Testimoni Fede

Don Bosco, Savio, Magone e Besucco

Don Bosco voleva offrire ai suoi ragazzi modelli positivi e imitabili così da risvegliare nel loro cuore lo stupore di fronte alla vita e viverla con gioia e impegno.


del 31 gennaio 2013

 

Evidenziamo alcuni aspetti delle biografie di ragazzi scritte da Don Bosco: Savio, Magone e Besucco. Don Bosco voleva offrire ai suoi ragazzi modelli positivi e imitabili così da risvegliare nel loro cuore lo stupore di fronte alla vita e viverla con gioia e impegno. Proviamo a ripercorrerne alcuni aspetti.

 

La redazione
 


Don Bosco e Domenico Savio, il vangelo della gioia

 

“Se un mio compagno, della stessa mia età, nel medesimo luogo, esposto ai medesimi e forse maggiori pericoli, tuttavia trovò tempo e modo di mantenersi fedele seguace di Gesù Cristo, perché non posso fare anche io lo stesso? Ricordatevi però bene che la religione vera non consiste in sole parole; bisogna venir alle opere; quindi, trovando qualche cosa degna di ammirazione, non contentatevi di dire: questo è bello, questo mi piace. Dite piuttosto: voglio adoperarmi per fare quelle cose che, lette di altri, mi eccitano alla meraviglia”.

Questo stupore, nella storia di Domenico Savio, è tipicamente eucaristico e trova il suo momento di grazia nel giorno della Prima Comunione visto come un seme che se coltivato è fonte di vita gioiosa e di impegni decisi: “Quel giorno fu per lui sempre memorabile e si può chiamare vero principio o piuttosto continuazione di una vita, che può servire di modello a qualsiasi fedele cristiano. Parecchi anni dopo facendolo parlare della sua prima comunione gli si vedeva ancora trasparire la più viva gioia sul volto: oh! quello, soleva dire, fu per me un bel giorno ed un gran giorno.

Si scrisse alcuni ricordi che conservava gelosamente in un libro di devozione e che spesso leggeva:

1° Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi dà licenza.

2° Voglio santificare i giorni festivi.

3° I miei amici saranno Gesù e Maria.

4° La morte ma non peccati. Questi ricordi, che spesso andava ripetendo, furono come la guida delle sue azioni sino alla fine della vita”.

L’incontro personale e quotidiano con Gesù nell’eucaristia porta Domenico a vivere l’ansia apostolica che don Bosco diffonde tra i ragazzi dell’oratorio e lo spinge a dare vita alla Compagnia dell’Immacolata, vivaio della futura congregazione salesiana. Ricalcando l’esempio di Giovannino Bosco, piccolo apostolo tra i suoi compagni ai Becchi, Domenico Savio ne rivive lo zelo e la passione per formare i fanciulli nelle verità della fede: “Appena sarò chierico, diceva, voglio andare a Mondonio, e voglio radunare tutti i ragazzi sotto di una tettoia e voglio far loro il catechismo, raccontare tanti esempi e farli tutti santi. Quanti poveri fanciulli forse andranno alla perdizione per mancanza di chi li istruisca nella fede! Ciò che diceva con parole lo confermava coi fatti, poiché per quanto comportava la sua età ed istruzione faceva con piacere il catechismo nella chiesa dell'Oratorio, e se qualcheduno avesse avuto bisogno gli faceva scuola e lo ammaestrava nel catechismo a qualunque ora del giorno ed in qualunque giorno della settimana, ad unico scopo di poter parlare di cose spirituali e far loro conoscere l'importanza di salvar l'anima”.

Punto culminante di questa parabola è come don Bosco comunica a Domenico il suo grande assillo per la salvezza delle anime, la cura per le persone che si trovano nel buio circa la verità, che soffrono per l’assenza di giustizia e di amore, e ciò diventa la ragione della sua vita: “Un giorno un compagno indiscreto voleva interromperlo mentre raccontava un esempio in tempo di ricreazione: che te ne fa di queste cose? gli disse. Che me ne fa? rispose; me ne fa perché l'anima dei miei compagni è redenta col sangue di Gesù Cristo; me ne fa perché siamo tutti fratelli, e come tali dobbiamo amare vicendevolmente l'anima nostra; me ne fa perché Iddio raccomanda di aiutarci l'un altro a salvarci; me ne fa perché se riesco a salvare un'anima metterò anche in sicuro la salvezza della mia”. Don Bosco rimase così toccato dalla testimonianza di Domenico fino a confessare: “il mio affetto per lui era quello di un padre verso un figliuolo, il più degno di sua affezione”. 

 

Don Bosco e Michele Magone, sfida educativa

 

Fin dal primo incontro con Michele Magone Don Bosco rivela la sua arte di educare: propone un’alternativa alla sua vita disordinata e lo coinvolge in esperienze fattibili e attraenti.

Don Bosco entra nella vita di Michele senza paura, lo prende per mano e fa scattare in lui quel dinamismo tipico del Sistema Preventivo che fa crescere i giovani “dall’interno”, li invoglia con gioia e soddisfazione verso il bene, fa prendere coscienza dei rischi che si corrono perseverando su strade sbagliate e prepara al domani attraverso una solida formazione del carattere e della coscienza. Alla scuola di Don Bosco e sotto il sguardo paterno, attraverso la pratica perseverante di piccoli esercizi facili e piacevoli nella vita di preghiera, di studio e di carità, Michele giunge ad un meraviglioso grado di perfezione. Don Bosco infatti è convinto che “lo splendore della virtù di cui parliamo può oscurarsi e perdersi ad ogni piccolo soffio di tentazione, così qualunque più piccola cosa che contribuisca a conservarla, deve tenersi in gran pregio”. Tipica espressione di tale pedagogia e sollecitudine educativa furono i famosi “sette carabinieri di Maria”, consigli che Michele confida a un compagno al fine di custodire la virtù della purezza, invitandolo a leggerli e a praticarli.

Questo spirito di viva fede, alimentato da una filiale devozione a Maria, era unito “a più industriosa carità verso i suoi compagni. Sapeva che l’esercizio di questa virtù è il mezzo più efficace per accrescere in noi l’amore di Dio. Questa massima egli praticava in ogni più piccola occasione”. Michele da ragazzo di strada, litigioso e violento, diventa animatore della ricreazione, consolatore dei compagni afflitti, operatore di pace e di riconciliazione. Questa pratica di carità concreta e operosa, lo porta a costruire amicizie vere, che aiutano i suoi compagni a liberarsi da facili inganni, a ricostruire relazioni aperte e sincere con i genitori e gli insegnanti, a vivere una quotidianità allegra e operosa.

Michele matura la consapevolezza di aver mancato nell’amore di Dio e di non essere stato obbediente alla sua volontà: “Io piango nel rimirare la luna che da tanti secoli compare con regolarità a rischiarare le tenebre della notte, senza mai disobbedire agli ordini del Creatore, mentre io che sono tanto giovane, io che sono ragionevole, che avrei dovuto essere fedelissimo alle leggi del mio Dio, io l'ho disobbedito tante volte e l'ho in mille modi offeso”. Questa coscienza lo porterà nell’ora della morte ad inviare, attraverso Don Bosco, un messaggio alla mamma, come volontà ultima di riconciliazione e di pace: “Sì, dite a mia madre, che mi perdoni tutti i dispiaceri che le ho dati nella mia vita. Io ne sono pentito. Ditegli che io la amo; che si faccia coraggio a perseverare nel bene, che io muoio volentieri; che io parto dal mondo con Gesù e con Maria e vado ad attenderla dal Paradiso”.

Michele Magone era orfano di padre. Quando incontrò per la prima volta Don Bosco alla stazione di Carmagnola si sentì raccomandare: “Questa sera fa una preghiera fervorosa, al Padre nostro che è nei cieli; prega di cuore, spera in lui, egli provvederà per me, per te e per tutti”. Il “Padre nostro” di Michele Magone, detto con il cuore, ha rivelato l’amore provvidente e previdente di Dio attraverso il carisma di Don Bosco.

 

Don Bosco e Francesco Besucco e la ricetta educativa della bontà

 

Francesco aveva sentito parlare dell’oratorio di Don Bosco e desiderava andarci pur sapendo che non era facile per l’estrema povertà dei genitori. Un giorno, dopo aver ricevuto la Comunione e fatto una supplica a Maria, udì una voce che lo riempì di gioia: “Abbi fiducia, Francesco, perché il tuo desiderio sarà soddisfatto”.

Arrivato a Valdocco Francesco si trova avvolto in pieno nell’atmosfera di Savio e di Magone. Perdurava la loro fama di santità e la vita si svolge attorno a Don Bosco e ai suoi primi collaboratori. Don Bosco è l’ispiratore, anzi il generatore di quella vita. “Chi non ha visto il Santo tra i suoi giovani all’Oratorio- scrive don Caviglia -, non si farà mai un’idea adeguata di quel che fosse la sua presenza e la compenetrazione del suo spirito con quello dei suoi figliuoli. Dire ch’era il padre sembra già molto, ma nel mondo dello spirito non giunge a dir tutto. Bisogna pensare quasi ad una fascinazione amorosa ed amorevole di un cuore comprensivo e compreso, che ha per sé tutta la virtù che gli viene dai doni superiori della santità. Non era venerazione trepida in presenza del sacro misterioso: c’era un’inconscia sinfonia di anime che, senza spiegarsi, s’intendevano, in un linguaggio che la parola non è capace di tradurre”.

Besucco arrivando all’oratorio porta in dote uno spiccato senso di gratitudine verso i doni che il Signore ha seminato nella sua giovane vita. Tale attitudine “eucaristica” non sfugge all’occhio educativo di Don Bosco che vedendo la bontà di cuore del pastorello, la sua sensibilità verso i doni ricevuti, il suo spirito di riconoscenza verso chi gli ha voluto e fatto del bene, riconosce il lavoro che la grazia ha già fatto e come il giovane pastorello abbia corrisposto con cuore docile all’azione dello Spirito Santo.

Besucco giunge all’oratorio con l’idea di entrare in un santuario, giudica i suoi compagni “tutti più virtuosi di lui” e definisce se stesso “uno scapestrato”; se ne turba e va a esporre le sue difficoltà a Don Bosco. “Io vorrei farmi molto buono al par di loro, gli dice, ma non so come fare”. La risposta è uno dei documenti pedagogici fondamentali del santo educatore: “Se vuoi farti buono pratica tre sole cose e tutto andrà bene. Quali sono queste tre cose? Eccole: Allegria, Studio, Pietà. È questo il grande programma, il quale praticando, tu potrai vivere felice, e far molto bene all’anima tua”. Francesco cerca di attuare il programma che gli è stato proposto, e vi mette tutta l’anima, con l’intento di riuscire “molto buono”. Il suo profilo spirituale si disegna secondo la linea tracciatagli da Don Bosco.

È proprio nella vita di Besucco che si incontra una sentenza d’importanza capitale della educazione di Don Bosco: “Si dica pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione, ma io non trovo alcuna base sicura, se non nella frequenza della confessione e comunione; e credo di non dir troppo asserendo che omessi questi due elementi la moralità resta bandita”. Per Don Bosco l’educazione è costitutivamente trascendente, in quanto l’obiettivo educativo ultimo che egli si propone è la formazione del credente. Per lui l’uomo formato e maturo è il cittadino che ha fede, che mette al centro della sua vita l’ideale dell’uomo nuovo proclamato da Gesù Cristo e che è coraggioso testimone delle proprie convinzioni religiose. Una educazione alla fede che indicando la vita come un rapporto di amicizia profonda con Gesù, attraverso l’impegno e lo sforzo quotidiano di vivere con sobrietà e pietà, si apre all’incontro definitivo, rivelativo, nella vita del piccolo pastorello, del suo lavoro di santificazione, la ragione del suo penoso mortificarsi e del suo pregare incessante: “Ho una cosa cui ho sempre pensato in mia vita; ma non mi sarei immaginato che dovesse cagionare tanto rincrescimento al punto di morte… Io provo il più amaro rincrescimento perché in vita mia non ho amato abbastanza il Signore come Egli si merita”.

 

di Don Pierluigi Cameroni

 


Testo tratto da http://www.infoans.org

Immagine tratta da https://news.missionidonbosco.org/

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