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Battesimo in carcere

E' la prima volta che si celebrano i sacramenti dell'iniziazione in uno spicchio di Chiesa «privilegiato» come il carcere, è un avvenimento che riguarda tutta la comunità cristiana locale.


Battesimo in carcere

del 04 luglio 2014

 

 

Buona regola per chi fai il mestiere del cronista è rendere conto dei fatti di cui è stato testimone in terza persona, senza lasciare spazio alle proprie emozioni, facendo parlare i protagonisti, cercando di trasmettere, al più con qualche pennellata di colore, l’atmosfera che si è venuta a creare, determinante per «far entrare» il lettore nella storia. Capita di rado, però, e a chi scrive è capitato domenica scorsa, che ciò di cui sei stato testimone colpisca nel profondo anche il cronista più asettico e che scriverne con il dovuto distacco «professionale» sia impresa ardua… Domenica 8 giugno, solennità di Pentecoste, per la prima volta al carcere minorile Ferrante Aporti un ragazzo detenuto, Luigi, ha ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana, battesimo, comunione e cresima. Con lui anche due suoi compagni Jonny, peruviano, e Marius, rumeno, si sono accostati per la prima volta all’Eucarestia.

Una celebrazione straordinaria, che ha potuto avere luogo grazie anche ad un «sogno realizzato». Quello del cappellano dell’Istituto, don Domenico Ricca, salesiano, dal 1979 al Ferrante: nell’aprile scorso, con il trasloco dei minori detenuti nei nuovi locali in un’ala rinnovata del penitenziario, è stata allestita anche una cappella che, per l’occasione, è stata benedetta da mons. Cesare Nosiglia. «Era da 33 anni che attendevo che in questo carcere, che spesso ha visitato anche don Bosco, venisse adibito uno spazio a cappella accogliente, un luogo per la riflessione sulla Parola e in alcuni momenti per l’Eucarestia – racconta il cappellano - Sul vetro di ingresso abbiamo appeso la riproduzione dell’affresco del Buon pastore che si trova nelle Catacombe di San Callisto a Roma perché mi pare ben si adatti all’idea di Gesù che vorrei trasmettere ai nostri ragazzi. L’immagine raffigura Gesù con al collo una pecorella e in mano un secchio con del latte come se volesse darne ai due agnellini ai suoi piedi. Ecco, Gesù buon pastore è anche ‘mamma’. Una guida saggia, affettuosa e che dia fiducia: di questo credo, hanno soprattutto bisogno i ragazzi che passano al Ferrante».

La Voce del popolo, giornale della Chiesa torinese, è stata l’unica testata ammessa dalla direzione del Carcere alla celebrazione di domenica: perché, come ha spiegato il cappellano, giustificando la nostra presenza alla Messa, anche il Ferrante Aporti è parte della diocesi di Torino. E la prima volta che si celebrano i sacramenti dell’iniziazione in uno spicchio di Chiesa «privilegiato» come il carcere - come fin dall’inizio del suo pontificato ha sottolineato Francesco che nella sua prima uscita dal Vaticano, il giovedì Santo del 2013, si è recato proprio carcere minorile di Casal Marmo a Roma - è un avvenimento che riguarda tutta la comunità cristiana locale.

 

Se non fosse per i cancelli di ferro che si aprono e si chiudono alle tue spalle quando entri e per i controlli al metal detector, la nuova ala del Ferrante, molto luminosa e dipinta con colori pastello, non è molto diversa da alcuni centri parrocchiali delle periferie torinesi. La cappella poi, arredata sobriamente con un grande crocifisso, un tavolo che funge da altare e una piccola statua della Madonna, è simile a tante cappelle feriali delle nostre parrocchie. Ci sono una trentina di sedie perché, anche se non tutti i 21 ragazzi attualmente al Ferrante (italiani, sud americani, magrebini e rumeni) sono cattolici, quando don Domenico - per tutti qui don «Meco» - celebra la Messa le porte sono aperte a chiunque chieda di partecipare.

Ma domenica scorsa, l’atmosfera era speciale. Ci sono gli animatori della vicina parrocchia della Visitazione di Maria Vergine e S. Barnaba che ogni quindici giorni, dal 2007 – come ci ha spiegato Barbara Celia, «quando ancora non c’era la cappella e celebravamo dove capitava, anche nei corridoi» - aiutano nell’animazione della Messa domenicale per i giovani detenuti, con i canti accompagnati da flauto e chitarre. C’è il gruppo dei volontari che hanno preparato la celebrazione allestendo un piccolo il fonte battesimale all’ingresso della cappella e il rinfresco per tutti al temine delle celebrazione. E poi Anna Maria Baldelli, procuratore della Repubblica della Repubblica per minorenni di Torino, Elena Grasso, vice direttrice del carcere e Rocco Tralli, comandante degli agenti di Polizia Penitenziaria dell’Istituto. Ci sono i parenti dei ragazzi, tra cui la mamma, il fratello e la fidanzata di Luigi, madrina e padrino del suo battesimo.

 

Entriamo tutti in cappella. Don Meco indossa i paramenti, tira fuori dalla borsa il piccolo con-tenitore del Crisma - è stato delegato dall’Arcivescovo per impartire la cresima a Luigi – una volontaria versa l’acqua nel fonte battesimale e poggia un bel vaso di fuori sull’altare, si accende un piccolo cero pasquale, il coro prova i canti. Tutti attendiamo con curiosità ed emozione palpabile l’arrivo dalle celle dei tre ragazzi. Finalmente spuntano, un po’ impacciati, accompagnati da un agente, Luigi, Jonny e Marius: indossano gli abiti più belli, un jeans e una camicia firmati, sbarbati e pettinati con cura, un piccolo crocifisso al collo. Tre bei ragazzi, come se ne incontrano tanti nei nostri oratori di periferia. Il tempo di un abbraccio stretto stretto ai parenti e a don Meco che li prende per mano e li fa sedere in prima fila.

La cappella è piccola, siamo in poco più di 40 persone, tutti a stento tratteniamo l’emozione. Piange Barbara, la mamma di Luigi: «Battezzarlo in carcere è triste, non l’avrei mai detto ma spero che prima o poi cambi, il Signore ci aiuterà». Anche don Meco che ha la fama di prete «tosto», di frontiera, temprato da 33 anni accanto a giovani con vite difficili, alcune spezzate, al termine di questa «intensa» Pentecoste confesserà: «È stata un'esperienza esaltante e molto commovente e ho dovuto controllare la frizione più volte per la commozione...È stata una vera autentica Pentecoste, come l'hanno vis-suta i cristiani descritti negli Atti degli Apostoli. Chi l'avrebbe mai detto che potevamo arrivare a tanto, alla fine di una settimana un po’ difficile per via di alcuni problemi con i ragazzi? Oggi abbiamo toccato con mano che il Signore Gesù è venuto a salvare non i giusti, ma i peccatori: ce lo sta ripetendo anche papa Francesco che ci esorta in continuazione ad essere misericordiosi: sono i malati che hanno bisogno del medico non i sani».

 

Inizia la Messa, molto raccolta: si è coscienti di vivere qualcosa di inconsueto, c’è un silenzio surreale: Luigi, Jonny e Marius si accostano al piccolo ambone e con un filo di voce proclamano la Parola di Dio, non importa se qualche accento è fuori posto…Elamiti, Galati, Panfilia, Cappadocia… «Era la Babele delle lingue, ma il Signore ricompone le diversità – dice don Meco – perché agli occhi di Dio siamo tutti uguali». E poi spiega il Vangelo, la discesa dello Spirito Santo nel cenacolo a porte chiuse, quasi come in un carcere. «Gesù oggi a voi Luigi, Jonny e Marius, dice quattro cose: ‘Pace a voi’, ‘andate in tutto il mondo’, ‘ricevete lo Spirito Santo Santo’, Vi sono rimessi i vostri peccati’… Tutto è nato perché frequentando la nostra Messa mi avete chiesto di accostarvi alla Comunione. Poi Luigi ha scoperto di non essere ancora battezzato e così vi siete preparati per arrivare oggi qui a ricevere i sacramenti, vi siete confessati, avete fatto un cammino. Avete toccato con mano che il cambiamento è possibile, basta volerlo».

Segue il battesimo di Luigi, padrino e madrina gli stringono le spalle con affetto mentre si piega sul fonte battesimale, scoppia un applauso. Ma poi torna il silenzio, Luigi riceve la cresima, quasi in inginocchio è alto due spanne più di don Meco… Al Padre nostro tutti si prendono spontaneamente per mano, procuratore, comandante, psicologa, vicedirettrice, ragazzi detenuti, celebrante. Strette di mano che sembrano non volersi sciogliere. C’è ancora la Comunione: Jonny, Marius e Luigi ricevono per la prima volta il corpo di Gesù. Si fanno il segno della Croce. Anche loro sono commossi. Abbassano il capo, forse pregano.

Il canto finale, le firme dei registri dei padrini. Il piccolo rinfresco. Un bacio alla fidanzatina-madrina. Il tempo stringe, i ragazzi devono tornare il cella, la direzione ha dato per oggi un permesso speciale ai parenti dei ragazzi, non verrà contato nelle visite mensili. Questa volta è più difficile separarsi dalla propria famiglia. Le lacrime rigano i volti dei ragazzi ma ci pare non sia solo angoscia per il distacco, piuttosto rammarico perché la festa è già finita.

 

«Non potevo mancare a questa celebrazione – ci dice il procuratore Anna Maria Baldelli – quello che abbiamo vissuto oggi è in linea con il percorso di cambiamento che cerchiamo di impostare con ciascuno dei ragazzi che passano in questo Istituto – la speranza è che la fiammella accesa oggi abbia un seguito». «Abbiamo il dovere morale di offrire a questi ragazzi delle maniglie a cui aggrapparsi – aggiunge il vice direttore Elena Grasso – e la celebrazione di oggi è un segnale positivo soprattutto perché – poiché questi tre giovani hanno alle spalle un vissuto pesante possono essere di stimolo al cambiamento anche per gli altri compagni di detenzione». «È la prima volta che nel nostro carcere vengono impartiti i sacramenti – commenta la direttrice Gabriella Picco – e credo sia un avvenimento molto positivo che completa il cammino di ripensamento sulla propria vita e sulle proprie scelte che i ragazzi che scontano la loro pena qui dentro sono invitati a fare. La riscoperta della dimensione religiosa e della spiritualità è fondamentale per lavorare su se stessi e in carcere si ha la possibilità di riscoprire i valori fondamentali come la famiglia, la religione. Piantiamo dei semi, offriamo elementi di cambiamento ma non tutto è nelle nostre mani».

 

Usciamo dal Ferrante con in mente la sequenza di Pentecoste, l’antica invocazione allo Spirito che dentro queste mura, nei volti di quei tre ragazzi è risuonata come se l’avessimo compresa per la prima volta: «… Senza la tua forza, nulla è nell'uomo, nulla senza colpa/ Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è árido, sana ciò che sánguina./Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato/.Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni». 

 

 

http://www.diocesi.torino.it

 

 

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