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I cattolici, il Vangelo e la legalità

Il «date a Cesare» viene reputato secondario, perché l'importante resta comunque «dare a Dio»...


I cattolici, il Vangelo e la legalità

del 09 maggio 2016

 

 

Me lo ricordo bene, quando quel don Ciotti che predicava la «legalità» proprio non mi convinceva. «Un prete dovrebbe puntare oltre - pensavo, pur con tutta la stima che avevo (ed ho) per il grande sacerdote torinese -, la giustizia del Vangelo sta al di là del mero rispetto delle leggi, sia pure dello Stato. Per non parlare di altre virtù come la carità e la misericordia: mica possono limitarsi a qualcosa di arido come delle regole di buona convivenza...».

 

Oggi che faccio l'amministratore pubblico, devo convertirmi e ammettere che aveva (ed ha) ragione lui: la legalità non è affatto cosa di poco conto, soprattutto per noi italiani e - se posso annunciare così l'argomento di questo post - noi cattolici. Sarà infatti l'eredità della «questione romana», oppure il plurisecolare contrasto tra temporale e spirituale, ma noi credenti d'Italia non siamo stati educati al rispetto delle istituzioni «laiche» né abbiamo grande senso dello Stato. Meno ancora del già scarso senso che i connazionali dimostrano in quanto tali.

 

Perché? Da una parte penso che dipenda da una visione diciamo «teologica» distorta; è quel che dicevo poco sopra: siccome noi abbiamo come tavola fondamentale il Vangelo, tutto il resto - le leggi, la Costituzione, le norme del patto sociale - passano in secondo piano. Ubi maior, minor cessat... Il problema è che poi pure il Vangelo lo interpretiamo alla nostra maniera, per cui commettere adulterio è grave in quanto peccato «da 10 comandamenti», mentre non pagare le tasse è reputato soltanto una colpa veniale e dunque (moralmente ma anche civilmente) pesa senz'altro meno; grandissime discussioni si imbastiscono intorno alla bioetica, ma non ho mai sentito di un dibattito parrocchiale sugli aspetti morali della corruzione.

 

Un'altra ragione la ritrovo nella storia: tra papa e re, parroco e sindaco nel Belpaese è stato sempre distacco, se non conflitto. Il clero ha visto dunque con condiscendenza che i suoi adepti «guelfi» snobbassero per quanto possibile il potere civile (da parte loro i «ghibellini» ripagavano non di rado con un anticlericalismo acceso). Il rispetto delle leggi non ha mai fatto parte del catechismo, anzi la possibilità di sfuggirvi facendola franca è stata spesso considerato tema morale trascurabile. Il «date a Cesare» viene tuttora reputato secondario, perché l'importante resta comunque «dare a Dio».

 

Siamo cresciuti così, nelle parrocchie: lo Stato come burocrazia e formalità da prendere in considerazione solo quando indispensabile (elezioni, militare, certificati vari) e per il resto meglio farne a meno. Niente sullo «Stato siamo noi», sulla difesa della democrazia, sul rispetto del patto sociale, sulla libertà da vivere collettivamente, sul valore della legalità in sé... Eppure sono basi fondamentali anche al buon cristianesimo, direi che sono quasi «preambula fidei»: prerequisiti necessari di un comportamento davvero morale.

 

Per questo don Ciotti aveva ed ha ragione, anche come prete: non facciamo finta, «difendere la famiglia» - ad esempio - significa pure non cercare sotterfugi per «scalare» le graduatorie dell'asilo nido e «amare il prossimo» ha a che fare persino col fatto di non parcheggiare in seconda fila. Senza virtù civili, anche la Chiesa è una comunità di finti uguali.

 

 

Roberto Beretta

http://www.vinonuovo.it

 

 

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