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Conversazione con Urbano Rattazzi

I. INTRODUZIONE: SISTEMA EDUCATIVO DI DON BOSCO E GIOVANI CON PROBLEMI SOCIALI 1. Storia del testo 2. L'autore 3. Probabili fontiII. TESTO


Conversazione con Urbano Rattazzi

da Don Bosco

del 11 gennaio 2007

 

I. INTRODUZIONE: SISTEMA PREVENTIVO DI DON BOSCO E GIOVANI CON PROBLEMI SOCIALI

 

        

        1. Storia del testo

 

 

 La storia del testo che descrive il primo incontro del Ministero Urbano Rattazzi1 con don Bosco incomincia nel 1882, quando ne riferisce in due puntate il Bollettino Salesiano.2 Non se ne sono trovati manoscritti originali o qualsiasi cenno che si riferisca a una simile visita nelle Cronache di autori diversi, conservate nell’ASC.

 

    Nel processo di beatificazione di don Bosco due testimoni parlano esplicitamente della visita di Urbano Rattazzi all’Oratorio. D. Giulio Barberis (1847-1927), che aveva conosciuto don Bosco quando aveva solo sette anni era entrato nell’Oratorio nel 1861, afferma: 'Il Ministro Urbano Rattazzi era stato più volte testimonio del bene che faceva D. Bosco, essendo venuto a visitare l’Oratorio, assistere persino a qualche predica di D. Bosco, osservato co’ suoi occhi il cambiamento in bene dei giovani, da lui conosciuti discoli...' (Positio super introductione, p. 300). D. Giovanni Battista Francesia (1838-1930; entrato nell’Oratori il 22 giugno 1852) invece assicura di essere stato presente a Valdocco nel giorno della visita di Rattazzi: 'Io ero presente in questa conferenza' (Positio super introductione causae, p. 204). Ma avrà visto e riconosciuto il Ministro? 'Mi pare, dice in una delle sue buone notti, d’aver visto quel signore che cercò di parlare a D. Bosco re che si manifestò per Urbano Rattazzi allora tanto famoso e l’ardito avversario del Conte Cavour'.3

 

    Entrambe le testimonianze sono posteriori al testo del BS.

 

 

 

 

 

    Il testo qui presentato fa parte dei capitoli VII e VIII della seconda parte della Storia dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, pubblicata da D. Giovanni Bonetti, redattore principale del BS. Si può, dunque, supporre che sia egli stesso l’autore del testo.4

Tra i tanti suoi scritti — apologetici, agiografici, ascetici — interessa qui in particolare la Storia dell’Oratorio di S. Francesco di Sales.

Pubblicata a puntate sul BS, fu poi completata e raccolta in volume intitolato Cinque lustri di storia dell’Oratorio Salesiano.5

Scopo della Storia dell’Oratorio era dare ai lettori informazioni esaurienti intorno all’origine e alla natura dell’Oratorio, correggendo errori e impressioni diffusi qua e là.6

 Alla tessitura del lavoro, oltreché le informazioni fornite da don Bosco, concorsero quelle date da antichi allievi dell’Oratorio, interni ed esterni, ecclesiastici e laici.

La pubblicazione incomincia col gennaio 1879 e prosegue ininterrottamente fino ad agosto 1881. Riprende in ottobre dello stesso anno e continua fino a maggio del 1882. Il testo relativo all’andata di Urbano Rattazzi all’Oratorio di Valdocco e al successivo colloquio è contenuto nei fascicoli 10º e 11º (ott.-nov.) del 1882. La pubblicazione della Storia riprende nei numeri da marzo a luglio del 1883; si conclude con la puntata di agosto 1886.

 

 

 

 

 

    La mancanza di testi anteriori alla rievocazione dell’episodio fatta dal BS a 28 anni di distanza pone problemi che vanno oltre lo scopo di questa raccolta. Però, quale contributo a una loro corretta impostazione si sono raccolti testi paralleli, che vengono collocati in apparato per un utile confronto con il testo edito. Sembra che ne possa risultare rafforzata l’attendibilità del racconto del Bonetti, tuttavia letto entro il contesto redazionale del BS e non come rigoroso resoconto storico.

Il dialogo tra Don Bosco e il maestro Francesco Bodrato, tratto dai Cenni biografici del sacerdote D. Bodrato Francesco, di cui esistono il testo manoscritto e le bozze di stampa in ASC 275 BODRATO FRANCESCO, viene citato dall’edizione critica pubblicata in RSS 3 (1984) n. 2 (5), luglio-dicembre, pp. 384-387. Per G. BOSCO, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù, invece, si segue il testo a stampa premesso al Regolamento per le case della Società di S. Francesco di Sales (Torino, Tipografia Salesiana 1877), in OE XXIX 99-107 (= pp. 3-13).

 

II. TESTO +

 Lasciando dunque a parte la sua politica, notiamo ad onore del vero che l’avvocato Rattazzi da Deputato e da Ministro guardò sempre di buon occhio il nostro Oratorio ed Ospizio. Soleva dire che il Governo era obbligato a proteggere cotale istituzione, perché cooperava efficacemente a scemare gli inquilini delle prigioni, e a formare dei savii cittadini, nel mentre che ne faceva dei buoni cristiani; ed egli stesso ne dava l’esempio. Quindi incoraggiava D. Bosco nell’opera sua, inviava sussidii, raccomandava giovanetti, e giunse persino ad affidargli un giovane suo cugino, di nome Cesare Rattazzi, affinché glielo riducesse a buoni sentimenti e a sani consigli. Ogni qual volta poi che saliva al Ministero degnavasi di far sapere a D. Bosco che nulla avrebbe a temere. Queste benevole disposizioni egli prese a nutrire sin dal momento che fece personale conoscenza con D. Bosco, e in modo incognito venne al nostro Oratorio. Il fatto è degno di essere qui segnalato.

   Era una Domenica mattina del mese di aprile dell’anno 1854, verso le ore dieci e mezza. I giovani dell’Ospizio con molti altri degli esterni si trovavano per la seconda volta in Chiesa; avevano cantato Mattutino e Lodi dell’Ufficio della Beata Vergine, ascoltata la Messa, e D. Bosco salito in pulpito stava raccontando un tratto di Storia Ecclesiastica, già incominciata da qualche tempo addietro. In quel mentre entra per la porta esterna della nostra Chiesa un signore, che nessuno e neppur D. Bosco conobbe. Udendo che si stava predicando, ei si sedette sopra uno dei banchi preparati in fondo pei fedeli, e fermossi ad ascoltare sino alla fine. Don Bosco aveva principiato la Domenica innanzi a narrare la vita di S. Clemente Papa, e in quel mattino raccontava come il santo Pontefice in odio alla Religione Cristiana era stato dall’Imperatore Trajano mandato in esiglio nel Chersoneso, chiamato oggidì Crimea, dove in quell’anno incominciava la guerra sopra accennata. Terminato il racconto egli soleva interrogare qualcuno dei giovani, se avesse qualche domanda a fare in proposito, o qualche moralità si potesse trarre dal fatto di storia. In questa guisa egli ci obbligava a stare attenti, e nel tempo stesso dava alla narrazione un più vivo interesse. Così pur facendo in quella mattina, egli interrogò uno dei giovani esterni. Costui contrariamente ad ogni aspettazione venne fuori con una domanda appropriata bensì, ma inopportuna pel luogo, e per quei tempi molto pericolosa. Disse adunque: — 'Se l’Imperatore Traiano commise una ingiustizia, cacciando da Roma e mandando in esilio Papa S. Clemente, ha forse fatto anche male il nostro Governo ad esigliare il nostro Arcivescovo Mons. Fransoni? — A questa | domanda inaspettata D. Bosco rispose senza punto scomporsi: — 'Qui non è il luogo da dire, se il nostro Governo abbia fatto bene o male a mandare in esiglio il nostro veneratissimo Arcivescovo; è questo un fatto di cui si parlerà a suo tempo; ma il certo si è che in tutti i secoli e fin dal principio della Chiesa i nemici della Religione Cristiana hanno sempre preso di mira i Capi della medesima, i Papi, i Vescovi, i Sacerdoti, preché credono che tolte di mezzo le colonne cada l’edifizio, e che percosso il pastore ssi sbandino le pecorelle, e divengano facile preda dei lupi rapaci. Noi pertanto quando udiamo o leggiamo che questo o quel Papa, questo o quel Vescovo, questo o quel Sacerdote è stato condannato ad una pena, come per es. all’esilio, alla prigione e fosse anche alla morte, non dobbiamo tosto credere che egli sia veramente colpevole come lo dicono; imperciocché potrebbe darsi in quella vece che egli sia una vittima del suo dovere, sia un confessore della fede, sia un eroe della Chiesa, come furono gli Apostoli, come furono i Martiri, come furono tanti Papi, Vescovi, Sacerdoti e semplici fedeli. E poi teniamo sempre a mente che il mondo, il popolo ebreo, Pilato condannò alla morte di croce lo stesso divin Salvatore, quale un empio bestemmiatore, ed un sovvertitore del popolo, mentre era vero Figliuolo di Dio, aveva raccomandato obbedienza e sottomissione alle potestà costituite, mentre aveva ordinato di dare a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio'.

   Aggiunte alcune altre parole sul dovere di tenersi forti nella fede e nella devozione e rispetto ai Ministri della santa Chiesa, D. Bosco discese dal pulpito, e noi, recitato il solito Pater ed Ave in onore di S. Luigi Gonzaga, e cantato il Lodato sempre sia il nome di Gesù e di Maria, ce ne uscimmo di Cappella per la porta laterale. Dietro di noi usciva pure lo sconosciuto signore, che venuto nel cortile domandò di parlare con D. Bosco. Questi era allora salito in camera, e gli fu accompagnato da un giovane. Fatti i primi convenevoli, tra D. Bosco e Rattazzi uscì un breve dialogo udito dal giovine medesimo il quale, secondo il solito di quei tempi poco beati, dopo aver introdotto il signore, erasi fermato colà sino a che D. Bosco non gli accennò di andarsene pure, perché nulla occorreva. Il dialogo è questo.

   D. Bosco — Potrei sapere con chi ho l’onore di parlare?

   Rattazzi — Con Rattazzi.

   D. B. — Con Rattazzi! Quel grande Rattazzi (coul gran Ratass), Deputato, già Presidente della Camera ed ora Ministro del Re?

   Rat. — Per lo appunto.

    D. B. — Dunque (sorridendo) posso preparare i polsi alle manette, e dispormi per andare all’ombra della prigione.

   Rat. — E perché mai?

   D. B. — Per quello che V. Eccellenza udì poc’anzi nella nostra Chiesa, a riguardo di Mons. Arcivescovo.

   Rat. — Niente affatto. Lasciando a parte, se | fosse più o meno opportuna la domanda di quel ragazzo, Lei dal canto suo rispose e se la cavò egregiamente, e niun Ministro del mondo potrebbe fargliene il minimo rimprovero, quantunque io sia di parere che non convenga trattare di politica in Chiesa, tanto meno con giovanetti, che non sono ancor capaci di farne il dovuto apprezzamento, non si hanno tuttavia da rinnegare le proprie convinzioni in facci a nessuno. Si aggiunga anche che in un Governo Costituzionale i Ministri sono responsabili delle loro azioni, le quali possono essere sindacate da qualsiasi cittadino, e perciò anche da D. Bosco. Io stesso, sebbene non tutte le idee e gli atti di Mons. Fransoni mi arridano, sono lieto che la severa misura contro di lui non sia stata presa sotto il mio Ministero.

   D. B. — Se è così, conchiuse facetamente Don Bosco, posso dunque stare tranquillo che V.E. per questa volta non mi farà mettere in gattabuja, e mi lascierà respirare l’aria libera di Valdocco. Allora passiamo ad altro.

   A questo lepido esordio tenne dietro un serio discorso di quasi un’ora; e il Rattazzi con una infilzata di domande a D. Bosco si fece dire per filo e per segno l’origine, lo scopo, il progresso, il frutto della instituzione dell’Oratorio e dell’unito Ospizio; e uomo qual si era di buon cuore ne andò così bene impressionato, che da quel giorno, come abbiamo di sopra accennato, e come vedremo ancora in appresso, divenne nostro avvocato e protettore. Fu questo per noi un tratto di speciale provvidenza, imperciocché facendosi anno per anno più difficili le condizioni dei tempi, ed avendo il Rattazzi avuto molto sovente le mani al Governo, ed essendo rimasto ognora uomo influente, il nostro Oratorio ebbe in lui tale un appoggio, senza di cui avrebbe forse risentite delle fortissime scosse, ed anche sofferti dei gravissimi danni. Ed invece fu il contrario. Pare che il Signore abbia voluto servirsi di lui per farci del bene, e per non lasciarci recare del male, come allo stesso fine sotto il re Nabucodonosor erasi servito dell’opera di un Ministro potente in pro del giovane Daniele e dei suoi compagni. Dio giammai non muta. Egli è sempre qual provvido Padre. Felice chi lo ama e in lui confida. |

   Tra le varie interrogazioni, che il signor Rattazzi mosse a D. Bosco nella sopra riferita conversazione, una si fu intorno al mezzo da lui | adoperato per conservare l’ordine tra tanti giovani, che affluivano all’Oratorio.

   — Non ha la S.V. ai suoi cenni, domandò il Ministro, almeno due o tre guardie civiche in divisa o travestite?

   — Non me ne occorrono punto, Eccellenza.

   — Possibile? Ma questi suoi giovani non sono mica dissimili dai giovani di tutto il mondo; saranno ancor essi per lo meno sbrigliati, accattabrighe, rissosi. Quali reprensioni, quali castighi usa adunque per infrenarli e per impedire scompigli?

   — La maggior parte di questi giovani sono davvero svegliati della quarta, come si dice; ciò non di meno per impedire disordini qui non si adoperano né violenze, né punizioni di sorta.

   — Questo mi pare un mistero; favorisca di spiegarmi l’arcano.

   — Vostra Eccellenza non ignora che vi sono due sistemi di educazione; uno è chiamato sistema repressivo, l’altro è detto sistema preventivo. Il primo si prefigge di educare l’uomo colla forza, col reprimerlo e punirlo, quando ha violato la legge, quando ha commesso il delitto; il secondo cerca di educarlo colla dolcezza, e perciò lo aiuta soavemente ad osservare la legge medesima, e gliene somministra i mezzi più acconci ed efficaci all’uopo; ed è questo appunto il sistema in vigore tra di noi. Anzitutto qui si procura d’infondere nel cuore dei giovanetti il santo timor di Dio; loro s’inspira amore alla virtù ed orrore al vizio, coll’insegnamento del catecchismo e con appropriate istruzioni morali; s’indirizzano e si sostengono nella via del bene con opportuni e benevoli avvisi, e specialmente colle pratiche di pietà e di religione. Oltre a ciò si circondano, per quanto è possibile di un’amorevole assistenza in ricreazione, nella scuola, sul lavoro; s’incoraggiano con parole di benevolenza, e non appena mostrano di dimenticare i proprii doveri, loro si ricordano in bel modo e si richiamano a sani consigli. In una parola si usano tutte le industrie, che suggerisce la carità cristiana, affinché facciano il bene e fuggano il male per principio di una coscienza illuminata e sorretta dalla Religione.

   — Certo è questo il metodo più adatto ad educare creature ragionevoli; ma riesce egli efficace per tutti?

   — Per novanta su cento questo sistema riesce di un effetto consolante; sugli altri dieci esercita tuttavia un influsso così benefico, da renderli meno caparbii e meno pericolosi; onde di rado mi occorre di cacciare via un giovane siccome indomabile ed incorreggibile. Tanto in questo Oratorio, quanto in quelli di Porta Nuova e di Vanchiglia, si presentano o sono talora condotti giovani, che o per mala indole, o per indocilità, od anche per malizia furono già la disperazione dei parenti e dei padroni, e in capo a poche settimane non sembrano più dessi; da lupi, per così dire, si mutano in agnelli.

   — Peccato che il Governo non sia in grado di adottare siffatto metodo nei suoi Stabilimenti di pena, dove per bandire disordini occorrono centinaia di guardie, ei detenuti diventano ogni giorno peggiori. |

   — E che cosa impedisce il Governo di seguire questo sistema nei suoi Istituti penali? Vi s’introduca la Religione; vi si stabilisca il tempo opportuno per l’insegnamento religioso e per le pratiche di pietà; si dia loro l’importanza che si meritano da chi presiede; vi si lasci entrare di spesso il Ministro di Dio, e gli si permetta di trattenersi liberamente con quei miseri, e di far loro udire una parola di amore e di pace, ed allora il metodo preventivo sarà bell’e adottato. Dopo alcun tempo le guardie non avranno più nulla o ben poco da fare; ma il Governo avrà il vanto di ridonare alle famiglie e alla società tanti membri morali ed utili. Altrimenti egli spenderà il danaro, a fine di correggere o punire per un tempo più o meno lungo un gran numero di discoli e colpevoli, e quando li avrà rimessi in libertà dovrà proseguire a tenerli d’occhio, per premunirsi contro di loro, perché pronti a fare di peggio.

   Di questo tenore D. Bosco tirò innanzi per un buon pezzo; e siccome fin dal 1840 egli conosceva lo stato dei prigionieri giovani e adulti, perché sull’esempio del signor D. Cafasso e del T. Borel faceva a quei miseri frequenti visite, così potè far rilevare al Ministro dell’Interno l’efficacia della Religione sulla morale loro riabilitazione. Al vedere il Sacerdote di Dio, ei soggiunse, all’udire la parola di conforto il detenuto rammenta gli anni beati, in cui assisteva al catechismo, ricorda gli avvisi del Parroco o del Maestro, riconosce che se è caduro in quel luogo di pena si è, o perché cessò di frequentare la Chiesa, o perché non mise in pratica gli insegnamenti, che vi ha ricevuti; onde richiamandolo a mente queste care rimembranze sente il più delle volte commuoversi il cuore, una lagrima gli spunta in sugli occhi, si pente, soffre con rassegnazione, risolve di migliorare la sua condotta, e, scontata la sua pena, rientra in società disposto a ristorarla degli scandali dati. Se invece gli si toglie l’amabile aspetto della Religione e la dolcezza delle sue massime e delle sue pratiche; se lo si priva di conversazioni e dei consigli di un amico dell’anima, che sarà del misero in quell’odiato recinto? Non mai invitato da una voce amorevole a sollevare lo spirito oltre la terra; non mai animato a riflettere che peccando ha offeso non solo le leggi dello Stato, ma Iddio, Legislatore Supremo; non mai eccitato a domandargli perdono, né confortato a soffrire la sua pena temporale in luogo della eterna, che gli vuol condonare, egli nella sua misera condizione altro non vedrà che il mal garbo di una fortuna avversa; qiondi invece di bagnare le sue catene con lagrime di pentimento, egli le morderà di mal celata rabbia; invece di proporre emendamento di vita, si ostinerà nel suo male; da’ suoi compagni di punizione imparerà nuove malizie, e con essi combi,nerà il modo di delinquere un giorno più oculatamente, per non ricadere nelle mani della giustizia, ma non già di migliorare e farsi buon cittadino.

   D. Bosco, colta la favorevole occasione, segnalò al Ministro l’utilità del sistema preventivo soprattutto nelle pubbliche scuole e nelle case di educazione, dove si hanno a coltivare animi ancor0vergini di delitti; animi, che si piegano docilmente alla voce della persuasione e dell’amore. So bene, conchiuse D. Bosco, che il promuovere questo sistema non è compito devoluto al dicastero di Vostra Eccellenza; ma un suo riflesso, ma una sua parola avrà sempre un gran peso nelle deliberazioni del Ministro della pubblica istruzione.

   Il signor Rattazzi ascoltò con vivo interesse queste ed altre osservazioni di D. Bosco; si convinse appieno della bontà del sistema in uso negli Oratorii, e promise dal che canto suo lo avrebbe fatto preferire ad ogni altro negli Istituti governativi. Se poi non mantenne sempre la sua parola, la cagione si è che anco a Rattazzi mancava talora il coraggio di manifestare e difendere le proprie convinzioni religiose.

 

 

 

NOTE:

1 Urbano Rattazzi nacque ad Alessandria nel 1808 e morì a Frosinone nel 1873. Avvocato, deputato al parlamento subalpino, per una volta ministro della pubblica istruzione, per due presidente del consiglio dei ministri del regno d’Italia, fece parlare molto di sé in rapporto sia alla questione romana sia alle relazioni tra stato e chiesa, prima nel regno sardo, poi nel regno d’Italia. Ministro di Grazia e Giustizia e ministro degli Interni in diversi Governi del regno di Sardegna e — dopo l’unificazione d’Italia — nel ministero La Marmora, svolse un’intensa attività diretta alla riforma dell’ordinamento giudiziario, a regolare l’ammissione al beneficio del patrocinio dell’avvocato dei poveri, a modificare il codice di procedura penale e soprattutto a modificare il codice penale in vigore nel regno sardo. Tra le molte differenze che si trovano tra il codice penale del 1839 e quello del ’59, interessano quelle riguardanti i giovani minori di ventun anni di età. Il codice del ’39 e quello del ’59 vanno d’accordo nell’asserire che il minore di anni quatttordici, quando abbia agito senza discernimento, non soggiacerà a pena. Se si tratta però di crimine o di delitti, i magistrati o tribunali ordineranno che l’imputato sia consegnato alla famiglia, la quale si obbliga a bene educarlo e a invigilare sulla sua condotta sotto pena da anni (nel ’59 si parla perfino di multa). Esiste però, nel resto, una grande differenza tra i due codici. Quello del ’39 prevede l’ergastolo (una colonia penale di lavoro) per il minore di quattordici anni che non viene consegnato alla famiglia. Per i giovani oltre ai 14, fino a anni ventuno, la pena è scontata in carcere, seppure con qualche diminuzione nella durata riguardo a quella degli adulti. Il Codice del ’59, che porta la firma del Rattazzi, prevede per tutti i giovani con problemi sociali che non vengano consegnati alla famiglia la custodia che è una casa di istruzione e di industria, oppure il ricovero in uno stabilimento pubblico di lavoro, se l’imputato è minore di quattordici anni. Custodia e ergastolo non potevano differire fra loro soltanto quanto al nome, se si voleva che la custodia servisse alla rieducazione dei giovani. Si ponevano allora seri problemi di ordine pedagogico nel preparare il regolamento della custodia, di cui parla il Codice del 1859. A quanto pare, però, l’incalzare degli avvenimenti politici tolse a Rattazzi l’opportunità di portare avanti il compito di dare ai giovani con problemi sociali un trattamento più adeguato alla loro condizione.

2 Cfr. BS 6 (1882) n. 10, ott., pp. 166-172 e n. 11, nov., pp. 179-182

3 G.B. FRANCESIA, Buone notti autografe di D. G.B. Francesia, a cura di Eugenio Valentini. Roma, PAS 19677, p. 29.

4 Vedi su di lui più avanti a pag. 92, n. 8, un breve profilo biografico.

5 Torino, Tipografia Salesiana 1892.

6 Cfr. BS 3 (1879) n. 1, genn., p. 6.

 

3. Probabili fonti

 

 

2. L’autore

Antonio Ferreira Da Silva

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