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Capitolo 14

D. Bosco e le confessioni dei giovani - Sua pazienza e sua industria coi più piccoli - Corrispondenza, consolazioni e casi commoventi - Senza rispetto umano - Confidenza in D. Bosco - Regolamento per le confessioni e comunioni.


Capitolo 14

da Memorie Biografiche

del 06 novembre 2006

 Feste, ricreazioni, giochi, musiche, lotterie, scuole, per D. Bosco erano altrettanti mezzi rivolti ad un solo scopo, senza che ei la risparmiasse ad incomodi e sacrifici: indurre i suoi giovani a confessarsi bene e con frequenza.

 

“Cari figlioli, diceva continuamente, e lo aveva stampato nella prima edizione del “Giovane Provveduto”, se voi non imparate da giovani a confessarvi bene, correte pericolo di non apprenderlo in vita vostra, e per conseguenza, di non confessarvi mai a dovere, con vostro grave danno e a rischio di vostra eterna salvezza. E prima di tutto vorrei che foste persuasi che qualunque colpa voi abbiate sulla vostra coscienza, vi sarà perdonata nella confessione, purchè vi accostiate colle debite disposizioni”. E queste disposizioni le insegnava e spiegava, insistendo in modo affettuoso e convincente, sulla sincerità dell'accusa, per così guadagnare la piena confidenza dei suoi giovanetti. Nello stesso tempo sapeva rappresentare alle loro menti la formidabile cosa che è il peccato mortale, e al loro cuore i mille motivi che abbiamo di amare Iddio. “ Il Signore essendo un buon padre, prova grande dispiacere, quando è costretto a condannare qualcheduno all'inferno. Noi eravamo i condannati a morte, e Gesù per salvarci è morto per noi. Vogliamo ancora offenderlo? ” Ed esortandoli a mantenere i proponimenti fatti e a praticare i mezzi suggeriti dal confessore per non cadere mai più in peccato, raccomandava loro di prendere queste tre risoluzioni nelle quali, tutte le altre si concentravano, pregando Maria, la cara loro Madre, ad aiutarli per mantenerle:

1ª Di voler diportarsi in chiesa con grande devozione. 2ª Prestare pronta obbedienza ai genitori e a tutti gli altri Superiori. - 3ª Essere grandemente animati per l'adempimento dei doveri del proprio stato, e di voler lavorare per la maggior gloria di Dio e per la salvezza dell'anima.

Oltre a ciò, egli che aveva l'usanza di salutare l'Angelo custode di quelli che incontrava, pregava eziandio gli angeli dei suoi giovanetti perchè lo aiutassero nel farli buoni, e ai giovani stessi raccomandava che in loro onore recitassero tre Gloria Patri.

In conseguenza di tante sue belle e sante maniere i giovani si sentivano attratti al Sacramento della Penitenza con grande soavità, sia per l'amore, la stima e la confidenza che professavano verso D. Bosco, sia pel vedere come per lui il confessare fosse la sua vita, la sua consolazione. E non solo nell'Oratorio, ma per le medesime ragioni in tutte le città e paesi ove andasse, i giovanetti si sentivano condotti verso di lui da una misteriosa attrattiva. Per D. Bosco avere intorno a sè una folta corona di giovanetti che aspettavano la loro volta per raccontargli i segreti dell'anima, era, direi così, il suo trionfo. Aveva faticato tanto a raccogliere quelle care anime, che il rimetterle nella santa grazia di Dio formava la sua delizia e lo inebriava di giubilo.

Talvolta, in specie nei primordi dell'Oratorio, D. Bosco ne aveva intorno cento fra i più giovani che volevano confessarsi. Ma nulla avvezzi a idee di ordine ed essendo le prime volte che si accostavano a questo sacramento, colla loro rozza impazienza avrebbero persuaso qualunque altro sacerdote, non essere possibile compiere convenevolmente quel sacro ministero. Non trovandosi allora nessun catechista che li assistesse, gli uni gridavano di voler essere i primi, gli altri si urtavano per farsi avanti, e altri respingevano coloro che tentavano soppiantarli. Era fatica improba mettere un po' di calma in quel garbuglio; ma finalmente, se non altro, tutti erano in silenzio ed inginocchiati. D. Bosco, allora rivoltosi a quegli che gli era più vicino, alzava la mano per fare su di lui il segno della santa croce; ma ecco che tutti i più vicini si segnavano come se per ciascuno di loro fosse dato il segnale di incominciar l'accusa. E D. Bosco, sempre imperturbabile e sorridente, era allora costretto a confessare stando in piedi con una mano tenendo indietro gli altri che gli si gettavano addosso e con l'altra approssimando il suo orecchio alla bocca di chi si confessava, perchè nessuno potesse udirne l'accusa. In quell'istante però ciò che si notava di mirabile, era la trasformazione che succedeva nei penitenti di mano in mano che si accostavano a D. Bosco. Divenivano calmi come se fossero lontani da ogni disturbo, intenti solo a ciò che dovevano dire: alla brevissima ammonizione loro fatta da D. Bosco, vedevasi dal loro volto quanto ne fossero compresi, e, ricevuta l'assoluzione, si ritiravano silenziosi in un angolo solitario a fare la penitenza. Quasi vedevasi la grazia del Signore stendere le sue ali misericordiose sopra D. Bosco e i suoi giovanetti. Non corse però gran tempo che i giovani incominciarono a tenere un miglior contegno; sebbene non mancassero altre difficoltà che D. Bosco doveva studiarsi di superare. Ne riporteremo una fra le altre.

D. Bosco tutti accoglieva benignamente, fossero pur rozzi, ignoranti, sbadati, poco disposti, e trovava la maniera per guadagnarli a Dio. Egli stesso diceva di certe classi di giovanetti: “ Vengono a confessarsi e poi dicono nulla, ed anche interrogati non rispondono. Questi, quando si confessano nelle parrocchie, è bene chiamarli d'innanzi e non lasciarli alle grate, perchè così si potranno far parlare con maggior facilità. Vale tanto a questo riguardo porre loro una mano sul capo, per impedire che non guardino qua e là come usano fare. Per lo più si riducono a dire tutto, ma bisogna da principio usare tanta e tanta pazienza, e continuare a far loro varie interrogazioni e ripeterle con carità, perchè incomincino a dir qualche cosa. Mi capitò di incontrarne di quelli che a me stesso pareva impossibile strappar loro una sola parola, e mi riuscì poi a confessarli con questo stranissimo espediente. Vedendoli sempre muti ad ogni mia domanda, li interrogava: “ Hai già fatto colazione stamattina?

 - Si! - Mi dicevano sorridendo.

 - L'hai fatta con buon appetito? - Sì!

 - Quanti fratelli hai in casa? - E altre cose simili.

 ” Allora essi incominciavano a rispondere alle interrogazioni che io faceva per conoscere lo stato della loro coscienza e poi seguitavano con tutta facilità ad esporre i casi loro ”.

Qui non è luogo che noi ci distendiamo a descrivere le varie industrie che adoperava perchè i suoi penitenti si confessassero bene. Ciò si vedrà nel corso di queste Memorie. Diremo ora solamente della folla di coloro che lo avevano scelto per confessore.

Egli moltissime volte al sabato stava in confessionale le 10 e 12 ore consecutive. E quei giovanetti, prima così insofferenti di freno e pieni di vivacità, aspettavano pazientemente il loro turno per far bella la loro coscienza. Avveniva spesso, che essendo già le undici o eziandio la mezza notte, D. Bosco si addormentasse mentre confessava. Il penitente accortosene, taceva, e non osando svegliarlo, dopo aver aspettato alquanto, sedevasi sull'inginocchiatoio. D. Bosco dopo un'ora, due ore, si destava al rumore che facevano i giovani russando. Erano le 3 o le 4 del mattino e la sagrestia dell'Oratorio presentava una scena singolare. Un giovane dormiva così inginocchiato come era, colla testa appoggiata nell'angolo, della stanza; un altro seduto sulle calcagna; questi accoccolato per terra, col capo sulle braccia, incrociate sulle ginocchia; quello seduto colle gambe distese e le spalle appoggiate alla parete. Alcuni colla testa reclinata sulle spalle dei vicini; altri coricati sul pavimento.

D. Bosco contemplava quello spettacolo commoventissimo. Pensare che quei poveri giovanetti erano fuori delle case loro, senza che i parenti si dessero nessuna premura di venirli a cercare, lasciati in piena balia di se stessi, assuefatti prima a girovagare di notte per la città, liberi di commettere qualunque trascorso, e poi avere per legittima conseguenza delle loro azioni la prigione e la galera in questo mondo, e forse la dannazione nell'eternità. Eppure essere adesso così pazienti, perseveranti per poter confessarsi, e là tranquilli, lontani dal pericolo di mal fare.

Al muoversi di D. Bosco qualcuno sì svegliava, si guardava attorno e poi sorrideva al sorriso di D. Bosco.

 - Che cosa facciamo qui?

 - Andare a casa non vale più la spesa. Dunque confessiamo.

 - Confessiamoci!

E si ripigliavano le confessioni. Coloro che si erano svegliati, si accostavano per i primi, lasciando che gli altri dormissero. Venivano poi svegliati un dopo l'altro in modo che avessero tempo di fare ancora un po' di preparazione.

Intanto spuntava l'alba ed ecco si batteva alla porta replicatamente ed entrava la folla dei giovani che venivano all'Oratorio; la sagrestia era invasa dai nuovi penitenti, e le confessioni continuavano senza interruzione fino alle 9 o alle 10 antimeridiane.

“ Quante volte, ci narrava Buzzetti Giuseppe, vidi Don Bosco in questi anni passare le notti intere ad ascoltare i giovani in confessione, trovandosi al mattino seguente seduto ancora nello stesso confessionale ove si era posto al tramonto!'

Accadde una sera, vigilia di grande solennità, che suonate le dieci vi fosse ancora un bel numero di penitenti da confessare.

 - Andate a dormire, o figliuoli, disse loro D. Bosco; è molto tardi!

 - No, continui a confessare, abbia pazienza! - Esclamavano i giovani.

Continuò ma in breve tempo un dopo l'altro tutti si addormentarono. D. Bosco stesso si abbandonò sul braccio di Gariboldi nell'atto che lo confessava e fu preso dal sonno. Il fanciullo aveva le mani congiunte, tenendo disteso e sporgente l'antibraccio sul banco. Verso le 5 antimeridiane Don Bosco si destò e visti tutti i giovani che adagiati per terra dormivano, si rivolse a Gariboldi che fino allora era stato sveglio, e gli disse: - Omai è tempo che andiamo a riposo. - Ma in così dire gli altri si svegliarono, e D. Bosco a continuare le confessioni.

Verso le 2 pomeridiane portatosi in cortile vide che Gariboldi aveva il braccio dritto legato al collo e fasciato.

 - Che hai fatto, caro Gariboldi, a quel braccio?

 - Oh! Niente - rispondeva il giovane - e non voleva dir nulla a D. Bosco.

D. Bosco, che lo conosceva per un giovane vispo e ardito, non si acquietò e volle assolutamente sapere che cosa avesse al braccio.

 - Dacchè lo vuole proprio sapere glielo dirò. - E gli narrò il fatto. Quel braccio era nero e livido da fare compassione, poichè durante la notte era stato immobile tra l'inginocchiatoio e la testa di D. Bosco, e il giovane, pieno di venerazione per il suo Direttore, non aveva osato destarlo, benchè per quell'indolenzimento soffrisse non poco.

Di qui si può argomentare quale confidenza i giovani avessero riposta in lui. In qualche domenica, nella quale, egli era andato a predicare fuori di casa, essi venivano a frotte all'Oratorio, e non trovandolo in cappella, andavano da Mamma Margherita: - Dov'è D. Bosco?

 - Non c'è: è andato a Carignano.

 - E dove si passa per andare a Carignano? Chiedevano alcuni.

 - Vedete, si va a Moncalieri e poi c'è lo stradone che mena sino là. E che cosa volete da lui?

 - Confessarci!

 - Ma ha lasciato qui un prete che tenga il suo posto.

 - Noi vogliamo D. Bosco. - E si mettevano anche in viaggio come se Carignano fosse allo svolto della porta. Arrivavano a Carignano verso le 11 antimeridiane, polverosi, stanchi, affamati, e subito cercavano ove fosse D. Bosco.

Appena incontratolo: - Oh, finalmente, caro D. Bosco! Venga ad ascoltarci! Vogliamo confessarci e fare la santa Comunione.

 - E siete ancora digiuni?  - S'intende!

D. Bosco scendeva in chiesa, e confessatili li comunicava. Intanto egli era in angustia non essendo possibile rimandarli digiuni. I parroci però pieni di carità lo toglievano d'imbarazzo e commossi per quella pietà, allestivano un po' di pranzo. I giovani poi salivano in orchestra e cantavano i vespri, le litanie, il “Tantum ergo” in musica, che avevano imparato nelle scuole serali. Niuno può credere la meraviglia e' la contentezza dei terrazzani nell'udire quei canti. Quindi rifacevano la lunghissima via per ritornare a casa. Ciò accadde molte volte a Sassi, a Superga e in altri paesi più vicini. Se erano arrivati al mattino in tempo, cantavano eziandio la Messa in musica e alla sera erano fuor di sè dalla gioia quando D. Bosco ritornava in loro compagnia.

In questi tempi i giovani volevano tutti confessarsi da lui. D. Bosco invitava altri sacerdoti, e fra questi il P. Luigi Dadesso, Oblato di M. V., ma pochi o nessuno volevano servirsi del loro ministero. Quindi i confessori straordinari o si presentavano solamente per breve tempo o cessavano d'intervenire. I giovani preferivano che D. Bosco ritardasse l'ora della Messa, quantunque non celebrata regolarmente ad ora rigorosamente fissa, ma sebbene dopo che D. Bosco, il quale doveva dirla, avesse finite le confessioni;

e pazientavano digiuni per fare la santa Comunione.

Così di questo singolare affetto e commovente devozione abbiamo inteso a parlare da moltissimi che divenuti uomini dicevano di D. Bosco: “ Egli mi diresse spiritualmente per cinque, otto, dodici anni, e se attualmente sono quel che sono, e per riguardo all'anima e per riguardo alla mia onorevole posizione sociale, devo tutto a lui ”.

Non si può conoscere l'un mille delle vere conversioni che operava la carità di D. Bosco. Ci piace scegliere un fatto di cui noi stessi fummo testimoni. La sagrestia era piena zeppa di fanciulli inginocchiati, e un giovanotto operaio sui diciotto o vent'anni, alto di persona e tarchiato, con un viso serio serio si confessava. Era la prima volta che si avvicinava a D. Bosco. Con voce piuttosto forte, sicchè tutti potevano intendere, prese a narrare le sue miserie le quali non erano nè poche, nè leggere. Invano D. Bosco lo avvertì di parlar più dimesso, e col fazzoletto bianco cercava di ammortire la sua voce. I compagni più vicini lo toccavano dicendo: “ Parla piano! ”. Ma egli non badando a nessuno continuava come prima; e senza desistere di quando in quando dava del piede a coloro che lo importunavano. I giovani dovettero, per non udire, turarsi le, orecchie colle dita.

Ricevuta l'assoluzione, baciò la mano di D. Bosco con tale scoppio di labbra, che fece sorridere più d'uno. Quindi si alzò per ritirarsi, e quando si rivolse, la sua fisionomia aveva un'espressione di pace, di umiltà e di gioia sorprendente. Egli intanto cercava di farsi largo tra quella folla stipata, che da una e dall'altra parte gli andava ripetendo: “ Perchè parlar a voce così alta? Hai fatti conoscere a tutti i tuoi peccati ”. Il giovanotto si fermò, allargò le braccia e con un candore singolare. “ E con questo? esclamò; che importa a me che abbiate udito! Li ho commessi, è vero, ma il Signore mi ha perdonato. Da qui avanti sarò buono. Ecco tutto! ” E ritiratosi in disparte s'inginocchiò, e immobile protrasse per una buona mezz'ora il suo ringraziamento.

D. Bosco stesso ne' tardi suoi anni ricordava con grande piacere i fatti sopra narrati, e diceva a noi che l'ascoltavamo con vivo interesse: “Non potete immaginare quanto grande sia il rincrescimento che ora provo di non potermi più intrattenere coi giovani esterni e specialmente coi muratori, tra i quali io poteva fare e, con l'aiuto di Dio, faceva tanto bene. Ancora adesso quando posso conversare qualche tempo con loro, provo la più grande consolazione. Essi allora mi amavano tanto, che qualunque cosa io avessi loro detto, l'avrebbero fatta. Diceva ad alcuno: - Quando verrai a confessarti?

 - Quando vuole: vengo anche tutte le domeniche.

 - No. Io desidero solo che tu venga ogni due o tre domeniche.

 - Ebbene, lo farò.

“ Ed io proseguiva: - Perchè vuoi venirti a confessare?

 - Per mettermi in grazia di Dio.

 - È ciò che importa soprattutto; ma solo per questo?

“ E mi rispondeva: - Per farmi del merito.

 - E per altro motivo?

 - Perchè il Signore lo vuole.

 - E per altro?

“ Il giovane non sapeva più che cosa dire. Allora io gli diceva: - E perchè piace a D. Bosco, che è il tuo amico e cerca il tuo bene. - A queste parole restavano commossi, mi prendevano la mano, la baciavano e ribaciavano, versando alcune volte lagrime di consolazione. Ciò io diceva per ispirar loro sempre maggior confidenza ”.

Non era l'uomo, ma il sacerdote che loro domandava i cuori per darli a Dio, e a questo fine aveva dettate nel Regolamento dell'Oratorio Festivo le norme pratiche per accostarsi degnamente alle fonti della grazia, Confessione e Comunione.

 

 

P. II, c. VII. - 1. Ritenete, giovani miei, che i due sostegni più forti a reggervi e camminare per la strada del Cielo sono i Sacramenti della Confessione e Comunione. Perciò riguardate come gran nemico dell'anima vostra chiunque cerca di allontanarvi da queste due pratiche di nostra santa religione. - 2. Fra di noi non vi è comando di accostarsi a questi santi Sacramenti; e ciò per lasciare che ognuno vi si accosti liberamente, per amore e non mai per timore. La qual cosa riuscì molto vantaggiosa, mentre vediamo molti ad intervenirvi ogni quindici od otto giorni, ed alcuni in mezzo alle loro giornaliere occupazioni fanno esemplarmente la loro Comunione anche tutti i giorni. La Comunione si soleva fare quotidiana dai cristiani dei primi tempi; la Chiesa Cattolica nel Concilio Tridentino inculca che ogni cristiano quando va ad ascoltare la santa Messa faccia la santa Comunione. - 3. Tuttavia io consiglio tutti i giovani dell'Oratorio a fare quanto dice il Catechismo della diocesi, cioè: è bene di confessarsi ogni quindici giorni od una volta al mese S. Filippo Neri, quel grande amico della gioventù, consigliava i suoi figli spirituali a confessarsi ogni otto giorni, e comunicarsi anche più spesso secondo il consiglio del confessore. - 4. Si raccomanda a tutti e specialmente ai più adulti di frequentare i santi Sacramenti nella chiesa dell'oratorio per dar buon esempio ai compagni; perchè un giovane che si accosti alla Confessione e alla Comunione con vera devozione e raccoglimento, fa talvolta maggior impressione sull'anima altrui, che non farebbe una lunga predica. - 5. I confessori ordinari sono il Direttore dell'Oratorio, il Direttore spirituale ed il Prefetto. Nelle solennità s'inviteranno anche altri confessori a pubblica comodità. - 6. Sebbene non sia peccato il cangiare confessore, tuttavia vi consiglio di scegliervene uno stabile, perchè dell'anima avviene ciò che fa un giardiniere intorno ad una pianta, un medico intorno ad un ammalato. In caso poi di malattia il confessore ordinario conosce assai facilmente lo stato dell'anima nostra. - 7. Nel giorno che scegliete per accostarvi ai santi Sacramenti, giunti all'Oratorio non trattenetevi in ricreazione per il cortile, ma andate piuttosto in cappella, preparatevi secondo le norme spiegate nelle sacre istruzioni, e come sono indicate nel “Giovane Provveduto” ed in altri libri di pietà. Se vi tocca aspettare, fatelo con pazienza ed in penitenza dei vostri peccati. Ma non fate mai risse per impedire che altri vi preceda, o per passare voi stessi davanti agli altri. - 8. Il Confessore è l'amico dell'anima vostra, e perciò vi raccomando di avere in lui piena confidenza. Dite pure al vostro confessore ogni segreto del cuore, e siate persuasi, che egli non può rivelare la minima cosa udita in con­fessione. Anzi non può nemmeno pensarvi sopra. Nelle cose di grave importanza, come sarebbe nell'elezione del vostro stato, consultate sempre il confessore. Il Signore dice che chi ascolta la voce del confessore ascolta Dio stesso. - Qui vos audit, me audit . - 9. Finita la confessione, ritiratevi in disparte, e col medesimo raccoglimento, fate il ringraziamento. Se avete il consenso del confessore, preparatevi alla santa Comunione. - 10. Dopo la Comunione trattenetevi almeno un quarto d’ora a fare il ringraziamento; sarebbe una gravissima irriverenza se pochi minuti dopo aver ricevuto il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, uno uscisse di chiesa o si mettesse a ridere e a chiacchierare, sputare o guardare qua e là per la chiesa. - 11. Fate in maniera che da una confessione all'altra riteniate a memoria gli avvisi dati dal confessore, procurando di metterli in pratica. - 12. Un'altra cosa riguarda la Comunione ed è: fatto il ringraziamento, domandate sempre a Dio questa grazia, cioè di poter ricevere colle debite disposizioni il santo Viatico prima della vostra morte.

 

 

 

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