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La paternità negata

Ogni fibra del mio cuore si opponeva anche solo al pensiero di sopprimere la vita di quel bimbo...


La paternità negata

del 03 agosto 2015

 

Se fossi costretto a scegliere uno tra i quarti d’ora più brutti della mia vita, pur avendo una vasta scelta di attimi funesti, non avrei nessun dubbio, poiché tra tutti ce n’è uno che di gran lunga supera tutti gli altri per essere il peggiore.

 

Si tratta di un episodio particolarissimo, mimetizzato in un periodo già di per sé particolarmente buio: una di quelle mezze stagioni dell’esistenza in cui le circostanze mordaci del vivere ti stringono d’assedio, mettendoti a dura prova, ma forse proprio per questo lasciando d’altro canto che la pellicola che separa l’immanente dal trascendente si assottigli e facendoti sbirciare in trasparenza quella Luce che illumina la Creazione e ti raggiunge, se vocata nella preghiera.

 

Il mio secondo figlio si trovava nella fase finale della malattia che gli ha poi aperto in via anticipata le porte del Cielo, mentre mia moglie custodiva nel grembo quello che sarebbe diventato il nostro terzogenito, e ci trovavamo in ospedale, al capezzale del nostro bimbo, nel reparto di terapia intensiva, quando ci raggiunse il giro di controllo dei medici di turno.

 

Dopo che i dottori ci ebbero aggiornati sullo stato fisico di nostro figlio, ci chiesero delucidazioni sulla sua malattia, e quando comunicammo loro che anche per il bambino in arrivo ci sarebbe stata la possibilità che fosse affetto dalla medesima malattia che stava consumando il fratello maggiore, fummo testimoni di quella che, secondo gli standard mondani, viene considerata una “soluzione” per casi di questo tipo.

 

Con il tatto e la sensibilità di un pachiderma in carica, prese parola la guida della combriccola in camice bianco, la quale, rivolgendosi esclusivamente a mia moglie, come se io fossi invisibile al suo fianco, le comunicò: “Signora guardi che lei è ancora in tempo per terminare questa gravidanza…”, e lo dichiarò con la naturalezza di chi, dall’alto della sua illuminata sapienza, propone la soluzione più ovvia a coloro i quali, evidentemente, ritiene essere d’intelligenza inferiore.

 

Il nugolo di medici e specializzandi che l’attorniavano si accodarono assenzienti alla brillante uscita, mentre io guardavo la mia sposa ammutolita e subito cercai di abortire l’argomento dichiarando a mia volta che all’interno della nostra coppia non era contemplata nessuna soluzione diversa dall’accoglienza di quel bimbo così come Dio ce lo avrebbe dato.

 

La reazione mi disarmò: fu come se fossi stato totalmente decontestualizzato, le mie parole caddero aliene nel vuoto assoluto, nemmeno uno sguardo si voltò verso di me, che pure ero lì accanto a mia moglie, ma imperterriti i medici iniziarono a declamare alla mia consorte quelli che secondo loro sarebbero stati i “vantaggi” di quella scelta.

 

In pratica le stavano proponendo di uccidere subito quel bambino che portava in grembo per evitare che potesse nascere anche lui malato e quindi morire dopo pochi mesi: come se quel quarto di probabilità nefasta giustificasse la soppressione di una vita prima ancora che venisse al mondo, così, tanto per risparmiarsi inutili perdite di tempo.

 

Capii in quel momento, davanti all’impassibilità dei medici ed al silenzio indecifrabile di mia moglie, che io in quell’eventuale scelta non avevo alcuna voce in capitolo; mi ritrovai così del tutto impotente verso quella che sarebbe stata la sorte di quel figlio che, seppur nascosto nel ventre di sua madre, era e restava comunque anche mio.

 

Fu questa consapevolezza che mi gettò nel panico profondo, lasciandomi preda indifesa di sconfortante frustrazione ed angoscia disperata insieme, poiché ogni fibra del mio cuore si opponeva anche solo al pensiero di sopprimere la vita di quel bimbo, eppure per la sua salvezza non potevo far nulla, poiché per un’iniqua legge, solo la madre può decidere sul destino del figlio che porta in grembo, mentre il padre, che pur ne rimane il genitore, nulla può per salvare la sua vita.

 

Una volta che riuscii a rimanere solo con la mia consorte, ella mi rassicurò sulla sua ferma volontà d’impedire a chiunque di far del male a nostro figlio, tant’è che quel bambino è oggi qui con noi.

 

Nondimeno ogni volta che ripenso a quell’episodio un brivido gelido mi percorre la spina dorsale, ma subito dopo ringrazio Dio: perché in quel momento ebbi l’occasione di sperimentare un attimo di profonda comunione con quel Padre, il quale si ritrova anch’Egli col cuore straziato davanti ad ogni figlio ucciso nel grembo materno e che per quell’Amore che si autolimita nel rispetto della libertà della creatura amata, pur potendo Egli ogni cosa, si rende impotente e solo spera, fino all’ultimo istante, che una mamma non uccida il suo bambino.

 

 

Andrea Torquato Giovanoli

http://andreatorquatogiovanoli.wordpress.com

 

 

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