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Prefazione

Quanto a me che scrivo, non saprei figurarmi di essere altro che paziente filugello, intento anima e corpo a fabbricare la mia parte del gran bozzolo, dal quale altri un giorno filerà la seta, con cui tessere al nostro Fondatore e Padre un manto di gloria.


Prefazione

da Memorie Biografiche

del 07 dicembre 2006

 Il Santo Padre Pio XI, in una privata udienza del 29 aprile scorso, raccomandò allo scrivente che nelle Memorie Biografiche di Don Bosco Facesse largo posto alla documentazione. - Possono avere, disse il Papa, quanto valore si voglia le osservazioni dell'autore; ma l'importanza vera sta nei documenti. Questi più di qualsiasi altra cosa gioveranno ai Posteri e saran da loro ricercati. - Parole che sonavano approvazione incondizionata e autorevolissima al metodo finora seguìto e che animavano a insistervi fino ad opera compiuta. Nulla dunque verrà mai sottratto alle esigenze dei presenti e futuri studiosi, che valga comunque a documentare una vita così complessa e così interessante. Appunto perché nulla vada perduto, giacché occasioni impreviste recano spesso a nostra conoscenza documenti ignorati di tempi anteriori, si é presa fin da principio la risoluzione di accantonare simili documenti in apposite appendici alla fine dei singoli volumi.

Far largo ai documenti é inondare di luce sempre più smagliante la figura di Don Bosco; dallo studio imparziale di questo tormentato biennio ne avranno i lettori novella prova. Altrettanto purtroppo non si può asserire de' suoi oppositori; ma l'ora è scoccata, che segna il termine di longanime ed eroica attesa. Don Bosco infatti nei momenti delle massime contraddizioni soleva ripetere: - Pazienza! A suo tempo conosceranno tutti; a suo tempo Dio farà capire tutto. - Questo tempo di piena comprensione ecco che oggi é venuto.

Sui documenti, poiché se ne porge il destro, vi é qualche cosa da aggiungere. Nella vita di Don Bosco la questione dei documenti si presenta sotto un aspetto che ha bisogno di essere illustrato alquanto, affinché col volgere degli anni non sorgano ostacoli che paiano insormontabili a storici competenti e coscienziosi.

Molti fatti di Don Bosco oggi per noi sono certi; ma quando in avvenire se ne vorrà fare l'accertamento con criteri storici, mancheranno documenti veri e propri per suffragarne la storicità. La certezza loro deriva da una circostanza poco o nulla avvertita finora, perché, non sentendosi la necessità di richiamarla all'attenzione, vi si passava ordinariamente sopra. Noi sappiamo che Don Bosco in private conversazioni e non di rado anche in pubbliche adunanze amava narrare vicende occorsegli durante il non breve periodo anteriore all'assetto definitivo dell'Oratorio. Questi richiami si fecero più rari col tempo; ma non furono mai smessi del tutto. Così in questo stesso volume vedremo com'egli raccontasse durante un solenne trattenimento in Francia il famoso episodio del manicomio e come ripetesse nella casa di S. Benigno a Don Barberis la narrazione di altri accidenti accadutigli tanti anni addietro. Orbene, mentre nel primo caso le sue parole furono affidate all'aria e alla memoria dell'uditorio, nel secondo vennero dal suo interlocutore fissate sulla carta e conservate . Se più sovente si fosse fatto a questo modo, oggi la documentazione di avvenimenti remoti non sarebbe così scarsa, come forse lamenteranno i posteri. Tuttavia simili narrazioni o confidenze più e più volle ripetute crearono una tradizione che corse vivace sotto il controllo immediato di quanti erano in grado di segnalarne eventuali deviamenti, appellandosi magari a Don Bosco in persona. A questa fonte attinse largamente Don Lemoyne senza preoccuparsi troppo di cercar appoggio in quegli amminicoli, che ne guarentissero o ne mettessero in vista l'attendibilità agli occhi dei lontani. Ecco un punto che si deve tenere ben presente nel leggere i suoi ponderosi nove volumi. Fino agli ultimi decenni, viventi ancora testimoni diretti o comunque autorevoli della tradizione, i suoi racconti si sono accettati con serena fiducia nell'informazione e nell'onestà dell'autore; ma non sarà sempre così. Tempo verrà che lettori estranei alla descritta atmosfera vorranno andare a fondo allora pertanto, prima di scartare un fatto da lui narrato od anche qualche particolare notevole di un fatto, sarà da porre ben mente alle peculiari circostanze ambientali in cui il bravo scrittore condusse avanti l'opera sua.

Scendiamo un po' al concreto. Sia, per esempio, il notissimo episodio della Generala. Chi visse ai tempi di Don Bosco o sentì ancora nella trasmissione orale l'influsso dell'autentica narrazione primitiva, vi aggiusta fede senza la menoma esitanza; ma generatio praeterit et generatio advenit e da coloro che questo tempo chiameranno antico , non si sospetterà di leggenda? Diranno: - Da solo, condurre fuori dal penitenziario e ricondurvi dentro alcune centinaia di corrigendi, senza guardie di scorta e senza che neppur uno se la svignasse , é certo un miracolo di efficacia pedagogica. Di un avvenimento cotanto straordinario avran parlato i giornali d'allora e sarà rimasta memoria negli archivi della casa correzionale. - Ma chi si desse a cercare, non verrebbe a capo di nulla: silenzio nella stampa, nessuna traccia negli archivi. Dirò di più: non troverebbe nemmeno un documento sicuro per precisare l'anno del fatto. Già nel 1882 pratiche per appurare quella data andarono a vuoto. Non si sa con esattezza chi conducesse l'indagine, di cui ci fornisce la prova una lettera scritta da Stupinigi. A un sacerdote di là che risponde così al suo richiedente: “Con mio rincrescimento debbo ripeterle che vane furono le mie ricerche intorno al tempo che i birichini della Generala vennero qua accompagnati dalla carità del Sig. Don Bosco. Andai anche a domandare al Sig. Curato di Mirafiori, il più anziano in questi dintorni. Egli ricorda benissimo il fatto ma non sa dire l'anno ”. Evidentemente non se ne ricordava più bene neanche Don Bosco; altrimenti non sarebbe stato necessario fare indagini lontano dall'Oratori. Meno male che qui abbiamo la testimonianza di uno, il quale di scienza propria conferma la verità del fatto, unico documento scritto di qualche autorità finora sul celebre avvenimento.

Questa mancanza di documenti che potrà mettere nelle angustie gli storici di là da venire produce già i suoi effetti in storici dell'età nostra. Da più parti ci si domanda: - Il Soderini che nel primo volume della sua Vita di Leone XIII riferisce tante minute particolarità intorno ai preparativi del Conclave, da cui uscì eletto quel Pontefice, come mai non ha un cenno sui passi di Don Bosco presso Crispi, Ministro dell'Interno, e presso Mancini guardasigilli? - La ragione é semplicissima: il biografo non rinvenne documenti su questo proposito. La missione di Don Bosco si svolse in forma tutta confidenziale e puramente orale, senza la menoma ombra di ufficialità. La ebbe probabilmente dal cardinale Di Pietro, che quale decano del Sacro Collegio si dovette occupare subito e molto della questione circa il luogo del prossimo Conclave. A lui il Mancini erasi affrettato, é vero, a indirizzare una lettera riservatissima, e resa ora di pubblica ragione dal Soderini, per assicurare l'Eminentissimo che il Governo Italiano non avrebbe ostacolato in Roma la libertà del Sacro Collegio; ma questa lettera non rendeva inutile l'azione di Don Bosco. Infatti il Cardinale, che non poteva ignorare come il Crispi nella discussione sulla legge delle guarentige avesse in pieno Parlamento sostenuto la necessità per le autorità italiane d'invigilare il Conclave, non poteva neppure non sentire la convenienza di esplorarne ben bene l'animo e così accertarsi se il pensiero reale del Governo rispondesse effettivamente alle assicurazioni date per iscritto. Ora a conseguire l'intento non c'era persona più adatta di Don Bosco. Il Cardinale, che ne conosceva l'abilità e la prudenza da quando, Vescovo di Albano, aveva trattato con lui per quelle scuole, ma condivideva pure le idee conciliative circa i rapporti possibili fra la Santa Sede e lo Stato Italiano per il bene delle anime.

Così rimane risposto anche a un dubbio espresso dal Mollat nel suo pregevolissimo volume sulla Questione Romana. Esaminando egli un articolo del nostro Don Auffray (1) sulla condotta di Don Bosco durante il periodo del Risorgimento italiano, nel toccare di questo punto conclude che i documenti pubblicati dal nipote di Crispi sembrano infirmare la versione salesiana . Da quei documenti si apprende che, appena morto Pio IX, il Mancini propose al Presidente del Consiglio De Pretis l'invio di una lettera privata per dare assicurazioni che impedissero di portar il Conclave fuori di Roma . Ma una cosa non esclude l'altra per le ragioni detto di sopra. Méfiance, mére de súreté! Presso di noi l'attività di Don Bosco in quel senso fu ritenuta fin d'allora come un fatto certissimo, la cui notizia provenne in parte da Don Berto, compagno a Don Bosco in Roma nel 1878, e in parte da confidenze di Don Bosco medesimo; onde Don Lemoyne ce ne lasciò memoria nella forma sua abituale, di cui si avrà a discorrere fra breve.

Un altro caso. Il Soderini nel suo secondo volume, parlando dei denegati Exequatur ai Vescovi italiani, scrive: “ Così il cardinale Parocchi, uomo di grande cultura, nominato Arcivescovo di Bologna, rimase cinque anni ad attendere l'Exequatur e malgrado le ripetute insistenze di due Senatori, uno dei quali il Pépoli, e le istanze delle autorità civili di Bologna, non si poté ottenere nulla, di guisa che, per impedire mali maggiori, il Cardinale dovette dimettersi e venire a dimorare a Roma ”. Orbene anche di questo affare, come possono ricordare i lettori , Don Bosco ebbe a occuparsi, e per diretto incarico della Santa Sede. Egli fece del suo meglio tanto a Roma che a Bologna per vincere le resistenze; ma del suo lavorío si conserverà forse qualche traccia in relazioni del Cardinale presso la Segreteria di Stato: certo é però che per conto di Don Bosco il tutto procedette ore tenus, e oralmente se ne trasmisero alcuni particolari, di cui al suo solito Don Lemoyne prese nota.

Come per i due accennati, così anche per tanti altri casi Don Lemoyne, nel preparar materiali di lavoro, non si lasciava sfuggire occasione per procacciarsi testimonianze, che gli arrecassero utili contributi alle ideate Memorie Biografiche, appuntando il tutto diligentemente e riponendo. Vivono ancora testimoni, i quali affermano che con tali appunti alla mano interpellava a volte anche Don Bosco su circostanze da chiarire o su dati da completare . Poi circa trent'anni fa, coordinando

questi promemoria con documenti d'archivio, diede ogni cosa segretamente a comporre nella tipografia di S. Benigno Canavese, contentandosi di trarre dalla composizione soltanto un piccol numero di copie e a mo' di semplici bozze. Disgraziatamente però non ebbe cura di autenticare né di conservare i suoi propri originali; ma, ricevuti dal proto gli stamponi, si sbarazzava delle carte, dove con le raccolte informazioni aveva indicate le relative provenienze. Qualche suo autografo di questo genere é rimasto, ma per cose comunicate dopo le riproduzioni tipografiche e non peranco da lui utilizzate nella sua storia. Così operando, egli faceva a fidanza con i suoi confratelli, per i quali principalmente scriveva, non prospettandosi punto l'eventualità che estranei o posteri potessero mostrarsi di men facile contentatura. Nell'usare pertanto di quelle stampe non bisogna per i casi anzidetti esigere altra garanzia di credito all'infuori dell'indiscutibile intelligenza e onestà di chi ce le ha ammannite.

Fu buona ventura che i processi apostolici per la causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio fossero intrapresi, possiamo ben dire, quasi subito dopo la sua morte; onde vi si succedono numerosi testimoni oculari e auricolari di prim'ordine, le cui deposizioni giurate contengono copiosi elementi di raffronto, quando si vogliano verificare i racconti del Biografo.

Un altro provvidenziale sussidio é venuto in soccorso nella compilazione degli ultimi volumi, un bel gruppo cioè di documenti che gettano molta luce sulle vertenze sorte fra il nostro Beato Padre e un Ordinario torinese. Più volte i lettori hanno trovato a pié di pagina la nota che di qualche documento l'originale era in possesso del teologo Franchetti di Torino. Questo distinto ecclesiastico ebbe una bellissima fortuna. Morto che fu il canonico Chiuso, segretario particolare di monsignor Gastaldi e suo erede, ne acquistò per mille lire la biblioteca, dove in mezzo ai libri scoperse un pacco di lettere e manoscritti riferentisi alle note divergenze. Intuì egli subito qual partito potesse trarre da sì buona preda, quando fosso giunto il tempo opportuno di preparare una monografia intorno all'interessante argomento; pure con generosità superiore ad ogni elogio ci permise non solo di prenderne visione, ma di copiare tutto quello che credessimo utile. Del che riceva da queste pagine pubbliche grazie. Senza l'aiuto di tale documentazione non sarebbe stato possibile lumeggiare, come i lettori vedranno, la fase estrema dell'angosciosa controversia.

Quanto a me che scrivo, non saprei figurarmi di essere altro che paziente filugello, intento anima e corpo a fabbricare la mia parte del gran bozzolo, dal quale altri un giorno filerà la seta, con cui tessere al nostro Fondatore e Padre un manto di gloria.

 

 

 

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