L'amore non fa paura

Nella Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, impariamo a riconoscere la differenza tra amore e possesso. Perché una relazione autentica non controlla, non umilia e non toglie la libertà.

Orhan Pergel Orhan Pergel

«Con chi sei?»
Il messaggio arriva mentre sei fuori con gli amici. Rispondi, ma dopo pochi minuti ne arriva un altro.
«Perché non mi hai detto che c'era anche lui?»
Poi una chiamata. E un'altra ancora. Alla fine mandi una fotografia per dimostrare dove ti trovi e con chi stai trascorrendo la serata.

Non è la prima volta. Ormai hai imparato che, per evitare discussioni, è meglio avvisare prima di uscire, spiegare ogni spostamento e rispondere immediatamente ai messaggi. Hai anche smesso di frequentare alcune persone, perché ogni volta diventava un problema.
Quando provi a parlarne, la risposta è sempre la stessa: «Lo faccio perché ti amo».
Ma è davvero amore quello che ti costringe a giustificare continuamente la tua vita?

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita dalle Nazioni Unite per richiamare l'attenzione su una delle più gravi violazioni dei diritti umani.
La data ricorda le sorelle Mirabal, tre donne della Repubblica Dominicana assassinate il 25 novembre 1960 per la loro opposizione alla dittatura di Rafael Trujillo. La loro storia è diventata un simbolo della lotta contro la violenza e dell'impegno per la dignità e la libertà delle donne.

Non tutte le relazioni che fanno male iniziano con un gesto apertamente violento.
A volte, all'inizio, ci sono attenzioni che sembrano particolarmente romantiche. Una persona vuole sapere sempre dove siamo, con chi parliamo e che cosa facciamo. Ci scrive continuamente, desidera trascorrere ogni momento insieme e sembra non sopportare nemmeno una breve distanza.
Possiamo interpretare questi comportamenti come la dimostrazione di un sentimento molto forte.
Ma esiste una differenza profonda tra desiderare di stare vicino a qualcuno e pretendere di controllarne la vita.
In una relazione sana possiamo raccontare ciò che facciamo perché desideriamo condividere la nostra giornata, non perché dobbiamo rendere conto di ogni movimento.

Possiamo provare gelosia, insicurezza o paura di perdere una persona. Sono sentimenti che possono emergere nelle relazioni e che non ci rendono automaticamente violenti. Ma ciò che conta è il modo in cui scegliamo di affrontarli.
L'amore non trasforma una persona in una proprietà.
Eppure alcune espressioni continuano a essere considerate romantiche: «Sei soltanto mia», «Non posso vivere senza di te», «Se mi ami davvero, devi dimostrarmelo».

Quando sentiamo parlare di violenza contro le donne, pensiamo immediatamente alle aggressioni fisiche e ai femminicidi.
Sono realtà drammatiche, che richiedono attenzione, prevenzione e risposte adeguate da parte delle istituzioni.
Ma non possiamo aspettare che una relazione diventi fisicamente violenta per riconoscere comportamenti pericolosi.
La violenza psicologica può manifestarsi attraverso insulti ripetuti, svalutazioni, minacce e tentativi di isolamento. Può portare una persona a dubitare continuamente di sé stessa, a sentirsi inadeguata o a credere di non poter prendere decisioni senza l'approvazione del partner.

Una relazione può attraversare momenti difficili senza diventare violenta. Ma quando uno dei due comincia a vivere nella paura delle reazioni dell'altro, quella paura deve essere presa sul serio.

Nelle relazioni tra adolescenti e giovani, il mondo digitale ha assunto un ruolo sempre più importante.
Messaggi, fotografie, videochiamate e social permettono di rimanere in contatto anche quando siamo lontani. Possono aiutare a condividere momenti della giornata, raccontarsi e sentirsi vicini.
Ma gli stessi strumenti possono diventare mezzi attraverso i quali esercitare controllo.
Pretendere la password del telefono, controllare con chi una persona conversa, obbligarla a condividere la posizione o chiedere continuamente fotografie per verificare dove si trovi non sono dimostrazioni necessarie di fiducia.
Spesso raccontano proprio il contrario: l'incapacità di rispettare la libertà dell'altro.

La fiducia si costruisce attraverso il rispetto, la sincerità e la capacità di riconoscere che anche chi amiamo conserva uno spazio personale.
Se una persona ci vuole bene, non dovrebbe costringerci a scegliere tra la relazione e la nostra libertà.

Il 25 novembre non può diventare soltanto una giornata nella quale invitiamo le ragazze a riconoscere i pericoli e a difendersi.
È necessario rivolgersi anche ai ragazzi.
Per troppo tempo abbiamo affrontato la violenza concentrandoci soprattutto sui comportamenti che le potenziali vittime dovrebbero adottare: fare attenzione, evitare alcune situazioni, riconoscere i segnali, chiedere aiuto.
Sono indicazioni che possono essere utili, ma non bastano.
La responsabilità della violenza appartiene a chi la compie, mai a chi la subisce.
Per questo l'educazione deve interrogare anche il modo in cui i ragazzi imparano a vivere le relazioni affettive, a gestire le emozioni e a confrontarsi con il rifiuto.
Come reagiamo quando qualcuno ci dice di no? Come affrontiamo una separazione? Che cosa pensiamo della libertà della persona che amiamo?
La fine di una relazione può provocare dolore, rabbia, tristezza e smarrimento. Sono emozioni che meritano di essere riconosciute e affrontate.
L'altra persona ha il diritto di scegliere se continuare una relazione, anche quando quella decisione ci fa soffrire.

Nel Vangelo incontriamo continuamente persone che Gesù guarda con rispetto, anche quando gli altri le giudicano o le escludono.
Un episodio particolarmente significativo è l'incontro con la donna samaritana al pozzo, raccontato nel quarto capitolo del Vangelo di Giovanni.
Gesù le rivolge la parola in un contesto nel quale le differenze religiose e sociali rendevano quell'incontro tutt'altro che scontato.
Non la tratta come qualcuno da umiliare. Non la riduce alla sua storia personale. Entra in dialogo con lei, ascolta le sue domande e le offre la possibilità di riconoscere una verità più profonda sulla propria vita.
La donna non rimane prigioniera del giudizio altrui.
Diventa una persona capace di parlare, scegliere e testimoniare ciò che ha incontrato.

Gesù non costruisce legami attraverso la paura. Non costringe le persone a seguirlo, non utilizza l'umiliazione per ottenere obbedienza e non considera nessuno una proprietà.
Invita, incontra, propone e lascia spazio alla libertà.
Anche l'amore cristiano deve misurarsi con questo criterio.
Non possiamo chiamare amore un comportamento che cancella la dignità di una persona.
Non possiamo utilizzare il linguaggio del sacrificio per chiedere a qualcuno di sopportare violenze o umiliazioni.
E non possiamo confondere il perdono con l'obbligo di rimanere in una relazione pericolosa.

Perdonare, quando e se una persona arriverà liberamente a farlo, non significa rinunciare alla propria sicurezza o cancellare la responsabilità di chi ha commesso violenza.
La fede non chiede di restare dove si viene feriti.
La dignità della persona non è negoziabile.

Per Don Bosco non bastava che i ragazzi fossero amati. Era necessario che si accorgessero di essere amati.
Ma l'amorevolezza non era un modo per ottenere il controllo sui giovani o per legarli a sé attraverso una dipendenza affettiva.
Era una relazione educativa capace di generare fiducia, responsabilità e libertà.
Don Bosco desiderava che ogni ragazzo crescesse scoprendo il proprio valore e imparando a costruire relazioni buone con gli altri.
Nel Sistema Preventivo, ragione, religione e amorevolezza si sostengono reciprocamente. L'affetto non può essere separato dalla ragione, dal rispetto e dalla responsabilità.

Questa intuizione può aiutarci anche nell'educazione affettiva.
Voler bene a qualcuno non significa decidere al suo posto, controllarne ogni scelta o impedirgli di crescere.
Significa accompagnarlo, rispettare la sua libertà e desiderare sinceramente il suo bene.
È una distinzione importante anche per gli adulti.
Un educatore, un genitore o un animatore non può insegnare il rispetto attraverso l'umiliazione. Non può parlare di amore se utilizza la paura come principale strumento per ottenere obbedienza.
I giovani imparano molto osservando le relazioni che vivono attorno a loro.
Imparano da come gli adulti discutono, da come affrontano i conflitti, da come riconoscono i propri errori e da come trattano le persone dalle quali ricevono un rifiuto.

Educare alle relazioni rispettose significa allora costruire ambienti nei quali nessuno debba aver paura di esprimere un'opinione, stabilire un limite o chiedere aiuto.
Anche l'oratorio può diventare un luogo importante per questa educazione.
Non attraverso lezioni astratte sull'amore perfetto, ma creando occasioni di dialogo nelle quali ragazzi e ragazze possano parlare delle proprie esperienze, riconoscere comportamenti sbagliati e imparare a vivere le relazioni con maggiore responsabilità.
Una persona che vive una relazione violenta può incontrare molte difficoltà prima di riuscire a chiedere aiuto.
Può avere paura delle conseguenze, sentirsi in colpa, sperare che l'altro cambi o temere di non essere creduta.
Qualche volta continua a provare affetto per la persona che la ferisce.

Dall'esterno può essere difficile comprendere perché non riesca ad allontanarsi. Ma giudicarla o rimproverarla non aiuta.
Frasi come «Perché non lo lasci?» o «Io al tuo posto me ne sarei andata subito» rischiano di aggiungere vergogna a una situazione già dolorosa.
La domanda più importante dovrebbe essere un'altra: «Come posso aiutarti a essere al sicuro?».
Ascoltare senza giudicare, prendere sul serio ciò che viene raccontato e accompagnare verso persone competenti sono passi fondamentali.

In Italia è attivo il 1522, il numero nazionale antiviolenza e antistalking, gratuito e disponibile ventiquattr'ore su ventiquattro. È possibile ricevere informazioni e sostegno anche attraverso la chat sul sito ufficiale. In caso di pericolo immediato, occorre chiamare il 112.
Per un adolescente, il primo passo può essere rivolgersi a un genitore affidabile, a un insegnante, a un educatore o a un'altra persona adulta capace di aiutarlo a trovare il sostegno necessario.
Non bisogna affrontare tutto da soli.

La prevenzione della violenza richiede un lavoro educativo continuo, capace di coinvolgere famiglie, scuole, oratori, istituzioni e gruppi giovanili.
Richiede di mettere in discussione parole e comportamenti che abbiamo imparato a considerare normali.
Richiede di educare i ragazzi a riconoscere le proprie emozioni senza trasformarle in strumenti per dominare gli altri.
Richiede di insegnare che il rispetto non è una concessione e che la libertà della persona amata non è una minaccia.
Soprattutto, richiede di cambiare il modo in cui immaginiamo l'amore.
Una relazione autentica è una relazione nella quale si può essere sinceri senza temere continuamente la reazione dell'altro.
Nella quale si possono esprimere opinioni differenti, discutere senza umiliarsi e affrontare le difficoltà senza ricorrere alle minacce.
Nella quale ciascuno può continuare a crescere.
L'amore non elimina ogni sofferenza. Anche le relazioni più belle attraversano incomprensioni, delusioni e momenti difficili.
Ma non dovrebbe mai trasformare la paura in una condizione abituale della vita.

Possiamo cominciare oggi, dalle parole che usiamo, dai limiti che rispettiamo e dal modo in cui reagiamo quando qualcuno non fa ciò che desideriamo.
Perché l'amore non si misura dal controllo che riusciamo a esercitare su una persona.
Si riconosce dalla libertà che sappiamo rispettare.

E tu, nelle relazioni che vivi o che osservi attorno a te, quali comportamenti vengono chiamati amore anche quando assomigliano di più al controllo? Abbiamo il coraggio di riconoscere la differenza?

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