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Capitolo 49

1857 - Lettera di Mons. Charvaz - Una nuova e grande lotteria -La Commissione - Malattia del fratello di D. Bosco - D. Bosco a Genova - Progetti di unione fra l'opera di D. Bosco e quella di D. Montebruno - A Fassolo - Circolare per i Patroni della lotteria - Spirito delle lettere di D. Bosco e sua facilità nello scriverle.


Capitolo 49

da Memorie Biografiche

del 28 novembre 2006

Don Bosco aveva deciso di recarsi a Genova; e prima delle feste natalizie si faceva precedere da un segno di omaggio che mandava a quel dotto ed amorevole Arcivescovo. Monsignor Charvaz così gli rispondeva:

 

Signor D. Bosco,

 

La ringrazio sinceramente della Storia d'Italia che V. S. ha pubblicata, e che ebbe la bontà d'inviarmi. Non dubito punto che essa corrisponda alle eccellenti di Lei intenzioni ed all'aspettazione di tutti coloro che le conoscono. La farò esaminare e conoscere nei miei seminari.

  Approfitterò della prima occasione favorevole che mi si presenterà per raccomandare le sue eccellenti Letture Cattoliche, la cui utilità ed importanza io apprezzo molto.

Mille grazie dei suoi auguri per le Feste natalizie, che mi tornarono oltremodo graditi; a mia volta Le offro anche i miei voti più cordiali. Li accompagno colle mie preghiere perchè Iddio La colmi delle sue benedizioni, Le conservi la sanità per la sua gloria e pel bene della religione. Lo prego di continuare a benedire lo zelo attivo e santo che V. S. impiega nell'istruzione e santificazione della gioventù.

  Co' miei auguri riceva l'espressione della particolare stima e del religioso rispetto col quale mi professo

Di V. S.

Genova, il I del 1857.

Umil.mo ed Obb.mo Servitore

 ANDREA Arcivescovo di Genova.

(Traduzione dal francese).

 

 

Diversi ed importanti erano i motivi che consigliavano a D. Bosco un viaggio in Liguria. D. Francesco Montebruno aveva fondata in Genova l'opera degli Artigianelli, e all'ultimo piano preso a pigione, di una casa privata, nel vicolo detto Canneto lungo, ricoverava quaranta giovanetti, i più poveri e abbandonati della città. La somiglianza della vocazione, dei cuori e della benefica intrapresa destò reciproca affezione tra D. Bosco e D. Montebruno. D. Bosco lo ammirava e sovente parlava di lui ai giovanetti dell'Oratorio. I due uomini del Signore si erano scambiate lettere, formando il progetto di prestarsi l'un l'altro appoggio, di unire in una sola le due istituzioni, e così perpetuare anche dopo morte il bene iniziato a favore di tanti derelitti.

  Estranea a questa gita non era certamente la maggior diffusione delle Letture Cattoliche in quelle parti, e forse anche il disporre per lo spaccio dei biglietti di una nuova lotteria, per la quale D. Bosco aveva chiesta la necessaria autorizzazione. Questa doveva riuscire più grandiosa delle precedenti. Egli mirava anzitutto di porgere ad un maggior numero di fedeli la propizia occasione di compiere un atto di carità esimia, o coll'offrire doni o collo smerciare biglietti, e per tal guisa procacciare loro più ricca corona di merito e a Dio maggior gloria ed onore; in secondo luogo intendeva di risparmiare alquanto la borsa dei soliti suoi benefattori, affinchè potessero erogare limosine a sollievo altresì di tante altre miserie di Torino e del Piemonte; e infine procurarsi il fondo necessario per soddisfare i debiti della fabbrica, a dispetto del nemico d'ogni bene, che invece di guadagnare veniva a perderne e pel moltiplicarsi delle opere buone, e per l'accrescersi degli atti di amore verso Dio e verso il prossimo.

Pertanto il 4 di gennaio D. Bosco tenne una radunanza con vari nobili personaggi per scegliere una Commissione promotrice, che assumesse la direzione e la responsabilità della prefata lotteria, e il giorno 8 così scriveva al Conte Pio Galleani d'Agliano: “Domenica Ella non potè venire a casa del sig. conte Cays, tuttavia nol lascio fuori dai promotori della nostra lotteria. È  un'opera di carità, e ciò basta per Lei. Fra pochi giorni sarò con Lei alle cinque della sera. Il Signore benedica Lei e tutta la sua famiglia, e mi creda in nomine Domini, sempre con gratitudine ecc. ”

    Il conte d'Agliano volentieri annuì alla proposta di D. Bosco; ed a varie simili letterine avevano risposto affermativamente anche altri signori, sicchè la Commissione della lotteria venne così costituita:

 

    Cays di Giletta Conte Carlo Presidente.

    Bianco di Barbania Barone Giacinto Vice - Presidente.

    Galleani d'Agliano Cav. Lorenzo Segretario.

Scarampi di Pruney Marchese Ludovico Direttore della

     Lotteria.

Cotta Cav. Giuseppe Senatore del Regno Cassiere.

Bellingeri Avv. Gaetano.

Bosco Sac. Giovanni Direttore degli Oratorii.

Bosco di Ruffino Cav. Aleramo.

Cerruti Paolo.

De Maistre Conte Carlo.

Duprè Cav. Giuseppe Consigliere Municipale.

Fassati Marchese Domenico.

Galleani d'Agliano Conte Pio.

Galleani d'Agliano Cav. Michele.

Gonella Cav. Marco Direttore della Lotteria.

Grosso Carlo Direttore della Lotteria.

Prever Achille.

Provana di Collegno Conte Alessandro.

Roasenda di Roasenda Cav. Giuseppe.

Viancino di Viancino Conte Francesco.

In mezzo a queste faccende D. Bosco così scriveva al Cavaliere Zaverio Provana di Collegno:

 

Ill.mo e Car.mo nel Signore,

 

Compatisca la mia trascuratezza a rispondere.

  Alcuni sconcerti di famiglia mi hanno distolto dai miei doveri, tra cui la risposta a V. S. Ill.ma.

  Mi mandi il ragazzo di cui parla. Se non lavora, può incominciar ad approfittar della scuola. Se egli dimostrerà buona volontà di darsi ad un'occupazione, io spero, nelle condizioni accennatemi nella venerata sua lettera, di poterlo aggiustare.

La benedizione del Signore sia copiosa sopra di Lei, sopra l'ottimo di Lei genitore e sopra tutta la famiglia, mentre mi dico, in nomine Domini

Di V. S. Ill.ma e Car.ma

Da casa, 8 del 1857.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

Ma quali erano stati gli sconcerti avvenuti nell'Oratorio da ritardare le risposte alle lettere? Per certo la malattia, gravissima di suo fratello Giuseppe.

   Abbiamo già detto quanto D. Bosco l'amasse. Era uomo sincero, di gran cuore e di eccellente carattere. Al primo vederlo, sembrava serio e quasi brusco, ma facevasi une, sforzo per comparir tale in mezzo ai giovani; senonchè un cenno solo, una domanda a 1 i indirizzata aveva subito cortese e soddisfacente risposta. A quando a quando veniva all'Oratorio e vi si fermava alcuni giorni; e allora i giovani più adulti, fra i quali Tomatis, per passare un po' di tempo in allegra conversazione, si portavano a visitarlo. Il buon Giuseppe aderiva subito con piacere all'invito, e sapeva così bene intrattenerli, che non si sarebbero più distaccati da lui. Aveva in sè molte delle prerogative di. D. Bosco, e specialmente l'amabilità e la famigliarità.

   Grande perciò fu il dolore in tutta la Casa quando egli, venuto in Torino sul finire del 1856, cadde gravemente ammalato di polmonite. Si coricò in una camera dell'Ospizio, che metteva sul balcone al secondo piano, e il suo male andò peggiorando ogni giorno più. Lo curava il Dottor Musso, ma le medicine non gli giovavano punto. Precipitando la malattia, fu chiamata da Castelnuovo la sua buona moglie, perchè lo vedesse ancora per l'ultima volta.

Ma D. Bosco confidava in Dio, persuaso che il fratello non sarebbe mancato ai vivi e che verrebbero prolungati i suoi giorni, perchè potesse assistere i suoi figli ancora in tenera età. Più volte nel giorno, e tutte le sere prima di andare a riposo, passava lungo tempo presso l'infermo.

  Una sera D. Bosco entrò nella camera del fratello, dove erano Buzzetti, Rossi Giacomo, Davitto, Reano e la cognata, la quale aveva pianto tutto il giorno, oppressa dal timore di perdere il marito. D. Bosco si accostò all'infermo, lo prese per mano, gli toccò la fronte e lo interrogò intorno al suo male. Ma Giuseppe era molto aggravato e stentava a rispondere.

  Era passata una lunga ora e pareva che D. Bosco in quella notte non potesse staccarsi da quel letto, e si intratteneva ripetendo al fratello parole dolcissime, che facevano grande impressione sugli astanti. In fine gli disse: Ascolta, mio caro Giuseppino! Voglio che importuniamo tanto la Madonna, finchè ti faccia guarire. Sei contento? Rivolgiamole dunque e subito una preghiera: tu per non stancarti accompagna la nostra orazione solo colla mente. - Finita la preghiera, D. Bosco toccò di nuovo il fratello sulla fronte, gli fe' coraggio a sperare, lo esortò alla tranquillità e confidenza in Maria SS. e se ne andò a letto. Il domani Giuseppe era migliorato in modo straordinario, e continuò poi sempre di bene in meglio, sicchè in pochi giorni potè alzarsi. Dopo una prolungata convalescenza ritornava perfettamente sano in sua casa ai Becchi; e quelli che lo assistettero riconobbero nella sua guarigione una grazia, evidentemente dalla Madonna concessa a D. Bosco.

  Appena il medico ebbe dichiarato Giuseppe fuori di pericolo, Don Bosco, anche per averne ricevuto invito, partiva per Genova. Di questo viaggio ci dava notizia per iscritto la signora Rosina Manassero Ferrerati. “ Sul fine dell'anno 1856, o nei primi giorni di gennaio 1857 mi recai a Genova, trovandomi nello stesso carrozzone ferroviario col sacerdote Giovanni Bosco. Egli raccontava le sue inquietudini sulla sorte di que' giovanetti che corrono per le vie, sopratutto nei giorni di festa; e come in quel momento attraessero più specialmente le sue sollecitudini quelli che abitavano nelle vicinanze del tempio dei protestanti in Torino; e descriveva le difficoltà che incontrava e le speranze che aveva di riuscire a salvarli. Parlava con tanta carità, semplicità, zelo e spirito di abnegazione, che gli altri nostri compagni di viaggio ne rimasero edificati. Giunti a Genova, mentre egli si allontanava tutti d'accordo dissero: - Quegli è un prete pieno dell'amore di Gesù Cristo. Se non è un santo lui, non crediamo ve ne siano altri ”.

  D. Bosco fu ospitato nel palazzo del Marchese Antonio Brignole - Sale. Reso omaggio all'Arcivescovo, egli s'intrattenne a lungo con D. Montebruno, trattando del modo di mettere in armonia gli interessi materiali, le suscettibilità di regione, le possibili apprensioni dei benefattori, colle prospettive di maggiori vantaggi morali che arrecherebbe l'unione delle loro forze alla gioventù. Per allora non si venne a pratiche conclusioni, tanto più che una delle due istituzioni avrebbe dovuto rinunziare almeno in parte alla sua autonomia; il progetto però non fu abbandonato, e per vari anni non parve impossibile un soddisfacente componimento. Ma non era nei disegni della Provvidenza la fusione di queste due opere.

  D. Bosco visitava anche il signor D. Angelo Fulle Economo del Seminario Arcivescovile, il quale con D. Bartolomeo Mariconi si assumeva l'incarico di ricevere le associazioni alle Letture Cattoliche. Stringeva anche amicizia col Priore di S. Sabina, D. Frassinetti Giuseppe, santo e dotto moralista, da lui pregato a volergli comporre qualche fascicolo per la sua associazione popolare; col signor Giuseppe Canale, caffettiere, sostegno di varie opere cattoliche, e con suo fratello, Rev.mo D. Giambattista, Canonico dell'insigne collegiata di N. S. delle Vigne, sacerdote stimatissimo in tutta la città. S'intratteneva coi Can. Melchiorre. Fantini col quale aveva già da tempo stretta relazione a Chieri con D.. Campanella Gerolamo, parroco del Carmine, e con altri signori del clero, della nobiltà e della borghesia genovese, facendosi ammirare dappertutto per le sue virtù e per i suoi modi. Non dimenticò il Conte Rocco Bianich e le Conferenze genovesi di S. Vincenzo de Paoli.

    Il signor Pirotti, sacerdote Lazzarista, aveva di lui grandissima stima. Incontratolo per le vie della città e bramoso di parlargli confidenzialmente, lo invitò a recarsi a Fassolo per visitare il collegio o seminario per le mis­sioni straniere. Il Marchese Brignole-Sale avealo fabbri­cato presso la casa e chiesa dei Lazzaristi, dotandolo della rendita sufficiente pel mantenimento dei professori, e di ventiquattro chierici. D. Bosco promise volentieri, perchè interessavalo molto ogni cosa che riguardasse le missioni, e fissò il giorno. Il signor Pirotti quel mattino scese più volte in porteria per sapere se Don Bosco fosse ar­rivato o per arrivare, impaziente di intrattenersi con lui. Finalmente suona il mezzogiorno e dovette andare a pranzo. Ed ecco arrivare D. Bosco, che era stato impe­dito dai molti affari, e forsanco non aveva preveduto la lunghezza della via per giungere a Fassolo, luogo all'estre­mità di Genova a ponente. Egli chiese pertanto al portinaio del Sig. Pirotti. - Il Sig. Pirotti è a pranzo, gli fu risposto.

Bosco domandò di vederlo: - Non si può: è contro la regola.

     - Ebbene; si chieda una licenza al Superiore. Mi si faccia questo piacere. È  lo stesso signor Pirotti che desidera parlarmi e mi ha invitato a venir fin qui.

     - Aspetti finchè abbia pranzato, - rispose quel burbero.

     - Non posso attendere, perchè ho troppi impegni in città e ad ora fissa. Mi faccia almeno annunziare: io sono D. Bosco.

   Ma il portinaio rimase inflessibile, o per capriccio, o per non volere disagiarsi, o anche perchè l'aspetto umile di quel prete non gli ispirava un gran concetto di lui. D. Bosco dovette partirsene benchè a malincuore. Il signor Pirotti dopo che ebbe pranzato corse in porteria, e con grande suo dispiacere, apprese che D. Bosco era venuto e non gliene avevano dato avviso. La pena che ne provò fu tale che, dopo anni, essendo egli superiore nella casa di Sarzana, la manifestava a D. Albera Paolo, lamentandosi di aver allora perduto, per colpa del portinaio, la preziosa occasione d'intrattenersi con D. Bosco. Il buon servo di Dio però non lo dimenticava, e a quando a quando lo ricordava con molto affetto.

   Ritornato in Torino, dopo tre o quattro giorni di assenza, ebbe una di quelle grate sorprese, che non di rado facevangli i suoi benefattori, e ne scriveva al Conte Pio Galleani d'Agliano.

 

Benemerito Sig. Conte,

 

I giovani poveri ricoverati nella Casa dell'Oratorio di S. Francesco di Sales ringraziano il Sig. Conte d'Agliano per l'aumento del pane che nella sua carità vuole fare a loro favore; e di tutto cuore pregano Iddio onde moltiplichi le sue grazie e benedizioni sopra di Lei e sopra tutta la venerata famiglia.

  A nome dei giovani mentovati ed anche a nome proprio si professa pieno di gratitudine

Di V. S. Benemerita

Torino, 22 gennaio 1857.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

P. S. Ricevuto il buono per Kg. 20 al mese a favore dell'Oratorio di S. Francesco di Sales.

 

Avendo egli intanto ripresi personalmente i lavori preparatori alla lotteria, spediva una circolare stampata a quanti conosceva propensi per la sua opera.

 

Ill.mo Signore,

 

Le spese cui in questi ultimi anni dovetti sottostare, e quelle che attualmente mi occorrono, sia per ultimare alcuni lavori indispensabili pei giovani che intervengono agli Oratorii di S. Francesco di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Porta Nuova e del santo Angelo Custode in Vanchiglia, sia anche per provvedere pane al numero di circa cento cinquanta ricoverati in questa casa, mi mettono nella necessità di fare in quest'anno una lotteria di oggetti.

         Per questo fine avrei bisogno che V. S. Ill.ma venisse in mio aiuto e mi prestasse l'opera sua in qualità di Patrono di tale lotteria. Le sue incombenze sarebbero di invitare le persone colle quali può avere speciale relazione, e pregarle da parte mia ad offerire qualche oggetto, che loro tornerà di minor incomodo e che nella loro carità sarà di maggior gradimento; e cooperare di poi alla smercio di alcuni biglietti quando sarà per cominciarsene la pubblica esposizione.

  Tale è lo scopo di questa lotteria. Trattandosi di cooperare ad un'opera di pubblica beneficenza, io sono come sicuro di essere favorito: perciò se V. S. non mi darà avviso in contrario, io reputerò certo il suo assenso, e fra breve Le manderò alcuni programmi coi piano di regolamento della lotteria da distribuirsi, da cui credo potrà avere tutti gli schiarimenti che desidera.

  Intanto io mi volgo a quel Signore Iddio che ha promesso larga ricompensa alla più piccola opera di carità e lo prego di tutto cuore onde La conservi in salute e La colmi delle sue più elette benedizioni, mentre mi dico con pienezza di stima e di gratitudine

Di V. S. Ill.ma

Torino, 22 gennaio 1857.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

Appena D. Bosco ebbe manifestata la sua intenzione, signori e signore, ecclesiastici e laici, di Torino e di altre parti, si fecero un vanto di ascriversi tra i promotori e le promotrici in aiuto di lui. Ci sarebbe caro qui riferire i nomi di tante benemerite persone, che troviamo registrate in apposito libro; ma per amore della brevità notiamo solo che i promotori e le promotrici furono ben oltre a 400.

  Da questo numero si può argomentare la quantità di lettere che D. Bosco continuamente scriveva, moltiplicandole per tutti le pratiche necessarie a far progredire la lotteria e per sbrigare i molti altri affari. Ma poichè anche tale occupazione aveva per fine la gloria del Signore, così in quegli scritti appariva sempre la sua unione con Dio. Giammai se ne lesse alcuno senza che vi entrasse il nome di Dio, o di Gesù Cristo, o della Madre celeste; e si può dire di lui ciò che S. Bernardo diceva di se stesso, cioè “ che qualunque discorso, qualunque libro gli tornava insipido, se non vi trovava il santo nome di Gesú o di Maria ”. Questi nomi D. Bosco, come sempre, anche scrivendo li pronunciava come aspirazione del cuore, ma in modo che altri non udisse, ripugnandogli ogni singolarità; e pareva che col suo stesso respiro li stampasse sopra le sue carte.

  Includeva eziandio nelle sue lettere, immagini con un motto di propria mano per sollevare la mente a Dio; talora le distribuiva ai visitatori, talora le spediva in una busta senz'altro. Per siffatto scopo ei comprava in quest'anno da Paravia 500 immagini dell'Immacolata coi contorni dorati. Le scritte poi esprimevano un invito a far carità, un segno di ricevuta, o ringraziamento per una oblazione o anche solo un saluto od augurio. Nella festa del Patrono principale dell'Oratorio ad un esimio patrizio, che molto si adoperava per la Lotteria, mandava un'immagine di San Francesco di Sales colla soprascritta: “ San Francesco di Sales porti in questo giorno al Sig. Barone la benedizione del Signore sopra di lui e sopra tutte le opere che ha tra mano. Amen. Sac. Giov. Bosco ”.

  Le sue lettere adunque animate da tale spirito, sebbene semplici nella loro forma, erano ammirabili per gli effetti che producevano. Un giorno per es. egli aveva esposte le sue difficoltà pecuniarie ad una persona tutt'altro che generosa; e costei, dopo aver letta la lettera di D. Bosco, inviò all'Oratorio una somma certamente non inferiore alle sue entrate.

Era anche ammirabile la sua attitudine nello scrivere con grande celerità. Più volte in vari anni il Ch. Durando accompagnò D. Bosco al Convitto di S. Francesco per aiutarlo nella spedizione delle lettere. Ed ecco che cosa accadeva. D. Bosco, scritta una lettera, la porgeva a Durando il quale la piegava, la suggellava e vi scriveva sopra l'indirizzo. Ma prima che il chierico avesse compiuta la suddetta operazione, ecco dinanzi a lui una seconda lettera finita. Il chierico si affrettava, ma non ne aveva ancor finito l'indirizzo, che sopraggiungeva un terzo foglio, e così via via per ore ed ore. Quando finalmente veniva il momento di ritornare all'Oratorio, D. Bosco, ringraziato il Signore, esclamava sorridendo, senza mostrarsi stanco: - Ecco il modo di sbrigar molti affari! - E certamente il numero di lettere ch'egli scriveva sembrerebbe favoloso, se non vi fossero molti testimoni di questa meraviglia.

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