La carità diventa servizio quando ci lasciamo coinvolgere da un bisogno concreto. È la terza parola del nostro cammino attraverso «Segni del suo amore».
Andrea Piacquadio
Il gruppo animatori sta preparando una festa in oratorio. C’è chi sceglie la musica, chi organizza i giochi, chi pensa ai post da pubblicare. Poi arriva una domanda meno entusiasmante: chi si occupa di sistemare tutto alla fine? Per un momento nessuno risponde. Un ragazzo propone di fermarsi con altri due amici. Sa che perderà un pezzo della serata, ma sa anche che quella festa potrà riuscire solo se qualcuno si prenderà cura di ciò che viene dopo.
È un gesto piccolo. Il servizio, però, comincia spesso quando ci chiediamo: «Di che cosa c’è bisogno?» e siamo disposti a lasciarci coinvolgere dalla risposta. A volte serviranno mani per riordinare. Altre volte tempo per spiegare un compito, accompagnare qualcuno o preparare con cura un’attività. Ogni situazione chiede di guardare le persone e la realtà che abbiamo davanti.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù parla del giudizio finale con parole concrete: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Cita anche chi è malato e chi è in carcere. Sono persone con bisogni precisi, alle quali qualcuno può avvicinarsi oppure passare accanto.
La sorpresa del racconto sta nella domanda di coloro che hanno aiutato: «Quando ti abbiamo visto?». Gesù risponde che quanto hanno fatto a uno dei suoi fratelli più piccoli, l’hanno fatto a lui. Li invita a riconoscerlo nelle persone incontrate, soprattutto in quelle la cui fatica rischia di restare invisibile.
Questa pagina può aiutarci a guardare anche le nostre attività. Una raccolta di viveri, un doposcuola, una visita a una persona sola sono occasioni preziose. Per viverle bene, occorre conoscere chi incontriamo e ascoltare ciò di cui ha bisogno. Una famiglia può desiderare un aiuto materiale, ma anche essere accolta con rispetto e riservatezza. Un bambino può aver bisogno di recuperare matematica, ma anche di trovare qualcuno che abbia pazienza di ripartire con lui.
Per i giovani il servizio può diventare una scoperta: ci si accorge di saper offrire più di quanto si pensava. Magari non si è capaci di parlare davanti a un gruppo, ma si sa ascoltare. Non si conoscono ancora tutti i giochi, ma si è bravi a coinvolgere chi rimane da parte. Oppure si ha una competenza tecnica che può essere utile agli altri. Nessuno deve fare tutto; ciascuno può trovare un modo concreto di contribuire.
Anche gli educatori hanno una responsabilità. Possiamo invitare i ragazzi a mettersi in gioco, spiegare il senso di quello che facciamo e affidar loro compiti veri. Poi possiamo fermarci a rileggere insieme l’esperienza: chi abbiamo incontrato? Che cosa ci ha raccontato? Che cosa abbiamo imparato da lui? Sono domande che aiutano il servizio a diventare una relazione e non soltanto un’attività da segnare sul calendario.
Don Bosco cercava risposte per i ragazzi che incontrava: un luogo in cui stare, amici, istruzione, possibilità di lavoro, occasioni per crescere nella fede. La sua carità educativa aveva questa concretezza. Chiedeva di capire la situazione di ciascuno e di cercare, insieme ad altri, ciò che poteva aiutarlo a crescere.
Questa settimana possiamo partire da un bisogno vicino. Guardiamo un luogo che frequentiamo ogni giorno — la classe, la casa, l’oratorio, la squadra — e domandiamoci quale gesto utile continuiamo a rimandare. Scegliamone uno e facciamolo. Sarà poi l’incontro con le persone a mostrarci il passo successivo.
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Per i giovani: quale capacità, anche semplice, potresti mettere a disposizione di qualcuno questa settimana?
Per gli educatori: nelle esperienze di servizio che proponiamo, quanto spazio diamo all’incontro e all’ascolto delle persone?
Per approfondire: la scheda «Servizio» e la proposta pastorale «Segni del suo amore».
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