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Parliamo dei giovani

Va di moda il “pub crawl” (lo “strusciare per pub”), il tour alcolico low cost: 20 euro e bevi a volontà in tutti i pub della città, dalle 23 alle tre del mattino. E' altra alienazione da sé, estraneità che spesso finisce in tragedia. Basta fare un giro, la sera tardi, per vedere giovani trascinarsi come automi da un luogo all'altro, da un locale all'altro, in ore interminabili eppure vuote.


Parliamo dei giovani

da Quaderni Cannibali

del 16 luglio 2012  (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));  

 

«O greggia mia… / se tu parlar sapessi, io chiederei: / dimmi: perché giacendo / a bell’agio, ozioso, / s’appaga ogni animale; / me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?» (G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia)

Il tarlo della domanda

          E’ dell’uomo, solo suo, chiedersi cos’è quel tarlo che rode, fino a ferire il cuore. Chiede rispetto, questa domanda, perché racconta l’inquietudine, l’insoddisfazione che nasce da una tensione inesausta all’infinito.

          Eppure tanti, da sempre ma di più oggi, sono i segnali di come questa domanda venga in ogni modo censurata, “scordata” nel suo significato etimologico: tolta dal cuore. Non c’è giorno in cui i media non riportino tragici episodi di cronaca nati dallo stordimento, cercato, della ragione. Dall’assopimento dell’animo. L’oblio

          E’ drammaticamente in crescita, ad esempio, la “medical generation”: giovani che assumono farmaci per dormire, per stimolare l’attenzione, o come antidepressivi. Pillole per l’umore, pillole calmanti, pillole eccitanti… fino a superare la soglia del proibito: il doping. Qualche volta con prescrizione medica, spesso perché l’hanno consigliata gli amici, o in un pericoloso fai-da-te, la dose di pastiglie quotidiana cerca di mettere a tacere la stato d’animo che provoca fastidio, malessere, noia. Si blocca il sintomo, intorpidendo e offuscando, così, le domande più vere del cuore.

          Ora va di moda il “pub crawl” (lo “strusciare per pub”), il tour alcolico low cost: 20 euro e bevi a volontà in tutti i pub della città, dalle 23 alle tre del mattino. E’ altra alienazione da sé, estraneità che spesso finisce in tragedia. E’ accaduto anche ieri, a Roma, ma basta fare un giro, la sera tardi, per vedere giovani trascinarsi come automi da un luogo all’altro, da un locale all’altro, in ore interminabili eppure vuote.

          Spaventa l’incremento di farmaci non più usati come cure, ma come “prevenzione a stati d’animo spiacevoli” come la tristezza, la malinconia, il tedio. Spaventa l’abuso di alcol, per obnubilare la mente. E spaventa il pericoloso, recente monologo del guru mediatico Roberto Saviano che, evidentemente inebriato dalla parola “legalità”, si è lanciato in una filippica sulla legalizzazione delle droghe leggere. Come se avessero pesi diversi, le droghe. Come se si potesse distinguere tra droghe “buone” e droghe “cattive”. Come se fosse ragionevole farlo. Ma tant’è. Le riviste mediche più autorevoli dicono la loro, Saviano & C. controbattono. Relativismo è anche questo. Il mondo, è questo: se qualcosa c’è, o si fa, è “giusto a prescindere” prenderne atto, semplicemente. Accettare e legalizzare.

          Che farsene di questi cattivi maestri, che pur di tenere alta l’audience puntano sempre al ribasso, e non sanno più dare ragione dei “no che aiutano a crescere”? L’horror vacui

          E’ esattamente questo che vuole il potere: zittire la domanda, annebbiando la mente con droga, farmaci, alcol, divertissement (che è il “di-vergere”, l’andare qua e là, lontani dal tragitto principale, dalla strada maestra), facendo bugiardamente credere che la pienezza della vita dipenda dalla quantità di attività, di occupazioni, di “rumore” con cui la riempiamo. Per saturare ogni spazio vuoto, per contrastare l’horror vacui, insopportabile. E così, navigare in rete tutto il giorno o il compulsivo dentro e fuori dagli outlet e dai centri commerciali è come una montagna di piccoli piaceri che sommerge il desiderio. Quello vero. Distoglie dal tarlo, sempre quello. Il tarlo che rode, fino a ferire il cuore. La vera natura del cuore

          No. Va guardata in faccia, la domanda. Va – se occorre – toccato il fondo. Della tristezza, della sproporzione, dell’inadeguatezza, del dolore, della fragilità, della… noia. Solo così potremo accorgerci della vera natura del cuore, capace di Infinito; e della sua esigenza di felicità, di amore, di bellezza, di giustizia. Ma occorre, perché ciò accada, riappropriarsi del presente, non fuggirlo cercando l’oblio o sognando, scontenti, “l’isola che non c’è”. Il presente – ce lo ricordano i nostri morti quotidiani – è l’unica occasione che abbiamo per vederci in azione, e questo è possibile solo se siamo “lucidi”. Con le nostre fragilità, le nostre debolezze, ma “lucidi”. E mendicanti. Il quieto vivere. Il nostro.

          E invece, che smemoratezza della grandezza e delle domande del cuore! Noi, non solo i giovani. Noi cattolici, non “gli altri”. Nella drammaticità del tempo presente, dimentico di Dio, ogni giorno tradito mille volte e mille volte ucciso; in questo tempo che ha il sapore della battaglia finale contro il Cristianesimo, i suoi segni, la sua presenza, i suoi testimoni, quanto ci stiamo borghesizzando, tutti! Chiusi nel bozzolo: in famiglia, in parrocchia, in oratorio, nell’associazione o nel movimento ecclesiale, com’è facile dimenticare chi siamo, che compito abbiamo, e a che prezzo è stata acquistata e salvata la vita di ciascuno!

          Non è, il nostro “quieto vivere”, la nostra inettitudine, il nostro “sentirci a posto” uguale, sì, uguale al “sonno” cercato dai giovani in fuga dalle domande del cuore? Uguale al sonno degli amici che han lasciato solo Gesù, nell’Orto degli Ulivi? Gregge anche noi, come il gregge leopardiano, oziamo senza più avvertire il tarlo che rode e ferisce il cuore. Senza ricordare che quel tarlo ha un nome: Cristo. «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui» (Ap 3,20).

          La porta ha solo una maniglia, perché si apre dall’interno. Negli incontri di ogni giorno, nelle vicende che accadono a noi e nel mondo, Dio bussa instancabilmente alla porta di ciascuno dei Suoi figli. Bussa, ci chiama per nome e attende il nostro “sì”, che, pronunciato, deve diventare cooperazione per la costruzione del regno. Azione «per Cristo, con Cristo e in Cristo». E’ la vertigine della libertà. E’… il senso della vita.

Saro Luisella

http://www.culturacattolica.it

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