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Il rapporto educativo

Che cosa dun¬≠que significa educare? Di certo, non che un pez¬≠zo di materia inanimata riceva una forma, come la pietra per mano d'uno scultore. Piuttosto, educare significa che io do a quest'uomo corag¬≠gio verso se stesso. Che gli indico i suoi compiti, ed interpreto il suo cammino - non i miei. Che lo aiuto a conquistare la libertà sua propria.


Il rapporto educativo

da Quaderni Cannibali

del 20 settembre 2012  (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));  

          Parlare di rapporto educativo possiede signi­ficato soltanto nell'orizzonte del dato di fat­to che quest'uomo, in carne ed ossa, esiste. Il suo esser-ci è fuori dal dominio dell'educazio­ne. Egli entra nella realtà della vita, portando con sé il suo proprio destino; entra, portandosi dietro le sue leggi costitutive, le sue energie, le sue esigenze. Tutto ciò è lì: dato. Non afferriamo che ne era di noi, «prima» che fossimo. Non ci è possibile immaginare che «dietro» di noi stia un momento, nel quale confiniamo con il nulla. Ma è così.

          È un mistero il fatto che ad un certo punto abbiamo cominciato ad essere; come questi uo­mini: proprio noi. Lì ricevemmo in noi la nostra stessa esistenza; possibilità e limiti. E ciò che lì venne alla luce, incominciò a destarsi e a crear­si.           Questa è la nostra fortuna, e la nostra zavor­ra. Tutto quanto si chiama «educazione» signifi­ca in fondo permanere in questo mistero, offren­do il nostro servizio, il nostro aiuto, e ponendo rimedio dov'è necessario. Qui, allo stesso modo, l'educazione trova garanzia e sicurezza.

          E dobbiamo poter confidare che questo mon­do abbia spazio per noi; non ci emargini, ma ci consideri «dei suoi». Abbiamo purtroppo occa­sione di dubitarne. Constatiamo l'esistenza di po­teri e forze non positivi né benevoli verso l'uo­mo. Forze che, quando va bene, non s'interessa­no di noi; e, nel caso opposto, ci strumentalizza­no e rovinano.           Quando ho da educare un uomo, lo guardo attentamente, cerco di comprenderlo; mi chiedo qual è la sua essenza, e se egli è come dovrebbe essere. Dunque, lo sottopongo ad una verifica. E mi prendo la libertà di dire: "Fa' questo! Trala­scia quello!" Quand'egli poi non vi corrisponda, allora: «Hai sbagliato», «Hai agito male», gli dico. Tuttavia, chiunque voglia educare avverte una volta o l'altra sorger dentro di sé l'interroga­tivo: perché mai hai proprio deciso di educare un'altra persona? Di dove prendi il diritto di scrutare, di giudicare, di esigere? E se l'uomo è persona, con la sua dignità e libertà, perché mai voler dire a quest'uomo, come deve realizzar­si?              Ma la questione va più a fondo: che cosa dun­que significa educare? Di certo, non che un pez­zo di materia inanimata riceva una forma, come la pietra per mano d'uno scultore. Piuttosto, educare significa che io do a quest'uomo corag­gio verso se stesso. Che gli indico i suoi compiti, ed interpreto il suo cammino - non i miei. Che lo aiuto a conquistare la libertà sua propria.           Devo dunque mettere in moto una storia umana, e personale. Con quali mezzi? Sicura­mente avvalendomi anche di discorsi, esortazio­ni, stimolazioni e «metodi» d'ogni genere. Ma ciò non è ancora il fattore originale. La vita viene destata e accesa solo dalla vita. La più potente «forza d'educazione» consiste nel fatto che io stesso in prima persona mi protendo in avanti e mi affatico a crescere. È stato da qualche parte detto che gli educatori sono per lo più uomini che non riescono a vincere se stessi e perciò si proiettano addosso agli altri. Che i giudizi più sicuri e le richieste più esigenti provengano spes­so da uomini intimamente perplessi e confusi, è comunque appurato. Sta proprio qui il punto de­cisivo. E proprio il fatto che io lotti per miglio­rarmi ciò che dà credibilità alla mia sollecitudi­ne pedagogica per l'altro.           Ogni uomo possiede una propria configura­zione essenziale, anche l'uomo più comune. Ogni uomo è uscito con un'indelebile impronta dalla mano di Dio. Dobbiamo esserne certi, e di­ventarne coscienti; poiché noi consistiamo in essa.             Tuttavia, non è solo la propria fisionomia ad essere assai significativa per l'uomo. Non c'è nulla di più importante per la sua intima forma­zione, del fatto che egli incontri un uomo davve­ro grande, e sperimenti l'influsso della sua figu­ra. Essa s'imprime; opera in lui;feconda; rischia­ra. E, insieme, chiama ad una lotta. Quella gran­dezza viene riconosciuta ed accolta; contempo­raneamente s'accende la battaglia per la propria consistenza personale.           Un tale vivo paragone deve essere profonda­mente familiare alla vita dell'uomo. Del suo spri­gionarsi è responsabile l'incontro, in un qualche momento, con una grande figura d'uomo. L'in­contro con quanto si chiama «grandezza natura­le»; e con quella soprannaturale, un santo cioè, vale a dire un uomo che non solo è umanamente grande, ma nel quale hanno preso forma anche la ricchezza e la pienezza di Dio.           L'uomo deve offrire a tale figura ecceziona­le la propria dedizione; seguirla; lasciarsi pla­smare da lei. In principio, forse copiando; poi in modo più maturo, più profondamente. Quella figura deve entrare nello spirito e nel cuore, ed operare da dentro. Allora, e con amore pieno, si ridesta la difesa contro il predominio del­l'estraneo. E, lentamente, nel resistere balza di nuovo allo scoperto la propria essenza: «Per quanto ti voglia bene, pure io non sono te; devo affermare me stesso per quello che sono».

Romano Guardini, Carlo Fedeli

http://www.culturacattolica.it

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