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Camminare insieme

Si dice che “Viaggiare” sia “un impulso insito nella natura umana”. Viene dunque naturale domandarsi cosa spinga l'individuo a viaggiare. Affrontiamo l'argomento da un alternativo punto di vista, da coloro che sempre più spesso, incrociamo sulle nostre strade, i cosiddetti “stranieri”, o “immigrati”.


Camminare insieme

da Quaderni Cannibali

del 19 luglio 2012  (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));  

 «Non chiamarmi straniero, perché sono nato lontano ...guardami bene negli occhi, ben oltre l’odio, l’egoismo e la paura, e vedrai che sono un uomo, non posso essere straniero...» Rafael Amor

             Si dice che “Viaggiare” sia “un impulso insito nella natura umana”. Viene dunque naturale domandarsi cosa spinga l'individuo a viaggiare. Molti esperti hanno detto, studiato e scritto sull’argomento. Certo fra le motivazioni c’è il bisogno ed il desiderio di scoprire e imparare cose nuove, di incontrare nuovi mondi ed alternative di vita possibili. Qualcuno ha detto che il viaggiare ha a che vedere con la ricerca della felicità e forse è anche vero. “Felicità” può suonare un po’ altisonante in certi casi, ma la ricerca di una condizione di vita migliore per sé e per la propria famiglia, dove la persona sia accolta e rispettata nella sua dignità e libertà, ricerca che per molti si fa pressante, non va forse su questa linea?           Proviamo ad affrontare l’argomento da altri punti di vista, che ci possono dire molto, moltissimo della vita “vissuta” di tanti uomini e donne che, sempre più spesso, incrociamo sulle nostre strade, i cosiddetti “stranieri”, o “immigrati”. Molti di loro, sì, hanno alle spalle incredibili esperienze di viaggio. Che cosa li ha spinti a lasciare la loro terra, spesso anche la famiglia e a sradicarsi in modo traumatico dal loro habitat sociale, culturale?           Diciamo la verità: quando li incontriamo non ci vengono così spontanee simili domande. Scattano più facilmente meccanismi istintivi di sospetto, di pregiudizio, di paura e rifiuto... e siamo pronti ad avvallarli con giustificazioni ineccepibili. Sentimenti e atteggiamenti che rischiano - come sappiamo avviene – di consolidarsi diventando “mentalità” diffusa, che poi si traduce in orientamenti e scelte concrete anche a livello sociale e istituzionale.           Quando non arriviamo proprio ad affermare che questa gente viene a portarci via il lavoro, la sopportiamo a malapena per i lavori che fa, e che noi non faremmo più. Le loro mani ci fanno comodo, ma le loro persone sono scomode da sopportare.           E così dimentichiamo che anche la nostra storia di italiani, senza dover risalire molto lontano nel tempo, è stata segnata dalle migrazioni verso Paesi europei, ma anche oltreoceano, terre lontane dove anche i nostri padri hanno sognato di trovare una vita più dignitosa. Ogni volta che incontriamo un immigrato dovremmo chiederci quale storia di sofferenza si porta alle spalle. Da parte nostra abbiamo il dovere “umano” di essere informati su quanto succede nel mondo e che causa il movimento di tante persone. I motivi che spingono intere comunità a spostarsi da un Paese all'altro sono i più diversi: la miseria, le persecuzioni, gli interminabili conflitti che segnano la vita di tanti Paesi e sempre più spesso sono anche i disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici.           Davanti al fenomeno dell’immigrazione, come di fronte ad ogni evento storico, ci è chiesta apertura di mente e di cuore per non lasciarci sommergere da un’onda negativa e distruttiva e accogliere piuttosto la sfida di una nuova convivenza sociale, di un camminare insieme nell’armonia e nel rispetto delle diversità. Proprio come scrive Lorenzo Bosa (“Scalabriniani” n.3 - 2012): «L'immigrazione ci pone oggi più incalzante che mai la sfida di una crescita armoniosa di civiltà e di fraterna convivenza. La diversità di cultura, di colore, di lingua e di credo sono il segno di un pluralismo ricco e arricchente, di un variegato umanesimo unico nel suo essere, di un mondo, con tutte le sue sfumature e immense risorse, affidato dal Creatore a tutti, senza eccezione, nel cui centro ha posto l'uomo. È la sua dignità e tutto ciò che essa comporta che dobbiamo scoprire, ammirare e difendere, alla pari e in comunione. Nella diversità dell'altro non siamo chiamati a vedere dei limiti insormontabili, bensì una opportunità di crescita e di arricchimento».           Le sfide non sono mai facili da affrontare, non sono esenti da fatiche e da complessità, ma vale la pena accoglierle. Non c’è motivo di rimanere trincerati nel ristretto orizzonte del nostro egoismo, e la vera accoglienza degli immigrati non potrà limitarsi all'ambito del "comodo" o degli interessi personali.            Superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovere una mutua conoscenza e collaborazione, accoglierci e imparare a camminare insieme... sono i verbi giusti che traducono l’impegno del cittadino e del cristiano nei confronti degli immigrati.           Accogliere vuol dire anche impegnarsi nel promuovere leggi giuste, far rete con quanti operano nel sostegno della dignità della persona e che si rapportano con altre culture valorizzando positivamente le qualità degli altri, contribuire a far crescere una mentalità nuova che faccia da supporto e provochi scelte giuste a livello istituzionale, come hanno chiesto anche i vescovi italiani, negli orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020: «I diritti fondamentali della persona devono costituire il punto focale dell'impegno di corresponsabilità delle istituzioni pubbliche nazionali e internazionali». Non chiamarmi straniero Non chiamarmi straniero, perché sono nato lontano, o perché ha un altro nome, la terra da dove provengo... Non chiamarmi straniero, non pensare neppure da dove vengo, meglio sapere dove andiamo, dove ci porta il tempo... Non chiamarmi straniero, abbiamo lo stesso grido, la stessa vecchia fatica, che trascina l’uomo, da tempi lontanissimi, quando non esistevano confini... Prima che venissero loro, quelli che dividono ed uccidono, quelli che rubano, quelli che mentono, quelli che vendono i nostri sogni, quelli che un giorno inventarono questa parola... straniero... Non chiamarmi straniero, guardami bene negli occhi, ben oltre l’odio, l’egoismo e la paura, e vedrai che sono un uomo, non posso essere straniero... Rafael Amor, cantante spagnolo

 

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