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Solidali ma senza equivoci

La solidarietà è un segno di quella capacità di bene che contraddistingue l'uomo. L'uomo è capace di bene, è capace di rap¬≠portarsi all'altro secondo una relazione di bene.


Solidali ma senza equivoci

del 06 febbraio 2014

 

 

La solidarietà è un segno di quella capacità di bene che contraddistingue l’uomo. L’uomo è capace di bene, è capace di rap­portarsi all’altro secondo una relazione di bene.

Il termine «relazione» – che oggi viene spesso ripetuto come un mantra, quasi fosse una parola magica in grado di risolvere qual­siasi problema – è per certi aspetti ambiguo; in ef­fetti all’interno della «nuda vita» la relazione con l’altro è sempre finalizzata alla permanenza dello stesso: il vivente A si apre all’altro B, va verso l’altro B, per impossessarsi di B e permanere così nella pro­pria vita di A. In altre parole: A entra in relazione con B non per B ma per sé, per poter continuare a vive­re la propria vita di A. Questa legge della vita è sta­ta subito riconosciuta: tutto ciò che esiste tende in­sistentemente a perseverare nel proprio essere, ed anzi non è scorretto interpretare l’idea stessa di «esistenza» in funzione di questa continua lotta per la propria «perseveranza». Esistere è lottare per la «propria» esistenza: nella «nuda vita» si lotta per so­pravvivere, qui la relazione si chiama guerra.

La relazione di bene, di cui la solidarietà è una del­le manifestazioni, trasgredisce questa legge perché essa rinvia ad un legame con l’altro non più defini­to dal «verso» ma dal «per»: l’uomo è capace di an­dare verso l’altro non per sé ma per l’altro. Questa capacità di bene decostruisce l’idea stessa di esi­stenza: quest’ultima non si esaurisce più nella sola perseveranza in sé, nella chiusura nel proprio essere, ma si dilata nell’apertura per l’essere dell’altro. Proprio per questo il modo di esistere dell’uomo si differenzia da quello di ogni altro esistente e di ogni altro vivente; l’antica, e per alcuni risibile, «centra­lità dell’uomo nell’universo» è da ricondurre a que­sta capacità di bene: egli, che senza alcun dubbio è quasi nulla all’interno dell’infinità fisica dell’universo, è in verità il centro dell’universo – ecco una verità per nulla risibile – in quanto capace di bene. Quest’ultimo è il centro di un «luogo» spirituale che non è semplicemente uno «spazio» fisico.

 

Una tale ipotesi, se così si può dire, è stata avanzata sia dal logos filosofico (si pensi ad e­sempio alla sorprendente i­dea platonica del Bene al di sopra dell’essere) che dal lo­gos biblico. Quest’ultimo in particolare non si stanca di ri­peterlo: «Smettete di presen­tare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; non posso sopportare noviluni, sabati, assemblee sacre, delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sop­portarli (...) Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa del­la vedova» (Is 1, 13-17).

Un Dio che afferma di non sopportare noviluni, sa­bati e assemblee sacre è davvero sorprendente, ma ancora più sorprendente è l’idea di uomo che un si­mile Dio ultimamente propone: un uomo creato «a sua immagine e somiglianza», cioè anch’egli capa­ce di bene, capace, non solo di far posto all’altro, ma di essere addirittura solidale con l’altro. In una recente pubblicazione Bruno Maggioni ha scritto: «Il vero culto è la vita stessa offerta per gli altri. Non semplicemente una vita offerta a Dio, ma offerta per gli altri. Le linee verticale e orizzontale si congiun­gono (...) Che l’uomo debba onorare e servire Dio è importante, ma ovvio. Che Dio trovi il suo onore là dove si libera l’uomo non è ovvio» (Perché state a guardare il cielo. Le due strade per incontrare Dio, Vi­ta & Pensiero).

Di fronte alla vertigine del bene – essere come Dio senza essere Dio – si rischia costantemente di per­dere la testa. Ci si può ad esempio assuefare ad un simile esercizio alimentando così quello che Baudrillard ha definito «un surplus di ideologia altrui­stica », «essa stessa burocratizzata: 'lubrificazione sociale' attraverso la sollecitudine, la ridistribuzio­ne, il dono, la gratuità, tutta la propaganda caritati­va e delle relazioni umane» ( La società dei consumi, Il Mulino). La solidarietà si trasforma in «lubrifica­zione sociale» ogniqualvolta, smarrendo l’attenzio­ne per la scandalosa concretezza dell’altro, ci si ac­contenta e in verità anche si gode dell’astrattezza stessa del gesto: perversione all’interno della quale la «passione» per solidarietà prende il sopravvento sulla cura per l’unicità del singolo.

 

Un secondo rischio è quello di concepire e praticare la so­lidarietà come se si trattasse di una gara. Riconosciamo­lo: tra le mani dell’uomo il bene si trasforma spesso in male. Si può infatti fare della solidarietà, così come della beneficienza, della carità, del dono, eccetera, l’oggetto del proprio godimento. Come ho già detto: non basta andare «verso» l’altro per essere «per» l’altro, così come non basta «dare», magari con ab­bondanza, per «donare». Di conseguenza bisogna ad o­gni costo resistere alla tenta­zione di trasformare la gene­rosità in un fine: si può do­nare «con» generosità, ed an­zi ogni autentica solidarietà e ogni dono implicano la ge­nerosità, ma non si può do­nare «per» generosità; in ef­fetti se si donasse per essere generosi, per dare e so­prattutto darsi prova di essere generosi, in verità non si donerebbe affatto ma semplicemente si darebbe, il più delle volte proprio per ricevere.

In termini rigorosi si deve pertanto riconoscere che perfino la solidarietà e il dono possono trasformar­si in quell’idolo per eccellenza che è il potere. Una delle più lucide e spietate descrizioni di un tale ca­povolgimento è quella che Virginia Woolf sviluppa attorno al personaggio del medico filantropo Sir Wil­liam in Miss Dalloway : «E­quilibrio (...) era la divinità di Sir William (...) Ma l’Equilibrio ha una sorella, meno sorri­dente, meno formidabile (...) Conversione è il suo nome; ella si pasce della volontà dei deboli, le piace imporsi, im­pressionare, e va pazza per il proprio sembiante stampato sul volto della plebe (...) am­mantata di bianco, sotto le spoglie dell’amor frater­no, la vedrete camminare compunta per le fabbri­che e nei parlamenti; offre aiuto, ma anela al pote­re (...) la Conversione, questa Dea sofistica, preferi­sce il sangue ai mattoni, e la volontà umana è per lei un cibo prelibato».

 

Contro simili derive, bisogna salvaguardare con for­za il debole statuto della solidarietà. Analogamente al dono, alla compassione, alla carità, al bene, anch’essa deve dunque essere scritta con la minuscola: nessun dovere, nessun obbligo, nessun potere, nessuna ideologia. Se fosse mai possibile – ecco la rivoluzione – solo bene. 

 

 

Silvano Petrosino

http://www.avvenire.it

 

 

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