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C'è un futuro per l'educazione?

C'è un futuro per l'educazione? Ci chiediamo a questo punto: che cosa può dare futuro a questa pratica così intensamente umana e vissuta oggi con tanto pessimismo e pesantezza?


C'è un futuro per l'educazione?

del 24 settembre 2014

 

 

Vorrei comunicare un pensiero carico di fiducia e di speranza. Senza speranza è difficile superare la crisi in cui si trovano le istituzioni educative: «Anima dell'educazione, come dell'intera vita – afferma Benedetto XVI –, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio in questo mondo", come scriveva l'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso» (Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell'educazione).

C'è un futuro per l'educazione? Ci chiediamo a questo punto: che cosa può dare futuro a questa pratica così intensamente umana e vissuta oggi con tanto pessimismo e pesantezza?

 

In primo luogo, occorre tornare a pensare l'educazione. L'educazione ha bisogno di riflessività e di consapevolezza dei suoi fondamentali: la relazione, l'intenzionalità, l'asimmetria, la proposta, il dialogo, il coinvolgimento in un'esperienza di vita, l'accompagnamento, l'autorevolezza...

 

In secondo luogo, l'educazione ha bisogno di adulti riconciliati con la loro età, disposti ad assumere con convinzione la responsabilità nei confronti della loro vita: solo a questa condizione potranno esercitare i doveri che hanno verso gli altri. Questo pone la questione della condizione adulta nella nostra società e della necessità di percorsi di formazione permanente che consentano agli adulti di continuare a crescere secondo le modalità tipiche della loro età e condizione.

Non si può pensare che venga una stagione in cui un adulto non abbia più bisogno di lavoro su di sé e di maturazione. Il tema della formazione permanente degli adulti, in termini umani, culturali, spirituali, ha bisogno di essere affrontato con molta convinzione, e anche con la consapevolezza che tante questioni della società attuale richiedono proprio un nuovo impegno su questo fronte: quello di aiutare gli adulti ad essere fino in fondo adulti, a vivere le caratteristiche e le responsabilità della propria età senza sconti, con vigore, in maniera piena. Educare oggi chiede agli adulti di essere, essi stessi, dentro un processo di formazione continua, che li aiuti a mettersi in gioco, a non fermarsi a ciò che sono, ma a rivedersi criticamente, di continuo. Certo, questo è faticoso, ma al tempo stesso costituisce per la stessa vita adulta un appassionante elemento di novità, di rinnovamento, di freschezza.

Ma in quali contesti un adulto oggi può trovare spazio per condividere il suo cammino di formazione? Si tratta di una prospettiva tutta da pensare. Le esperienze associative, soprattutto quelle come l'Azione cattolica che si propongono la formazione delle persone in una prospettiva laicale che integra fede e vita, sono preziosissime, e forse mai come in questa fase della storia della nostra società: andrebbero meglio considerate e valorizzate in tutte le loro potenzialità. E se gli adulti – genitori, docenti, educatori, persone sensibili alle grandi questioni di oggi – lasceranno per qualche sera la tv per incontrarsi tra loro, per tornare a dare vita a occasioni di confronto e di dialogo, non solo resteranno dentro un processo di formazione continua, ma contribuiranno a ritessere la nostra società, che ha necessità di nuovi luoghi di socialità: di una socialità vissuta da protagonisti, e non trasformata in spettacolo di cui i più siano solo spettatori.

 

In terzo luogo, occorre affrontare in tutta la sua serietà la questione che i giovani pongono in evidenza, ed è quella che attiene alle trasformazioni antropologiche che riguardano la nostra società. La questione educativa non può essere affrontata solo in se stessa, ma occorre che essa sia accompagnata da un più vasto lavoro di ricerca culturale, per capire quale direzione sta prendendo nel contesto attuale la questione dell'uomo. I giovani mandano segnali evidenti: essi chiedono di essere ascoltati non solo in ragione di quella naturale saggezza che può venire ad ogni educatore dall'ascolto, ma perché essi stanno indicando con la loro sensibilità e le loro scelte la direzione del futuro. Una maggiore attenzione a loro da parte di tutti, e non solo degli educatori, potrà aiutare nel riorientare il progetto di educazione, ma ancor prima quello di società. C'è bisogno di generazioni diverse che insieme guardano al futuro.

 

E poi occorre affrontare con speranza la crisi dell'educazione. Solo questo atteggiamento potrà sortire qualche risultato positivo. Gli atteggiamenti catastrofisti non portano da nessuna parte e fanno sentire sulle spalle degli adulti il peso di un compito molto gravoso.

 

Non mancano ragioni di speranza, non solo nella prospettiva della fede, ma anche in quella strettamente umana: il fatto stesso che l'emergenza educativa stia accendendo i riflettori sull'educazione e che si stia prendendo coscienza del suo valore imprescindibile che qualifica la nostra stessa umanità, tutto questo dice che la situazione di crisi di oggi sta generando consapevolezze nuove.

Del resto, speranza ed educazione sono due dimensioni che hanno una stretta parentela: l'educazione è un esercizio di speranza, perché è il dedicarsi a costruire un futuro che non c'è ancora, con fiducia nella vita. Educare significa dedicarsi al ragazzo di oggi perché cresca in lui quello che non si vede ancora.

Il dinamismo della speranza è quello che sospinge sempre oltre; è lasciarsi orientare e attrarre da una visione della vita alta, dai valori di un'umanità piena e intensa che non si lascia frenare né trattenere dalla fragilità delle realizzazioni, che ricomincia con coraggio, cercando di andare sempre oltre; è fiducia nell'altro e nella sua libertà.

 

L'educazione contiene tutte le caratteristiche della speranza: è sogno sulle persone, pur nel rispetto della loro vita e della loro identità; è desiderio della loro crescita; è impegno perché si realizzino le qualità migliori di ciascuno; è lavorare per il futuro senza fuggire dal presente. Prendersi cura della vita, propria e altrui, significa credere nel suo valore profondo e invisibile. Offrire accoglienza e fiducia, indicare orizzonti per cui valga la pena spendersi, accettare la scommessa del progettare insieme, tutto questo alimenta lo sguardo su un oltre che è atteso e anticipato con la propria dedizione.

Tra le persone che incarnano la speranza, oggi vi sono proprio gli educatori, uomini e donne dallo sguardo profondo, che sanno andare oltre l'immediato e che, in un certo senso, agiscono come vedendo l'invisibile: le doti di ciascuno, anche quando sono sepolte dietro le immaturità e il disordine; l'uomo e la donna che sbocciano dall'esperienza del piccolo che cresce; la libertà e la maturità che a fatica si fanno strada, tra incertezze, slanci, fallimenti ed entusiasmi.

Nel 1963, nella Pacem in terris, papa Giovanni parlava dell'emancipazione della donna come di uno dei segni dei tempi. Ne parlava, benché il processo fosse solo iniziato e la strada da percorrere fosse ancora molto lunga. Possiamo sperare che l'educazione sia riconosciuta come uno dei segni di questo nostro tempo; che questo nostro tempo - con le sue crisi e le sue emergenze - generi un'attenzione nuova e qualificata alla persona e alla cura per la sua crescita in umanità. Possiamo sperare che dunque l'educazione passi da emergenza a segno del nostro tempo. Se sapremo spenderci perché questo avvenga, avremo contribuito anche a esercitare una forma di profezia: quella che sa dire il valore della persona e il senso nuovo del dedicarsi alla sua maturazione.

 

 

Paola Bignardi

http://www.notedipastoralegiovanile.it

 

 

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