

Nessuno se la sentiva. Qualcuno anzi, davanti alle mie insistenze, rispose seccato: 

-Ma lei è un incosciente! Crede che improvvisare un discorso su san Rocco sia come bere un bicchiere di vino? Provi a farlo lei! 

Quella persona aveva parlato ad alta voce, e tutti lo approvarono rumorosamente. Mortificato, ma stuzzicato nel mio orgoglio, risposi: 

- Non osavo farmi avanti. Ma visto che nessuno se la sente, il discorso lo faccio davvero io. In chiesa fu intonato un canto sacro, perché avessi il tempo di radunare le idee. Avevo letto la vita di san Rocco. Raccolsi mentalmente le notizie e i fatti principali, e salii sul pulpito. Feci un discorso tra i più belli che mai avessi fatto. 

 

«Spero di bere un vino migliore» 

Quello stesso giorno, uscii a fare quattro passi con Luigi Comollo. Salimmo su una collina da cui si vedeva una vasta estensione di prati, campi e vigneti. 

- Guarda che siccità quest'anno! - dissi. - I raccolti sono scarsissimi. Poveri contadini: tanto lavoro e nessun risultato. – E’ la mano del Signore che pesa su di noi - rispose. - Credimi: la causa di tutto sono i nostri peccati. 

- Speriamo che l'anno prossimo il Signore ci dia una stagione migliore. 

- Lo spero anch'io. Fortunati coloro che potranno viverla. - Dai, non parliamo di cose tristi. Per quest'anno, pazienza. Ma l'anno prossimo ci sarà una vendemmia favolosa, vedrai. E berremo un vino ottimo! 

- Tu lo berrai. 

- E tu? Continuerai a bere la tua solita acqua? - No. Spero di bere un vino molto migliore. - Cosa vuoi dire? 

- Lasciamo perdere. Il Signore sa. 

- Non cambiare discorso. Cosa vuoi dire con quelle parole: « Spero di bere un vino migliore »? Andartene in Paradiso? - Io non sono certo di andare in Paradiso dopo la mia morte, ma lo spero profondamente. Da qualche tempo ho un desiderio così grande di andare nella casa di Dio, che mi sembra impossibile vivere ancora a lungo su questa terra. 

Luigi diceva queste cose con il volto pieno di gioia. La sua salute in quel momento era ottima, e si preparava a tornare con me in seminario. 

 

 

6. NOTIZIE DALL'ALDILA'

L'ultimo sguardo fu come una firma 

Scrivendo la biografia di Luigi Comollo, ho narrato gli avvenimenti che precedettero e accompagnarono la sua morte santa. Chi desidera conoscerli, può leggerli in quelle mie pagine. 

Qui voglio solo ricordare un fatto che nella biografa ho appena sfiorato, ma che fece parlare molta gente. Eccolo. 

La nostra amicizia era così profonda che parlavamo apertamente di tutto ciò che ci poteva accadere. Parlammo anche della possibilità che uno di noi morisse. 

Un giorno, dopo aver letto insieme un lungo brano della vita di un santo, un po' per ridere un po' sul serio uno di noi disse: - Sarebbe bello che il primo che muore tra noi due, venisse a portare all'altro notizie dell'al di là. 

Dopo averne parlato molte volte, abbiamo fatto un patto: - Il primo che muore, se Dio lo permette, verrà a dire all'altro se è salvo. 

Non pensavo che questo patto fosse una cosa importante. L'abbiamo fatto con una certa leggerezza (non consiglierò mai nessuno a fare un patto simile!). Tuttavia, specialmente durante l'ultima malattia di Luigi, l'abbiamo confermato e rinnovato molte volte. Anzi, posso dire che le sue ultime parole, il suo ultimo sguardo, furono una specie di firma su quel patto. Molti compagni conoscevano la faccenda che Luigi ed io avevamo fatto. Dio è onnipotente, Dio è misericordioso. Ordinariamente non fa caso di questi patti. Ma qualche volta, nella sua infinita misericordia, permette che si compiano, come avvenne per me. 

 

«Bosco, io sono salvo!» 

Luigi Comollo morì il 2 aprile 1839. La sera del giorno dopo fu sepolto con grande rimpianto nella chiesa di san Filippo. Quelli che conoscevano il nostro patto erano ansiosi di vedere ciò che sarebbe capitato. Io ero ansiosissimo. Speravo che la « notizia » che Luigi mi avrebbe fatto arrivare, avrebbe smorzato la grande pena che provavo per la sua scomparsa. 

La sera di quel giorno ero a letto in un dormitorio che ospitava circa venti seminaristi. Ero tutto agitato. « In questa notte si adempirà la promessa », pensavo. 

Verso le undici e mezzo, un cupo rumore si fece sentire nei corridoi. Sembrava che un grosso carro trascinato da molti cavalli si andasse avvicinando alla porta del dormitorio. Di minuto in minuto il rumore si faceva più cupo, come un tuono. Tutto il dormitorio tremava. I chierici, spaventati, balzarono dai loro letti e si strinsero insieme in un angolo. Fu allora che si udì, in mezzo a quel tuono cupo e violento, la chiara voce di Luigi Comollo. Disse tre volte: « Bosco, io sono salvo! ». 

Tutti i chierici udirono il rumore. Molti sentirono la voce ma non capirono le parole. Alcuni, come me, le capirono benissimo, tanto che per molto tempo furono poi tramandate di bocca in bocca. Fu la prima volta che mi ricordo di aver avuto paura. Una paura tale che mi causò una grave malattia, e mi portò vicino alla tomba. 

Non darò mai a nessuno il consiglio di ripetere la promessa che Luigi ed io avevamo fatto. Dio è onnipotente, Dio è misericordioso. Ordinariamente non fa caso di questi patti. Ma qualche volta, nella sua infinita misericordia, permette che si compiano, come avvenne per me. 

 

7. LE PAROLE COL NOCCIOLO DI DON BOREL 

Centoventi lire preziose 

In seminario mi sono sempre trovato bene. Ero amico dei compagni e di tutti i superiori. 

Nel sesto mese di ogni anno scolastico si dava un esame in tutte le materie di studio. Chi riportava i voti migliori nello studio e nella condotta, riceveva un premio di 60 lire. Con l'aiuto di Dio, nei sei anni trascorsi in seminario ho sempre ottenuto quel premio. 

Nel secondo anno di studi teologici ebbi la carica di sacrestano. Carica da poco, ma che dava diritto ad altre 60 lire ogni anno. Con un atto di bontà i superiori me la concessero. Con il premio scolastico e lo « stipendio » di sacrestano, potevo pagarmi metà pensione. L'altra metà me la pagava il caritatevole don Cafasso. Come sacrestano dovevo tener pulite la chiesa, la sacrestia, l'altare. Dovevo badare a lampade e candele, e tenere in ordine gli arredi e gli oggetti che si usano nei riti liturgici. 

 

Parole col nocciolo 

In quell'anno ebbi la fortuna di conoscere uno dei migliori preti di Torino, don Giovanni Borel. Era venuto a predicarci gli Esercizi Spirituali. Lo conobbi in sacrestia, e rimasi colpito dall'aria allegra e dalle parole scherzose che avevano sempre un nocciolo spirituale. 

Osservai la sua preparazione e il suo ringraziamento alla santa Messa, il suo contegno pieno di fede durante la celebrazione, e mi accorsi subito che era uno splendido sacerdote. 

Nella sua predicazione ammirai la popolarità, la vivacità, la chiarezza, il fuoco di carità che sprizzava dalle parole. Era facile capire che ci trovavamo davanti a un santo. Andammo tutti a confessarci da lui. Molti gli parlarono della propria vocazione, e gli chiesero una parola come ricordo. Anch'io andai a parlargli dei miei problemi spirituali. Gli chiesi un consiglio, perché avevo sempre paura di smarrire lo spirito della mia vocazione durante l'anno, e specialmente durante le vacanze. Mi rispose: 

- Frequentare la Comunione e sapersi raccogliere in silenzio davanti a Dio, conservano la vocazione e formano un vero prete. 

Quegli Esercizi Spirituali fecero un gran bene a tutti. Anche molto tempo dopo ricordavamo quelle parole che ci avevano tanto aiutato. 

 

 

8. CURVO SULLE PAGINE BIANCHE

Un piccolo libro che spalanca l'orizzonte 

Nei miei studi stavo commettendo un grave errore. Durante le scuole superiori avevo letto per giorni e per notti le opere dei classici pagani. Ammiravo moltissimo le leggende della mitologia greca e romana, esposte in lingua smagliante. 

Le opere degli scrittori cristiani, al confronto, non mi piacevano. Finii per convincermi che la religione cristiana non va d'accordo con la buona lingua e l'alta poesia. Le stesse opere dei grandi Padri della Chiesa mi sembravano composizioni di poco valore. I principi religiosi erano esposti con forza e chiarezza, ma l'arte mi sembrava lontana da quelle pagine. 

Fortunatamente la Provvidenza mi aiutò a cambiare parere. All'inizio del secondo anno di studi filosofici, un giorno andai a far visita a Gesù presente nel tabernacolo. Non avevo con me il libro delle preghiere, e lessi alcuni capitoli di un libro che trovai nel banco, l'Imitazione di Cristo. Fui sbalordito dalla profondità del pensiero e dalla esposizione semplicissima e bellissima. Pensai: «L'autore di questo libro era un grande scrittore». 

Tornai più volte a leggere quel piccolo, grandissimo libro, e scoprii che in una sua sola riga c'era più sapienza che nei grossi volumi dei classici antichi. 

La lettura dell'Imitazione di Cristo segnò per me la fine delle letture profane. Subito dopo lessi la Storia dell'Antico e del Nuovo Testamento del Calmet, Le Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, Ragionamenti sulla Religione di mons. Marchetti, le opere di Frayssinous, Balmes, Zucconi e molti altri scritti sul Cristianesimo. Mi piacque molto la Storia Ecclesiastica del Fleury (non sapevo che quei venti volumi fossero sconsigliati). Provai un piacere ancora maggiore nel leggere i libri di Cavalca, Passavanti, Segneri, e la Storia della Chiesa di Henrion. 

Qualcuno penserà: « Le letture di tutti questi libri non era un ostacolo per gli studi scolastici? » Posso rispondere tranquillamente di no, perché continuavo ad avere una memoria felicissima. Per la scuola mi bastava seguire le lezioni e leggere i libri di testo. Le ore destinate allo studio, io potevo dedicarle alla lettura. I superiori lo sapevano, e mi lasciavano fare. 

 

A tu per tu con Omero 

Uno studio che mi stava molto a cuore era il greco. Avevo cominciato a studiare questa lingua classica nelle scuole superiori. Avevo studiato la grammatica e mi ero impegnato nelle prime traduzioni. 

Una buona occasione per approfondire questo studio mi capitò nel 1836. Torino era minacciata dal colèra. I Gesuiti decisero di far uscire dalla città i loro convittori del Collegio del Carmine. Li ospitarono nella casa destinata alla villeggiatura, il Castello di Montaldo Torinese. Poiché ospitarono contemporaneamente gli alunni interni e quelli esterni, ebbero bisogno di un numero doppio di assistenti e di insegnanti ripetitori. Don Cafasso, al quale i Gesuiti si erano rivolti per la segnalazione di qualche chierico disponibile, fece il mio nome per assistere una camerata e fare il ripetitore di greco. 

L'occasione mi spinse a occuparmi seriamente di questa lingua. Io insegnavo i primi elementi, e contemporaneamente approfondivo lo studio. Tra i Gesuiti c'era un certo padre Bini, grecista di grande valore. Mi aiutò in maniera notevole. In quattro mesi mi aiutò a tradurre tutto il Nuovo Testamento, i primi due libri dell'Iliade di Omero, parecchie odi di Pindaro e di Anacreonte. Poiché dimostravo buona volontà, quel degno sacerdote continuò ad aiutarmi. Per quattro anni, ogni settimana, gli mandavo una traduzione dal greco in italiano o dall'italiano in greco. Egli la correggeva puntualmente e me la rispediva con le opportune osservazioni. In questa maniera potei maneggiare la lingua greca con la stessa facilità con cui già maneggiavo la lingua latina. 

In quel tempo studiai anche francese, e affrontai i primi elementi dell'ebraico. Dopo l'italiano e il latino, mi fu sempre caro occuparmi di queste tre lingue: greco, ebraico, francese. 

 

 

9. PRETE PER SEMPRE 

Una domanda all'Arcivescovo 

Nel 1840, l'anno seguente alla morte di Luigi Comollo, ricevetti la tonsura e i quattro ordini minori. Era il mio terzo anno di studi teologici. 

Subito dopo cominciai a pensare che potevo guadagnare un anno di studio durante le vacanze. Il permesso, in quei tempi, si concedeva molto raramente. Senza farne parola con nessuno, mi presentai da solo all'Arcivescovo mons. Fransoni. Gli chiesi di studiare le materie del quarto anno durante l'estate, così da concludere il quinquennio teologico nell'anno scolastico 1840-41. La ragione che portai era la mia età: avevo già compiuto 24 anni. 

L'Arcivescovo mi accolse con bontà. Esaminò i risultati degli esami sostenuti finallora. Mi concesse il favore a patto che prima di novembre avessi dato tutti gli esami prescritti per il quarto anno. Il teologo Cinzano, parroco di Castelnuovo, fu designato come esaminatore. 

In due mesi di studi intensi preparai e sostenni gli esami prescritti e fui ammesso a ricevere l'ordine del suddiaconato. 

 

Un pensiero che fa tremare 

Se ripenso a quel passo decisivo della mia vita, sono convinto che non ero abbastanza preparato, perché non avevo tutte le qualità positive necessarie. Tuttavia, non avendo nessuno che si curasse direttamente della mia vocazione, mi consigliai con don Cafasso. Egli mi disse di andare avanti senza paura, di stare alla sua parola. 

Per dieci giorni mi chiusi nel silenzio degli Esercizi Spirituali nella Casa della Missione in Torino. Feci la confessione generale, cioè il riesame totale della mia vita, per domandare al confessore se gli sembravo in grado di impegnarmi per sempre. Desideravo andare avanti, ma tremavo al pensiero di legarmi per tutta la vita. Per questo non volli prendere la decisione di procedere sulla strada del sacerdozio prima di aver avuto il parere pienamente positivo del confessore. 

Da quel momento ho messo il massimo impegno nell'osservare il consiglio di don Borel: «Frequentare la Comunione e sapersi raccogliere in silenzio davanti a Dio, conservano la vocazione e formano il vero prete». 

Rientrai in seminario e fui iscritto al quinto anno. Fui anche nominato assistente, la « carica massima » che può capitare addosso a un povero chierico. 

Il 19 marzo 1841 ricevetti l'ordine del diaconato. Il 5 giugno sarei stato ordinato prete. 

Fu un giorno di tristezza quello in cui dovetti lasciare definitivamente il seminario. I superiori mi volevano bene, e me lo manifestavano in ogni occasione. I compagni mi erano molto amici. Si può dire che io vivevo per loro, e loro vivevano per me. Chi aveva da farsi radere la barba, ricorreva a me. Chi aveva bisogno di una berretta da prete, di cucire o rattoppare un vestito, cercava me. 

La separazione da questa casa dove avevo vissuto sei anni della mia vita, dove avevo ricevuto educazione, cultura e spirito sacerdotale, insieme a segni di bontà e di affetto, mi costò moltissimo. 

 

La prima Messa 

Fui ordinato sacerdote il 5 giugno 1841, vigilia della festa della SS. Trinità. La mia prima Messa l'ho celebrata nella chiesa di san Francesco di Assisi, assistito da don Cafasso. Mi aspettavano ansiosamente al mio paese, dove da molti anni non si era avuta una prima Messa. Ma ho preferito celebrarla a Torino senza rumore. Quello posso chiamarlo il più bel giorno della mia vita. Nel momento in cui si ricordano le persone care, ho ricordato a Dio i miei professori e tutti quelli che mi avevano fatto del bene. Ho ricordato specialmente il caro don Calosso, che ho sempre considerato grande e insigne benefattore. 

Lunedì andai a celebrare la mia seconda Messa nel Santuario della Madonna Consolata. Ringraziai la Vergine Maria dei tanti favori che mi aveva ottenuto dal suo Figlio Gesù. 

Martedì mi recai a Chieri e celebrai la Messa nella chiesa di san Domenico. Viveva ancora il mio professore don Giusiana. Mi abbracciò con affetto. Durante quella Messa pianse a lungo per la commozione. Ho passato con lui tutto quel giorno: una giornata di Paradiso. 

Giovedì era la festa del Corpus Domini (allora festa di precetto). Cantai la santa Messa al mio paese, circondato dai miei cari. Siccome si svolgeva anche la solenne processione, portai il SS. Sacramento per le strade di Castelnuovo. Il parroco volle invitare a pranzo i miei parenti, i sacerdoti e le autorità del paese. Mi volevano tutti bene, e ognuno era contento insieme con me. 

La sera di quel giorno tornai alla mia casa. 

Quando fui vicino ai luoghi dove avevo vissuto da ragazzo, e rividi il posto dove avevo avuto il sogno dei nove anni, non potei frenare la commozione. Dissi: 

- Quanto sono meravigliose le strade della Provvidenza! Dio ha veramente sollevato da terra un povero fanciullo, per collocarlo tra i suoi prediletti. 

 

 

10. QUANDO IL CAVALLO S'IMPIZZARI'

« Avevo sempre intorno tanti ragazzi » 

A Castelnuovo, nell'anno della mia ordinazione (1841), non c'era un viceparroco. Per cinque mesi esercitai quel ministero. Provavo molta soddisfazione nel lavorare per la parrocchia. Predicavo tutte le domeniche, facevo visita ai malati, amministravo i Sacramenti. Non potevo ancora confessare, perché non avevo dato l'esame di confessione. Assistevo anche alle sepolture, tenevo in ordine i registri parrocchiali, redigevo certificati di povertà e altri certificati che la gente richiedeva. 

Ma la mia gioia era fare catechismo ai ragazzi, stare con loro, parlare con loro. Cominciavo a farmi amici i piccoli di Castelnuovo. Quando uscivo dalla casa parrocchiale, erano lì ad aspettarmi. Dovunque andassi, venivano con me, come ad una festa. Venivano anche a trovarmi i ragazzi di Morialdo. Quando poi tornavo alla mia casa, ai Becchi, li avevo sempre intorno. 

 

Un frullare di passeri suda testa del cavallo 

Trovavo molta facilità nel parlare alla gente, e quindi ero molto ricercato per fare omelie e discorsi nelle feste patronali. Verso la fine di ottobre fui invitato a Lavriano a parlare nella festa di san Benigno. Accettai volentieri perché era il paese di don Giovanni Grassino, mio collega e amico. Mi preparai bene. Scrissi il mio discorso in lingua popolare ma pulita, e lo studiai. Ero sicuro di fare una bella figura. Ma Dio diede una terribile lezione alla mia vanità. 

Era domenica, e prima di partire dovetti dire la Messa per la gente di Castelnuovo. Per arrivare poi a tempo a Lavriano, non andai a piedi ma a cavallo. 

Avevo percorso metà strada al trotto e al galoppo. Mi trovavo nella valle di Casalborgone tra Cinzano e Bersano, quando da un campo seminato a miglio si alzò di colpo uno stormo di passeri. Quel frullare rumoroso e improvviso spaventò il mio cavallo, che scattò in una corsa frenetica per campi e prati. Cercai di tenermi saldamente in sella, ma a un tratto mi accorsi che essa cedeva e scivolava di lato. Tentai di raddrizzarla, ma uno scarto improvviso mi catapultò in alto. Caddi riverso sopra un mucchio di pietre. 

 

« Rinvenni in una casa sconosciuta » 

Un uomo aveva assistito da una collina alla mia brutta avventura, e scese di corsa insieme ad un aiutante. Mi trovò svenuto. Con delicatezza mi portò in casa sua e mi distese sul letto migliore che aveva. Mi prestò tutte le cure possibili, e dopo un'ora rinvenni. Mi meravigliai di essere in una casa sconosciuta. - Non si spaventi - mi disse subito quel brav'uomo. - Vedrà che qui non le mancherà niente. Ho già mandato a chiamare il medico, e un mio lavorante è andato a ricuperare il cavallo. Io sono solo un contadino, ma in casa mia troverà tutto il necessario. Si sente molto male? 

- Dio la ricompensi della sua carità, mio caro amico. Non credo di aver niente di grave. Non posso muovere una spalla, e ho paura che si sia rotta. Qui dove sono? 

- Sulla collina di Bersano, in casa di Giovanni Calosso, soprannominato Brina. Lei non mi conosce, ma anch'io ho girato il mondo e ho avuto bisogno degli altri. Sono stato un frequentatore di fiere e di mercati, e me ne sono capitate tante! - Mentre attendiamo il medico, perché non mi racconta qualche sua avventura? 

- Ne avrei tante da raccontare! Molti anni fa, tanto per fare un esempio, ero andato ad Asti con la mia asina. Dovevo far provviste per l'inverno. Tornando, la mia povera bestia era fin troppo carica. Mentre ero nelle valli di Moriondo, scivolò in un pantano e stramazzò nel bel mezzo della strada. I miei sforzi per rimetterla in piedi non servirono a niente. Era mezzanotte, pioveva ed era buio pesto. Non sapevo più a che santo raccomandarmi, e mi misi a gridare aiuto. Dopo alcuni minuti, qualcuno mi rispose da un casolare vicino. Con delle fiaccole accese per fare un po' di luce, vennero in mio aiuto un chierico, suo fratello e due altri uomini. Mi aiutarono a scaricare l'asina, la tirarono fuori dal fango e mi ospitarono in casa loro. Io ero mezzo morto, imbrattato di fango dalla testa ai piedi. Mi pulirono, mi prepararono un'ottima cena, poi mi fecero dormire in un letto morbidissimo. Prima di ripartire, il mattino dopo, volevo pagare il disturbo, come mi pareva mio dovere. Il chierico rifiutò gentilmente dicendo: «Domani anche noi potremmo avere bisogno di lei ». 

 

Si accorse che avevo gli occhi rossi 

A quelle parole mi sentii commosso. Quel brav'uomo si accorse che avevo gli occhi rossi e domandò: 

- Si sente male? 

- No. Questo suo racconto è bello e commovente. 

- Era proprio una brava famiglia, quella che incontrai quella notte. Potessi far qualcosa per loro lo farei volentieri. 

- Come si chiamava? 

- La famiglia dei Bosco, chiamati in dialetto « Boschètt ». Ma perché si commuove di nuovo? Conosce per caso quelle persone? Quel chierico sta bene? 

- Quel chierico, mio caro amico, è questo sacerdote che lei ha accolto in casa sua. Lei mi ha ricompensato mille volte per quello che ho fatto quella notte. Mi ha portato svenuto nella sua casa, mi ha messo nel suo letto. La divina Provvidenza ci ha voluto far vedere con i fatti che chi fa del bene, trova del bene. 

È difficile immaginare la gioiosa meraviglia di quel buon cristiano, e anche la mia. Dio, nella disgrazia, mi aveva fatto reincontrare un così caro amico. Informati dell'accaduto, la moglie, una sorella che viveva con lui, altri parenti e amici furono molto contenti di venire a salutare il « chierico » di cui tante volte avevano sentito parlare. Usarono con me ogni gentilezza. 

Il medico giunse poco dopo, e fortunatamente non trovò fratture. Dopo il tempo necessario ad assorbire la botta, potei rimettermi a cavallo e tornare a casa. Giovanni « Brina » mi volle accompagnare. Da allora siamo sempre stati in cordiali rapporti di amicizia. 

Dopo quell'incidente feci un proposito molto deciso: i miei discorsi, d'ora innanzi, li avrei preparati per dar gloria a Dio, non per far bella figura. 

 

 

11. IMPARARE AD ESSERE PRETE

Tre stipendi rifiutati 

Sul finire di quell'estate mi vennero offerti tre incarichi. Una famiglia signorile di Genova mi chiese come maestro privato. L'onorario sarebbe stato di mille lire all'anno. 

I miei compaesani di Morialdo, desiderando vivamente che mi fermassi tra loro, mi pregarono di accettare il posto di cappellano. Mi garantivano che avrebbero raddoppiato lo stipendio consueto. 

Mi venne pure offerto il posto di viceparroco a Castelnuovo. Prima di prendere una decisione mi recai a Torino a consultare don Cafasso, che da parecchi anni era diventato mio consigliere nelle decisioni materiali e spirituali. Quel santo prete ascoltò tutto: l'offerta di buoni stipendi, l'insistenza di parenti e amici, la mia grande volontà di lavorare. Alla fine, senza esitazione, mi disse: 

- Non accetti niente. Venga qui al Convitto Ecclesiastico. Lei ha bisogno di completare la sua formazione studiando morale (la scienza che insegna a vivere cristianamente) e predicazione. 

Accettai volentieri il consiglio, e il 3 novembre entrai nel Convitto. 

 

Don Guala, il grande professore 

Nel Convitto Ecclesiastico si imparava ad essere preti. Nei seminari, infatti, si dava molta importanza allo studio delle verità della fede e alle discussioni per approfondirle. La morale si limitava ad affrontare i problemi più difficili e incerti. Il Convitto completava gli studi del seminario. 

Il tempo era impiegato in meditazione, letture spirituali, due lezioni al giorno (di morale), lezioni di predicazione, momenti di raccoglimento e riflessione. C'era tempo e comodità di studiare e leggere buoni autori. 

A capo del Convitto Ecclesiastico erano due persone celebri per sapienza e santità: il teologo Luigi Guala e don Giuseppe Cafasso. 

Don Guala era il fondatore dell'opera. Durante l'occupazione francese del Piemonte (1797-1814) aveva dimostrato una carità inesauribile. Uomo disinteressato, ricco di scienza, prudenza, coraggio, aveva fondato il Convitto perché dopo gli studi del seminario i giovani sacerdoti potessero imparare a fare i preti. Da quest'opera venne un gran bene per la Chiesa: furono specialmente sradicate alcune radici giansenistiche che continuavano ad allignare nella Chiesa piemontese. 

Una delle questioni più agitate nella scienza morale era quella detta « del probabilismo e del probabiliorismo ». Alla testa dei « probabilioristi » erano alcuni autori rigidi, tra cui Alasia e Antoine. Il loro comportamento rigoroso poteva portare ad atteggiamenti giansenistici. I « probabilisti » seguivano gli insegnamenti morali di sant'Alfonso. Oggi la Chiesa ha proclamato questo santo « dottore della Chiesa », e il suo pensiero si può chiamare «il pensiero del Papa», perché il Papa ha dichiarato che le sue opere si possono insegnare, predicare, praticare, seguire senza alcun pericolo. 

Il teologo Guala si collocava in maniera ferma al di sopra di ogni discussione. Al centro di ogni problema metteva la carità del Signore, e riusciva così a non cedere né al rigorismo né al permissivismo. Grazie alla sua azione, sant'Alfonso divenne il maestro delle scuole teologiche piemontesi, con conseguenze ottime. 

 

Don Cafasso, la guida spirituale 

Braccio destro del teologo Guala era don Cafasso. Egli riuscì a sciogliere l'ultimo ghiaccio che rimaneva tra probabilioristi e probabilisti con una calma imperturbabile, una carità delicatissima, usando tanta prudenza e tanta finezza. 

Un altro uomo molto prezioso del Convitto era il teologo Felice Golzio. La sua vita modesta fece poco scalpore, ma fu un aiuto inestimabile per don Guala e don Cafasso, con un lavoro instancabile, una profonda umiltà e una mente limpidissima. 

Questi tre grandi preti di Torino lavorarono con vero zelo nelle carceri e negli ospedali, sui pulpiti e nelle case dei malati. I frutti della loro carità beneficarono città e paesi, entrarono nei palazzi dei ricchi e nelle case dei poveri. 

Furono questi i tre modelli che la divina Provvidenza mi pose davanti. Dipendeva solo da me copiarli nella mia vita. 

 

Ragazzi dietro le sbarre 

Don Cafasso da sei anni era ormai la mia guida spirituale. Se ho fatto qualcosa di bene nella vita lo devo a lui. Domandavo il suo consiglio in ogni scelta, ogni progetto, ogni orientamento del mio lavoro sacerdotale. 

Egli cominciò a condurmi a visitare i carcerati. Nelle prigioni imparai a conoscere quanto è grande la malignità e la miseria degli uomini. Vedere un numero grande di ragazzi tra i 12 e i 18 anni, sani, robusti, intelligenti, vederli là oziosi, tormentati dalle cimici e dai pidocchi, senza pane e senza una parola buona, mi fece inorridire. 

Quei giovani infelici erano una macchia per la nostra patria, un disonore per le famiglie. Erano umiliati fino alla perdita della propria dignità. Quello che più mi impressionava era che molti, quando riacquistavano la libertà, erano decisi a vivere in maniera diversa, migliore. Ma dopo poco tempo finivano di nuovo dietro le sbarre. 

Cercai di capire la causa, e conclusi che molti erano di nuovo arrestati perché si trovavano abbandonati a se stessi. Pensavo: «Questi ragazzi dovrebbero trovare fuori un amico che si prende cura di loro, li assiste, li istruisce, li conduce in chiesa nei giorni di festa. Allora forse non tornerebbero a rovinarsi, o almeno sarebbero ben pochi a tornare in prigione ». Comunicai questo pensiero a don Cafasso, e col suo aiuto cercai il modo di tradurlo in realtà. Avevo molta confidenza nel Signore, perché sapevo che senza il suo aiuto ogni nostro sforzo è vano. 

 

12. « HO 16 ANNI E NON SO NIENTE » 

Il ragazzo che scappò a gambe levate 

Un gruppo di ragazzi divennero miei amici già nei primissimi giorni della mia entrata al Convitto. Me li trovavo intorno quando dovevo uscire lungo i viali e le piazze. Mi seguivano anche nella sacrestia della chiesa del Convitto. Non disponevo però di un locale per radunarli e per dare un minimo di stabilità al mio progetto di aiutarli. 

Fu uno strano incidente a provocare la realizzazione di quel progetto. Da quell'avvenimento derivò la mia azione a favore dei giovani che vagavano per le vie della città, e specialmente di quelli che uscivano dalle carceri. 

Nella festa dell'Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1841), nell'ora che mi era stata fissata, stavo indossando i paramenti per celebrare la santa Messa. II sacrestano, Giuseppe Comotti, vedendo un ragazzo in un angolo, lo invitò a servire la Messa. 

- Non sono capace - rispose tutto mortificato. - Dai, vieni a servire questa Messa - insistette. - Ma non sono capace, non l'ho mai servita. 

- Allora sei un bestione! - si infuriò il sacrestano. - Se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia? - Sempre in furia, afferrò la canna che gli serviva per accendere le candele e la menò sulle spalle e sulla testa del povero ragazzo, che scappò a gambe levate. Allora gridai al sacrestano: 

- Ma cosa fa? Perché picchia quel ragazzo? Che male le ha fatto? 

- Viene in sacrestia e non sa nemmeno servir Messa! - E per questo bisogna picchiarlo? 

- A lei cosa importa? 

- Importa molto, perché è un mio amico. Lo chiami subito. Ho bisogno di parlare con lui. 

 

«Mia madre è morta » 

Il sacrestano gli corse dietro gridando: «Ehi, ragazzo! ». Lo raggiunse, lo tranquillizzò e lo riportò accanto a me. Mortificato e tremante stava lì a guardarmi. Gli domandai con amorevolezza: 

- Hai già ascoltato la Messa? 

- No. 

- Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti farà piacere. 

Me lo promise. Desideravo far dimenticare a quel poveretto le botte ricevute e cancellare la pessima impressione che doveva avere sui preti di quella chiesa. Celebrai la santa Messa, recitai le preghiere di ringraziamento, poi lo condussi in una cappellina. Con la faccia allegra gli assicurai che più nessuno l'avrebbe picchiato, e gli parlai: 

- Mio caro amico, come ti chiami? - Bartolomeo Garelli. 

- Di che paese sei? - Di Asti. 

- È vivo tuo papà? - No, è morto. 

- E tua mamma? 

- Anche lei è morta. - Quanti anni hai? - Sedici. 

- Sai leggere e scrivere? - Non so niente. 

- Hai fatto la prima Comunione? - Non ancora. 

- E ti sei già confessato? 

- Sì, ma quando ero piccolo. - E vai al catechismo? 

- Non oso. - Perché? 

- Perché i ragazzi più piccoli sanno rispondere alle domande, e io che sono tanto grande non so niente. Ho vergogna. - Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo? - Molto volentieri. 

- Anche in questo posto? 

- Purché non mi prendano a bastonate. 

- Stai tranquillo, nessuno ti maltratterà. Anzi, ora sei mio amico, e ti rispetteranno. Quando vuoi che cominciamo il nostro catechismo? 

- Quando lei vuole. - Stasera? 

- Va bene. 

- Anche subito? 

- Con piacere. 

 

Tutto nacque da una lezione di catechismo 

Mi alzai e feci il segno della santa Croce per cominciare. Mi accorsi però che Bartolomeo non lo faceva, non ricordava come doveva farlo. In quella prima lezione di catechismo gli insegnai a fare il segno di Croce, gli parlai di Dio Creatore e del perché Dio ci ha creati. 

Non aveva una buona memoria, tuttavia, con l'attenzione e la costanza, in poche lezioni riuscì a imparare le cose necessarie per fare una buona confessione e, poco dopo, la sua santa Comunione. 

A Bartolomeo si aggiunsero altri giovani. Durante quell'inverno radunai anche alcuni adulti che avevano bisogno di lezioni di catechismo adatte per loro. Pensai soprattutto a quelli che uscivano dal carcere. Toccai con mano che i giovani che riacquistano la libertà, se trovano un amico che si prenda cura di loro, sta loro accanto nei giorni festivi, trova per loro un lavoro presso un padrone onesto, li va a trovare qualche volta lungo la settimana, dimenticano il passato e cominciano a vivere bene. Diventano onesti cittadini- e buoni cristiani. 

Questo è l'inizio del nostro Oratorio, che fu benedetto dal Signore e crebbe come non avrei mai immaginato. 

 

13. IL PRIMISSIMO ORATORIO

Dopo il catechismo, raccontare un bel fatto 

Durante quel primo inverno cercai di consolidare il piccolo Oratorio. Il mio scopo era di raccogliere soltanto i ragazzi più esposti al pericolo di rovinarsi, specialmente quelli usciti dalle carceri. 

Tuttavia, per avere una base di ordine e di bontà, invitai all' Oratorio anche altri ragazzi istruiti e di buona condotta. Questi mi davano una mano nel conservare un po' di ordine, e mi aiutavano a far lettura e a eseguire canti sacri. Mi accorsi fin dall'inizio, infatti, che senza canti e senza libri di lettura divertente, le nostre riunioni festive sarebbero state un corpo senz'anima. 

Il 2 febbraio 1842, festa della Purificazione di Maria (allora festa di precetto), con una ventina di ragazzi cantammo in chiesa per la prima volta Lodate Maria, o lingue fedeli. All'Annunciazione, 25 marzo, eravamo già in trenta. In quel giorno abbiamo fatto un po' di festa. Al mattino i ragazzi si confessarono e fecero la Comunione. Alla sera eseguimmo un canto sacro, e dopo il catechismo raccontai un bel fatto. La cappellina dove ci eravamo riuniti finallora cominciava a diventare stretta, quindi ci trasferimmo nella cappella accanto alla sacrestia. 

 

Giuseppe Buzzetti, il ragazzo fedelissimo 

Tento di dare un'abbozzo della vita di quel primissimo Oratorio. Nella mattina dei giorni festivi ognuno aveva la comodità di accostarsi ai sacramenti della Confessione e Comunione. Tutti si impegnavano a compiere questo dovere cristiano una volta al mese. La sera, a un'ora fissata, c'era il catechismo, preceduto da un canto sacro, e seguito dalla narrazione di un bel fatto. Poi distribuivo qualche cosa a tutti, oppure a qualcuno tirato a sorte. 

Fra i giovani che frequentavano il primissimo Oratorio ricordo Giuseppe Buzzetti, fedelissimo ad ogni incontro. Egli si affezionò talmente a don Bosco e all'Oratorio, che per non mancare mai arrivò a rinunciare al ritorno annuale in famiglia, a Caronno Ghiringhello (ora Caronno Varesino), quel ritorno tanto aspettato dai suoi fratelli e amici. Ricordo i suoi fratelli Carlo, Angelo e Giosuè. Ricordo Giovanni Gariboldi e suo fratello. Allora erano semplici garzoni, ora sono capomastri. 

La maggioranza dei ragazzi era formata da scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori che venivano da paesi lontani. Non conoscevano le parrocchie di Torino, non sapevano quali erano i compagni di lavoro di cui si potevano fidare. Erano esposti a mille pericoli morali, specialmente nei giorni festivi. Don Guala e don Cafasso erano felici di quella mia attività. Mi davano volentieri immagini, foglietti, libretti, medaglie, piccoli crocifissi da regalare. Quando ci fu necessità mi diedero anche il necessario per comprare vestiti. Ad alcuni che stavano cercando lavoro procurarono il pane per molte settimane. 

 

La festa dei piccoli muratori 

Quando i ragazzi cominciarono ad essere numerosi, don Guala e don Cafasso mi permisero di portare il mio piccolo esercito a giocare nel cortile del Convitto. Il cortile era piccolo, altrimenti il numero sarebbe salito velocemente ad alcune centinaia. In quei pochi metri quadrati, invece, ci stavano a malapena ottanta ragazzi. 

Nelle ore in cui i ragazzi si confessavano, don Guala e don Cafasso venivano ad assisterli, e li intrattenevano raccontando fatti ed esempi. 

Nel giorno di sant'Anna, patrona dei muratori, don Guala volle che facessimo una bella festa. Dopo la Messa del mattino invitò tutti a fare colazione nel Convitto. La grande sala delle conferenze ospitò cento giovani. A tutti furono serviti caffè, latte, cioccolato, panini, brioche, cornetti, pasticcini. I ragazzi ne erano ghiottissimi, e li accolsero con entusiasmo. L'eccitazione raggiunse vertici altissimi, e il racconto della festa passò di bocca in bocca. Se il salone fosse stato più ampio, quanti ragazzi in più sarebbero venuti! 

 

« Mantenevo i contatti con i ragazzi in carcere » 

La festa la passavo tutta in mezzo ai miei giovani. Durante la settimana andavo a visitarli sul luogo del loro lavoro, nelle officine, nelle fabbriche. Questi incontri procuravano grande gioia ai miei ragazzi, che vedevano un amico prendersi cura di loro. Facevano piacere anche ai padroni, che prendevano volentieri alle loro dipendenze giovani assistiti lungo la settimana e nei giorni festivi. 

Ogni sabato tornavo nelle prigioni con la borsa piena di frutti, pagnotte, tabacco. Il mio scopo era di mantenere i contatti con i ragazzi che per disgrazia erano finiti là dentro, aiutarli, farmeli amici, e invitarli a venire all'Oratorio appena fossero usciti da quel luogo triste. 

 

 

14. LA VOLONTA' DI DIO INDICA VALDOCCO

Quaranta ragazzi attorno a un confessionale 

Mentre iniziavo l'Oratorio, cominciavo pure a predicare nelle chiese di Torino, nell'Ospedale di Carità, all'Albergo di Virtù (istituzione che dava ospitalità a un centinaio di ragazzi poveri), nelle carceri, nel Collegio di san Francesco da Paola. Mi impegnavo nella predicazione di tridui, novene ed Esercizi Spirituali. 

Dopo due anni di Convitto potei dare l'esame di confessione. Da quel momento ho potuto ricevere i giovani che volevano riconciliarsi con Dio e dare loro il suo perdono. Nelle carceri, nell'Oratorio e dovunque ne avevo la possibilità, potei aiutare i giovani con più efficacia a crescere nella bontà e nella vita di figli di Dio. 

Era per me una gioia durante la settimana, e soprattutto nei giorni di festa, vedere il mio confessionale attorniato da quaranta o cinquanta giovani, che aspettavano pazientemente il loro turno per riconciliarsi con Dio. 

Ciò che ho narrato nelle ultime pagine fu l'andamento normale dell'Oratorio per quasi tre anni, dal dicembre dei 1841 all'ottobre del 1844. 

Intanto avvenimenti nuovi, mutamenti e anche sofferenze si affacciavano all'orizzonte. La Provvidenza ci guidava. 

 

« Vedo una folla di ragazzi che mi domanda aiuto » 

Dopo tre anni di preparazione, venne l'ora di scegliere un lavoro sacerdotale nella vita della chiesa torinese. 

Don Giuseppe Comollo, il vecchio e cadente zio di Luigi, parroco di Cinzano, chiese all'Arcivescovo di mandarmi come economo amministratore nella sua parrocchia. Per l'età e la salute precaria non poteva più gestirla da solo. L'Arcivescovo diede il suo consenso. Fu don Guala stesso che mi dettò la lettera in cui ringraziavo l'Arcivescovo Fransoni, ma declinavo l'invito. Egli, con don Cafasso, mi preparava un altro campo d'apostolato. 

Un giorno don Cafasso mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: - Il corso dei suoi studi è terminato. Ora bisogna andare a lavorare. Ci sono però tante possibilità di lavoro nel campo del Signore. A che cosa si sente particolarmente portato? 

- A ciò che lei mi indicherà. 

- In questo momento ci sono tre possibilità: viceparroco a Buttigliera d'Asti, professore di morale qui al Convitto, direttore dell'Ospedaletto che sta sorgendo accanto al Rifugio. Cosa sceglie? 

- Ciò che lei giudicherà più opportuno per me. 

- Ma non sente un'inclinazione maggiore per un posto o per l'altro? 

- La mia inclinazione è occuparmi della gioventù. Lei lo sa e decida come vuole. Nel suo consiglio vedrò la volontà di Dio. - In questo momento che cosa c'è nella sua mente? Cosa vede con la sua fantasia? 

- Mi sembra di trovarmi in mezzo a una folla di ragazzi che mi domandano aiuto. 

- Allora vada a fare qualche settimana di ferie. Quando tornerà, le dirò la sua destinazione. 

Dopo le ferie, don Cafasso lasciò passare alcune settimane senza dirmi niente. E io zitto. 

- Perché non mi domanda qual è la sua destinazione? - mi disse un giorno. 

- Perché voglio fare la volontà di Dio quando e come lei mi indicherà. Non voglio metterci niente di mio. 

- Faccia la valigia e vada da don Borel al Rifugio. Sarà direttore del piccolo Ospedale di santa Filomena. Lavorerà anche nell'Opera del Rifugio. Intanto Dio le indicherà ciò che deve fare per la gioventù. 

 

« Ma dove radunare i miei ragazzi? » 

A prima vista, quella decisione era in contrasto con le mie inclinazioni. Dovevo assumere la direzione di un ospedale, e inoltre predicare e confessare in un Istituto che ospitava quattrocento ragazze. Come avrei trovato il tempo necessario per l'Oratorio? Eppure, questa era la volontà di Dio. L'avvenire l'avrebbe dimostrato. 

Fin dal primo momento in cui avevo conosciuto don Borel, avevo visto in lui un sacerdote santo, un modello da ammirare e da imitare. Tutte le volte che ero stato accanto a lui, avevo ricevuto efficaci lezioni di vita sacerdotale. Dava buoni consigli, e insieme sapeva entusiasmare al lavoro per Dio. 

Nei tre anni che avevo trascorso al Convitto, mi aveva più volte invitato a predicare e a confessare al Rifugio, dove faceva il prete in maniera eccellente. Il campo del mio futuro lavoro, quindi, non soltanto lo conoscevo, ma mi era familiare. 

Mi sono consultato più volte con lui per migliorare il mio lavoro nelle carceri (dove faceva apostolato pure lui) e per fissare le norme essenziali per un lavoro efficace tra i ragazzi. Il problema dei giovani abbandonati e in pericolo di rovinarsi richiamava sempre più l'attenzione dei sacerdoti torinesi. Ora, nella situazione nuova in cui mi venivo a trovare, come dovevo comportarmi? Dove radunare i miei ragazzi? 

- La camera che le è stata destinata - mi disse don Borel - può servire per qualche tempo come punto d'incontro per i ragazzi che si radunavano a san Francesco d'Assisi. Quando poi potremo disporre dell'edificio che si sta preparando per i preti, accanto all'ospedaletto, cercheremo una soluzione migliore. 

 

 

15. UN SOGNO CHE RITORNA

« Andai a letto con il cuore inquieto » 

Il 12 ottobre 1844 era sabato. Il giorno dopo dovevo comunicare ai ragazzi che il nostro Oratorio si trasferiva nella periferia di Valdocco. Ma non sapevo dove li avrei radunati, come sarebbero stati accolti, chi mi avrebbe seguito e chi no. Quell'incertezza mi preoccupava. Alla sera andai a letto con il cuore inquieto. 

In quella notte feci un nuovo sogno, che mi sembrò la continuazione di quello fatto ai Becchi quando avevo nove anni. In sogno mi trovai in mezzo a un esercito di lupi, di capre e capretti, di agnelli, pecore, arieti, cani, uccelli. Tutti insieme facevano un rumore, o meglio uno schiamazzo così terribile da far spavento ai più coraggiosi. Io volevo fuggire, ma una signora vestita come una pastorella mi invitò ad accompagnare quello strano gregge, mentre essa lo precedeva. Girovagando ci recammo in luoghi diversi, e ci fermammo tre volte. Ad ogni fermata molti di quegli animali si trasformavano in agnelli, così che il numero di questi animali mansueti aumentava sempre più. Dopo molto cammino mi sono trovato in un prato, dove gli animali saltellavano e brucavano l'erba insieme, senza nemmeno tentare di farsi del male a vicenda. 

 

«Gli agnelli si mutavano in piccoli pastori » 

Ero molto stanco e volevo sedermi ai bordi di una strada, ma la signora mi invitò a continuare il cammino. 

Percorso un ultimo, breve tratto, eccoci in un vasto cortile. Aveva tutto intorno un porticato, e all'estremità una chiesa. Il numero degli agnelli divenne grandissimo. Sopraggiunsero parecchi pastori per custodirli. Ma si fermavano poco, presto se ne andavano. Allora successe una meraviglia: molti agnelli si mutavano in piccoli pastori, che crescendo si prendevano cura del gregge. I piccoli pastori diventavano sempre più numerosi. Allora si divisero in gruppi diversi, e andavano in altri luoghi, a raccogliere altri strani animali e a guidarli in luoghi sicuri. 

Volevo andarmene, ma la signora mi invitò a guardare verso sud. Vidi un campo seminato a granturco, patate, cavoli, barbabietole, lattughe ed erbe varie. « Guarda un'altra volta », mi disse. Guardai di nuovo e vidi una chiesa alta e stupenda. C'era un'orchestra che stava per suonare, un coro che stava per cantare, e io ero invitato per cominciare la Messa. All'interno della chiesa correva una fascia bianca su cui, a caratteri enormi, stava scritto: Questa mia casa. Di qui uscirà la mia gloria

 

« Capii tutto quando gli avvenimenti si verificarono » 

Nel sogno domandai alla signora dove mi trovavo, che cosa era tutto quel camminare, quelle fermate, e cos'erano quella casa, la prima chiesa, e la seconda chiesa. Mi rispose: 

- Comprenderai tutto quando vedrai con gli occhi del tuo corpo quello che oggi vedi con gli occhi della mente. 

Io però credevo di essere sveglio, e dissi: 

- Vedo già adesso con gli occhi del mio corpo, e vedo chiaro. So dove vado e quello che faccio. 

In quel momento suonò la campana dell'Ave Maria sul campanile di San Francesco, e mi svegliai. 

Quel sogno era durato quasi tutta la notte. Vidi tanti particolari che qui non ho saputo descrivere. Allora credevo poco a ciò che avevo visto, e meno ancora capivo che cosa significasse. Ma capii tutto man mano che gli avvenimenti si verificarono. Anzi, questo sogno insieme a un altro, mi servì più tardi come programma delle mie decisioni. 

 

 

16. NELLA CASA DELLA MARCHESA

La discesa verso Valdocco 

13 ottobre, festa della Maternità di Maria. Comunico ai ragazzi il trasferimento dell'Oratorio presso il Rifugio della Marchesa Barolo. Noto un certo turbamento. Allora annuncio che là ci attende un vasto locale tutto per noi, per cantare, correre, saltare. Ne sono entusiasti. Ognuno attende domenica, impaziente di vedere le novità. 

Terza domenica di ottobre, festa della purità di Maria SS. Subito dopo mezzogiorno una turba di ragazzi scende verso Valdocco, a cercare il nuovo Oratorio. Ci sono piccoli e grandi, apprendisti meccanici e garzoni muratori. Chiedono da ogni parte: 

- Dov'è l'Oratorio? Dov'è don Bosco? 

Nessuno ne sa niente. Di don Bosco e di Oratorio, nessuno in quella zona ha mai sentito parlare. I ragazzi, credendo di essere presi in giro, alzano la voce. La gente, pensando a un brutto scherzo, comincia a minacciare e a menare le mani. Le cose si mettono male. Fortunatamente sento gli schiamazzi e insieme a don Borel esco di casa. Ci corrono incontro, chiedendoci dove sia l'Oratorio. 

Ho dovuto rispondere che il vero Oratorio non era ancora stato terminato, ma che intanto potevano salire nella mia camera. Era spaziosa e ci sarebbe servito benissimo. Quella domenica, infatti, le cose andarono abbastanza bene. 

 

« Non è possibile andare avanti così » 

La domenica successiva, però, ai ragazzi che arrivavano dalla città si aggiunsero molti giovani delle case vicine. Non sapevo più dove metterli. Camera, corridoio, scala, tutto era ingombro di ragazzi. 

Il 1° novembre, festa dei Santi, a confessarli eravamo in due, don Borel ed io, ma quelli che volevano confessarsi erano duecento. Come fare? Come tenerli fermi? Uno voleva accendere il fuoco, un altro spegnerlo. Uno metteva a posto la legna, un altro rovesciava l'acqua. Secchio, paletta, molle, brocca, catinella, sedie, scarpe, libri, tutto era sottosopra, perché tutti volevano mettere ordine. Il caro don Borel a un certo punto disse: 

- Non è possibile andare avanti così. Bisogna trovare un locale più adatto. 

Tuttavia, sei giornate festive le trascorremmo nella mia camera, collocata sopra l'entrata del Rifugio. 

 

A colloquio con l'Arcivescovo 

Nel frattempo, andammo ad esporre la situazione all'Arcivescovo Fransoni. Egli capì l'importanza della nostra iniziativa, e ci disse: 

- Approvo tutto ciò che fate per il bene delle anime, e vi do tutte le facoltà che vi possono occorrere. Parlate con la Marchesa Barolo, forse potrà darvi un locale più adatto all'Oratorio. Però ditemi: questi ragazzi, non potrebbero recarsi nelle loro parrocchie? 

- Quasi tutti sono ragazzi forestieri. Molti non hanno una residenza fissa, e passano a Torino solo una parte dell'anno. Non sanno nemmeno a che parrocchia appartengono. Parlano dialetti poco comprensibili, quindi capiscono poco e sono difficili da capire. Alcuni poi sono già grandi, e si vergognano di andare al catechismo insieme ai più piccoli. 

L'Arcivescovo rifletté, poi disse: 

- E’ proprio necessario un luogo a parte, adatto per loro. Cercatelo. Io benedico voi e il vostro progetto. Se potrò esservi di aiuto, tornate a parlarmi. Farò sempre ciò che potrò. Confortati da queste parole, ci recammo dalla Marchesa Barolo, e le esponemmo la situazione. Poiché 1'Ospedaletto non si sarebbe aperto fino all'agosto dell'anno successivo, essa permise che adattassimo a cappella due camere spaziose all'interno dell'edificio. (Nel progetto, esse erano destinate all'appartamento dei preti del Rifugio). 

 

« Oratorio di San Francesco di Sales»: perché? 

Questo era il luogo che la Provvidenza ci assegnava per la prima chiesa dell'Oratorio. Per raggiungerlo si doveva passare per la porta dell'Ospedale, percorrere il piccolo viale che separava l'edificio dal Cottolengo e salire per la scala interna fino al terzo piano. 

Chiamammo l'Oratorio « di San Francesco di Sales » per due ragioni: 

1. La Marchesa Barolo aveva l'intenzione di fondare una Congregazione di preti sotto la protezione di questo santo, e aveva fatto dipingere l'immagine di san Francesco di Sales all'entrata del locale che adattammo ad Oratorio. 

2. Il nostro ministero esigeva grande calma e dolcezza. Ci eravamo perciò messi sotto la protezione di san Francesco di Sales perché ci ottenesse da Dio la sua straordinaria mansuetudine e il suo successo nell'apostolato. 

C'era anche un'altra ragione. Gli errori contro la religione e specialmente il protestantesimo cominciavano ad insinuarsi pericolosamente nei nostri paesi, specialmente nella città di Torino. Ci mettevamo sotto la protezione di san Francesco di Sales perché ci aiutasse ad imitarlo nella difesa della fede. 

8 dicembre 1844. E’ la festa di Maria Immacolata, fa molto freddo e sta nevicando in maniera impressionante. Con il permesso dell'Arcivescovo benediciamo la sospirata cappella. Celebro la santa Messa, e molti ragazzi fanno la loro confessione e Comunione. Durante la Messa, piango di consolazione perché l'Oratorio mi sembra ormai una cosa fatta. Potrò finalmente raccogliere i giovani più abbandonati e più in pericolo di incamminarsi per una cattiva strada. Potrò dar loro la possibilità di diventare amici del Signore. 

 

 

17. L'ORATORIO SFRATTATO

Sette mesi di paradiso 

Nella cappella vicino all'Ospedaletto di santa Filomena, l'Oratorio funzionava molto bene. Nei giorni di festa i ragazzi arrivavano numerosissimi per fare la confessione e la Comunione. Dopo la Messa facevo una breve spiegazione del Vangelo. Nel pomeriggio c'era tempo per il catechismo, l'esecuzione di canti sacri, una breve predica sulla dottrina cristiana, le litanie della Madonna, la benedizione con il SS. Sacramento. 

Alternati a questi impegni c'erano giochi e gare che divertivano i ragazzi. Si svolgevano nel viale che correva tra il monastero delle Maddalene e la strada pubblica. 

Trascorremmo così sette mesi. Ci sembrava di essere in paradiso. Invece, anche di là dovemmo partire per cercare un'altra sede. 

La Marchesa di Barolo approvava ogni opera di carità. Ma il 10 agosto 1845 si sarebbe inaugurato il suo Ospedaletto per le ragazzine, e il nostro Oratorio doveva lasciare libero il locale avuto in prestito. Veramente, quelle due stanze (che ci servivano come cappella, scuola e luogo di ricreazione) non avevano nessuna comunicazione interna con 1'Ospedaletto. Persino le persiane erano state fissate con le stecche rivolte all'insù. Tuttavia abbiamo dovuto obbedire. 

 

Emigrazione a San Martino 

Rivolgemmo una domanda urgente al Municipio di Torino, accompagnata da una raccomandazione dell'Arcivescovo. Come risultato ci fu permesso di trasferire l'Oratorio alla chiesa di San Martino dei Molassi, cioè dei Mulini di città. 

E così una domenica del luglio 1845 siamo andati a prendere possesso del nostro nuovo quartiere generale. Ognuno portava ciò che poteva, tra risate, tonfi, schiamazzi. Per il quartiere sfilavano bambini, ragazzi, panche, inginocchiatoi, candelieri, sedie, croci, quadri e quadretti. Una vera emigrazione fatta in allegria. In fondo al cuore, però, avevamo il rimpianto. 

 

Don Borel e la predica dei cavoli 

Alla partenza e all'arrivo don Borel tenne il suo bravo discorso. Con la vivacità popolaresca che lo rendeva tanto simpatico, quel bravissimo prete rialzò il morale a tutti: 

- I cavoli, o amati giovani, per crescere con una testa bella e grossa, devono essere trapiantati. La stessa cosa dobbiamo dire del nostro Oratorio. È stato trapiantato da un luogo all'altro, ma ad ogni trapianto è cresciuto. I giovani che lo frequentano sono sempre più numerosi e più contenti. S. Francesco d'Assisi lo ha visto nascere con un po' di catechismo e un po' di canto. Là non si poteva fare di più. Nella prima stanzetta del Rifugio abbiamo fatto una fermata, come quelli che viaggiano in treno. In quelle settimane tutti hanno potuto avere un aiuto spirituale: la confessione, il catechismo, la spiegazione del Vangelo. E nei prati intorno abbiamo giocato allegramente. 

Nel locale vicino all'Ospedaletto è cominciata la vera vita dell'Oratorio. Ci sembrava di aver trovato finalmente la nostra sede, avevamo tanta pace. Ma la divina Provvidenza ha permesso il nostro sfratto e ci ha mandati qui a San Martino. 

Ci staremo molto tempo? Non lo sappiamo. Speriamo di sì. Comunque, noi crediamo che al nostro Oratorio capiterà come ai cavoli trapiantati: crescerà il numero dei giovani che vogliono diventare buoni, crescerà la nostra voglia di cantare e di suonare, cresceranno le scuole giornaliere e serali per tutti quelli che le desiderano. 

Non pensiamo a quanto tempo passeremo qui, se ci staremo tanto o poco. Pensiamo invece che siamo nelle mani del Signore. Egli provvederà al nostro bene. È certo che egli ci benedice e ci aiuta. Penserà a darci sempre un luogo adatto per dare gloria a lui e per far del bene alle nostre anime. 

Le grazie del Signore formano come una catena, in cui un anello è collegato con un altro anello. Se noi accettiamo le prime grazie che Dio ci dà, siamo sicuri che egli ce ne darà delle altre, ancora più grandi. Se noi oggi, frequentando l'Oratorio, miglioriamo la nostra condotta, Dio ci aiuterà a crescere nel bene per tutta la nostra vita. E alla fine raggiungeremo la patria che Dio ci ha preparato, e Gesù ci darà il premio che avremo meritato con le nostre opere buone. 

Quelle parole furono ascoltate da un numero grandissimo di giovani. Al termine cantammo con commozione un inno di ringraziamento al Signore. 

 

Voci strane e inquietanti 

La vita religiosa, nel nuovo Oratorio, si svolgeva come al Rifugio. Ma c'erano delle difficoltà. Non ci era permesso celebrare la Messa, né dare la benedizione eucaristica. I ragazzi non potevano perciò fare la Comunione, che è l'elemento fondamentale del nostro Oratorio. La stessa ricreazione era molto disturbata: i ragazzi dovevano giocare sulla strada o sulla piazzetta davanti alla chiesa, mentre passavano carri e cavalli. Non avendo niente di meglio, ringraziavamo il Cielo per quel poco che ci aveva concesso, ma aspettavamo una località migliore. Ci caddero però addosso delle gravi opposizioni. 

Gli addetti ai mulini e le loro famiglie erano disturbate dai giochi, dai canti e dalle grida dei nostri ragazzi. Cominciarono quindi a lamentarsi con il Municipio. Fu allora che cominciarono a diffondersi voci inquietanti nei nostri riguardi. I raduni dell'Oratorio, si diceva, erano pericolosi. Poiché i giovani obbedivano ad ogni mio cenno, la loro massa poteva essere usata per sommosse e rivoluzioni. Si diceva anche (senza nessuna prova) che i ragazzi guastavano tutto, in chiesa e fuori chiesa, che demolivano addirittura il selciato. Se non venivamo subito allontanati, sembrava che Torino dovesse crollare. 

 

Una lettera con accuse gravi 

Le voci giunsero a un punto tale che il segretario dei Mulini scrisse una lettera al Sindaco di Torino, elencando e ampliando tutte le accuse che ci venivano rivolte. Arrivò ad affermare che il nostro Oratorio era un centro di immoralità. La lettera terminava dichiarando che le famiglie addette ai Mulini non avrebbero più potuto adempiere ai loro doveri né vivere in pace finché noi non ce ne fossimo andati. 

Il Sindaco capì benissimo che le accuse non avevano consistenza. Ma rispose con un'ordinanza che intimava la nostra immediata partenza. Ci fu molto rincrescimento, però abbiamo dovuto sgombrare. 

È bene tuttavia notare che il segretario (qui don Bosco ne scrive il cognome, ma subito aggiunge « da non pubblicarsi mai ») dopo aver scritto quella lettera diffamatoria, non poté scriverne altre. Fu colpito da un violento tremito alla mano destra, e dopo tre anni morì. Suo figlio, abbandonato da tutti, venne a chiedere aiuto all'Oratorio di Valdocco, e ricevette pane e ospitalità. Così volle Dio. 

 

 

18. FALLIMENTO A SAN PIETRO IN VINCOLI 

La cuffia per traverso della domestica 

Il Sindaco (come dicevo) e le autorità del Municipio sapevano benissimo che le accuse contro di noi erano senza fondamento. Così abbiamo fatto una nuova richiesta: di fare i nostri raduni nel cortile e nella chiesa del Cenotafio del SS.mo Crocifisso, chiamato dalla gente S. Pietro in Vincoli. Il Municipio, visto l'appoggio dell'Arcivescovo, diede il suo consenso. 

Dopo due mesi passati a San Martino, quindi, abbiamo dovuto nuovamente emigrare. La nuova località sembrava più adatta all'Oratorio. Il lungo porticato, il cortile spazioso, la chiesa adatta alle sacre celebrazioni, eccitavano l'entusiasmo dei ragazzi. Sprizzavano gioia. 

Ma in questa sede ci attendeva un potente nemico, che noi non conoscevamo ancora. Non era uno dei tanti defunti che riposavano nei vicini sepolcri. Era una persona viva: la domestica del cappellano. Appena questa donna senti i canti, le grida e (diciamolo pure) la baraonda degli oratoriani, si precipitò fuori della sua casa. Era furiosa. Con la cuffia di traverso e le mani sui fianchi cominciò a inveire contro la folla dei ragazzi che giocavano. Insieme con lei urlavano contro di noi una ragazzina, un cane, un gatto e tutto un branco di galline. Sembrava imminente lo scoppio di una guerra europea. 

Cercai di avvicinare quella donna per calmarla. Le dissi che quei ragazzi non erano cattivi, che giocavano con vivacità ma non facevano nessun male. Allora si volse verso di me e mi coprì di contumelie. 

 

L'ultima lettera di don Tesio 

Capii che la cosa migliore era interrompere la ricreazione. Ho fatto un po' di catechismo, siamo andati in chiesa a recitare il Rosario, e poi ce ne siamo andati. Speravo di poter tornare la domenica dopo con più tranquillità. Invece la mia speranza naufragò miseramente. 

Quando alla sera tornò il cappellano, la domestica gli sollevò attorno un polverone: diceva e ripeteva che don Bosco e i suoi ragazzi erano rivoluzionari, profanatori di luoghi santi, canaglie. Il buon cappellano finì per scrivere, sotto dettatura della domestica, una lettera al Municipio. 

C'era tanto veleno in quella lettera, che fu immediatamente spiccato ordine di cattura per chiunque di noi fosse tornato in quel luogo. 

Rincresce dirlo, ma quella fu l'ultima lettera del cappellano don Tesio. La scrisse lunedì, e poche ore dopo mori stroncato da un colpo apoplettico. Due giorni dopo morì anche la domestica. La notizia si divulgò rapidamente e fece una profonda impressione, specialmente sui giovani. Tutti volevano conoscere i particolari della disgrazia. Ma a San Pietro in Vincoli era proibito radunarci. Dove potevamo fare le nostre riunioni? Non lo sapevano i ragazzi, ai quali non avevo potuto dare un punto di riferimento. E non lo sapevo nemmeno io. 

 

 

19. TRE STANZE E UNO SFRATTO A PRIMAVERA

L'Oratorio sulle strade di Torino 

La domenica dopo, moltissimi ragazzi si recarono a San Pietro in Vincoli: non erano stati avvertiti della proibizione ingiunta dal Municipio. Trovando tutto chiuso, si rovesciarono in massa all'Ospedaletto, dove continuavo ad abitare. 

Cosa dovevo fare? Erano ammucchiati nella mia stanza quadri, panche e candelieri per le funzioni di chiesa, e bocce, trampoli e cerchi per la ricreazione. Un esercito di ragazzi mi seguiva dovunque. Ma io non avevo una spanna di terreno dove poterli radunare. 

Riuscivo tuttavia a nascondere la mia delusione. Ero allegro con tutti, a tutti raccontavo le meraviglie dell'Oratorio, che per allora esisteva solo nella mente mia e nella mente di Dio. 

Per occuparli allegramente nei giorni di festa, li conducevo in passeggiata fino a Sassi, alla Madonna dei Pilone, a Madonna di Campagna, al Monte dei Cappuccini e persino a Superga. In queste chiese, al mattino celebravo per loro la Messa e spiegavo il Vangelo, nel pomeriggio facevo un po' di catechismo, qualche racconto, cantavamo alcune lodi sacre. Quindi giri e passeggiate fino all'ora di far ritorno in famiglia. Sembrava che questa posizione critica dovesse mandare in fumo ogni idea di Oratorio, e invece aumentò in modo straordinario i ragazzi. 

 

Le prime scuole serali in casa Moretta 

Ma arrivò novembre (anno 1845). Il clima non era più adatto alle passeggiate e alle camminate fuori città. D'accordo con don Borel presi in affitto tre stanze nella casa di don Moretta, che è quella costruzione vicina, quasi di fronte all'attuale Santuario di Maria Ausiliatrice. A forza di riparazioni, oggi quella casa è stata praticamente rifatta. 

Qui passammo quattro mesi. Eravamo molto allo stretto, ma almeno potevamo raccogliere i ragazzi, fare istruzione religiosa e offrire a tutti la possibilità di confessarsi. In quell'inverno abbiamo anche cominciato le scuole serali. Era la prima volta, nelle nostre zone, che si tentava un'iniziativa simile. Se ne parlò molto: parecchi erano favorevoli, altri contrari. 

Fu in quel tempo che si diffusero alcune voci assai strane. Alcuni affermavano che don Bosco era un rivoluzionario, altri che era un eretico o un pazzo. 

I parroci di Torino vogliono vederci chiaro. 

Due rispettabili parroci di Torino ebbero un incontro con me a nome dei loro colleghi. Mi dissero: 

- Questo Oratorio allontana i ragazzi dalle loro parrocchie. Il parroco vedrà presto la sua chiesa vuota. Non conoscerà nemmeno i giovani di cui deve rendere conto a Dio. Ci pensi, don Bosco. Smetta di raccogliere ragazzi e li mandi alle loro parrocchie. 

- La maggior parte dei ragazzi che raccolgo - risposi - non possono turbare la vita parrocchiale, perché non conoscono né parroco né parrocchia. 

- E come mai? 

- Perché sono quasi tutti forestieri. I loro genitori sono venuti in città a cercare lavoro. Non l'hanno trovato, e andandosene li hanno lasciati qui. Oppure sono giovani che sono venuti da soli in città a cercare un'occupazione. Sono savoiardi, svizzeri, valdostani, biellesi, novaresi, lombardi. 

- Perché non aiutarli a inserirsi nelle rispettive parrocchie? - Ma non le conoscono nemmeno. 

- Bisogna aiutarli a conoscerle. 

- Non è possibile. La diversità di dialetto, l'incertezza del domicilio, la non conoscenza della città rendono la faccenda difficile se non impossibile. Occorre aggiungere che molti di loro sono già grandi, toccano i diciotto, i venti, a volte i venticinque anni. E di religione non sanno niente. Chi è disposto a mettere giovani così nelle classi di catechismo accanto a bambini di otto o dieci anni? 

- Non potrebbe condurli lei alle rispettive parrocchie, e poi venire là a fare lezioni di catechismo? 

- Potrei al massimo recarmi in una parrocchia, non certo in tutte. Una soluzione sarebbe che ogni parroco venisse a raccogliersi i suoi, e li guidasse alla sua parrocchia. Ma anche così la cosa rimarrebbe difficile: non pochi sono dissipati, indisciplinati. Accettano catechismo e preghiere solo se sono attirati da ricreazioni e passeggiate. Ogni parrocchia dovrebbe quindi avere un luogo determinato dove radunarli con giochi e attrazioni. 

- Questo è impossibile. Non abbiamo locali, e i preti nei giorni di festa hanno altro da fare. 

- Dunque? 

- Dunque lei continui a far del bene a questi giovani. Noi intanto discuteremo la situazione. 

 

La primavera porta lo sfratto 

I parroci torinesi discussero seriamente la questione: approvare o disapprovare gli Oratori? Non tutti erano dello stesso parere. La conclusione mi fu comunicata da don Agostino Gattino, curato di Borgo Dora, e da don Ponzati, curato di S. Agostino: 

« I parroci di Torino, raccolti in conferenza, hanno discusso sull'opportunità degli Oratori. Si sono soppesate le ragioni del pro e del contro, i timori e le speranze. Non potendo ogni parroco dar vita a un Oratorio nella propria parrocchia, incoraggiano il sacerdote don Bosco a continuare nella sua opera, finché non sia stata presa una decisione diversa». 

Mentre si succedevano questi avvenimenti, giungeva la primavera del 1846. Casa Moretta aveva molti inquilini. Stanchi degli schiamazzi dei ragazzi, del loro fracasso nell'entrare ed uscire, dichiararono che se ne sarebbero andati tutti se non cessavano immediatamente le nostre riunioni. Il buon prete don Moretta dovette venirmi ad esporre le lagnanze collettive. Se volevamo tenere in vita il nostro Oratorio, dovevamo cercare subito un'altra sede. 

 

 

20. UN ORATORIO CHE HA PER TETTO IL CIELO

Confessare sulla riva di un fosso 

Marzo 1846. Ancora una volta, con grande rincrescimento e notevole disagio, abbiamo fatto fagotto. Dai fratelli Filippi presi in affitto un prato (adesso è occupato da una fonderia di ghisa).' 

L'Oratorio si trovò così a cielo scoperto, sull'erba di un prato, circondato da una siepe stentata che lasciava entrata. libera a tutti. I ragazzi andavano dai trecento ai quattrocento, e si trovavano benissimo in quell'Oratorio che aveva per tetto il cielo. Ma io dovevo risolvere questioni pratiche. Dove celebrare la Messa? Come dare la possibilità di fare la Comunione e di pregare? Tutto ciò che riuscivamo a fare era un po' di catechismo, qualche canto sacro, la recita dei vespri. Dopo le preghiere, don Borel oppure io salivamo su un rialzo del terreno o su una sedia, e parlavamo ai giovani. Ci ascoltavano sempre con tanta buona volontà. 

Per le confessioni facevamo così. Di buon mattino, nei giorni di festa, mi recavo nel prato, dove già parecchi ragazzi mi aspettavano. Mi sedevo sulla riva di un fosso e ascoltavo chi voleva confessarsi. Gli altri facevano la preparazione o il ringraziamento. Al termine, cominciavano i giochi. 

 

Con tromba e tamburo verso Superga 

Ad una certa ora si suonava la tromba e i giovani si radunavano. Un altro squillo di tromba invitava al silenzio. Allora annunciavo dove saremmo andati ad ascoltare la santa Messa e a fare la Comunione. 

Si partiva (come ho già detto) per il santuario della Consolata, per Madonna di Campagna, per Stupinigi o per un altro dei luoghi che ho sopra nominati. 

Sovente, per raggiungere luoghi lontani, facevamo delle belle camminate. Ne descriverò una che ci portò fino a Superga. Dallo svolgimento di questa, sarà facile capire come si svolgevano anche le altre. 

I giovani erano nel prato, giocavano alle bocce, alle piastrelle, si divertivano sui trampoli. Ad un tratto rullò il tamburo. Subito dopo la tromba diede i segnali di adunata e di partenza. Ci siamo recati tutti ad ascoltare la Messa, e dopo le 9 ci mettemmo in strada alla volta di Superga. Ci eravamo divisi i compiti di salmeria: chi portava i canestri del pane, chi gli involti del formaggio e del salame, chi i canestri della frutta. Finché fummo in città, cercammo di mantenerci in silenzio. Poi cominciarono gli schiamazzi, i canti, le grida. Ma continuavamo a stare in file ordinate. 

 

Grida e schiamazzi: una splendida armonia 

Ai piedi della salita che conduceva alla Basilica, trovammo un magnifico cavallino, bardato a festa. Lo aveva mandato don Anselmetti, parroco di Superga. Trovammo pure una lettera di don Borel, che ci aveva preceduti. Salii sul cavallo e lessi ad alta voce la lettera: « Venite su tranquilli. La minestra, la pietanza e il vino vi aspettano ». Quelle parole furono accolte da urla di gioia, applausi e ovazioni. 

Ci avviammo insieme al cavallo cantando e schiamazzando. I più vicini facevano ruvide carezze all'animale, prendendolo per le orecchie, le narici, la coda. La brava bestia sopportava tutto con mansuetudine, dimostrando più pazienza di chi portava in groppa. In mezzo a tutto quel trambusto avevamo la nostra musica che cercava di farsi sentire: un tamburo, una tromba, una chitarra. Non andavano molto d'accordo, ma servivano a far rumore, e insieme alle voci scatenate dei ragazzi componevano una splendida armonia. 

 

Mongolfiere verso il cielo 

Alla sommità della collina eravamo sazi di ridere, scherzare, cantare, urlare. I ragazzi erano sudati, e per non esporci all'aria ci radunammo nel cortile del santuario. Fu subito distribuito il necessario per calmare il vigoroso appetito. Dopo un po' di riposo, li radunai e narrai minuziosamente la meravigliosa storia di quella basilica, delle tombe reali che conserva nei sotterranei, dell'Accademia Ecclesiastica' che vi era stata eretta da re Carlo Alberto con l'appoggio di tutti i vescovi dello Stato. 

Don Guglielmo Audisio, preside dell'Accademia, regalò a tutti il pranzo. Il parroco aggiunse il vino e la frutta. 

Per due ore, nel pomeriggio, visitammo i luoghi più interessanti. Poi ci radunammo in chiesa, dove era arrivata molta gente. Alle 15 salii sul pulpito e feci un breve discorso. Prima della benedizione eucaristica i nostri « cantori » eseguirono un bel Tantum Ergo per voci bianche. La gente ascoltò ammirata. Alle 18, sul piazzale, abbiamo lanciato verso il cielo alcune mongolfiere. Poi ringraziammo vivamente chi ci aveva ospitato con tanta cordialità, e ripartimmo per Torino. La strada fu percorsa tra un continuo cantare, ridere, correre, pregare. Giungemmo in città. Man mano che qualcuno passava vicino a casa sua, ci salutava. Quando arrivai al Rifugio rimanevano con me sette o otto giovani dei più robusti. Mi avevano aiutato a riportare gli attrezzi, i canestri, il tamburo. 

 

21. TESTA A TESTA CON CAVOUR

 

« Se questo prete fosse generale d'armata... » 

Quelle passeggiate accendevano nei giovani un entusiasmo enorme. L'Oratorio, quella mescolanza di preghiera, giochi, passeggiate, era ormai la loro vita. Ogni ragazzo era talmente mio amico che non solo obbediva a ogni mio cenno, ma era ansioso di fare qualcosa per me. Un giorno un carabiniere mi vide richiamare al silenzio quattrocento ragazzi con un solo gesto della mano, ed esclamò: 

- Se questo prete fosse generale d'armata, potrebbe battere il più potente esercito del mondo. 

Devo riconoscere che l'affetto e l'obbedienza dei miei ragazzi toccava vertici incredibili. Ma questo rafforzò la voce che don Bosco, coi suoi giovani, poteva da un momento all'altro dare inizio a una rivoluzione. 

 

Il Marchese capo della polizia perde la pazienza 

Era un voce ridicola, eppure trovò credito presso le autorità. In modo particolare destò i sospetti del marchese Michele di Cavour, padre dei celebri Camillo e Gustavo, Vicario della città e quindi capo della polizia. Mi convocò nel Palazzo Municipale, mi fece una breve relazione sulle voci che circolavano sul mio conto, e concluse: 

- Lei è un bravo prete. Accetti il mio consiglio: rimandi a casa loro quei mascalzoni. Possono dare soltanto dei dispiaceri a lei e alle autorità pubbliche. Ho le prove che le riunioni di questi giovani sono pericolose, e perciò non posso permetterle. - Signor Marchese - risposi, - io tento soltanto di migliorare la vita di questi poveri figli del popolo. Non cerco aiuti finanziari. Cerco solo un luogo dove radunarli. Con la mia attività rendo minore il numero di quelli che finiscono in prigione. - Si sbaglia, reverendo. Le sue fatiche sono inutili. Io non posso darvi una sede perché, lo ripeto, le vostre riunioni sono pericolose. E senza il mio aiuto non troverete più i mezzi per pagare fitti e spese. Vi ripeto: non posso più permettere le riunioni di questi vagabondi. 

- Lei dice che le mie fatiche sono vane. Ma i risultati che ho ottenuto dicono il contrario. Molti giovani erano completamente abbandonati. Li ho raccolti, li ho tirati fuori da strade cattive, li ho avviati a una professione onesta. Non sono più finiti in carcere, come era già loro capitato. Quanto ai mezzi finanziari, non mi sono mai mancati: sono nelle mani di Dio, che a volte si serve di strumenti di scarso valore per realizzare i suoi disegni più grandi. 

- Abbia pazienza e mi obbedisca. Io non posso più dare il mio permesso alle vostre riunioni. 

- Lei non lo nega a me, Marchese, ma a questi giovani abbandonati. Così facendo, lei li spinge su una strada pericolosa. - Stia zitto. Non l'ho chiamata qui per discutere. Lei crea disordini che io devo e voglio stroncare. Non sa che è vietata ogni riunione pubblica se non è munita di regolare permesso? - Ma le mie riunioni non hanno scopo politico. Io insegno catechismo a dei poveri ragazzi, e lo faccio con il permesso dell'Arcivescovo. 

- L'Arcivescovo è a conoscenza della sua attività? 

- Certamente. Non ho mai fatto un passo senza il suo permesso. 

- Io però non posso permettere queste riunioni.

- Signor Marchese, non vorrà mica proibirmi di far catechismo con il permesso dell'Arcivescovo? 

- Se l'Arcivescovo le ordinerà di troncare questo ridicolo Oratorio obbedirà? 

- Ho cominciato e sono andato avanti incoraggiato dal mio Superiore Ecclesiastico. Qualunque ordine vorrà darmi, mi troverà pronto. 

- Allora vada. Parlerò io con l'Arcivescovo. Ma se non obbedirà nemmeno a lui, mi costringerà a usare mezzi più severi. Se lo ricordi. 

A questo punto credevo di essere lasciato in pace almeno per qualche tempo. Invece, appena tornato a casa, trovai una lettera dei fratelli Filippi che mi licenziavano in tronco. Rimasi avvilito. 

« I suoi ragazzi stanno facendo del nostro prato un deserto - scrivevano. - Anche le radici dell'erba sono consumate dal calpestio continuo. Le condoniamo volentieri il fitto scaduto, ma entro quindici giorni deve lasciar libero il prato. Non possiamo concedere dilazioni». 

Molti amici, venuti a conoscenza di tutte queste difficoltà, mi consigliavano di sciogliere l'Oratorio. « 1 tuoi sono sforzi inutili », dicevano. Altri, vedendomi preoccupato e sempre in mezzo ai ragazzi, cominciarono a insinuare che ero diventato matto. 

 

« Povero don Bosco, è proprio andato » 

Un giorno, mentre erano presenti don Sebastiano Pacchiotti e altri preti, don Borel in camera mia disse: 

- Qui, se non salviamo qualcosa, corriamo il rischio di perdere tutto. Sciogliamo l'Oratorio e teniamo con noi solo una ventina dei ragazzi più piccoli. Nessuno si preoccuperà se con-tinuiamo a far catechismo a un gruppetto di bambini. E intanto Dio ci indicherà la strada più opportuna per andare avanti. - Non sciogliamo niente - risposi. - Abbiamo già una sede: un cortile ampio e spazioso, una casa pronta per molti ragazzi, con chiesa e porticati. E ci sono preti e chierici pronti a lavorare per noi. 

- Ma dove sono queste cose? - mi interruppe don Borel. - Non lo so. Ma so che esistono e sono a nostra disposizione. Allora don Borel scoppiò a piangere. Esclamò: 

- Povero don Bosco, è proprio andato. 

Mi prese per mano, mi baciò, e se ne andò con don Picchiotti e gli altri. Rimasi solo nella mia stanza. 

 

22. DOPO IL MARCHESE, LA MARCHESA 

 

« Non posso permettere che lei si ammazzi » 

Le tante voci che correvano su don Bosco cominciarono a turbare la marchesa Barolo. Il fatto che più la inquietava era che il Municipio di Torino disapprovava i miei progetti. 

Un giorno, entrata nella mia camera, cominciò a parlarmi cosi: 

- Sono molto contenta di ciò che sta facendo per le mie opere. La ringrazio di essersi molto impegnata per insegnare alle ragazze la musica, i canti sacri, il canto gregoriano, l'aritmetica e persino il sistema metrico decimale. 

- Non deve ringraziarmi. I preti devono lavorare perché è un loro preciso dovere. Penserà Dio a pagare tutto. Non parliamone più. 

- Devo dirle anche altro. Sono addolorata perché l'enormità del suo lavoro sta rovinando la sua salute. Non è possibile che lei diriga le mie opere e contemporaneamente si dedichi ai ragazzi abbandonati. Ora poi il numero di questi ragazzi è cresciuto in maniera spropositata. Io le propongo di fare soltanto ciò che è suo stretto dovere: dirigere l'Ospedaletto. La smetta di andare nelle carceri, al Cottolengo. E soprattutto, per un po' di tempo non pensi più ai ragazzi. Cosa mi risponde? 

- Signora Marchesa, finora Dio mi ha aiutato, e credo che continuerà a farlo. Non si preoccupi per le tante cose che ci sono da fare. Tra me, don Pacchiotti e don Borel faremo tutto. 

- Ma io non posso permettere che lei si ammazzi. Che lo voglia o non lo voglia, i troppi impegni recano danno alla sua 

salute e alle mie opere. E poi è ora che prenda coscienza delle voci che corrono sulla sua salute mentale, dell'opposizione delle autorità nei riguardi del suo Oratorio. Tutti elementi che mi costringono a farle una proposta precisa. 

- Quale, signora Marchesa? 

- Lei deve scegliere: o l'Oratorio o il Rifugio. Ci pensi con calma poi mi risponderà. 

- La mia risposta è pronta da molto tempo. Lei ha denaro, e può trovare molti preti da mettere al mio posto. I miei ragazzi, invece, non hanno nessuno. Se li abbandono, per loro 

è finita. Accetto quindi il suo licenziamento, anche se vorrei continuare a fare ciò che posso per il Rifugio. Mi dedicherò a tempo pieno ai ragazzi abbandonati. 

- Ma senza stipendio come farà a vivere? 

- Dio mi ha sempre aiutato e mi aiuterà ancora. 

 

« Le do un consiglio come se fossi sua madre » 

- Ma lei ha la salute rovinata, è esaurito. Se va via di qui finirà ingolfato nei debiti. Allora tornerà da me. Ma io fin d'ora le dico chiaro e netto che per i suoi ragazzi non le darò un soldo. Accetti un consiglio che le do come se fossi sua madre. Io continuerò ad assegnarle il suo stipendio, l'aumenterò se vuole. Lei prende questo denaro e se ne va. Dove vuole, in riposo assoluto. Per uno, tre, cinque anni se occorre. Quando sarà pienamente ristabilito tornerà qui al Rifugio, e io le darò il bentornato. Se rifiuta questo consiglio, per il suo bene, sarò costretta a licenziarlo. Ci pensi bene. 

- Le ripeto che ci ho già pensato, signora Marchesa. La mia vita è consacrata al bene della gioventù. La ringrazio delle offerte generose che mi fa, ma non posso lasciare la strada che la divina Provvidenza mi ha tracciato. 

- Concludendo, lei preferisce i suoi vagabondi alle mie opere. Se è così oggi stesso la farò sostituire. 

Le feci notare che un licenziamento così improvviso avrebbe potuto far sospettare motivi disonorevoli per me e per lei. Era meglio agire con calma, conservare quella carità di cui dovremo un giorno rendere conto al tribunale di Dio. 

- Va bene - concluse. - Fra tre mesi, se non avrà cambiato parere, le troverò un sostituto come direttore dell'Ospedaletto. 

Accettai, abbandonandomi nelle mani di Dio. 

La voce che don Bosco era diventato matto, intanto, si diffondeva sempre più. I miei amici soffrivano. Gli altri ridevano. Tutti stavano lontani da me. L'Arcivescovo non interveniva. Don Cafasso consigliava di aspettare. Don Borel taceva. Tutti i miei collaboratori mi lasciavano solo in mezzo a quattrocento ragazzi. 

 

Non uno, ma due preti in manicomio 

Alcune persone ragguardevoli decisero, in quei frangenti, di prendersi cura della mia salute. Una di esse propose: 

- Don Bosco ha delle fissazioni. Se non affronta una buona cura lo condurranno inevitabilmente alla pazzia. Conduciamolo al manicomio. Là, coi dovuti riguardi, i medici faranno ciò che la medicina prescrive.

Due preti furono incaricati di venirmi a prendere con una carrozza e di condurmi al manicomio. Arrivarono, mi salutarono con cortesia. Poi mi domandarono notizie sulla salute, sul 

l'Oratorio, sulla grande casa e la chiesa che io prevedevo come futura sede della mia opera. Alla fine sospirarono profondamente, e mormorarono: 

- E’ proprio vero. 

Mi indicarono la carrozza e mi invitarono a fare una passeggiata con loro. Dissero: 

- Un po' d'aria ti farà bene. Avremo tempo di chiacchierare un po' insieme. 

Mi accorsi subito dello « scherzo » che mi volevano fare, e senza far finta di niente li accompagnai alla carrozza. Insistetti perché entrassero essi per primi. Quando furono dentro, invece di seguirli, chiusi velocemente lo sportello, e dissi al cocchiere: - Al manicomio, presto! Questi due preti vi sono aspettati. 

 

23. LA TETTOIA DOVE COMINCIO' TUTTO

 

Dio mandò un ometto balbuziente 

Arrivò l'ultima domenica in cui potevo radunare l'Oratorio sul prato. Era il 5 aprile 1846, la domenica prima di Pasqua. Non avevo detto niente a nessuno, tutti però sapevano che ero nei guai. 

La sera di quel giorno fissai a lungo la moltitudine dei ragazzi che giocavano. Era la « messe abbondante » del Signore. Ma operai non ce n'erano. C'ero io solo, operaio sfinito, con la salute malandata. Avrei ancora potuto radunare i miei ragazzi? Dove? 

Mi ritirai in disparte, cominciai a passeggiare da solo, e mi misi a piangere. « Mio Dio - esclamai - perché non mi indicate il luogo dove portare l'Oratorio? Fatemi capire dov'è, op-pure ditemi cosa devo fare». 

Avevo appena detto queste parole, quando arrivò un certo Pancrazio Soave, che balbettando mi disse: 

- È vero che lei cerca un luogo per fare un laboratorio? - Non un laboratorio, ma un oratorio. 

- Non so che differenza ci sia. Ad ogni modo il posto c'è. Venga a vederlo. E’ proprietà del signor Francesco Pinardi, persona onesta. Venga e farà un buon contratto. 

 

Una scala e un balcone di legno tarlato 

Arrivava proprio in quel momento don Pietro Merla, mio compagno fin dal seminario, fondatore dell'opera pia chiamata Famiglia di S. Pietro. Era un prete molto bravo. Aveva fondato un'opera per aiutare le donne che erano state in carcere, e che proprio per questo non riuscivano a trovare un lavoro per guadagnarsi il pane. Quando don Merla aveva mezz'ora di tempo libero, correva a darmi una mano nell'assistere i giovani. Appena mi vide esclamò: 

- Cos'hai? Non t'ho mai visto così malinconico. È capitata una disgrazia? 

- Non è ancora capitata, ma sta per capitare. Oggi è l'ultimo giorno in cui mi permettono di usare questo prato per l'Oratorio. Fra due ore è notte e devo mandare a casa i ragazzi, 

e non so dove dare l'appuntamento per domenica prossima. C'è qui un amico che mi stava parlando di un luogo forse utilizzabile. Sostituiscimi un momento nell'assistere i ragazzi. Io vado a vedere e torno subito. 

Accompagnato da Pancrazio Soave, arrivai davanti a una casupola a un solo piano, con scala e balcone di legno tarlato. Attorno c'erano orti, prati, campi. Stavo per salire su per la scala, quando il signor Pinardi mi disse: 

- No. Il luogo per lei è qui dietro.

 

Una lunga tettoia 

Era una lunga tettoia (metri 15 per 6) che da un lato si appoggiava al muro della casa, dall'altro scendeva fino a un metro da terra. Poteva servire da magazzino o da legnaia, non per altro. Ci sono entrato a testa bassa, per non picchiare contro il tetto. 

- Troppo bassa, non mi serve - dissi. 

- La farò aggiustare come vuole - rispose cortesemente il Pinardi. - Scaverò, farò gradini, cambierò pavimento. Ma ci tengo che faccia qui il suo laboratorio. 

- Non un laboratorio, ma un oratorio, una piccola chiesa per radunare dei ragazzi. 

- Meglio ancora. Io sono un cantore e verrò a darle una mano. Porterò due sedie: una per me e una per mia moglie. E poi in casa ho una lampada: la porterò qui. Su, facciamo questo contratto. 

Quel brav'uomo era veramente contento di avere una chiesa in casa sua. 

- Mio caro amico - gli dissi - la ringrazio della sua buona volontà. Se mi garantisce che abbasserà il terreno di 50 centimetri, posso accettare. Ma quanto vuole d'affitto? 

- Trecento lire. Mi vogliono dare di più, ma preferisco affittare a un prete, specialmente se vuol fare una chiesa. 

- Di lire gliene do trecentoventi, a patto che mi affitti anche la striscia di terra che corre intorno alla tettoia, per farvi giocare i ragazzi. Deve però darmi la sua parola che potrò ve-nirci coi miei ragazzi già domenica prossima. 

- D'accordo. Contratto concluso. Domenica venga pure: sarà tutto a posto. 

 

L'ultimo Rosario sull'erba 

Tornai di corsa dai giovani, li raccolsi attorno a me e mi misi a gridare: 

- Allegri, figli miei! Abbiamo l'Oratorio dal quale più nessuno ci manderà via. Avremo chiesa, scuole e cortile per saltare e giocare. Domenica, domenica ci andremo. E’ la, in casa di Francesco Pinardi! - E con la mano indicai il luogo. 

Le mie parole furono accolte da un entusiasmo indescrivibile. Chi correva, chi saltava di gioia, chi rimaneva immobile come una statua per lo stupore, chi gridava, chi esultava. 

Avevamo dentro un grande piacere, e non sapevamo come esprimerlo. La Santa Vergine, che quel mattino eravamo andati a pregare a Madonna di Campagna, ci aveva ascoltato. Per ringraziarla, ci siamo inginocchiati sull'erba per l'ultima volta, e abbiamo recitato il Rosario. Dopo, ognuno partì per casa. Abbiamo dato così l'ultimo saluto al nostro prato, senza rincrescimento perché ci aspettava un posto migliore. 

La domenica seguente era Pasqua. Trasportammo verso la tettoia Pinardi le panche, i quadri, i candelieri, le bocce, i trampoli, la tromba e il tamburo. Andavamo a prendere possesso della nostra casa. 

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