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Non ti amo più. È finita.

Come può finire tutto così, senza guardarci negli occhi, senza discutere, se ci sono problemi, senza cercare di risolverli...


Non ti amo più. È finita.

del 16 aprile 2015

 

 

Prof, posso parlarle?, mi dice A., diciassette anni e mezzo. Ci sediamo un po’ appartate. Tiene lo sguardo basso. Deve essere il peso di quel che ha nella testa e nel cuore, a trascinarla giù.

 

Legga qua, mi dice porgendomi il cellulare. Non ti amo più. È finita.

 

Lui si chiama M., ha un paio d’anni più di lei. Si erano visti domenica, pochi giorni fa, ma era tutto normale, era come sempre. Non abbiamo fatto baruffa, non mi ha detto niente, non mi ha fatto capire niente… Prof, io lo amo; anche lui, diceva… Come può finire tutto così, senza guardarci negli occhi, senza discutere, se ci sono problemi, senza cercare di risolverli. Quasi un anno insieme a prometterci amore eterno, poi un sms per dire fine, ognuno per la sua strada, non mi interessi più.

 

A. mi fa riflettere. Non è la prima e non sarà l’ultima a raccontarmi il suo dolore se/quando le cose importanti della vita vengono consegnate a un mezzo (un sms, whatsapp, facebook…) e il virtuale ingoia la realtà, o la deforma, o diventa un muro invalicabile che separa la mia dalla tua vita.

 

Vale per le foto private che, postate in rete, private non sono più (e chi l’ha detto che mi va bene che la mia faccia, o quell’espressione, o quel momento “mio”, o “nostro”, diventi di tutti, per tutti?)

 

Vale quando a “C’è posta per te”, un nome tra tanti, le storie personali, personalissime, diventano di pubblico dominio e – vere o finte che siano – tu che sei a casa ti chiedi come sia possibile che Tizia dica prima alla tivù che ai diretti interessati, che quel figlio lì non è figlio di suo marito, o che si è innamorata di un altro uomo, o che ha deciso di andarsene per sempre di casa...

 

Vale per la storia che mi ha raccontato un amico sacerdote. Alla fine della Messa, la domenica delle Palme, al momento degli avvisi ha chiesto ai fedeli presenti di essere vigili. Ha fatto cenno alla legge contro l’omofobia, a quella sulle unioni di fatto e sulla stepchild adoption, all’introduzione dell’ideologia gender nelle scuole e ha esortato i parrocchiani a non voltare la faccia, come se queste tematiche non riguardassero tutti. Mica è stato uno sfizio, il suo! Nel chiedere ai fedeli un impegno, ha fatto riferimento al recente discorso di papa Francesco a Napoli, quando ha definito il gender «uno sbaglio della mente umana che fa tanta confusione», e alla «dilagante colonizzazione da parte della cosiddetta teoria del gender», come ha detto il cardinal Bagnasco nella prolusione alla Conferenza episcopale italiana.

 

In chiesa, una donna non deve aver apprezzato. Ma non ha aspettato la fine, non si è avvicinata al sacerdote per chiedere chiarimenti, per cercare di capire il senso di quelle parole, eventualmente per comunicargli il suo dissenso o il suo dolore. No. E’ uscita ed è corsa alla tastiera. Giù una lettera rabbiosa al giornale (e alla Diocesi, e al sindaco…), per denunciare forma e sostanza delle parole del parroco. Tutto affidato alla carta. Un filtro, ancora. Ancora senza guardarsi negli occhi. Ancora senza dirsi le cose in faccia, senza porsi domande, senza cercare di capirsi.

 

Comunque la si pensi, non è progresso, questo. Non stiamo diventando più forti né più umani. Non M., se non sa dire ad A. cosa prova il suo cuore, la fatica che sta facendo. Non si gioca con le persone e con i sentimenti. Non si getta la spugna così.

 

Non gli uomini e le donne che non sono più capaci di lavare i panni sporchi in casa e preferiscono “condividere” i loro grovigli interiori sotto i riflettori, di fronte a sconosciuti, o nei social, disperdendo nell’etere la propria voce, la propria (piccola) verità, evitando ogni contraddittorio.

 

Non la signora che – compagna di una donna che all’estero si è sottoposta alla fecondazione eterologa e ha messo al mondo un figlio privandolo del padre, e vorrebbe si parlasse per loro di “famiglia” e vorrebbe essere pure lei madre di quel figlio non suo, anche se la legge non lo consente – si è evidentemente sentita toccata nel vivo dalle parole del sacerdote (che poi sono quelle del papa e della Chiesa tutta), ma non è andata da lui: ha girato i tacchi e in quella lettera ha voluto mettere nero su bianco la “sua” verità. Come il cristianesimo fosse roba da supermercato, roba da de gustibus. Prêt-à-porter.

 

Non è progresso, questo: non ci rende più umani.

 

Chiusi nel bozzolo del nostro egocentrismo e convinti che ogni desiderio debba diventare realtà (legge, magari), tra un selfie e l’eco delle nostre parole, innamorati come Narciso della nostra (presunta) bellezza, bontà, verità… faremo la sua stessa, ingloriosissima fine.

 

 

Luisella Saro

http://www.culturacattolica.it

 

 

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