Dopo l’attenzione viene la dedizione: scegliere di esserci anche quando l’entusiasmo del primo giorno si è affievolito.
Ludovic Delot
Il primo giorno è facile arrivare con voglia di fare. Si preparano i giochi, si conoscono i ragazzi, si torna a casa con la sensazione di aver vissuto qualcosa di bello. Più difficile è esserci il mercoledì successivo, quando si è stanchi, piove e c’è una verifica da preparare. Eppure, per un ragazzo che aspetta quel pomeriggio, trovare ancora l’animatore con cui ha parlato la settimana prima può significare molto.
La dedizione si riconosce anche da qui: dal tornare. Da una presenza che, incontro dopo incontro, permette di conoscersi e di fidarsi. A volte un ragazzo racconta quello che gli sta a cuore solo dopo molte partite giocate insieme, molte chiacchierate apparentemente senza importanza, molti saluti scambiati all’uscita.
Nel Vangelo di Giovanni, prima di raccontare la lavanda dei piedi, l’evangelista scrive che Gesù, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Sono parole che preparano un gesto sorprendente. Gesù si alza da tavola, prende un asciugamano e lava i piedi ai discepoli. Conosce le loro esitazioni e sa che stanno per arrivare ore difficili. Proprio allora sceglie di prendersi cura di loro.
Pietro fa fatica ad accettarlo. Vorrebbe forse un Maestro che rimanga al suo posto, mentre Gesù si china davanti a lui. Ma in quel gesto Gesù mostra ai discepoli come amarli e come potranno amarsi tra loro: «Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15).
Anche noi impariamo la dedizione da qualcuno che si è preso cura di noi. Pensiamo a un educatore che si è ricordato di una nostra difficoltà, a un’amica che ci ha cercati dopo una giornata storta, a un adulto che ha mantenuto la parola data. Quei gesti ci hanno aiutato a crescere proprio perché non erano isolati. Dicevano: puoi contare su di me.
Don Bosco ha fatto della dedizione ai giovani una scelta di vita. È una parola grande, che nelle nostre case prende forma in impegni molto ordinari: preparare bene un’attività, arrivare in orario, conoscere i ragazzi per nome, tornare a parlare con chi ci aveva confidato una preoccupazione. Sono attenzioni che chiedono tempo.
La relazione educativa cresce quando trova persone disposte a offrirlo con generosità.
Chi si dedica agli altri, però, ha bisogno a sua volta di essere sostenuto. Un animatore può dire che in un periodo di esami farà meno attività. Un educatore può chiedere a un collega di accompagnare con lui una situazione complessa. Un gruppo può distribuire meglio gli incarichi, perché ciascuno abbia anche il tempo di studiare, riposare e coltivare le proprie relazioni. La dedizione diventa più salda quando è condivisa.
C’è poi una parte della lavanda dei piedi che possiamo dimenticare: Pietro deve lasciarsi lavare. Per prenderci cura degli altri, anche noi dobbiamo saper ricevere. Accettare un aiuto, ascoltare un consiglio, affidare a qualcuno la nostra fatica. Perfino chi è abituato a essere sempre disponibile può aver bisogno che gli venga chiesto: «Tu come stai?».
Questa settimana, la proposta è semplice: pensiamo a un impegno preso con qualcuno. Può essere un ragazzo che abbiamo promesso di richiamare, un incontro al quale abbiamo detto che saremmo andati, un amico al quale vogliamo dedicare tempo. Proviamo a mantenere quella promessa, anche se è piccola. La fiducia cresce così, un gesto dopo l’altro.
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Per i giovani: chi è una persona sulla quale sai di poter contare? Come te lo ha fatto capire?
Per gli educatori: quali impegni possiamo custodire con continuità, aiutandoci a vicenda quando la fatica si fa sentire?
Per approfondire: la scheda «Dedizione» e la proposta pastorale «Segni del suo amore».
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