Dio è un papà che ama

Omelia di don Francesco al Meeting Ragazzi 2025

Riascoltiamo e ripubblichiamo l'omelia che don Francesco tenne davanti a circa 1300 ragazzi al Meeting MGS di marzo 2025.

Ci sono parole che, riascoltate dopo qualche tempo, acquistano un peso nuovo. Non perché prima fossero meno vere, ma perché la vita, con le sue svolte improvvise, ci aiuta a riconoscerne più a fondo la luce.

Pochi giorni fa don Francesco è tornato alla Casa del Padre. La notizia della sua morte ha raggiunto tante persone che lo hanno conosciuto, incontrato, ascoltato, magari anche solo una volta, dentro un cortile, durante un campo scuola, in una celebrazione, in un incontro del Movimento Giovanile Salesiano. Tra queste persone ci sono anche i circa 1300 ragazzi che, lo scorso anno, lo hanno ascoltato al Meeting MGS Ragazzi, mentre commentava una delle pagine più belle del Vangelo: la parabola del padre misericordioso.

In quell’omelia don Francesco aveva posto ai ragazzi una domanda semplice e decisiva: crediamo davvero che Dio ci voglia bene? Non parlava di un’idea astratta, né di una frase imparata al catechismo. Parlava di un amore concreto, capace di entrare nella vita attraverso il bene che qualcuno ci vuole, attraverso la pazienza, la cura, la correzione, l’attesa. Parlava di Dio come di un Padre che non smette di cercare i suoi figli, anche quando si allontanano, anche quando non riescono a riconoscere il bene ricevuto.

Oggi quelle parole ci raggiungono con una tenerezza particolare. Non sono soltanto il ricordo di un’omelia pronunciata davanti a tanti ragazzi. Sono una consegna. Ci ricordano che la fede salesiana nasce spesso così: da qualcuno che ci guarda con fiducia, ci aspetta, ci chiama per nome, ci fa sentire a casa. Proprio come faceva don Bosco. Proprio come faceva don Francesco stesso. Proprio come continuano a fare tanti educatori, animatori, salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice e adulti che, nei nostri ambienti, provano a rendere visibile il volto buono di Dio.

Per questo scegliamo di riproporre integralmente questa omelia. Non per nostalgia, ma per gratitudine. Perché alcune parole non finiscono quando vengono pronunciate: continuano a camminare nel cuore di chi le ha ascoltate. E forse oggi, ancora più di ieri, possono aiutare ciascuno di noi a sentirsi figlio amato, atteso e perdonato.

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Vi faccio una domanda: nella nostra vita crediamo davvero che Dio ci voglia bene?
Perché normalmente rischiamo che questa cosa rimanga nascosta, o comunque ininfluente. Il fatto che Dio voglia bene proprio a me, a volte, non cambia la realtà di tutti i giorni. Continuiamo a pensare che le cose debbano andare come vogliamo noi, con i nostri ritmi, i nostri impegni, i nostri pensieri, i nostri “tran tran”.
Ma scusate: se io ho la certezza che qualcuno mi ama a prescindere, non cambia tutto?
È la certezza di essere sempre cercati, sempre amati, sempre attesi, che ci rende sicuri in quello che facciamo. E il Vangelo di oggi ci parla proprio di questo. Ci racconta che il bene che gli altri sono disposti a mettere nella nostra vita, attraverso il loro sacrificio, la loro fatica, la loro gioia, è il vestito che Dio usa per entrare nella nostra storia.
Il vestito di Dio, quello che ci permette di riconoscerlo, è il bene che gli altri ci vogliono. Dio entra dentro la nostra vita attraverso il bene, l’attenzione, la pazienza e la fatica di qualcuno.
La parabola di oggi, e in fondo tutte le letture, ci raccontano esattamente questo: Dio è un papà che ama, che sa perdonare, che sa aspettare, che sa correggere. Ma questo papà, come ci racconta il Vangelo, è un papà che non viene amato.
Il figlio più giovane gli chiede l’eredità. Ma l’eredità, solitamente, un genitore la lascia quando muore. Quel figlio, chiedendo l’eredità, considera suo padre come morto.
Il figlio maggiore, invece, non è capace di vedere il bene che il padre gli vuole. Gli dice: “Questo tuo figlio, che ha sperperato tutto, torna a casa e tu ammazzi per lui il vitello grasso. Io invece sono sempre rimasto con te e non mi hai mai dato nemmeno un capretto”.
E possiamo immaginare il padre che gli risponde: “Figlio mio, tu sei sempre con me. Tutto ciò che è mio è tuo. Possibile che tu non lo riconosca?”.
Quante volte rischiamo di essere noi a strappare le relazioni con gli altri. Quante volte siamo noi a non vedere il bene che gli altri ci vogliono e quello che fanno per noi. Un po’ perché vogliamo essere migliori di qualcuno. Un po’ perché siamo troppo concentrati su noi stessi. Un po’ perché vogliamo che le cose vadano esattamente come diciamo noi.
Ecco allora la cosa più bella: guardare l’immagine di questo padre. Un padre che sta alla finestra e aspetta. Aspetta che suo figlio torni. Aspetta che suo figlio si renda conto che, per essere amato, non deve fare nulla. Non deve meritarselo.
Questo è il modo in cui Dio ci ama. Come un papà che non ha paura di aspettarci, che non ha paura di perdonarci, che non ha paura di correggerci.
E diciamolo: questo padre insegna ai suoi figli ad amare. Insegna al figlio più giovane che l’amore non ha paura del peccato, perché sa guardare oltre. E insegna al figlio più grande che il bene che gli vuole è molto più grande dei suoi schemi.
Allora possiamo chiederci: quante persone, nella nostra vita, hanno preso questo ruolo? Chi ci sta insegnando ad amare a nostra misura?
Provate a pensare a tutte quelle volte in cui diciamo: “Da grande vorrei essere così”. Lo diciamo quando leggiamo la felicità negli occhi di qualcuno. Quando vediamo una persona più grande di noi che ci affascina, che ci mostra un modo bello di crescere, di voler bene, di donare la vita.
Ecco: un po’ alla volta, Dio, nelle pieghe della nostra vita, ci insegna ad amare. Ci insegna a voler bene a nostra misura, con il nostro modo, con quello che siamo.
Ascoltiamo ora come un ragazzo è stato aiutato da Don Bosco a fare proprio questo. Il ragazzo si chiama Giovanni Roda. Siamo nel 1854.
“Don Bosco lo avevo già visto diverse volte. Sapevo come si chiamava, perché aveva avvicinato alcuni miei compagni, ma credo che non avesse mai visto me. Quando mi vide, venne verso di me fissandomi negli occhi. Aveva quel suo sorriso furbo e mi disse: ‘Non ti piacerebbe venire da me, stare con me e imparare qualcosa, magari un mestiere?’.
‘Eh già, certo che mi piacerebbe’.
‘Allora vieni, non è lontano’.
Arrivati al cancello, prima di attraversare il cortile, chiamò forte: ‘Mamma, venite un po’ qui, venite a vedere chi c’è!’. Gridò proprio così, facendo festa, come quando arriva un parente o un figlio. Poi chiamò Domenico.In quel preciso momento io conobbi mamma Margherita e Domenico Savio, che aveva la mia stessa età ed era arrivato lì tre o quattro settimane prima di me. Da quel momento l’oratorio diventò casa mia e Don Bosco diventò mio padre”.
Credo sia bello lasciarci aiutare da Don Bosco e da questo esempio.
Da una parte, il nostro cuore cerca qualcuno che ci aspetti, qualcuno che non abbia paura dei nostri errori, qualcuno che ci dia la sicurezza di essere sempre amati. Dall’altra, però, la cosa più bella è imparare ad amare a nostra misura.
E nella nostra vita queste persone ci sono. Dio si mostra proprio lì. Lo abbiamo sentito tante volte: essere originali, qualche volta, è difficile. Ma il primo modo per essere originali è amare a nostro modo e a nostra misura.
Questo ci rende capaci di essere davvero noi stessi. E, allo stesso tempo, ci permette ancora una volta di dare carne a Dio. Perché attraverso il bene che possiamo fare e il bene che riceviamo, Dio entra nella nostra storia e ci mostra chi è: un papà che ci ama, che non ha paura di accompagnarci e che ci insegna ad amare sul serio.
 

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