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Giustizia per Vincent

Il caso di Vincent Lambert, il giovane francese da 5 anni in stato d'incoscienza all'ospedale di Reims dopo un incidente di moto, e che ieri il Consiglio di Stato ha deciso debba morire.


Giustizia per Vincent

del 30 giugno 2014

 

 

Adesso non resta che l’estremo appello alla Corte europea per i diritti umani. Una definizione che meglio non si potrebbe adattare a un caso come quello di Vincent Lambert, il giovane francese da 5 anni in stato d’incoscienza all’ospedale di Reims dopo un incidente di moto, e che ieri il Consiglio di Stato ha deciso debba morire. Se in Europa resiste ancora un’idea di cosa e chi deve tutelare la legge, dovrebbe essere questa l’occasione per dimostrarlo: perché quando la vita non vale come bene in sé, al di sopra di qualsiasi altra considerazione, allora ogni abuso, ogni sopraffazione, ogni orrore è possibile. Incluso far morire di fame e di sete un disabile grave che non è malato terminale, che ha solo bisogno degli accudimenti necessari a un bambino, e che per unico torto – da pagare con la vita, secondo un tribunale dello Stato francese – ha quello di non mostrare segni esteriori di consapevolezza di sé.

 

È evidente – o dovrebbe esserlo – che se Vincent viene ucciso dai medici alle cui mani affida la sua vita, e per esclusiva volontà della moglie che pure dovrebbe proteggerne la condizione inerme, tutti i pazienti privi di coscienza, di ampie aspettative di vita, di residua efficienza diventano potenziali vittime di una qualunque Corte disposta a mettere su un piatto della bilancia nientemeno che la vita umana. Né può valere come alibi che si è disposti a sacrificarla solo in alcuni casi estremi in cui essa si mostra più vulnerabile, perché è proprio allora che lo Stato dovrebbe frapporsi con energia e far scudo dichiarando intangibile l’uomo proprio in quanto uomo, senza aggettivi. I giudici che condannano a morte un disabile solo perché non risponde quando lo chiamano accettano invece di imboccare la discesa che, inneggiando ai 'nuovi diritti individuali', porta dritto alla selezione dei più deboli, alimentando una cultura sbrigativa e cinica che scarta esseri umani difettosi, problematici, costosi per la collettività: agghiacciante argomento quest’ultimo che in anni di conti pubblici sotto pressione sta già trovando proseliti in un Paese come l’Inghilterra.

 

Il dettaglio che a Parigi si stia discutendo in Parlamento la legalizzazione dell’eutanasia aggiunge solo il tassello mancante alla strategia complessiva: trasformare i rappresentanti dei cittadini in notai che prendono atto di decisioni già assunte in tribunale, certificatori di un dato di fatto cristallizzato per sentenza. Una deriva che ci suona sinistramente familiare.

 

 

Francesco Ognibene

http://www.avvenire.it

 

 

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