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Capitolo 39

D. Bosco e Vincenzo Gioberti - Pericolo corso da Carlo Alberto in Milano - Preghiere per il Re - L'esercito piemontese rientra in Piemonte - Gli emigrati - Insulti all'Arcivescovo di Vercelli - Dicerie pericolose contro D. Bosco - Accademia e distribuzione dei premi - Lettera di Carlo Alberto a Pio IX - Il Re giunge a Torino.


Capitolo 39

da Memorie Biografiche

del 10 novembre 2006

 Gioberti in questi giorni di lutto era in viaggio alla volta di Torino e il 18 luglio “L'Armonia” stampava un'articoletto, che ora si dovrebbe giudicare almeno come strano, se non fosse una nuova prova delle difficoltà di quel tempo e della prudenza estrema che era necessaria nello scrivere di certi idoli della rivoluzione.

“ Corre voce che tra pochi giorni avremo tra noi il sommo filosofo, l'ottimo cittadino, Vincenzo Gioberti.

 ”Deh! Venga e la sua eloquente parola porga un argine all'impeto con cui alcuni malconsigliati, irrompono contro la religione Cattolica, la Chiesa ed i suoi ministri.

 ”Cessino una volta costoro di abusare un nome così caro alla patria per scusare la loro licenza, difendere le loro ree dottrine. Sappiano da esso stesso che egli non riconosce i loro principi, che nulla ha comune con essi, fuorchè il desiderio di vederli felici, perchè ravveduti ”.

Gioberti entrava a Torino il 1° d'agosto ed era subito chiamato, come Ministro senza portafoglio, a far parte del nuovo Ministero Fabrio  Casati, costituitosi in tutta fretta il 29 luglio. Egli accettò a suo segretario particolare l'Avvocato Giambattista Gal nato in Torgnon il 1809 nella valle d'Aosta, impiegato da vari anni presso il Ministero degli affari esteri, uomo dotto e cattolicissimo, amico intimo dei Conti Cesare Balbo, Avogadro della Motta, Cesare Saluzzo, del Marchese Gustavo di Cavour, di Silvio Pellico e di Cesare Cantù. Fin dal principio di sua carriera, le poche ore di libertà che lasciavagli il suo penoso ufficio, le aveva sempre passate col venerabile Cottolengo e con D. Cafasso. Nel 1841, andando egli con tanta frequenza al Convitto Ecclesiastico, si era affezionato grandemente a D. Bosco e con un'amicizia che durò costante sino alla morte.

Le attinenze coi Gal forse agevolarono a D. Bosco un colloquio con Gioberti. Andò pertanto ad ossequiarlo col Teologo Borel, il quale era stato amico e compagno del Ministro nella sua giovinezza. È molto probabile che D. Bosco conoscesse i segreti maneggi di quel sacerdote traviato contro la Chiesa; tuttavia voleva scandagliare l'intimo dell'anima sua per vedere sino a qual punto i cattolici avessero a temere di lui e se qualche cosa si avesse a sperare. Egli infatti si era vantato nei suoi scritti di essere ammiratore entusiasta delle gesta dei Papi, e ciò forse poteva essere indizio, che, non ostante i suoi errori, il suo cuore non fosse interamente guasto. Nello stesso tempo essendo Gioberti ormai influentissimo negli affari dello Stato, e potendosi facilmente prevedere che sarebbero rimesse in sua mano le sorti del Governo, D. Bosco giudicava necessario prevenire le cattive impressioni che quegli avrebbe potuto ricevere dai rapporti maligni dei nemici degli oratori e guadagnarne per sè la benevolenza.

Gioberti fece cordiale accoglienza al suo antico compagno e al Direttore degli oratori, dei quali s'intrattenne assai volentieri; e quindi il discorso cadde sul recente suo viaggio a Roma, e il Sommo Pontefice, e la questione vitale per l'Italia della sua indipendenza dallo straniero. Gioberti si permise parole poco riverenti verso Pio IX e la sincerità del suo affetto alla patria italiana: parlò di nubi e di oscurità nelle quali diceva aveva osservato in Roma essere involte le intenzioni pontificie; lamentò che il rifiuto del Papa di dichiarare la guerra all'Austria, fosse stato causa di scoraggiamento a molti Italiani nella lotta che si era ingaggiata.

Queste accuse erano senza fondamento e palesavano il malanimo del nuovo Ministro. Il Papa essendo padre di tutti i popoli e di tutte le nazioni, era naturale che non volesse senza motivo gravissimo scendere in campo e inimicarsi una di queste. Dei resto chi più amante di Pio IX della sua patria e di un amore veramente cristiano? Aveva proposto a tutti gli Stati italiani una confederazione doganale, quasi seme di una lega politica, colla quale si sarebbero sostenuti a vicenda nel sedare le rivoluzioni interne, senza ricorrere ad armi straniere: quindi aveva proposto a Re Carlo Alberto una lega anche militarmente difensiva, alla quale eziandio tutti i principi italiani avevano aderito. Ma in Torino non si era acconsentito, perchè si voleva l'unità e non l'unione, della quale, secondo il progetto del Papa, Roma sarebbe stata il centro. Rotta la guerra, aveva supplicato affettuosamente l'Imperatore Ferdinando I a rinunciare al dominio della Lombardia e del Veneto, e dietro sua raccomandazione il Re di Piemonte aggregava al proprio esercito le truppe e volontari Romani acciocchè non fossero dagli Austriaci trattati come banditi. Finalmente aveva francamente respinto i progetti seduttori di coloro che volevano fare dell'Italia una repubblica col Papa alla testa, spodestando tutti i principi italiani ed eziandio Carlo Alberto.

D. Bosco, che già conosceva questi ed altri atti nobilissimi del Papa, non potè sopportare che Gioberti si erigesse quasi a maestro e censore della Suprema Gerarchia. Allorchè si trattava di sostenere e difendere l'onore e i diritti del Vicario di Gesù Cristo egli mai non tacque, qualunque fosse il personaggio alla cui presenza parlasse, senza paventare le conseguenze della sua franchezza. Sostenne quindi senza esitazione la causa del Papato, con que' modi però così cortesi che gli erano abituali, da non offendere l'avversario.

Dopo essersi così intertenuti per tempo non breve si congedarono in buon'armonia; ma D. Bosco usciva dolente da quell'alloggio, e venne all'Oratorio ove lo aspettavano alcuni suoi amici sacerdoti, ansiosi di udire da lui il racconto di quel colloquio. D. Bosco li contentò, e concluse con queste testuali parole: - Gioberti finirà male perchè osò censurare l'operato della Santa Sede! - Il giovane Felice Reviglio e i suoi compagni ricoverati udirono questo racconto e questa conclusione dallo stesso D. Bosco.

Il fatto però rimarchevole, frutto di questo colloquio, si fu che nel 1848 e 1849 l'Oratorio non soffrì alcuna molestia, non ostante che ai nemici del prete non mancassero pretesti a mal fare, causa l'irritazione cagionata dalle pubbliche sventure. Carlo Alberto ritiratosi in Milano col nerbo delle sue truppe aveva tentato ancora di tener fronte al nemico; ma essendo la città sguarnita e colta come all'improvviso, egli il 4 di agosto fu costretto a capitolare col generale Radetzki, a fine di evitare una inutile effusione dì sangue. Questo atto di prudenza e di buona politica, questo sentimento di umanità non tornò gradito ad una torbida fazione, che, messa a tumulto una parte del popolo milanese, si recò furibonda sotto il palazzo del Re gridando: - Morte al traditore! Il coraggioso Principe non esitò punto a mettersi al balcone per

rivolgere una parola amica ai tumultuanti; ma poco mancò che quella vita, la quale sui campi di battaglia era stata risparmiata dalle palle nemiche, non rimanesse spenta dalle palle cittadine. La notte del 5 al 6 di agosto fu per Carlo Alberto una notte infernale. Il povero Principe scampò all'assassinio come per miracolo e involandosi di notte tempo a piedi e travestito da quella turba di forsennati, riparava a Vigevano. L'esercito ritornò in Piemonte, gli Austriaci si fermarono alla sponda sinistra dei Ticino, e il 9 agosto si conchiudeva l'armistizio.

Queste infauste notizie giunte a Torino destarono in tutti un sentimento di desolazione e un alto raccapriccio. Non potendo altro, si fecero in Valdocco particolari preghiere nella Cappella per l'incolumità dell'augusto Sovrano e così i giovani diedero a dividere che erano buoni cittadini e ad un tempo fervorosi cattolici.

Ed vi era in questa capitale grande bisogno di preghiere, poichè il fermento rivoluzionario cresceva paurosamente. Dietro a Carlo Alberto era venuto un lungo seguito di volontari e di fuorusciti settari che fuggivano dal Lombardo - Veneto per godere i comodi della generosa ospitalità offerta dal Governo Piemontese. Costoro, invece di adoperarsi coi subalpini a ristorare i danni della guerra, si erano qui insediati ad accendere lotte contro la Chiesa, a calunniare, a bestemmiare, imprecare, cospirare, vendere e comprar voti nelle elezioni, e prendere parte alle piazzate più ributtanti e feroci.

Ai Vescovi non si risparmiarono gli insulti. L'Arcivescovo di Vercelli aveva permesso che i soldati occupassero il Seminario e quattordici chiese; e il Municipio pretendeva di occupare ancora quattro chiese e due monasteri, mentre lasciava libero il teatro e altri pubblici edifici. Monsignore il 6 settembre si presentava al Consiglia Civico e vi trattò nobilmente dei diritti della religione, del rispetto dovuto alle chiese e delle strettezze a cui era ridotto l'esercizio del culto. Alle sue parole si diede l'aspetto d'offesa alla pubblica podestà; una turba prezzolata circondò il suo palazzo gridandogli villani e minacciosi motti, e il ministro Cav. Pinelli gli scrisse una insolente lettera di rimprovero.

Intanto i giovani disertori dell'Oratorio si radunavano all'aria aperta nei luoghi che erano indicati dai loro bollenti caporioni. Alla festa udivano la Messa in questa o quell'altra chiesa; e poi si recavano a Superga, e or qua or colà per i prati nelle vicinanze di Torino: ma non si parlava di prediche e di catechismi. Buone colazioni, deliziose merenducce, allegre passeggiate, assistenze a spettacoli o a manovre militari erano per lo più gli allettamenti coi quali venivano tenuti lontani da D. Bosco. Con questi e con le affocate parole riuscivano quei signori a tirarsi dietro quella gioventù avida di divertimenti e di novità. Nello stesso tempo si permettevano calunnie e ogni sorta di villanie, criticando la condotta di D. Bosco di cui la più mite fu che egli era un retrogrado mezzo pazzo. Questi vituperi correvano eziandio per la città. Quindi gli strilloni dei giornali quasi ogni giorno gridavano qualche titolo contro D. Bosco: - La rivoluzione scoperta in Valdocco! - Il prete di Valdocco e i nemici della patria!  E via via. In quei giorni simili grida erano molto pericolose per l'Oratorio perchè lo indicavano all'odio popolare. Ma D. Bosco si manteneva sempre tranquillo. I sogni fatti al Convitto e quello del pergolato di rose gli avevano annunziato tali avvenimenti. - Tutti mi abbandonarono, lo udì esclamare Carlo Gastini; ma ho Dio con me, e di chi debbo temere? L'opera è sua e non mia, ed Egli penserà a condurla innanzi.  E i fatti gli davano ragione.

Tuttavia non trascurò quei mezzi umani che la prudenza gli suggeriva. Il giorno dell'Assunzione di Maria in Cielo era stabilito per la distribuzione dei premii ai giovanetti dell'oratorio festivo; ed egli preparò un'accademia di tal natura, che testimoniasse eziandio i suoi sentimenti patriottici. Un certo numero di giovani tra i più disinvolti, d'ingegno e già assuefatti a questa palestra si erano allontanati da lui; e Dio sa quanto D. Bosco faticasse nel preparare musiche, canti, declamazioni in prosa ed in poesia, e nel farle apprendere dai nuovi allievi, ancora rozzi ed inesperti. Al suo invito accorsero con una gran folla molti personaggi distinti del Governo, della nobiltà, ed anche del partito liberale, tra i quali, se non erriamo, figurava eziandio l'Aporti. La festa riuscì a meraviglia.

Qualche settimana dopo quest'accademia, Carlo Alberto dava una non dubbia prova dell'amor suo alla Religione cattolica in una lettera che egli, non degenere degli avi suoi, scriveva a Pio IX dalla città di Alessandria in data 10 settembre 1848. Eccone alcuni tratti che svelano appieno l'animo di quel Re:

 

 

 

 

“ Santissimo Padre,

 

 ”……I tempi sono divenuti malvagi assai, o Padre Santo. Noi siamo veramente provati dai castighi e dalla collera di Dio. Oh! Quante volte in avrei desiderato di aprire a Vostra Santità il mio cuore, di confidarle le mie crudeli afflizioni! Ma avrei accresciute le pene sue proprie. Ora però siamo giunti ad un punto così desolante per la religione, che non posso tralasciare di parlarne a Vostra Santità...

 ”Nemmeno la guerra ha potuto salvare il nostro paese, dando agli spiriti direzione più saggia. Vostra Santità avrà saputo quanto si è fatto presso noi contro la religione e contro gli Ordini religiosi mentre io ero lontano da Torino. Il mio cuore ne è straziato! Padre Santo, il male è si grande che a ripararlo i mezzi umani non bastano: ci occorrerebbe qualche grande grazia del Signore, giacchè questo male è generale, e senza un miracolo di Dio non vi è nulla a sperare quaggiù.

 ”Sono convinto di aver fatto tutto quanto ho potuto per il bene della religione e dei miei popoli; ma ora non mi sento più assolutamente disposto a fare il re, e non aspetto che la fine della guerra ed  il momento nel quale sia sottoscritta la pace per abdicare e ritirarmi in un lontano paese a terminarvi i miei dì nell'oscurità e nella pietà.

 ”Rinnovando a Vostra Santità le espressioni della vivissima mia riconoscenza supplico di accordarmi la sua santa benedizione; Le bacio i piedi, e col sentimento della massima venerazione sono, o Beatissimo Padre,

 ”Di vostra Santità

 

Umil.mo   obbl.mo   Servo e Figlio

Carlo Alberto ”.

 

 

 

Un Sovrano dunque che si mostrava animato da cotali sentimenti di religione e di bontà, non poteva non essere venerato da' suoi sudditi fedeli e dai suoi beneficati, tra i quali andavano alteri di annoverarsi gli alunni di D. Bosco.

Il 14 settembre alle ore 3¬Ω del mattino Carlo Alberto venendo da Alessandria rientrava in Torino. Ci raccontava il Conte Edoardo Mella che quattro dei Gesuiti espulsi erano, alloggiati da un distinto ingegnere, stato loro allievo. Una sera si presenta alla sua porta un brigadiere dei carabinieri savoiardo, e gli chiede Siete voi l'ingegnere Sp...?

 - Per servirla.

 - Posso esserne sicuro?

 - Non mentisco: dei resto entri in casa e domandi pure alla famiglia.

Allora il brigadiere fece entrare alcuni uomini che aveva condotti seco; e tratta fuori una borsa, rivolto all'ingegnere gli dice:

 - Sua Maestà vi ringrazia dell'ospitalità che avete dato ai Padri Gesuiti e vi manda queste quattro mila lire per le spese occorrenti.

 

 

 

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