Continuiamo a ricordare don Francesco, a pochi giorni dalla tragica scomparsa, riproponendo una intervista che fece per la Giornata delle vocazioni del 2024.
Credo che il pensare alla vocazione salesiana, al diventare salesiano e al diventare sacerdote, sia nato in maniera molto semplice, con il tempo, a partire dall’impegno di animatore in parrocchia.
Ho avuto la fortuna di crescere in una parrocchia dove c’erano, come sacerdoti, i Salesiani e, con loro, anche le suore salesiane, le Figlie di Maria Ausiliatrice. Io ho iniziato a frequentare la parrocchia facendo catechismo e facendo il chierichetto, anche se le esperienze più belle poi le ho vissute da animatore: prima come animatore durante l’estate, al Grest, e poi con i gruppi dell’oratorio, gli Amici di Domenico Savio, che erano anche un po’ il catechismo che noi facevamo in parrocchia.
Credo che due siano state le esperienze che, più di tutte, hanno iniziato a farmi pensare. Prima di tutto, il rendermi conto di quanto Dio avesse a cuore la mia vita. Questo è avvenuto ricevendo, un po’ alla volta, la responsabilità dei ragazzi, del gruppo, delle attività, e sentendo che si fidavano di me. La seconda esperienza è stata riconoscere che c’erano persone dedicate a me, che si sono interessate a quello che stavo vivendo. Penso in particolare a una suora, che è diventata un po’ la persona con cui abbiamo iniziato a confrontarci e a vedere quali potevano essere le scelte importanti. Con lei è nata una confidenza molto importante.
Credo che queste due esperienze abbiano fatto la differenza: da una parte, la responsabilità sui ragazzi, il farsi carico delle loro difficoltà e l’iniziare davvero a prendere sul serio il loro cammino di vita e di fede; dall’altra, l’avere qualcuno che si è preoccupato e si è preso cura di me.
Da lì credo siano nate le prime domande: che cosa c’entra Dio con la mia vita? E ho riconosciuto che, a partire da quelle fatiche che i ragazzi vivevano, tante volte io non avevo risposte, ma potevo mettere realmente nelle mani di Dio quelle che erano le fatiche dei miei ragazzi. Da lì è rinata la mia fede: quello che mi avevano detto di Dio era proprio vero, e Dio si prendeva cura di me.
Da lì poi ho iniziato a dire: perché io non posso fare questo per tutta la vita? Vedendo questa suora, dicevo: se mi devo pensare da grande, voglio essere felice così. Da lì l’idea di diventare animatore per sempre si è trasformata in: potrei iniziare a pensare di diventare salesiano. E da lì il cammino si è approfondito ed è diventato: posso davvero dare la mia vita nelle mani di Dio per farmi carico della felicità dei ragazzi a cui mi manderà?
Credo che il momento in cui ho sperimentato la felicità più grande sia stato anche il momento in cui ho sperimentato la fatica più grande. L’anno in cui ho scelto di fare la professione perpetua è stato l’anno in cui, più di tutti, pensavo in realtà di lasciare la Congregazione, perché non mi sentivo al mio posto. Dovevo scegliere se fare la professione perpetua oppure no, e quell’anno tutto mi sembrava dire che ero fuori posto: per il modo che avevo di fare, perché mi sembrava di non riuscire a stare dentro quelle che potevano essere le richieste che mi venivano fatte.
Confrontandomi con la guida spirituale, quello che ha fatto la differenza è stato dire: io non ho mai barato nella vita fino ad adesso; la felicità e l’entusiasmo che ho sperimentato erano sinceri. Questa certezza mi ha portato a riconoscere che ero nel posto giusto e che tante paure erano forse il frutto di alcune incomprensioni.
Da quel momento la felicità più grande è stata riconoscere una serenità grande nel cuore, riconoscere che la fatica non diceva che non ero al posto giusto, ma che dovevo camminare per crescere. Da quel momento ho detto: sì, essere salesiano è la mia vita, è il mio posto giusto, è il modo migliore che ho per amare. Con questa serenità è arrivata anche la certezza che la fatica non parla di un essere distante dalla vocazione, ma di un cammino da fare, di passi da compiere per convertirsi e amare sempre un po’ di più il Signore e la missione in cui sono stato messo.
Mi sembra che i preti, in questo momento, stiano lavorando tanto, anche con tante preoccupazioni, perché è bello riconoscere che la gente continua a fidarsi dei sacerdoti. Credo che soprattutto nei sacerdoti giovani ci siano un entusiasmo, una voglia di far cambiare le cose, una voglia di parlare di Dio molto forti. Mi sembra ci sia anche un desiderio di comunione e una voglia di lavorare insieme, come sacerdoti, come Chiesa, come popolo di Dio, che sono molto grandi.
Penso che le sfide che abbiamo davanti siano grandi e ogni tanto generino anche un po’ di paura, perché credo che, come suggerisce Papa Francesco, siamo proprio in un’era di cambiamenti. Questo vale molto anche per la Chiesa. Ma la sfida di consegnare questo Signore Gesù, che ha affascinato la nostra vita, la sento molto presente davvero nei sacerdoti, nei sacerdoti giovani e nei confratelli con cui condividiamo la missione e il sacerdozio.
Penso che la prima richiesta dei ragazzi sia la presenza. Quello che li manda in tilt è la paura di non essere all’altezza delle aspettative degli altri, di non saper corrispondere magari ai desideri degli adulti, la necessità di fare sempre bene, di non permettersi il lusso di poter sbagliare.
Credo che la prima richiesta che ci fanno i giovani sia il coraggio di stare con loro a prescindere da quello che fanno, volergli bene così come sono e, in questo, accompagnarli a raccogliere la profondità che sentono nel cuore. Presenza, ascolto e profondità credo siano un po’ le tre parole che oggi i ragazzi ci consegnano.
I ragazzi hanno voglia di essere felici e hanno voglia di vedere un futuro bello, grande. Se vogliamo, si aspettano anche qualcosa di eroico dalla loro vita: poter fare qualcosa di davvero eroico per gli altri, qualcosa che li riempia di entusiasmo e di gioia. E mi sembra che la missione che stiamo portando avanti li accompagni davvero in questo.
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