Spiritualità e quotidiano

“Sono le donne che devono adeguarsi o è il lavoro che deve cambiare?”

I grandi cambiamenti partono sempre dal basso, dai piccoli passi. La cultura non si cambia per un dettame o una decisione fatta a tavolino. Ci sono sempre piccoli cambiamenti che poi trascinano altri.


“Il mondo, soprattutto quello del lavoro, è stato pensato a misura di uomo. Ma le donne umanizzano il contesto in cui vivono ed è necessario fare loro spazio”. Intervista a Marta Rodriguez, fondatrice dell’Istituto di studi superiori sulla donna dell’Ateneo Pontificio Reginae Apostolorum.


Come madre di due femminucce ormai adolescenti, mi preoccupa la situazione della donna nel mondo e nella Chiesa. Sebbene siano stati fatti tanti passi avanti nel rispetto di quel genio femminile che san Giovanni Paolo II ci ha insegnato ad apprezzare e a valorizzare, c’è ancora tanto lavoro da fare. Mi rassicura però sapere che al mondo esistono donne che pensano al futuro delle mie figlie e di quelle dell’umanità intera anche senza conoscerle. Una di queste è senza dubbio Marta Rodriguez, spagnola di origine, ma romana di adozione. Marta si è sempre dedicata alla figura femminile tanto da fondare e dirigere l’Istituto di studi superiori sulla donna dell’Ateneo Pontificio Reginae Apostolorum, di cui oggi coordina l’area accademica e della ricerca. Dal 2017 al 2019 è stata responsabile della sezione donna del Dicastero per i Laici, la Famiglia, e la Vita e attualmente fa parte del comitato editoriale di “Donne chiesa mondo”. 

 

Al centro del tuo ministero c’è sempre la figura femminile, quanto è stata determinante l’attenzione che san Giovanni Paolo II ha dedicato alla donna?

Quella di san Giovanni Paolo II è stata una figura fondamentale per me. Negli anni in cui io arrivavo a Roma cioè nel 2000 lui parlava di promuovere un femminismo cristiano e siamo a 5 anni dalla IV Conferenza Mondiale sulla Donna che si tenne a Pechino. Ha insistito molto su questo tema, penso a Mulieris Dignitatem, ma anche alla Lettera alle donne del ’95. Le sue parole hanno segnato la mia missione, perché il mio desiderio era proprio dare attuazione alle sue sollecitazioni. Ma il mio percorso mi ha permesso di scoprire una grande continuità nel Magistero dei Papi, da Giovanni XXIII che fu il primo a parlare del contributo della donna nella cultura e nella società come un segno dei tempi, anche prima del Concilio. Poi c’è stato il Concilio Vaticano II e Paolo VI che ha messo in moto una commissione a cui ha chiesto di rivalutare il contributo della donna nella Chiesa. Nelle indicazioni che loro propongono mi sembra quasi di sentire papa Francesco. Una continuità che porta e riporta il tema sul tavolo per renderci consapevoli che forse la Chiesa ha detto tanto ma che si è fatto poco o si poteva fare molto di più. La domanda è come mai pur avendo prospettive chiare, i passi sono sempre così lenti?

 

Una delle critiche che molti muovono alla Chiesa è di essere maschilista. Cosa pensi in merito a questa accusa?

Bisogna chiederci cos’è la Chiesa. Se intendiamo la comunità dei battezzati allora è chiaro che possiamo trovarci tutto ciò che è connaturato all’esistenza dell’uomo dunque anche il maschilismo. Ma se per Chiesa intendiamo il Magistero e cioè l’insieme degli scritti che compongono la Dottrina della Fede Cattolica, allora direi che non è così. Il Concilio in questo senso ha rappresentato uno spartiacque e ci ha mostrato una Chiesa che non resta lontana dalla storia ma si inserisce in un contesto culturale che inevitabilmente la condiziona. Però lo Spirito la illumina dall’alto e le dona la verità, perché questa verità si trasformi in pratica, ci vuole un cambiamento culturale. Ci sono ancora molti passi da fare, lo ha detto anche papa Francesco, bisogna avere il coraggio di individuare le criticità per poi arrivare a un vero e proprio cambiamento degli schemi culturali.

 

E la Chiesa deve fare i conti anche con le sfide che arrivano dalla società se penso a come sono cambiate le dinamiche di coppia e il ruolo della donna nella famiglia e nel mondo mi sembra che sia proprio la donna a pagare il prezzo maggiore di questi cambiamenti… 

La cultura è stata pensata a misura di uomo, in base alle categorie maschili. Il lavoro con i suoi ritmi spesso estenuanti non tenevano assolutamente in considerazione il coinvolgimento delle donne. Quando finito il lavoro l’uomo tornava a casa, trovava già tutto pronto. Nel momento in cui la donna è entrata nel mondo del lavoro, ha costretto tutti ad una riflessione più ampia. Inoltre la donna ha dovuto fare grossi sacrifici per conformarsi. Il modello organizzativo del mondo del lavoro non è adeguato per accogliere le esigenze delle donne, ma nemmeno dell’uomo. Una mia amica teologa dice sempre: “Questa divisione di ambiti così forte porterà a una famiglia senza padre e a una cultura senza madre”. Per questo io chiedo è la donna che deve fare rinunce o è il mondo del lavoro che deve ripensarsi per andare incontro alle esigenze femminili? Lo stesso succede con la Chiesa. Nel summit sulla tutela dei minori il Papa ha detto che dobbiamo pensare una Chiesa con categorie femminili. È un passaggio importante questo che apre grandi spazi di riflessione. La Chiesa nel comprendere sé stessa lo ha fatto attraverso l’esperienza dell’uomo, ma chi meglio della donna può aiutarla a sviluppare l’aspetto materno di Chiesa sposa e Chiesa Madre? Il contributo delle donne potrebbe umanizzare tanti contesti perché ovunque vadano le donne portano il loro essere madri, il loro saper costruire relazioni, la capacità di accoglienza, quella sensibilità che appartiene allo sguardo femminile. In una sola parola le donne umanizzano i contesti in cui vivono. 

 

La sensazione che si ha però è che la donna si sia adeguata alle regole maschili e mi sembra che il prezzo da pagare è alto soprattutto in termini di maternità. 

Sono d’accordo e la crisi demografica che stiamo vivendo ci dimostra che forse questo modello non va avanti così. Dobbiamo far capire al mondo del lavoro che la maternità non è un ostacolo, è una risorsa perché è un bene sociale. Sì perché la donna sviluppa le sue competenze che sono molto preziose proprio in relazione alla maternità soprattutto durante la gravidanza. È un periodo di formazione, un tempo di crescita come quando si fa un master, in quel momento non produci concretamente ma impari a farlo. La maternità è la stessa cosa. La crisi che stiamo vivendo in termini di denatalità ma anche di divorzi è un campanello di allarme molto chiaro: o facciamo in modo che le famiglie possano fare figli in serenità o l’Italia si estingue. C’è bisogno di politiche che lavorano in sinergia come dimostra il Forum delle Associazioni familiari che ci fa notare che dopo il terzo figlio le famiglie cadono sulla soglia della povertà. Non è possibile che fare figli oggi sia diventato uno sport ad alto rischio. 

 

Da dove ripartire?

I grandi cambiamenti partono sempre dal basso, dai piccoli passi. La cultura non si cambia per un dettame o una decisione fatta a tavolino. Ci sono sempre piccoli cambiamenti che poi trascinano altri. E bisogna attivare processi mettendo in luce le opere virtuose che si consolidano anche a livello diocesano anzi, soprattutto a livello diocesano.

 

Vorrei concludere questa intervista tornando a te. Le tue parole e il modo in cui le pronunci mi trasmettono una fede profonda. Sei consacrata del Regnum Christi e mi ha colpito sapere che sei nata e cresciuta in una famiglia credente… 

Sin da piccola ho avuto la fortuna di innamorarmi di Gesù. Volevo essere madre, fare tanti figli e mi innamoravo tanto facilmente. Ma con il tempo ho capito che lui mi chiedeva il mio cuore di donna cioè quello che avrei dato a mio marito. Ho sempre fatto riferimento a due pilastri su cui si fonda tutto il mio ministero: l’amicizia con Gesù e il desiderio di cambiare il mondo. Poi ho capito che il mondo è stato già salvato il Venerdì Santo e noi non dobbiamo fare altro che riflettere quella luce. In questa grande opera è inutile chiedersi se si è all’altezza. Nessuno è all’altezza di una missione così grande. Io non mi sono mai domandata se posso fare qualcosa, mi sono sempre detta: “Se il Signore vuole… e se Lui vuole, io posso”. Non è una questione di competenze, quelle sono certamente importanti ma non sufficienti, da sole non servono. Noi dobbiamo donare la nostra disponibilità, e dobbiamo metterla tutta poi al resto ci penserà Dio.


di Ida Giangrande

tratto da puntofamiglia.net

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