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Essere animatori: Testimonianza e Allegria!

Se fare il proprio dovere, essere misericordioso e fare sempre del bene erano concetti noti a chi frequentava la Chiesa, essere allegri era l'assoluta novità per i giovani che si accostavano alla fede!


Essere animatori: Testimonianza e Allegria!

del 27 maggio 2014

 

 

Animatori, giovani e disagio.

 

Credo fortemente che la missione di ogni anim-educatore, pur trovando la sua naturale evoluzione nella quotidianità e nelle sue infinite sfaccettature, debba essere orientata al raggiungimento di almeno due obiettivi:

 

- la valorizzazione dei talenti

- il superamento del disagio

 

Semplificando il concetto, se la valorizzazione dei talenti consiste nel "tirare fuori ciò che di buono c'è" con tutte le conseguenze del caso (migliore conoscenza della persona, aumento dell'autostima, crescita delle relazioni sociali, crescita del gruppo/comunità, responsabilizzazione, ecc...) il superamento del disagio è il processo parallelo (con effetto opposto) che consiste nel "tirar fuori ciò che di male c'è".

 

Il disagio, da sempre, è vissuto in vari modi: c'è chi si isola e rimane emarginato, chi si mette in mostra per nascondere ciò che lo turba, chi manifesta un disagio vivendone in realtà un altro, chi fa finta di nulla...

Qualunque sia l'atteggiamento rispetto al problema è innegabile che affrontare il disagio per noi educatori è, probabilmente, la sfida più difficile. Si, perché i ragazzi a noi affidati sono ragazzi che hanno la propria esperienza, le proprie situazioni familiari, i propri interessi, un approccio necessariamente personale agli accadimenti quotidiani e noi, almeno in fase iniziale, possiamo essere solo spettatori interessati ma impotenti. Solo dopo aver approfondito la loro conoscenza possiamo cominciare a delineare quali possono essere le potenzialità e quali i disagi (se esistono) che impediscono loro di vivere pienamente l'età della giovinezza. Il ragazzo che frequenta il gruppo tende generalmente a mostrare la parte ‘pubblica’ di sé stesso, ossia la parte che vuol far vedere agli altri, che non necessariamente coincide con quella reale che manifesta in famiglia, a scuola, nello sport o che, paradossalmente, non manifesta!

E' una "maschera" che il ragazzo indossa per svariati motivi. E' qui che comincia la nostra missione di educatore: mediare tra la vita extra-gruppo e quella di gruppo, tra il quotidiano e lo straordinario, tra ciò che è consueto e ciò che è occasionale, cercando di far emergere la personalità del ragazzo e annullare i confini tra il mondo che conosciamo e quello a noi sconosciuto, rendendo ormai superfluo l'utilizzo della maschera.

 

Come fare? Ci sarebbe un elenco infinito di cose da fare. Ne riassumo alcune che mi stanno più a cuore e credo siano le più semplici da attuare, fermo restando che se qualcuno vuole obiettare, integrare, precisare è il benvenuto.

Innanzitutto conoscere meglio l'ambiente (famiglia e località in cui abita) da cui proviene il ragazzo: questo ci consente di comprendere quali sono i suoi condizionamenti "socio-culturali".

In secondo luogo creare occasioni di incontro anche fuori dal contesto "gruppo" parrocchiale: stare insieme fuori dagli schemi del gruppo fa avvicinare la figura dell'educatore e quella del giovane che si pongono in una "relazione simmetrica".

E poi stimolare il ragazzo a parlare di sé stesso nel e con il gruppo, con diverse tecniche che lo portano a tirar fuori le sue ansie e a condividere i suoi condizionamenti: è riprovato che la condivisione è il momento fondamentale nel superamento di un problema.

 

Testimoni contagiosi

 

Amore, amicizia, rispetto, lealtà, sincerità, libertà, capacità di perdonare, pace, solidarietà...e tanti altri valori che, fortunatamente, non appartengono a nessuno e, quindi, appartengono a tutti.

 

Se per un attimo chiudessimo gli occhi immaginando il nostro mondo ideale sono convinto che molti di noi immaginerebbero un mondo intriso di questi valori. Ma non essendo possibile vivere solo di fantasie siamo chiamati, se davvero lo vogliamo, a rendere concreti i nostri sogni (o almeno a provarci).

Traducendo: se crediamo in certi valori dobbiamo, in tutti i modi, testimoniarli. Quindi, cristiani o musulmani, credenti o atei, razionali o sognatori è nostro preciso dovere, se vogliamo vivere il sogno del "mondo perfetto", essere portatori del bene.

 

E se qualcuno non riesce a vedere oltre la realtà? Se rimane prigioniero del dubbio, della diffidenza, della convinzione che nulla possa cambiare?

Da questo deve prendere linfa la nostra testimonianza che deve trasformarsi da atteggiamento individuale del vivere certi valori a modello di condivisione con l'altro di ciò che io vivo.

Non basta essere amorevoli, ma dispensare amore; non serve essere liberi e possedere l'altro; che senso ha credere nella pace e provare rancore?

Qui comincia la nostra vera testimonianza: credo in un valore, lo vivo e sono contagioso verso gli altri.

Si, contagioso, come un virus impossibile da debellare. "Iniettando" nell'altro tutto ciò che è bene riusciremo a costruire, insieme, il nostro sogno chiamato mondo.

 

Prima regola: l'allegria!

 

Che fosse un creativo, Don Bosco, lo abbiamo imparato rileggendo la sua vita. Fin da piccolo sperimentava i modi più originali per stupire i suoi amici e avvicinarli a Dio. Con la stessa fantasia si è approcciato ai suoi giovani, suscitando in essi la curiosità verso un prete che parlava di concetti incomprensibili a quei tempi come perdono, amore, misericordia, solidarietà, ecc....

 

Facendo un salto indietro nella memoria, ritornano alla mente tantissimi episodi che testimoniano quanto Don Bosco amasse i giovani - indimenticabile è la frase pronunciata in punto di morte quando chiese di riferire ai giovani che li avrebbe aspettati tutti in Paradiso - e quanto essi amassero lui, stretti in un rapporto affettivo di reciproca dipendenza.

 

Tra le varie pagine di un'esistenza infinita, non sono mai riuscito a togliermi dalla testa l'episodio in cui Domenico Savio chiese a Don Bosco di aiutarlo a diventare Santo. Certo, Domenico si era spinto un po' troppo, forse, con la richiesta: niente caramelle, giocattoli, partite a calcio. Santo! Voleva diventare Santo! La risposta di Giovanni Bosco fu, come sempre, immediata e immancabilmente creativa. "Vuoi diventare Santo? Eccoti la ricetta: prima regola, l'allegria. Seconda regola: fare i tuoi doveri di studio e di pietà. Terza regola: fare sempre del bene. ".

In poche parole era tracciata la strada che porta a Dio. E se fare il proprio dovere, essere misericordioso e fare sempre del bene erano concetti noti a chi frequentava la Chiesa, essere allegri era l’assoluta novità per i giovani che si accostavano alla fede.

L'allegria, la sana incoscienza di sorridere sempre, la leggera spensieratezza di vivere la vita nella gioia, l'essere fonte di gaiezza per chi si rifugia in noi. L'allegria è benessere per noi stessi e per chi ci sta accanto.

 

E' un concetto universale: posso essere allegro se sono italiano o inglese, bianco o giallo, cristiano o musulmano, ricco o povero, bambino o adulto. E' vero che ci sono momenti nella vita nei quali la nostra mente rifiuta l'allegria: ma, sono momenti, attimi, frazioni di tempo, lampi nel buio, che non devono in alcun modo cancellare la nostra ingenua voglia di rimanere allegri.

Forse santi non lo diventeremo mai, ma sono convinto che, almeno, lasceremo un ricordo gioioso alle persone incontrate nella nostra esistenza.

 

 

Redazione

 

 

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