Scuola che avvia alla vita

Si ritorna sui banchi di scuola. Forse vale la pena capire come.

Pavel Danilyuk Pavel Danilyuk

In questi giorni ricomincia tutto. La sveglia torna a suonare presto, lo zaino viene tirato fuori dall’angolo della camera, qualcuno controlla l’orario delle lezioni, qualcun altro scopre già con una certa preoccupazione quali professori avrà. Tornano i corridoi, i banchi, il registro elettronico, le verifiche annunciate con troppo anticipo e quelle che sembrano arrivare sempre nel momento peggiore.

Vista così, la scuola sembra soprattutto un grande contenitore di orari, regole, materie, interrogazioni e voti. Ma la scuola è molto di più.

Don Bosco lo aveva capito bene. Per lui educare un ragazzo non significava soltanto insegnargli un mestiere o riempirgli la testa di nozioni. Significava aiutarlo a diventare una persona capace di stare nel mondo. «Buoni cristiani e onesti cittadini», diceva. Persone capaci di pensare, scegliere, costruire relazioni, assumersi responsabilità, scoprire la propria vocazione.

Per questo la scuola è prima di tutto una scuola di vita.

Dietro ogni banco, infatti, c’è una persona. Il compagno che ti è simpatico e quello con cui fai fatica. L’amico con cui condividi tutto e la persona che forse non hai ancora avuto il coraggio di conoscere davvero. Ci sono insegnanti appassionati e altri con cui servirà un po’ più di pazienza. Ci sono incontri che dureranno qualche mese e altri che, senza saperlo, potrebbero accompagnarti per tutta la vita.

Imparare a stare a scuola significa allora anche imparare a stare con gli altri. Ascoltare. Parlare. Chiedere scusa. Collaborare. Accettare che qualcuno la pensi diversamente. Accorgersi di chi rimane indietro.

E poi ci sono le idee. Dentro un libro di storia non ci sono soltanto date da ricordare: ci sono uomini e donne che hanno preso decisioni, commesso errori, cambiato il mondo. Dentro una pagina di letteratura ci sono domande che esseri umani vissuti secoli fa si sono posti e che, sorprendentemente, sono ancora le nostre. Dentro una formula di fisica o un problema di matematica c’è il tentativo di comprendere la realtà. Dentro una lingua straniera c’è un modo diverso di vedere il mondo.

Studiare, allora, non significa semplicemente mandare a memoria qualcosa fino al giorno dell’interrogazione. Studiare significa guardare. Guardare quello che gli uomini hanno scoperto prima di noi e domandarsi che cosa possiamo scoprire noi. Guardare un problema e provare a risolverlo. Guardare una pagina difficile e non arrendersi subito. Guardare una domanda e avere il coraggio di dire: «Non lo so».

Forse è proprio questa una delle frasi più belle con cui cominciare un anno scolastico: non lo so, ma voglio capire. È molto diversa da un’altra logica che spesso accompagna la scuola: devo dimostrare quanto valgo. Essere il migliore. Prendere il voto più alto. Non sbagliare mai. Far vedere che sono capace.

La curiosità funziona al contrario. Parte dall’umiltà. Riconosce che davanti a noi esiste una realtà molto più grande di ciò che già conosciamo. E proprio per questo viene voglia di esplorarla.

La scuola può diventare allora un luogo straordinario di libertà: non perché tutto sia facile o piacevole, ma perché ogni giorno ci viene consegnata una piccola parte di mondo da conoscere. E mentre conosciamo il mondo, lentamente conosciamo anche noi stessi.

Scopriamo cosa ci appassiona. Scopriamo dove facciamo fatica. Scopriamo di avere talenti che non conoscevamo e limiti che dobbiamo imparare ad accettare. Scopriamo come reagiamo davanti a un fallimento, a un voto basso, a una soddisfazione inattesa, a un conflitto.

Anche il corpo va a scuola. Con la stanchezza, l’ansia prima di un’interrogazione, l’entusiasmo per una cosa riuscita, la noia di alcune mattine, il batticuore per qualcuno incontrato nel corridoio. Non siamo teste che trasportano uno zaino da un’aula all’altra. Siamo persone intere. Mente, corpo, emozioni, relazioni, desideri, spirito. Forse essere studenti significa proprio imparare, poco alla volta, a tenere insieme tutto questo.

Don Bosco avrebbe probabilmente ricordato che dentro questo cammino c’è anche Dio. Non come una materia in più da aggiungere all’orario, ma come Colui che abita la nostra ricerca. Dentro una domanda autentica, dentro il desiderio di verità, dentro una relazione che cresce, dentro la fatica di ricominciare dopo un errore.

Per questo, entrando in classe in questi giorni, potrebbe valer la pena provare a cambiare domanda. Non soltanto: «Che voto prenderò quest’anno?». Ma: «Che persona potrò diventare?». Perché alla fine dell’anno resteranno certamente pagelle, verifiche, esercizi, formule e pagine sottolineate. Ma la parte più importante forse non comparirà in nessun registro elettronico. Sarà ciò che avremo imparato sulla vita. E su noi stessi.

Versione app: 3.66.1 (3e990aa7)