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Capitolo 28

Opinione di santità in vita e dopo morte.


Capitolo 28

da Memorie Biografiche

del 11 dicembre 2006

L’autore ispirato dell'Ecclesiastico  dice degli uomini santi: In eterno rimarrà la loro memoria, e la loro lama non sarà oscurata; i loro corpi riposano in pace, ma il loro nome vive nei secoli; la loro sapienza è celebrata in pubblico e le loro lodi si ripetono nelle adunanze. Questo è avvenuto e avviene di Don Bosco. Appena sceso nella pace del sepolcro, se già era ammirato e amato in vita, riempì ancora più il mondo della sua fama, riscotendo lodi in tutte le lingue, senz'aspettare che il giudizio infallibile della Chiesa gli decretasse l'onore degli altari e ne rendesse universale il culto. La voce del popolo anticipò, diremo così, la voce di Dio, o meglio, fu realmente la voce stessa di Dio, come si rese poi manifesto per l'organo del magistero ecclesiastico. L'opinione ch'ei fosse santo l'aveva accompagnato in vita, ma si venne facendo convinzione profonda e mondiale subito dopo la sua morte. Noi ci proponiamo ora di sfogliare i Sommari dei processi per raccogliere di questa fama autorevoli testimonianze giurate, che nel loro insieme ci faranno grandeggiare ognor più dinanzi agli occhi la figura del nostro Padre. Ci limiteremo però nel numero dei testi: basteranno sette non salesiani e dodici salesiani. Di ognuno si riporterà unicamente quello che di più significativo seppe per propria scienza. Non occorrono citazioni a pie' di pagina; nominandosi le persone, torneranno facili, a chi li volesse, i riscontri. Sia questa una corona di semprevivi che deponiamo sulla tomba gloriosa del nostro venerato Fondatore o, se più piace, un coro armonioso di voci inneggianti alla sua dolce memoria.

  Fra i non salesiani diamo la precedenza a un laico, uomo del popolo: Giovanni Bisio, negoziante. Dal 1864 visse nell'Oratorio sette anni e dopo si tenne sempre in relazione con Don Bosco, S'invogliò a conoscerlo quando un sacerdote del suo paese glielo descrisse come un santo. Fra le sue testimonianze ne emerge una. Avendolo accompagnato più volte in piccoli paesi del Piemonte, vedeva che al suo passare non pochi s'inginocchiavano per ricevere la sua benedizione, che altri sì affacciavano alle finestre e si mettevano sulle porte per poterlo osservare e che le madri gli presentavano i bambini per farli benedire. Dice: “ Sembrava proprio il Nazzareno in mezzo ai fanciulli ”.

             Due sacerdoti che conobbero da vicino Don Bosco, furono il teologo Reviglio, parroco di S. Agostino a Torino, e il canonico Ballesio, vicario foraneo a Moncaglieri. Don Reviglio, assiduo all'Oratorio dal 1847 e poi secondo ricoverato nell'ospizio, godette per tutta la vita l'intimità del Servo di Dio. Orbene egli considerò sempre Don Bosco quale un santo degno degli altari, idea comune, dice, non solo a' suoi allievi, ma anche a estranei da lui uditi proferire tale giudizio. Attesta inoltre di sacerdoti che, avuto a casa loro come commensale Don Bosco, si onoravano di mettere da parte posate e altri oggetti dal medesimo usati a mensa e che dopo la morte del Servo di Dio si ritenevano queste cose come preziosissime. Don Ballesio pure, alunno dell'Oratorio per otto anni dal 1857, ebbe per tutta la vita una crescente familiarità con Don Bosco. “ Non saprei, dice, quale dei Santi abbia avuto maggior fama di santità presso ogni ceto di persone ecclesiastiche e laiche ”. Si dichiara poi decisamente convinto che la divozione dei Salesiani e dei loro Cooperatori verso il Servo di Dio fosse piuttosto eco che non causa della fiducia universale nell'efficacia della sua intercessione.

  Ricorre con certa frequenza nei primi volumi delle Memorie Biografiche il nome del canonico Anfossi. Egli fece i corsi ginnasiali, filosofici e teologici nell'Oratorio dal 1853. Uscitone conservò sempre filiale relazione con Don Bosco, che continuava a considerarlo come di casa. Che Don Bosco chierico fosse tenuto da' suoi compagni in gran conto per santità, egli lo intese da alcuni coetanei di lui e principalmente da Don Francesco Oddenino, del quale al tempo della sua deposizione nella causa era commensale da ventiquattro anni. L'Anfossi, ancora chierico nell'Oratorio, veniva mandato da Don Bosco per missioni particolari da parecchi Vescovi, nelle quali occasioni udiva altissime lodi alla santità di colui che lo inviava. Monsignor d'Angennes, arcivescovo di Vercelli, non rifiniva di esaltarlo alla presenza di vari canonici. Quanto in seguito la fama della sua santità si fosse estesa anche fuori d'Italia, il teste lo sperimentò ne' suoi viaggi in Francia, nel Belgio, in Olanda e in Germania. Presentandosi nelle sacrestie per celebrare, gli si faceva da molti la domanda se conoscesse Don Bosco, e alla risposta che era stato suo alunno, si vedeva colmato di gentilezze e trattenuto in lunghe conversazioni per il desiderio comune di conoscerne le opere. Conchiude così la sua deposizione: “ Io ho sempre ammirato la santità di vita del Servo di Dio e questa persuasione di santità mi rimane tuttora nell'animo, anzi ogni dì più si conferma, nè mai mi avvenne di udire persona che contraddicesse alla fama di santità universalmente goduta da Don Bosco ”.

  Chi non conosce il teologo Leonardo Murialdo, fondatore dei Giuseppini, del quale è in corso la causa di beatificazione? A noto quanto egli aiutasse Don Bosco nei principi de' suoi oratorii festivi a Torino; così dal 1851 cominciarono con lui le sue relazioni. “ È cosa di fatto, dice, che anche prima della sua morte il Servo di Dio godeva fama di santità presso gran numero di persone sia del popolo sia del ceto distinto, e questa fama si propagò anche all'estero. Una prova l'ebbi io stesso. Una signora di St. Etienne in Francia mandò alcuni anni prima della morte di Don Bosco un sacerdote di sua fiducia espressamente a Torino per pregarlo di recarsi presso di lei, che sperava di ottenere la guarigione dalla sua benedizione. Così pure più volte in Francia ebbi occasione di udirne fare elogi come di uomo al tutto ammirando ”. Interrogato che cosa potesse dire della sua fama di santità post obitum, rispose: “ Mi consta che il popolo ha stima, riverenza e divozione verso il Servo di Dio, nè solo le persone volgari, ma anche quelle pie, savie e prudenti, nè solo torinesi, ma anche forestiere ed estere ” .

  Due Vescovi deposero come testi oculari. Il primo monsignor Vincenzo Tasso, dei Signori della Missione, vescovo di Aosta, aveva fatto il ginnasio nell'Oratorio dal 1862. Dichiarò: “ Uscito poi dall'Oratorio perchè il Signore mi chiamava altrove, crebbe sempre più in me il concetto di santità del Venerabile. Anche paragonandolo con personaggi di grande carità e virtù, coi quali mi trovai a contatto, mi pare il più eccellente che io abbia incontrato in virtù, in opere e in doni soprannaturali. Questa mia convinzione va ognor crescendo, come cresce la mia venerazione; quanto più lo studio, tanto più ammiro e venero la sua santità. È quindi mia convinzione che la fama di santità da lui goduta non sia immaginaria e artificiale, ma veramente fondata sopra i suoi meriti e favorita da Dio con grazie e miracoli per glorificare il suo servo e innalzarlo agli onori degli altari, e faccio voto ben sincero che la cosa si avveri al più presto ”.

         L'altro Vescovo è il rinomato moralista monsignor Bertagna, titolare di Cafarnao e ausiliare dei cardinale Alimonda.

Conobbe Don Bosco da fanciullo. Nelle vacanze autunnali ricevette per alcuni anni da lui lezioni di latino. Dopo, specialmente da sacerdote, fu con lui in continua dimestichezza. Ecco il suo ponderato parere: “ Don Bosco era tenuto in concetto di uomo straordinario, e reputato santo da molti, e molti gli attribuivano miracoli. A mio giudizio, vederlo negli ultimi otto o dieci anni, già pieno di acciacchi, sopraccarico di occupazioni, assediato sempre da gente d'ogni sorta, e lui sempre tranquillo, non dare mai in un'impazienza anche minima, senza mostrar fretta, non mai precipitare quello che gli era messo a mano, dà ben motivo a dire che, se non era un santo, di santo rendeva però immagine. L'esito poi dell'opera sua principale, quasi scopo di tutta la sua vita, cioè la sua Congregazione, è l'argomento che ha per me più forza a persuadermi che Don Bosco fu un santo ”.

  Ascoltiamo ora testi salesiani, che assai più dei precedenti ebbero agio di studiare da vicino il Servo di Dio. Alcuni di essi lo osservarono per anni e anni nella sua vita d'ogni giorno, lo videro abitualmente nell'intimità della vita domestica, lo sorpresero in quelle circostanze nelle quali d'ordinario gli uomini non badano più che tanto a contenersi; ora in tutta questa frequenza di contatti è umanamente impossibile che, se difetti vi sono, stiano nascosti. Ecco perchè non sempre i familiari condividono con gli estranei l'ammirazione per le virtù di taluni che pure vanno per la maggiore. Invece riguardo a Don Bosco accadde proprio il contrario; quanto più stretta e continua era l'intimità, tanto più convinta si veniva formando l'opinione che egli fosse veramente un santo.

  Cominciamo dal suo fido Don Berto. Studente nell'Oratorio dal 1862, si confessò da Don Bosco fino al gennaio del 1888; inoltre per vent'anni dal 1866 al 1886 gli fece da segretario particolare, trattato allora e poi come persona di intima confidenza. Per meglio valutare i suoi apprezzamenti giova considerare che egli era l'opposto di quello che si direbbe un uomo entusiasta o sentimentale; anzi, di animo buono, ma freddo dì temperamento e duretto di carattere, dava financo a Don Bosco occasioni di esercitare la pazienza. Ebbene non gli passò mai per la mente il menomo dubbio che Don Bosco non fosse un santo. Nella sua lunga, deposizione il pensiero di Don Berto a questo proposito è condensato nel seguente periodo: “ Posso attestare che la fama di santità del Servo di Dio nacque spontaneamente, come la luce dal sole, come il calore dal fuoco, come l'acqua dalla sua sorgente e che quindi si diffuse nel mondo per lo splendore delle due virtù, per la copia de' suoi doni soprannaturali, per gli aurei suoi scritti, per le molte guarigioni straordinarie ottenute con le sue preghiere e benedizioni, ma specialmente pel rapido propagarsi delle sue istituzioni nei due emisferi ” . Nel corso del suo interrogatorio egli riferì importanti giudizi altrui, uditi con le sue proprie orecchie. Eccone alcuni. Nel 1879, trovandosi nell'anticamera del cardinale Bartolini, mentre Don Bosco era in udienza, sentì monsignor Caprara che diceva: - Don Bosco, morto che sia, lo beatificheranno e io dovrò fare l'avvocato del diavolo. - Monsignore parlava così, perchè era il promotore della fede presso la sacra Congregazione dei Riti. Il 15 aprile 1880 Don Bosco lo mandò dal Cardinale Alimonda, che allora dimorava a Roma, per consegnargli un incartamento riguardante le Missioni. In quella circostanza il Cardinale gli disse: - Felice lei che sta con un uomo che è proprio un santo! - Un alunno dell'Oratorio, tornato dalle vacanze, raccontò a. Don Berto che, essendo stato presentato alla principessa Maria Vittoria, consorte del principe Amedeo di Savoia, questa gli aveva detto: - Te fortunato che stai con un santo!

Il castelnovese Don Secondo Marchisio trascorse tredici anni continui nell'Oratorio al tempo di Don Bosco, dopo la cui morte si aggirò per le terre che circondano i Becchi, visitando quanti avevano veduto Don Bosco o sentito parlare di lui nelle loro famiglie e raccogliendo notizie, ricordi, aneddoti da servire alla sua biografia. Il chierese dottor Allora gli narrò che a Chieri nel seminario, dov'era stato egli pure, i condiscepoli del Servo di Dio lo riguardavano come un santo. Altre testimonianze di simil genere da lui raccolte si possono leggere nei primi volumi di Don Lemoyne. Per parte sua il teste si espresse in questi termini: “ Io ho sempre tenuto e tengo Don Bosco in grande venerazione e lo considero come un santo e non ho mai sentito persona che avesse opinione contraria alla fama della sua santità ”.

  Ecco ora uno di quegli uomini, per i quali è fatto il noto proverbio francese: Il n'y a pas de grand homme pour son valet de chambre. Intendiamo parlare del coadiutore Pietro Enria, che, venuto all'Oratorio a 13 anni nel 1854, fu più tardi addetto lungamente alla persona del Servo di Dio. Dinanzi ai giudici della causa, dopo aver esposto alla buona nei diversi interrogatorii molte sue reminiscenze personali, proruppe finalmente in questa recisa affermazione: “ Io, essendo vissuto tanti anni con lui e avendo ammirato le sue virtù, non posso a meno di crederlo un santo ”, .

  Un altro salesiano castelnovese, Don Angelo Savio, fu alunno dell'Oratorio dal 1850. Accompagnò Don Bosco a Marsiglia nel 188o ed ebbe molto da fare con lui per cose di amministrazione; poi andò nelle Missioni. Uomo assai positivo, formulò in questo modo il proprio giudizio: “ Don Bosco fu un sacerdote esemplare, dotato di virtù eminenti. Io sono persuaso che si trovi fra i comprensori nel cielo e desidero che la Chiesa a suo tempo ne dichiari la santità e ponga sull'altare un nuovo modello di sacerdote da imitare. Da molte persone sia in Italia che in America mi venne più volte detto: - Voi siete fortunati di essere i figli e i seguaci di Don Bosco, perchè era un santo ”.

   Il primo Procuratore generale della Congregazione e primo parroco del Sacro Cuore a Roma, Don Francesco Dalmazzo, nel 1860, lasciato un altro collegio a Pinerolo, entrò all'Oratorio in età di quindici anni per frequentarvi la quinta ginnasiale. Di famiglia agiata, stentava molto ad acconciarvisi, nè vi sarebbe rimasto, se nelle prime settimane non avesse visto con i propri occhi la famosa moltiplicazione delle pa­gnotte operatasi per le mani di Don Bosco . Fanno al caso nostro due punti più salienti delle sue deposizioni. Par­lando delle sue virtù in genere, dice di sè: “ Nel periodo di circa trent'anni in cui ho avvicinato il Servo di Dio, debbo ingenuamente confessare che non solo non ho trovato mai in lui cosa da biasimarsi, ma anzi dovetti in ogni tempo am­mirare la pratica di ogni virtù cristiana in modo da persua­dermi de visu et de auditu, esser vero quanto ne sentiva spesso ripetere, che egli era un santo ”. Venendo poi a dire della fama di santità, fa queste dichiarazioni: “ Io ho girato la Francia, la Svizzera, il Belgio, l'Inghilterra e tutta l'Italia e dappertutto ho sempre sentito parlare di Don Bosco come di un S. Vincenzo de' Paoli, di un S. Filippo Neri; spesse volte dovevo per molteplici insistenze raccontare cose di lui a per­sone che se ne mostravano avidissime. Quest'idea della san­tità di Don Bosco è stata sempre radicata nel nostro popolo, tanto fra i dotti quanto fra i semplici, giacchè tutti gli si raccomandavano, persuasi di essere per sua intercessione da Dio esauditi. Anzi fra le persone più sagge e più eminenti per Virtù questo concetto era più spiegato. Ho veduto molti Vescovi e Arcivescovi anche di lontane regioni che, recatisi ad limina, venivano appositamente a Torino per visitare Don Bosco. Cito fra gli altri due Vicari Apostolici della Cina venuti al Concilio Vaticano, che partirono da Roma per vedere Don Bosco a Valdocco, mossi dalla fama della sua santità. Sebbene non ne ricordi i nomi, li ho veduti io stesso e con loro ho parlato. Nell'agosto del 1874 Pio IX, dopo avermi doman­dato notizie di Don Bosco, esclamò: - Ah quello non è un bosco selvaggio, ma ubertoso e fruttifero, che ha fatto e farà un gran, bene! - Dal cardinale Bonaparte, che aveva singolare venerazione per Don Bosco, udii dire: - Raccomandatemi molto alle preghiere di Don Bosco, perchè quello è un santo. - Il cardinale Nina disse un giorno a Leone XIII, ed io l'ebbi da lui stesso: - Vostra Santità mi domanda che concetto ho io di Don Bosco? lo non lo credo un uomo, ma un gigante dalle lunghe braccia, che è riuscito a stringere a sè l'universo intero ”. Riferendo infine sugli anni post obitum, espone: “ Di questi giorni solamente, mostrando io disgusto per qualche cosa accennata da un periodico religioso su Don Bosco, un signore distintissimo mi rispose: Ormai la santità di Don Bosco è tale e tanta che per quanto si dica o si stampi, non si potrà nulla aggiungere al merito e al concetto che il popolo si è di lui formato ”.

  Del tempo posteriore alla morte i testi mettono in valore l'incessante pellegrinare alla tomba del Servo di Dio, che era visitata non per curiosità, ma per vera divozione verso colui del quale racchiudeva le spoglie. Uno sopra tutti merita di essere da noi inteso, Don Luigi Piscetta, che come Direttore della casa di Valsalice era testimonio ben informato. Dopo aver descritto ampiamente quel divoto succedersi di persone, di personalità e di pellegrinaggi, commenta: “ Questa divozione, consiste nell'invocarne l'intercessione per ottenere grazie, nel domandare oggetti a lui appartenuti e portarli addosso o tenerli presso di sè come reliquie, nel domandare e conservare sue immagini, nel collocare sulla sua tomba lettere contenenti domande. Queste lettere però si levano tostamente e si conservano in una camera lontana insieme a tavole votive e a cuori d'argento. Tale concorso cominciò subito dopo la morte e perdura tuttora; posso anche aggiungere che cominciò subito del pari la divozione sopra descritta. Io ritengo che questa divozione sia nata e si conservi nel popolo per il concetto che ha della santità di Don Bosco e della sua valida intercessione ”.

         Uno dei testimoni più a giorno delle cose di Don Bosco fu senza dubbio Don Lemoyne, venuto a farsi salesiano già sacerdote da due anni nel 1864. I lettori lo conoscono abbastanza. Dalle sue deposizioni spiccheremo solo alcuni particolari più notevoli, accaduti a Roma. Al primo diede luogo un ricchissimo signore polacco, fervente cattolico e generoso nell'aiutare le vocazioni. ecclesiastiche. Trovandosi Don Lemoyne con Don Bosco a Roma nel 1884, questo signore andò a pregare il Servo di Dio, perchè si recasse a benedire una sua sorella inferma. Don Bosco annuì e quella buona famiglia lo accolse in ginocchio, come si usa coi santi. Lo stesso signore assicurò Don Lemoyne che in Polonia anche i fanciulli conoscevano il nome di Don Bosco. Ne confermarono poi l'asserzione le centinaia di giovani che, partiti con mille disagi e pericoli dalla Polonia russa, austriaca e prussiana, vennero a farsi salesiani. Di grande valore è una parola detta da Leone XIII a monsignor Manacorda e da questo riferita a Don Lemoyne. Il Vescovo di Fossano aveva recitato l'elogio funebre per la trigesima di Don Bosco nella chiesa del Sacro Cuore, manifestando la speranza che Don Bosco sarebbe elevato all'onore degli altari. L'orazione fu stampata. Recatosi Monsignore a un'udienza pontificia, si tenne in disparte per non essere notato dal Papa; ma il Papa, come lo vide, lo trasse a sè e gli disse: - Ho letto il vostro discorso per Don Bosco; mi piacque, sono anch'io del vostro parere. - Sempre a Don Lemoyne il procuratore Don Cesare Cagliero narrò d'aver udito dal cardinale Parocchi che Sua Santità gli avea detto: - Don Bosco è un santo. Mi rincresce di essere vecchio e di non poter cooperare alla sua beatificazione.

   Chi poteva più di tanti altri parlare del Servo di Dio per diretta conoscenza era Don Francesia, vissuto trentott'anni in grande familiarità con lui; infatti le sue deposizioni spiccano per numero e per ampiezza. Al nostro intento ci contenteremo di cavarne un episodio ignorato. La contessa Matilde di Romelley, nata di Robbiano, dimorante nel Belgio e allora vivente, essendosi presentata a Pio IX, udì farsi questa interrogazione: - Avete veduto il tesoro d'Italia?

- Lo vedo adesso, Santo Padre, rispose.

   - Voglio dire se avete veduto Don Bosco.

  Il Papa, accortosi che la Contessa non sapeva chi fosse Don Bosco nè dove dimorasse, glielo disse. Venne ella a trovarlo, rimanendone così affascinata, che in seguito non tornò mai più in Italia senza passare a Valdocco “ per visitare, diceva, colui che il Santo Padre aveva qualificato tesoro d'Italia ”.

  Un Salesiano a cui arrise pure come a pochi e per molti anni la familiarità di Don Bosco fu Don Barberis. Orbene t io non so, dice, se altro sacerdote abbia suscitato intorno a sè tanto entusiasmo quanto Don Bosco mentre viveva, e sia stato più universalmente tenuto per santo, ancora vivente. Questa sua fama fu proprio universale e non mai interrotta e non derivata da qualità umane, come di grand'uomo, ma prodotta, conservata e accresciuta per la sua vita intemerata, per doni straordinari e per opere grandissime di carità ”. Il medesimo Don Barberis dopo la morte di Don Bosco parlò nei molti suoi viaggi con un numero stragrande di Cooperatori salesiani, di persone istruite e gravi, di alti prelati, e vide quanta fosse in loro non solo la stima, ma la divozione verso il Servo di Dio. “ Dovunque io mi rechi, aggiunse, mi si domanda della causa di beatificazione. Si vuol sapere quando da più a meno sarà terminata. Si vede in tutti il desiderio che presto la Santa Sede si pronunzi favorevolmente ”.

  Ottimo conoscitore di Don Bosco fu Don Cerruti, com­pagno e confidente di Domenico Savio nell'Oratorio. La sua mente è portata con qualche preferenza a valutare le Opere di Don Bosco, come riprova della sua santità. “ Questa fama di santità, dice, diffusa in ogni qualità di persone non prove­niva da semplice simpatia, ma si fondava sulle opere sue che crescevano e si allargavano ogni giorno più; personalmente egli non aveva nulla per produrre un tale effetto. Istituire e ampliare tante opere senza sussidio alcuno all'infuori della carità e queste opere mantenerle, sorreggerle sempre col solo aiuto della beneficenza, non poteva non essere effetto della grazia di Dio, che si valeva di Don Bosco per la sua gloria e per il bene del prossimo. Qui ha la sua radice quel trasporto che si aveva per lui e che durò per tutta la sua vita e che continua, anzi cresce ognor più dopo la sua morte ”. Questa opinione di santità Don Cerruti dichiarava di conservare in sè, anzi di sentirsi crescere ogni dì più.

  Il cardinale Cagliero, chiarendo al tribunale la sua posizione di fronte a Don Bosco, parla così dell'impressione provata ne' suoi due primi incontri col Servo di Dio: “ L'impressione che ricevetti quando mi presentai per essere accettato e quando mi accettò definitivamente, fu quella di un sacerdote singolare, sia per il modo e l'attrattiva con cui mi accolse, sia per il rispetto e l'onore con cui veniva egli trattato dal mio parroco e dagli altri sacerdoti; impressione che in me non si cancellò nè diminuì, anzi crebbe ognor più nei trentatre anni, durante i quali gli vissi al fianco, cioè fino al 1885, allorchè partii per le Missioni, non compresi però i due anni in cui mi portai a fondare le prime case nella Repubblica Argentina ”. Riandando gli anni del ginnasio, ricorda: “ Noi giovanetti nell'Oratorio, mentre lo avevamo come un tenerissimo padre e usavamo con lui una più che filiale confidenza e familiarità, pure era tale il nostro rispetto e la nostra venerazione per lui, che stavamo alla sua presenza con un religioso contegno, e ciò perchè eravamo intimamente compresi della santità della sua vita ”. Venendo poi a dire del tempo successivo conchiude: “ Questa opinione di santità del Servo di Dio, da quando lo conobbi, andò sempre crescendo in me e continua tuttora ”. Ragionando appresso sulla causa di questa opinione, la prospetta nel modo seguente: “ Se poi debbo esprimere il mio parere individuale, schiettamente dirò che la santità di Don Bosco io la deduco non tanto dai doni soprannaturali, di cui fu dotato da Dio e dei quali fui spesso testimonio, quanto dalle sue eminenti virtù, praticate in grado eroico e costante fino alla morte, special­mente la sua ardente carità, la sua inalterabile serenità, fortezza, uguaglianza e dolcezza di carattere in difficili e critiche circostanze, in ardue e forti opposizioni e contraddizioni. Questo fu per me il miracolo più grande che mi abbia maggiormente colpito in tutto il tempo che vissi al suo lato ”.

  Tra i fatti allegati dal Cagliero due soli ne sceglieremo anche perchè men noti. Nel 1871 Don Bosco era caduto gravemente ammalato a Varazze. Allora in tutto il Piemonte si pregava per la sua guarigione. Orbene il santo Vescovo di Alba monsignor Galletti confidò al teste che egli aveva offerto a Dio la propria vita per quella di Don Bosco, dandone così la ragione: - La mia vita vale poco o nulla; invece quella di Don Bosco è non solo preziosa, ma utilissima al bene della Chiesa. La mia al paragone non ha valore; ma la sua è quella di un santo, e si sa che i santi non istanno per niente in questo mondo. - L'altro fatto è del 1893. Essendo il Cagliero di ritorno dalla Patagonia, in un'udienza pontificia Leone XIII si rallegrò con lui del progresso delle Missioni e del fiorire delle case salesiane in Europa e in America e gli disse: - Si vede che Don Bosco vi aiuta e vi protegge dal cielo. Pregatelo e v i continuerà la sua assistenza e protezione. Egli fu un santo. Imitatene tutte le grandi virtù.

  Se il Bonaventura, scrivendo la vita del suo serafico Padre, era un santo che scriveva la vita di un altro santo, Don Rua, vivendo tanti anni della sua vita con Don Bosco, fu un santo che visse la vita di un altro santo; poichè l'uno venne plasmando se stesso sull'altro con la cura meticolosa di affezionato e devoto discepolo, sì da potersi dire che conglutinata est anima eius animae illius. Non ci sarà mai alcuno che abbia l'autorità di Don Rua nel giudicare della santità di Don Bosco, anche perchè santo egli stesso. Due attestazioni di lui ci sembrano capitali per il nostro argomento. La prima riguarda il suo sentimento personale. “ Quanto a me, dice, posso dichiarare, come realmente dichiaro, che, quanto più consideravo e considero la vita di Don Bosco, le sue virtù, gli avvenimenti prodigiosi che si operavano per mezzo di lui e intorno a lui e in favore di lui, tanto più cresceva e cresce in me la persuasione, l'intima convinzione della sua santità ”. L'altra testimonianza ci svela in che modo egli vedesse formarsi e manifestarsi la santità del servo di Dio. “ Ricordando le virtù che Don Bosco esercitò nel corso della sua vita, io le ammirai sempre esercitate in modo eroico; tuttavia parmi opportuno aggiungere, come lo vidi costante nella pratica delle medesime in guisa da potersi dire che andò crescendo nella perfezione col crescere degli anni, anzichè smettere alcun che nel fervore. Il suo progredire nelle virtù non saprei altrimenti esprimerlo che col dire che egli fu come un sole, che andò crescendo ognora e tramontò dalla scena del mondo in pieno meriggio ”.

   Don Rua accompagnò Don Bosco in tre viaggi importanti: a Parigi, a Barcellona e a Roma. Del primo dice: “ A Parigi dove gli fui compagno per circa un mese, potei scorgere che non furono esagerate le relazioni fattemi da' miei confratelli che l'avevano accompagnato in altre città ”. E rievocato sommariamente quanto accadde nella grande metropoli francese, conchiude: “ lo era meravigliato come Don Bosco, il quale non era mai stato in quella città, forestiero in mezzo a un popolo allora ostile all'Italia, potesse ricevere tante testimonianze di venerazione e non potevo attribuirlo ad altro che al gran concetto che si aveva della sua carità e della sua santità ”.

Riguardo a Barcellona Don Rua descrive l'ansia che mostrava il popolo di vedere il personaggio, della cui santità era precorsa la fama. Nè solamente il popolino aveva tanta premura di avvicinare Don Bosco per implorarne le preghiere e le benedizioni, ma anche signori della nobiltà, scrittori e Vescovi. Ciò esposto, ripete: “ Unicamente la fama della sua santità poteva mettere in moto tanta gente ” .

A Roma andò con lui più volte, ma s'indugia a parlare specialmente  dell'ultima andata. “ Io, dice, avendolo più volte accompagnato a Roma, fui testimonio della grande stima e venerazione che si aveva di lui. Il più mirabile si è che tale trasporto, anzichè diminuire, veniva ognora crescendo. Nel 1887 non erano più solamente gl'individui o le famiglie particolari che cercassero la sua benedizione, ma erano le comunità religiose, i seminari, i corpi morali che si presentavano, attratti dalla fama della sua santità, per avere la fortuna di vederlo, d'implorare le sue preghiere e di essere da lui benedetti ”.

  Di Leone XIII Don Rua ricorda in proposito due fatti, uno in vita e l'altro dopo la morte di Don Bosco. Allorchè si trattava di definire le note divergenze fra Don Bosco e l'Arcivescovo di Torino, sebbene fossero dure le condizioni imposte a Don Bosco, Sua Santità disse agli astanti: - Don Bosco è un santo, e non rifiuterà di segnarle. ­Dopo la morte, in un'udienza accordata a Don Rua, il Papa tre volte chiamò Don Bosco col titolo di santo, dicendo lui fortunato per essere successore di un santo.

  Don Rua tratteggia anche lo svilupparsi della divozione verso Don Bosco dopo la sua morte, rilevando come questo avvenisse, nonostante che nulla mai si pubblicasse delle grazie ottenute a sua intercessione. “ E che dimostra, ne inferisce egli, quanto sia radicata nei popoli la privata divozione verso il Servo di Dio, per la moltitudine delle grazie che dovunque si ottengono. Cosicchè, a mio giudizio, la divozione verso il Servo di Dio, oltre all'essere generale e radicata nei popoli, è molto gradita al Signore, che si compiace dì mostrare anche per mezzo suo la magnificenza della propria bontà verso gli uomini ”.

  Dopo tutto quello che abbiamo riferito verrebbe voglia di sapere quali fossero i sentimenti di Don Bosco, fatto segno a tante dimostrazioni. Ebbe questa curiosità il padre Giordano degli Oblati di Maria, suo confidente, e ne interpellò Don Bosco stesso. Un giorno, come depone Don Dalmazzo

che udì la cosa da lui, viaggiando col Servo di Dio alla volta di Genova, gli domandò: - Mi dica un po' la verità, Don Bosco. Al ­vedere che ella ha compiuto tante cose straordinarie, che ha fondato tante case e che è così stimato e venerato da tutti, sicchè lo chiamano anche santo, che cosa deve dire di se stesso? Non è possibile non fare qualche atto di compiacenza. Che ne dice? - Don Bosco, raccoltosi un istante e alzati gli occhi al cielo, rispose: - lo credo che, se il Signore avesse trovato uno strumento più vile, più debole di me, si sarebbe servito di questo per compiere le sue opere. - Un altro spiraglio per iscandagliare l'animo suo ci aprono anche queste parole da lui dette nel 1886 a Don Marenco: - Se io avessi avuto cento volte più fede, avrei fatto cento volte più di quello che ho fatto. - Nella sua persona dunque egli non vedeva che un povero strumento in mano all'Onnipotente, e nella sua opera non guardava all'entità provvidenziale, ma a umane manchevolezze di cui chiamarsi in colpa.

  È questo il sentire proprio dei Santi ed è in questo sentire la pietra di paragone della vera santità.

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