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Capitolo 34

La Marchesa Barolo a Roma - Vincenzo Gioberti e i Prolegomeni - D. Bosco in vacanza a Morialdo - Una sua lettera al Teologo Borel - La Congregazione Salesiana predetta - Altra lettera al Teologo Borel - Le piccole inferme dell'Ospedaletto.


Capitolo 34

da Memorie Biografiche

del 24 ottobre 2006

 La Marchesa Barolo, fatto per alcuni anni l'esperimento necessario delle Costituzioni da lei dettate per l'Istituto delle Suore di Sant'Anna e per le religiose di S. Maria Maddalena, aveva stimato essere omai tempo di portarsi a Roma per darne cognizione alla Santa Sede e invocarne l'approvazione. Non si sgomentò dal sapere che tali solenni favori erano difficilissimi ad ottenersi, che di recente erano stati ricusati ad alcune rispettabili Congregazioni, esistenti da lunghi anni, e fra queste alle Suore di S. Giuseppe. Col parere favorevole dell'Arcivescovo si mise adunque in viaggio verso il fine di settembre 1845.

Negli stati Romani avevala preceduta Massimo d'Azeglio, venuto per altri fini e ben diversi. Questi aveva accettato, o gli era stato imposto, l'incarico di congiungere tutte le società segrete in unità di cospirazione, facendo collimare le trame e i lavori di queste alla rivendicazione dell'indipendenza e unità nazionale sotto la condotta e lo scettro di Re Carlo Alberto. Il Marchese carbonaro pertanto percorse nell'autunno le Marche, buona parte delle Romagne e della Toscana, insinuando ai settarii di cessare da' moti e dalle insurrezioni armate, ad incominciare a far una guerra legale al Papa e a mettere fiducia nel Re di Piemonte. Molte Loggie volevano la Repubblica e non poche diffidavano delle promesse loro fatte a nome del Re. Tanto falso quanto brutale è l'argomento col quale tentava di persuaderli. - Se da noi, diceva, si domandasse a Carlo Alberto l'impegno di far cosa contraria a' suoi interessi, forse avreste ragione. Ma gli si domanda di far del bene a noi, ma più a sè; gli si domanda di lasciarsi aiutare a diventare più grande, più potente di quello che è... Se invitate un ladro ad essere galantuomo, e che ve lo prometta, potreste dubitare che mantenga. Ma invitar un ladro a rubare ed aver paura che vi manchi di parola, in verità non ne vedo il perchè... Se il re poi tentennasse, se non si risolvesse alla magnanima impresa, la forza dell'opinione pubblica ve lo costringerebbe, e opponendosi, cadrebbe dal trono.

Massimo d'Azeglio ritornato a Torino, riferì al Re, come meglio gli piacque, il buon esito della sua missione, e si abboccò coi repubblicani corifei del partito mazziniano per averli favorevoli o almeno non contrari ad una monarchia costituzionale. Costoro però, benchè non rinunziassero ai loro ideali, pareva acconsentissero a star quieti apponendo però alcun tempo dopo una condizione. - Il Re prima di cimentarsi a liberare l'Italia, liberi il suo regno e l'esercito dai Gesuiti!

Frattanto, per secondare questa intimazione, il mazziniano Abate Gioberti, in quest'anno 1845 dava alle stampe i Prolegomeni al Primato degli Italiani, secondo suo libro peggiore del primo, e che, destinato a preparare l'opinione pubblica, fu accolto con favore dalla gente guasta od illusa. Era un libro rigurgitante di veleno contro i Gesuiti e contro lo spirito cattolico che egli chiamava Gesuitismo, per poterlo assalire senza far paura ai semplici. Dicevasi persuaso che il suo libro probabilmente sarebbe stato messo all'Indice, tanto le cose scritte erano ardite: tuttavia affermava avere anche questa volta pigliato il partito di dare una forma indiretta all'assalto per poter inveire alla libera. Così si legge nelle sue lettere al Pinelli ed al Mamiani. Ma questa forma indiretta di assalto non poteva certamente riferirsi ai Gesuiti assaliti al tutto direttamente, sibbene ai cattolici Romani e puri, veramente assaliti tutti in modo indiretto. Gioberti aveva dedicato questo irreligioso ed iniquo suo volume a Silvio Pellico, il quale con giusto sdegno rifiutò tale ipocrita omaggio, non curandosi delle ire settarie che da ogni parte lo ingiuriarono per quel nobilissimo atto.

Mentre si avvicendavano questi vari maneggi, parte nelle tenebre, parte alla luce del giorno, D. Bosco dolente di aver dovuto sospendere per mancanza di locali, le scuole del leggere e scrivere e quelle già bene avviate di musica, estenuato di forze, fu costretto a ritirarsi per qualche settimana a Castelnuovo sperando di rinfrancare la sua sanità. Era essa infatti talmente indebolita, da tenere in apprensione i suoi amici.

Fatta la scelta di alcuni giovani tra i migliori per condurli con sè a respirare l'aria pura dei Becchi, affidato, l'Oratorio al Teologo Borel, lasciava Torino nei primi giorni del mese di ottobre. Suo fratello Giuseppe avvisato della comitiva che seguiva D. Bosco, riparato e messo in assetto il fienile perchè potesse servire di dormitorio, provvista con aiuto della buona Margherita sua madre ogni cosa necessaria per rendere gradito il soggiorno al fratello e a' suoi piccoli ospiti, fece loro le più oneste accoglienze. Perciò quella casetta così silenziosa divenne in quel tempo l'abitazione della più viva allegria, rinnovata poi sempre nell'autunno per molti e molti anni.

D. Bosco dopo qualche giorno scriveva al Teologo Borel una di quelle sue lettere che ad ogni linea traspirano una soave ingenuità.

 

“Carissimo sig. Teologo,

 

Corre oggi il nono giorno dacchè ci siamo lasciati, tempo che mi par già lungo assai. Il giorno stesso di mia partenza arrivai felicemente a Chieri; ma ivi giunto, lo sfinimento che mi sentiva a Torino crebbe a segno, che preso un tenue ristoro, mi dovetti coricare. Il dì seguente sentendomi alquanto in forze mi levai e venni a casa. Durante quattro giorni stetti niente bene, il che proveniva da una specie di malinconia, derivata dal non potermi costì trovare a fare la solita nostra, a me gradevolissima ricreazione. Da domenica in qua, mediante un po' di rabello e un poco di canto con Pietro e Felice Ferrero, e Natalino, mi sento notevolmente meglio.

Le mie occupazioni presenti, sono: mangio, canto, rido, corro, giro ecc., ecc. D. Pacchiotti non viene ancora gi√π? Il sig. Teologo nemmeno? Basterebbe la visita dell'uno o dell'altro per farmi totalmente guarire. Su, coraggio, vengano qui, sacca!!!

Cominciamo il prossimo giovedì a vendemmiare: noi abbiamo una vendemmia buona e bella; gli altri paesi limitrofi sono stati tocchi o dal tarlo o dalla grandine (Genta e Gamba mi disturbano dallo scrivere col loro chiasso). Vado preparando una buona bibita di vino non per lei, ma pel signor D. Pacchiotti. Domenica prossima (oh seccatura, che chiasso!) facciamo qui un festino, e la faremo bollire e la faremo versare e canteremo noi messa coi nostri ragazzi. Come sta Don Pacchiotti? Il catechismo andò bene? Io qui ne ho sette, ma tutti farinelli. La settimana ventura, si Dominus dederit, sarò costì. Exeunte hebdomada: (Sarà continuata, non posso più).

Castelnuovo, 11 Ottobre.

 

Sac. Giovanni Bosco”

 

 

Intanto accorrevano a visitare D. Bosco i giovanetti di Morialdo e gli antichi amici di Castelnuovo e delle altre borgate, tutti attirati da' suoi modi amorevoli e dalle sue parole ispirate dal desiderio del loro bene spirituale. Fra gli altri s'intratteneva con lui Filippello Giovanni, quello stesso che avevalo dai Becchi accompagnato a Chieri, quando vi si era recato la prima volta per intervenire regolarmente alle scuole. Ora egli un giorno confidenzialmente lo interrogò: - Tu da qualche tempo hai già preso l'esame di confessione; l'impiego tuo in Torino presso il Rifugio, a quel che sembra, non è per te definitivo: in che cosa dunque intendi occupare la vita che il Signore ti concederà? - D. Bosco gli rispose: - Io non sarò semplicemente prete solitario o con pochi compagni, ma avrò molti altri sacerdoti con me, i quali mi obbediranno e si dedicheranno all'educazione della gioventù. - Filippello non osò proseguire nelle interrogazioni, ma da quel punto gli si presentò alla mente e vi rimase scolpita l'idea, che D. Bosco pensasse fondare una società o Congregazione religiosa, come egli stesso anni dopo raccontava a D. Secondo Marchisio.

Passavano intanto tranquilli per D. Bosco questi pochi giorni di vacanza, consolati dall'affetto di sua madre, del fratello, del buon Vicario D. Cinzano, e dalle lettere che scrivevagli il Teol. Borel; ma col cuore si trovava eziandio sempre in Torino. Anelava di ritornare fra i suoi cari monelli e sollevare il buon Teologo dal troppo aggravio che recavagli la direzione dell'Oratorio; e l'accompagnamento dei giovani a questa e a quella chiesa, mentre era già sopraccarico di occupazioni che non gli concedevano un istante di respiro. Tuttavia non potè lasciare Castelnuovo nel giorno che aveva stabilito. In una seconda lettera al Teologo Borel, spiega il motivo della prorogata partenza:

 

 

“Carissimo Sig. Teologo,

 

Avvenne propriamente come presentiva: il mio incomodo aumentò assai e mi ridusse a non poter più camminare menomamente; da ieri in oggi va notabilmente meglio e questa mattina ho già celebrato messa, però alle dieci: se non mi accade alcun nuovo sinistro, giovedì o venerdì venturo conto restituirmi a Torino. Quello che trovo di singolare si è che a dispetto del mio malessere io sono allegro più che non vorrei. Il Sig. D. Cafasso parlò altresì con me del novello pensionando: dietro alla proposta di D. Cafasso, io approvo tutto, solo che lei ed il Sig. D. Pacchiotti ne siano contenti, tanto più che conosco l’individuo di ottima indole ed umore.

Ieri ho ricevuto la sua lettera, in cui mi notifica molte gradevoli cose. Dica a Madre Clemenza che faccia coraggio e che andando a Torino ci faremo i convenevoli. Madre Eulalia tenga piè fermo, perchè non cada ammalata. La Madre dell'Ospedale poi mantenga allegre le nostre figliuolette inferme, alle quali al mio arrivo darò una ciambella. Ma quello, che raccomando caldamente, si è di dire a Pietro che faccia buone pietanze a D. Pacchiotti, onde arrivando lo trovi in buona sanità e di buon umore.

Stiano allegri e il Signore li accompagni, mentre ho l'onore di segnarmi,

17 Ottobre,

 

Affezionatissimo Amico

D. Bosco.”

 

 

Il nuovo pensionante era probabilmente D. Bosio che Don Cafasso meditava di proporre in tempo opportuno alla Marchesa Barolo, come coadiutore di D. Bosco nell'Ospedaletto, del quale era stato compagno carissimo in seminario. D. Cafasso vedeva come il suo allievo non avrebbe potuto reggere lungamente a tante fatiche. La seguente lettera indirizzata a D. Francesco Puecher, Direttore dell'Istituto della Carità nel Noviziato di Stresa, fa cenno di un risultato parziale dei molti studii di D. Bosco in quest'anno. Egli già conosceva, ma alquanto in confuso, l'Istituto della Carità, sia per relazione epistolare col Maestro di que' novizi, sia per conversazioni tenute coi religiosi della Sagra di S. Michele. Ora ne desiderava notizie più esatte e per iscritto.

 

Castelnuovo d'Asti, 5 Ottobre 1845

 

Molto Rev.do Signore,

 

L'anno scorso scriveva a V. S. M. R. di un giovane causidico che desiderava abbracciare il suo Istituto, ma che per affari domestici ne fu impedito: un altro causidico ha presa la stessa determinazione. Esso ha l'età di 23 anni precisi, ha compito il corso di filosofia, d'Istituto e di Diritto, ed era causidico sostituito; ora da più mesi è risoluto di abbandonare il mondo, e consacrarsi a Dio nell'Istituto della Carità, e questo solo pel bene dell'anima propria e di quelle del prossimo. La persona è vistosa, l'ingegno è più che mediocre. Resta solo che Ella mi dica se può sperare un posto e quali ne siano le condizioni.

Io ho scritto un corso di Storia Ecclesiastica ad uso delle scuole; sul fine ho accennato tutti gli Ordini recentemente fondati, pel che avrei sommamente bisogno, che Ella mi precisasse in breve: 1. Il tempo e l'autore dell'Istituto della Carità. 2. Quale ne sia lo scopo. 3. Se sia approvato dal Romano Pontefice e quante case religiose abbraccia presentemente; assicurandola che tutto si esporrà nel modo che tornerà alla maggior gloria di Dio e onore della nostra Santa Religione.

Perdoni la confidenza con cui le scrivo, e mentre le auguro ogni bene dal Signore, ho l'onore di professarmi colla pi√π grande stima e colla pi√π alta venerazione

Della S. V. M. R.

 

Obbl.mo Servitore

D. Giovanni Bosco.

 

PS. - La Storia Ecclesiastica si stampa già, perciò, avrei molto bisogno delle accennate notizie. Qualora compiacciasi di riscontrarmi, prima del 15 corrente dimoro a Castelnuovo; di poi sarò a Torino”.

La risposta colle desiderate notizie ed informazioni non si faceva lungamente aspettare, e D. Bosco ritornato in Torino scriveva altro foglio al Rev. D. Puecher:

 

 

 

 

 

Ill.mo Signore,

 

Un incomodo di salute mi fece ritardare una lettera di accompagnamento pel giovane Giovachino G....; spero che le cose andranno bene mediante la solita di Lei bontà....

La ringrazio molto delle notizie inviatemi che mi servirono, per quello che desiderava, come potrà vedere dal volume di Storia che le inchiudo. Qualora avesse occasione di far scorrere copie di questa Storia da quelle parti, io ne potrei mandare al terzo meno di prezzo di quanto si vende dai librai, e ciò tutto pel bene spirituale, specialmente della gioventù per cui è stata scritta.

Gradisca i miei pi√π cordiali saluti e mi perdoni la fretta.

Torino, 31 ottobre 1845.

 

Obbl.mo Servitore

D. Bosco Giovanni

 

 

La prima edizione adunque della sua Storia Ecclesiastica elogiante le comunità monastiche, e le prime vocazioni allo stato religioso da lui aiutate, diedero principio alle cordiali relazioni tra il nostro buon padre e l'Istituto della Carità Non essendovi casa in Torino di questa Congregazione, Don Bosco si prendeva amorevole cura di quei suoi giovani religiosi che erano mandati nella Capitale per attendere agli studii. Scriveva il 6 dicembre di quest'anno al Rev. D. Francesco Puecher. “Con piacere grande veggo sovente il Ch. Comollo Costantino coll'altro suo collega, i quali frequentano esemplarmente la scuola di Filosofia nell'Università di Torino”. E il Rev. D. Puecher rispondevagli il giorno seguente. “Godo che veda i nostri Chierici Studenti e glieli raccomando reputerò fatto a me stesso ogni tratto di amicizia che vorrà loro usare”.

Le vocazioni che D. Bosco seppe scoprire e sviluppare ne' suoi giovani lo resero caro a diversi Ordini e Congregazioni religiose, alle quali esso li inviava, secondandone prudentemente le inclinazioni, l'indole, il sapere ed il progresso nella virt√π.

 

 

 

 

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