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II. «DEPOSE LE VESTI». III. «PRESO UN ASCIUGATOIO, SE LO CINSE».

Non è solo una questione di guardaroba né un gesto casuale insignificante. Giovanni, che misura e soppesa tutti i vocaboli, mette questo particolare perché senz'altro c'è sotto qualcosa. Ho già accennato al parallelismo tra il deporre e riprendere le vesti e l'espressione di Gesù: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo».


II. «DEPOSE LE VESTI». III. «PRESO UN ASCIUGATOIO, SE LO CINSE».

da L'autore

del 01 gennaio 2002

II. «DEPOSE LE VESTI».

Non è solo una questione di guardaroba né un gesto casuale insignificante. Giovanni, che misura e soppesa tutti i vocaboli, mette questo particolare perché senz'altro c'è sotto qualcosa. Ho già accennato al parallelismo tra il deporre e riprendere le vesti e l'espressione di Gesù: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo».

Deporre le vesti nel linguaggio di Giovanni significa deporre la vita: Gesù offre volontariamente la sua vita, diventa cioè il chicco di frumento che cade in terra, marcisce, muore, perché solo così può sbocciare la nuova vita nella spiga.

Deporre le vesti significa perdere la vita, lasciarci la pelle: è la dimensione del sacrificio, la dimensione della croce, che connota - deve connotare - anche il nostro impegno pastorale.

Non basta compatire.

Durante la Quaresima, scrivo di solito sul settimanale diocesano una lettera ai miei diocesani: l'anno scorso ho scritto a quelli che si sentono falliti, che perdono sempre il treno, a quelli che sono drop out, cioè gettati fuori, agli sbandati, a quelli che non trovano più se stessi. Ho scritto anche a coloro che soffrono nel corpo.

Quei destinatari erano diversi; mi sembra però che questa lettera esprima bene il pensiero che vorrei esprimere ora. La richiamo perché possiate percepire quale sentimento interiore mi ha animato e con quali disposizioni d'animo coloro che soffrono possono affidarsi. Tutti soffriamo, non soltanto coloro che sono in carrozzella o hanno una sofferenza fisica. Soffrono anche coloro che hanno delle piaghe morali, che sono depressi, avviliti, coloro che non ce la fanno più... anche tra noi, qualche volta.

Perché veniamo ai piedi di Maria? A volte si viene nell'empito dell'entusiasmo, trasportati dall'entusiasmo: siamo così felici che vogliamo raccontarlo a lei e veniamo al santuario. Certe volte, invece, veniamo qui perché siamo sull'orlo della disperazione. Tutti comunque abbiamo qualche sofferenza.

Nella mia lettera dicevo più o meno così: Non vi scrivo per consolarvi, anche perché so bene quanto fastidio vi diano le declamazioni di coloro che, sentendosi sempre in dovere di spendere qualche buona parola con voi, ricorrono ai prontuari dei più indisponenti fraseggi. - A volte è meglio stare zitti con quelli che soffrono - Non è di compatimento che avete bisogno. Prima di tutto perché il compatimento è una spartizione fittizia del dolore, poi perché vi toglie la fierezza di rimanere soli sulla croce, infine perché rischia di fermarsi alla soglia delle parole.

Al paraplegico che sta inchiodato sulla sedia a rotelle, che sollievo può dare il sermone di circostanza, fatto magari da chi dopo corre in palestra per una partita di basket? All'handicappato che ti interpella sui grandi perché della vita e vuol rendersi conto delle ragioni misteriose che stanno all'origine della sua sfortuna, che conforto possono recare i luoghi comuni tratti dai repertori della compassione? A chi è ridotto all'impotenza da una malattia irreversibile, da un improvviso declino della salute o da un fatale incidente sulla strada, e ti pone la scomoda domanda del che cosa ci sto a fare io sulla terra?, quale aiuto possono dare le tue maldestre citazioni bibliche?

Davanti a chi soffre come voi, l'atteggiamento più giusto sembrerebbe quello del silenzio. Però anche il silenzio potrebbe essere frainteso o come segno di imbarazzo o come tentativo di rimozione del problema. Allora tanto vale parlarne, semmai con pudore, chiedendo scusa per ogni parola di troppo.

Il coraggio di accettare il piano di Dio.

Una parola di troppo potrà sembrare, per esempio, un segreto che vi confido sulle mie consuetudini, con questa preghiera che recito ogni mattina:

Padre mio, io mi abbandono a te,

fa' di me ciò che ti piace.

Qualsiasi cosa tu faccia di me

io ti ringrazio.

Sono pronto a tutto, accetto tutto

purché la tua volontà sia fatta

in me e in tutte le tue creature.

Non desidero altro, mio Dio.

Rimetto la mia anima nelle tue mani,

te la dono, mio Dio,

con tutto l'amore del mio cuore,

perché ti amo,

ed è per me una necessità d'amore il donarmi

e rimettermi nelle tue mani

senza misura e con infinita fiducia,

perché tu mi sei Padre.

È una preghiera difficile, lo ammetto. Forse è stata difficile anche per Charles de Foucauld che l'ha composta: questo brillante ufficiale di cavalleria, amante della vita, eppure spinto a fare un cammino di conversione nell'aridità del deserto, non poteva mai immaginare che un giorno sarebbe caduto assassinato da un beduino mentre era assorto in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Ebbene, ciò che l'ha reso celebre non è stato soltanto il suo martirio, quanto quella preghiera di abbandono.

Forse è una preghiera difficile anche per voi, che siete piagati nel corpo, che tremate a pronunciarla ora che la prova vi è caduta addosso. Potrebbe essere anche una preghiera di comodo, sapendo che, a ribellarvi, non cambiereste la vostra situazione, mentre, accettandovi, potreste cambiare in preziosissimi assegni circolari per l'eternità le stigmate del vostro fallimento umano. Ma quando si soffre è difficile fare di necessità virtù, se non viene una forza dall'alto. Al massimo ci si può rassegnare stoicamente, col sarcasmo sulle labbra, che spesso è peggio della bestemmia.

Un posto riservato dietro la croce.

Eccomi allora chiamato dal mio dovere di vescovo ad additarvi con fermezza lo scandalo della croce. Dire che col vostro dolore contribuite alla salvezza del mondo può sembrarvi letteratura consolatoria. Ricorrere alle frasi fatte, da occhi che vedono bene solo attraverso le lacrime può essere inteso se non come un insulto gratuito, almeno come un ritrovato sterile della saggezza umana.

Accennarvi che, in fondo, ognuno si porta dentro il suo carico di dolori e che tutto sommato non siete così soli come sembra, potrebbe accrescere il vostro sdegno. Aggiungere che un giorno sarete pure voi schiodati dalla croce può apparire uno scampolo di quell'eloquenza mistificatoria che non convince nessuno.

Ma dirvi che sulla croce un giorno ci è salito un uomo innocente e che sul retro della croce c'è un posto vuoto, dove un altro innocente è chiamato a fare compagnia ai rantoli di Cristo, appartiene al messaggio inquietante e pur dolcissimo che un ministro della Parola non può né accorciare, né mettere tra parentesi.

Quel posto sulla croce di Cristo è tuo, Ignazio, paralizzato per sempre, e di nessun altro. È tuo, Ruggero, che ti trascini a tentoni per la casa e mugoli parole indistinte. Chiamalo il tuo Signore, è un nome breve, non può non sentirti: è inchiodato dietro di te. Quel posto è tuo, Giuseppe, sballottato da una clinica all'altra per un male incurabile - e hai solo trent'anni! - Non fare lo sbaglio di rinunciare a quel posto. È tuo, Nadia, splendida bambina, non cederlo a nessuno.

Forse un giorno quel posto sarà mio, o lo è già da adesso? È solo l'esemplarità del vostro martirio più grande che me ne rende agevole il tormento. Anche solo per questo vorrei dirvi grazie.

Grazie soprattutto perché, se è vero che dobbiamo «adorare e benedire Gesù Cristo che con la sua santa croce ha redento il mondo», è altrettanto vero che, in cooperativa con lui, voi ci avete comprato le gioie che fanno fremere il mondo. Con i vostri dolori, avete comprato le sue canzoni, le sue attese di libertà, le sue esplosioni di luce, i suoi tripudi di vita, le sue ansie di festa senza tramonti, le sue speranze di cieli nuovi e di terra nuova.

Sapete che vi dico? Il mattino di Pasqua, nella corsa verso il sepolcro voi sarete più veloci di tutti e ci precederete, come Giovanni; forse vi fermerete sulla soglia, per farci vedere «le bende per terra e il sudario piegato in luogo a parte». Ed è l'ultima carità che ci aspettiamo da voi.

Queste cose ho scritto nella mia lettera, e credo possa aiutarci a riflettere. Deporre le vesti è partecipare alla sofferenza di Gesù, come Gesù depose la vita. Non sono parole consolatorie, è teologia viva: è il nostro amore per Gesù Cristo che ci fa sentire sacerdoti davvero configurati a lui per l'ordinazione presbiterale e per la partecipazione più viva alle sue sofferenze fisiche e morali.

III. «PRESO UN ASCIUGATOIO, SE LO CINSE».

Gesù cinse l'asciugatoio. Forse è una civetteria, ma a me piace moltissimo l'espressione Chiesa del grembiule, cioè Chiesa del servizio. Certo c'è anche la Chiesa della casula, la Chiesa della Parola e del Lezionario: è bellissimo, quando il Vangelo viene portato in trionfo, magari con le fiaccole. La Chiesa la si rappresenta sempre così: con il Lezionario, per l'evangelizzazione; con la casula, per la liturgia. Invece la Chiesa che cinge il grembiule, con gli abiti tirati un po' su, sembra un'immagine troppo ancillare, indegna della sua grandezza: invece è un'immagine bellissima, ed è ricordata nel Vangelo.

Per l'ordinazione le suore del paese o gli amici ci hanno regalato una cotta, una stola ricamata in oro, ma nessuno ci ha regalato un grembiule, un asciugatoio. Eppure è questo l'unico paramento sacerdotale ricordato nel Vangelo.

La Chiesa del grembiule, la Chiesa del servizio, ci invita a metterci in un processo di conversione. Durante il periodo quaresimale, invece di fare una lettera pastorale che difficilmente la gente legge, quest'anno ho scritto un breve pensiero ogni settimana, sotto il titolo: Dalla testa ai piedi. Mi pareva indovinato, come titolo, perché la Quaresima comincia con la cenere in testa e finisce con la lavanda dei piedi.

Dalla testa ai piedi potrebbe sembrare un cammino ridotto a un metro e mezzo, due metri per i più fortunati, invece è un cammino molto lungo, perché si tratta di andare dalla testa propria fino ai piedi degli altri. È un processo di conversione e di servizio. Lo «shampoo» del mercoledì delle ceneri indica la conversione interiore che dobbiamo operare, per farci cadere in ginocchio, il giovedì santo, ai piedi dei poveri che dobbiamo servire.

Dalla testa ai piedi: ecco la Chiesa del grembiule, la Chiesa del servizio. Il Vangelo dice che Gesù «si alzò e riprese le vesti», ma non depose l'asciugatoio: così il movimento a "V" del mistero pasquale giunge alla sua nitidezza precisa.

Maria serva del Signore e degli uomini.

Vorrei finire con un riferimento a Maria. Mi sembra che la Madonna ci dia una lezione straordinaria circa il levarsi in piedi. Abbiamo già meditato su «Maria si mise in viaggio verso la montagna», sottolineando un participio importante, anastàsa, purtroppo dimenticato nella traduzione della CEI. Maria allora, «alzatasi» anche lei, si mise in viaggio, affrontando il sacrificio della strada per cingere l'asciugatoio, anche lei, e divenire serva in casa di Elisabetta. Subito dopo aver detto all'angelo: «Eccomi, sono la serva del Signore», va a fare la serva della gente, la serva del popolo di Dio.

Potremmo prolungare questa riflessione. Ma, in questo momento, ci basta chiedere a Maria, serva del Signore e serva dei fratelli, che ci doni un pezzo del suo grembiule, che dal suo asciugatoio ritagli un pezzo per noi, servi del Signore e servi dei fratelli.

Accanto a noi nessuno deve rimanere al freddo.

Vogliamo rivolgerci in modo particolare allo Spirito Santo, perché ci dia tanta forza per proseguire il nostro cammino di riflessione sul compito che abbiamo di essere sacerdoti per il mondo e per la Chiesa. Possiamo invocarlo con la liturgia:

«Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato».

Mentes tuorum visita: potremmo tradurre: Vieni a fare una «visita pastorale». La sua sarebbe una visita veramente pastorale: quelle che facciamo noi vescovi sono un po' troppo intasate di atteggiamenti burocratici, di controlli. Se viene in visita pastorale, lo Spirito Santo viene a darci la consolazione, spiritalis unctio; viene ad arricchire la nostra gola, la nostra voce, la nostra bocca, viene ad arricchirci con la parola vera: sermone ditans guttura.

Un teologo molto bravo, che tutti conoscete, Vladislaos Boros, dice: «Vicino a noi, nessuno deve rimanere al freddo». Vicino a noi Chiesa, il mondo non può rimanere al freddo. Insieme a tutto il popolo di Dio siamo sacerdoti per il mondo: se il mondo rimane al freddo vuol dire che non siamo Chiesa, vuol dire che non siamo abbastanza animati dalla passione per il mondo.

Nel pavillon missionnaire che sta qui accanto ho visto tanti libri, e ho visto una bellissima proiezione sulla vocazione: parla con il linguaggio delle immagini, in modo molto convincente; dura una decina di minuti, e vi consiglierei di andarla a vedere, magari in gruppi. Tra l'altro ho comprato qualche libro missionario e un'antologia degli scritti del vescovo brasiliano don Pedro Casaldàliga, che ha tante idee che possono sembrare paradossali, ma dice anche cose molto belle. Un suo pensiero mi sembra convincente e ben in linea con quel che stiamo dicendo a proposito della Chiesa missionaria, impegnata a diffondere il calore che ha dentro perché il mondo non rimanga raggelato. Partendo dall'assioma latino che abbiamo studiato in teologia extra Ecclesiam nulla salus (fuori della Chiesa non c'è salvezza), riconosce che dove c'è salvezza c'è sempre di mezzo la Chiesa, in forme nascoste o palesi, ma inverte la frase e dice: «Oggi forse è più vero che extra salutem nulla Ecclesia», come dire: se non c'è proclamazione e realizzazione di salvezza non c'è neanche la Chiesa.

La Chiesa è stata istituita da Gesù Cristo come strumento di salvezza: senza il mondo - l'abbiamo già visto - non avrebbe la sua ragion d'essere. Nel suo viaggio di ritorno verso la casa trinitaria la locomotiva-Chiesa deve far sosta obbligatoria alla stazione del mondo; deve agganciare il carro del mondo e portarlo nella patria trinitaria. Il mondo - capite bene - non va considerato come antagonista della Chiesa o come elemento da guardare in termini di rivalità: è il mondo che Gesù vuole salvare. Se la Chiesa non realizza questa salvezza non ha nessuna ragion d'essere: extra salutem nulla Ecclesia.

Se non ci sono i segni della salvezza operata, predicata, realizzata, vuol dire che non c'è neanche la Chiesa, o c'è una Chiesa che si dissolve. Ecco perché si dice nei confronti del mondo: “Accanto' a noi nessuno deve rimanere al freddo», accanto a noi presbiteri il popolo di Dio non può rimanere al freddo.

Esodo dalla mentalità individualista.

Dopo aver visto la nostra conformazione a Gesù Cristo capo, vorrei ora considerare le conseguenze della nostra conformazione a Gesù Cristo servo. Se volessimo veramente bene a Gesù Cristo, basteremmo noi soli a dare calore all'esistenza così gelida del mondo. Vuol dire che noi dobbiamo essere provocatori di coscienza di popolo, dobbiamo dirlo con franchezza.

Facciamo pure un esame di coscienza, una diagnosi sulla situazione delle nostre chiese. Non abbiamo ancora acquisito una forte coscienza di popolo - che non significa coscienza democratica - non siamo abbastanza convinti che siamo popolo di Dio e che, in forza del nostro battesimo, siamo sacerdoti insieme con tutto il popolo. Anche il sacerdozio ministeriale ci abilita ad essere sprigionatori di carica nuova, di nuova forza, perché la nostra gente, da popolo di straccioni disperati, come erano gli ebrei nel deserto, si riconosca popolo prediletto, scelto da Dio come segno e come strumento di salvezza.

Dovremmo essere essenzialmente provocatori di questa coscienza unitaria. Invece siamo un po' come gli ebrei angariati in terra d'Egitto: non abbiamo ancora sperimentato la Pasqua. Qualche volta, anche nelle nostre comunità, non abbiamo ancora vissuto l'esodo dalla mentalità individualista. Come dire: continuiamo ancora a cuocere le cipolle d'Egitto, ciascuno nella propria cucina.

Questo lo avvertiamo, a volte, anche nel nostro presbiterio, se ognuno va per conto suo. Lo abbiamo detto più volte: se all'interno del nostro presbiterio non abbiamo la coscienza forte di essere l'agenzia periferica della santissima Trinità, sarà molto difficile che questa coscienza pervada l'anima della nostra gente.

Come il popolo ebreo ha preso coscienza di sé soltanto lungo le strade dell'esodo, noi non possiamo continuare a impastar paglia e argilla sulle sponde del Nilo, in minuscole aziende a conduzione privata; non possiamo continuare a portar mattoni per la costruzione di Pitom e Ramses, con piccoli contratti individuali, con i nostri piccoli giri a responsabilità limitata, con le nostre solite preghiere.

Nonostante il vocabolario accettato, non ci sentiamo ancora popolo, non riusciamo a cantare epopee collettive. Probabilmente io esagero un po', ma che questi sian paradossi è vero fino a un certo punto: qualche volta, nei momenti difficili, sono la realtà che sperimentiamo.

Permettete che io tenti di diagnosticare i punti limite, gli estremi della nostra esperienza: non possiamo ancora vantare passaggi comunitari del Mar Rosso, non abbiamo al nostro attivo vittorie di popolo nella terra di Canaan. Non ci sono neppure idolatrie collegiali, questo è vero: non abbiamo adorato il vitello d'oro, come il popolo ebreo nel deserto. Così non ci sono penitenze pubbliche nelle peregrinazioni dei nostri deserti.

Resta vero che noi dobbiamo essere provocatori di una nuova coscienza di popolo di Dio, perché il mondo, e la nostra Chiesa, non abbiano a patire il freddo accanto a noi.

Tonino Bello.

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