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I giovani talento e profezia

Interrogativi e prospettive della comunità cristiana di fronte a una realtà giovanile inedita. L'ampia diagnosi sul mondo giovanile (di esso vengono presentati sette tratti caratteristici: frammentazione del vissuto, marginalità sociale, enfasi sulla relazione, personalizzazione dei percorsi di vita, nuova comunicatività, personalizzazione dell'etica, domanda religiosa individualistica) offre alla comunità cristiana l'opportunità di una risposta positiva ed efficace.


I giovani talento e profezia

da Teologo Borèl

del 20 aprile 2007

Per parlare di “giovani e chiesa” è importante domandarsi a cosa ci si riferisce quando si parla “oggi” di giovani. La giovinezza, nella società e nella cultura di oggi, è un fenomeno “nuovo”; i giovani sono sempre esistiti, ma non sempre alla stessa maniera. La giovinezza è un’età della vita, che si caratterizza rispetto alla fanciullezza e allo status adulto, che la segue: i cambiamenti riguardano fattori di carattere biologico (che riguardano il corpo); fattori di carattere psicologico (cioè il modo con cui uno pensa a sé, con cui si percepisce, con cui entra in rapporto con gli altri); fattori di carattere sociale (cioè la propria collocazione nel mondo, il ruolo che si assume).

 

 

Una giovinezza “inedita”

 

In alcune società – e anche in quella dei primi trent’anni del secolo scorso – si passava molto rapidamente dalla fanciullezza allo status adulto. Nella società attuale la giovinezza ha conosciuto una consistenza che nessun’altra epoca ha conosciuto, sia da un punto di vista qualitativo, sia da un punto di vista quantitativo. Perché questo è accaduto? Da un punto di vista strutturale, la società contemporanea è sempre più complessa e sofisticata e ha necessità di una “giovinezza lunga”, perché c’è bisogno di un lungo periodo di formazione per essere all’altezza delle esigenze del mondo d’oggi. Una volta, per imparare i lavori della campagna non occorreva molto tempo: un ragazzo era già pienamente produttivo non appena il suo corpo era in condizioni di sopportare la fatica. Oggi invece è necessario un lungo periodo di studio affinché un giovane diventi produttivo.

L’allungamento legato a fenomeni strutturali ha avuto grosse ripercussioni anche a livello culturale, rendendo questo periodo “più lungo” molto più caratterizzato rispetto al periodo che lo precede e a quello che lo segue. Non è estraneo a questa situazione il fatto che la fascia giovanile sia di riferimento anche per il marketing: il fenomeno giovinezza è stato costruito anche perché a molti “è convenuto” insistere su questa fascia d’età. Sta di fatto che oggi la giovinezza è un periodo dell’esistenza molto consistente: copre la fascia d’età tra i 15 e i 35 anni. Per un quarto dell’esistenza una persone “staziona” nel periodo della vita denominato giovinezza. Questa fascia dell’esistenza si è allungata sia nelle condizioni di partenza che in quelle di arrivo

Oggi si diventa giovani prima. Ciò che qualche anno fa facevano gli adolescenti ora lo fanno i pre-adolescenti: per esempio, certi locali un po’ trasgressivi che prima erano dedicati ai sedicenni ora sono frequentati dai dodicenni e tredicenni; così tutta una serie di fenomeni che segnavano l’inizio della giovinezza (il look, il modo di comunicare, i consumi, l’uso di sostanze…) ora si stanno anticipando. Si diventa giovani prima da tutti i punti vista: psicologico, sociale e anche fisico (ricordate qualche mese fa l’allarme sulla pubertà precoce?).

D’altra parte, si diventa adulti più tardi. Il passaggio dalla giovinezza all’età adulta è segnato da cinque fenomeni: la fine degli studi, l’inizio del lavoro, l’uscita dalla casa dei propri genitori, il matrimonio (o comunque una relazione affettiva stabile) e la nascita del primo figlio. Una volta tutti questi fenomeni accadevano abbastanza vicini tra di loro e abbastanza presto. Ora essi subiscono una dilazione e avvengono in maniera sempre più diversificata e complessa: ci sono studenti che lavorano, persone che hanno figli senza essere sposate, persone che stanno a casa dei genitori pur avendo un proprio reddito...

 

 

Giovani e chiesa: rapporto difficile

 

Per questi motivi, quando si parla di giovinezza, nella società e nella chiesa, si ha di fronte una realtà assolutamente nuova, che altri tempi non hanno conosciuto. Penso che una certa difficoltà di rapporto dei giovani con gli adulti e con la chiesa in generale derivi proprio da questa novità, la quale pone problemi che nessun’altra generazione di adulti ha dovuto affrontare.

In che senso il rapporto tra giovani e chiesa è in difficoltà? Innanzitutto perché risente di un disagio che attraversa tutto il mondo adulto, in relazione al suo compito educativo. In una società complessa, in un mondo in cui la distanza tra le generazioni si fa sempre più grande, educare è diventato davvero un’impresa.

La cultura di oggi ha messo in crisi alcuni fondamenti dell’azione educativa. Si pensi a quanto diversificati sono i pensieri a proposito dell’idea di persona umana e della sua dignità, a proposito degli aspetti relazionali, a proposito dell’idea dello spazio e del tempo. Nella società pluralista di oggi è diventato più difficile educare: è diventato difficile per il mondo adulto porsi in relazione di autentica reciprocità, ma anche di autentica alterità, rispetto al mondo giovanile.

A ciò si aggiunge il fatto che il cambiamento tra una generazione e l’altra è diventato molto veloce. Ci sono stati dei salti di qualità tecnologici enormi, che hanno comportato molte modificazioni nel modo di vivere, creando un cambiamento sempre più rapido e quindi una distanza sempre crescente tra le generazioni: la capacità di intendersi è sempre più ardua da conquistare.

Tutto ciò conduce alla crisi dell’educare: tant’è vero che, nella riforma della scuola, si parla delle tre “i” (informatica, inglese, impresa), e si fa fatica a dire la parola “educazione”.

La crisi relazionale tra chiesa e giovani è da leggere dentro a questa crisi più generale del rapporto tra mondo adulto e mondo giovanile; esistono però anche motivi specifici, legati alla natura della comunità cristiana. La religione è di per sé conservativa, non cambia facilmente. In più, noi cattolici diamo un grande valore alla tradizione, patrimonio di cui la generazione adulta è detentrice. I giovani però sono portatori di innovazione, di idee, di sentimenti, di prospettive nuove.

Perché si possa parlare di un rapporto equilibrato, fecondo tra la generazione adulta e i giovani, la novità deve essere accolta dalla tradizione in maniera tale che possa introdurre dei cambiamenti, ma nella continuità con ciò che è stato. I giovani devono riconoscere che hanno bisogno della tradizione per capire se stessi e per crescere; gli adulti devono riconoscere che hanno bisogno dell’innovazione per poter rimanere dentro al tempo attuale. Oggi il rapporto tra chi legittimamente custodisce una tradizione e chi altrettanto legittimamente porta avanti delle istanze di rinnovamento e di cambiamento è in crisi, per la grande distanza che separa le generazioni.

Nel corso dei secoli ogni generazione ha portato dei cambiamenti al modo di vedere e di vivere la fede (spiritualità, riti, arte, prassi…), ma ciò è accaduto lentamente e gradualmente. Oggi, invece, i cambiamenti si presentano molto forti, perché la distanza tra giovani e adulti nel modo di sentire, di vedere, di pensare… è molto aumentata. Da qui la difficoltà a gestire oggi il cambiamento.

Di fronte a questa situazione c’è spesso, nel mondo ecclesiale, la tentazione di un certo pessimismo. Esso si traduce nell’esprimere una grande “preoccupazione” per i giovani: i giovani sono catalogati come “il problema”. In generale l’immagine che gli adulti hanno del mondo giovanile è abbastanza negativa. Emerge sempre la problematicità: si parla di giovani soprattutto in relazione a fenomeni come droga, suicidi, incidenti, stragi del sabato sera, disoccupazione... All’opposto – e paradossalmente – il mondo adulto coltiva degli atteggiamenti di tipo giovanilistico, ottimistico, disimpegnato. Sono molti gli adulti che si atteggiano a giovani – quasi riconoscendo nel giovane il proprio modello – e non attribuiscono a se stessi una funzione educativa e di confronto.

Entrambi questi atteggiamenti, oltre a non essere condivisibili, mi pare siano caratterizzati da un certo “ateismo”: sono, cioè, carenti di fede in Dio e nella sua azione nella storia. Di fronte a questa situazione di indubbia difficoltà c’è invece bisogno di uno sguardo realistico che sia illuminato dalla fede, cioè dalla convinzione che Dio è presente in tutte le generazioni; uno sguardo che non sia solo “preoccupato” dei giovani, ma che parta dalla volontà di “occuparsi” di loro.

 

 

I giovani: talento e profezia

 

A partire da queste convinzioni, in due importanti recenti documenti, uno del papa e l’altro dell’episcopato italiano, sono state usate due espressioni interessanti: la prima definisce i giovani “talento della chiesa”, l’altra fa riferimento a loro come “profezia”.

L’idea che i giovani siano un talento non è affatto ingenuamente ottimistica: il talento è qualcosa di prezioso, ma ha bisogno di essere trafficato, altrimenti si svaluta. Se infatti il padrone rimprovera il servo che l’ha nascosto sotto terra, perché avrebbe potuto almeno metterlo in banca e restituirlo con gli interessi, è perché il talento, non producendo interessi, perde valore. Il talento è quindi una realtà “ambigua”: può avere degli esiti positivi se viene ben impiegato, ma ha degli esiti negativi se viene trascurato.

Dire che i giovani sono talento, vuol dire che la giovinezza è una condizione preziosa, ma ambigua: esige cioè un impegno educativo per poter dare i frutti che potenzialmente porta con sé, per poter maturare la propria ricchezza e renderla disponibile per sé, per la chiesa e per il mondo. Però dire che i giovani sono talento significa che Dio ha comunque qualcosa di buono da dire e da fare attraverso i giovani, che esiste in loro una potenzialità che viene da lui.

L’altra espressione – giovani come “profezia” – viene dalla Novo millennio ineunte, il documento che il papa ha scritto dopo il Giubileo. La desumo da una citazione di Benedetto da Norcia che, al capitolo III della Regola, afferma (più o meno): «Quando l’abate deve prendere una decisione importante, consulti tutti i monaci, ma non si dimentichi di chiedere al più piccolo, perché spesso è proprio al più giovane che Dio rivela i suoi desideri, i suoi disegni». I giovani sono quindi profezia, perché nella novità che essi rappresentano risiedono una verità e una volontà che vengono da Dio. Però anche questo carattere profetico ha bisogno di essere lavorato, esplicitato con il discernimento, non emerge automaticamente. La profezia ha bisogno di essere interrogata e scoperta.

 

 

Alcune sfide educative

 

Andiamo dunque a leggere, “dentro” alcuni tratti della condizione giovanile, quali talenti e quali risorse profetiche sono da scoprire e quali provocazioni educative sono necessarie affinché queste potenzialità possano svilupparsi. Infatti, può anche verificarsi che il talento rimanga sotto terra e la profezia resti inespressa. La sfida educativa consiste nel mettere in condizione i giovani di essere, per la chiesa, quel talento e quella profezia che Dio vuole che essi siano.

Ho scelto di presentare sette tratti della condizione giovanile: ognuno di essi comporta un esito positivo e un esito negativo, con relativa “profezia” e “sfida educativa”.

 

1. Di fronte alla frammentazione del vissuto. Il primo tratto della condizione giovanile è la frammentazione del vissuto: ogni giovane vive una realtà molto composita e complessa: ogni ambiente, ogni realtà che frequenta, veicola un sistema di valori, un tipo di esperienza, un comportamento… che sono diversi. Non accadeva così una volta: tutti gli ambienti erano portatori di una visione pressoché omogenea del mondo. La società di oggi offre ai giovani un’ampia possibilità di sperimentare modi di vita molto diversi tra loro, ma presenta anche una grossa difficoltà di unificazione.

Il rischio è che il giovane viva ed “esista” diversamente in ogni ambiente che frequenta: quando va in parrocchia agisce, parla e si veste in un certo modo; quando va in palestra agisce, parla e si veste in un altro modo; quando va all’università in un altro modo ancora… In altre parole, non è mai se stesso. Il rischio, inoltre, è che il giovane prenda da ogni ambiente quello che gli conviene, secondo una logica utilitarista. Qui sta la polverizzazione dell’identità: ognuno si comporta e pensa adattandosi all’ambiente in cui si trova, per averne il meglio.

Un giovane non è più aiutato dall’ambiente per essere coerente. Una volta accadeva che alcuni comportamenti buoni erano normali non perché si avesse una profonda convinzione, ma perché era normale far così (il matrimonio durava tantissimo non perché gli sposi fossero tanto più convinti, più bravi e più buoni dei giovani di oggi, ma perché era normale far così). Qui sta appunto il “talento”: un giovane che sappia muoversi all’interno della complessità rimanendo se stesso e che faccia le cose buone perché ne è convinto. Un giovane che possieda un nucleo interno di personalità che può esplicitare ovunque: in discoteca, come in parrocchia, come in palestra, come a scuola. Un giovane che, quindi, sia capace di portare la chiesa al mondo e il mondo alla chiesa.

La profezia che nasconde questo tratto della condizione giovanile è quella di una chiesa estroversa e senza complessi: una chiesa che diventa l’“anima del mondo”, perché può essere presente ovunque, portando ovunque la gioia e la speranza che vengono dall’aver incontrato il Signore.

Ciò comporta una grande sfida educativa: quella di offrire ai giovani una formazione che li abiliti a stare nel mondo, che non faccia astrazione dalla vita ma che offra strumenti e relazioni capaci di unificare e di strutturare il vissuto. Il cammino che viene proposto ai giovani è ancora molto astratto, perché non fa emerge la fatica di essere cristiani nella scuola, nel lavoro, nella vita concreta… Il papa a Tor Vergata, parlando dei laboratori della fede, probabilmente intendeva riferirsi a questa fatica formativa: entrare in dialogo, a partire dalla fede, con la vita concreta dei giovani.

 

2. Di fronte alla marginalità sociale. Il secondo tratto della condizione giovanile è la marginalità. La giovinezza è molto lunga, ma ha un peso sociale sempre minore. In Italia la spesa sociale è per il 63% dedicata alle pensioni: ai giovani rimangono le briciole. Anche nell’impegno politico è difficile dar spazio ai giovani, è difficile il ricambio. Di fronte a questa situazione, da alcune inchieste emerge una situazione paradossale: i giovani hanno ideali altissimi sulla pace, sulla giustizia, sullo sviluppo del terzo mondo, sulla lotta alle malattie… C’è un consenso molto alto sugli ideali. Dall’altra parte, c’è un consenso molto basso e decrescente sulla possibilità di realizzarli. Si crede, cioè, in obiettivi molto alti, ma al tempo stesso ci si rende conto che si tratta di sogni, destinati a rimanere tali. I sogni, in questo modo, diventano utopie. Il giovane investe le proprie energie altrove, in quelle che vengono definite ”le vite parallele” del tempo libero, del divertimento. L’impegno sociale e politico, come l’associazionismo “forte”, vivono una grande crisi. È vero però che dentro questi “piccoli spazi di vita” stanno maturando anche scelte alternative di modi di vivere e di relazionarsi. Non tutto è “riflusso”!

Il rischio è che la carica ideale innovatrice della giovinezza si esaurisca nelle “vite parallele” e non sia più disponibile per la trasformazione della società della chiesa, sfogandosi in ambienti e attività nelle quali rimane come “confinata”.

Il talento sta nella possibilità che il mondo giovanile maturi, non più a partire da un’ideologia, ma a partire dal concreto della vita, dal basso, dei modi di essere persone, famiglie, comunità… modelli alternativi e diversi di esistenza. La civiltà dell’amore potrebbe nascere “dal basso”.

La profezia è quella di una chiesa che testimoni il Vangelo con una vita quotidiana controcorrente, con l’esperienza di comunità, di famiglie, di singoli… capaci di incarnare con scelte semplici e coraggiose la novità del Vangelo.

La sfida educativa consiste nell’offrire ai giovani la possibilità di tradurre i loro sogni in percorsi di vita praticabili e feriali: esperienze che consentano di tradurre – ad esempio – il desiderio della pace in percorsi di vita, in scelte, in relazioni piccole ma praticabili, cioè realmente percorribili e chiaramente efficaci. Se non si fa questa fatica educativa, i sogni dei giovani rimangono utopie, senza poter dare frutto né a loro, né alla società, né alla chiesa.

 

3. Di fronte all’enfasi sulla relazione. Il terzo tratto della condizione giovanile è l’importanza della relazione. Presso i giovani, i piccoli e caldi mondi relazionali della famiglia, degli amici, degli affetti… sono sempre più importanti. L’aspetto relazionale conta sempre di più anche in tutti i campi della vita sociale. Non è stato sempre così: una volta l’aspetto relazionale in alcuni campi della vita (per esempio sul lavoro) era molto meno incisivo. Dall’altra parte, si assiste ad una crisi delle forme di partecipazione più strutturate: in tutta Europa l’associazionismo “impegnato” è in difficoltà; stanno calando le appartenenze in maniera vistosa per alcuni tipi di associazione, sindacale, politica, e anche per le associazioni ecclesiali. C’è, quindi, una grande attenzione per i piccoli mondi relazionali, unita alla disattenzione per quei mondi relazionali che aprono ad un impegno e ad una socialità maggiori.

C’è di più: anche al grande investimento nella famiglia non corrisponde una mobilitazione di energie e di valori, perché i progetti e le scelte vengono fatti altrove, non all’interno del “nido affettivo” domestico.

Il rischio è che i piccoli contesti affettivi diventino il luogo in cui il giovane annega le sue energie, in cui soddisfa la delusione per altri aspetti della vita: dei luoghi di consolazione e di rassegnazione.

Il talento è che questa attenzione alla relazione possa innescare una mobilitazione di energie, di impegno, di carità, a partire dall’incontro con il volto dell’altro, con la concretezza dell’altro. Una volta alcuni progetti coraggiosi di solidarietà partivano dalle idee; adesso c’è bisogno di portare i giovani ad incontrare i poveri, a vederli in faccia. È dall’incontro con il volto dell’altro che nasce oggi l’impegno ed è possibile innescare dei cammini anche molto esigenti.

La profezia è quella di una chiesa-comunità, in cui si possano sperimentare relazioni di qualità, capaci di attivare le risorse e il protagonismo di ognuno.

La sfida educativa è quella di offrire relazioni significative, cioè di dar valore ad un’esperienza attraverso l’offerta di contesti relazionali e di gruppo di qualità: con gli adulti, con figure significative, con i poveri. Oggi è necessario incarnare le idee dentro le relazioni.

 

4. Di fronte alla personalizzazione dei percorsi di vita. Il quarto tratto della condizione giovanile è la personalizzazione dei percorsi di vita. I giovani ne hanno a disposizione una infinità. Ognuno ha il suo percorso (a tal punto che qualcuno sostiene non si possa parlare più di condizione giovanile, perché i giovani sono troppo diversi gli uni dagli altri, sono troppe le opportunità). Il percorso di vita si è trasformato da un’autostrada ad una ragnatela, in cui si possono percorrere tutti i nodi senza che ciò obblighi a tenere una direzione. Nell’autostrada, se si avanza, ci si avvicina all’obiettivo: c’è un rapporto causa/effetto tra movimento e meta da raggiungere. Nella ragnatela il rapporto causa/effetto si allenta: si hanno tantissimi percorsi, ma non si possiede nessuna certezza sul dove porteranno. Un esempio: la crescita dell’occupazione giovanile è dovuta in larga parte ai lavori interinali: essi si caratterizzano per una grande flessibilità, ma al tempo stesso per una grande incertezza.

Il rapporto con il futuro si è allentato: si è sempre meno padroni del futuro e sempre più padroni solo del presente.

Il rischio è il presentismo: vivere il presente senza fare progetti. Questo è deleterio per tutte le grandi scelte di vita: il giovane che non fa progetti, che vive alla giornata, ha grandi difficoltà a diventare uomo.

Il talento è l’attenzione alla qualità del presente, alla felicità del presente. Il papa a Toronto ha detto che la ricerca della felicità è una molla per la santità, e viene da Dio, L’attenzione al presente è un talento, perché chiama in causa la questione della felicità oggi, subito. Il progetto può essere recuperato perché averne uno è essenziale alla felicità di oggi.

La profezia è quella di una chiesa che mette al centro la vita delle persone, la loro felicità concreta e attuale; una chiesa vicina alle esigenze della gente.

La sfida educativa è suscitare amore per la vita concreta: i giovani oggi sono molto disamorati della loro vita quotidiana; si tende a confinare ed esprimere il desiderio di felicità in alcune parentesi dell’esistenza. C’è invece bisogno di portare ad amare tutta la propria vita.

 

5. Di fronte alla nuova comunicatività. Il quinto tratto della condizione giovanile è la nuova comunicatività. L’evoluzione tecnologica della comunicazione ha avuto sia conseguenze funzionali (la trasmissione delle informazioni è più veloce) sia conseguenze antropologiche. Il modo di apprendere le informazioni dipende anche dagli strumenti tecnologici e dal loro linguaggio. Il modo di apprendere dei ragazzi di oggi è molto diverso rispetto al modo di apprendere degli adulti: era un apprendimento concettuale basato sulla scrittura, su una certa lentezza di ragionamento e complessità di discorso. Oggi si ha la frammentazione del discorso, in favore di un apprendimento per immagini, intuizioni, brevi sequenze...

Le conseguenze antropologiche implicano anche un nuovo modo di relazionarsi. Gli strumenti odierni di comunicazione consentono una grande interattività (internet, televisione, dvd…). Si impara per simulazione, non più per applicazione di una teoria: la tecnologia ci consente di sperimentare la vita non più nel concreto di un esperimento, ma attraverso una simulazione (il calcio, i giochi, la play station…). Ricordo che non tanti anni fa si insegnavano i giochi ai ragazzi spiegando pazientemente le regole: adesso bisogna far provare.

Attraverso il telefonino ogni persona è connessa, vive in una specie di “bolla comunicativa”: non è mai sola, è sempre insieme ai propri amici. Anche questa è una grossa novità nel modo di relazionarsi. Basti pensare alla chat: si entra in rete e si dialoga con gente di ogni parte del mondo. I giovani di oggi hanno opportunità comunicative che nessun’altra generazione ha avuto.

Il rischio è che questa comunicazione sia sempre più “formale”: non conta tanto il contenuto della comunicazione e la persona che comunica, quanto l’esserci, l’essere connessi. In questo modo di può arrivare all’impossibilità di stabilire vere relazione con gli altri, vivendo un formalismo comunicativo che lascia sempre più soli. Non a caso la solitudine è una grande malattia del mondo giovanile, nonostante le grandi possibilità comunicative. Il rischio è che le persone comunichino sempre di più, ma diventino sempre più sole e incapaci di incontrare la realtà dell’altro.

Attenzione: la comunicazione virtuale non è irreale, ma a volte può diventare tale: non si conosce chi può essere dietro al nick name.

Il talento è la prospettiva di un mondo più unito, il superamento delle barriere, la comunicazione con dei mondi di cui non si sospettava l’esistenza; un’apertura mentale che può diventare un’apertura di cuore, anche reale, d’incontro, di scambio, come nessuna generazione ha conosciuto in passato.

La profezia è quella di una chiesa veramente “cattolica”, sacramento di unità per tutti gli uomini, come dice il Vaticano II.

La sfida educativa consiste nell’imparare a parlare i linguaggi dei giovani: stare da educatori dentro questo universo comunicativo sempre in evoluzione.

 

6. Di fronte alla personalizzazione dell’etica. Il sesto tratto della condizione giovanile è la personalizzazione dell’etica. La morale delle norme è oggi in crisi: sempre meno giovani sono disposti ad accogliere delle norme morali, delle indicazioni autoritative su cosa bisogna fare. C’è una reazione negativa di fronte a tutte le norme morali, non solo a quelle religiose. Cresce invece il consenso sulla ricerca dei valori: il valore è un orizzonte di vita, di comprensione dell’esistenza. Il valore è indicativo, mentre la norma è prescrittiva.

Il rischio è il soggettivismo morale: ognuno si fa la propria morale, ognuno decide come è giusto comportarsi, secondo regole non più condivise (al di là di alcuni principi generalissimi: non si deve fare il male a nessuno). Ognuno fa quello che vuole: questa è la fine della morale.

Il talento è ridare centralità alla coscienza della persona: per noi cristiani è fedeltà alla propria coscienza – e non l’adempimento di una norma – il criterio della correttezza di un comportamento. L’agire secondo coscienza, anche nei casi limite in cui la coscienza non riesca a capire il senso di una norma, è sempre positivo, perché la coscienza è la capacità di cogliere il vero e di seguirlo.

La profezia è quella di una chiesa che, in campo etico, dica prima di tutto dei “sì”, presentando la morale non come una somma di divieti, ma come la proposta di una vita attraente, buona, significativa.

La sfida educativa è proporre dei valori facendo fare delle esperienze: aiutare a capire quali sono i veri valori dell’esistenza facendo sperimentare che attraverso di essi si giunge ad una vita buona, soddisfacente, piena. Corollario di questa sfida è presentare le norme come via ai valori: le norme non sono imposizioni vuote, ma sono la via che consente di muoversi correttamente nell’orizzonte dei valori. Bisogna saper motivare la norma, chiarendo quale valore indichi, quale vita buona consenta di raggiungere.

 

7. Di fronte all’individualismo della nuova domanda religiosa. Il settimo tratto della condizione giovanile è la religiosità individualista. Contrariamente a quanto si pensa, la domanda religiosa, in tutto il mondo occidentale, è in crescita. A questa crescita, però, fa pendant la crisi dei riferimenti istituzionali. La ricerca religiosa non conduce facilmente ad appartenere ad un’istituzione religiosa: si cerca invece di saturare il bisogno di religiosità prendendo qua e là valori, esperienze, credenze… che “fanno star bene”.

Il rischio è quello di una religiosità sincretista e consumista. Moltissimi giovani si dichiarano ancora cattolici: c’è però una buona parte di essi che crede nella reincarnazione. Questo vuol dire che la religiosità contemporanea si orienta ad associare forme di credenza derivanti da diverse realtà religiose. In un certo senso questo è sempre esistito: c’è sempre stata una distanza tra la fede del popolo e la fede dei teologi. Nel passato, questo si esprimeva attraverso forme di pietà popolare che conservavano a volte elementi non cristiani, ma che erano comunque assimilabili dentro l’alveo dell’istituzione. La gente viveva una fede e una pratica comunque riconducibili alla chiesa cattolica, perché non c’era altra possibilità. La ricerca religiosa si esprimeva, quindi, tutta dentro un’istituzione.

Oggi non è più così, né a livello teorico, né nel concreto perché ciascuno ha a disposizione la conoscenza di esperienze religiose diverse. Più che conversioni, accadono però fenomeni di sincretismo: si prende un pezzo di qua e un pezzo di là. C’è anche il ritorno della superstizione. In questa prospettiva, la religione viene vissuta secondo logiche “di consumo”, per cui si prende ciò che fa star bene, ciò che è funzionale al benessere della persona.

In questa atmosfera di ricerca religiosa, la dimensione emotiva ha un grosso peso: e se la persona fa le cose che “si sente”, diventa lei stessa la misura delle cose. D’altra parte Angelo Comastri, arcivescovo emerito di Loreto, commentando alcune lettere di Benedetta Bianchi Porro, sosteneva che il verbo “sentire” è il verbo dei santi.

Il talento è quindi una “religione del cuore”: una religione in cui, a partire dal rapporto personale con Gesù, si fanno le cose che uno sente, perché il proprio sentire è in consonanza con il Vangelo. Una religione non più del dovere, ma del piacere (perché anche il principio del piacere può portare verso il bene, verso il vero, verso il bello, verso Dio).

La profezia è quella di una chiesa cristocentrica e “contemplativa”, che va al cuore dell’appartenenza motivandola con la fede, al di là degli aspetti più istituzionali.

La sfida educativa è quella di presentare un volto affascinante di Gesù, mettendo la sua umanità al centro dell’annuncio e della prassi cristiana. Bisogna far incontrare Gesù vivente, per cui la religione nasca dal cuore.

 

Ci vuole una chiesa missionaria

L’unica chiesa in condizione di coltivare i talenti e riconoscere le profezie, attivando con coraggio le giuste risorse educative, è una chiesa missionaria, che mette al centro di tutto ciò che vive e di tutto ciò che fa l’attenzione a comunicare la gioia e la speranza che nascono dall’incontro con Gesù, nella compagnia degli uomini, nella solidarietà con tutti, soprattutto con i più deboli. Solamente incarnando questa idea di chiesa missionaria si può essere capaci di far sì che i giovani siano, come Dio desidera, il talento della chiesa, la profezia per la chiesa.

Alessandro Amapani

http://www.dehoniane.it

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