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Capitolo 66

D. Bosco celebra la messa nel Carcere Mamertino - Le scuole di Carità - Una conferenza della Società di S. Vincenzo de' Paoli -Seconda visita alla Basilica Vaticana - La S. Messa sull'altare di S. Pietro, e a S. Croce di Gerusalemme - Il Padre Lolli - L'Ospizio di S. Michele - Saggie risposte di un bifolco - La santa Messa a S. Maria del popolo e alla chiesa del Gesù - A Bosco è conosciuto in Roma: una predizione La cupola di S. Pietro - I Musei - I Padri della Civiltà Cattolica - Insistenze amichevoli del sig. Foccardi coronato - Biglietto per l'udienza Pontificia.


Capitolo 66

da Memorie Biografiche

del 29 novembre 2006

 Il 2 marzo, lunedì, D. Bosco colla famiglia De Maistre scendeva al Carcere Mamertino, ai piedi del Campidoglio nella parte occidentale, il quale consiste due sotterranei sopraposti. Nel sotterraneo più basso, a fianco di una colonna di pietra a cui furono, legati S. Pietro e S. Paolo, avvi un piccolo altare ove D. Bosco celebrò la santa Messa, assistita dai suoi nobili ospiti e da altre pie persone. Quindi tutti bevettero un sorso di acqua della polla che si dice fatta quivi scaturire miracolosamente da S. Pietro per battezzare i suoi carce­rieri S. Processo e S. Martiniano con altri quarantasette loro compagni morti poi martiri. Questa fonte sgorga da un piccolo bacino scavato nel pavimento e lo riempie, senza mai versare, nè mai diminuire, per quanta se ne attinga.

  Nel pomeriggio l'illustre Duca Scipione Salviati lo condusse a Santa Maria dei Monti, per visitare le scuole dì carità sostenute dalle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli.

  Entrato nella scuola, trovò che i giovanetti erano circa sessanta. Il maestro li fece leggere alquanto, indi recitare il catechismo, ed infine eseguire alcune operazioni di aritmetica. Gli scolari erano disinvolti, attenti alle dimande, e rispondevano senza confondersi. D. Bosco volle pure conoscere se capivano anche quanto leggevano, e interrogatine alcuni, si accorse che intendevano poco; onde in modo cortese e prudente diede alcune norme opportune al maestro, che le ricevette con gratitudine. La grammatica e un po' d'aritmetica insegnata a viva voce, il catechismo, il libro delle massime eterne, la storia sacra formavano la materia dell'insegnamento. In sostanza egli trovò quella scuola condotta secondo lo scopo delle scuole di carità, le quali devono essere essenzialmente dirette a togliere i ragazzi dai pericoli delle strade, ad ammaestrarli nelle verità della fede e nei precetti della morale cristiana, e a fornirli di quelle cognizioni che sono più acconce alla condizione loro, senza pretendere punto di farne dei saccenti e degli spostati, che finiscono poi per divenire ambiziosi e superbi, inutili a se stessi e fors'anche perniciosi alla civile società. Tali pure erano le scuole serali, diurne e festive attivate pei giovani esterni e per gli artigianelli del nostro Oratorio.

  La sera stessa, alle quattro e un quarto, Don Bosco andò ad assistere ad una Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli sotto il titolo di S. Nicola, presieduta dall'egregio Marchese Patrizi. Pregato di volgere ai Soci alcune parole, Don Bosco tenne loro un breve discorso, col quale li esortò a coltivare con ardore lo spirito delle Conferenze, ma di riguardare e promuovere come opera prediletta il patronato dei giovani poveri ed abbandonati. Loro narrò come da qualche tempo, mediante il concorso dell'egregio conte Carlo Cays, si fossero stabilite negli Oratorii festivi di Torino tra i giovani adulti alcune conferenze sotto il titolo di Conferenze annesse; dimostrò come queste tra la gioventù avessero lo scopo di esercitarla per tempo nelle opere di carità verso le famiglie più bisognose, e intanto con tale mezzo indurle più facilmente ad inviare i proprii figliuoli al catechismo.

    D. Bosco fu ascoltato con entusiasmo, e que' Soci s'invogliarono e promisero tutti di praticare la stessa cosa tra i giovani delle scuole serali della città di Roma; e lo invitarono a visitarle egli stesso per far prova di scegliere alcuni alunni che formassero il primo nucleo di una conferenza annessa.

    Dopo tale esposizione e scambio di idee si passò alle consuete relazioni delle visite fatte, all'esame delle nuove domande di soccorsi, ed alle deliberazioni delle somme o dei buoni da distribuirsi. A D. Bosco parve che si desse molto ai poveri, ma non con quella regolarità e ripartizione che apre la strada a far del bene morale e spirituale ad un maggior numero di famiglie, primo scopo della Società: intese però facilmente che la generosità dei Papi e di cento opere pie in favore dei poveri non permetteva, per ragione di costumanze e confronti, largizioni più esigue.

La conferenza era stata alquanto lunga e già si faceva notte. D. Bosco ne usci molto soddisfatto, ma essendo grande la distanza da quel luogo al Quirinale e avendo premura, egli non badò a farsi accompagnare da qualcuno di quei soci, i quali si intrattenevano ancora in conversazione animata. Ed ecco D. Bosco smarrito per Roma senza più sapere per dove si avviasse. Dopo aver vagato pazientemente di qua e di là incontrò una vettura cittadina che lo condusse al suo alloggio.

  Il tre marzo era destinato a proseguire la visita della Basilica Vaticana. D. Bosco col Ch. Rua e il Conte Carlo usciva di casa alle sei e mezzo, ed eccolo in S. Pietro presso all'altare papale, che isolato, in mezzo alla crociera si erge maestoso sopra sette gradini di marmo bianco. Innanzi a questo avvi nel pavimento un vasto vacuo regolare, cinto da una preziosa balaustrata sulla quale ardono continuamente centododici lampade sorrette da cornucopie di metallo dorato; e nel quale, per mezzo di doppia marmorea scala, si discende al ripiano della Confessione, posta sotto l'altare papale. È  una cappella ornata di preziosi marmi, di stucchi dorati e di ventiquattro bassorilievi in bronzo rappresentanti i fatti principali della vita di S. Pietro; nel sotterraneo di essa è nascosta la tomba del Principe degli Apostoli. D. Bosco sull'altare di questa cappella, adorna di due antichissime immagini dei Santi Pietro e Paolo dipinte sopra lastra d'argento, ebbe la fortuna di celebrare la S. Messa.

  Dopo aver lungamente pregato, risalì nella Basilica e diede uno sguardo attento alla navata di crociera, lunga circa centotrentacinque metri.

  Di sopra all'altare papale si aderge la sterminata cupola, con metri quarantadue e sette di diametro, la quale sia per l'altezza e vastità, sia per gli splendidi lavori in mosaico eseguiti da' più celebri artisti, fa restare incantato chi la rimira. È  sostenuta da quattro piloni; ciascuno di essi gira settanta metri e ottantacinque centimetri ed ha una loggia detta delle reliquie. Racchiudono in custodia il volto santo della Veronica, una porzione della santa Croce, la sacra lancia ed il teschio di Sant'Andrea. È  celebre la reliquia, del sacro Volto che si crede essere quel pannolino, di cui servissi il Divin Salvatore per tergersi la faccia grondante sangue. Egli vi lasciò impressa la sua effigie che diede a Santa Veronica, mentre saliva al Monte Calvario. Persone degne di fede raccontano che quel sacro volto l'anno 1849 trasudò sangue più volte, anzi cangiò colore, in guisa da variarne i primieri lineamenti. Questi fatti furono consegnati agli scritti, e i canonici di S. Pietro ne facevano testimonianza.

   D. Bosco, penetrato da questi pensieri così atti a commuovere un'anima piena di fede, si avvicinò alla cattedra di S. Pietro e, dopo averle rinnovato l'atto del suo ossequio, volse il passo verso la parte meridionale della Basilica e osservò altre tombe di Pontefici, esaminò le sontuose cappelle e gli altari, specialmente quello della Vergine della Colonna, così detto per l'immagine di Maria Santissima dipinta sopra una colonna dell'antica basilica Costantiniana. Venerava eziandio le urne che racchiudono i corpi di varii Santi: degli Apostoli Simone e Giuda, di S. Leone Magno, dei Ss. Leone II, III, IV, di S. Bonifacio IV, di S. Leone IX, di S. Gregorio Magno e di S. Giovanni Grisostomo. Infine si fermò all'ultima cappella della navata minore, ossia al battistero, la conca del quale è di porfido.

   Questa seconda visita a S. Pietro terminava alla mezz'ora dopo il mezzodì, sicchè il sig. Carlo De Maistre riserbò per altra volta la salita alla cupola.

Dopo il pranzo e qualche ora di riposo D. Bosco si recò a dare uno sguardo al palazzo apostolico del Quirinale, ed entrò nella chiesa di S. Andrea, presso al Noviziato dei Padri Gesuiti, ove in una cappella tutta ornata di marmi i più preziosi, riposava sotto l'altare il corpo di S. Stanislao Kostka.

   Il 4 di marzo D. Bosco lo dedicò a visitare la basilica di S. Croce in Gerusalemme, accanto alla quale avvi un convento di Cisterciensi; e vi giunse col Ch. Rua sotto una pioggia dirotta inzuppato dalla testa ai piedi; ma la consolazione provata in questa chiesa lo compensò di quell'incomodo.

   E’ questa una delle sette basiliche che si visitano per guadagnare le indulgenze. Essa fu eretta da Costantino il Grande in memoria del ritrovamento della Santa Croce, fatto da S. Elena sua madre, in Gerusalemme. Qui si conserva una parte considerevole del S. Legno e il Titolo della croce.

   D. Bosco discese nella cappella di S. Elena, detta la cappella santa, poichè ivi quell'Imperatrice fece trasportare molta terra del monte Calvario. Di fronte a quella avvi la cappella Gregoriana ove si può guadagnare indulgenza plenaria applicabile alle anime del purgatorio da chi celebra la Messa e da quelli che l'ascoltano. A questo altare D. Bosco celebrò il santo sacrifizio.

   Il Padre Abate, certo Marchini, piemontese, gli usò molte gentilezze e fra l'altro gli fece vedere la biblioteca molto ricca di pergamene antiche.

  Il 5 marzo fu quasi tutto piovoso e D. Bosco lo impiegò a scrivere. Mentre era così occupato, il conte Carlo gli recò una triste notizia. Alle ore dieci del mattino, dopo breve malattia, ricevuti con esemplarità tutti i con forti della Religione, era passato a miglior vita il Padre Lolli, Rettore del Noviziato dei Gesuiti nella chiesa di S. Andrea a Monte Cavallo. Essendo piemontese aveva dimorato lungo tempo in Torino, celebre per la predicazione e per la sollecitudine nel ministero delle confessioni. La defunta regina di Sardegna, Maria Teresa, lo aveva scelto per confessore. D. Bosco prese parte all'universale rincrescimento e alle preghiere di suffragio, essendo il Padre Lolli una sua antica conoscenza.

   Intanto il Conte Rodolfo lo avvertiva che le malattie in Roma eransi moltiplicate assai; e che la mortalità nei mesi di gennaio e di febbraio era stata quattro volte maggiore dell'ordinario. Il pericolo delle febbri però non impediva a Don Bosco le divote ed istruttive peregrinazioni.

   La mattina del 6 marzo D. Bosco accompagnato dalla famiglia De Maistre e dal Ch. Rua, si recò a visitare il magnifico Ospizio di S. Michele in Ripa. Il Cardinale Tosti, che li attendeva, avea imbandito per loro una sontuosa colaziuncola, alla quale però D. Bosco e i suoi amici non presero parte. Una leggera refezione era stata loro servita prima di uscir di casa, e non volevano mancare alla legge del digiuno.

   Allora il Cardinale ebbe la degnazione di accompagnarli per ogni piano e sala dell'Ospizio, seguito da uno dei direttori. Quivi i giovani apprendevano le arti meccaniche e le arti liberali. Quelli che si occupavano nelle prime avevano i loro opificii per calzolai, sarti, fabbri ferrai, falegnami, tintori, cappellai, sellai, ebanisti. Molti lavoravano in una tipografia e in una legatoria di libri. Pio IX, a fine di beneficare questo Ospizio, avevagli concesso il privilegio, in forza del quale soltanto colà potevansi stampare i libri scolastici, che si usavano in tutti gli stati Pontificii.

   Quelli che accudivano alle arti liberali, sotto la direzione di abili maestri, ed erano il maggior numero, davano opera alla fabbricazione dei tappeti ed arazzi del genere di quelli dei gobelins, come pure all'intaglio in legno, alla pittura, alla scultura, all'incisione in camei, in rame e di medaglie.

   D. Bosco passava di laboratorio in laboratorio. Era già stato fatto consapevole dell'andamento di quella casa dal conte De Maistre e da varii signori romani laici ed ecclesiastici, i quali si lamentavano che gli amministratori avevano alquanto eluso lo scopo di quella fondazione. Infatti l'Ospizio, invece di ricoverare giovani tutti poveri, manteneva fanciulli anche di famiglie benestanti coi redditi della carità, e figli e nipoti d'impiegati e di personaggi molto autorevoli qui ricevevano la loro educazione. Perciò inevitabili le preferenze e le gelosie.

   Il vitto giornaliero della comunità era abbondante di carne e di vino, e i prudenti facevano osservare che la maggior parte degli alunni non avrebbero potuto onestamente procurarsi tale imbandigione quando fossero usciti dall'Ospizio.

   Alle arti meccaniche, trascurate perchè umili e che avrebbero dovuto assicurare il pane alla gran maggioranza dei ricoverati, erano preferite le arti liberali, perchè recavano più lustro allo stabilimento, specie gli arazzi ed i tappeti che ornavano i palazzi dei varii principi. Dava causa eziandio a lamentanze il sistema repressivo adoperato per mantenere la disciplina fra i giovani; e si infliggevano punizioni corporali antiquate, non troppo severe, ma che avvilivano il trasgressore dei regolamenti.

In quella stessa mattina gli amici avevano cercato di indurre D. Bosco a tentar la prova per far cessare quei disordini, col palesare al Cardinale Presidente le voci per Roma diffuse contro certi amministratori dell'Opera Pia. D. Bosco però non credette doversi immischiare in questioni di tal genere.

   Tuttavia egli osservava ogni cosa: i giovani, i capi d'arte, gli istitutori ed assistenti; esaminava con qual perfezione si eseguissero i lavori; interrogava gli uni e gli altri, con quella finezza bonaria, che era tutta sua propria, in modo da potersi dar ragione dello spirito dominante: e notava nella sua mente ciò che parevagli più degno di considerazione. Vide intanto pareti e pavimenti tersi come specchi: fiorente la sanità degli alunni, assidua la vigilanza degli assistenti, insegnata con amore la scienza del catechismo, fissati i giorni per i sacramenti della Confessione e della Comunione. Ad ogni classe poi di alunni veniva impartita un'istruzione letteraria conveniente al loro stato.

   Egli adunque constatò che, se vi era qualche difetto più o meno grave, dal quale non va esente nessuna opera umana, pure un gran bene ne risultava a vantaggio dei figli del popolo. Non però tutto quello che poteva aspettarsi; infatti non gli sfuggiva l'impaccio e l'evidente timore che manifestavasi in molti alunni, quando i superiori comparivano in mezzo a loro, oppure quand'essi dovevano recarsi a render conti negli uffici della direzione, Ciò faceva male a D. Bosco, perchè l'indole dei fanciulli romani era espansiva ed affettuosa; quindi pensava al modo di dare una lezione pratica a que' superiori, del suo sistema nell'educare; e il destro gli venne agevole.

     Mentre D. Bosco si aggirava per que' immensi locali, accompagnato dal Cardinale e da qualche superiore subalterno, si udì zufolare e poi cantare. Ed ecco un giovanetto che discendeva lo scalone, e che ad uno svolto si trovò all'improvviso alla presenza del Cardinale, del suo Direttore e di D. Bosco. Il canto gli morì subito in bocca e stette col berretto in mano e colla testa bassa.

     - È  questo, dissegli il Direttore, il profitto degli avvisi e delle lezioni che vi sono date? Screanzato che siete! Andate al vostro laboratorio ed aspettatemi per ricevere la meritata puni­zione. E lei sig. D. Bosco, scusi .....

     - Che cosa? replicò D. Bosco mentre quel giovane si era allontanato. Io non ho nulla da scusare, e non saprei in che abbia mancato quel poveretto.

     - E quel zufolare villano non le sembra un'irriverenza?

     - Involontaria però; e lei, mio buon signore, sa meglio di me che S. Filippo Neri era solito a dire ai giovani che frequentavano i suoi Oratorii: - State fermi se potete! E se non potete, gridate, saltate, purchè non facciate peccati. Io pure esigo, in certi tempi della giornata, il silenzio; ma non bado a certe piccole trasgressioni cagionate dall'irriflessione; del resto lascio a' miei figliuoli tutta la libertà di gridare e cantare nel cortile, su e giù per le scale: soglio raccomandarmi soltanto che mi rispettino almeno le muraglie. Meglio un po' di rumore che un silenzio rabbioso o sospetto... Ma ciò che ora mi fa pena è che quel povero figliuolo sarà in grave fastidio per la sua sgridata.... nutrirà qualche risentimento.... Non le sembra che sia meglio che lo andiamo a consolare nel suo laboratorio?

  Quel Direttore fu tanto cortese da aderire al suo desiderio, e come furono nel laboratorio, D. Bosco chiamò a sè quel giovane, che dispettoso e avvilito cercava di nascondersi, e: - Amico, gli disse, ho una cosa da dirti, Vieni, qui che il tuo buon superiore te lo permette.

Il giovane si avvicinò e D. Bosco proseguì:

     - Ho accomodato tutto, sai; ma con un patto che d'ora in avanti sii sempre buono, e che siamo amici. Prendi questa medaglia e per compenso dirai un'Ave Maria alla Madonna per me.

     - Il giovane vivamente commosso baciò la mano che gli presentava la medaglia e disse:

     - Me la metterò al collo, e la terrò sempre per sua memoria.

   I suoi compagni, che già sapevano il caso succeduto, sorridevano, e salutavano D. Bosco che attraversava quella vasta sala, mentre il Direttore faceva il proponimento, di non più rimproverare alcuno tanto forte per un nonnulla; e ammirava l'arte di D. Bosco per guadagnarsi i cuori.

Il Conte De Maistre narrava pi√π volte questo fatto.

  Finalmente, visitate tutte le sale, l'Em.mo porporato, D. Bosco e la comitiva erano giunti sul terrazzo che ricopre tutto l'edifizio, del quale a mezzodì il Tevere rasenta il muro, formando un angolo ove erano legati parecchi battelli. Questo si può chiamare il porto delle navi mercantili che da Ostia vengono a Roma. Mentre D. Bosco osservava con un colpo d'occhio tutta l'estensione di quel vasto edifizio, provava una grande soddisfazione nel pensare ai tanti giovani quivi avviati alla virtù e ad una vita onorata; e pare che abbia concepito il santo desiderio, e domandato a Dio di portare i suoi giovanetti di Torino allo stesso numero delle persone quivi raccolte. Pochi anni dopo, quel suo desiderio era una realtà.

   Quando discese dal terrazzo erano le dodici e mezzo. I ragazzi erano andati a pranzo, e sentendosi Sua Eminenza molto stanca, il Conte e D. Bosco presero congedo. A lui e a' suoi amici il Cardinale aveva regalato il disegno dell'Ospizio e un'incisione rappresentante S. Gerolamo, lavori eseguiti dai giovani.

   Ripassato il Tevere al ponte rotto, D. Bosco e gli altri dovettero ricoverarsi sotto il vestibolo della chiesa di S. Maria in Cosmedin, ove si conserva la cattedra sulla quale S. Agostino insegnò la rettorica. Quivi attesero che si calmasse un acquazzone che inondava tutte le vie, e osservavano in una piazza, detta della bocca della verità, molti buoi aggiogati che riposavano nel fango, esposti al vento e alla pioggia. I bovari erano venuti sotto al medesimo vestibolo e si posero a pranzare con un appetito invidiabile. Invece di minestra o pietanza avevano un pezzo di merluzzo crudo, da cui ciascuno strappava un brano di mano in mano che gliene occorreva. Le loro pagnotelle erano di segala e di meliga. Acqua la bevanda.

   Scorgendo in loro un'aria di semplicità e di bontà, D. Bosco si avvicinò:

     - Eh! avete buon appetito?

     - Molto! - rispose uno di essi.

     - Vi basta quel cibo a togliervi la fame e a sostentarvi?

     - Ci basta; e grazie a Dio quando si può averne, giacchè essendo poveri non possiamo pretendere di più.

     - Perchè non conducete quei buoi nella stalla?

     - Perchè non ne abbiamo.

     - Li lasciate sempre esposti al vento e alla pioggia, giorno e notte?

     - Sempre, sempre.

     - Fate lo stesso ai vostri paesi?

     - Sì, facciamo lo stesso, perchè abbiamo poche stalle; perciò o piova, o faccia vento, o nevichi, giorno e notte, stanno sempre all'aperto.

     - E le vacche e i vitelli piccoli sono anch'essi esposti a tali intemperie?

     - Egualmente. Tra noi si usa che gli animali di stalla stanno sempre in stalla, e quelli che cominciano a stare fuori, se ne stanno sempre fuori.

     - State molto lontano di qui?

     - Quaranta miglia.

     - Nei giorni festivi potete assistere alle sacre funzioni?

     - Oh! chi ne dubita? Ci abbiamo la nostra cappella, ci abbiamo il prete che ci dice messa, fa la predica e il catechismo, e tutti comunque lontani si dánno premura d'intervenire.

     - Andate anche qualche volta a confessarvi?

     - Oh! senza dubbio. Ci sono forse cristiani che non adempiono questi santi doveri? Adesso ci è il giubileo e noi tutti ci daremo sollecitudine di farlo bene.

   Da questi discorsi appariva la buona indole di quei paesani, i quali vivono contenti della loro povertà e lieti del loro stato, purchè possano adempire i doveri di buon cristiano e disimpegnare ciò che riguarda l'umile loro mestiere. Mentre essi parlavano, D. Bosco pensava al gran bene che avrebbero fatto continuate missioni apostoliche nella vastità dell'agro Romano, pensiero che non lo abbandonò più nel corso intero della sua vita.

   Il 7 marzo, Domenica, era destinato per la visita della grandiosa chiesa detta S. Maria del popolo, alla quale è annesso il Convento dei Padri Agostiniani. Nell'altar maggiore si venera un'immagine miracolosa della Madonna, attribuita a S. Luca. Alcune pie e nobili persone desideravano che D. Bosco andasse colà a celebrare la santa Messa, nella quale intendevano fare la loro santa Comunione. Erano le 9 quando il signor Filippo Canori Foccardi, coronaio dei sacri palazzi apostolici e che teneva anche negozi di reliquiarii, mosaici, camei ed altri oggetti di belle arti, persona piena di fede e di fervore, venne a prendere D. Bosco colla propria vettura. D. Bosco, celebrata la S. Messa e appagata la sua divozione e quella dei fedeli, dato uno sguardo alla Villa Borghese e all'artistica gran piazza del popolo, alle due chiese S. Maria dei miracoli e S. Maria di Monte Santo che decorano ai due lati l'ingresso alla via del Corso, salì di nuovo in vettura e si recò a casa della principessa Potocka, appartenente alla famiglia dei Conti e principi Sobieski, antichi sovrani di Polonia. Qui era stata preparata la colazione; ma più di questa gli riuscì gradita la conversazione cristiana e assai animata delle signore invitate dalla Principessa.

  Il rimanente del giorno fu impiegato da D. Bosco nel visitare alcune altre pie persone, dal cui contegno e parlare rimase molto edificato.

  La fama della bontà di D. Bosco andava diffondendosi in Roma per le testimonianze di quanti si erano avvicinati a lui in quei pochi giorni. Anzi D. Rua afferma come fosse noto a molti Romani, e a lui lo narrassero, il fatto, accaduto in Torino nel 1849, di quel giovanetto restituito alla vita, perchè si potesse confessare, mostrandosi essi benissimo informati di tutto ciò che era accaduto in quella circostanza. Infatti si trovavano in Roma qualche prelato, varii sacerdoti e alcuni Padri della Compagnia di Gesù, tutti nativi del Piemonte e che conoscevano per bene D. Bosco e la sua vita. Sopratutto il Conte De - Maistre non cessava di far conoscere chi fosse D. Bosco, nelle case patrizie e nei palazzi dei Cardinali; e ai racconti di un signore, del quale tutti ammiravano la virtù e la lealtà, era prestata piena fede.

     D. Bosco però in questa prima sua visita a Roma non pare che operasse alcunchè di straordinario, benchè talora fosse richiesto della sua benedizione, se tale non si giudica il seguente fatto, del quale fu testimone D. Rua.

    Egli fu a visitare un signore, che aveva un tumore al ginocchio; lo benedisse, pronunciò alcune parole di conforto e quindi uscì dalla stanza. La moglie del signore seguitò D. Bosco nella sala e gli domandò se suo marito sarebbe guarito.

    D. Bosco rispose esser noi nelle mani di Dio, che è buon Padre, il quale avrebbe fatto ciò che era meglio per l'infermo.

     La signora instò vivamente perchè voleva sapere se sarebbe morto di quel male.

     D. Bosco replicò: - Mettiamoci nelle mani di Dio con piena fiducia, preghiamo, e tutto andrà bene. E intanto rassegnamoci a ciò che Egli sarà per disporre.

     Ma la donna continuò ad importunare talmente D. Bosco colle sue preghiere da costringerlo a dire tutta la verità; ed egli con belle parole le aggiunse che si rassegnasse a fare il sacrificio a Dio di suo marito.

     La signora restò vivamente colpita e ammutolì. Quel signore non stava ancora a letto; ma dopo pochi mesi che D. Bosco era ritornato in Torino, gli giunse notizia della sua morte.

     Il giorno 8 di marzo fu dedicato a salire sulla cupola di S. Pietro. Il Canonico Lantiesi aveva procurato a Don Bosco e a' suoi amici il biglietto, di cui deve essere munito chiunque desidera di procurarsi questa soddisfazione.

Il tempo era sereno, e D. Bosco detta messa nella chiesa del Gesù all'altare dedicato a S. Francesco Zaverio, per mantenere la promessa fatta in Torino al Conte Zaverio Provana di Collegno, giunse al Vaticano alle ore 9 in compagnia del sig. Carlo De - Maistre e del Ch. Rua. Consegnato il biglietto, fu loro aperta la porta, e incominciarono a montar su per una scala assai comoda. Quasi vicino al ripiano della Basilica sono notati i più celebri personaggi, Re, principi che salirono fino alla palla della cupola, e osservarono con piacere il nome di varii Sovrani del Piemonte e di altri membri di Casa Savoia. Qui diedero un'occhiata al terrazzo del gran tempio, che si presenta come una vasta piazza selciata, la quale nel mezzo ha una sorgente d'acqua perenne. Visitarono anche la campana maggiore, il cui diametro è di oltre tre metri.

   Ed eccoli per una scaletta fatta a lumaca, entrare nella prima e poi nella seconda ringhiera interna della cupola e farne il giro. Intanto D. Bosco notò che i mosaici, da lui contemplati ad uno ad uno, i quali dalla chiesa apparivano tanto esigui, visti di lassù prendevano forma gigantesca. Guardando poi in basso, gli uomini che lavoravano o camminavano nel tempio parevano altrettanti bambini e l'altare papale, sormontato dal baldacchino di bronzo alto dal pavimento circa 29 metri, un semplice seggiolone.

   L'ultimo piano sovra cui ascesero è quello che posa sopra la punta della cupola medesima. Avevano raggiunta l'altezza di metri 118 e più. Quasi tutto intorno lo sguardo va a perdersi in un orizzonte vastissimo.

   C'era ancora la palla, per giungere alla quale bisogna passare per una scaletta a perpendicolo arrampicandosi per sei metri, come dentro ad un sacco. Ma D. Bosco salì intrepidamente col Conte e col Ch. Rua, ed eccoli nella palla che aveva intorno intorno alcuni fori come piccole finestre, e che poteva dar comodo ricetto a sedici persone. Qui, all'altezza di circa 130 metri, D. Bosco prese a parlare di varie cose riguardanti l'Oratorio di Torino, ricordò con affetto i suoi giovani, ed espresse il desiderio di rivederli al più presto possibile e di lavorare per la loro salvezza. Ripreso fiato, discese senza più arrestarsi finchè pervenne co' suoi amici alla porta d'uscita. Bisognoso di prendere un po' di riposo, andò ad ascoltare la predica che da poco era incominciata nella Basilica. Il predicatore gli piacque per la buona lingua e un bel gestire: trattava dell'osservanza delle leggi civili.

   Dopo la predica, restando a D. Bosco ancora un po' di tempo, lo impiegò a visitare la sacrestia, che è una vera magnificenza, degna di S. Pietro in Vaticano.

   Intanto erano giunte le undici e mezzo, ed essendo ancora digiuno andò a fare co' suoi compagni una piccola refezione. Quindi il Ch. Rua ritornava ai Rosminiani, avendo molto da scrivere; e D. Bosco col sig. Carlo De Maistre andarono a far visita a Mons. Borromeo, maggiordomo di Sua Santità. Furono accolti tanto bene, e dopo di aver parlato molto delle cose del Piemonte e di Milano, sua patria, Monsignore prese il nome di D. Bosco, del signor Carlo e di Rua, per metterli sul catalogo di quelli che desideravano di ricevere la Palma dalle mani del Santo Padre.

   Accanto alla loggia di questo prelato, intorno alle corti del palazzo Pontificio vi sono i musei. D. Bosco vi entrò, vide cose veramente grandi, ma si fermò specialmente in un vasto salone oblungo, ove è il museo Cristiano. Ivi notò i varii strumenti con cui i persecutori della Chiesa solevano tormentare i martiri. Ammirò pure molte pitture del Salvatore, della Madonna, dei Santi e tra le altre un Buon Pastore che porta una pecorella sul collo. Tali oggetti furono ritrovati nelle catacombe. - È  questo un argomento, diceva D. Bosco al Conte, che deve far tacere i protestanti quando accusano i cattolici, che i primi cristiani non avessero nè statue nè pitture.

   Dal Vaticano inoltrandosi nel centro di Roma, Don Bosco passò a piazza Scossacavalli, ove lavoravano gli scrittori del celebre periodico La Civiltà Cattolica. Andò a far loro una visita, come aveva promesso al P. Bresciani, e provò vero piacere notando che i principali sostenitori di tale pubblicazione erano piemontesi.

   D. Bosco sentiva un vivo desiderio di ritornare a casa; perciò troncando ogni indugio era ormai giunto al Quirinale, quando il coronaio Foccardi lo vide col signor De Maistre davanti alla sua bottega e li invitò ad entrare. A forza di cortesie intrattenutili alquanto, nell'atto che volevano assolutamente partire - Ecco, disse loro, ecco la vettura; io li accompagno e li porto a casa. -Sebbene D. Bosco si mettesse di mala voglia in carrozza, tuttavia per compiacenza accondiscese. Il sopportare pazientemente con volto ilare, quasi ogni giorno, o gli sgarbi degli avversari o le importunità degli amici e anche degli ammiratori, fu per lui un esercizio continuo di virtù per tutta la sua vita. E il Foccardi, pel desiderio di trattenersi più a lungo con D. Bosco, lo condusse assai lontano e lo fece girar tanto, che giunse a casa a notte oscura.

   “ Entrato in casa, scrisse D. Bosco, mi viene consegnata una lettera: l'apro, la leggo, ed era del tenor seguente: “ Si previene il sig. Abate Bosco che S. Santità si è degnata di ammetterlo all'udienza domani nove di marzo dalle ore undici e tre quarti ad un'ora ”. Tale notizia, sebbene aspettata e molto desiderata, mi diede una rivoluzione al sangue, e per tutta quella sera non mi fu più possibile di parlare d'altro se non che del Papa e dell'udienza ”.

  Il Cardinale Antonelli non aveva dimenticato la sua promessa.

 

 

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