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C'è vocazione e vocazione... (1' Parte)

Tre interventi sul tema vocazionale, per «mettere in un ordine ragionato le idee che si rifanno a tale ambito semantico affinché la pastorale ne possa guadagnare in incisività e significatività». (1' Parte)


C'è vocazione e vocazione... (1' Parte)

 

del 03 aprile 2014

 

 

I tema vocazionale, anzi, addirittura il termine stesso “vocazione”, ha sofferto negli ultimi decenni alcune difficoltà che ne hanno allo stesso tempo allargato e offuscato il significato. Il senso di questo intervento vorrebbe essere quello di mettere in un ordine ragionato le idee che si rifanno a tale ambito semantico affinché la pastorale ne possa guadagnare in incisività e significatività, oltre che in fedeltà al vangelo e alla tradizione ecclesiale.

 

 

 

TRA ENFASI E DIMENTICANZA

 

Provando a parlare di vocazione, specie in ambito di pastorale giovanile, si incorre nella maggior parte dei casi in un duplice fraintendimento: o associare al termine le cosiddette “vocazioni di speciale consacrazione”, separandole quasi istintivamente dal “normale” cammino giovanile cristiano; oppure parlare di ogni scelta personale in ambito di fede, dal volontariato al mestiere, alla scelta di quella o quell’altra persona con cui fidanzarsi, ecc… mettendo così sullo stesso piano ogni opzione e decisione del soggetto.

 

Si potrebbe forse imputare a ragione di tale confusione l’oscillazione tra l’enfasi sul tema, quasi che soltanto chi “ha la vocazione” sia destinato a “farsi santo”, e la dimenticanza del tema stesso, nella sottesa consapevolezza che parlare di vocazione nel modo precedente fosse istintivamente sentito come qualcosa di troppo stretto, come un vestito che pur splendente, non calza e non potrà mai calzare sulla reale vita dei giovani e dei cristiani in generale.

 

Così, se alla prima opzione corrisponde la preoccupazione di procurare, quasi procacciare vocazioni alla Chiesa e a Dio, alla seconda corrisponde l’enfatica fiducia che dice che se le vocazione sono necessarie, ci penserà Dio e procurarsele per sé e per il bene del suo popolo.

 

La pastorale vocazionale, o animazione vocazionale, come più recentemente si è preferito chiamarla, ha sofferto in questo modo di una duplice iattura: la dicotomia e/o l’assorbimento, ma entrambi i punti di vista soffrono tutto sommato di uno stesso male: l’incapacità di una definizione di vocazione che tenga conto della sua complessità e che soprattutto vada oltre il gesto puntuale della scelta di vita del giovane, tornando ad essere una riflessione complessiva sull’uomo e sul suo rapporto con Dio singolarmente e nella Chiesa.

 

Il problema vocazionale è innanzitutto un problema antropologico ed ecclesiale. Parlare di vocazione non è solo parlare di una scelta, ma è cercare di descrivere in qualche modo l’intera persona alla luce di una chiamata e, di conseguenza, vocazione e vocazioni non sono relegabili al fatto personale, ma sono sempre e comunque un fatto ecclesiale che connota tutto il popolo cristiano e ne definisce l’immagine e l’identità.

 

Trattare del tema vocazionale dando credito alla teoria secondo la quale la vocazione è un caso così eccezionale che occorre separare totalmente il suo cammino e il suo discernimento dal resto dell’azione pastorale della Chiesa verso i giovani, ha causato in questi anni alcune crisi e problemi che ne hanno minato alla radice la possibilità di essere un efficace e ecclesiale cammino di crescita. Il tema vocazionale infatti resta in questo modo prigioniero di proposte separate, spesso non preparate e dunque non accoglibili, legate ad un discernimento che ha come solo scopo il verificare se il soggetto “ha la vocazione” senza badare al suo cammino complessivo di crescita.

 

Al contrario, una pastorale vocazione in generale riassorbita dalla più generica cura della fede del giovane, ricade nell’oblio della singolarità della persona e della sua speciale missione ecclesiale, e si attiene alla sola speranza che da un buon cammino generalista cresca, quasi per germinazione spontanea, una scelta così specifica e impegnativa come la vocazione di speciale consacrazione.

 

In ogni caso il risultato è sotto gli occhi di tutti.

 

 

 

LA VOCAZIONE ALLA VITA

 

Una celebre canzone di un noto cantautore italiano riporta alla luce della nostra consapevolezza una verità che spesso viene sopita dal fatto di essere fin troppo nota. Così infatti inizia la sua opera: “Nessuno viene al mondo per sua scelta, non è questione di buona volontà”; per concludere con il verso che ne segna il titolo e anche il concetto fondamentale: “La vita è un dono”.

 

Spesso relegata all’ambito della poesia, quasi fosse semplicemente una bella frase da innamorati o da predicazione, il fatto che la vita sia un dono va invece riscoperto in tutta sua la pregnanza antropologica.

 

Come dicevamo prima, parlare di vocazione vuol dire infatti rivedere da capo e dal profondo il nostro concetto di essere umano, concetto che la semplice frase “la vita è un dono”, pur relegata nel campo dell’affettività e del sentimentalismo, ha sempre custodito dall’oblio che ha dovuto sopportare nel campo della ragione e di buona parte della filosofia contemporanea, moderna e post-moderna.

 

Il nostro immaginario collettivo ha infatti ormai introiettato una immagine filosofica della coscienza in cui il primato viene dato ad un io sostanzialmente preformato rispetto alle sue relazioni con gli altri e con le cose, o ad una coscienza individuale che come una stanza vuota è presente a se stessa e grazie a questa consapevolezza iniziale coltiva da sé la certezza della propria esistenza. Un “Cogito ergo sum” che è ormai diventato insomma non solo proverbiale, ma anche semplicemente un dato di fatto, creduto fideisticamente più che pensato ragionevolmente.

 

La domanda che scuote questa certezza e che la consapevolezza del dono della vita riporta alla ribalta è molto semplice eppure disarmante: ma è proprio vero che all’inizio ci sta l’io?

 

Per risolvere la questione occorre tornare alle evidenze fondamentali della vita, facendo una sorta di operazione fenomenologica di riscoperta di come è effettivamente la realtà della nostra esistenza, di come io, voi, i nostri giovani nasciamo e ci formiamo alla coscienza personale.

 

L’esperienza “semplice”, cioè non filtrata da presupposti filosofici fuorvianti, dimostra alla nostra consapevolezza e di fronte al nostro concetto di uomo il fatto che la coscienza di ogni persona è destata da un’azione pratica di dedizione amorosa e relazionale. Nella vita di tutti i giorni, così come in modo radicale nella vita del neonato, ci rendiamo conto di chi siamo, e impariamo a dire “io” di noi stessi, nel momento in cui un altro, o meglio uno a noi prossimo, non semplicemente estraneo e non semplicemente uguale a me, volendoci bene concretamente e non solo a parole, ci dimostra il suo amore e la sua dedizione, si occupa di noi, dimostrando alla mia coscienza e al mondo il mio intrinseco valore come persona non solitaria effettivamente esistente.

 

Conosco me stesso, anzi, forse più radicalmente potremmo dire che sono me stesso, in quanto amato effettivamente da qualcuno.

 

Ogni bambino sa che la coscienza di sé è destata dall’amore dei genitori e che questo permetterà a lui un giorno di essere così consapevole di sé da poter decidere della propria vita; decidere, in modo radicale, quale forma di dono darsi, nella consapevolezza che dalla forma di un dono egli è nato.

 

L’esperienza iniziale della coscienza appare dunque radicalmente “graziosa”, nel senso che la coscienza di ognuno di noi è innanzitutto debitrice di sé ad un amore precedente, che in ultima analisi è per definizione un amore teologico, di Dio che è Amore.

 

La persona si qualifica immediatamente come luogo dialogico; l’immagine di un uomo autarchico ed autonomo è una astrazione assurda. Ogni ragionamento sulla persona che metta l’autorealizzazione e il primato della scelta dell’io prima della chiamata/relazione, appare in questo modo irrimediabilmente segnato da un difetto antropologico assolutamente fondamentale.

 

Per il nostro tema questo modo di ragionare, questa evidenza riscoperta, può essere dunque l’appoggio fondamentale per riportare alla ribalta, nel giusto senso e nella giusta profondità, la questione vocazionale.

 

La vocazione non è qualcosa che interviene in seconda battuta al cospetto di un io formato a monte da essa, e che quindi chiede umilmente il permesso di “dialogare” con chi, di diritto, potrebbe rispondere che innanzitutto viene la mia scelta e la costruzione di me, e dopo l’ascolto di altri da me.

 

Questa mentalità suona immediatamente corrotta, anzi, direi anti umana e anti cristiana. La vocazione è all’origine della definizione stessa dell’io. Il dialogo con Dio che sta alla base della scelta vocazionale, sta alla base della costruzione stessa dei fondamenti della persona. Parlare dunque di vocazione in modo appropriato significa per ogni operatore pastorale far riscoprire che tale tema non può essere in seconda battuta e non può essere ignorato o diluito, perché la vocazione, come chiamata/risposta ad una dedizione amorosa a me precedente che mi chiede di strutturare la mia vita nella direzione di tale stessa dedizione d’amore, è semplicemente ciò che ogni uomo è chiamato a fare per essere tale fino in fondo.

 

 

 

LA VITA COME VOCAZIONE

 

Riprendendo quanto detto precedentemente, siamo dunque arrivati a chiarire che l’uomo è un preceduto da una chiamata d’amore che ne rende possibile l’esistenza.

 

La coscienza viene destata, si diceva, da un gesto, un simbolo di grazia, ossia di dedizione relazionale gratuita e totale. È come se prima la persona venisse colpita e poi agisse, reagisse a tale azione subita. La coscienza non è dunque per prima cosa attività e consapevolezza, ma ricezione e passività; la sua attività si configura come presa di coscienza del ricevuto, come rendimento di grazie, come appropriazione e perseguimento di una promessa donatagli senza meriti propri. Di questo la pastorale deve tenere conto nella propria riflessione sul tema vocazionale. Non occorre inserire il concetto di vocazione e l’azione pastorale conseguente, come un corpo estraneo alla vita del soggetto, come se si potesse vivere in qualche modo anche senza di essa, ma occorre rendere conto che proprio di vocazione noi viviamo. Ovviamente non si tratta ancora di vocazione nel senso specifico del termine, che vedremo successivamente, ma nel senso che “vocata” è in radice la vita stessa.

 

In termini cristiani: la coscienza corrisponde all’evento della creazione dal nulla e a quello del battesimo, dove l’azione della grazia suscita, crea, rende possibile la risposta d’amore dell’uomo e del cristiano. Dal punto di vista umano, la coscienza corrisponde al mistero della nascita, ossia dell’essere consegnati a se stessi dall’amore del prossimo, che interpella nella forma del dono.

 

Proprio l’analisi di ciò che è la fenomenologia di un dono ci può dunque far procedere nel nostro ragionamento.

 

Pur essendo gratuito e assolutamente non esigibile dal soggetto, un dono non è certo senza conseguenze. Ognuno di noi, quasi per istinto, sa che quando riceve un regalo, deve contraccambiare, almeno con un grazie. Non è che il regalo compri il nostro grazie, come se in qualche modo pretendesse di essere pagato, e assolutamente non può essere un vero regalo se si aspettasse questo grazie come qualcosa di dovuto, di esigito con la forza, quasi col ricatto. Ma sicuramente nel cuore del ricevente si accende una responsabilità. La coscienza, fino ad allora grembo passivo di ricezione graziosa, diventa in certo qual modo capace di responsabilità, anzi, diremmo quasi in dovere di responsabilità. Ora la parola passa all’azione, alla decisione libera del soggetto. Una libertà che è lungi dall’immagine comune del fare ciò che si vuole o del non far del male agli altri, nella magra e triste consolazione che la mia libertà si ferma là dove inizia quella altrui, e si conforma molto di più a quel comandamento evangelico del dovere d’amore che il dono stesso ricevuto non può che postulare nella vita stessa del soggetto.

 

Da ricevente allora diventa donante, capace anch’egli di riscoprire ciò che ha ricevuto per rendere grazie e per essere a sua volta dono gratuito per la vita di qualcun altro che anela ad essere destato nella sua umanità dal suo gesto d’amore.

 

Così, in linea di massima, sembra feconda l’ipotesi che la condizione adulta sia la fase in cui la persona deve restituire a livello sociale i frutti della sua evoluzione personale e deve, quindi, ricambiare i doni ricevuti nel corso del suo processo di formazione personale.

 

L’adulto ha costruito la sua individualità originale, il suo Io, solo perché è esistito un Noi che gli ha fornito l’aiuto necessario al suo farsi uomo. Senza questo Noi, che è l’espressione della solidarietà concreta di un gruppo sociale, così come viene vissuta direttamente dall’uomo nelle sue fasi evolutive, nessuna persona raggiungerebbe l’autonomia e la responsabilità tipiche dell’essere autocosciente. Il Noi, ovvero la cura che ogni uomo manifesta per gli altri uomini che condividono con lui lo spazio-tempo sociale, è una sorta di prestito che ogni persona, una volta divenuta adulta, deve restituire con gli interessi, alle nuove generazioni, divenendo per esse una espressione concreta dello stesso Noi.

 

La definizione di età adulta come età della gratitudine e della restituzione, fa immediatamente venire in mente che per essere adulti è intrinseco e non accessorio il fatto di aver ricevuto, e che la prima parola da dire su se stessi non è “io sono” ma “grazie”, il primo gesto non è il proporre ma il rispondere.

 

Trascinata da questo fraintendimento, l’educazione sta rischiando di scivolare nelle scienze dell’educazione, dimenticando di essere una pedagogia, ossia una teoria pratica dell’uomo integrale a favore dell’uomo integrale.

 

Il fatto che spesse volte nella Bibbia il chiamato riceva contemporaneamente un nuovo nome, indica proprio il fatto che la realizzazione di se stessi o si trova all’interno della chiamata divina, oppure si è semplicemente impossibilitati a trovare il proprio io, il proprio vero nome.

 

In questo senso profondo la vita è allora una vocazione, ossia una precisa chiamata a responsabilità, dove la libertà del soggetto non si trova, come spesso noi pensiamo, preformata di fronte alla chiamata di farsi dono di sé, ma proprio configurata nell’essere-ricevere-dare il dono che è la sua stessa esistenza per il bene degli altri. Per questo motivo non esiste realizzazione dell’io se non nel senso dell’essere chiamati, del rispondere, del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. La trasformazione della realizzazione di se stessi nel senso dell’autoreferenzialità è una prospettiva estremamente riduttiva, che non solo non permette nella pastorale un discorso vocazionale, ma che, in radice, non permette all’educazione la formazione dell’adulto, quell’adulto integrale che la narrazione evangelica ci offre in modo chiaro.

 

A partire da qui prende allora significato la spinta ad inserire nel proprio progetto pastorale il tema vocazionale. Non come tema a parte, non come aggiunta ad una serie di opere che già mettiamo in campo, ma come uno dei filoni conduttori del tutto, come una delle tematiche portanti di ogni intervento, perché o l’adulto, il buon cristiano e onesto cittadino è un chiamato, aperto alla totale disponibilità della risposta, oppure semplicemente non è. La vocazione non solo è termine del cammino, tappa finale di un itinerario, proposta ulteriore rispetto alla strada fin qui fatta, quasi un agguato finale alla libertà del soggetto, finora sempre abituata ad agire per sé sola e ora costretta a fare i conti con altro da sé. La presa sul serio della vocazione rompe i piani della nostra pastorale perché riconfigura fin dall’inizio i nostri itinerari per essere ripensati a partire non dalla distanza con Dio, ma dalla relazione con Lui.

 

 

Alberto Martelli

http://www.notedipastoralegiovanile.it

 

 

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