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Capitolo 37

I Valdesi - Amari frutti - I sedici soldi ed il libro del De Sanctis - Il segnale della guerra - Diverbio - Le sassate - Due colpi di pistola - Il padrone del campo - La festa di S. Litigi - I due fratelli Cavour in processione - Il giornale 'L'Armonia' - Palmate misteriose.


Capitolo 37

da Memorie Biografiche

del 10 novembre 2006

 I giornalisti altri nemici stavano preparando aspre e pericolose battaglie contro il Cattolicismo. Coll'editto del 19 giugno 1848, firmato dal Principe Eugenio di Carignano, toglievasi ogni disparità di trattamento verso i Valdesi e gli Ebrei, proclamandosi “ la differenza di culto non formare eccezione al godimento dei diritti civili e politici e all'ammissibilità alle cariche civili e militari ”. Con ciò, in omaggio al falso principio della libertà di coscienza, s'intendeva eziandio concessa la facoltà di esercitare pubblicamente il loro culto e propagare liberamente i loro errori. Pei decreti in data del 17 febbraio e 9 successivo marzo gli Israeliti erano già sbucati dal ghetto per divenire in breve tempo i primi possidenti in Piemonte. I Pastori Valdesi erano usciti ancor essi dalle valli di Pinerolo, dove li aveva confinati la saviezza dei principi di Savoia; e si sparsero nel resto del Piemonte, e più tardi in tutta la penisola. Intanto, benchè fosse limitato in Torino il loro numero, sapendosi appoggiati dalle autorità settarie, sciolsero il freno alla loro audacia.

Essi vagheggiavano un'Italia eretica, perchè così sarebbero mancati al Papa i sudditi ed Egli avrebbe dovuto abbandonare la sua Sede. Perciò ora da soli, ora congiurati coi protestanti della Svizzera, della Germania e dell’Inghilterra, spediti a fare propaganda tra noi, s'arrabattarono per ogni verso a fine di seminare dappertutto la zizzania dei loro esiziali errori. A meglio riuscire nel loro intento sparsero libri, fondarono scuole tennero conferenze, eressero cappelle, innalzarono tempi; e come se i Cattolici fossero altrettanti pagani e adoratori delle cipolle d'Egitto, nulla risparmiarono per convertirli alla setta di quelle tre gioie di apostati, che furono Pietro Valdo, Lutero e Calvino.

Tra i primi ad assaggiare gli amari frutti della emancipazione furono D. Bosco e l'Oratorio di S. Luigi Gonzaga; imperocchè i Valdesi, versatisi in Torino, andarono tosto a piantar cattedra presso il Viale dei Platani, non lungi dal detto Oratorio. Colà in una casa provvedutasi a quest'uopo, essi cominciarono a tenere conferenze, nelle quali un ministro e poi un altro, sotto colore di spiegare la Bibbia, declamava contro il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti, il Celibato, la Confessione, la santa Messa, il Purgatorio, l'invocazione dei Santi, soprattutto contro Maria Santissima, trattandola come una donna comune, e attentando sacrilegamente alle due gemme più fulgide, che abbelliscano la sua corona, cioè la Verginità e Maternità divina.

I settari con queste empie novità si credevano di eccitare un grande entusiasmo, e attirare gente assennata ad udirli; ma invece si ebbero ben presto a disingannare; giacchè pochissimi Torinesi si ardimentarono di far getto di loro fede, frequentando le congreghe di Satanasso. I sedotti non furono che alcune decine di fannulloni e giovinastri ignoranti e scostumati, i quali di cattolico altro ormai non avevano fuorché il carattere battesimale, che non potevano raschiarsi dall'anima. Tra gli altri vi fu un cotale Pugno, calzolaio spiantato, il quale, stanco di maneggiare la pece e lo spago, divenne uno dei predicanti più arrabbiati. Egli fu più volte a trovare D. Bosco per disputare con lui; e se non fosse stata la compassione che muoveva la perdita di quell'anima, sarebbe stato il caso di scoppiare dalle risa all'udire le fanfaronate di un ciabattino, fattosi improvvisamente teologo ed apostolo!

I protestanti, vedendo che tra gli adulti potevano fare pochi proseliti, si appigliarono allora ad un mezzo che disgraziatamente riuscì e riesce tuttora a pervertire molte anime, e trarle nella via della perdizione. Essi fecero suonare il borsellino, e gettarono le reti tra mezzo all'incauta gioventù. Scelti pertanto alcuni dei loro adepti più audaci, li mandarono come lupi in cerca di agnelli; e siccome l'oratorio era frequentato in quel tempo da circa 500 giovani, più o meno grandicelli, così come un ovile senza steccato venne preso da coloro particolarmente di mira. Dunque una domenica alcuni di quei disgraziati si mettono sulla via che conduce all'oratorio; altri si portano sin presso il luogo della ricreazione, ed ora con parole lusinghiere, ed ora con frizzi piccanti, cercano di trarre seco i ragazzi. - Che cosa andate a fare colà? Venite con noi, e vi condurremo a divertirvi come vi pare e piace; udirete delle belle cose, e dopo avrete in regalo due mutte e un bel libro.

Chi conosce la leggerezza della gioventù, e il proverbio, l'argent fait tout, non si maraviglierà che parecchi giovinetti si siano lasciati adescare da quelle promesse. - Andiamo, cominciò a dire uno; andiamo, ripetè un secondo; sedici soldi sono belli e buoni, soggiunse un terzo; - e così per la prima volta una cinquantina di giovani si lasciò condurre nella casa ereticale. Finito il predicozzo, ciascuno dei giovanetti s'ebbe gli ottanta centesimi promessi, e in dono il libro del famoso apostata De Sanctis contro la Confessione.

Ricevuta questa paga e l'invito di ritornarvi, vari giovani, non punto accortisi delle insidie loro tramate, si portarono ancora ingenuamente della sera stessa all'Oratorio, quantunque più tardi, e vi raccontarono l'avvenuto. Fu allora che il savio Direttore, il Teol. Carpano, si accorse che i lupi attentavano alla vita degli agnelli affidatigli da D. Bosco, e si accese di santo zelo per impedirne la strage. Egli ritirò ben tosto tutti i libri che potè avere, e poi sovvenutosi della parabola evangelica del buon pastore, del mercenario e del lupo, svelò così bene ai giovani le trame degli eretici, mise in tanto orrore le loro congreghe, che tutti gli promisero di non recarvisi più mai per tutto l'oro del mondo.

Ma intanto il segnale della guerra era dato; le battaglie saranno quindi innanzi ingaggiate e ferveranno così, da far passare a D. Bosco, al Teol. Borel, al Teol. Carpano, ai giovani tutti, dei giorni e delle ore tremende.

La domenica appresso i gregari Valdesi ritornarono infatti ad appostare i giovanetti per levarli dall'Oratorio; ma questa volta la cosa non riuscì loro così facilmente; imperciocchè i giovani adulti, indettati dai loro superiori, li tenevano d'occhio, ne spiavano i passi, e quando li vedevano ad avvicinarsi ai fanciulli dell'Oratorio dicevano a questi: Non lasciatevi ingannare: costoro vi menano dai barbetti, nemici della nostra religione; andate, andate all'oratorio.

 - Coloro, vedendosi scoperti, ricorrevano agli scherni e alle villanie: - Sciocchi che siete, dicevano; che cosa vi danno i preti? Non è forse meglio venire con noi, e ricevere i sedici soldi? Che genere di predicatori siete voi! rispondevano i nostri non avendo uditori, li andate a comperare. Sarebbe meglio che vi comperaste delle patate. - I discepoli di Pietro Valdo, sentendosi in tal modo rimbeccati, avrebbero voluto rispondere colle mani; ma vedendosi in pochi, e invece di suonare temendo di essere suonati, si ritirarono per allora dicendo: “ Ci rivedremo altra volta ”.

Da questo contegno minaccioso si scorgeva che nella festa consecutiva la cosa avrebbe assunto un aspetto pi√π grave. Quindi, ad evitare pericoli e malanni, fu raccomandato ai giovani che in avvenire, vedendo quegli sciagurati ad approssimarsi, voltassero loro le spalle senza dir nulla, e, si portassero nel cortile dell'Oratorio.

Venne pertanto la domenica dopo: ed ecco pur troppo avverate le fatte previsioni. Ad una certa ora dopo mezzogiorno si presentano nel campo vicino da un trenta a quaranta giovinastri dai sedici soldi. A quella vista i giovani, ubbidienti agli ordini ricevuti, si ritirarono come agnelli nel proprio ovile; ma quei forsennati cominciarono a lanciare sassi con tanto furore, che l'Oratorio parve un castello preso a bombarde. Grandinavano sassi nelle porte, sassi nelle finestre, sassi sui tetti, sassi in mezzo ai giovani impauriti, alcuni dei quali portarono rotta la testa. Fra una cosa di vero terrore. Questo scellerato provocamento irritò talmente i giovani più adulti, che perduta la pazienza e sprezzato ogni pericolo, uscirono fuori, diedero ancor essi di piglio alle pietre, di cui era seminato il terreno, e si scagliarono con tanto impeto contro ribaldi, che dopo alcuni istanti li ebbero cacciati al di là dei viale. Nè questa fu la sola volta che succedesse una scena così dolorosa; poichè per più mesi essa si rinnovò quasi ad ogni festa, con quell'affanno di D. Bosco e dei suoi aiutanti, che ognuno può immaginare. Gli eretici e loro iniziati, non potendo riuscire a tirare i giovani nelle loro reti, si argomentarono di allontanarli almeno dall'Oratorio con l'atterrirli. Quindi li prendevano a sassate mentre vi si portavano alla spicciolata; e il più delle volte aspettavano che tutti fossero raccolti in chiesa, e poi ad un tratto mandavano una grandine di pietre nella porta e nelle finestre, da spaventare e far piangere i piccoli ed obbligare il Direttore a sospendere le sacre funzioni.

Una volta mentre il Teol. Borel e il Teol. Carpano stavano in sacrestia vestendosi per dare la benedizione, un sicario si presentò alla finestra, che prospettava la pubblica via, e sparò due colpi di pistola contro di loro. Iddio, che proteggeva i suoi servi, non permise che si effettuasse l'assassinio, e le due palle, rasentata la faccia dei Sacerdoti, andarono a colpire nel muro opposto. Ognun si figuri il terrore sparsosi per tutta la chiesa: e la gioia che tosto ne seguì pel colpo fallito. A tutti questi fatti erano fra gli altri presenti i nostri antichi compagni Cigliuti, Gravano e Buzzetti.

Come chiaro, si palesa, gli avversari non facevano per burla: essi volevano ad ogni costo far chiudere l'oratorio. Ma viva Dio e Maria Immacolata! D. Bosco con i suoi coadiutori ebbe tanta costanza e fortezza, da resistere a tutte le inique battaglie, e finì col rendersi padrone del campo.

E i giovani dell'Oratorio di S. Luigi continuarono e continuano tutte le Domeniche, ascoltando la santa Messa a professare la loro fede col ripetere le preghiere del “Giovane Provveduto”: “ Io credo fermamente tutte le verità che voi, mio Dio, rivelaste alla vostra Chiesa, perchè siete verità infallibile. Concedetemi, Signore, la grazia di vivere e morire da buon Cristiano, nel grembo di Santa Madre Chiesa ”.

Mentre l'Oratorio di Porta Nuova era a questo modo messo alla prova, quello di S. Francesco di Sales dopo aver inneggiato con tranquillità a S. Giovanni Battista, celebrava la festa di S. Luigi con una pompa singolare. Pareva che i tempi così reclamassero.

I giovani erano assai di spesso attirati ad assistere a feste, o per meglio dire, a dimostrazioni civili; e mentre il mondo sfoggiava in magnificenze, sembrava utile, se non necessario, il contrapporre la grandezza delle feste religiose, per meglio guadagnare alla Chiesa le menti ed i cuori dei fedeli, soprattutto della inesperta giovent√π.

La solennità venne annunziata molto tempo innanzi: le si fecero precedere le solite sei Domeniche con apposite pratiche di pietà; sì prepararono musiche, per quanto si potè, squisite, si mandarono inviti ai benefattori dell'Oratorio e ai loro conoscenti ed amici. La sera della vigilia e al mattino della festa collo sparo dei mortaretti se ne risvegliò la memoria nel vicini e nei lontani. D. Bosco, il Teol. Borel e parecchi Sacerdoti loro aiutanti ebbero molto lavoro, e gustarono dolci consolazioni pel gran numero di giovani, che si accostarono ai santi Sacramenti. Nelle ore pomeridiane nell'Oratorio si riversò una sì gran calca di gioventù, che la Cappella non ne capì che una parte.

La processione soprattutto fu una cosa degna di particolare menzione. Era commovente, lo spettacolo di due giovani di nobilissima famiglia reggere i fiocchi dello stendardo, portato da un povero artigianello.

La via Cottolengo, che si percorreva, è lunga; eppure i primi giovani delle due file n'erano ormai alla metà, e gli ultimi colla statua del santo uscivano appena dalla cinta dell'oratorio. Malgrado tanta gente, ogni cosa si compì con ordine e tranquillità. Le guardie civiche assistevano più per decoro che per imporre, e la banda musicale alternava i suoi concerti al canto dei giovanetti.

Una cosa molto edificante fu notata in quella circostanza. A fianco della statua si vedevano due ragguardevoli personaggi, i quali levarono poscia alto grido di sè per tutta Italia, ed uno per tutta Europa. Tenevano essi da una mano il cerco acceso, e dall'altra il “Giovane Provveduto”, cantando coi sacri ministri l'inno “Infensus hostis gloriae”, in onore di S. Luigi. E chi erano questi due personaggi? Erano nientemeno che il Marchese Gustavo, e il Conte Camillo Cavour. Il Marchese aveva voluto essere inscritto alla Compagnia di S. Luigi ed in mezzo ai giovanetti era andato ad inginocchiarsi ai piedi dell'altare e leggere ad alta voce la sua formula dì aggregazione.

Questi due fratelli vedendo che D. Bosco aveva avuta l'abilità e la costanza di superare tutte le mossegli opposizioni e tirare innanzi l'opera sua raccogliendo da tutte le parti di Torino giovani vagabondi e pericolanti, erano divenuti suoi ammiratori. Essi venivano sovente a fargli visita per incoraggiarlo all'ardua impresa. Nell'oratorio poi non si faceva una festa di qualche importanza a cui non prendessero parte. Tanto l'uno quanto l'altro si dilettavano di stare contemplando tanti giovanetti insieme raccolti, concordi nei loro trastulli, istruiti, assistiti, bene trattati, tolti per siffatta guisa dalla via del disonore e allontanati dalla porta della prigione. A quella vista il Conte Camillo fu più volte udito pronunziare queste parole: - Che bella ed utile opera è mai questa! Sarebbe davvero desiderabile che ve ne fosse almeno una per ogni città. Così molti giovani eviterebbero la prigione, ed il Governo non spenderebbe tanti denari per mantenere fannulloni nelle carceri, ed avrebbe in quella vece motti sudditi morigerati, che con un'arte o mestiere camperebbero onoratamente la vita, e gioverebbero a se stessi e alla società.

Forse qualcuno farà le meraviglie che i due Cavour praticassero così nel nostro oratorio e manifestassero di cotali sentimenti. Si ha da osservare che in quel tempo essi, educati da genitori cristiani, avevano fede e si mostravano altamente cattolici. Soprattutto Gustavo lo si vedeva sovente nelle chiese di Torino ad accostarsi alla santa Comunione con un contegno molto edificante. Il medesimo Camillo, che non era troppo conosciuto in Piemonte per aver vissuti parecchi anni in Inghilterra, anche nel 1850 fu visto nella Chiesa della SS. Annunziata a ricevere la Comunione dalla mano dei Teol. Fantini, eletto poscia Vescovo di Fossano.

Egli sul principio del Rivolgimento Italiano pareva conservatore, benchè imbevuto degli errori dei regalisti, ma nessuno avrebbe sospettato in lui un nemico del Papa e della Chiesa.

Intanto nel 1848 si era provveduto in Torino alla stampa cattolica. L'improvviso apparire e il rapido svolgersi del giornalismo settario e liberale aveva fatto sentire ben tosto ai buoni la necessità di pubblicare un periodico che assumesse la difesa della religione e dei suoi diritti. Ed ecco mentre in Piemonte Mons. Luigi Moreno Vescovo d'Ivrea ne studiava il modo e i mezzi, chiamando a sè e consultando anche Don Bosco, alcuni genovesi ecclesiastici e laici mettevano fuori un programma di giornale da intitolarsi “L'Armonia”. Ma gravi difficoltà ne facevano differire la stampa. Venuti però essi in cognizione dei progetti di Mons. Moreno, gli proponevano il giornale col titolo ideato, offrendogli i fondi che avevano raccolto. Quegli acconsentiva e ottenuta la benedizione Pontificia, il 4 luglio 1848 si pubblicava in Torino il primo numero dell'Armonia sotto la direzione del Teol. Guglielmo Audisio, Preside dell'Accademia di Superga, e dei Marchesi Birago di Vische, e Gustavo di Cavour, il quale per vari anni ne fu uno dei più valorosi scrittori. Questo giornale ebbe il vanto di essere in Piemonte il primo, il più ardito e dotto difensore della Chiesa, del Papa, del Clero Cattolico, del potere temporale, del matrimonio cristiano; e l'avversario più costante dei settari e dei liberali.

D. Bosco, allora che aveva caldeggiato con tanto impegno questa pubblicazione da meritarsi la diffidenza e i rimproveri di qualche potente liberale, come a noi consta di certa scienza, si ritirava con D. Cafasso agli esercizi di Sant'Ignazio, preparandosi in quel luogo tranquillo a nuove lotte. Mentre era su quei monti accadde un fatto, ripetuto poi altre volte, e che a noi fu narrato dal Teol. Borel. D. Bosco aveva scritto al caro teologo come alla domenica precedente i giovani Costa e Baretta fossero entrati nella cappella per la porta maggiore e poi usciti per quella della sacrestia: quindi, invece di assistere alle sacre funzioni, fossero andati a bagnarsi nella Dora, e mentre erano nell'acqua avessero ricevute da mano invisibile alcune palmate tutt'altro che leggiere. Il teologo, appena ricevuto questo biglietto, interrogò i due giovani e le loro risposte quadrarono a cappello colla rivelazione di Don Bosco.

 

 

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