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Capitolo 15

La patente definitiva di confessione - In villeggiatura a Rivalba - Agli esercizi di S. Ignazio - Vincenzo Gioberti e il suo Primato civile e morale degli Italiani - Dispute col Prevosto Don Cinzano - Le beatelle e saggi consigli di D. Bosco.


Capitolo 15

da Memorie Biografiche

del 20 ottobre 2006

 

Terminato il secondo corso di morale pratica, Don Bosco ne sosteneva l'esame definitivo, in seguito al quale gli venivano rilasciate le patenti di confessione il giorno 10 giugno del 1843. Poscia, stante l'intimità che aveva con D. Cafasso, fu da lui invitato ad accompagnarlo per alcuni giorni alla villeggiatura che il Convitto possedeva a Rivalba. Non fu questo nè il primo, nè l'ultimo invito accolto con viva gioia. Don Cafasso nel breve tempo che quivi dimorava libero dalle occupazioni di Torino, rimaneva tutto il giorno in camera a studiare le sue prediche ed a pregare, tranne un'oretta verso sera, in cui permettevasi un po' di svago passeggiando pei boschetti e facendo una visita alla Cappelletta di S. Giovanni. Quella solitaria dimora e la compagnia di un amico e padre così pieno di amor di Dio tornò a D. Bosco d'inestimabile refrigerio e per l'anima e pel corpo. Un altro invito gli fe' D. Cafasso, quello di andare a S. Ignazio, che doveva poi essere un campo speciale delle sue apostoliche fatiche. Il Teol. Guala, per rendere più agevole l'accesso da Lanzo al Santuario, aveva iniziata l'apertura di una comoda via carrozzabile, tagliata nel fianco orientale del monte, opera colossale che si protendeva sette chilometri e mezzo. La sola parte da lui compiuta costò oltre centomila lire. D. Bosco, che ammirava lo zelo intraprendente del suo Rettore e ben conosceva a quanti sacrifizi e sollecitudini sottomettevasi per facilitare l'ascensione a quel sacro monte, ove il Signore soleva parlare più intimamente alle anime e attirarle al suo amore ed alla sua sequela, di buon grado accettò la proposta del suo maestro e là si recò agli esercizi dei secolari. A quel tempo gli esercizi spirituali di S. Ignazio dettati ai laici avevano bisogno di un po' più di vita. Per questo D. Cafasso desiderava vivamente che andasse D. Bosco; e D. Bosco per accondiscendere ai santi desideri di D. Cafasso e per cooperare al buon andamento di un'opera così meritoria al cospetto di Dio, non mancò mai d'andarvi ogni anno fino al 1875. Per molti anni fece quel viaggio a piedi, partendo da Torino alle 3 del mattino ed arrivando a S. Ignazio verso le 10 antimeridiane. D. Cafasso, il Teol. Golzio e D. Begliati lo facevano lassù arbitro di tutto. D. Bosco ivi non venne mai incaricato della predicazione; ma appena ebbe la confessione, quasi tutti volevano confessarsi da lui ed egli dava a tutti ascolto. Non si può calcolare il bene che abbia fatto. Nel corso di questa storia narreremo vari aneddoti che gli accaddero colà. In tempo di ricreazione egli colle sue invenzioni mettea tutti in moto dintorno a sè, ed era questo il momento nel quale coglieva nella sua rete i pesci più grossi, affezionandosegli colle sue belle maniere. Sceso da S. Ignazio, passò l'estate in Torino accudendo al confessionale ed a' suoi cari giovanetti. Però qualche settimana prima della Madonna del Rosario, si recò a Castelnuovo, usanza che sempre praticherà in seguito, specialmente quando potrà ottenere di erigere una Cappelletta alla sua Borgata de' Becchi. In quest'anno si era aggiunta nelle Litanie Lauretane e si cantava l'invocazione Regina sine labe concepta, ora pro nobis. Così aveva ordinato Mons. Fransoni per concessione avuta da Roma. Ma, mentre noi vediamo D. Bosco cogli amati suoi superiori tutti intesi a promuovere l'ordine morale, opposte aspirazioni agitano la reggia. Le segrete e palesi relazioni di Carlo Alberto col partito liberale, operante in Torino, in altre parti d'Italia ed all'estero, aumentano ogni giorno più.  

Mentre Massimo d'Azeglio stampa i suoi romanzi pieni d'amor patrio, il Balbo, credente cattolico, ma illuso, pubblica il suo libro Le speranze d'Italia, esaltando l'idea dell'unione dell'Italia in una lega fra tutti gli Stati Italici, l'unica possibile, ove non si voglia il Papa Re dell'intera penisola, non dovendo egli essere suddito di nessuno per la divina missione che ha da compiere. Scudo e cavaliere della Lega dover essere poi il Re Carlo Alberto. Quest'opera secondò meravigliosamente le idee dell'Abate Vincenzo Gioberti raccolte nel volume intitolato Il primato civile e morale degli Italiani. Questi libri erano destinati a rendere popolari più che fosse possibile le nuove aspirazioni di libertà. E il nome e le dottrine di questi tre autori piemontesi penetrarono per tutta l'Italia. L'opera però che levò maggior rumore fu quella del Gioberti. In questo suo lavoro, non scevro di gravissimi errori, aveva saputo congiungere così artificiosamente lodi lusinghiere agli Italiani, pensieri religiosi, elogi al Sommo Pontefice, al Pontificato, ai Santi ed eccitamenti a rendere l'Italia libera e indipendente dallo straniero, riconducendola all'antica grandezza, che diede le vertigini ad infiniti lettori, seducendone molti anche dei migliori, non esclusi parecchi dei clero. Metteva in chiara luce che la causa nazionale dell'Italia era e non poteva consistere in altro fuorchè in una confederazione da stringersi fra i suoi Stati con a capo il Pontefice. Ma quel furente amor di patria era tutto una finzione. L'amico di Mazzini, sotto il manto della religione ed il mentito vessillo della croce, aprivasi la via per dar principio alla rivoluzione e riunire insieme tutte le forze dei nemici della Chiesa. Egli disegnava fare un passo alla volta, e non volendo metter paura a nessuno, usò finissima ipocrisia per spargere le su e dottrine anche fra i buoni ed il clero. E scriveva al Mamiani il 13 agosto 1843 che le sue lodi al Papato ed alla Chiesa non erano che modi per incarnare altri suoi pensieri e collocarli, per così dire, in un quadro. Queste lodi bisognava sciorinarle per ottenere il passaporto.

Ora D. Bosco ritornato in Castelnuovo, vide, come ci narrava D. Bonetti, il volume del Primato, sul tavolo di Don Cinzano. Egli il buon Parroco era rimasto infatuato dalle splendide forme e dalle idee religiose di quel libro. Aveva conosciuto Gioberti quando giovane frequentava l'università e radunava intorno a sè molti di quei studenti e chierici del seminario, inculcando le teorie più accese di repubblica e di libera filosofia. Essendo gentilissimo nei modi, dotato di grandissimo ingegno, fornito di molta erudizione, benchè gonfio di una smisurata superbia, i giovani ecclesiastici lo riputavano addirittura l'aquila del clero subalpino. Ed il Teol. Cinzano, anima ardente, nel chierico di corte, che viveva di una pensione che riceveva dal Re Carlo Alberto, aveva ammirati i pregi che l'ornavano, scusate certe esagerazioni, ma ritenute le idee di indipendenza e libertà. Quindi alla lettura di questi libri il suo entusiasmo non ebbe limiti. Egli certamente non sapeva come Gioberti avesse scritto un articolo nella Giovane Italia, nel quale aveva chiamato il Cattolicismo: Religione di servitù e di barbarie.

D. Bosco, nello scorgere quel libro, senza dir parola, fissò il buon Prevosto con uno di quei suoi indefinibili sguardi tra il compassionevole e canzonatorio, i quali valevano una confutazione ed impacciavano l'oppositore. D. Bosco vedeva che le sette incominciavano a svolgere palesemente le istruzioni date dai loro capi nel 1820. D. Cinzano contrariato gli domandò - E che cosa ci trovi a ridire? - Era facile rispondere: Gioberti, essendosi fatto propagatore della Giovane Italia in teoria ed in azione, non solamente nella gioventù civile ed ecclesiastica, ma nello stesso esercito, era stato imprigionato e poi esiliato nel 1834. Rifugiatosi a Bruxelles, insegnava filosofia in un collegio protestante. Quindi vestiva da secolare: non celebrava Messa, non diceva l'ufficio divino, non usava più ai Sacramenti, teneva modi liberi, per non dir libertini. Tuttociò era più che sufficiente per rendere sospetta la sua dottrina. Ma D. Bosco volle prendere in mano quel volume, e cogliendo qua e là alcuni periodi, gli fece constatare che Gioberti, come tutti gli eretici, voleva ritornare la religione verso i suoi principii e non solo purgarla, ma trasformarla. Senonchè D. Cinzano, che non ci vedeva da quell'occhio e giudicava quegli errori sviste cagionate dalla furia dello scrivere, non si capacitava. Varie volte si riaccesero queste dispute, che a nulla approdavano, e il povero Prevosto le finiva sempre col minacciare scherzevolmente D. Bosco con una frase che ripetè non di raro - D. Bosc! D. Bosc, ti 't ses un sant baloss!

Tuttavia questa discrepanza di opinioni non turbò neppure per un istante l'intima tenerissima amicizia, che univa i due uomini del Signore. Anzi in tutto il resto D. Cinzano stava ai consigli di D. Bosco, direi colla docilità di un fanciullo. Prova ne sia il fatto seguente: “Mi ricordo, diceva D. Bosco stesso, che il parroco di Castelnuovo in sul principio, in privato e anche dal pulpito, dava contro alle così dette beatelle, dicendo che facevano perdere il tempo al confessore, che potevano spiegarsi meglio, essere più concise nelle loro narrazioni e via dicendo. Per questo dovette soffrire non poco, poichè nessuno andava più a confessarsi da lui, essendosi con queste parole alienati gli animi del paese. Tutti coloro che volevano confessarsi andavano dal Vice - parroco. Un giorno se ne lamentava meco, ed io gli feci presente il consiglio di D. Cafasso: cioè l'esortai a parlare dal pulpito diversamente, ad invitare la gente a venire con frequenza a confessarsi, ed aggiungere che il prete confessa sempre volentieri. Specialmente gli raccomandai a trattar bene in confessionale quelle buone donne, usar con loro molta carità e pazienza e a dare eziandio ad esse l'incarico di condurre altri a confessarsi. Il parroco mi ringraziò e fece come io gli aveva suggerito. In poco tempo il paese venne tutto a confessarsi da lui, e si accrebbe moltissimo il numero delle Comunioni in quella parrocchia”.

In ciò D. Bosco seguiva e dava norme così precise e sapienti, da rattenere l'impazienza di quelli che trovavano troppo noioso e pesante l'ascoltare certe confessioni, e d'altra parte non ometteva dal porre sull'avviso coloro, i quali troppo facilmente credono alle apparenze di santità di quelli che essi dirigono. Sovente accade che un sacerdote debba confessare sante persone, ma scrupolose e non ubbidienti. Talora esse dimandano di cambiar confessore, ed il parroco, per paura che si rompano la testa, non glielo vuol permettere. D. Bosco diceva: “Se costoro continuano a confessarsi da lui voglia essere obbedito. Permetta sempre che vadano da altri confessori. A queste anzi si faciliti e quasi, direi, si consigli il cambiare: se ritornano poi si ricevano nuovamente e si esiga obbedienza; e se nuovamente desiderano altro confessore, si lascino fare”. Egli asseriva, che quelle buone donne pie, ma seccanti, scrupolose, indiscrete, fanno molto del bene, ed egli non permise mai che se ne parlasse scherzando, chiamandole beate in senso biasimevole. Le così dette beate per lo più sono il sostegno religioso d'un paese o d'una parrocchia; e il non curarle o trattarle male è come il raffreddare un paese intiero riguardo alla frequenza de' Sacramenti. Molte volte il modo migliore per far fiorire la pietà in una popolazione si è precisamente di servirsi di queste brave donne. Sono desse che zelano il culto della casa di Dio, che si adoperano per impedire o togliere uno scandalo, che danno o raccolgono i mezzi per promuovere un'opera di beneficenza o di religione. Ed in vero d'ordinario ciò che le rende alquanto pesanti non è altro che un po' d'ignoranza ed il soverchio timore; ma molte volte sono anime affatto innocenti e passano anni ed anni senza peccato non solo mortale, ma forse neppure veniale assolutamente deliberato. Se però vengono contrariate dal confessore, non osano più avvicinarsi a lui, ne parlano colle amiche e colle comari, vanno e vengono sempre con questo in mente, e senza volerlo colle loro lamentazioni raffreddano nella pietà tutti quelli che avvicinano.

 

 

 

 

 

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