“Caffè Teologico” è un dialogo semplice e profondo nato in oratorio, dove le domande dei giovani incontrano la sapienza della fede cristiana senza paura e senza formule preconfezionate. Con Teofilo, “l’amico di Dio”, ogni puntata diventa un’occasione per cercare verità, luce e senso nella vita concreta. Oggi in questo Caffè Teologico parliamo di: Se Dio è buono, perché il male continua?
Se Dio è buono, perché il mondo è pieno di sofferenza e ingiustizie?
Perché permette guerre, malattie, violenze?
E se non interviene, vuol dire che non può farlo o che non gli importa?
Queste non sono semplici domande: sono ferite aperte nella coscienza. La fede non le evita e non le liquida con frasi facili. Cerca invece di guardare il male con gli occhi della verità, e di capire come Dio si collochi davanti a questa realtà che spesso ci travolge.
L’insegnamento cristiano è molto sobrio: Dio non crea il male. Al contrario, crea tutto ciò che esiste come bene. Il male appare quando questo bene viene negato, distorto, tradito. Sant’Agostino parlava del male come di una mancanza, come di un “buco” nella trama del bene. Non è qualcosa che ha una sostanza propria, ma una ferita provocata dall’allontanamento dal bene.
Resta però la domanda: perché Dio ci ha dato una libertà capace di ferire?
Perché senza libertà non esisterebbe l’amore. L’amore non può essere deciso dall’esterno: o nasce da una scelta reale oppure non è amore. L’uomo è stato creato con una libertà autentica, non finta. E una libertà vera è capace di dono, ma anche di egoismo; capace di costruire, ma anche di distruggere. Non è un errore di progettazione. È la dignità dell’essere umano che comporta anche un rischio.
Ma allora Dio osserva da lontano?
Il cristianesimo risponde in modo sorprendente: Dio entra nel dolore. Non guarda il male dall’alto come uno spettatore. In Cristo attraversa la sofferenza fino in fondo. La croce è il luogo in cui Dio mostra che non è indifferente, e che non fugge davanti al male. Nella croce si vede un Dio che non scappa, ma condivide. Un Dio che non elimina magicamente il male, ma lo prende su di Sé e gli toglie l’ultima parola. È qui che il cristiano trova la differenza: Dio non spiega il male “dall’esterno”, ma lo affronta dall’interno.
La risurrezione di Cristo è l’altra metà della risposta. Dice che il male non è definitivo, che la morte non è il punto finale, che il dolore non sigilla la storia. La risurrezione non annulla tutto ciò che abbiamo sofferto, ma lo illumina, lo apre, lo rende attraversabile. Ci dice che la storia non è abbandonata a se stessa, e che ogni lacrima può essere raccolta.
Rimane tuttavia la domanda: perché il male continua?
Perché la storia è ancora in cammino. Dio non toglie la libertà all’uomo, e non trasforma il mondo con un comando che cancelli tutto. Lavora nella vita delle persone che scelgono il bene, nelle coscienze che si aprono, nei gesti quotidiani che curano le ferite. La sua presenza non è rumorosa, ma reale. Il male continua, ma non ha l’ultima parola: è una realtà provvisoria dentro una storia più grande che Dio non abbandona.
Una strada spirituale onesta comincia da una domanda semplice: “Dove posso riconoscere la presenza di Dio dentro il dolore, non al di fuori?”. Non sempre arriverà una risposta immediata, ma questa domanda apre lo spazio perché Dio possa dire qualcosa.
Parola: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito.” (Salmo 34,19)
Tradizione: Sant’Agostino ricorda che il male non è creato da Dio, ma nasce dal rifiuto del bene.
Magistero: Spe Salvi mostra come Cristo trasformi il dolore portandolo dentro di Sé.
Catechismo: Il mistero del male e la provvidenza, nei numeri 309-314.
Arte: La Crocifissione del Grünewald (Pala di Isenheim), dove Cristo soffre con un’intensità che non elude nulla. È un’immagine forte, ma aiuta a capire che Dio non si sottrae al dolore umano.
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