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«Io vescovo con il fischietto nel cassetto»

In questa intervista si scopre che il vescovo di Saint Etienne, Dominique Lebrun, ha avuto un passato da arbitro. E ragiona sulle similitudini tra l'attività di un tempo e il suo ministero di oggi.


«Io vescovo con il fischietto nel cassetto»

del 03 luglio 2014

 

 

 

 

Perché ha scelto di fare l'arbitro? E quali frutti spirituali le ha portato questa pratica sportiva?

 

«Nel 1985 ho deciso di diventare arbitro di calcio dopo aver ascoltato alla radio un annuncio della federazione francese. Cercavano arbitri e io avevo voglia di riprendere un'attività sportiva. Per di più ho sempre amato il calcio. Ho scoperto quale sfida rappresenti ogni singola partita. L'arbitro stesso deve conquistarsi ogni singola partita facendo in modo che si svolga secondo le regole e nello spirito dello sport. Ogni settimana decine di migliaia di arbitri rendono un autentico servizio sociale ai ragazzi, ai giovani e agli adulti. Se c'è una dimensione spirituale è quella generata dallo spirito di servizio e dalla gioia di vivere dei bei momenti di comunione».

 

Quando arbitrava delle partite qual era il suo stato d'animo di fronte alle tensioni o a eventuali episodi di violenza?

 

«Sono stato un giocatore. So che cosa significhi giocare con passione. L'eccesso di tensioni e la violenza talvolta nascono proprio dalla passione per il gioco. L'arbitro deve dare l'esempio applicando le regole in maniera pacata. Può anche smorzare moti di collera o azioni violente con uno sguardo, un sorriso, dei gesti ben calibrati o qualche semplice parola. Arriva anche a comprendere che a volte la violenza viene da più lontano, dal contesto sociale. Mi dicevo quindi che c'era la possibilità di offrire uno spazio dove il rispetto della legge, accettata da tutti, rende possibile il gioco insieme. E mi sforzavo ancora di più per non commettere errori».

 

Il calcio è uno sport di squadra. Si può dire che anche fare il vescovo di un po' simile allo sport?

 

«Fare l'arbitro è uno sport allo stesso tempo individuale e collettivo. Al mio livello l'arbitro si allena abitualmente da solo in settimana. Svolge però il suo compito in una terna (o anche con qualche altra persona in più per gare di alto livello). Ma di fatto è al servizio delle due squadre, senza dimenticare poi il pubblico. Le squadre sono per lui indispensabili se vuole praticare la sua attività. Tutto questo non è così lontano dalla missione del vescovo! Anche lui è solo, con qualche collaboratore, al servizio del Vangelo, la regola migliore per la vita in società. E un vescovo non è nessuno senza i fedeli, proprio come un arbitro senza squadre! Soprattutto, poi, guai a lui se non applica per primo a se stesso il Vangelo».

 

 

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