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Capitolo 2

Slancio e consolazione di D. Bosco nell'esercizio del santo ministero - Chi ben fa ben trova - Le pillole della Madonna - La benedizione e la preghiera di D. Bosco - Sua vivissima fede - I consigli evangelici - Mortificazione.


Capitolo 2

da Memorie Biografiche

del 13 ottobre 2006

Don bosco è sacerdote. Per lui il sacro ministero è l'ideale della sua esistenza, è l'amore ardentissimo, che vagheggiato per tanti anni ha raggiunto il suo oggetto, è il principio motore di tutti i suoi pensieri, di tutte le sue azioni, che con energia ognor crescente lo lancerà nel campo della gloria di Dio e del conquisto delle anime. Contemplando ogni giorno tra le proprie mani il Corpo SS. di Gesù Cristo, irrorando le labbra col preziosissimo di Lui Sangue, ravviverà vieppiù la sua fede, accenderà sempre meglio il suo amore, che lo affretterà a diffondere sui fedeli quei tesori, dei quali la bontà divina lo ha fatto depositario. Nelle anime egli ravvisa l'opera più grande dell'onnipotenza di Dio sulla terra, l'oggetto di una dilezione che giunge fino al sacrificio della croce, e perciò immedesimandosi col loro Salvatore non soffrirà ritardi per muovere alla loro salvezza. A ciò lo infervorerà pure la vista delle tante insidie tese agli incauti. D. Bosco trascorse i primi mesi di sacerdozio al paese natio. Il fratello Giuseppe da due anni aveva sciolta la mezzadria del Susambrino, divenuta proprietà del cavalier Pescarmona, ed aveva ristabilita la sua abitazione ed eziandio la stanza di D. Giovanni ai Becchi. Però questi passava la maggior parte del tempo in canonica, presso il suo caro prevosto Teol. Cinzano, prestando in parrocchia tutti quei servizi che poteva. Portare agli infermi il SS. Viatico, amministrare loro l'Estrema Unzione, assisterli caritatevolmente negli ultimi momenti, prendere parte a tutte le altre religiose funzioni era l'occupazione sua quotidiana in quel frattempo, come attestarono a D. Secondo Marchisio i vecchi del paese, i quali aggiunsero come egli volontieri si intrattenesse coi fanciulli, li istruisse e li animasse alla vita cristiana. Ciò è pur confermato dal noto manoscritto di D. Bosco stesso. “In quell'anno 1841, così egli, mancando il mio prevosto di vice curato, io ne compii l'uffizio per cinque mesi. Provai il più grande piacere a lavorare. Predicava tutte le domeniche, visitava gli ammalati, amministrava loro i Santi Sacramenti, eccetto la Penitenza, perchè non ne aveva ancora subìto l'esame di Confessione. Assisteva alle sepolture, teneva in ordine i libri parrocchiali, faceva certificati di povertà o di altro genere. Ma la mia delizia era fare catechismo ai fanciulli, trattenermi con loro, parlare con loro. Da Morialdo mi venivano spesso a visitare; quando andava a casa era sempre da loro attorniato. In paese poi cominciavano pure a farsi miei compagni ed amici. Uscendo dalla casa parrocchiale era sempre accompagnato da una schiera di fanciulli e dovunque mi recassi era sempre attorniato dai miei piccoli amici che mi festeggiavano”.

Una gioia tutta particolare provava egli nel battezzare i neonati, e fu notato come in quei mesi nel libro dei Battesimi i figli maschi quasi tutti avevano il nome di Luigi, o come principale, o come secondario aggiunto, volendo egli, per quanto stava in lui, porli fin dalla loro infanzia sotto la custodia dell'angelico Protettore della purità, affinchè li difendesse dai pericoli che insidiano sì bella virtù.

Come egli stesso dice, predicava in parrocchia ogni domenica. Avendo molta facilità ad esporre la parola di Dio, era spesso ricercato di predicare, di fare panegirici, anche nei paesi vicini. Fu invitato a dettare quello di S. Benigno a Lavriano sul finir dell'ottobre di quell'anno. “Accondiscesi di buon grado (così il manoscritto), essendo quel paese la patria del mio amico e collega D. Giovanni Grassino, poi parroco di Scalenghe. Desiderava di rendere onore a quella solennità e perciò preparai e scrissi il mio discorso in lingua popolare, ma pulita; lo studiai bene, persuaso di acquistarne onore. Ma Dio voleva dare terribile lezione alla mia vanagloria. Essendo giorno festivo e prima di partire dovendo celebrare la S. Messa a comodità della popolazione, fu mestiere servirmi di un cavallo per arrivare a tempo di predicare. Percorsa metà strada trottando e galoppando, era giunto nella valle di Casal Borgone, tra Cinzano e Bersano, quando da un campo seminato di miglio all'improvviso si alza una moltitudine di passeri, al cui volo e rumore il mio cavallo spaventato si dà a correre per vie, campi e prati. Mi tenni alquanto in sella, ma accorgendomi che questa piegava sotto il ventre dell'animale, tentai una manovra di equitazione; ma la sella fuori di posto mi spinse in alto, ed io caddi capovolto sopra un mucchio di pietre spaccate. Un uomo dalla vicina collina potè osservare il compassionevole caso e con un suo servo corse in mio aiuto. Trovatomi privo dei sensi, mi portò in casa sua e mi adagiò nel miglior letto che avesse. Prodigatemi le più caritatevoli cure, dopo un'ora rientrai in me stesso e conobbi essere in casa altrui. - Non si dia pena, disse il mio ospite, non s'inquieti, perchè sì trova in casa altrui. Qui non le mancherà niente. Ho già mandato pel medico; ed altra persona andò in traccia del cavallo. Io sono un contadino, ma provveduto di quanto mi è necessario. Si sente molto male?

 - Dio vi compensi di tanta carità, o mio buon amico. Credo non vi sia grave male; forse una rottura nella spalla, che più non posso muovere. Qui dove mi trovo?

 - Ella è sulla collina di Bersano, in casa di Giovanni Calosso, soprannominato Brina suo umile servitore. Ho anche io girato pel mondo, ed anch'io ho avuto bisogno degli altri. Oh quante me ne sono accadute andando alle fiere ed ai mercati.

 - Mentre attendiamo il medico, raccontatemi qualche cosa.

 - Oh quante ne avrei da raccontare; ne ascolti una. Parecchi anni or sono, di autunno, io era andato ad Asti colla mia somarella a fare provvigioni per l'inverno. Nel ritorno, giunto nelle valli di Morialdo, la mia povera bestia, carica assai, cadde in un pantano e restò immobile in mezzo la via. Ogni sforzo per rialzarla tornò inutile. Era mezza notte, tempo oscurissimo e piovoso. Non sapendo più che fare, mi diedi a gridare chiamando aiuto. Dopo alcuni minuti, mi si rispose dal vicino casolare. Vennero un chierico, un suo fratello, con due altri uomini portando fiaccole accese. Mi aiutarono a scaricate la giumenta, la tirarono fuori dal fango, e condussero me e tutte le cose mie, in casa loro. Io era mezzo morto; ogni cosa imbrattata di melma. Mi pulirono, mi ristorarono con una stupenda cena, poi mi diedero un letto morbidissimo. Al mattino prima di partire ho voluto dare compenso come di dovere: il chierico ricusò tutto dicendo: Può darsi che domani noi abbiamo bisogno di voi!

A quelle parole mi sentii commosso e l'altro si accorse delle mie lacrime: - Si sente male? - dissemi.

 - No! Risposi, mi piace tanto questo racconto, che mi commuove.

 - Se sapessi che cosa fare per quella buona famiglia! Che buona gente!

 - Come si chiamava? Famiglia Bosco, detta volgarmente Boschetti. Ma perchè si mostra tanto commosso? forse conosce quella famiglia? Vive, sta bene quel chierico?

 - Quel chierico, mio buon amico, è quel sacerdote, cui ricompensate mille volte di quanto ha fatto per voi. È quello stesso che voi portaste in casa vostra, collocaste in questo letto. La divina Provvidenza ha voluto farci conoscere con questo fatto, che chi ne fa ne aspetti.

”Ognuno può immaginare la meraviglia ed il piacere di quel buon cristiano e mio chè nella disgrazia Dio mi avea fatto capitare in mano di tale amico. La moglie, una sorella, altri parenti ed amici furono in grande festa nel sapere che era capitato in casa colui, di cui aveano tante volte udito parlare. Non ci fu riguardo, che non mi fosse usato. Giunto di lì a poco il medico, trovò che non esistevano rotture, e perciò in pochi giorni sul ritrovato cavallo potei rimettermi in cammino alla volta della mia patria. Giovanni Brina mi accompagnò fino a casa, e finchè egli visse abbiamo sempre conservato le più care rimembranze di amicizia.

”Dopo questo avviso, ho fatto ferma risoluzione di voler per l'avvenire preparare i miei discorsi per la maggior gloria di Dio e non per comparire dotto e letterato”.

Questa è la risoluzione presa da D. Bosco in quella circostanza; ma a noi ben altre osservazioni vengono spontanee su questo fatto. Anzitutto com'è preciso il Signore nell'adem - pimento di sue promesse! Egli ha detto: “ Beato colui che ha pensiero del miserabile e del povero: lo libererà il Signore nel giorno cattivo. Il Signore lo conservi e gli dia vita e lo faccia beato sopra la terra; e nol dia in potere de' suoi nemici. Il Signore gli porga soccorso nel letto del suo dolore: Tu, Signore, accomodasti da capo a piè il suo letto nella sua malattia”. La famiglia di mamma Margherita fu sempre generosa ed ospitale con chiunque si trovasse in bisogno: nessun povero era mai ritornato dalle sue soglie a mani vuote: nessuno era giunto nell'ora del pranzo a sua casa, senza che fosse stato invitato con maniere cordiali ed insistenti ad assidersi a mensa. Non una sola volta però essa esperimentò la liberalità di Dio nel rimunerarla di quanto faceva pei poverelli. Novella prova è il fatto surriferito.

Nè dobbiamo lasciar passare inosservata quella cara umiltà, che costantemente risplende nel manoscritto di D. Bosco. Egli parla di sè per accusarsi; ma mentre di tanti difetti si accusa, vediamo passo passo fiorire intorno a lui fatti graziosi quasi per ismentirlo. Fin da quando era chierico in Seminario si valeva di un'industria per giovare agli infermi coll'invocazione di Maria SS. Questa consisteva nel distribuire pillole di mollica di pane, ovvero cartoline contenenti una mescolanza di zucchero e farina di meliga, imponendo a coloro, che ricorrevano alla sua scienza medica, la condizione di accostarsi ai Sacramenti e recitare un dato numero di Ave, di Salve Regina o di altre preghiere alla Madonna. La prescrizione della medicina e delle preghiere talora era assegnata per tre giorni, talora per nove. I malati anche i più gravi guarivano. Di paese in paese si era sparsa la notizia, e grande era il concorso al nuovo medico, che acquistavasi sempre nuova fiducia col buon esito delle sue cure. Fin d'allora egli conosceva tutta l'efficacia delle preghiere fatte alla Madonna. Forse Maria Vergine stessa aveagli visibilmente concessa la grazia delle guarigioni, ed egli con questo artifizio delle pillole e delle polveri si nascondeva per non essere oggetto di ammirazione. Di questo mezzo seguitò a valersi ancora da sacerdote, mentr'era al Convitto Ecclesiastico, e si decise a cessare da esso in seguito ad un fatto veramente singolare.

Nel 1844 a Montafia cadde ammalato di febbri ostinate il Sig. Turco e nessuna prescrizione di medico valeva a guarirlo. La famiglia ricorse a D. Bosco, il quale, consigliata la Confessione e la Comunione, consegnò per l'infermo una scatola delle solite pillole da prendersi ogni giorno in un dato numero, recitando prima tre Salve Regina. Prese le prime pillole, il Sig. Turco guarì perfettamente. Tutti ne furono meravigliati. Il farmacista si affrettò a recarsi a Torino e presentandosi a D. Bosco gli disse: - Io rispetto il suo ingegno e il ritrovato potente, di cui Ella è l'inventore. Questo è dimostrato dal fatto un sicuro febbrifugo. Io non posso a meno di pregarla che mi voglia vendere una quantità del suo farmaco, ovvero manifestarmene il segreto, onde tutto il paese di Montafia non abbia a correre qui per esserne provveduto. D. Bosco rimase alquanto imbrogliato e non trovò altro espediente che quello di dire: - Ho consumata la provvista di pillole e non ne ho più. - Il farmacista ritornato a casa e smanioso di conoscere gli ingredienti delle pillole, se ne procurò alcune conservate nelle famiglie, ed attentamente ne fece l'analisi chimica. - Ma qui non trovo altro che pane! disse. Eppure le guarigioni sono evidenti! - Si recò presso un altro farmacista suo amico e con lui scompose le pillole, le esaminarono ed ambidue conclusero: - È pane! Non vi ha dubbio! - La voce corse in paese. Il Sig. Turco, recatosi esso pure a Torino a far visita a D. Bosco per ringraziarlo, gli narrò la strana diceria sulle pillole di pane e lo pregò a manifestargli il segreto della medicina. - Ha recitate con fede le tre Salve Regina? gli domandò D. Bosco. - Oh certamente! rispose quel signore. - E questo Le basti - concluse D. Bosco; il quale vedendo scoperta la sua astuzia, cessò da quel metodo di cura, e come prete ricorse unicamente all'efficacia delle benedizioni.

E Mons. Giovanni Bertagna afferma che, essendo egli giovanetto, vide fin dai primi anni del sacerdozio di D. Bosco una grande premura in molti di Castelnuovo di andare a chiamarlo, colla speranza che la sua benedizione ai loro ammalati avrebbe ridonata la sanità. Avevano ben ragione dì così sperare; imperocchè la sua fiducia nella forza della preghiera e nella potenza della benedizione sacerdotale, appoggiata sulle promesse fatte da N. S. Gesù Cristo nel S. Vangelo, non aveva limiti. Fin d'allora quindi, come uomo che ne aveva l'autorità, persuaso che Dio non lo avrebbe abbandonato, incominciò a benedire, il che continuò poi fino al termine de' suoi giorni. E le grazie, che i fedeli erano persuasi di aver ottenute dal Signore per l'intercessione della Madonna Santissima e mediante la benedizione e le preghiere di D. Bosco, si contano a migliaia e migliaia ogni anno. È una catena sorprendente di meraviglie che del continuo si andarono intrecciando colle imprese di D. Bosco, animandole, sostenendole, moltiplicandole incessantemente, sicchè era venuta persuasione universale che la vita di D. Bosco non fosse altro che un continuo benedire, e che qualunque cosa cui egli avesse messo mano, tutto avrebbe raggiunto prospero successo.

Nè ciò fa meraviglia quando si pensi che D. Bosco era uomo di grandissima fede. Egli credeva con pienissimo assenso della mente e con perfetto atto della volontà tutte le verità rivelate da Dio. E questo suo assenso, profondo, spontaneo, costante, senz'ombra di menomo dubbio, fu mai smentito da alcun suo atto o parola in tutta la sua vita. Manifestava sovente una grande gioia di essere stato fatto cristiano e divenuto figlio di Dio per mezzo del S. Battesimo. Non cessava di magnificare la sua fortuna di aver avuto una piissima genitrice, che per tempo lo aveva istruito nel Catechismo e indirizzato nella pietà. Di questi così segnalati favori egli ringraziava il Signore mattino e sera. Mille volte fu udito inculcare la gratitudine a Dio per averci fatti nascere nel grembo della S. Chiesa Cattolica e raccomandare la corrispondenza a questa grazia, col professare coraggiosamente e senza umano rispetto la fede innanzi agli uomini colla fuga del peccato e l'osservanza della divina legge. Ricordava il pensiero della presenza di Dio con tali termini, che si vedeva averlo egli sempre dinanzi alla mente. Non accadeva mai a nessuno di accostarsi a lui, senza che egli parlasse di qualche verità o pensiero di fede. Ciò faceva con singolare destrezza, senza nessun sforzo e tutto naturalmente; talora lo faceva parlando anche di cose materiali, di affari e persino quando voleva rallegrare con qualche facezia. E sapeva parlare di Dio in modo sì amabile, da rendere gradevole la conversazione anche a coloro che non avrebbero mai voluto sentire parlare di cose di religione. Era così tutto compenetrato dai pensieri della fede, che lo spirito di essa informava tutti i suoi pensieri ed azioni. Questo abito palesava nel salutare timore che aveva di offendere la santità di Dio e la sua giustizia e nell'orrore grandissimo che portava al peccato. Evitava con sollecita cura non solo ciò che evidentemente era male, ma quello eziandio che ne avesse anche solo l'apparenza. Talora si faceva coscienza di azioni e di parole, che si sarebbero potute giudicare virtuose o almeno scevre di qualsiasi imperfezione.

Di qui quel suo desiderio efficace di tendere alla perfezione. Perciò si vedeva fin d'allora praticare i tre consigli evangelici: castità, povertà ed obbedienza con un impegno che maggiore non poteva usarsi da chi fosse stato legato dai voti. Chi non lo conosceva, lo ammirava, nè sapeva rendersi ragione di tanta osservanza; ma alcuni pochi compagni di scuola e di Seminario a Chieri, che erano a parte dei suoi segreti, ne dissero il motivo a D. Francesco Dalmazzo, il quale con giuramento era pronto a testificarlo. D. Bosco si era consacrato a Dio con voto perpetuo, quando ancor chierico, dimorava in Seminario. A piedi dell'altare di Maria offriva a lei il giglio del suo cuore. Impedito saggiamente d'entrare per allora in un Ordine religioso, a cui si sentiva fortemente chiamato, mentre obbediva alla voce del Superiore, vincolava la sua libertà per essere pronto al servizio Divino in qualunque momento della sua vita. Ed è perciò che manifestava pur tanto amore alla mortificazione ed alla povertà. Eziandio nei mesi che passò a casa in queste vacanze e poi nei primi anni di sua dimora a Torino ricordava sempre la lezione della Madre Margherita: - Il companatico non è necessario: è da signori: noi siamo poveri e dobbiamo vivere da poveri. - Il suo tenor di vita era una continua mortificazione. Quelli che andavano prima al Susambrino ed ora ai Becchi per visitarlo o per aver qualche lezione di grammatica, talora erano condotti da lui nella vigna e regalati di qualche bel frutto. Egli però non fu mai visto gustare in quelle occasioni, nè uva, nè pesche, nè altra sorta di frutta che in quella stagione abbondavano in tutti i vigneti. Si era fatta legge rigorosa di non mangiar mai, o bere fuori dei tempo di pasto. Era e fu sempre ammirabile il suo comportamento morale, sicchè sembrava che un'aureola di modestia circondasse la sua persona, sfavillasse in ogni suo gesto. Alienissimo da ogni curiosità, non si vedeva più assistere a spettacolo di nessun genere, se si eccettua quei divertimenti, nei quali egli talora era attore per intrattenere i giovanetti.

Ma la sua vivissima fede appariva in modo particolare nella celebrazione del S. Sacrificio. Giuseppe Moglia, Giovanni Filippello e Giuseppe Turco, coetanei ed amici, narrano come in quei mesi di estate andassero sovente ad assistere alla sua Messa, e sempre restassero grandemente edificati del contegno, della devozione, del fervore suo, che anzi parecchi degli astanti ne rimanessero commossi fino alle lagrime. E D. Giovanni Turchi asserisce: “Io non conobbi sacerdote che avesse fede più viva di D. Bosco. Un uomo che non avesse avuta la sua fede, non avrebbe fatto quello che egli fece”. - “Abbiate fede in Dio, diceva Gesù Cristo ai suoi Apostoli. In verità vi dico che chiunque dirà a questo monte: Lévati e gíttati in mare, e non esiterà in cuor suo, ma avrà fede che sia fatto quanto ha detto, gli sarà fatto. Per questo vi dico: Qualunque cosa domanderete nell'orazione, abbiate fede di conseguirla e l'otterrete”. La fede sola congiunta coll'umiltà profondissima e colla mortificazione di tutto se stesso è la spiegazione di tante meraviglie operate per D. Bosco.

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