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Il Bene non va in vacanza

I grest negli oratori. Banco di prova di tanti adolescenti che, spesso quasi per gioco, si cimentano con questo che è pur sempre servizio alla comunità mai sufficientemente valorizzato. Perché per un adolescente delle scuole superiori prendersi cura dei più piccoli è il primo grande passo verso la responsabilità.


Il Bene non va in vacanza

del 21 luglio 2014

 

 

 

 

L’estate offre maggior tempo libero a molti tra noi. Tanti hanno scelto e continuano a scegliere di donare un po’ del proprio tempo libero nel servizio agli altri, a volte anche solo con progetti di sostegno nell’educazione dei più piccoli.

Nella maggior parte dei casi, non è necessaria una particolare preparazione, al contrario l’ingrediente principale è soprattutto la volontà di mettersi in discussione e di crescere insieme con i minori che vengono affidati, attraverso proposte di gioco, d’intrattenimento e di cultura.

Forse sembra banale, ma svolgere gratuitamente questa mansione è molto importante come sostegno alle famiglie, in particole per tutti quei nuclei familiari che non sarebbero in grado di far fronte all’impegno educativo in altro modo durante il periodo della pausa scolastico, lavorando e non avendo un reddito sufficiente per permettersi soluzioni diverse.

I grest negli oratori, innanzitutto. Banco di prova di tanti adolescenti che, spesso quasi per gioco, si cimentano con questo che è pur sempre servizio alla comunità mai sufficientemente valorizzato. Perché per un adolescente delle scuole superiori prendersi cura dei più piccoli è il primo grande passo verso la responsabilità. pur se non da subito consapevole, è una scelta molto importante e fortemente educativa, innanzitutto per se stessi.

 

Stage di volontariato ed esperienza di approccio al volontariato e alla missione si moltiplicano. L’estate, più di ogni altro periodo, si rivela tempo proficuo per progredire nella fede, ma anche nel servizio agli altri. Ed è bello constatare come questa scelta nell’utilizzo del proprio tempo libero sia sempre più effettuata dai giovani e giovanissimo. È segno che c’è ancora speranza, perché sono sempre più le persone che avvertono la necessità di fare del mondo una casa migliore per tutti quelli che la abitano.

Non solo nei confronti dei minori, ma anche nei confronti del disagio sociale oppure della disabilità, varie sono le iniziative disponibili, promosse non solo dalle diocesi e dai gruppi parrocchiali, ma spesso anche dalle scuole o da gruppi di volontariato indipendente dalla Chiesa.

Da un certo punto di vista, anzi, senza nulla togliere all’encomiabile lavoro che la Chiesa svolge attraverso i propri rappresentanti (laici od ecclesiastici), è bello che l’impegno verso il prossimo tocchi il cuore anche di chi si sente lontano dalla fede. Sottolinea l’universalità dell’amore e la necessità di prenderci cura gli uni degli altri.

 

Alla Chiesa è in ogni modo chiesto un “di più” che agli altri non può essere chiesto. Del resto, a chi molto ha ricevuto, molto sarà richiesto! Questo “di più” è il kerygma affidatole, il nocciolo dell’annuncio cristiano: cioè Gesù Cristo stesso. La Chiesa, senza Cristo, non solo non esisterebbe, ma, anche se esistesse, non avrebbe senso. La chiesa nasce per Cristo: tramite lui dal punto di vista realistico, ma anche dalla sua volontà e in vista del ricongiungimento con lui. Non ci è possibile dimenticare questo, in nessun momento. Ecco perché, anche nel servizio ai più poveri e soli, la Chiesa non può che mettere al centro Cristo: il servizio ai poveri diventa anch’esso annuncio del Vangelo, così come è servizio a Cristo attraverso i suoi fratelli più bisognosi. i due aspetti si compenetrano a vicenda, perché nel servizio c’è l’annuncio e attraverso quest’annuncio intrinseco si porta avanti il servizio ai fratelli. Perché il mondo ha bisogno di pane e tenerezza.

E chi da chi imparare la tenerezza, per noi e per gli altri, se non da chi è mite e umile di cuore?

In certe situazioni, infatti, non è una povertà materiale la prima necessità a cui andare incontro, a maggior ragione nei paesi industrializzati.

 

Nonostante la crisi, non ci sono (ancora!) in Italia, né in Europa le situazioni drammatiche del Centro Africa, dell’India o di altri Paesi del Terzo mondo. Non c’è la povertà estrema di chi è costretto a chiedere l’elemosina, a dormire all’addiaccio, magari vivendo nell’insicurezza che causano guerre tribali finanziate da interessi esterni.

Spesso il malessere è da un certo punto di vista più profondo da estirpare, pur essendo difficile da notare: per questo pare meno grave. Ma non è così!

Il primo motivo di assistenza spesso è la depressione, che ridotto ai minimi termini è la sensazione di non contare abbastanza per meritare di vivere. Già, meritare! Quante volte lo sentiamo questo termine? Nel modo di pensare contemporaneo, pare che tutto si riduca al merito. E quando questo non c’è, o pensiamo non ci sia? Ci sentiamo finiti e abbattuti, perché diventiamo incapaci di percepire il senso di un’esistenza senza merito.

 

Perché curare un figlio disabile? Che senso ha la demenza senile?

Sono tutte le domande legittime, che però trovano modo di esserci perché nascono da un’illusione. Quella dell’autodeterminazione assoluta. Di fronte a sofferenze che la mettono in discussione in modo “palese”, ci troviamo spiazzati. In realtà, spiazzati dovremmo esserlo per molto meno, così da comprendere che l’autodeterminazione assoluta, che sventoliamo quale vessillo del progresso in realtà non esiste.

No, nessuno s’è fatto da sé. A partire dalla necessità di nascere da una mamma e da un papà, di ricevere cure amorevoli che aiutino la nostra crescita (certo non tutti le ricevono e non tutti in egual misura, ma è innegabile che il ricevere sia d’aiuto e il riceverne di migliori sia auspicabile piuttosto che di peggiori!), fino al sostegno cercato nei genitori, nei coetanei e infine in una compagnia per la vita: tutto ci dice che non siamo autosufficienti mai. Abbiamo senso nello stare insieme, nell’aiutarci a vicenda. E insieme possiamo scoprirci migliori e diversi di quanto potremmo capire da soli.

 

Il cristianesimo pare terribilmente fastidioso a chi vuole a tutti i costi vivere nell’illusione di poter fare tutto da sé. Eppure senza un semplice dettaglio, o - meglio! - una concatenazione di dettagli come la presenza del sole a una distanza precisa dalla terra, nessuno sopravvivrebbe. La sola assenza del Sole così come lo conosciamo causerebbe un tale raffreddamento della Terra che in brevissimo tempo la temperatura cadrebbe in picchiata, l’acqua congelerei, le piante non sarebbero più in grado di produrre ossigeno e così sarebbe estinta ogni altra forma di vita sul pianeta. Basterebbe anche solo che il Sole si avvicinasse o allontanasse un po’ più del dovuto perché avvenga la morte dell’intero pianeta, senza che l’uomo sia in grado di impedirla.

Solo questo, dovrebbe bastare a sottolineare come, per quanto il progresso scientifico e le capacità siano ipoteticamente in continua espansione, la nostra vita continua ad essere, in un certo senso in bilico. Non dipendiamo da noi stessi, ma da una serie di circostanze esterne non completamente sotto il nostro diretto controllo, senza le quali l’intera nostra vita è in serio pericolo.

Cristo ci tende una mano. Di fronte al non-senso a cui ci potrebbe portare la consapevolezza di non essere completamente autosufficienti, pur essendo la più meravigliosa tra le creature, arriva la Storia della Rivelazione. Di fronte al sentimento di sentirsi prigionieri di quest’atomo opaco del male, interviene l’azione di Dio che ci dice quanto siamo importanti. La salvezza è per tutti e per ciascuno. Dio è venuto sulla Terra perché ci ama, non perché ce lo meritiamo o dobbiamo meritarcelo. Dio ci ama prima dei nostri meriti e delle nostre colpe. Dio ama noi.

Questa è una vera rivoluzione. Perché questo implica che non c’è più bisogno di indagare le stelle e il creato, elemosinando segni della presenza di Dio. Se Lui ci viene incontro, a noi basta solo fare in modo di incontrarci a metà strada.

Ecco perché, nonostante le occasioni di sofferenza, il cristiano è chiamato ad essere portatore di speranza e di pace. Se Dio si fa compagno nel cammino dell’uomo, non c’è motivo di credere che il male possa vincere. Ci sarà sempre una via alternativa, nonostante non sarà la più facile da percorrere.

 

Di fronte al dilagare del male, perseverare e diffondere con costanza la via del bene è la prima opera per non soccombere al nemico. Sconfiggendo la tentazione numero uno, che è poi quella di non pensare che non sia abbastanza ciò che facciamo, pensiero che è strada maestra versi il buio cammino della disperazione.

 

 

don Marco Pozza

 

 

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