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Assuefazione

Forse anche voi, come me, di fronte ai più recenti casi di cronaca siete rimasti esterrefatti, turbati, e vi siete interrogati a lungo sul perché dei ragazzi giovani o giovanissimi arrivino a compiere certe azioni...


Assuefazione

del 04 febbraio 2017

Forse anche voi, come me, di fronte ai più recenti casi di cronaca siete rimasti esterrefatti, turbati, e vi siete interrogati a lungo sul perché dei ragazzi giovani o giovanissimi arrivino a compiere certe azioni...

 

Forse anche voi, come me, di fronte ai più recenti casi di cronaca siete rimasti esterrefatti, turbati, e vi siete interrogati a lungo sul perché dei ragazzi giovani o giovanissimi arrivino a compiere certe azioni. Perché due ragazzi in provincia di Ferrara progettano e mettono in atto l’uccisione dei genitori, quattro bambini delle elementari maltrattano una compagna in uno dei più noti istituti scolastici di Milano o un gruppo di adolescenti napoletani sevizia un compagno con un compressore causandogli lesioni gravissime?

Inconsapevolmente, la risposta ce l’hanno fornita i genitori dei carnefici di quest’ultimo episodio, definendo quella violenza brutale e selvaggia «un gioco finito male». Era l’ottobre 2014 e allora, sull’onda dell’indignazione, non c’eravamo accorti che quei genitori avessero pronunciato una frase profondamente vera, profondamente spaventosa, facendo luce su un processo ormai diffuso nel mondo contemporaneo: il «gioco» della violenza, sperimentato per ore su schermi bidimensionali, è talmente eccitante che viene trasferito dal mondo virtuale a quello reale. Per gioco o anche solo per vedere cosa si prova.

Un tempo si diceva di non replicare a casa ciò che si vedeva al cinema o in televisione, una raccomandazione noiosa, ridondante, perché da tutti data per scontata: era ovvio che il cinema e la vita reale fossero due mondi separati e che certi episodi di violenza, corse in macchina o azioni estremamente pericolose non andassero imitate. Oggi non è più così ovvio. Siamo talmente bombardati da film, serie tv e giochi violenti ed eccitanti, che non possiamo più farne a meno, neanche lontano dagli schermi. Se ci divertiamo sparando, picchiando e ammazzando nei videogame, se ci intratteniamo guardando thriller e horror sadici, se troviamo attraenti i serial killer più spietati – vedi la figura di Joker in Batman, così idolatrata che ne hanno fatto persino delle T-shirt – tutta questa violenza diventa una droga, di cui abbiamo costantemente bisogno e che lentamente ci dà assuefazione.

Probabilmente Freud spiegherebbe questo processo così: la violenza, fisica e verbale, è un impulso istintivo e irriducibile della nostra parte più selvaggia, l’Es; dal momento che nelle società civili è rigorosamente vietata e repressa, il nostro Io ha bisogno di esperirla in modi indiretti, approvati dalle regole del vivere civile. È così che ci sfoghiamo in mondi fittizi, apparentemente separati da quello reale, che in realtà finiscono per influenzare la nostra psiche e i nostri comportamenti. È così che alcuni giovani, perdendo la cognizione di cos’è reale e cosa no, se hanno un’arma a disposizione la prendono e la usano contro folle indistinte di bambini o persone – vedi i numerosi casi di cronaca americana – per rivivere l’eccitazione provata tante volte nei videogiochi. Magari anche i terroristi dell’Isis hanno preso spunto da lì, non c’è forse un videogame in cui ci si diverte a investire persone con macchine e camion?

Se la violenza è un gioco, che ci diverte e ci intrattiene, cosa succede quando vogliamo provarla per davvero? Ecco il caso dei ragazzi romani che hanno ucciso l’amico ventitreenne «per vedere che effetto fa». Cosa succede poi quando non riusciamo più a farne a meno? Ecco che, spenta la Play Station, i bambini vanno a scuola e picchiano i compagni più deboli, «per gioco».

Tutto questo spaventa, perché è un processo talmente radicato nelle nostre vite che è difficile da estirpare. Come evitare che la violenza ci dia assuefazione? Sicuramente le responsabilità principali le hanno la scuola e l’industria mediatica. Ma anche genitori, fratelli, zii e amici possono aiutare le persone più sensibili a tracciare un confine netto tra ciò che è reale e ciò che deve necessariamente rimanere in mondi irreali.

Dobbiamo disintossicarci, riprendere in mano un romanzo d’amore, guardare commedie, parlare con gli amici, uscire dalla spirale della violenza e riprendere contatto con la nostra parte migliore, quella costruttiva e non distruttiva, quella altruista e solare, quella solidale.

È un percorso complesso, molti avranno bisogno di aiuto, ma è indispensabile per porre fine a questa epidemia. I telegiornali ci terrorizzano tanto con ebola, zika e meningite, senza pensare che la malattia più pericolosa e contagiosa non proviene da un virus esterno ma dalle nostre menti. L’antidoto, come sempre, è la terapia dell’amore.

 

Susanna Ciucci

http://www.cogitoetvolo.it/

 

 

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