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Cristiani rapiti, chiese bruciate

Il vescovo di Baghdad: basta vendere armi all'Is. Basta con il commercio di armi. Occupiamoci dell'emergenza umanitaria...


Cristiani rapiti, chiese bruciate

del 25 febbraio 2015

 

Sono almeno 90 i cristiani caldei (ma alcune fonti parlano di 120) rapiti dai miliziani dell'Isis che hanno bruciato una delle chiese più antiche della Siria sulle colline nel nord-est del Paese, dopo un assalto ad alcuni villaggi nella provincia di Hassakeh. Lo riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Secondo il sito del settimanale americano Newsweek e secondo quanto confermato dall'agenzia di stampa siriana Sana, gli jihadisti hanno dato alle fiamme la chiesa cattolica di Tal Hermez, una delle più antiche del Paese, e chiederebbero il rilascio di loro prigionieri in mano ai peshmerga curdi per la liberazione degli ostaggi, minacciando altrimenti di ucciderli.

 

 

Inoltre si dispera per la sorte di 21 giovani cristiani che si sono opposti all'incursione dei terroristi del Califfato. Non sono fuggiti ma sono rimasti a difendere la loro terra con le poche armi che avevano a disposizione. Di loro non si sa più nulla.

 

Un grido di dolore, una denuncia e un appello alla comunità internazionale arrivano da monsignor Shlemon Warduni, vescovo caldeo ausiliare di Baghdad e vicario patriarcale: "Purtroppo quanto sta accadendo in Siria, nei villaggi cristiani assiri nella regione del Khabour non mi sorprende. Tutto il mondo sa chi è l'Is, lo Stato islamico, che compie cose orribili, impensabili, contro la giustizia e l'umanità. Allora chiedo: dov'è la comunità internazionale?".

 

Parole pesanti come macigni quelle con cui monsignor Warduni, commenta queste ultime notizie che provengono dalla Siria. Che vede la furia del Califfato scagliarsi contro persone inermi. "Quanto accade è perché - continua duro - Usa e Europa continuano ad armare questi barbari. Basta vendere armi a questi terroristi. È il modo migliore per disinnescare la violenza e sconfiggerli. Basta con il commercio di armi. Occupiamoci dell'emergenza umanitaria e dei milioni di persone che hanno perso tutto".

 

"Lo dico da mesi - aggiunge il vicario - se le cose continueranno ad andare così l'Occidente si ritroverà l'Is sulla soglia di casa. E sta accadendo. Oggi l'Occidente comincia ad avere paura di questa gentaglia, persone senza Dio, senza coscienza e senza cuore. Non vedete quanti giovani occidentali scelgono di combattere al fianco dello Stato islamico? Non li vedete?". "Voglio sperare di cuore che gli ostaggi che sono nelle mani di queste persone non vengano uccisi - conclude Warduni -, il Signore li ha messi in quella terra perché diventassero il sale e la luce per il mondo e non per essere uccisi brutalmente. Preghiamo perché il Signore dia loro fede e coraggio in questo momento difficile ma che apra anche la mente di questi barbari".

 

 

Tornando alla cronaca delle violenze, l'attacco è iniziato all'alba di lunedì con l'irruzione in un villaggio nei pressi di Tell Tamer, nell'area di Al-Hasakah in cui vice una nutrita minoranza assiro-caldeo-siriaca. Le donne e i bambini sono stati radunati in una zona del villaggio presidiata dagli jihadisti mentre gli uomini sono stati trasferiti nelle montagne di Abd al-Aziz.

 

Il vescovo Mar Aprem Athnie ha lanciato un nuovo allarme: è a rischio la vita dei cristiani di 35 villaggi.

 

L'Archimandrita ha detto che i terroristi hanno circondato due villaggi del governatorato di Hassaké (al confine con l'Iraq): Tel Shamiram e Tel Hormizd. Decine di famiglie sono state fatte prigioniere: 50 di Tel Shamiram, 26 di Tel Gouran e 28 di Tel Jazira, mentre altri 14 giovani (12 uomini e 2 donne) sono tenuti in ostaggio dai miliziani sunniti.

 

Il vescovo Mar Aprem Athniel, dalla sua diocesi del luogo, conferma all'Archimandrita che l'Is sta avanzando rapidamente in tutto il governatorato, mettendo a serio rischio la vita dei Cristiani che abitano i 35 villaggi della zona. I terroristi avrebbero scelto di attaccare la regione del Khabour perché sconfitti sull'altro fronte caldo, quello di Kobane, dai combattenti del PYD (Democratic Union Kurdish Party). La battaglia è iniziata verso le 4 del mattino di lunedì 23 febbraio. In breve tempo i miliziani sono riusciti a penetrare nei primi due villaggi, facendo prigioniere decine di persone: "Fortunatamente circa 600 famiglie sono riuscite a fuggire verso Qamishly - dice l'Archimandrita Youkhana - ma siamo preoccupati per la sorte di coloro che sono tenuti in ostaggio. Conosciamo bene i metodi barbari dell'Is: ciò che più conta per noi, adesso, è che queste persone siano liberate il prima possibile". La regione del Khabour conta 35 villaggi cristiani. Essi sono abitati dagli Assiri che nell'agosto 1933 fuggirono dal massacro di Simele, commesso dalle forze armate dell'allora Regno d'Iraq e che provocò la morte di circa tremila persone. La speranza di queste famiglie è quella di tornare un giorno nella loro Patria, in Iraq. Per questo gli abitanti del Khabour continuano a definire le loro abitazioni come "campi" e non come "villaggi" o "città". Il vescovo racconta anche di un ragazzo di 17anni torturato e ucciso dai terroristi come un martire, ovvero in odio a Cristo.

 

"Aiuto alla Chiesa che soffre" è da sempre in prima linea per garantire i diritti civili e religiosi dei cristiani perseguitati in Siria. È di pochi giorni fa, il 16 febbraio, lo stanziamento di 2,3 milioni di euro per decine di progetti nelle città di Aleppo, Homs, Damasco e villaggi cristiani come quelli della regione del Khabour. I fondi saranno spesi per garantire cibo, medicine, cure di prima necessità, abitazioni temporanee ed elettricità agli sfollati.

 

 

Redazione Avvenire.it

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